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13 nov 2017
Il Brasile ha vinto i Mondiali 2018
Tite è liberissimo di fare tutti gli scongiuri noti agli stregoni brasiliani e anche altri a sua discrezione, ma l'eliminazione dallo spareggio dell'Italia di Ventura, oltre a rappresentare il punto più basso del calcio azzurro dal 1958, parla chiarissimo: il Brasile può solo vincere i prossimi Mondiali.
Il fallimento dell'Italia ha infatti una portata che travalica la "semplice" storia per ergersi a una vera e propria sfida al destino. Dal 1970 l'Italia aveva una cadenza regolare in termini di finali, sconfitte e vittorie. Parliamo di un arco temporale di quasi quarant'anni, quindi ben oltre la coincidenza. Tutto finito un freddo lunedì del novembre 2017 a San Siro, e ora il destino dovrà riannodare i suoi fili.
Ma passiamo al Brasile.
Già prima la storia parlava: finale con l'Italia e vittoria. Ora non c'è più l'ostacolo azzurro, quindi diventa più semplice.
Ma andiamo oltre. Nel 1958, anno come detto della prima e fino ad oggi ultima assenza dell'Italia dalla massima competizione per selezioni nazionali, indovinate un po' chi si portò a casa la coppa Rimet? Bravi, il Brasile guidato da Pelé (e Garrincha e gli altri straordinari 10 del tempo), che riusciva a sconfiggere la maledizione del '50 trovando il suo primo titolo.
Dettaglio amaro: i Mondiali del '58 si giocavano in Svezia, e proprio contro la squadra di casa i brasiliani giocarono e vinsero la finale.
Volete un'ultima coincidenza, così impegnate la casa alla più vicina agenzia di scommesse?
L'edizione precedente a quella svedese, vale a dire quella del 1954, era stata vinta dalla Germania. Non serve che vi ricordi i campioni in carica datati 2014.
29 giu 2015
Copa America 2015, i quarti
Generali
Allenatori argentini: su quattro allenatori in semifinale, quattro sono argentini. Sarà un caso, ma il movimento argentino evidentemente produce tecnici di livello, almeno in relazione al Sudamerica. Quattro tecnici con curriculum diversi, ma tutti capaci di dare un'impronta chiara alla propria squadra.
Il Perù: ok, doveva superare "solo" la Bolivia, ma lo stesso arriva in semifinale con una bella dimostrazione di forza. Gareca ha messo in campo la squadra per giocare e vincere, e il cambiamento non è affatto facile come sembra. In più uno dei suoi uomini chiave (Lobaton) era squalificato. Ennesima testimonianza del gran lavoro dell'allenatore, e di un'applicazione straordinaria dei ragazzi peruviani, protagonisti per la seconda Copa consecutiva.
Il Paraguay, bestia nera del Brasile: il Paraguay ha eliminato il Brasile in due edizioni della Copa consecutive. Sempre ai rigori, ma la notizia c'è lo stesso anche vista l'evidentissima disparità di mezzi (anche al netto della crisi tecnica del Brasile). Basta poco per creare un complesso e far nascere una rivalità inversa rispetto a quella che tutti penserebbero. Il Paraguay all'opposto del Cile, praticamente.
La Colombia: si è già detto praticamente tutto, ma meglio ribadire. Sono arrivati alla Copa del tutto svuotati e hanno fatto praticamente scena muta. Unici protagonisti la sorpresa Murillo, un ritrovato Zapata e un Ospina miracoloso contro l'Argentina. Bisogna rifondare.
Il Brasile: la colpa sarà anche di Dunga, ma il materiale continua a rivelarsi limitatissimo. Neymar finchè ha giocato ha fatto la differenza, esattamente come un anno fa, ma fino a che livello può bastare? Se molla persino Thiago Silva rimane veramente poco a cui aggraparsi. Scelte non facili per il futuro prossimo, e la CBF non è che sia proprio un organismo illuminato già di suo.
Arbitri: decisamente non il meglio di questa Copa, e in generale non il massimo per l'immagine del continente. Almeno due partite (Cile-Uruguay e Colombia-Argentina) gestite decisamente male. Sono arrivate squalifiche successive e sospensioni, ma la credibilità è andata a farsi benedire.
Delinquenza: conseguenza diretta dell'assenza di arbitraggio, si sono viste allegre scazzottate in campo, per lo più impunite. Dalle entrate a martello alle scivolate a forbice fino alla famosa provocazione di Jara ogni partita ha regalato il suo momento di gloria.
Singoli
Tata Martino: l'Argentina è probabilmente la favorita assoluta del torneo, ma questo vale per quasi tutte le edizioni. L'approdo in semifinale non era scontato quanto sembra, e Martino sta provando a dare una sua impronta, vedere il tridente piccolo e Pastore a centrocampo. Dove non arriva la tattica, ci pensa il talento (o la fortuna, scegliete voi). Sarebbe anche finalista uscente visto il secondo posto col Paraguay quattro anni fa.
Di Maria: schierato da esterno sinistro del tridente non convince. Qualità nel cross e negli scambi di sicuro, ma una perenne sensazione di vederlo limitato, sia come spazi che per la possibilità di andare solo a sinistra. Nel secondo tempo con la Colombia è sparito dal campo. Sembra intristito, ma parliamo di un valore aggiunto fondamentale per l'Argentina.
Guerrero: l'uomo più atteso del Perù, nonchè capocannoniere uscente della Copa, risponde presente proprio nel momento migliore. Una tripletta alla Bolivia per el Depredador, che conferma il suo status sudamericano di cannoniere in una prova a tuttotondo, fatta anche di difesa del pallone, personalità e qualità nel giocare la palla. I difensori cileni, non esattamente dei colossi, sono avvisati.
Vargas: in Italia è percepito come un ex giocatore (con ottimi motivi), nel Perù è ancora uno dei leader, tecnici ed emotivi. Il meglio che produce il Perù parte dal suo mancino, in un ideale triangolo estremamente qualitativo con Cueva e Guerrero. Gli manca il gol, il Cile farebbe bene a evitare di regalargli punizioni.
James: dalle stelle alle stalle. Un anno fa era mister ottanta milioni, oggi sarebbe mister ottantamila lire. L'eliminazione della Colombia non è colpa sua e il contesto non l'ha aiutato minimamente, ma lui non ha regalato nemmeno uno spunto degno del suo talento e della sua fama. Contro l'Argentina ha avuto anche sul sinistro l'occasione per vincere la partita, ma ha deciso di non tirare. Non un bellissimo segnale.
Ospina: contro l'Argentina semplicemente insuperabile. Tre parate insensate che hanno portato la gara ai rigori, dove non è riuscito a completare il miracolo. Sarebbe il terzo portiere dell'Arsenal...
Thiago Silva: spesso indicato come l'unica speranza presente e futura del Brasile, contro il Paraguay compromette la partita con un tocco di mano folle. Senza quel rigore non sono sicuro che i guaranì avrebbero trovato il pari, o anche solo tirato in porta. Mentalmente non sembra proprio al massimo, e succede da diversi mesi. Forse non è per caso che Dunga aveva scelto di metterlo in panchina.
Pekerman: un po' come ai Mondiali contro il Brasile, nella partita più importante decide di cambiare, azzarda e perde. Ma se ai Mondiali ha compromesso una squadra che funzionava, qui si è solo giocato il tutto per tutto sapendo di dover pescare un jolly. Un solo centrocampista e dentro tutti i corridori possibili dietro a Teofilo, l'unico apparso in forma. Dopo ventiquattro minuti ha alzato bandiera bianca.
Valdivia: il Mago è nettamente il giocatore più eccitante di questa Copa. Finalmente titolare, finalmente al centro del gioco, ad ogni partita ha regalato almeno venti minuti di qualità assoluta. Ha una visione del calcio totalmente diversa da tutti, ma in particolare rispetto ai suoi compagni e alle idee di Sampaoli. E va in campo esattamente per questo, sempre con la bacchetta magica. L'assist per il gol decisivo contro l'Uruguay è suo, ed è molto più difficile di quanto lo ha fatto sembrare.
Isla: con la maglia rossa è un giocatore. Presenza costante in fascia, macina una quantità impressionante di chilometri ed è uno de ricettori preferiti dei palloni verticali di Valdivia. Col suo terzo gol in nazionale si toglie la soddisfazione di portare il Cile in semifinale. Non segnava dal 2011. Uomo del destino?
Allenatori argentini: su quattro allenatori in semifinale, quattro sono argentini. Sarà un caso, ma il movimento argentino evidentemente produce tecnici di livello, almeno in relazione al Sudamerica. Quattro tecnici con curriculum diversi, ma tutti capaci di dare un'impronta chiara alla propria squadra.
Il Perù: ok, doveva superare "solo" la Bolivia, ma lo stesso arriva in semifinale con una bella dimostrazione di forza. Gareca ha messo in campo la squadra per giocare e vincere, e il cambiamento non è affatto facile come sembra. In più uno dei suoi uomini chiave (Lobaton) era squalificato. Ennesima testimonianza del gran lavoro dell'allenatore, e di un'applicazione straordinaria dei ragazzi peruviani, protagonisti per la seconda Copa consecutiva.
Il Paraguay, bestia nera del Brasile: il Paraguay ha eliminato il Brasile in due edizioni della Copa consecutive. Sempre ai rigori, ma la notizia c'è lo stesso anche vista l'evidentissima disparità di mezzi (anche al netto della crisi tecnica del Brasile). Basta poco per creare un complesso e far nascere una rivalità inversa rispetto a quella che tutti penserebbero. Il Paraguay all'opposto del Cile, praticamente.
La Colombia: si è già detto praticamente tutto, ma meglio ribadire. Sono arrivati alla Copa del tutto svuotati e hanno fatto praticamente scena muta. Unici protagonisti la sorpresa Murillo, un ritrovato Zapata e un Ospina miracoloso contro l'Argentina. Bisogna rifondare.
Il Brasile: la colpa sarà anche di Dunga, ma il materiale continua a rivelarsi limitatissimo. Neymar finchè ha giocato ha fatto la differenza, esattamente come un anno fa, ma fino a che livello può bastare? Se molla persino Thiago Silva rimane veramente poco a cui aggraparsi. Scelte non facili per il futuro prossimo, e la CBF non è che sia proprio un organismo illuminato già di suo.
Arbitri: decisamente non il meglio di questa Copa, e in generale non il massimo per l'immagine del continente. Almeno due partite (Cile-Uruguay e Colombia-Argentina) gestite decisamente male. Sono arrivate squalifiche successive e sospensioni, ma la credibilità è andata a farsi benedire.
Delinquenza: conseguenza diretta dell'assenza di arbitraggio, si sono viste allegre scazzottate in campo, per lo più impunite. Dalle entrate a martello alle scivolate a forbice fino alla famosa provocazione di Jara ogni partita ha regalato il suo momento di gloria.
Singoli
Tata Martino: l'Argentina è probabilmente la favorita assoluta del torneo, ma questo vale per quasi tutte le edizioni. L'approdo in semifinale non era scontato quanto sembra, e Martino sta provando a dare una sua impronta, vedere il tridente piccolo e Pastore a centrocampo. Dove non arriva la tattica, ci pensa il talento (o la fortuna, scegliete voi). Sarebbe anche finalista uscente visto il secondo posto col Paraguay quattro anni fa.
Di Maria: schierato da esterno sinistro del tridente non convince. Qualità nel cross e negli scambi di sicuro, ma una perenne sensazione di vederlo limitato, sia come spazi che per la possibilità di andare solo a sinistra. Nel secondo tempo con la Colombia è sparito dal campo. Sembra intristito, ma parliamo di un valore aggiunto fondamentale per l'Argentina.
Guerrero: l'uomo più atteso del Perù, nonchè capocannoniere uscente della Copa, risponde presente proprio nel momento migliore. Una tripletta alla Bolivia per el Depredador, che conferma il suo status sudamericano di cannoniere in una prova a tuttotondo, fatta anche di difesa del pallone, personalità e qualità nel giocare la palla. I difensori cileni, non esattamente dei colossi, sono avvisati.
Vargas: in Italia è percepito come un ex giocatore (con ottimi motivi), nel Perù è ancora uno dei leader, tecnici ed emotivi. Il meglio che produce il Perù parte dal suo mancino, in un ideale triangolo estremamente qualitativo con Cueva e Guerrero. Gli manca il gol, il Cile farebbe bene a evitare di regalargli punizioni.
James: dalle stelle alle stalle. Un anno fa era mister ottanta milioni, oggi sarebbe mister ottantamila lire. L'eliminazione della Colombia non è colpa sua e il contesto non l'ha aiutato minimamente, ma lui non ha regalato nemmeno uno spunto degno del suo talento e della sua fama. Contro l'Argentina ha avuto anche sul sinistro l'occasione per vincere la partita, ma ha deciso di non tirare. Non un bellissimo segnale.
Ospina: contro l'Argentina semplicemente insuperabile. Tre parate insensate che hanno portato la gara ai rigori, dove non è riuscito a completare il miracolo. Sarebbe il terzo portiere dell'Arsenal...
Thiago Silva: spesso indicato come l'unica speranza presente e futura del Brasile, contro il Paraguay compromette la partita con un tocco di mano folle. Senza quel rigore non sono sicuro che i guaranì avrebbero trovato il pari, o anche solo tirato in porta. Mentalmente non sembra proprio al massimo, e succede da diversi mesi. Forse non è per caso che Dunga aveva scelto di metterlo in panchina.
Pekerman: un po' come ai Mondiali contro il Brasile, nella partita più importante decide di cambiare, azzarda e perde. Ma se ai Mondiali ha compromesso una squadra che funzionava, qui si è solo giocato il tutto per tutto sapendo di dover pescare un jolly. Un solo centrocampista e dentro tutti i corridori possibili dietro a Teofilo, l'unico apparso in forma. Dopo ventiquattro minuti ha alzato bandiera bianca.
Valdivia: il Mago è nettamente il giocatore più eccitante di questa Copa. Finalmente titolare, finalmente al centro del gioco, ad ogni partita ha regalato almeno venti minuti di qualità assoluta. Ha una visione del calcio totalmente diversa da tutti, ma in particolare rispetto ai suoi compagni e alle idee di Sampaoli. E va in campo esattamente per questo, sempre con la bacchetta magica. L'assist per il gol decisivo contro l'Uruguay è suo, ed è molto più difficile di quanto lo ha fatto sembrare.
Isla: con la maglia rossa è un giocatore. Presenza costante in fascia, macina una quantità impressionante di chilometri ed è uno de ricettori preferiti dei palloni verticali di Valdivia. Col suo terzo gol in nazionale si toglie la soddisfazione di portare il Cile in semifinale. Non segnava dal 2011. Uomo del destino?
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13 lug 2014
Brazil2014 - finale terzo-quarto posto Brasile-Olanda
BRASILE-OLANDA 0-3
MARCATORI: 3' Van Persie rig. (O), 17' Blind (O); 90'+1 Wijnaldum (O).
Flop
MARCATORI: 3' Van Persie rig. (O), 17' Blind (O); 90'+1 Wijnaldum (O).
La finale che nessuno vuole giocare ha confermato vizi (del Brasile) e virtù (dell'Olanda). Il risultato è sicuramente punitivo per i padroni di casa, ma meritato per quanto detto, stradetto e ripetuto fino a oggi.
Van Gaal presenta la sua solita squadra, togliendo il solo Sneijder dai titolari a favore di De Guzman, probabilmente per seguire meglio i giocatori offensivi del Brasile. L'Olanda è ordinata in difesa, ferrea nelle marcature e riparte seguendo l'estro di un Robben ancora in condizioni scintillanti. Per mettere in crisi la difesa avversaria bastano un paio di movimenti e scambi corti ben fatti, come dimostra ampiamente l'azione che porta al rigore. Una vittoria ottenuta senza nemmeno sforzarsi troppo.
Il cambio Clasie-Veltman conferma la filosofia del tecnico, che mette i compiti tattici davanti alle caratteristiche dei singoli. Il giocatore dell'Ajax infatti è un centrale, per quanto bravo a impostare, ma prendendo il posto di Clasie va a giocare davanti alla difesa senza storie. La squadra, l'idea tattica prima di tutto. Chiedere a Kuyt e Sneijder.
Il Brasile invece si presenta in campo con diverse novità. Psicologicamente questa partita era di sicuro la peggiore di tutte da preparare, ci si poteva anche aspettare turnover integrale da Scolari che invece sceglie probabilmente di punire alcuni suoi uomini. Escono Marcelo, Hulk, Fernandinho e Fred, entrano Maxwell, Willian, Paulinho e Jo, ma soprattutto ritorna il capitano Thiago Silva. La partita, pur con le delicate condizioni psicologiche citate prima, conferma che il giocatore del PSG, per quanto bravo, da solo non può cambiare proprio nulla.
Anche con l'Olanda gli avversari sfondano con sorprendente facilità e in area non c'è alcuna marcatura. Thiago Silva riesce a mettere delle pezze sulle azioni in campo aperto o nei raddoppi, ma a seguire l'uomo non c'è mai nemmeno lui. In tutti e tre i gol le amnesie difensive dei brasiliani sono evidenti e ripetute, ma in particolare il terzo gol di Wijnaldum è la fotocopia di cento azioni viste fare dalla Germania. La fascia sinistra verdeoro è un disastro, tra terzini che non marcano, David Luiz perennemente a farfalle e avversari lasciati costantemente soli in area. Se prendi dieci gol in due partite il problema è davvero grave.
La fase offensiva vive ancora di lanci lunghi più o meno a caso (spesso di David Luiz, perchè fare impostare ai centrocampisti proprio non gli piace) e iniziative personali. Oscar è il più attivo e Willian si segnala per la capacità di giocare di prima nello stretto, ma i movimenti sono pochi e spesso fuori tempo. Riesce a giocare qualche minuto Hernanes, il giocatore meno considerato dal ct dopo i portieri e Henrique.
Bordate di fischi per Paulinho, ancora un fantasma nel suo personale tunnel, e Scolari.
Top
Ron Vlaar: ennesima partita di livello in un Mondiale per lui spettacolare. Comanda la difesa a tre con grande piglio, è feroce in marcatura e gioca la palla bene. Difensore vero e maturo.
Daley Blind: magari non sarà un vero esterno di fascia, ma tatticamente è un professore. Dopo gli assist si toglie il gusto di trovare il suo primo gol, pure di destro, ringraziando David Luiz. Per il possesso palla è un metronomo fondamentale
Arjen Robben: l'uomo che ha trascinato l'Olanda, e su cui Van Gaal in definitiva ha costruito il gioco. Con gli spazi e le marcature dei brasiliani va a nozze.
Flop
David Luiz: il simbolo di questo Brasile. Gioca sempre da solo, tenta di strafare, urla, si agita, piange e prega. In una linea difensiva, in queste condizioni, è una maledizione. Sempre fuori posto, spesso metri più avanti dei compagni, in perenne tentativo di recupero da un suo errore di posizionamento. In più pretende di impostare come fosse un regista, cercando sempre la giocata decisiva. Ah, e tenta anche il tiro dai venticinque metri.
Fernandinho: lui che dovrebbe aiutare i centrali è in costante ritardo. Pare aver perso la freschezza fisica delle prime partite, e senza quella tanti saluti anche alle giocate di tecnica. Molto falloso (c'era un rigore su Robben), decisamente spaesato, travolto da forze molto più grandi di lui.
Thiago Silva: il salvatore della patria contro la Germania, perchè gli assenti hanno sempre ragione, è costretto a farsi carico di tutti gli errori dei suoi compagni. Vita dura, ma lui ci mette del suo facendosi scherzare dalla coppia Van Persie-Robben. E prima di dire "vabbè, ma loro sono fenomeni" pensate a cosa hanno prodotto contro Castro-Umaña-Borges o Demichelis-Garay. In più gli viene risparmiato il secondo rosso di questo Mondiale. Anche su secondo e terzo gol non marca l'uomo facendosi solo assorbire dalla porta, come tutti i suoi compagni. In difficoltà come non gli capitava da anni.
9 lug 2014
Felipe Scolari post 2002
Luiz Felipe Scolari, per tutti Felipão, è un allenatore con un'esperienza infinita, iniziata nel 1982, che ha avuto una svolta, è il caso di dirlo, mondiale nel 2002. Se prima la sua fama era limitata al solo Brasile, il Mondiale vinto in Corea e Giappone, quello delle cinque stelle, gli ha concesso un credito sostanzialmente infinito agli occhi di tutti, che è resistito indenne a qualunque cosa.
Oggi tuttavia, con l'umiliante 1-7 subito dalla Germania, si chiudono per Scolari dodici anni di fallimenti e forse è ora di cominciare a dare un occhio allo sporco accumulato sotto al tappeto.
Il Mondiale 2002 è per il Brasile una campagna trionfale. Nessuna sconfitta, appena quattro gol subiti contro i diciotto segnati. È il Mondiale dell'attacco atomico di Ronaldo (otto gol), Rivaldo (cinque) e della scoperta di un Ronaldinho semplicemente illuminante, ma dietro di loro giocano anche Lucio, Cafu, Roberto Carlos e Gilberto Silva, che qualcosa al calcio hanno regalato.
È una Seleçao fortemente plasmata da Scolari, che punta tutto sul Fenomeno, lancia Dinho e si inventa una difesa a tre molto solida. Va comunque detto che il Brasile vive una generazione di assoluto splendore, è alla sua terza finale Mondiale consecutiva e vanta talenti di livello siderale.
Dopo il titolo è naturale che Felipão acquisica fama internazionale, che decide di investire in un'impresa tanto difficile quanto affascinante: far vincere il Portogallo. I "cugini poveri" dei verdeoro si trovano nella loro classica condizione di avere talento diffuso, ma pagano una cronica incapacità di concretizzare. Scolari sembra l'allenatore ideale per cambiare il corso delle cose, per la sua carica emotiva capace di galvanizzare un intero popolo e il suo pedigree di fresco vincente, soprattutto dovendo affrontare un evento come gli Europei del 2004 in casa.
La competizione infatti si tiene in Portogallo, ma il primo campanello d'allarme scatta proprio all'esordio. La Grecia sconfigge 1-2 (con gol portoghese al minuto 90) all'Estadio do Dragão i padroni di casa, malgrado un livello di talento clamorosamente inferiore. La squadra supera lo stesso il girone, pur con solo quattro gol segnati, battendo poi Inghilterra (ai rigori) e Olanda nella fase a eliminazione. La finale si gioca a Lisbona, nuovamente contro la Grecia, e Scolari non riesce a superare il muro eretto da Re Otto Rehhagel neanche questa volta. Col più beffardo degli 0-1 (gol di Charisteas) gli ellenici salgono sul tetto d'Europa e il Portogallo entra forse definitivamente nel tunnel degli eterni perdenti. L'occasione è tanto clamorosa da essere storica, il classico treno perso per sempre, un colpo leggendario da incassare, nonchè il peccato più grave da ascrivere al tecnico basiliano, che ha il merito di tenere in mano la squadra ancora per quattro anni.
I tornei successivi del suo Portogallo sono di discreto livello, ma sempre senza risultati finali. Il Mondiale 2006 porta un'ottima semifinale, persa con la Francia, a cui segue la sconfitta nella finale di consolazione contro la Germania, per un quarto posto conclusivo dal sapore agrodolce, Euro 2008 una sconfitta ai quarti sotto i colpi della stessa nazionale tedesca.
Considerata conclusa la sua esperienza con la nazionale, Scolari decide di tornare ai club e firma per il Chelsea di Abramovic, innamorato della sua filosofia e del suo spirito brasiliano. I maligni sostengono che il vero motore di Felipão siano i soldi, lui dice di essere preoccupato dell'educazione del figlio. Anello di collegamento tra il tecnico, il Portogallo e il Brasile è Deco, appena sbarcato al Chelsea e nuovo top player della rosa blu. La mistica del tecnico tuttavia inizia a scricchiolare e non sembra sufficiente a portare avanti un club, che ha notoriamente logiche diverse da una nazionale. L'esonero arriva a Febbraio 2009 a causa degli scarsi risultati in un momento chiave della stagione.
Forse, a testimonianza del suo reale interesse, a Giugno 2009 firma un contratto di un anno e mezzo con gli uzbeki del Budyonkor. I motivi per trasferirsi in un luogo sperduto del mondo? Rivaldo in rosa e 13 milioni l'anno. Poco sorprendentemente porta a casa il titolo (che il Budyonkor aveva vinto anche l'anno prima, vincerà nei due anni successivi e ancora nel 2013, aggiungendo nel 2008, 2010 e 2012 anche la Coppa di Uzbekistan), con Rivaldo capocannoniere. Nel Maggio 2010 lascia il club dopo l'eliminazione dalla Champions League asiatica, adducendo motivi personali per la scelta legati ancora all'educazione del figlio.
Ritorna quindi in Brasile in uno dei suoi grandi amore, il Palmeiras, firmando nel 2010 per due anni e mezzo. Nel Brasileirao 2010 conduce la squadra al decimo posto, nel campionato successivo all'undicesimo. L'anno 2012, l'ultimo, porta luci e ombre. Scolari vince a Luglio la Copa do Brasil nella doppia finale contro la sorpresa Coritiba, arrivata a un passo dal sogno grazie a sorteggi favorevoli e al suicidio del San Paolo, ma perde completamente le redini della squadra in campionato. Viene esonerato a Settembre e a Dicembre il Palmeiras chiuderà il campionato diciottesimo, arrivando a una storica retrocessione.
Ma il suo carisma di santone è semplicemente troppo forte, e può ancora trovare una culla prediletta in un particolare contesto. Mano Menezes ha infatti appena fallito la Copa America, demolendo la sua credibilità come tecnico, e serve un nome per salvare la Seleçao in vista dei Mondiali di casa (letto oggi mi rendo conto sia fortemente amaro). L'importanza dei nomi, della tradizione e della mistica per la CBF è testimoniata anche dalla scelta nello stesso anno di Carlos Alberto Parreira, altro campione del mondo, come direttore tecnico.
La scelta sembra pagare alti dividendi, visti i grandi risultati della Confederations Cup 2013. Il Brasile impressiona tutti con risultati e spettacolo, vincendo tutte le cinque partite con quattordici gol totali, sorprendendo soprattutto col 3-0 in finale alla Spagna. In quel momento sembra che Scolari abbia veramente posto i semi per la nascita di un nuovo grande Brasile.
Com'è andata a finire tuttavia lo sappiamo tutti. Al Mondiale il Brasile non ha mai convinto, scontrandosi con clamorosi limiti di gioco e incapacità delle stelle offensive di incidere in qualunque modo, Neymar escluso. I nodi sono venuti al pettine tutti insieme, sorprendendo quanti si attaccano solo ai risultati. La Germania ha smascherato un bluff clamoroso, esattamente come quattro anni fa smascherò Maradona sconfiggendo 4-0 la sua Argentina, infliggendo al Brasile la peggior sconfitta della sua storia, per di più in casa dove non perdeva dal 1975, declassando l'attuale Felipão a un motivatore dal forte e sopravvalutato impatto di immagine. Tra l'altro con un pessimo rapporto nel guidare la nazionale di casa, visto il secondo fallimento storico a dieci anni dall'Europeo.
Questo chiuderà definitivamente la parentesi di Scolari? Il più fragoroso dei suoi recenti fallimenti basterà o i suoi baffetti e gli occhi vispi riusciranno ancora una volta a vendersi a qualcuno?
7 lug 2014
Brazil2014: Top&Flop Generali - Quarti di finale
Top
La scelte di Löw:il miglior terzino del mondo a fare il terzino, due mediani a fare i mediani, una punta a fare la punta. Il dio del calcio ringrazia con tutti gli spettatori, la Germania sembra una squadra molto più quadrata e logica.
La fisicità del Brasile: decisiva per i gol su piazzato come nel recupero palla e nelle progressioni individuali. In pratica ciò su cui si basa tutto il gioco di Scolari, e ha ampiamente pagato contro Cile e Colombia. Se gli arbitri poi sono conniventi tutto fila liscio.
L'ordine tattico dell'Argentina: la squadra di Sabella non brilla per spettacolarità, ma i giocatori contro il Belgio avevano un piano e l'hanno seguito pedissequamente. Ordine, corsa, raddoppi, marcature precise e tanto, tantissimo sacrificio da parte di tutti, meno il numero 10 che aspettava la palla. Hanno scommesso sull'incapacità dei diavoli rossi di imbastire una manovra collettiva e hanno vinto. Simbolo di tutto questo Ezequiel Lavezzi, mai come oggi in versione Jonas Gutierrez (gli amanti del bel calcio ricorderanno).
Il commento di Sky:
in Francia-Germania al minuto 3.30 dei 4 di recupero, Compagnoni ci informa che "o succede qualcosa entro 30 secondi o la Germania è in semifinale". Grazie capitan Ovvio.
Il cambio di Krul: un lampo di genio, una mossa di cui si parlerà più o meno per sempre. Tecnicamente discutibile all'infinito, psicologicamente spiazzante come poche altre cose.
Flop
Francia: l'ottima macchina di Deschamps si inceppa sul più bello. Ci è voluto del tempo per sentire l'assenza di Ribery, e già è un merito, ma contro la Germania i vari Valbuena e Griezmann non sono mai riusciti a trovare la giocata risolutiva. In compenso giocatori come Matuidi hanno cercato di prendersi responsabilità non nelle loro corde, creando un senso generale di confusione ed apprensione.
Colombia, primo tempo: Pekerman cambia la sua formazione ideale e si trova a dover sistemare un pasticcio. Saltano le coperture e la capacità della mediana di fare filtro, mentre i giocatori offensivi non riescono mai a ripartire. Approccio generale troppo molle e interpretazione successiva basata unicamente sugli spunti individuali, come se si stesse giocando un gigantesco 1vs1. La squadra ha perso tutte le idee e i riferimenti, dando l'impressione che se certi giocatori sono chiamati a pensare troppo inevitabilmente si chiudono in se stessi e perdono il concetto di collettivo.
Brasile-Colombia: la aprtita più attesa delude clamorosamente le aspettative. Nessuna delle due squadre è in grado di presentare un gioco tatticamente impostato e in fretta la partita si trasforma in un insieme di sfide individuali, in un'atmosfera da duello incoraggiata da un arbitro sostanzialmente assente. Molto sudamericano, molto da campetto, poco da quarti di un Mondiale.
Carlos Velasco-Carballo: l'arbitraggio dello spagnolo è finito sotto la luce dei riflettori soltanto per l'infortunio di Neymar, ma per l'intera partita il direttore di gara è parso lontanissimo dall'avere il controllo. La decisione di non ammonire nessun intervento è insensata e alcune singole decisioni lasciano a dir poco basiti: su tutte il mancato rosso a Julio Cesar.
L'impunità di cui gode Fernandinho: il mediano del City è stato rispolverato da Scolari soltanto nelle ultime partite e, dopo aver superato i gironi, il Brasile non ha più potuto fare a meno della sua fisicità e del suo ordine tattico in mezzo al campo. Nel frattempo Fernandinho ha randellato (con ordine e diligenza) qualsiasi cosa osasse passare nella sua zona di campo senza vedere neanche l'ombra di un giallo. Oltre ad alcuni singoli interventi lasciati impuniti, sorprende soprattutto la leggerezza con cui gli arbitri hanno concesso la reiterazione di infiniti falli tattici. Facile fare il mediano se non esistono i cartellini.
David Luiz al fischio finale: sportiva, certo, ma la scenetta di David Luiz che consola James Rodriguez e chiama gli applausi del pubblico al fischio finale pare tutto tranne che spontanea. Nel frattempo ha guadagnato prime pagine e titoli su giornali, tv, siti internet e social network.
Belgio: i diavoli rossi, la squadra più giovane e per certi versi affascinante del Mondiale è anche la maggior delusione. La partita con l'Argentina riassume tutti i limiti della squadra di Wilmots, ottime individualità sostanzialmente incapaci di trovare una sublimazione nel gioco collettivo. In questa ottica non deve stupire il fallimento di Lukaku, ragazzo del '93 che per caratteristiche è un ottimo finalizzatore di quanto prodotto da quelli dietro di lui. Se i creativi sono spenti fisicamente e mentalmente c'è poco da chiedergli. Troppo individualismo, troppa voglia di avere il pallone tra i piedi, poca cooperazione, pochissimi movimenti.
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2 lug 2014
Brazil2014: Top&Flop Generali - Ottavi di finale
Top
Flop
Il commento di Sky: in Brasile-Cile Compagnoni commenta così una rimessa con le mani cilena battuta da Luis Mena, "Mena con le mani"
L'inno brasiliano a Belo Horizonte: tutto lo stadio partecipe, giocatori visibilmente emozionati e gasati. Un trasporto collettivo abbastanza raro da vedere nel calcio, un bellissimo spettacolo anche toccante.
Cile: cosa dire della Roja? La prestazione contro il Brasile è stata commovente per applicazione e passione. Pur correndo qualche inevitabile rischio, Sampaoli e i suoi sono stati a un passo dal compiere il delitto perfetto, fermati soltanto all'ultimo minuto dalla traversa. La sconfitta ai rigori non cancella un Mondiale in cui il Cile ha dimostrato di essere una delle nazionali sudamericane più in crescita, già pronta a dare battaglia nella prossima Copa America. Il rientro da eroi in patria è il giusto tributo a una squadra che ha saputo dare vita a un'empatia totale con i propri tifosi.
Il rigore di Aranguiz: pressione, tensione e paura spazzati via da uno dei rigori più folli che si ricordino. Altro che il cucchiaio, il missile di collo esterno a mezzo centimetro dalla traversa è un'opera d'arte.
Howard Webb: l'arbitro inglese, chiamato a dirigere la partita più delicata del turno, dimostra per l'ennesima volta di essere un fuoriclasse della categoria. Non subisce la pressione ambientale, gestisce perfettamente la partita e nelle chiamate decisive non sbaglia nulla.
Miguel Herrera: è il personaggio rivelazione del Mondiale, ma alle espressioni e alla gestualità che scaturiscono inevitabile simpatia, il tecnico messicano ha saputo abbinare un gioco sorprendente. Il suo Messico, dopo aver messo in difficoltà il Brasile, fa tremare anche l'Olanda ed è costretto ad arrendersi soltanto all'ultimo secondo. Herrera schiera in campo una difesa a 3 lontanissima dai canoni italiani, affidandosi alla qualità nelle letture di Marquez e valorizzando giocatori come Guardado e Hector Herrera. La squadra messicana corre molto e lo fa davvero bene: avrebbe meritato il passaggio del turno.
Il calcione di Gaston Ramirez ad Armero: è vero che Armero stava perdendo tempo e rallentando la battuta della punizione ed è vero che il colombiano sposta la palla all'ultimo andandosela a cercare, ma Ramirez non fa proprio nulla per rallentare. E se riesci a rifilare una pedata del genere senza farti ammonire, meriti di stare tra i Top.
Algeria: una delle migliori squadre viste al Mondiale. Vahid Halilhodžić ha scelto 23 uomini veramente funzionali alle sue idee e a seconda delle necessità li ha mandati in campo, mantenendo però sempre uno schema e un impianto di gioco ben collaudati. Condizione fisica scintillante, movimenti continui e precisi, intesa, ricerca dei compagni, costante aiuto, attenzione tattica e tecnica diffusa hanno fatto soffrire persino la quotatissima Germania. In più tanto, tanto cuore e quella genuina voglia di lottare che solo le nazionali con la voglia di stupire possono mostrare.
Flop
Gli esterni del Brasile: la squadra di Scolari mostra ancora i soliti pesantissimi limiti nel gioco collettivo, vivendo sostanzialmente solo di lanci lunghi e spunti individuali, ma in particolare contro l'ostico Cile deludono per l'ennesima volta gli esterni, sia difensivi che offensivi. Marcelo sembra aver esagerato con la cachaca, mentre Dani Alves dall'inizio del Mondiale è sorprendentemente timido sulla destra, proprio lui che è diventato famoso al Siviglia gestendo una marea di palloni. In attacco Hulk e Oscar messi sulle fasce corrispondenti al piede (rispettivamente sinistra e destra) si vedono pochissimo, sono tremendamente prevedibili nella giocata e ulteriormente limitati dalla perdurante assenza di Fred. Qualcosa di meglio dal numero 7 anche grazie al fisico, ma entrambi risultano complessivamente lenti, fermi e incapaci di fornire guizzi di qualità. La totale mancanza di un sistema di gioco organizzato impedisce qualunque combinazione e questo non fa che accentuare i limiti individuali.
I finali di partita della Colombia: quella che probabilmente è la formazione più forte vista finora per insieme di talenti individuali e capacità di gioco ha un'incredibile capacità di complicarsi la vita nei finali di partita. La Colombia vive di entusiasmo e si vede a miglia di distanza, ma quando stacca la spina rischia di rilassarsi troppo. A volte i giocatori (specie quelli più di corsa) appaiono in evidente apnea fisica e non vengono sostituiti, altre volte (vedi con l'Uruguay) i cambi di Pekerman risultano cervellotici e abbassano troppo il baricentro. Ok cercare il contropiede, ma compromettere la partita magari no.
Le alchimie di Van Gaal: l'allenatore degli Oranje continua con la sua linea ferrea. Difesa a 3, tre quarti di partita in attesa affidandosi soltanto alle incursioni di Robben, cambio di modulo e assedio finale approfittando della stanchezza avversaria. Finora è una strategia che ha pagato, ma contro il Messico Van Gaal ha rischiato di soccombere, schierando qualche giocatore di troppo fuori ruolo e faticando a trovare la chiave per mettere in difficoltà la difesa comandata da Rafa Marquez. Gli episodi questa volta hanno sorriso all'Olanda, ma da uno come Louis è lecito aspettarsi di più.
La difesa della Germania: i quattro centrali in linea sorprendentemente non funzionano. Faticano a marcare in area e soprattutto a coprire quando la squadra si riversa in attacco, visto che nessuno brilla per corsa, ma il vero dramma è nella fase di possesso. I due "terzini" infatti, pur essendo adattati, sono chiamati a giocare da esterni veri, ma non ne hanno le caratteristiche, col risultato che rallentano la circolazione della palla facendo perdere tempo di gioco e malgrado l'impegno non hanno attitudine ad attaccare lo spazio, puntare l'uomo e crossare, sopratutto Höwedes (destro di piede) piazzato a sinistra. In pratica la manovra non trova sfogo sugli esterni, perdendo di fatto due uomini e aiutando la difesa avversaria.
Il commento di Sky, parte uno: in Argentina-Svizzera Trevisani sottolinea un fantascientifico 85% di possesso palla albiceleste. Peccato fossero passati 2.35 minuti.
Il commento di Sky, parte due: stessa telecronaca, all'inizio dei supplementari Trevisani ci informa che i giocatori dovranno inventarsi qualcosa in fretta perchè "la partita su 30 minuti è più corta che su 90"
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27 giu 2014
Brazil2014: Top&Flop Generali - Terza Giornata
Top
Messico: una squadra unita, ben preparata e perfettamente conscia dei suoi limiti. Il punto di forza è l'organizzazione difensiva che si fonda sull'esperienza di Rafa Marquez, ma poi sanno ripartire e trovare il gol. Contro la Croazia hanno giocato in modo perfetto, gestendo i ritmi e colpendo quando si è presentata l'occasione. Molto più ostici di quanto si pensi.
Iran: ok, hanno fatto un punto e un gol in tre partite, ma sinceramente che dovevano fare? Il movimento calcistico iraniano è limitato a dire poco, ma Queiroz è riuscito a dare a questo gruppo una sua identità, pure molto forte. Gruppo compattissimo, blocco difensivo fisico e tattico, corsa al limite dello spasmodico anche per i giocatori più di classe. Mentalità da applausi.
Stephen Keshi: sottotitolo, l'Africa agli africani. Dopo aver vinto la Coppa d'Africa porta la Nigeria agli ottavi con una gestione accorta. Riesce a scuotere l'ambiente dopo un inizio rivedibile, non perde la bussola e punta sugli uomini giusti. La sua squadra non farà spettacolo, ma lotta e ha una fisicità esplosiva pericolosissima che non permette distrazioni. Non servono per forza presunti santoni europei per far giocare i neri.
Grecia: non siamo ancora ai miracoli dell'Europeo 2004, ma questi ottavi di finale sono un'impresa. La squadra è modesta e ha passato le prime due partite a costruire barricate, fossati e ponti levatoi. Con la Costa d'Avorio invece hanno messo in campo un minimo di gioco, e il dio del calcio ha deciso di premiarli. Uomo della provvidenza Samaras, freddo dal dischetto e senza contratto.
I baffi di Fred: la moda del momento per i brasiliani, portano pure fortuna al centravanti che riesce a sbloccarsi dopo un inizio difficile. Ti vogliamo come Lemmy dei Motörhead entro la finale.
I colpi di testa di Suarez: lungi da me difendere il cannibalismo, ma se Suarez fosse solo un giocatore immensamente forte sarebbe noioso come Messi. I suoi colpi di testa (anzi, di denti) sono sempre inaspettati e incredibili, fossi il suo psicologo un po' mi vergognerei per i soldi rubati. Il fatto che sia sostanzialmente sotto daspo per quattro mesi è la ciliegina sulla torta della simpatia.
La diffusione internazionale della difesa a tre: questi Mondiali stanno dimostrando che il mondo tatticamente impara. Non ci sono più squadre sprovvedute (tranne, forse, l'Honduras, ma gli si vuole bene lo stesso) e sono diffusi diversi stili di gioco. In particolare non ricordo un simile ricorso alla difesa a tre (o a cinque se preferite), sia come modulo base che come conseguenza dei movimenti in corso. Per alcuni è una scelta difensiva utile a coprire limiti dei singoli, per altri un modo di sviluppare il possesso palla.
Flop
Olanda: ovviamente non si discutono i risultati, ma non mi aspettavo questo integralismo da Van Gaal sulla difesa a tre. Nell'ultima, inutile partita col Cile ha snaturato vari giocatori pur di mantenere il credo tattico, con un Kuyt esterno sinistro a tutta fascia che grida vendetta. Una forzatura decisamente eccessiva e non necessaria. Un' Olanda duttile avrebbe avuto ben altro fascino, ma soprattutto così la rosa sembra decisamente composta male. E Huntelaar? Perchè ostracizzarlo così? Tanto valeva lasciarlo a casa.
Costa d'Avorio: la generazione d'oro, una delle migliori dell'intero calcio africano, ha fallito ancora una volta. Succede sistematicamente da un decennio, ma questa era l'ultima occasione per molti. Tanto forti nei nomi quanto incapaci di trovare una quadratura una volta messi insieme con la maglia arancione, e la Grecia non sembrava un ostacolo insuperabile. Spreco incalcolabile.
Croazia: una rosa di talento che si è decisamente persa sul più bello. Primo fra tutti Niko Kovac ha portato confusione cambiando troppe cose, cercando forse il colpo a sensazione. Col Brasile l'atteggiamento sbagliato ha portato la squadra a rinunciare alle sue qualità migliori, nella partita decisiva col Messico lo spostamento del terzino Pranjic a centrocampo ha indebolito in una mossa sola due reparti. Poca cattiveria, troppa mollezza, nessun vero leader soprattutto nel reparto avanzato.
Le simulazioni di Chiellini: se sei grande e grosso, hai basato la tua intera carriera su fisicità e irruenza e di norma meni come non ci fosse un domani semplicemente non puoi volare a terra per ogni mosca che passa sul campo da calcio. Un atteggiamento che fa schifo, punto.
Italia: l'arbitraggio è stato indubbiamente un fattore, è indiscutibile (anche se c'era un rigore per l'Uruguay, come ce n'era uno per la Costa Rica). Ma l'Italia che aveva intenzione di fare? Il Mondiale azzurro è sostanzialmente finito al gol di Bryan Ruiz, da quel momento in poi encefalogramma piattissimo, anche evidentemente per gravi problemi di gruppo che hanno impedito qualsiasi reazione di carattere. Prandelli ci ha messo del suo con cambi cervellotici figli probabilmente di scarsa lucidità, ma i giocatori in campo non sono proprio sembrati in grado di produrre qualcosa di pericoloso e se non sei in grado di segnare c'è poco da lamentarsi degli arbitri. Qualcuno poi ci spiegherà l'imbarazzante condizione atletica della totalità della rosa? O la generale incapacità di giocare al caldo dopo essersi inventati casette per replicare il clima? Manco l'Italia fosse un paese artico.
La difesa della Svizzera: una squadra che in tempi recenti costruiva la sua forza su una retroguardia quasi impenetrabile all'improvviso si scopre tanto, troppo svagata. I centrali fanno a gara a chi va più in affanno, nessuno segue i tagli e i centrocampisti difensivi sembrano in decisa apnea fisica. La demolizione subita dalla Francia poteva preoccupare, subire per un tempo dall'Hoduras è ben più che un campanello di allarme.
Il gioco del Brasile: ormai è chiaro che Scolari vuole replicare de facto la difesa a tre che lo ha portato a vincere nel 2002, con Luiz Gustavo nuovo Edmilson. Il problema è che il piano di gioco del Brasile si limita a un paio di movimenti, il resto è improvvisazione. Reparti lunghissimi soprattutto quando il mediano scala dividono la squadra in tronconi. Basta un accenno di pressing posizionale per costringere al lancio lungo sistematico che avviene sempre sugli esterni, risultando ulteriormente prevedibile. Non è prevista alcuna possibilità di scambio corto palla a terra sostanzialmente fino alla trequarti offensiva e per lo più i due mediani giocano sulla verticale uno dell'altro. Dire tra l'altro che Paulinho stia giocando è una gentilissima concessione.
L'attacco dell'Argentina che non si chiama Leo Messi:
capisco il sacrificio, capisco che Messi sia la grande speranza, capisco tutto. Ma zero gol prodotti tra Palacio, Lavezzi, Aguero e Higuain contro Bosnia, Iran e Nigeria sono decisamente contro le aspettative. Higuain che nel 2010 era stato devastante sembra tutto tranne una prima
punta, sempre a uscire dall'area per cercare i cross e le imbucate. Il Kun è stato semplicemente invisibile fino all'infortunio che ha chiuso il suo Mondiale, e parliamo di uno che in una realtà parallela è il 10 e il fulcro di questa Argentina. Senza di lui il titolare probabilmente diventa Lavezzi, che più che corsa e buona volontà non sembra in grado di dare. Ad oggi salvo per impegno e intelligenza il solo Palacio, che infatti si è visto appena. L'Argentina non può andare avanti se non si sveglia almeno un'altra punta.
Fabio Capello: la Russia a livello di talento non è nemmeno lontana parente di quella del 2008, in cui il solo Arshavin valeva tutti i giocatori di oggi sommati, quindi il lavoro del ct italiano non è stato di certo facile. Però sei Fabio Capello e prendi una vagonata di rubli per stare in vacanza a mangiare uova di storione, quindi non mi accontento di una squadra coperta con un certo ordine tattico. Valore aggiunto dalla panchina zero, soprattutto nei cambi. Bisognava aspettare la terza partita per capire che Kokorin da solo risultava troppo leggero?
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23 giu 2014
Brazil2014: Top&Flop Generali - Seconda Giornata
Top
Il commento di Sky: Marchegiani commentando il gol di Ayew dice che i giocatori pelati sono più bravi nel colpo di testa, perchè la palla prende più velocità e la direzione è imprevedibile.
Flop
Cile: presenza tra i Top di giornata scontata, visto che la loro vittoria sulla Spagna ha fatto un paio di giri del Mondo. Non una sorpresa, tuttavia, perché Sampaoli ha proseguito in modo splendido sul sentiero indicato dal suo connazionale e maestro Marcelo Bielsa. Il Cile ha annichilito le fonti di gioco dei Campioni del Mondo grazie a corsa, grinta e un'organizzazione tattica pregevole, trovandosi di fronte la vittima perfetta per perpetrare il delitto. Ripetere questa intensità non sarà facile e altre squadre potrebbero mettere ben più in difficoltà la difesa cilena, a partire dall'Olanda di Van Gaal, ma intanto la Roja ha lanciato un importante segnale al mondo del calcio.
Australia: due partite e zero punti, però i Socceroos meritano un applauso per il calcio mostrato nella partita contro l'Olanda. I ragazzi di Postecoglou hanno infatti affrontato gli Oranje a viso aperto, ingabbiando il gioco di Van Gaal con attenzione ed equilibrio, mettendo inoltre in mostra ottime trame offensive. L'Australia ha raccolto molto meno di quanto meritato, ma d'altronde ottenere la qualificazione in un gruppo simile sarebbe stato qualcosa da annoverare alla voce "miracoli".
Francia: la più snobbata delle grandi, eppure quella che sta mettendo in mostra il miglior calcio, soprattutto come collettivo. L'infortunio di Ribery non solo sembra assorbito, ma potrebbe aver responsabilizzato tutti gli altri a fare un passo in più. 8 gol nelle prime 2 partite, e darne 5 alla Svizzera non era così scontato.
Costa Rica: continua la favola dei Ticos e questa volta a farne le spese è stata un'arrendevole Italia. I centroamericani hanno corso di più e meglio rispetto agli azzurri, lottando su ogni pallone e chiudendo bene tutti gli spazi. La linea difensiva altissima è stata un rischio, ma è stata una delle armi decisive per neutralizzare la maggior parte dei tentativi italiani. La qualificazione agli ottavi con un turno di anticipo è il giusto premio a una squadra che ha saputo affrontare gli avversari senza nessun timore e senza badare ai palmarès.
Partite da rivedere: Germania-Ghana, soprattutto nel secondo tempo, è stata una delle partite più spettacolari del torneo, con continui ribaltamenti di fronte. La qualità tedesca da una parte, la corsa e l'intensità ghanesi dall'altra. Corea-Algeria invece è la partita a sorpresa. 3 gol per tempo, corsa, fisicità e anche giocate di una certa qualità. Chi si aspettava noia, catenaccio e botte non poteva sbagliarsi di più.
Il commento di Sky: Marchegiani commentando il gol di Ayew dice che i giocatori pelati sono più bravi nel colpo di testa, perchè la palla prende più velocità e la direzione è imprevedibile.
Momenti di bel calcio: Ecuador-Honduras, partita che potrete vantarvi di aver visto integralmente coi vostri nipoti, si presenta subito al top. Calcio di inizio dei sudamericani, fallo di 2 giocatori dell'Honduras sul portatore di palla. Minuti di gioco 0.03.
Flop
Brasile: Scolari prosegue sulla via del disastro. Sceglie Ramires come titolare castrandosi da solo la manovra offensiva e insiste su uomini palesemente inadeguati. A centrocampo Luiz Gustavo ha un compito ben preciso, ma tende a schiacciarsi troppo sulla difesa allungando i reparti, mentre Paulinho è stato un fantasma in entrambe le prime partite. Hernanes non ha visto il campo quando dovrebbe essere ormai titolare, in quanto unico a poter collegare i reparti con qualità. Insistere su un Fred immobile e abulico toglie ulteriori risorse a una squadra che vive solo degli spunti di Neymar e Oscar. La strada è molto più in salita del previsto.
Spagna: servirebbe un pezzo a parte per parlare di loro, perché hanno dominato gli ultimi anni e anche a questo Mondiale si sono presentati da favoriti, con una rosa impressionante per profondità e qualità. Eppure qualcosa non ha funzionato e il calo di alcuni giocatori chiave ha fatto crollare il rendimento generale, mettendo in mostra limiti e difficoltà di uno stile di gioco difficile da interpretare se non si è al massimo della condizione. Il materiale per ripartire fin da subito c'è, ma questo è un tonfo che farà rumore per parecchio tempo.
La gestione di Pekerman: intendiamoci, la Colombia sta ampiamente facendo il suo dovere. Ma Pekerman sembra essersi abbastanza fossilizzato sulle sue scelte e con la Costa d'Avorio non è riuscito coi cambi a mantenere l'intensità fisica, finendo la partita in pesante apnea. Mettere in campo Jackson Martinez e Guarin non è reato.
Il commento di Sky, parte 1: Fabio Caressa nei primi minuti di Italia-Costa Rica parla di una difesa a 5 dei centrocamericani schiacciatissima verso la sua area. Pochi secondi dopo si vede la linea oltre la trequarti e a Marchisio viene fischiato il primo degli 11 fuorigioco che in serata saranno chiamati agli azzurri. Nel successivo corso della cronaca Bergomi non farà che ripetere quanto sia alta la difesa dei costaricani.
Il commento di Sky, parte 2: durante Colombia-Costa D'Avorio il duo Trevisani-Marocchi si lamenta più volte delle iniziative di Yaya Tourè, accusandolo di voler tirare i calci di punizione per manie di protagonismo, togliendoli a compagni più capaci. Peccato che l'ivoriano in stagione abbia segnato 4 gol su punizione con la maglia del City, dimostrandosi uno specialista.
Il commento di Sky, parte 3: nella presentazione di Italia-Costa Rica Bergomi dice che in Italia Andrea Pirlo non è abbastanza considerato ed esaltato come giocatore. Nulla da dire sul talento e sulla longevità del regista di Brescia, ma su che pianeta ha vissuto Bergomi negli ultimi 3 anni? Mancano solo le petizioni per farlo Papa.
Giappone: la squadra di Zaccheroni non è al top della forma, non riescono a produrre quel possesso ipercinetico che sembrava essere il loro marchio di fabbrica, a volte i giocatori si trovano troppo isolati e c'è troppa tendenza al passaggio in più in nome del collettivo. Il risultato è una enorme fatica a creare occasioni anche contro la Grecia in 10, mentre in difesa si ha una sensazione di affanno, specie contro giocatori fisici.
Inghilterra: altro Mondiale, altra eliminazione per i Tre Leoni. Hodgson insiste con la mediana leggera Gerrard-Henderson e la decisione non porta grandi risultati, così come la volontà di continuare a proporre l'abulico Welbeck. L'Inghilterra in generale non ha giocato così male come si è detto in questi giorni e contro l'Uruguay ha pagato dazio per la presenza in campo di Luis Suarez, ma se esci dopo due partite e zero punti, finisci inevitabilmente tra i Flop. Soprattutto se sei l'inventore del gioco e tendi ancora a guardare tutti dall'alto verso il basso.
Le scelte di Löw: il 4-3-3 scelto contro il Ghana fa acqua da tutte le parti. La difesa composta da 4 centrali puri non aiuta lo sviluppo del gioco e si dimostra pure incapace di marcare su entrambi i gol degli africani (in particolare il primo, di testa, è inaccettabile). A centrocampo Lahm (cioè il miglior terzino della squadra, sia a destra che a sinistra) playmaker è ormai una necessità, ma unito a Khedira in veste di incursore toglie qualità e velocità al giro palla. In questo modo i 3 davanti per quanto fenomenali incontrano troppe difficoltà nel trovare spazi. Nonostante una partita evidentemente bloccata a causa delle scelte, il primo cambio di Löw è Mustafi per Boateng, cioè un cambio sprecato e inutile. La Germania dimostra di poter vincere dal minuto 70 in poi, quando entrano Klose e Schweinsteiger. A volte il calcio è semplice, la Germania deve stare attenta a non giocare contro se stessa.
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18 giu 2014
Brazil2014: Top&Flop Generali - Prima Giornata
Top
Olanda: Van Gaal ha stupito tutti, ingabbiando i campioni in carica con una formazione sulla carta di molto inferiore. La padronanza tattica degli oranje fa impressione, interpretano la difesa a 3 in chiave moderna e totale malgrado Vlaar, De Vrij, Martins Indi, De Guzman e De Jong non siano fenomeni coi piedi. Qualcuno alla latitudine dell'Italia prenda appunti.
Costa Rica: complice un Urugay irriconoscibile i ragazzi di Jorge Luis Pinto sono la vera sorpresa di giornata. Organizzazione, voglia, incoscienza e la consapevolezza di non aver nulla da perdere hanno permesso ai Ticos di raggiungere un risultato storico, trascinati dal giovane Campbell.
Honduras: hanno perso 3-0 contro la Francia, ma la sana ignoranza con cui hanno affrontato i galletti è pura poesia. Novanta minuti di interventi decisi, spesso fuori tempo e una base tattica che definire limitata è riduttivo. Era da tempo che non si vedeva una squadra così. Grazie Honduras.
Colombia: al di là dell'ottimo risultato, preme sottolineare la soluzione ideata da Pekerman per sostituire la stella Falcao. Teofilo Gutierrez è meno prima punta, ma ha una capacità naturale nel giocare di sponda e nell'aprire spazi per gli inserimenti dei compagni, senza tuttavia disdegnare il gol.
Bomboletta spray: in Sudamerica viene utilizzata da anni e ha dimostrato di essere la soluzione migliore per evitare di battere punizioni con la barriera a mezzo metro dal pallone, eppure in Europa c'è chi è ancora scettico.
Brazuca: dopo l'incubo Jabulani Adidas decide di produrre finalmente un pallone da calcio e lo spettacolo ringrazia.
L'esultanza colombiana al gol di Armero: pretendere che Teofilo sparasse qualche colpo in aria era troppo, quindi ci accontentiamo del balletto di gruppo di mezza rosa dei cafeteros!
Goal line technology: finalmente la tecnologia inizia a essere applicata anche al calcio, per la disperazione di moviolisti e giornalisti.
Flop
Brasile: nonostante la vittoria contro l'ostica Croazia, arrivata soprattutto grazie a Pletikosa e a un rigore a dir poco fantasioso, la Seleçao non ha convinto. Scolari ha schierato in campo un non-modulo con molti giocatori che vagavano per il campo senza alcuna logica, a partire dai centrali di difesa fino ad arrivare alle punte.
Spagna: la più grossa delusione della prima giornata. In una sola partita prendono più gol che negli ultimi 3 tornei principali sommati e all'improvviso perdono tutte le certezze consolidate in 6 anni di dominio. Molti dei giocatori chiave sembrano stanchi, svagati, fuori forma, il proverbiale possesso è lento e sterile e la difesa va in ansia a ogni pallone verticale. Forse servirebbero cambi, ma potrebbe essere tardi.
Inghilterra: dal 1966 la storia è la stessa. Nomi e talento individuale appena indossano la maglia coi leoni si perdono, diventando incapaci di giocare insieme. Contro l'Italia Hodgson si è limitato a scegliere 11 giocatori, senza leggere quello che succedeva in campo. Scegliere qualcuno del Liverpool non basta.
Arbitri: troppi gli errori decisivi per chiudere un occhio. Speriamo si cambi già dalla prossima giornata.
Joachim Loew: puoi vincere anche 4-0, ma se schieri quattro difensori centrali, il miglior terzino destro al Mondo in mediana e il falso nueve, noi ti odiamo.
Tabarez e il suo Uruguay: certo, presentarsi senza uno dei giocatori più forti al Mondo non aiuta, ma la Celeste vista in campo contro la Costa Rica è stata irriconoscibile. Svagata e prevedibile, la nazionale uruguayana rischia di pagare la staticità nelle scelte di Tabarez. Manca un giocatore in grado di fare gioco (prima ci pensava Forlan, quello vero) e soprattutto non si è visto un briciolo della celeberrima garra charrua: sequestrata alla frontiera per motivi storici?
Il modulo di Sabella: l'Argentina ha vinto, ma sicuramente non si è distinta per il bel gioco proposto. Dopo il modulo con quattro difensori centrali, marchio di fabbrica della Seleccion targata Maradona, Pachorra decide di varare un inedito 352 con un solo centrocampista di ruolo: il povero Mascherano. Ma la formazione non è tutto e lo ha dimostrato Van Gaal, peccato che l'Albiceleste abbia messo in mostra la versione "Mazzarri 2013/14" del 352, quella con reparti distanti all'inverosimile, movimenti senza palla limitati e una pochezza di idee raggelante.
Scarpe: il trend purtroppo è quello e i giocatori non hanno molta voce in capitolo nei confronti degli sponsor, ma vedere tutti quegli evidenziatori ai piedi dei giocatori fa male agli occhi e al cuore. E l'alternativa sono le scarpe bicolore.
I servizi di Sky: ok, siamo in Brasile, ma possibile che ogni servizio debba iniziare con un primo piano sul sedere di qualche passante (nda: se proprio devono farlo, almeno scelgano con più accuratezza) e ogni collegamento/opinione debba contenere qualche battutina a doppio senso? Lungi da noi voler fare i bacchettoni, ma non c'è proprio qualcosa di più interessante da dire?
Il jingle di Emis Killa: è più fastidio di Massimo Mauro e sta insidiando Blatter nella classifica delle cose più odiate nel mondo del calcio.
A parte
I baffi di Luiz Gustavo e Hugo Almeida: direttamente dagli anni 80, stiamo ancora decidendo se inserirli tra i Top o i Flop.
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12 feb 2014
I ruoli della seleção brasiliana (ovvero perchè non c'è posto per Hernanes)
Il Brasile è da sempre una nazionale piena di talento, che lascia ai suoi selezionatori semplicemente l'imbarazzo della scelta. La costante negli ultimi anni (facciamo dal 2002 a oggi), pur in squadre molto diverse per impianto generale, è stata quella di concentrare quanto più potenziale possibile negli uomini più avanzati, lasciando al centrocampo e specificamente ai centrocampisti centrali un ruolo più di equilibrio e contenimento.
Guardando le formazioni delle competizioni principali infatti troviamo:
- Mondiali 2002, Scolari, modulo 3-4-1-2 con questi nomi: Marcos; Lucio-Edmilson-Roque Junior; Cafu-Gilberto Silva-Kleberson-Roberto Carlos; Ronaldinho; Rivaldo-Ronaldo
- Copa America 2004, Parreira, 4-4-2: Julio Cesar; Maicon-Luisão-Juan-Gustavo Nery; Edu-Kleberson-Renato-Alex; Luis Fabiano-Adriano
- Confederations Cup 2005, Parreira, 4-4-2: Dida; Cicinho-Lucio-Roque Junior-Gilberto; Kakà-Ze Roberto-Emerson-Ronaldinho; Robinho-Adriano
- Mondiali 2006, Parreira, 4-4-2: Dida; Cafù-Lucio-Juan-Roberto Carlos; Kakà-Ze Roberto-Emerson-Ronaldinho; Ronaldo-Adriano
- Copa America 2007, Dunga, 4-4-2: Doni; Maicon-Alex-Juan-Gilberto; Elano-Josuè-Mineiro-Julio Baptista; Robinho-Vagner Love
- Confederations Cup 2009, Dunga, 4-2-3-1: Julio Cesar; maicon-Lucio-Luisão-Andrè Santos; Gilberto Silva-Felipe Melo; Ramires-Kakà-Robinho; Luis Fabiano
- Mondiali 2010, Dunga, 4-4-2: Julio Cesar; Maicon-Lucio-Juan-Michel Bastos; Daniel Alves/Elano-Felipe Melo-Gilberto Silva-Kakà; Robinho-Luis Fabiano
- Copa America 2011, Mano Menezes, 4-2-3-1: Julio Cesar; Maicon-Thiago Silva-Lucio-Andrè Santos; Lucas Leiva-Ramires; Robinho-Ganso-Neymar; Pato
- Confederations Cup 2013, Scolari, 4-2-3-1: Julio Cesar; Daniel Alves-Thiago Silva-David Luiz-Marcelo; Luiz Gustavo-Paulinho; Hulk-Oscar-Neymar; Fred
I vari 4-4-2 sono a volte declinati a rombo, altre nel famoso quadrato magico di stampo tipicamente sudamericano. Tutti questi allenatori hanno portato a casa dei trofei, tranne Mano Menezes, e tutti si sono affidati a una mediana composta principalmente da due uomini, entrambi tipicamente difensivi.
I nomi sono ovviamente cambiati negli anni, ma la scelta tattica è chiara e continua, con due casi più particolari che sono Ze Roberto e Paulinho. Il primo, giocatore dalla carriera apparentemente infinita (esordio nel 1994), nel Brasile ha trovato posto unicamente come mediano e ha coperto il ruolo con straordinaria abnegazione, soprattutto se si pensa che tra Germania e Brasile ha sempre svolto mansioni offensive, come l'esterno (Bayer Leverkusen, Bayern Monaco), la seconda punta (Santos) o il trequartista (Gremio). Il secondo è un giocatore che vive di inserimenti senza palla, ma tatticamente e fisicamente capace di coprire, soprattutto se affiancato da un compagno con attitudini più posizionali. Non a caso ha trovato un suo spazio nell'ultimo anno, segno del calcio che evolve.
Sorprendentemente non si vedono giocatori di regia e inventiva, un ruolo in teoria immediatamente collegato con l'immagine classica della nazionale brasiliana. Oggi il compito è interamente affidato qualche metro più avanti ai vari giocatori che hanno occupato le maglie numero 7, 10 o 9 e fatto sognare un numero incalcolabile di appassionati.
Giocatori che in definitiva sono più attaccanti che altro ed esprimono il loro calcio sulla trequarti offensiva. Per questo motivo nel Brasile faticano a trovare collocazione quei centrocampisti che hanno più qualità dei mediani veri, ma meno incisività effettiva dai trequartisti moderni.
Per esemplificare la cosa, Juninho Pernambucano ha visto la maglia verdeoro solo perifericamente, mentre un giocatore come Thiago Motta ha dovuto optare per l'azzurro dell'Italia. Tecnicamente avrebbero potuto comodamente giocare al posto di qualcuno dei nomi elencati poco sopra, ma la scelta tattica è stata netta: in mediana fisico e corsa, inventiva e qualità in zone più vicine all'area avversaria.
A questo punto della discussione si inserisce perfettamente il caso Hernanes.
Fin dai tempi del San Paolo il neo interista ha dimostrato di essere in grado di ricoprire diversi ruoli in mezzo al campo, dal playmaker basso, al mediano offensivo, al numero 10. Un giocatore senza dubbio con molte qualità, ma senza una vera specializzazione. Troppo offensivo per occupare unicamente il centro del campo, non abbastanza da fare l'attaccante. Lui stesso ha detto di trovarsi particolarmente a suo agio come interno
nel centrocampo a tre, dove può galleggiare tra mediana e attacco dando
il suo contributo in entrambe le fasi. Una duttilità sfruttabile a
livello di club, ma limitante per la sua carriera in verdeoro.
Non a caso malgrado una carriera da dominatore nel campionato locale
(tre campionati vinti, due volte miglior centrocampista e una volta
miglior giocatore assoluto) e buoni numeri in Serie A è stato poco considerato a livello di seleção. Dal 2008 ad oggi ventitre le presenze totali, di cui cinque nel 2011 con Menezes in un periodo di tentativi di rinnovamento e nove nel 2013 con Felipão Scolari. Tutte in amichevoli tranne cinque in Confederations Cup 2013, in assoluto solo tre da titolare (una nella stessa Confederations, contro l'Italia). Come ruolo si è trovato ovviamente tra i mediani, quindi qualche metro più indietro rispetto alle sue abitudini, col compito di gestire il gioco. Cosa che può fare, ma con qualche controindicazione soprattutto in termini di copertura, vista anche la sua tendenza a cercare il dribbling.
Il nome di Hernanes è stato tuttavia escluso dalle ultime convocazioni del ct, che ha preferito puntare su Luiz Gustavo, Paulinho, ormai nomi classici, e l'esordiente Fernandinho, ingiustamente dimenticato per lungo tempo e che al City è un equilibratore fondamentale, affiancati da un Ramires sfruttabile in più zone grazie a corsa, letture tattiche e capacità di portare palla.
Giocatori certamente più in linea con l'idea di gioco tipica del Brasile, con un profilo più netto e un ruolo preciso. Una scelta che, se dovesse diventare definitiva per i Mondiali, sarebbe davvero sorprendente?
28 nov 2013
Intervista a Carlo Pizzigoni
A inizio novembre la finale tra Nigeria e Messico, vinta dalla squadra africana, ha rappresentato l'atto conclusivo del Mondiale Under-17 organizzato negli Emirati Arabi. Si tratta di una delle manifestazioni più interessanti a livello giovanile e ogni due anni è possibile avere un'anteprima di ciò che il calcio potrà presentare a livello globale in un futuro più o meno prossimo. Avendo seguito con grande curiosità l'intero evento, abbiamo deciso di contattare il giornalista Carlo Pizzigoni, esperto e appassionato di calcio giovanile e sudamericano.
Partiamo dalla nazionale italiana e dal caso Bonazzoli. L’attaccante dell’Inter è stato escluso a sorpresa dal CT Zoratto ed è difficile credere si tratti soltanto di una scelta tecnica.
No, non si tratta assolutamente di una scelta tecnica, ma di una decisione presa a livello federale. Ovviamente l’esclusione di Bonazzoli mi ha colpito molto, perché stiamo parlando di quello che a mio avviso è il miglior under-17 italiano: un talento che meriterebbe già di giocare qualche spezzone in prima squadra.
In questa competizione l’Italia ha espresso un gioco carente, improntato sulla solidità e sull’ordine tattico. Ritieni accettabile che una squadra giovanile punti innanzitutto al risultato, dimenticandosi della qualità del gioco?
No, soprattutto se questo va in aperto conflitto con quanto dichiarato dal coordinatore tecnico delle Nazionali giovanili Arrigo Sacchi, che nel suo “manifesto” parlava apertamente dell’importanza delle prestazioni rispetti al risultato.
In ogni caso, vorrei fare una premessa: il Mondiale U-17 è la prima competizione di un certo livello che questi ragazzi affrontano, quindi è impossibile quanto ingiusto nei loro confronti dare giudizi trancianti. Proprio per questo motivo tendo a preferire le competizioni under-20, perché i giocatori si conoscono, hanno già esperienze significative ed è possibile iniziare a giudicare e valutare.
Tuttavia l’Italia U-17 ha espresso un gioco insufficiente, mettendo in campo lo stesso modulo sia all’Europeo che al Mondiale, costringendo molti giocatori ad adattarsi a ruoli e compiti poco nelle loro corde. La mia idea è che a questo livello i ragazzi debbano innanzitutto essere liberi di giocare. Prendiamo la Nigeria: nel corso di tutto il torneo i ragazzi di Manu Garba hanno dato l’impressione di divertirsi, hanno espresso un calcio “felice” e propositivo, commettendo diversi errori, ma interpretando il gioco per ciò che dovrebbe essere a livello giovanile. L’Italia invece era una squadra bloccata, in cui ognuno giocava con il freno a mano tirato.
Gran parte dei media e degli addetti ai lavori erano d’accordo nell’indicare Alberto Cerri, centravanti del Parma, come la stella della squadra azzurra. Il capitano degli azzurrini secondo te ha deluso le aspettative?
Come dicevo prima, è sempre molto difficile valutare un giocatore di diciassette anni soltanto per quanto mostrato in occasione di alcuni tornei internazionali. A mio avviso Cerri ha giocato un Mondiale sotto tono, ma si tratta di un ottimo giocatore e di un prospetto di sicuro valore. Credo abbia futuro e sia necessario avere un po’ di pazienza prima di poterlo giudicare.
L’Argentina di Humberto Grondona si è presentata al Mondiale come squadra campione del Sudamerica, ma nel corso della manifestazione anche l’Albiceleste non ha brillato per il livello di gioco espresso. Questo è un problema che si registra ormai da tempo a livello giovanile, qual è il tuo punto di vista a riguardo?
L’aspetto che più mi ha deluso e indignato è l’attitudine della nazionale argentina. I ragazzi di Grondona nel corso del torneo hanno tenuto un atteggiamento intimidatorio nei confronti degli avversari e non si tratta di una casualità, perché anche in occasione del Sudamericano di categoria avevano dato questa impressione. È inaccettabile e la trovo una cosa disgustosa: la semifinale giocata contro il Messico rappresenta il punto di non ritorno. Tutto questo non può che partire dall’allenatore, Grondona, che anche sul piano del gioco non si è certo distinto. La Seleccion, non un concentrato memorabile di talento, è l’immagine del degrado del futbol albiceleste. La società argentina sta vivendo un brutto momento e questo si ripercuote inevitabilmente sul calcio. Ne è un chiaro esempio l’inarrestabile spirale di violenza che si registra dentro e fuori il calcio.
A livello di singoli talenti, chi ti ha impressionato oltre alla stellina Driussi?
Non si tratta di una delle migliori U-17 che io ricordi, ma qualche giocatore interessante si è sicuramente visto. Oltre a Driussi, a me è piaciuto molto anche il suo compagno di squadra al River Plate, Emanuel Mammana. Guardando le partite in televisione è molto più facile che balzi all’occhio il giocatore offensivo, perché non è possibile apprezzare a pieno i movimenti, le coperture, la leadership, ma Mammana mi ha dato l’impressione di essere un difensore tosto, rapido ed elegante. Lui e Driussi sono senza dubbio i giocatori di maggior prospettiva. Leonardo Suarez invece ha talento, però è troppo lezioso e fisicamente non c’è proprio.
A differenza di Italia e Argentina, il Brasile, pur essendo stato eliminato in modo sorprendente ai quarti di finale, ha espresso un ottimo gioco, dando l’impressione di essere una squadra già matura.
Al Brasile manca solo un po’ di determinazione, perché a livello giovanile le squadre verdeoro non hanno mai raccolto i risultati meritati dal punto di vista della qualità di gioco espressa. La loro eliminazione è stata a dir poco sorprendente, considerati i talenti e l’organizzazione messa in mostra. È stupefacente vedere quanti giocatori di talento abbia potuto chiamare in ogni ruolo il CT Alexandre Gallo. In particolare sono stato felicissimo di vedere molti ragazzi provenienti dal Nordest, una terra straordinaria popolata da bravissima gente.
Come hai accennato, la Seleçao ha messo in mostra una quantità impressionante di talenti. Quali sono quelli che più ti hanno colpito?
In questo caso limitarsi a due o tre nomi è impossibile. Partendo dalla difesa, il portiere della Fluminense Marcos e il difensore Lucas mi piacciono molto, così come entrambi i terzini Abner e Auro. Il primo è già abbastanza conosciuto, un cavallo di razza finito sotto i riflettori dopo un Sudamericano giocato ad altissimi livelli, mentre il secondo è meno potente, ma più raffinato e tattico. Poi ci sono i due centrocampisti Danilo e Gustavo, più il pacchetto offensivo con i vari Nathan, Boschilia e Kenedy, che in questo momento preferisco a Thiago Mosquito.
A proposito di Nathan…
È spuntato dal nulla, quando l’ho visto in campo al Mondiale ho pensato: “E questo?! Da dove sbuca?!”. Fin dal primo pallone toccato ha dimostrato di essere un talento straordinario. Ho cercato di ottenere qualche informazione da fonti brasiliane e mi è stato riferito che il suo club, l’Atletico Paranaense, fino a poco tempo fa lo ha letteralmente tenuto nascosto per non perderlo a una cifra irrisoria, non facendolo giocare in nessuna competizione di categoria.
Indio: da stella dell’Under-15 a riserva, cosa ne pensi del suo percorso?
Indio purtroppo gioca nel Vasco da Gama, una società disastrata in mano a un folle, e questo sicuramente non ha contribuito a favorire la sua crescita. Mi sono innamorato di lui quando giocava nel Brasile U-15, ma in questo momento è ancora quello stesso identico giocatore: non è cresciuto, non è decisivo e inoltre sta iniziando a pagare dazio anche da un punto di vista fisico, non avendo particolari doti né sul breve né tantomeno sul lungo.
Un altro talento di scuola vascaina che non sta confermando le magnifiche doti messe in mostra due anni fa è Thiago Mosquito. Il Vasco, proprio a causa di questa gestione scellerata, lo ha perso per due lire, ma anche lui non è cresciuto molto fisicamente e non sembra più essere quella macchina da gol della Seleçao Under-15.
Auro, Lucas, Gustavo e Boschilia provengono invece tutti dalle giovanili del San Paolo.
Il Tricolor, nonostante problemi rilevanti al settore giovanile, si conferma una società in grado di produrre talenti di livello con grande continuità. A volte può capitare che qualcuno di questi goda di immeritata pubblicità e non rispetti le attese venutesi a creare, come ad esempio nel caso di Bruno Uvini, ma la loro capacità di costruire giocatori “veri” è indiscussa. Lucas, Gustavo e Boschilia -quello che più ha sorpreso, crescendo moltissimo- ritengo siano chiari esempi di giocatori da San Paolo: solidi e di grande qualità.
Nonostante il terzo posto della Svezia, le selezioni europee hanno faticato molto. Può aver pesato l’assenza di squadre come Spagna e Germania?
In generale si è trattato di un Mondiale molto povero da un punto di vista tecnico. La Svezia non ha messo in mostra nulla di clamoroso e lo stesso Messico finalista ha espresso un livello di gioco mediocre. Proprio per questo motivo il rammarico per il torneo disputato dagli azzurrini è notevole.
L’assenza della Spagna è stata sicuramente un brutto colpo per il livello medio, ma non è giusto togliere meriti alle squadre che si sono qualificate conquistando l’accesso agli Europei di categoria. Va invece fatto un discorso diverso per quanto riguarda la Germania, che recentemente non ha poi così brillato nella produzione di talenti nelle varie Under.
Ultima domanda: le squadre africane?
A mio avviso le due africane, Nigeria e Costa d’Avorio, hanno fatto molto bene. Le ho seguite in occasione della Coppa d’Africa Under-17 e il Mondiale ha confermato le mie impressioni: sono due gruppi che rappresentano alla perfezione gli stili di gioco storici delle due nazionali. Nella Nigeria meritano una menzione particolare Kelechi Ihaeanacho, votato Pallone d’Oro della competizione, e il terzino destro Musa, a mio avviso il miglior laterale del torneo. Tra gli ivoriani segnalo invece il potente difensore Kessie e Aboubakar Keita, centrocampista molto elegante.
In collaborazione con G.D.C.
Si ringrazia ancora Carlo Pizzigoni per la disponibilità e la cordialità. Trovare addetti ai lavori con la sua competenza e passione non è cosa facile né scontata.
27 nov 2013
Diego Costa e i suoi fratelli (ovvero i brasiliani ignorati dal Brasile)
Diego Costa sembra una mia personale ossessione (e in parte lo è), ma è semplicemente un giocatore attorno a cui viene naturale sviluppare diversi discorsi. Uno di questi è la tendenza della CBF di ignorare certi giocatori che potrebbero essere utili alla nazionale perchè di formazione europea.
Brasiliani di nascita, ma calcisticamente cresciuti ed educati lontani da casa per mille motivi, di fatto vengono ignorati finchè o cambiano passaporto o maturano completamente, mentre al contrario i giocatori "locali" accumulano molta esperienza di selecao fin da giovani.
Per entrambi i casi si possono fare diversi esempi.
Tralasciando Diego Costa di cui si è già parlato, negli ultimi anni diversi giocatori eleggibili per il Brasile sono andati a rinforzare altre nazionali.
L'ultimo in ordine di tempo è Thiago Motta. Nato in Brasile, trasferitosi in Spagna a 17 anni, dopo essersi rilanciato al Genoa e aver vinto tutto con l'Inter ha deciso di vestire la maglia azzurra senza troppi rimpianti, diventando un elemento importante nello scacchiere di Prandelli.
Ha trovato discreta fortuna con la Spagna Marcos Senna. Nato in Brasile, si trasferisce a Vilareal a 26 anni e qui passa tutta la sua carriera europea. Nel 2006 la nazionale roja lo chiama e Marcos si rivela un giocatore fondamentale per la conquista dell'Europeo 2008, il primo tassello del dominio spagnolo all'alba dell'era tiqui-taka.
Anche Pepe, che per quanto sempre discusso è alla sua settima stagione al Real Madrid, nasce in Brasile e si trasferisce in Portogallo a 18 anni. Maritimo, Porto e appunto Real le sue squadre, che lo hanno portato alla nazionale portoghese nel 2007 (pare rifiutando una chiamata di Dunga per il Brasile).
Prima di loro è il caso di citare Deco, giocatore rivelazione del Porto di Mourinho e protagonista assoluto del Barcellona di Rijkaard. Nato in Brasile, arriva in Portogallo a 19 anni ed esordisce col Portogallo nel 2003 proprio contro la sua nazionale di nascita segnando pure un gol decisivo.
No, non ho intenzione di citare Amauri.
In tutti questi casi è da segnalare il silenzio della federazione brasiliana. Evidentemente solo il numero 19 dell'Atletico merita certe attenzioni.
Ovviamente si trovano anche casi simili per le giovanili, ma a quel livello indubbiamente i selezionatori hanno il vantaggio di poter contare su un bacino di talenti pressochè illimitato in loco. Tuttavia qualcosa di buono sboccia anche all'estero, per citarne due Rodrigo e Jorginho.
Rodrigo del Benfica nasce in Brasile, cresce nelle giovanili del Celta Vigo, arriva al Real Madrid a 19 anni e diventa un titolare nel Benfica. Comincia con la Spagna nel 2009 con la selezione Under 19, mettendo insieme 37 presenze e 26 gol nelle varie giovanili.
Jorginho è la rivelazione dell'Hellas Verona. Nato in Brasile, cresciuto nel vivaio gialloblu, dopo essersi imposto in Serie B ha ricevuto la convocazione per l'Under 21 italiana.
Altri giocatori non hanno "tradito", attendendo con pazienza un'occasione.
Di recente Maxwell e Dante hanno vista premiata una lunga attesa. Il terzino dopo 12 anni di carriera in Europa fa il suo esordio col Brasile a 32 anni. Il centrale, che ha sviluppato la sua carriera tra Francia, Belgio e Germania, fa il suo esordio in nazionale a 30 anni dopo aver vinto tutto col Bayern Monaco.
Un altro ritardatario che adesso ha un posto è Hulk. L'ex Porto dopo una carriera particolare arriva compiutamente alla nazionale (l'esordio vero è nel 2009, ma poi il nulla) nel 2012 come fuoriquota per le Olimpiadi, a 27 anni.
Willian, ex Shakthar ora al Chelsea, è un caso abbastanza emblematico: giocatore dell'Under20 finchè è rimasto in Brasile, viene convocato per un'amichevole a 23 anni e rivede la nazionale solo a 25 dopo ottime prestazioni nel girone di Champions. Il suo ex compagno Fernandinho, malgrado grandi stagioni in Ucraina e un trasferimento record al City dove gioca titolare, invece aspetta ancora di tornare tra i convocati dopo le presenze raccimolate nel 2011 (a 26 anni). Entrambi si sono trasferiti allo Shakthar da giovani.
Ci sono poi i compagni di Diego Costa, Filipe Luis e Joao Miranda. Il terzino sbarca in Europa a 20 anni e sviluppa la sua carriera in Spagna tra Deportivo e Atletico. Oggi è uno dei migliori mancini del campionato eppure non vede la nazionale dal 2009. Miranda, decisivo addirittura in finale di Coppa del Re, giocava in nazionale con Dunga quando faceva ancora parte del San Paolo, mentre oggi viene ignorato.
Infine c'è il caso di Fernando Reges. Pescato dal Porto a 19 anni nella terza divisione brasiliana, gioca da sempre nella Primeira Liga e ha collezionato 11 titoli in 6 stagioni con la sua squadra. Nessuno dal Brasile l'ha mai cercato dopo un Sudamericano Under20.
Presunzione? Snobismo verso un calcio diverso? Troppi talenti da gestire? Semplice miopia?
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16 ott 2013
Il caso Diego Costa (ovvero i problemi dei ricchi)
Dato il livello di prestazioni che sta fornendo e i risultati del suo Atletico Madrid, non sono stato esattamente l'unico a notare Diego Costa. Il centravanti ha infatti il doppio passaporto (brasiliano di nascita, spagnolo acquisito) ed è finito al centro di una disputa tra federazioni: la Spagna lo prenderebbe volentieri, il Brasile non ci sta a perderlo. L'ultima parola spetta proprio a lui, e ogni nazionale ha pro e contro da valutare.
Innanzitutto specifichiamo che se si può parlare di una contesa è tutta colpa della CBF e di Luis Scolari. Il ct lo ha totalmente ignorato per 2 anni convocandolo solo per 2 amichevoli e lasciandolo a casa per la Confederations Cup. In quell'occasione la riserva di Fred era Jo, e a livello di rosa gli sono stati preferiti in altri ruoli Jadson e Bernard. Motivi di risentimento può averne e solo lui può stabilire se concede più soddisfazione cambiare squadra o vedere ammesso l'errore.
Tecnicamente poi è da vedere se Scolari è disposto a panchinare il "suo" Fred capocanonniere della Confederations, accantonando anche Jo e scartando definitivamente altri giocatori nel giro della nazionale come Leandro Damião e Pato. E occhio che c'è già chi chiede di mettere Neymar nel ruolo di punta centrale.
Diego Costa sarebbe il terminale perfetto per una squadra con tanti rifinitori leggeri come il Brasile attuale, ma il Brasile è disposto a risconoscergli il ruolo che merita?
La Spagna dal canto suo è, semplicemente, la Spagna. Per quanto un centravanti con le sue capacità di gioco possa sembrare lo sfogo ideale del possesso palla, Fernando Torres, Roberto Soldado, Alvaro Negredo, David Villa e Fernando Llorente sanno benissimo che essere attaccanti spagnoli nel post 2010 significa bene o male raccogliere le briciole. Diego Costa sarebbe un nome in più in una rosa già fin troppo affollata (considerando solo le punte, senza nemmeno iniziare a parlare dei rifinitori).
Una sua convocazione suonerebbe molto come uno sgarbo fatto sull'onda emotiva del grande successo spagnolo del giocatore. Col rischio concreto di veder finire tutto dopo una manciata di presenze.
Una guerra tra ricchi, ma anche un'innegabile opportunità per il numero
19, che ha in mano una scelta rara quanto importante per il suo futuro.
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