21 dic 2012

Pazienza, questa sconosciuta

Inadatto, acerbo, bidone e l'immancabile "ve l'avevo detto". Quante volte si sentono e leggono queste parole quando si parla di un giovane talento sbarcato da poco in Europa? Le etichette di fenomeno, crack o nuovo Pinco Pallino lasciano ben presto spazio a sentenze tronca-carriera che, nella maggior parte dei casi, si ripresentano sotto forma di sonori fischi allo stadio. È un attimo: qualche partita giocata male, la fiducia che ti abbandona, l'attacco indiscriminato dei media, il nervosismo dell'ambiente, la giocata sbagliata al momento sbagliato e l'amore del tifoso medio si trasforma in profonda, totale insofferenza.
 
Ma dov'è il problema di tutti questi presunti campioni che arrivano a orde dal Sudamerica alla conquista dell'Italia e, dopo poche partite, si trasformano miseramente in oggetti misteriosi? La risposta in fondo è semplice e si trova nella domanda stessa. Non stiamo parlando di campioni già fatti e finiti, bensì di ottimi progetti di giocatori, ma si sa, in Italia è usanza esagerare. Si esagera al momento dell'acquisto, prodigandosi in improbabili paragoni con illustri connazionali per vendere qualche copia in più o aumentare lo share di un centesimo, e si esagera al momento della bocciatura, arrivata ad hoc per riempire una pagina vuota in un momento di calma. Tuttavia il cuore del problema è un altro ed è la pazienza: il tifoso vuole tutto e lo esige subito, perchè il calcio nel pensiero comune è diventato più di uno sport e la differenza tra sconfitta e vittoria è ormai molto più di tre punti in classifica.
 
Allora perchè le società italiane si ostinano ad acquistare giovani stranieri che faticano e falliscono in Serie A? È possibile che il 90% tra dirigenti e osservatori professionisti sia incapace di svolgere il proprio lavoro e si diverta a mandare in fumo i milioni dei rispettivi presidenti? Ovviamente no e allora eccoci costretti ad analizzare la natura del fenomeno, tra imprevedibili variabili caratteriali, inevitabili differenze calcistiche e culturali, motivazioni economiche e quella costante troppo spesso dimenticata: il tempo.
Molte, moltissime società italiane negli ultimi anni hanno instaurato uno stretto legame con il Sudamerica, rivolgendo le proprie attenzioni verso i numerosi talenti che ogni anno fioriscono a sud dell'equatore. La crisi economica si è fatta sentire anche nel mondo del calcio, fare la voce grossa in Europa è diventata impresa difficile e rastrellare il Sudamerica è quasi una necessità. Lo stesso Brasile, da meta preferita degli scout italiani, è ormai territorio off-limits, poichè i club verdeoro hanno troppo potere economico e la recente inversione di tendenza ne è la dimostrazione.
Argentina, Colombia, Cile e Uruguay permettono ancora di scovare ottimi giocatori a prezzi vantaggiosi, ma le controindicazioni non mancano.
 
Il salto dai campionati locali alla massima divisione italiana è proibitivo: gli spazi si restringono, la velocità raddoppia e l'intensità diventa fondamentale. La tecnica, da fattore determinante, scende in secondo piano e a fare la differenza sono velocità di pensiero, lucidità, senso tattico e abnegazione. Un osservatore professionista può cogliere la maggior parte di questi aspetti, ma nonostante l'esperienza è inevitabilmente difficile prevedere quante e quali possano essere le difficoltà di adattamento di un giocatore. A quelle tecnico-tattiche si aggiungono quelle caratteriali, le più imprevedibili e, spesso, determinanti: dalla nostalgia di casa all'assoluta mancanza di fiducia. Come detto in precedenza, bastano alcune prestazioni negative per dare vita ad un circolo vizioso da cui diventa difficile uscire, con la fiducia in sè stessi che saluta e non si fa più vedere. Il passaggio più facile del mondo diventa impossibile, un tiro a porta spalancata una fatica di Eracle e la lucidità nel prendere le decisioni peggiora di pari passo.
 
Purtroppo è un discorso culturale e in Italia sarà sempre più difficile trovare tifosi disposti a perdonare troppe partite giocate a un livello insufficiente. Quanto di buono fatto vedere in patria viene ben presto dimenticato e pretendere di aspettare almeno una decina di partite consecutive giocate  dall'inizio per giudicare è mera utopia. I tecnici stessi hanno spesso le mani legate dalla politica del risultato imposta dai presidenti e allora perchè mai dovrebbero mettere a rischio la propria panchina per dare fiducia ad alcuni giocatori? D'altronde per il tifoso medio è più facile bollare qualcuno come "pippa" e, nel caso specifico dell'Inter, rivolgere la propria ammirazione altrove, prodigando lodi ai dirigenti dell'Udinese di turno, che, per quanto bravi e competenti, hanno modo di operare in una realtà costruita appositamente per questo scopo. Ed ecco allora che il Sanchez di turno può giocare 60 partite prima di esplodere, finire sui taccuini di tutti i principali club europei e fruttare oltre 30 milioni di Euro.
 

19 dic 2012

Alfred Duncan e l'obiettivo dei settori giovanili



Ieri sera, durante Inter-Verona di Coppa Italia, si è messo in luce davanti al grande pubblico un prodotto del vivaio interista: Alfred Duncan.

Ghanese di 19 anni, Alfred è un centrocampista dalle importanti prospettive future, sia per caratteristiche fisiche (potente e forte) che tecniche (pur non essendo un regista classico, sa far girare il pallone). E' all'Inter ufficialmente da un anno e mezzo, in realtà il suo arrivo è datato estate 2010. Inizialmente schierato da interno di centrocampo in modo da sfruttare la sua grande vigoria atletica e la sua bravura negli inserimenti, con l'avvento di Stramaccioni sulla panchina della Primavera nerazzurra è stato spostato definitivamente nel ruolo di centrale, sia di un centrocampo a 3 che di uno a 2. Dotato di notevole intelligenza tattica e dinamismo, ha dimostrato di essere di fatto il leader in mezzo al campo di quella squadra che ha stravinto il campionato Primavera e la Next Generation Series, facendo valere la sua potenza, la sua apprezzabile tecnica e la sua grande personalità. Nel giro della prima squadra da almeno 7-8 mesi (di fatto dall'arrivo del suo mentore Stramaccioni), in questa stagione ha collezionato due presenze da subentrato e una da titolare, proprio ieri contro il Verona. L'impatto di Alfred è stato positivo, ha giocato una partita ordinata, con tanta concentrazione e senza strafare. Sembra aver capito il tipo di gioco che si pratica nei campionati professionistici e questo non potrà che giovargli nel futuro prossimo, quando l'Inter potrebbe dargli l'opportunità di giocare con continuità nella speranza che possa diventare un elemento da riportare tra i propri ranghi.

La crescita di giocatori come Duncan, ma anche di Benassi, Livaja, Longo, ragazzi che si stanno facendo notare all'Inter o altrove, denota il buon lavoro svolto dalla società nerazzurra nell'ambito giovanile. Spesso si crede che un vivaio sia utile solo se produce campioni. E' un'idea distorta del calcio, perchè un campione non lo si produce: lo si trova e basta. La bravura di un settore giovanile sta nel trovare talenti di spessore magari non mondiale (come possono essere quelli che ho citato) e trasformarli in giocatori utili per il proprio club, creando valore economico di fatto dal nulla e permettendo a una società di programmare i propri investimenti in modo più oculato, soprattutto in un periodo di crisi economica generale come quello attuale. L'Inter negli ultimi anni lo ha fatto: per chi se lo dimenticasse, giocatori come Pandev, Martins, Balotelli, Santon, Obi sono cresciuti nel settore giovanile nerazzurro e hanno lasciato (o stanno lasciando) il segno sia dal punto di vista tecnico (trofei italiani e internazionali) che economico (un complessivo di quasi 60 milioni di euro di plusvalenze). Chi può vantare un curriculum del genere in Italia, il cui calcio storicamente fa fatica a crescere i propri giovani?

17 dic 2012

Ezequiel Cirigliano

Poche settimane fa Pierluigi Casiraghi, responsabile degli osservatori nerazzurri, ha rivelato un piccolo segreto legato al proprio mestiere: quando si parte per andare a osservare un giovane talento, lo si guarda giocare soltanto alcune partite, altrimenti il rischio è quello di focalizzare l'attenzione sui difetti e non sui pregi. Se dovessimo descrivere Ezequiel Cirigliano per la prima impressione che ha lasciato nell'Argentina U-17 e all'esordio nel River Plate, diremmo che si tratta di un mediano completo, intelligente, tecnico il giusto e con idee molto chiare. Un po' carente dal punto di vista fisico, ma una dinamo piuttosto instancabile che sa farsi trovare nel posto giusto al momento giusto.

Tuttavia, a oltre due anni dalla prima partita con i Millonarios sotto la guida di Leo Astrada, Cirigliano è sceso in campo molte, moltissime volte e le impressioni iniziali hanno lasciato spazio a qualche significativa certezza, in positivo e in negativo. Arrivato alle porte della prima squadra con la nomea di nuovo Mascherano, il Ciri ha ben presto dimostrato di essere ben altro tipo di giocatore: mediano anche lui, ma non un "animale" (in senso buono) sradica-palloni con una personalità esagerata, bensì un giocatore molto più ordinato e... ordinario.
 
Angel Cappa, maestro di Pastore, diceva di lui: "Ho visto pochi giocatori con il tocco di Cirigliano e con la sua abilità nel distribuire palla". Un'investitura senz'altro importante, arrivata direttamente da uno dei portabandiera del Menottismo argentino, che ha trovato il momento di massimo splendore ai tempi dell'Huracan e del suo tiki-tiki, ma che non ha saputo imporre le proprie idee nel breve periodo alla guida della Banda. Da Astrada a Cappa, passando per JJ Lopez e Almeyda, il centrocampista classe '92 del River Plate ha messo in mostra un rendimento altalenante. Non ha mai saputo prendere per mano il centrocampo della squadra di Nunez e ha sofferto moltissimo i continui cambi di modulo e di compagni di reparto. Paradossalmente il suo rendimento è calato nel momento in cui gli è stato affiancato un accentratore di gioco come Leo Ponzio, leader del River Plate targato Matias Almeyda, che lo ha relegato ad un ruolo da gregario, costringendolo a dedicare molta più attenzione alla fase di non possesso e all'equilibrio di squadra.
 
Nonostante ciò, Cirigliano è ricercato da diverse squadre del Vecchio Continente e il prezzo abbordabile lo rende molto interessante in vista del mercato invernale di riparazione. Ma che tipo di giocatore si appresta a raggiungere l'Europa? Sicuramente non il nuovo Mascherano e nemmeno un simil-Xavi, ma un centrocampista dal fisico compatto, sveglio dal punto di vista tattico, con una buona predisposizione alla fase di non possesso e dall'interessante potenziale in quella di impostazione. Deve crescere molto nella velocità di pensiero al momento dell'organizzazione della manovra e, soprattutto, deve ritrovare freschezza e lucidità mentale lentamente smarrite in un River che negli ultimi anni non ha avuto alcuna identità di gioco. La personalità a livello giovanile non gli mancava, con la Banda l'unica prova tangibile è legata al fatto che qualche volta gli sia stata affidata la fascia di capitano, ma da uno come lui è lecito aspettarsi qualcosa di più a livello di leadership sul terreno di gioco.
 
Sei mesi agli ordini di Ramon Diaz non potrebbero che giovargli sotto tutti questi punti di vista e, se dovesse arrivare in Italia già a gennaio, avrà sicuramente bisogno di alcuni mesi di adattamento. Per questo motivo un suo approdo diretto in una squadra di vertice è da ritenere poco probabile.

Il problema è l'attacco

L'Inter ha dei problemi distribuiti di rosa ed è risaputo da Agosto.

Ma il vero scoglio delle ultime partite per la squadra di Stramaccioni è il rendimento dell'attacco.
Per quanto sia banale da dire, il reparto offensivo è il vero ago della bilancia che sposta i risultati, e per stessa ammissione di Stramaccioni il gioco dell'Inter punta a far segnare gli attaccanti (anche qui, la fiera del banale).
Visto però il tasso qualitativo e le mancanze organizzative o dinamiche del resto della squadra, spesso questo si riflette in una spaccatura netta, con la fase difensiva affidata a difesa e centrocampo, la fase offensiva principalmente all'attacco. Qui si trova la genesi del famoso tridente spensierato del tecnico romano, che si è trovato nella condizione di puntare tutto sui suoi uomini offensivi, specie quando in emergenza, sperando che in qualche modo la risolvessero loro. La qualità degli uomini davanti, unita alla loro capacità di tener palla, creare gioco e segnare per mascherare i problemi collettivi.

Quando l'Inter ha avuto rendimento in termini di gol, assist, ma anche solo movimento da Palacio, Milito e Cassano (tirando le somme tra infortuni e beghe contrattuali, tutto l'attacco) sono arrivate vittorie anche di spessore. Quando loro tre si sono persi sia singolarmente che a livello di reparto l'Inter non è quasi mai riuscita a superare l'ostacolo.

Esemplificazione massima di questa dicotomia, nonchè sliding door assoluta della partita, il gol sbagliato da Milito contro il Cagliari.







13 dic 2012

Una vittoria inaudita


Il San Paolo torna a vincere un titolo che mancava dal 2008 strappando la Copa Sudamericana all'eroico Tigre di Gorosito. 
Il Tricolor era semplicemente strafavorito dal primo giorno, grazie a una rosa che in Sud America ha davvero pochi rivali. In Argentina ha sofferto per la fisicità degli avversari e soprattutto per l'espulsione a inizio partita di Luis Fabiano, che ha di fatto troncato la manovra offensiva. Nel ritorno in Brasile ha dominato per 45 minuti, con accelerazioni spettacolari e due gol col forte marchio del partente Lucas, che è riuscito a regalare alla sua squadra una gioia prima di trasferirsi al PSG.
Il Matador dal canto suo è stata l'assoluta sorpresa della manifestazione. Una squadra poco quotata che ha saputo esaltarsi in Copa, puntando su organizzazione, garra, difesa, calci piazzati e l'estro di Ruben Botta. Finchè si è giocato a calcio, non hanno avuto niente da invidiare a nessuno, cullando il sogno della prima vittoria in oltre 100 anni di storia.

Purtroppo i discorsi calcistici vanno archiviati in fretta visto quanto successo al Morumbì.
Nessun appassionato di calcio può parlare tranquillamente di vittoria del San Paolo.
La Copa è stata assegnata dopo aver giocato solo 45 minuti (risultato 2-0 per i padroni di casa, con gol di Lucas e Osvaldo), ufficialmente per il rifiuto dei giocatori del Tigre di tornare in campo dopo la pausa di fine primo tempo. Non un gesto di protesta per l'arbitraggio di parte o motivi di gioco, un gesto inevitabile e forse doveroso visto quanto denunciano i giocatori argentini.
Facendo un passo indietro, tutto nasce dalla rissa accesasi sul finire del primo tempo, una classica situazione di gioco duro, con un espulso per parte e molti giocatori impegnati a far valere le proprie ragioni. La situazione è poi degenerata negli spogliatoi.
Il primo a evidenziare la gravità della situazione è stato il tecnico Nestor Gorosito. Non è chiaro lo svolgimento degli eventi. In Brasile dicono che i giocatori argentini abbiano cercato di entrare nello spogliatoio avversario, mentre in Argentina parlano di aggressione subita, prima dagli addetti alla sicurezza dello stadio (che già nel riscaldamento avevano creato problemi agli ospiti) e poi dalla polizia, con tanto di pistole sfoderate e puntate verso i giocatori. Le foto di calciatori e membri dello staff feriti, come anche di macchie di sangue sulle pareti già circolano in rete, e non possono che far male al calcio.
Al minimo, un grave problema di sicurezza che non è un bel biglietto da visita in ottica Brasile 2014. E non c'è rivalità o importanza della partita che tenga. 

Il San Paolo ha festeggiato in casa con la sua gente, dimostrando pochissima sensibilità.
Ma una simile macchia su una finale difficilmente passerà inosservata.


7 dic 2012

River Plate: tra giovani e mercato


Ha ancora da timbrare la prima presenza sulla panchina dei Millonarios in campionato, ma l'effetto-Ramon si sta già facendo sentire da giorni. Il tam tam mediatico scatenato dal ritorno di Diaz sulla panchina della Banda ha fatto impazzire giornali, programmi radio e tv, blog, forum e social media. Torna Andrés D'Alessandro, anzi no, voci dal Portogallo dicono di Aimar in rotta con il Benfica, Ricky Alvarez fatica in Italia e tornerebbe in Argentina a nuoto e il Rolfi Montenegro ha chiuso l'avventura messicana con l'America. Un tornado di notizie, scoop, indiscrezioni e decine di ipotetiche formazioni per il River che si presenterà ai blocchi di partenza del Final 2013. Ma realisticamente, cosa ci aspetta?
 
Per diversi motivi è difficile fare probabili nomi in entrata: le condizioni economiche del club di Nunez e dell'Argentina in generale non sono rosee, il mercato non è ancora ufficialmente iniziato e l'AFA sta ancora decidendo il numero di possibili acquisti che le squadre potranno effettuare. D'Alessandro, Aimar e Saviola sono i soliti sogni proibiti dei tifosi che fanno pensare ai tempi d'oro ormai lontani, ma tutti e tre, chi per un motivo, chi per un altro, sono difficilmente raggiungibili e lo stesso Ramon Diaz ha recentemente escluso il loro arrivo. Tra gli altri nomi fatti in questi giorni i principali sono quelli di Ricky Alvarez, Demichelis, Montenegro, Formica e Teo Gutierrez. Impossibile fare previsioni, ma ciò che sembra certo è che con ogni probabilità il River si muoverà per un trequartista, un esterno sinistro e un difensore centrale.
 
Il mercato in uscita sembra essere già delineato e la notizia principale è la cessione ormai imminente di Rogelio Funes Mori. Da più parti si parla di un'offerta di una squadra italiana che si aggira attorno agli 8M di € per l'80% del cartellino. Il club in questione, salvo sorprese, dovrebbe essere il Napoli, alla ricerca di un vice-Cavani. Non un perdita grave per i Millonarios, perchè in fondo il Mellizo non ha mai fatto quel salto di qualità necessario per fare la differenza nella massima serie argentina e i limiti sono rimasti quelli di un tempo: scarsa intelligenza tattica, poca freddezza in zona gol, totale incapacità di giocare sul filo del fuorigioco e idee poco chiare in molte situazioni di gioco. Da definire invece il futuro di Manuel Lanzini, rientrato rigenerato dal prestito in Brasile, l'enganche classe '93 non ha mai avuto la piena fiducia di Almeyda ed è stato costantemente schierato fuori posizione. Probabile che Ramon gli dia una chance, ma non è da escludere un suo ritorno in Brasile.
 
In attesa di scoprire le strategie in entrata, ci sono da segnalare alcuni talenti delle Inferiores della Banda che, nel prossimo semestre, potrebbero entrare nel giro della Prima Squadra in pianta stabile. In difesa, dopo i gravi infortuni di Maidana, Ramiro Funes Mori e dell'ottimo Pezzella (finalmente ha ottenuto la fiducia che da tempo meritava), uno dei principali candidati all'esordio è Espindola, centrale del 1992 dotato di buon piede, senso della posizione e una leadership innata. In mezzo al campo hanno recentemente debuttato Augusto Solari, (cugino dell'Indiecito Santiago), Kranevitter e Cazares: mezz'ala tecnica e di classe il primo, mediano preciso e ordinato il secondo, mentre il terzo è un trequartista colombiano. In rampa di lancio, oltre a loro, c'è Facundo Quignon, metronomo mancino apprezzatissimo da Matias Almeyda, mentre una possibile sorpresa potrebbe essere Carreras, centrocampista classe '95 che da tempo fa parlare di sè dalle parti di Nunez. Nel reparto offensivo c'è semplicemente l'imbarazzo della scelta.
 
Difficile sapere su chi punterà Ramon Diaz per sostituire il partente Funes Mori, ma i principali candidati alla "promozione" sono Luis Vila ('92), Federico Andrada ('94) e Lucas Pugh ('94). Anche qui un outsider potrebbe essere Giovanni Simeone, il figlio del Cholo, ma è ancora molto giovane e deve ancora trovare continuità in Reserva. Simeone Jr gode già di discreta popolarità, a livello giovanile è un bomber implacabile e ha messo in mostra un repertorio estremamente completo. Tuttavia è doveroso segnalare i due talenti interessantissimi che giocano al suo fianco e hanno contribuito alle sue fortune: Tommy Martinez e Juan Cruz Kaprof. Di loro due sentiremo sicuramente parlare: il primo è il classico trequartista sudamericano dotato di tecnica sopraffina e intuito fuori dal comune, l'altro è una seconda punta velocissima e imprevedibile, lo trovi in qualsiasi parte del campo, segna e fa segnare.

3 dic 2012

Lazar Markovic, il fenomeno serbo



Ci sono talenti, nel calcio, che ti lasciano negli occhi un bagliore particolare. Il capo osservatori delle giovanili dell'Inter, Pierluigi Casiraghi, lo dice spesso: "Nel giudicare un giovane non bisogna pensare troppo, spesso la prima impressione è quella più veritiera". Parole sante, mi verrebbe da dire. E poche volte posso dire di essere rimasto colpito da un giovane come nel caso di Lazar Markovic.

Lazar nasce il 2 marzo 1994, in una cittadina a 150 kilometri da Belgrado. Ad appena 12 anni viene notato dagli scout del Partizan, squadra della capitale. Da allora è un'ascesa continua: il 29 maggio 2011, ad appena 17 anni, esordisce nella Super-Liga Serba; l'11 luglio firma il suo primo contratto da professionista; primo gol ufficiale il 13 agosto 2011; vince il premio come miglior giocatore del Partizan a fine 2011; esordisce in Europa il 13 luglio 2011 in un preliminare di Champions. Per non parlare del suo cammino nelle selezioni nazionali serbe: a 15 anni esordisce nell'U17; con un salto pazzesco passa subito in U21 e a pochi giorni dal suo diciottesimo compleanno debutta addirittura in nazionale maggiore. Un cammino incredibile.

Ma che giocatore è Lazar Markovic? Ho avuto il piacere di vederlo finalmente in diverse partite di fila (almeno 5) nel campionato serbo e mi sono fatto una prima impressione. Il ruolo che ricopre attualmente nel Partizan è quello di esterno d'attacco, di solito partendo dalla sinistra. In realtà, guardando attentamente i suoi movimenti, si può notare come abbia una spiccatissima tendenza a svariare su tutto il fronte offensivo scambiando abilmente posizione con i compagni, non dando alcun punto di riferimento ai difensori avversari e dando opzioni di scarico ai compagni. La sua duttilità lo rende ideale per il suo allenatore in quanto dalla trequarti in su può ricoprire praticamente qualsiasi ruolo, escluso quello del centravanti. La qualità che balza agli occhi è sicuramente la sua velocità palla al piede: quando ha un millimetro di campo, diventa praticamente un fulmine ed assolutamente imprendibile sia sul breve che sul lungo, un qualcosa che, credetemi, io non vedevo dai tempi del giovane Messi. Un'altra sua specialità è l'assist, il filtrante, che scaturisce dalla grande visione di gioco di cui è dotato e da un tocco di palla assolutamente sopraffino: non è un caso che i primi passi li abbia mossi da trequartista. Sa giocare di sponda con i compagni (in particolare, ottima l'intesa con il centravanti Mitrovic) e scambiare nello stretto. Il repertorio di Markovic è assolutamente completo.

Quali sono quindi i difetti del giovane serbo? Come tutti i giovani, anche Lazar ha i suoi punti deboli. Quello più scontato è una certa discontinuità nell'arco della partita: può far passare le pene dell'inferno agli avversari anche per 45 minuti interi, ma può anche rendersi abbastanza impalpabile negli altri 45. Questo è un difetto piuttosto comune a tutti i giovani di questa età se non anche più grandi (lo noto spessissimo anche in giocatori di 21-22 anni), avrà tempo di lavorarci. Questo non significa però che non si sappia spendere anche in fase di ripiegamento: una mano al suo centrocampo e al suo terzino la da sempre. Il limite tatticamente più evidente è senz'altro la tendenza a tentare sempre l'uno contro uno: non c'è momento in cui non prenda palla e vada incontro a qualche avversario; tante volte il dribbling gli riesce, molte altre ancora no, deve ancora capire a fondo i momenti in cui è necessario saltare l'uomo rispetto a quando magari risulta preferibile scaricare il pallone su un compagno. Deve anche imparare ad essere più cattivo in alcuni movimenti, soprattutto nei tagli senza palla dall'esterno, che potenzialmente sarebbero un'arma letale per un giocatore così veloce, mentre Lazar preferisce attendere pigramente il pallone o accentrarsi piuttosto che dettare un passaggio. Questi senz'altro però sono limiti fisiologici se si pensa che parliamo di un 18enne che ha il potenziale dei numeri 1. Dategli un po' di tempo per maturare tatticamente e fisicamente e si prenderà la scena del calcio per i prossimi 10-15 anni. Sperando che magari inizi a farlo dal campo nerazzurro di San Siro

27 nov 2012

Il nuovo (e probabilmente ultimo) Boca di Falcioni

Avevamo lasciato il Boca quasi un semestre fa a leccarsi le ferite dopo la finale di Libertadores persa e un finale di campionato gettato al vento. Falcioni ha passato mesi a mettere insieme i suoi cocci, trovando una quadratura grazie a esperienza, coraggio e qualche compromesso. Il tempo è servito all'allenatore per trovare un modulo e per scegliere i suoi referenti.
Probabilmente non basterà a salvargli la panchina, ma dopo le vittorie contro San Lorenzo, Velez e Racing il Boca è tornato a fare paura.

Il problema del modulo nasce dall'addio (ma forse è un arrivederci) di Juan Roman Riquelme.
Il 4-3-1-2 su cui la squadra ha costruito le sue fortune aveva senso solo con lui. Si pensava potesse essere il momento per el Pochi Chavez, Falcioni ha provato anche altri trequartisti, ma non è stato mai pienamente soddisfatto da nessuno. Progressivamente è quindi tornato verso il suo modulo preferito, il 4-4-2 in linea.
Avendo di fatto rinunciato a trovare un erede a Roman nel suo ruolo, bisognava trovare i giocatori adeguati al nuovo schema. La rosa del Boca infatti non presenta esterni da 4-4-2, ma solo giocatori adattabili. La quadratura è nata da un mix tra i nuovi giovani emergenti e la vecchia guardia.

Il modulo si regge sulla verticale Orion(una sicurezza)-Schiavi(eterno finchè gioca)-Erviti(uomo di Falcioni per eccellenza,tornato al suo ruolo)-Silva(la garra personificata), tutti uomini d'esperienza.
Fondamentale è l'apporto dei giovani Guillermo Pol Fernandez e Leandro Paredes a centrocampo, esterni rispettivamentea destra e a sinistra. Il primo, classe '91, è giocatore più tattico e di corsa, classico esterno di fascia con buon piede, progressione, e una garra da segnalare. Il secondo è semplicemente il miglior talento emergente del calcio argentino, l'erede designato di Riquelme nelle idee degli xeneizes. Enganche più che ala, si sta adattando sorprendentemente alla fascia sinistra, mettendo in mostra tanta tecnica, capacità tattica, personalità e una facilità di calcio rara. Ha segnato 4 gol nei due clasicos contro San Lorenzo e Racing, è quasi un predestinato ed è appena un '94. Insieme a loro el Pichi Erbes ha recentemente strappato il posto da titolare a Somoza in mezzo al campo come fido scudiero del Mago Erviti. Classe '90, è un centrocampista difensivo con ordine e buone letture tattiche, che sta crescendo in fiducia e voglia di fare. Potrebbe avere margini tecnici ancora inesplorati.
Diverso il caso di Juan Sánchez-Miño, altro classe '90 tra i principali protagonisti dello scorso semestre. Lui era già un titolare per Falcioni sulla fascia sinistra, come ala o terzino, ma è stato bloccato dagli infortuni. Giocatore con un mancino educatissimo, una capacità tattica forse unica e grande senso dell'assist, potrebbe in futuro rivelarsi come erede di Erviti come interno o centrocampista centrale, soprattutto in ottica europea. Ha infatti più capacità di creare gioco che spunto da uomo di fascia, in ogni caso ne sentiremo parlare.
E' tornato ultimamente a farsi vedere anche Nicolas Colazo, ennesimo classe '90 perseguitato negli anni da infortuni. Ala mancina di intensità e buono spunto, si sta sacrificando anche come terzino per servire la causa, ma almeno è tornato in campo.

La parola fine al mandato di Falcioni probabilmente sta nelle dichiarazioni di Riquelme, che si è detto pronto a tornare in campo per il suo Boca, cosa ormai impossibile con l'attuale allenatore in panchina. Si ritirerà Schiavi e andranno fatte scelte precise di modulo e uomini per evitare di ricadere nel periodo nero pre-titolo 2011.
Ma intanto il Boca non crolla e ha gli uomini da cui ripartire.


19 nov 2012

L'inutilità delle idee senza applicazione

Il calcio è l'unico "grande" sport a rifiutare con costanza e fermezza, lustro dopo lustro, l'uso dei più svariati mezzi tecnologici per aiutare l'operato dell'abitro (o degli arbitri).
Da Blatter a Platini questa è l'unica certezza storica e condivisa: no alla tecnologia. Senza una motivazione precisa al di là della solita retorica sul fatto che gli errori suscitano polemiche e le polemiche sono il sale del calcio o che i direttori di gara sono uomini, hanno diritto di sbagliare e quindi non è giusto processarli in diretta.

L'ultima invenzione della premiata coppia è stata l'introduzione degli arbitri di porta. Due fischietti in più col compito specifico di "sorvegliare" l'area e la linea di porta, sfruttando anche una visuale favorevole.
Approfitto per chiarificare che i soggetti in questione sono appunto arbitri. Non una figura specificamente formata stile guardalinee o un riciclo dei guardalinee stessi. Arbitri, con conoscenza del regolamento e amenità varie, riciclati in un ruolo diverso un pò sullo stile del quarto uomo, che possono aiutare il primo fischietto sulle questioni più spinose e decisive in quanto suoi "pari", anche per esperienza di direzione e personalità.

Premetto che l'idea in se non è sbagliata. Di 15-20 anni in ritardo, ma sostanzialmente giusta. Due arbitri in più a fare il loro lavoro vedono di sicuro meglio, specie in aree molto affollate in cui succede di tutto. Sempre per tornare agli altri "grandi" sport di squadra, avere più arbitri che poi hanno un riferimento principale e discutono dei singoli casi è la norma, magari da un pò prima del 2012.
Il problema è che la sua applicazione, relativamente al campionato italiano di Serie A, è completamente fallimentare. Completamente. Senza appello. I pochi interventi azzeccati (ricordiamo Orsato allo Juventus Stadium, che si è beccato in testa di tutto nell'indifferenza generale) finiscono nel mare di errori macroscopici impossibili da non vedere per chi è messo in quella zona di campo apposta. O è totale incapacità o mancanza assoluta di personalità e dialogo che squalifica completamente il ruolo. La terza via è Calciopoli, e lasciamo perdere.
In ogni caso c'è un problema grave nell'inserimento e nello sviluppo dell'arbitro di linea nel sistema calcio in Italia.
Purtroppo dubito che interessi risolverlo.

15 nov 2012

Derive tedesche

Parlando di nazionali, la Germania è da anni un modello sia per gioco che per capacità di puntare sui nuovi talenti. Mancano i risultati per l'opposizione della dittatrice Spagna, ma l'idea è precisa e ben delineata.

Tuttavia l'amichevole Olanda-Germania (finita 0-0 per la cronaca) ha fatto cogliere un concreto rischio di esasperazione del modello di gioco tedesco, pur considerando la tara di un contesto agonisticamente limitato.
La formazione iniziale vedeva in campo Höwedes, Hummels, Mertesaker e Lahm in difesa, Gündoğan, Lars Bender, Holtby, Götze, Thomas Müller e Reus tra centrocampo e attacco. Tutti centrocampisti, tutti giovani, tutti capaci di fare un pò tutto.
Un'idea di calcio senza riferimenti offensivi di alcun genere, sostenuta da un possesso palla continuo, lento, orizzontale, alla ricerca di scambi stretti.

Qualcuno ha detto che ricorda veramente troppo la Spagna?



13 nov 2012

Limiti della rosa e riserve

A causa di continui problemi l'Inter si trova improvvisamente a fare i conti con l'ampiezza della sua rosa. Facile in questi casi parlare dell'inadeguatezza delle riserve, ma il discorso ha un'angolazione leggermente differente.

Analizziamo la situazione.
Per il reparto difensivo, ci sono ben 4 centrali indisponibili su 6 in rosa. Ranocchia, Samuel, Chivu, Bianchetti sono rispettivamente titolare, titolare, semi-titolare in rotazione se mai fosse stato disponibile, giovane aggregato che fa numero da ultima ruota del carro e si è rotto proprio quando poteva trovare spazio. Rimangono Silvestre e Juan Jesus di ruolo con Cambiasso adattabile.
Fortunatamente non si riscontrano infortuni dei 4 terzini in rosa.
Per il centrocampo, come spesso detto la rosa ha evidenti limiti numerici. Dei mediani puramente difensivi (Mudingayi e Gargano) uno ha subito un doppio infortunio. Dei senatori Cambiasso riesce a giocare sempre mentre Stankovic è indisponibile fino a data da destinarsi. Dei centrocampisti più offensivi Guarin si è infortunato, Alvarez è disponibiile quanto in crisi di identità, Coutinho e Sneijder sono infortunati da tempo, ma più o meno prossimi al rientro. Si aggiungono i giovani, con Obi ancora fermo ai box e gli aggregati (principalmente Duncan e Benassi) disponibili. Per rimpolpare il reparto si possono adattare gli esterni difensivi. Settimana scorsa in Primavera si è rivisto Mariga al rientro dopo l'operazione ai legamenti, potrebbe addirittura rivelarsi utile.
Per l'attacco tutti i giocatori di ruolo sono disponibili. Ricordiamo che sono solo 4, Milito-Cassano-Palacio-Livaja e spesso ultimamente hanno giocato titolari 3 di loro praticamente senza cambi a disposizione.

Per quanto la rosa dell'Inter abbia dei limiti di costruzione, nessuna squadra è fatta pensando di ovviare a 10 assenze condensate in due reparti.
Inevitabile quindi che cambi la prospettiva quando si parla di riserve, che se sono riserve c'è un motivo e se sono riserve delle riserve ancora di più. Soprattutto se vengono inserite all'improvviso in un contesto di squadra quantomeno pericolante.

12 nov 2012

Il dilemma di Lucas Viatri

Il Boca di Falcioni sta arrivando alla fine del suo ciclo. A Dicembre scade il contratto dell'allenatore più discusso d'Argentina e non si vede la minima prospettiva di rinnovo. Cambierà lui e con lui tutto il Boca, che ricordiamo lo stesso Falcioni salvò da una crisi durata tanto, troppo tempo.
Con l'allenatore, cambieranno i giocatori.
Tra questi, Lucas Viatri si trova in una fase della sua carriera decisamente peculiare.

Il numero 9 del Boca considera probabilmente chiusa la sua parentesi xeneise. Almeno questo sembra dire il suo atteggiamento sul campo.
Ha aspettato per tanto tempo la sua occasione e il ritiro di Palermo sembrava il trampolino di lancio definitivo. La maglia numero 9, la titolarità dopo tanti, troppi anni vissuti all'ombra di un idolo tanto ingombrante. Poi l'infortunio, che di fatto ha cambiato tutto.
Nel tutto però è anche il caso di parlare del modo di giocare di Viatri. Nell'ambiente è sempre stato considerato l'erede del Titan Palermo e lo si collocava naturalmente al centro dell'attacco.
Giocando, Lucas ha avuto un'evoluzione diversa. Un pò per caratteristiche tecniche, un pò per necessità da quando è arrivato Tanque Silva, un pò (oggi) per fare i capricci.
Ha sempre avuto il fisico della prima punta, si è scoperto avere anche una tecnica molto raffinata. E un gusto per la giocata più da Riquelme che da Palermo. Combinazione interessante quanto pericolosa.
Così ha progressivamente cominciato a pensare più alla rifinitura che alla conclusione. Il suo raggio d'azione si è ridotto, il numero dei gol è crollato e il rapporto con Falcioni è andato perduto.

A Gennaio potrebbe decidere di tentare l'avventura europea.
La domanda è: cosa farà da grande questo ragazzo classe '87?.



9 nov 2012

Un altro Uruguay?

Forse, finalmente, Tabarez ha capito che la sua nazionale ha bisogno di una revisione al motore.

Per l'amichevole del 14 Novembre contro la Polonia ha convocato i seguenti giocatori:
MUSLERA, Fernando (Galatasaray – Turquía)
SILVA, Martín (Olimpia – Paraguay)
LUGANO, Diego (Paris Saint Germain – Francia)
GODIN, Diego (Atlético de Madrid – España)
COATES, Sebastián (Liverpool – Inglaterra)
CÁCERES, Martín (Juventus – Italia)
AGUIRREGARAY, Matías (Cluj – Rumania)
ARÉVALO RÍOS, Egidio (Palermo – Italia)
GARGANO, Walter (Internazionale – Italia)
EGUREN, Sebastián (Libertad – Paraguay)
GONZALEZ, Álvaro (Lazio – Italia)
PEREIRA, Álvaro (Internazionale – Italia)
RODRIGUEZ, Cristian (Atlético de Madrid – España)
RAMIREZ, Gastón (Southampton – Inglaterra)
LODEIRO, Nicolás (Botafogo – Brasil)
CASTRO, Gonzalo (Real Sociedad – España)
CAVANI, Edinson (Nápoli – Italia)
SUAREZ, Luis (Liverpool – Inglaterra)
STUANI, Christian (Espanyol – España)
Nulla di rivoluzionario se non per l'assenza del suo referente assoluto Diego Forlan. 
Senza mettersi a fare gli schizzinosi sui sostituti (Stuani non vale un decimo di Santiago Silva o el Loco Abreu, per dire) e tenendo ben presente che è solo un'amichevole infrasettimanale pressochè inutile forse per l'Uruguay c'è luce in fondo al tunnel. 

Sperando che sia un inizio, suerte Maestro!

4 nov 2012

Il nodo è nel taglio

Per un motivo o per l'altro l'allenatore dell'Inter Andrea Stramaccioni si trova sempre al centro di dispute semantiche di rarefazione unica nel calcio.
Sarà che perdere tempo ad analizzare come o perchè un allenatore con una trentina di panchine (non in Serie A, ma in carriera coi grandi) sia in grado di sollevare la squadra nerazzurra dalle macerie del 2011/2012 trovandole una nuova identità sfruttando alchimie tattiche, dialettica, empatia con giocatori e tifosi, preparazione fisica, uomini vecchi e nuovi, giornalisticamente non interessa a nessuno. O forse mancano competenze e onestà intelletuale per farlo.
Dovendo spostare l'attenzione ci si butta sugli aggettivi qualificativi. Il gioco è appiccicare un'etichetta a questa squadra che in molti vorrebbero vedere sprofondare. Parlare nel dettaglio di calcio annoia, gli elogi non son cosa. Un aggettivo di sintesi, di uso comune e facilmente trasmissibile a tutti è decisamente più comodo e veloce, ma soprattutto deresponsabilizza. Non va spiegato perchè ha un significato in se e può mantenere quel minimo di ambiguità da dico/non dico.
 Le parole sono ampiamente interpretabili a seconda del contesto, del tono, del taglio che si vuole dare alle cose. Ed è proprio il taglio di certe aggettivazioni che ha fatto scattare Stramaccioni.

Lui dice di essere permaloso e molti commentatori concorderanno, ma a me sembra semplicemente uno che tiene a veder riconosciuto il suo lavoro sul campo.
Nel suo metodo nulla è lasciato al caso, tutto è peparato e studiato. Per questo non si arrende alle semplificazioni, specie quando nascondono quel pizzico di malignità che parlando di Inter ci sta sempre. Di conseguenza risponde, senza mai essere offensivo o andare fuori dai binari consentiti.

30 ott 2012

Nota su Ricky Alvarez

Tralasciando il discorso tecnico, la carriera di Ricky Alvarez fino a oggi presenta un'anomalia più unica che rara.

Essendo nato a Benos Aires nel 1988, a quasi 25 anni dovrebbe ormai essere nel pieno della maturità tecnico/tattica.
Al contrario di molti suoi coetanei però Ricky ha giocato veramente poco in carriera.
Le statistiche parlano di una cinquantina di presenze nel Velez, a cui si sommano le circa trenta nell'Inter.
Di fatto ha visto il campo solo nelle ultime due stagioni e mezzo.
Nemmeno 100 presenze ufficiali da professionista, una carriera ancora giovanissima.

29 ott 2012

Il ritorno del Superclasico

La partita delle partite è finalmente tornata in Argentina dopo un anno di stop forzato a causa del noto decadimento del River di ormai due stagioni fa. Tutti gli spettatori neutrali aspettavano con malcelata impazienza il ritorno del superclasico, partita unica e affascinante.
Probabilmente ne avrebbero fatto a meno le due squadre protagoniste visto il delicato momento in cui entrambe si trovavano. Il Boca con la rinuncia a Riquelme ha perso la sua anima e vaga alla ricerca di un'identità, pagando nei risultati. Il River di Almeyda principalmente lotta, conta sugli spunti individuali, vivendo un pò alla giornata, entrando ciclicamente in qualche crisi. Un derby tra nobili al momento decadute, che poteva significare rilancio o certificazione dei problemi.
Il risultato è stato interlocutorio.
River Plate - Boca Juniors 2-2 (2' Ponzio, 70'Mora; 75' Silva, 91' Erviti)
Partita vera, nervosa, decisamente argentina. Poco gioco, molto disordine.

Ai punti avrebbero meritato i padroni di casa. Più pericolosi, più incisivi, forse anche con più voglia di dimostrare qualcosa, e con la fortuna di andare in vantaggio subito su un errore grave quanto inaspettato del portiere avversario. Con un Trezeguet in condizioni appena presentabili, gli uomini guida della banda sono stati Leonardo Ponzio, Carlos Sanchez e Rodrigo Mora. Il primo è da sempre l'estensione sul campo del Pelado Almeyda, ha sbloccato la partita ed è stato l'unico a cercare un'idea di gioco dei 22 in campo. Il numero 8 si è caricato sulle spalle la squadra nel secondo tempo colmando da solo le enormi distanze tra i reparti, trovando anche l'ottimo assist per il gol del raddoppio. L'attaccante uruguaiano è stata invece scelta precisa dell'allenatore, che ha ripagato con una prestazione di infinita sostanza (leggi: garra charrua) condita da giocate di qualità come il gol del 2-0 che avrebbe dovuto chiudere i giochi. I numeri dicono che è un attaccante serio, probabilmente un sottovalutato pronto a esplodere.
Il River ha pagato nel finale una certa fragilità psicologica figlia di troppi risultati negativi del recente passato. Due gol sostanzialmente regalati dovuti anche all'inesperienza di alcuni interpreti della difesa. Una beffa decisamente amara.

Il Boca, dicevamo, è una squadra senz'anima.
Falcioni regolarmente rivolta la sua formazione, sia come modulo di partenza sia sfruttando i cambi, ma la risposta del campo è sempre la stessa. Tanta, troppa confusione, poche idee, nessuna identità. Soprattutto in fase offensiva manca qualcuno che prenda le redini della situazione, e in questo senso la grossa delusione è Lucas Viatri, sempre più corpo estraneo. In un contesto simile anche ottimi talenti come Paredes e Sanchez Mino faticano a mettersi in mostra.
L'unica certezza è la garra di Tanque Silva. Non a caso segna lui il rigore che riapre la partita e fa la sponda per l'inserimento di Erviti che vale il 2-2 a tempo scaduto. Il Mago è stato praticamente assente per 90 minuti, salvo poi presentarsi in area al momento decisivo. Il suo mentore Falcioni ringrazia, potrebbe avergli salvato la panchina.
Carattere da squadra esperta, singoli potenzialmente decisivi, ma in generale troppo poco. Non solo manca un'idea di gioco, non c'è nemmeno un modulo con dei punti di riferimento. Sembra di essere tornati alla grande crisi che ha preceduto l'era Falcioni. E a breve, dopo Palermo e Riquelme, si ritirerà anche il Flaco Schiavi...











18 ott 2012

La crisi di Tabarez

L'Uruguay del maestro Tabarez è stata la migliore realtà del calcio sudamericano degli ultimi anni. Esplosa a sorpresa nel Mondiale 2010 ha trovato nella Copa America 2011 la sua consacrazione attraverso una vittoria temporalmente molto attesa.
Da quel preciso momento, però, qualcosa è cambiato.

I semi della situazione attuale si trovano proprio all'inizio di quella trionfale Copa, che l'Uruguay ha vinto con una certa sofferenza nella prima fase. Il risultato, anche per l'eliminazione della favorita Argentina, ha cancellato tutte le difficoltà emerse, facendo forse sopravvalutare la condizione della celeste per il presente e l'immediato futuro a tutti, ma soprattutto al suo allenatore.
La crisi dell'Uruguay, iniziata con la delusione olimpica e proseguita con 3 sconfitte e 1 pareggio nelle ultime 4 partite di qualificazione ai Mondiali con 2 gol fatti e 11 subiti, nasce da motivazioni tattiche e scelte di uomini totalmente ascrivibili a Oscar Washington Tabarez.

Cominciando dagli uomini è evidente che il Mondiale 2010 segni in modo indelebile le scelte del ct nell'ossatura della squadra.
Diego Forlan è l'uomo di fiducia, il leader designato attorno a cui la formazione è costruita. La sua imposta titolarità è un peso per la squadra perchè la condiziona. Tabarez vede in lui il suo 10, l'organizzatore totale del gioco offensivo, perchè proprio su questo ha costruito i suoi successi. Peccato che del Pallone d'Oro del Mondiale sia rimasto giusto il ricordo per un declino fisico e tecnico che pare inarrestabile.
Questa scelta ha due conseguenze:
- i centrocampisti sono esclusivamente uomini di rottura col solo compito di appoggiare il pallone a Forlan. Se lui non riesce più a dare una regia alla squadra, tutto il gioco si blocca. I giocatori con più qualità (Lodeiro, Gaston Ramirez) sono seconde scelte schierate spesso per recuperare e sempre limitati da compiti difensivi.
- gli uomini offensivi corrono, letteralmente, attorno e per Forlan. Se Luis Suarez, a suon di gol, è riuscito a ritagliarsi un suo spazio, il vero sacrificato è Edinson Cavani. Il suo status di bomber internazionale fa si che il ct lo schieri spesso titolare, ma per "colpa" delle sue qualità atletiche e della sua propensione al sacrificio Tabarez lo dirotta regolarmente (vale a dire anche quando non gioca Forlan) in ruoli di fatica.
In un contesto molto confusionario (continua alternanza di nomi, formazioni iper difensiviste e iper offensive schierate non solo a distanza di pochi giorni, ma anche all'interno della stessa partita) lascia particolarmente perplessi la gestione di due talenti che rappresentano il futuro della celeste, Cavani e Gaston Ramirez.
Il numero 7 del Napoli viene schierato con costanza come esterno di centrocampo vero, chiamato a coprire tutta la fascia. Dire che è sacrificato vedendolo chiudere diagonali difensive nella sua area di rigore è poco.
L'ex numero 10 del Bologna viene schierato in ruoli sempre diversi (e tendenzialmente assurdi), con compiti spesso in antitesi con le sue caratteristiche. Si intuisce che Tabarez voglia puntare su di lui per età e talento, ma il maestro non sembra proprio in grado di sposare la necessità di lanciare un giovane con le sue esigenze.

Le scelte tattiche sono, per prima cosa, un riflesso delle scelte operate sui nomi.
L'idea originale era un 4-3-1-2 che durante la Copa America si è trasformato in 4-4-2 in linea ufficialmente a causa dell'infortunio di Cavani, in sostanza per permettere al solito biondo numero 10 di giocare qualche metro più avanti. Da trequartista non riusciva più a garantire l'intensità necessaria. Alvaro Gonzalez a destra e Alvaro Pereira a sinistra fornivano tutta la corsa e la fisicità che serviva a coprire il campo, Martin Caceres nell'inedito ruolo di terzino sinistro permetteva di schierare una difesa a 3 mascherata che limitava di molto i rischi.
Una soluzione contingente su cui Tabarez ha lavorato prima provando all'Olimpiade una difesa a 3 fissa per liberare offensivamente i suoi centrocampisti più "leggeri" e tecnici, poi in mancanza di risultati virando nuovamente su un 4-4-2 in linea per la nazionale maggiore. Alla luce delle ultime prestazioni, un modulo che non garantisce solidità nè permette di sfruttare il talento dei giocatori offensivi.

L'Uruguay è al momento prigioniero del suo recente e luminoso passato. 
La soluzione più immediata quanto drastica sarebbe la rinuncia al totem Forlan, che avrebbe come conseguenza un naturale ri-assestamento di tutta la formazione.
Tabarez avrà il coraggio di farlo da qui al 2014?

11 ott 2012

Prandelli perchè? parte seconda

Da quando il Pallone d'Oro si è fuso col Fifa World Player il prestigioso riconoscimento viene assegnato anche gli allenatori. I vincitori ad oggi sono stati nel 2010 Mourinho e nel 2011 Guardiola.

Nell'edizione 2012 tra i candidati ci sono anche sei allenatori italiani: Di Matteo, Mancini, Spalletti, Mazzarri, Guidolin e Prandelli.
I primi tre sono chiaramente in lista per le loro vittorie, Mazzarri e Guidolin per i risultati ottenuti con squadre non di primissimo piano. 
Stupisce la presenza di Prandelli. O meglio, stupisce in funzione dell'assenza di Antonio Conte.

Per cominciare Conte ha portato la Juventus da un ottavo posto a vincere il campionato senza sconfitte. Per quanto la qualità della Serie A sia calata, è sempre di più che dominare con record un girone di qualificazione contro Serbia, Estonia (arrivata seconda, a conferma), Slovenia, Irlanda del Nord e Isole Fær Øer.
Prandelli ha avuto il merito di portare l'Italia a una finale europea inaspettata (anche drammaticamente persa, ma è un altro discorso). Alla base di quel risultato c'è però il lavoro di Conte. Innanzi tutto negli uomini. Buffon è il capitano sia dell'Italia che della Juventus. La difesa di entrambe le squadre è costruita sulle capacità di Barzagli, col supporto di Bonucci. Pirlo non sarebbe mai stato il faro di Prandelli senza la cura Conte che lo ha totalmente rigenerato e Marchisio è il suo complemento ideale. Persino Giaccherini, elemento totalmente periferico alla Juve, trova in nazionale impiego costante.
Ancora più evidente è la dipendenza tattica. Se il ct ha potuto inventarsi di punto in bianco una difesa a tre all'esordio contro la Spagna è solo grazie al lavoro tattico dell'allenatore di Lecce, che in un anno ha portato la sua squadra dal 4-4-2 al 4-3-3 al 3-5-2. I giocatori già sapevano cosa fare, Prandelli ha solo attinto dal lavoro altrui.

Magari Conte non meritava di entrare nella lista. Ma il suo emulo ecumenico ed eticamente corretto ancora meno.

9 ott 2012

Questione di stadi

L'acquisto della Roma da parte degli americani ha portato molte novità a tutti i livelli della società.
Soprattutto un'idea di buisness chiara e strutturata, che punta a ottenere risultati economici importanti sulla base delle più moderne strategie di marketing. Idee tante, tempo da perdere poco.
Non a caso James Pallotta ogni tanto ribadisce la volontà di costruire un nuovo stadio di proprietà, santo graal assoluto del calcio di oggi, soprattutto per le società italiane.
Contemporaneamente l'istrionico Claudio Lotito va da anni parlando di un suo progetto per uno stadio tutto della Lazio, che diventi un punto di riferimento per i tifosi e soliti ammennicoli.
Desideri più che giustificati per le due squadre di Roma, specie in epoca di fairplay finanziario, legge sugli stadi permettendo.

Ma Roma non rischia di trasformarsi in una città di stadi in disuso?
Già oggi vi si trovano due strutture di una certa rilevanza. 
Il Flaminio è famoso per essere la casa del rugby, ma per lavori di ristrutturazione che dovevano essere già finiti e invece non ancora iniziati oggi è praticamente una cattedrale nel deserto. In aggiunta il Rugby Roma è praticamente scomparsa come squadra. Uno stadio da 30.000 posti in un'area da riqualificare, quindi senza alcun appeal, a cosa può servire?
L'Olimpico è ovviamente la casa (in affitto, essendo struttura di proprietà del CONI) di Roma e Lazio, oltre che momentaneamente del rugby vista la non disponibilità dell'impianto precedentemente citato. Uno stadio decisamente molto sfruttato, ma che diventerebbe di fatto inutile senza il calcio. L'impegno del rugby per il 6 Nazioni, ammesso rimanga in futuro, è infatti minimo (un paio di partite all'anno) e non si vedono altri eventi legati al CONI che possano giustificare una struttura a 70.000 posti, escludendo la finale di Coppa Italia (una partita).

Se i progetti di Lazio e Roma si concretizzassero, la città si troverebbe a ospitare ben quattro stadi di capienza significativa. Decisamente troppi.

1 ott 2012

Nuovi re

Si diceva a queste coordinate dell'importanza dell'imprimatur di Totti sul nuovo progetto Roma, che fa tanto rima con Zeman. Il capitano giallorosso sta effettivamente dando tutto quello che ha sul campo, giocando da esterno sinistro, sacrificandosi anche per quanto può, mettendo a referto al solito gol e assist. La Roma però fa decisamente fatica a ingranare e ottenere risultati.
La benedizione del suo 10 si pensava (o almeno, io lo pensavo) fosse abbastanza per concedere all'allenatore boemo un pò di credito nei momenti di difficoltà. Dopo la dolorosissima, per risultato e svolgimento, sconfitta con la Juventus a sorpresa si è alzata dal coro una nuova voce a contestare l'allenatore e l'andamento della squadra.

Daniele De Rossi, capitan futuro, il figlio prediletto di Roma appunto dopo Totti, ha parlato molto chiaramente. Non gli vanno bene i risultati, non gli va a genio di dover cambiare ruolo e correre per uno sconosciuto greco scelto da Zeman (Panagiotis Tachtsidis), non gli va bene che dopo una preparazione massacrante il lavoro non dia nessun frutto.
In breve, contesta Zeman e tutto il nuovo progetto Roma.

Ricordiamo che De Rossi è di fatto l'unico giocatore di spessore internazionale rimasto alla squadra della capitale. I suoi dirigenti lo sanno bene, e lo hanno pagato sulla loro pelle coi suoi capricci per il recente rinnovo a cifre da Roma dei Sensi.
Il giocatore sa di essere un lusso per la sua squadra. La novità è che scelga di farlo pesare.

Daniele De Rossi, di fatto, si è elevato al rango di nuovo re.

28 set 2012

Il dilemma Boateng

Kevin Prince Boateng è stata una delle sorprese assolute dell'ultimo campionato vinto dal suo Milan.

Facciamo un passo indietro. Prince arriva al Milan a 23 anni dopo aver girato 4 squadre diverse tra Germania e Inghilterra. Poco considerato, valorizzato a tratti, retrocesso col Portsmouth, trova una vetrina importante ai Mondiali 2010.
Dopo aver scelto il Ghana abbandonando la Germania con cui aveva fatto tutta la trafila delle giovanili Boateng disputa una competizione di gran livello in una delle squadre protagoniste del torneo, la migliore delle africane. Gioca addirittura da mediano difensivo, snaturando tutte le sue caratteristiche migliori, dimostrando testa e applicazione in misura sorprendente, specie per uno da sempre noto per il suo carattere particolare.
In quel momento il giocatore sembrava pronto a un salto di qualità decisivo, che doveva forzatamente passare anche per una crescita tattica notevole.
L'approdo al Milan però l'ha portato in tutt'altra direzione.

Calciatore fisico, molto intenso, con singoli colpi straordinari, ha trovato la sua collocazione ideale con Allegri, che lo ha sempre mandato in campo facendogli assecondare il suo istinto. L'allenatore livornese ha ritagliato per lui un ruolo molto libero, da trequartista/incursore, in cui KPB può senza vincoli sfogare la sua fisicità e il suo temperamento. Compiti tattici pochi, di gioco ancora meno vista la presenza pochi metri pià avanti di un accentratore assoluto come Ibrahimovic.
Zlatan però è partito per Parigi, e oggi si vede drammaticamente quanto Boateng soffra senza di lui, anche in termini nervosi, al netto di un numero di infortuni eccessivo e di un certo appannamento fisico. Naturale quindi parlare di nuova collocazione tattica per aiutare lui e la squadra.
Ci si dimentica che Boateng è stato già l'anno scorso arretrato di qualche metro come interno di centrocampo, con risultati interlocutori. Giocando più indietro soffre la lontananza dalla porta, il dover portar palla per più campo e in generale la sua anarchia tattica.

Il punto è semplice: il ragazzo tre anni fa aveva bisogno di un allenatore che lo facesse crescere tatticamente per incanalare al meglio il suo talento da centrocampista. Per tre anni è stato lasciato libero di correre per il campo senza alcuna consegna, se non quella di fare casino.
Oggi è difficile tornare indietro.




25 set 2012

Il ritorno di Funes Mori

Parlando di campionato argentino, in ambito europeo l'attenzione è tornata a focalizzarsi su Rogelio Gabriel Funes Mori, il numero 9 del River Plate, che al netto della retrocessione resta una delle squadre più mediatiche del continente.
Chi segue la Primera sente il suo nome da tre anni abbondanti. La domanda quindi viene spontanea: perchè questo ritorno di fiamma?

Il primo motivo sono le recenti prestazioni di GFM (nell'abbreviazione si usa la G di Gabriel,per distinguerlo dal gemello Ramiro). Con le cessioni di Cavenaghi, Dominguez e Ocampos è diventato un titolare fisso dei millionarios. Giocare in coppia con un monumento come David Trezeguet di sicuro gli toglie di dosso pressione e responsabilità, non a caso sono arrivati gol e buone partite. Un giovane attaccante del River Plate che segna finisce diretto sui taccuini di tutti gli osservatori. Vedere Radamel Falcao, per dirne uno.

Il secondo motivo è la convocazione di Sabella nella nazionale locale, evento in se non così significativo, ma che garantisce ulteriore esposizione mediatica, specie essendo la prima volta per lui con la maglia albiceleste.

Il terzo motivo è sicuramente l'età, perchè parliamo di un attaccante classe '91. Chi nn l'ha mai sentito dopo un paio di gol si fa una ricerca e ci costruisce una notizia. In più il ragazzo ha una storia particolare che contribuisce a fare personaggio. 

Dall'esordio da neo-diciottenne a oggi Rogelio non ha avuto vita facilissima. E' stato chiesto subito troppo a un ragazzo troppo giovane. Tra troppi errori e una retrocessione sanguinosa lui è sempre rimasto a casa River, ha lavorato e ha cercato di rispondere sul campo.
Che sia pronto a diventare qualcuno?




24 set 2012

La crescita di Juan Jesus

Tre indizi di solito fanno una prova, e dopo tre buone prestazioni si può iniziare a parlare di una nuova dimensione per Juan Jesus. Senza arrivare a gridare al fenomeno, il giovane difensore brasiliano ha dimostrato di aver fatto un salto di qualità abbastanza inaspettato per tempistiche.

Parlo di salto di qualità perchè chi ha visto Juan Jesus nel Brasile olimpico e Under-20 non poteva che avere delle riserve sul ragazzo e sulle sue effettive capacità difensive (basta vedere i 2 gol del Portogallo nella finale del Mondiale U-20). Ottimo fisico, buoni piedi, tatticamente tutto da costruire.
Non a caso nell'Internacional giocava prevalentemente terzino sinistro, per sfruttare corsa e progressione e mascherare i limiti in marcatura, soprattutto nel seguire l'uomo sul movimento. In nazionale invece sempre centrale, con tanta fiducia accordatagli da Ney Franco prima e Mano Menezes poi.

Giocare alle Olimpiadi è stato fondamentale sia per riprendere confidenza col campo (tra bisticci vari in Brasile e arrivo all'Inter aveva giocato veramente poco in stagione) sia per costruirsi personalità e credibilità. Malgrado un torneo non scintillante il ragazzo è di sicuro cresciuto, ed è tornato in nerazzurro rigenerato.
Stramaccioni, che in Primavera dopo 45 minuti lo spostò da centrale a terzino per evitare altri danni, deve averlo visto bene in allenamento e gli ha dato subito fiducia in Europa League. Partito terzino è passato centrale nel secondo tempo, sfoderando una perstazione tutta grinta, fisico e personalità sostituendo al meglio niente meno che Walter Samuel. Ha stupito tutti, per primo il suo allenatore.

Marca l'uomo soprattutto in uno contro uno, non ha paura di tentare anticipi e contrasti, è concentrato, riesce a gestire la palla in modo pulito senza eccessi. Ed è un '91.
Non è diventato il difensore perfetto, ma oggi è il difensore mancino più affidabile nella rosa.

21 set 2012

Rosa corta

Una rosa può rivelarsi corta anche quando a livello puramente numerico le alternative ci sono.
E' il caso dell'Inter di Stramaccioni, che per l'ennesima volta si trova a leccarsi le ferite perchè in crisi nel settore nervalgico della squadra, il centrocampo.

A inizio Agosto la situazione era chiaramente critica, e c'è stato un mese di mercato.
Ma i convocati di Inter-Rubin parlano chiaro.
Centrocampisti: 10 Sneijder, 14 Guarin, 19 Cambiasso, 21 Gargano, 31 Pereira;
Tradotto: un trequartista,tre centrocampisti di ruolo (in teoria tutti titolari in una mediana appunto a tre) e un jolly che fa un pò il ruolo in cui si trova, alla Zanetti (che completa questo elenco)

Almeno in Europa League, dove non figurano Alvarez e Duncan, la rosa a centrocampo è corta, se non cortissima (titolari contati, riserve solo giocatori adattati). Specie se tra gli assenti figurano ancora Obi e Mudingayi, gli unici due in grado di rimpolpare questa lista.

Non è un caso che al primo accenno di turnover le fragili fondamenta di una nuova Inter scricchiolino.

17 set 2012

L'Argentina e il problema Messi

Capisco che la cosa possa risultare paradossale. Uno dei migliori giocatori del mondo, tanto prolifico, decisivo e vincente da scomodare nomi storici per i paragoni, un problema per la sua nazionale.
Eppure è evidente che gli ultimi commissari tecnici (Batista prima e Sabella ora) le stanno provando tutte per ritagliare un ruolo in campo a Lionel Messi.

Il problema, come accade spesso, è a monte. Per la precisione nel fatto che il Messi del Barcellona con la camiseta albiceleste si è visto solo a livello giovanile (cioè quando era tutt'altro giocatore). In nazionale maggiore non è quasi mai riuscito a replicare le gesta a cui ha abituato gli osservatori in maglia balugrana, fatta eccezione per qualche isolato exploit.
Per dare due numeri, con l'Argentina è a 28 gol in 73 partite. Numeri anche buoni per un 10, non fosse che nel Barcellona ha un curriculum da 261 in 335, per una media quasi doppia ottenuta includendo anche gli anni in cui era più giovane e segnava meno (altrimenti sono 219 in 225).
Di conseguenza da quando Messi ha acquisito lo status di top assoluto (approssimativamente dal 2008/2009) il principale problema dei suoi allenatori di casa è stato quello di portarlo ai vertici di rendimento che ha nel club. Con risultati più o meno scarsi.

Questo dilemma è diventato evidente a tutti in Copa America, quando Batista provò a schierare Messi da falso 9, cioè unica punta, cercando di replicare il 4-3-3 del Barcellona con risultati a essere buoni interlocutori. Fu massacrato dalla critica e per macinare qualche risultato fu necessario tornare a un 9 vero, Gonzalo Higuain, con Messi a destra. Ma, sempre a causa dei gol che continuavano ad arrivare col club, era evidente che la cosa non andasse bene.

Sabella oggi ha cambiato l'identità tattica dell'Argentina, schierando un 4-2-3-1 in cui il riferimento offensivo è Higuain e dietro di lui si muovono tre mezzepunte.
Messi agisce dietro il numero 9, più o meno da rifinitore/incursore, per cercare di trovare un compromesso tra la sua esigenza, o meglio volontà, di fare la punta vera e l'impossibilità di replicare l'impianto unico del Barcellona.
I risultati? Ad oggi così così, con qualche gol in più da Leo, ma anche dell'evidente insofferenza per l'impossibilità di mettere in campo il suo vero gioco. Si trova infatti più lontano dalla porta e senza i grandi architetti catalani è più dura muovere il pallone.

Avesse scelto la nazionalità spagnola staremmo parlando di tutt'altro.

9 set 2012

Lucas come Ronaldo?

La voce di Roberto Calenda si aggiunge a tante altre sentite nel corso dell'estate secondo cui l'Inter per Lucas aveva un progetto che andava ben oltre il mero lato tecnico/sportivo. Un'operazione di marketing a 360°grazie al coinvolgimento della Pirelli per mettere il ragazzo sotto i riflettori come si deve, sulla scia di quanto già realizzato nel lontano 1998 con Ronaldo.
 Un'idea meritoria in un periodo difficile per il calcio italiano, un buon modo per coinvolgere un giovane talento al di là dei soliti zeri sugli assegni.

Resta un però grande come una casa.
Il Ronaldo del 1998 aveva in comune col Lucas del 2012 giusto il fatto di essere brasiliano.
Il Fenomeno in carriera vantava 47 presenze e 44 gol col Cruzeiro, 57 e 54 col PSV, 49 e 47 col Barcellona. Arrivava all'Inter come miglior giocatore del mondo a soli 21 anni e la forza dei numeri dalla sua. Anche in nazionale brasiliana (parliamo di nazionale maggiore, niente giovani) aveva già segnato 24 gol in 34 presenze. Uno score a dire poco impressionante.
Lucas oggi si presenta con 27 gol in 105 presenze al San Paolo e 1 in 17 di nazionale maggiore.
Per forza di cose, un profilo nettamente più basso. Confermato dal suo futuro approdo in Ligue 1.

Andiamoci piano con certi accostamenti. 

4 set 2012

Super Atletico Madrid, parte seconda

Nemmeno i più accaniti tifosi colchoneros avrebbero immaginato di ripetere lo storico doblete europeo del 2010.
Invece nel 2012, dopo solo due anni, la seconda squadra di Madrid ha demolito Athletic Bilbao e Chelsea con un doppio 3-0 portandosi ancora a casa Europa League e Supercoppa Europea, confermando la tradizione che vede la vincitrice del secondo trofeo europeo trionfare anche a Montecarlo negli anni pari.

Curiosamente anche questa impresa è partita col cambio di allenatore. Diego Pablo Simeone è infatti arrivato a Dicembre per risollevare una squadra in crisi di risultati.
Nel corso del tempo è riuscito a plasmare una formazione organizzata ed equilibrata, il cui gioco è sublimato dalle fenomenali prestazioni del suo bomber, uomo simbolo e trascinatore Radamel Falcao (non a caso autore di 5 gol nelle due partite), perfettamente supportato da Adrian Lopez e Arda Turan, talento del calcio turco diventato giocatore di intelligenza rara, per il gioco offensivo, protetti difensivamente da un centrocampo tatticamente abile a coprire gli spazi, ma anche a palleggiare una volta in fase offensiva.

Squadra solida e pericolosa per chiunque, come ha ben scoperto il Chelsea del povero Di Matteo, che in soli 45 minuti si è trovato a concedere più palle gol a Falcao che al Barcellona in tutti i 180 più recupero.
Con questa doppia conferma a Madrid inizia anche a brillare la stella dell'Atletico.

Il collezionista

Ogni tanto ci si dimentica che Josè Mourinho è uno straordinario vincente.
Non un vincente, uno straordinario vincente. Ed è per questo che è diventato famoso, non per il teatro.

Con la vittoria della Supercoppa di Spagna ha completato un altro pezzo della sua collezione.
Tra Porto, Chelsea, Inter e Real Madrid ha vinto tutti i titoli nazionali (coppe, supercoppe e campionati) di Liga portoghese, Premier League, Serie A e Liga spagnola, per un totale di 17 trofei in 10 stagioni.

Un curriculum da conquistatore.

3 set 2012

La fine dell'Inter del triplete

Ma sarebbe meglio dire la pietra tombale sul ciclo Inter post Calciopoli, quindi uno status quo durato circa 7 stagioni.
La sconfitta con la Roma ha decretato, definitivamente, lo scollamento dell'Inter del presente e del futuro, cioè l'Inter che spera di avere Stramaccioni, da tutti i più grandi simboli delle recenti vittorie. Certamente le basi sono state gettate nella scorsa disastrosa stagione, ma ora si può chiaramente vedere che qualcosa è finito per sempre.

Il passaggio è semplice quanto doloroso.
Se l'anno scorso le prestazioni di certi giocatori passavano più o meno inosservate perchè senza picchi di sorta, nè positivi nè negativi, in una specie di gioco a nascondersi, oggi le debolezze e i limiti sono sotto la luce del sole. Sbugiardati praticamente da ogni giocatore che passa, sia uno sconosciuto rumeno o una vecchia volpe come Francesco Totti. La costante sono i risultati negativi, tremendo monito ricorrente e logorante.

Si può far ostinatamente finta di non vedere, ma il campo ha già emesso il suo verdetto.
Per rivedere la luce è imprescindibile voltare pagina.
Con tutta la gratitudine del mondo per il passato, ma una nuova speranza per il futuro.

28 ago 2012

Nota su Giuseppe Rossi

Giuseppe Rossi, di sicuro uno dei principali talenti espressi dal calcio italiano nelle recenti generazioni, è l'uomo simbolo del Villarreal e da sempre una forte attrazione di mercato per molti club. Da quando la sua squadra è retrocessa il suo nome ogni tanto fa capolino per via del prezzo favorevole.
Peccato però che nelle discussioni si marginalizzi il punto chiave della vicenda, cioè la situazione clinica di Pepito.

Il suo calvario, perchè di questo parliamo, inizia il 26 Ottobre 2011, con la rottura del legamento crociato e conseguente operazione che lo tiene fuori fino ad Aprile 2012. Poco meno dei canonici 6 mesi necessari per tornare ad allenarsi.
Però il 13 dello stesso mese, dopo nemmeno due settimane, lo stesso ginocchio ha nuovamente lo stesso problema, e questa volta richiede due operazioni sul legamento già ricostruito. Tempi più lunghi con una previsione di circa 9 mesi per la riabilitazione prima di tornare ad allenarsi. Parliamo di circa metà Febbraio 2013, magari Marzo.

A quella data Rossi però verrà sostanzialmente da due anni di inattività e tre operazioni allo stesso ginocchio. Una situazione che, come minimo, richiede tempo per ritrovare fiducia, condizione fisica e vincere la paura di un nuovo stop.
Prendere Rossi oggi è un investimento a lunghissimo termine (se tutto va bene, sarà in condizioni decenti per l'inizio della stagione 2013/2014) che richiede un anno di cure e attenzione massima nella gestione del rientro (con la possibilità concreta di non poterlo schierare in impegni ufficiali).
Senza nemmeno menzionare l'ipotesi che il nuovo legamento non regga più ritmi agonistici, qualcuno è veramente disposto a una scommessa simile o è più semplice lasciare la patata bollente al Villarreal?

25 ago 2012

Un cambio per scelta

Antonio Cassano è da sempre tanto famoso in positivo per il suo talento quanto in negativo per il suo carattere, che ha portato a coniare il termine cassanate per definire i suoi eccessi.

Viene praticamente da sola l'equazione Cassano all'Inter-cassanata che ha portato alla rottura col Milan, perchè nei suoi trasferimenti passati c'è sempre stato un elemento caratteriale decisivo.
A Roma, da giovane, successe di tutto malgrado il grande affetto che lo legava a Totti (fino a un certo punto, poi rapporto in caduta libera) e a Capello.
A Madrid praticamente Cassano non l'hanno mai visto, c'era solo il fratello fissato con le merendine e le cameriere che faceva le imitazioni del suo allenatore (sempre Capello, suo principale sponsor tra i galaticos che stavolta si è visto tradito).
La Samp lo aveva rigenerato e gli aveva dato l'amore della sua vita, conosciuta proprio a Genova e nonostante sembrasse aver raggiunto una certa maturità (anche per l'approssimarsi dei 30 anni) in un momento di follia per motivi nemmeno troppo importanti ha ricoperto di insulti Garrone distruggendo un equilibrio fantastico.

Quindi il Milan. Ma è proprio qui che manca qualcosa.
Manca la cassanata. Qualunque di qualunque gravità.
"Se sbaglio al Milan sono da rinchiudere in manicomio" diceva Antonio alla sua presentazione, ben consapevole del suo modo di essere, della sua carriera e dell'occasione che aveva davanti. E non ha sbagliato.
Antonio nell'altra squadra di Milano ha semplicemente giocato, venendo eletto da Ibrahimovic suo partner preferito regalando in cambio gol, ma soprattutto assist. Il problema al cuore l'ha tagliato fuori per gran parte dell'ultima stagione, questo fa sbiadire i ricordi e lascia spazio a dubbi.
Ma di Cassano al Milan non si ricordano polemiche, litigi con chiunque, espulsioni, gesti plateali. Di nessun genere. Solo un preciso sfogo durante gli Europei (che ha giocato da titolare, e anche qui nessun problema) riguardo la possibile cessione di Thiago Silva. Un pensiero comune a tutti gli osservatori del calcio a ogni livello, ma che nessuno osava dire ad alta voce. Come del resto gran parte delle cose che Cassano dice.
Tutto qui.

Lungi da me pensare che adesso, all'improvviso, sia cambiato e abbia raggiunto la pace interiore. Per Peter Pan è impossibile crescere veramente. Certe cose sono il suo istinto e gli rimarranno dentro per sempre. Del resto, sarebbe tanto normale e noioso senza.
Ma Cassano questa volta non è stato mandato via. Ha scelto con coscienza la sua strada. Per motivi personali e sportivi. Senza alzare la voce nè fare capricci che tutti potessero notare.
Ed è già un cambiamento.

11 ago 2012

Delusioni olimpiche, finale

Il Brasile di Menezes, favorito assoluto per l'oro, collassa sul peso di tutti i suoi limiti proprio nella finale contro il piccolo Messico, che si conferma realtà in crescita del calcio internazionale.

Il Brasile era la vera e propria corazzata di queste Olimpiadi.
Una struttura di giocatori under 23 fortissima, da nazionale maggiore, con 3 fuoriquota scelti accuratamente dal ct per dare ancora più spessore e personalità a una rosa che definire superiore alle altre è un eufemismo. Squadra completa negli 11 titolari e anche nelle riserve, per non farsi mancare nulla.
Ma per tutto il torneo c'era qualcosa che nn quadrava. Vittorie si, gol si, ma sempre con qualche errore di troppo, qualche sofferenza di troppo. Troppi gol subiti in particolare, anche dagli sconosciuti in inferiorità numerica (Honduras).
Un'impressione generale di mollezza e distrazione ben incarnata dalle prestazioni del capitano nonchè giocatore dal maggiore status, Thiago Silva. Lui che in Italia non può essere criticato per decreto ha disputato un torneo totalmente negativo, sotto ogni punto di vista. L'ombra del giocatore tanto voluto da Leonardo ed elogiato oltremisura a ogni controllo di palla.
Tanto tuonò che piovve.

In finale tutti si aspettavano che il Brasile avrebbe vinto nonostante i suoi limiti.
Magari anche facilmente, trascinato dai vari Neymar (50 milioni di valutazione), Oscar (30 e passa pagati dal Chelsea), Hulk (100 di clausola rescissoria), Leandro Damiao (35 facili), o dalle riserve Pato (24 milioni pagati 5 anni fa) e Lucas (44 milioni). Giocatori offensivi che tanto fanno sognare i tifosi e sono stati la vera forza del Brasile in questa Olimpiade, perchè capaci di segnare giocando da soli.
Invece ha prevalso l'organizzazione difensiva e la voglia di lottare del piccolo Messico. Privo, per di più, del suo giocatore più forte Giovani dos Santos. Sembrava la vittima sacrificale perfetta, ha condannato i verdeoro al loro terzo argento, dopo il bronzo di Pechino, regalando una pagina di storia del calcio.

Menezes è partito con una scelta che è sembrata subito azzardata. Alex Sandro (trezino sinistro del Porto) ala davanti a Marcelo, Hulk in panchina. Schieramento più fisico e di contenimento per favorire il possesso palla e bloccare il centrocampo tricolor.
Idea sconfessata al minuto 30, col Messico già in vantaggio e una sterilità offensiva rara.
Hulk, per quanto decisamente poco brillante in tutto il torneo, per la sua sola presenza impegna e allarga le difese, senza di lui Neymar e Damiao sono stati surclassati dai difensori messicani. Non a caso il Brasile ha iniziato a tirare fuori la testa, non trovando il gol per errori generali e la serata decisamente spenta sia di Neymar (raramente così impreciso nelle giocate) che di Oscar (incapace di accendere la luce). Damiao fondamentalmente non ha visto palla.
Il Messico si è difeso e ha organizzato le sue ripartenze verticali, trovando una traversa, un gol annullato per fuorigioco kilometrico e il calcio d'angolo del raddoppio. Il Brasile è andato avanti arruffando azioni, cercando dribbling e soluzioni troppo personali. Non a caso l'inutile gol del 2-1 è arrivato a tempo scaduto su una giocata verticale.
Azione simbolo della confusione dei brasiliani è il disimpegno difensivo in cui Rafael cerca uno scambio di tacco con Juan Jesus, regalando palla agli avversari. Poca presenza mentale, arroganza, scarsa comprensione del gioco del calcio. Che il suo compagno (pure più giovane) sia andato a parlargli a muso duro è il minimo (il capitano dov'era?).

Menezes trova la seconda grande delusione sul suo personale percorso verso i Mondiali di casa, mentre il Brasile ancora una volta vede sfuggirsi quell'oro che tanto manca.
Ancora più della Copa America, questa Olimpiade voleva essere l'anello di congiunzione tra le vittorie delle giovanili (Sud Americano Under 20, Mondiale Under 20) e la creazione definitiva della base per la nazionale futura.
Al di là dei nomi, il ct deve lavorare su tattica e gioco di squadra. Tutto troppo improvvisato in attacco, tutto troppo disorganizzato in difesa. Serve inoltre un'iniezione di carattere e voglia, perchè questa squadra tende a essere superficiale e a piacersi troppo.
Impensabile e ad alti livelli rischiosissimo. Come dimostra l'oro del Messico.

2 ago 2012

Delusioni olimpiche

Uruguay e Spagna sono le prime grandi eliminate dall'Olimpiade.
Entrambe volevano vincere per dimostrarsi all'altezza di qualcosa: la Spagna under dei fratelloni bicampioni europei e mondiali in carica, l'Uruguay dei suoi due ori '24 e '28.
L'eliminazione è stata netta e decisamente dolorosa.

La roja è riuscita nell'impresa di non segnare nemmeno un gol in tre partite (Giappone-Honduras-Marocco), mettendo in luce tutti i limiti della loro idea di calcio e facendo intuire che, forse, il ricambio generazionale sarà traumatico anche per loro. Non che manchi il talento, come dimostrano altre vittorie a livello giovanile, ma non si vive di soli passaggi orizzontali.
Juan Mata, fresco campione d'Europa con club e nazionale, non è riuscito a dare alla squadra la leadership e il fosforo che avrebbe dovuto. Anche per lui un'occasione persa per imporsi nella Spagna.

La celeste voleva fare un'altra importante iniezione di fiducia in vista dei Mondiali in Brasile (dove vinse nel '50), dopo il quarto posto in Sudafrica e la vittoria in Copa America. Tanto più che aveva vinto le due edizioni dei giochi a cui aveva partecipato, entrambe disputate prima della creazione dei Mondiali di calcio e quindi a questi assimilate. Torna a casa con un risultato che deve far riflettere il maestro Tabarez sul suo modello di gioco, troppo povero dal centrocampo in giu, troppo affidato alla verve dei giocatori più offensivi. Senza Forlan si sente eccessivamente l'assenza di qualcuno in grado di impostare l'azione, e il biondo è tutt'altro che eterno. La garra non può sopperire a tutto e i giovani non hanno gli occhi della tigre visti tanto spesso ai giocatori uruguagi negli ultimi anni.
Edinson Cavani ha deluso ancora una volta, ma ancora una volta è sembrato tanto, troppo sacrificato, nemmeno lontanamente nelle condizioni ideale per esprimere il suo talento.

1 ago 2012

Inter di Agosto

In controtendenza rispetto al luogo comune, il calcio di Agosto per l'Inter sarà decisamente calcio vero, con ben due turni a eliminazione diretta di Europa League da sostenere (terzo preliminare e play-off).
La partita di andata si gioca domani, e l'elenco dei convocati permette di fare una riflessione sulla rosa a un mese dalla chiusura del mercato.

Portieri: 1 Handanovic, 12 Castellazzi, 27 Belec;

Difensori: 4 Zanetti, 6 Silvestre, 23 Ranocchia, 25 Samuel, 26 Chivu, 33 Mbaye, 42 Jonathan, 55 Nagatomo;

Centrocampisti: 10 Sneijder, 14 Guarin, 16 Mudingayi, 19 Cambiasso, 24 Benassi;

Attaccanti: 7 Coutinho, 8 Palacio, 22 Milito, 88 Livaja.

-tra i giocatori di movimento i giovani in rosa sono pochi, tre promossi dalla Primavera (Mbaye, Livaja, Benassi) e Coutinho, 4 nomi su 17 (20 convocati meno i 3 portieri).
-7 nomi su 17 sono gli over 30.
-Ranocchia è l'unico giocatore in una fascia di età tra i 20 e i 24 anni.
-sono stati convocati tanti portieri quanti centrocampisti centrali, considerando che Benassi è un '94 con più esperienza in Berretti che in Primavera.
-considerando Coutinho un attaccante "esperto", ci sono anche tanti attaccanti quanti portieri visto che Livaja è un '93 che con l'Inter non ha ancora esordito.
-in compenso figurano tra i convocati 4 difensori centrali e 4 terzini (tutti destri).

Chiaramente siamo ai primi di Agosto e c'è un mese di mercato davanti, ma le lacune principali sono evidenti:
-i centrocampisti sono poco affidabili. Il reparto che in assoluto ha sofferto di più nella scorsa stagione è stato rimpolpato (rinforzato pare eccessivo) solo da Mudingayi, a fronte però della perdita di Poli. Obi, Alvarez (che centrocampista ad oggi non è), Duncan (altro Primavera promosso), Stankovic e Mariga sono fuori per infortunio. Cambiasso nelle amichevoli è sembrato in sofferenza come tutto l'anno scorso e la preparazione non regge per niente come alibi. In pratica bisogna accendere un cero a San Fredy Guarin e sperare che eventuali adattati (Jonathan, Zanetti) tirino fuori jolly a ripetizione.
-l'attacco ha solo Milito ('79) come punta centrale vera, e Palacio ('82) come unico altro attaccante con un minimo di esperienza in generale. Longo ('92) e Livaja ('93) per quanto talentuosi sono scommesse, talenti alla ricerca anche di un ruolo preciso.
-in tutta la rosa non si vede nemmeno un esterno offensivo di ruolo. Tanti sono stati adattati con risultati alterni.

Il campo ci darà qualche indicazione in più.

20 lug 2012

Due sintomi

Come corollario al precedente post, due eventi di mercato recentissimi che esemplificano come l'Italia abbia perso il suo posto calcistico nel mondo e che via dovrebbe intraprendere.

  • Ibrahimovic e Thiago Silva al Paris Saint Germain
Difficile trovare un trasferimento più mediatico di questo. Un pò (anzi tanto) per il teatrino messo su da mesi da tutto l'establishment rossonero, un pò per lo spessore dei nomi coinvolti. Ancora una volta a prescindere da soldi, bilanci e numeri vari, è il concetto che conta.
Il Milan, club più titolato al mondo secondo i loro calcoli, 7 Champions, ricchi premi e cotillon vende il numero uno e il numero due della rosa (e praticamente gli unici due che contavano qualcosa) a una squadra che sostanzialmente fino all'anno scorso è vissuta nell'anonimato (due campionati vinti, un Intertoto, una Coppa Coppe) e gioca pure in uno dei pochi campionati europei considerati ancora inferiori alla Serie A. Segno totale di resa economica, massimo indicatore possibile della necessità di cambio immediato di forma mentis.
Un giorno o l'altro poi Leonardo ci spiegherà come mai sia capace solo di venire a comprare in Italia gonfiando a dismisura le cifre (c'è da ringraziarlo perchè è uno dei pochi a portarci soldi, ma fossi quello che gli paga lo stipendio due domande le avrei), ma è un altro discorso.

  • Luuk de Jong al Borussia Mönchengladbach
Luuk de Jong è uno dei principali talenti messi in mostra dal calcio olandese negli ultimi due anni. Col Twente ha vinto un campionato e messo a segno nell'ultima stagione 25 gol giocando (finalmente) da terminale offensivo della squadra. Talento vero, interessante per completezza tecnica, ceduto per 15 milioni di euro al Borussia bianco, quello meno famoso, arrivato quarto nell'ultima Bundesliga e quindi ai preliminari di Champions League.
Sul prezzo si può discutere (per un classe '90 con 119 presenze e 59 gol nel Twente mi pare cifra onestissima), ma importante è ancora il concetto.
La quarta forza del campionato (
che già di suo conta su dei talenti fatti in casa) per rinforzarsi punta su un elemento giovane già rodato in un campionato "minore", senza paura e con la prospettiva di impiegarlo realmente. Quante volte succede in Italia? A mio avviso troppo poche.




Note a parte su Ibrahimovic:
- Maxwell a Gennaio scorso si è trasferito al PSG. A questo punto non può essere un caso. Due anni lontani sembravano decisamente già troppi
- per la seconda volta dopo l'Inter 2009/2010 si parla di dargli la maglia numero 10 e lui se ne va senza nemmeno vederla

18 lug 2012

Geografia calcistica

L'intero movimento calcistico italiano, a tutti i possibili livelli e per tutte le possibili estensioni, non ha ancora capito la dimensione in cui è entrato a partire dal 2010 (data spartiacque abbastanza comoda e precisa).
Si dicono mezze frasi, si parla di conti e bilanci, ma il punto non è ancora chiaro. Si continua a ragionare secondo canoni che ormai non appartengono più alla realtà italiana perchè abituati a ragionare così da troppi decenni e percepire il nuovo status quo è difficile e soprattutto doloroso.

I bilanci sono solo una parte del problema. Certo grave, perchè anche qui le società italiane hanno fatto più o meno come gli pareva per i suddetti decenni (Lazio, Roma, Parma, Fiorentina, Napoli e svariate decine di società minori ne sanno qualcosa) e crearsi di botto un nuovo marketing mix per società che fatturano (o dovrebbero fatturare) centinaia di milioni di euro non è facile nè immediato. Non a caso la tecnica più sfruttata è la stessa dello stato italiano, la spending rewiew. Si fa prima a tagliare certi costi che non a crare nuove entrate. Quindi si, c'è una generale arretratezza finanziaria rispetto alle società di calcio moderne, ma è solo un aspetto del problema.

L'indicatore preciso del ridimensionamento è dato dal ranking UEFA (di cui non a caso si parla dal 2010). L'italia occupa la quarta posizione, dietro Spagna, Inghilterra e Germania, ma è molto più vicina alla quinta e sesta posizione (Portogallo e Francia) che non alla terza.
Da questa graduatoria si capisce cosa non è più il calcio italiano, ma crede ancora di essere, e cosa si deve sforzare di diventare, scrollandosi di dosso snobbismo e pregiudizi.

I soldi li hanno le spagnole e le inglesi. Come li hanno avuti le italiane per vent'anni. Infatti li spendono più o meno a volontà e stanno indiscutibilmente al top, fallimenti di stati/banche permettendo. Possono avere problemi di debiti, ma come fatturato stanno a un altro livello.
La Germania piuttosto. Patria di quella Bundesliga guardata con scherno che invece ora è, a mio avviso, l'emblema assoluto del calcio moderno.
Il calcio tedesco è in forte crescita sia tecnica che economica. Partito dal basso ha colto in anticipo le direttive fondamentali per competere anche economicamente, col vantaggio rispetto alla Serie A di essere un campionato "povero", quindi con ingaggi generalmente limitati.
Stadi moderni a misura di tifoso, squadre con un'idea di gioco finalizzata a segnare e vincere più che a non perdere e soprattutto rose giovani, con giocatori pescati sia dai vivai che in giro per il mondo, senza paura di lanciarli nel calcio che conta. Il Borussia Dortmund è ovviamente la massima incarnazione di tutto questo, le sue recenti vittorie la conferma della bontà del progetto.

L'Italia si trova a metà del guado, prigioniera dei suoi fantasmi.
Per come sono andate le cose da sempre, ci si aspetta che i top club puntino a nomi altisonanti, spendendo in lungo e in largo. Ci si continua a stupire delle cessioni illustri e dei mancati arrivi, ma il calcio italiano sta pagando la sua arretratezza. Un campionato poco mediatico, poco pubblicizzato e poco visto all'estero, pochi risultati nelle coppe europee, stadi vecchi senza pubblico, campi disastrati, scandali a scadenze regolari, sistemi protezionistici di amicizie che chiudono molti margini di affari, assenza di protezione legale sui marchi e di possibilità di costruire. Una serie di problemi che una volta sarebbe stata coperta da assegni più generosi, che però ora non si possono più staccare.
In più si presenta la storica ritrosia del nostro calcio nel dar fiducia ai giovani. In Italia si considera giovane un calciatore di 25 anni, altrove ha già una carriera consolidata. Soprattutto nei top club (al netto dell'assenza delle squadre B, non da poco) è difficile vederli esordire, quando succede è spesso per eventi straordinari (vedi Marchisio che gioca nella Juve solo grazie alla retrocessione, come ammesso da lui stesso), e ci si scontra con lo scetticismo diffuso di tifosi e addetti ai lavori.
Inoltre c'è poca attenzione ai giovani dei campionati esteri meno pubblicizzati, che spesso finiscono altrove per cifre contenute. Occasioni perse per arricchire di talento una Serie A sempre più povera e con sempre meno prospettive.

La Serie A deve abbandonare il paradigma calcistico che l'ha accompagnata per decenni, facendo suo il modello tedesco, entrando nell'era moderna del calcio.
Bisogna puntare davvero sui giovani, essere intelligenti, avere idee, scovare i giocatori giusti ovunque, avere coraggio e convinzione. Togliersi di dosso l'arroganza, parlare di miglior campionato del mondo, guardare solo al nome dei giocatori, giocare nelle coppe anche quando non sono in ballo i grandi guadagni.
In una parola puntare sul calcio, quello vero