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1 lug 2016

Pekerman LCDTH

Fidarsi delle dinamiche del calcio sudamericano è sempre un errore, persino banale per chi è abituato a seguirne gli avvenimenti. Evidentemente però c'è qualcosa di scritto nel dna di noi europei che ci porta a cercare pattern precisi, ripetizioni a cui aggrapparci e quindi sempre a cadere in questo errore, e parlare di conseguenza.
Nello specifico, mai giudicare le competizioni da quanto succede nei gironi. Mai. La Libertadores fa scuola in senso assoluto, ma anche questa Copa America Centenario porta chiarissimi moniti. Il Cile, per dire, sembrava la copia sbiadita della squadra vincitrice solo un anno fa e ha dominato la parte più difficile del tabellone della fase a gironi. C'è anche l'esempio opposto: la Colombia è partita forte, ma è durata praticamente una gara e mezza, seguendo il vecchio detto della candela che si scioglie prima bruciando troppo forte.

Parlare della squadra di Pekerman è necessario perché aveva illuso tutti, soprattutto chi scrive, di essere tornata. Buttare via praticamente tutto quando servivano conferme non può che meritare insulti, maledizioni e improperi. Anche perché qualcuno potrebbe avere con l'allenatore argentino un conto aperto fin dai Mondiali 2006.
Chiariamoci, uscire contro il Cile, questo Cile, in semifinale è più che lecito ed è difficile da considerare un fallimento. E la Colombia ha anche vinto la finalina di consolazione contro gli USA, chiudendo quindi la Copa al terzo posto. Però dopo le prime esibizioni questa squadra sembrava poter fare di più. Magari non vincere, ma quantomeno rappresentare un ostacolo degno per la Roja di Pizzi invece di scomparire dal campo dopo appena quindici minuti.

Impossibile chiudere gli occhi rispetto alle colpe di Pekerman. Lui, il vecchio maestro argentino, il grande architetto dietro la rinascita calcistica della Colombia di questi anni ogni volta che la sua squadra arriva alla fase ad eliminazione sembra entrare in modalità panico: puntualmente cambia spartito, rivoluziona la formazione anche se non soprattutto negli aspetti cardine del gioco e finisce per pagare con l'eliminazione.
Una tendenza quantomeno curiosa: Pekerman ha sempre messo mano ai suoi titolari quando è arrivato oltre i gironi, portando la Colombia a cambiare interpreti e anche gioco di conseguenza. E praticamente mai questi cambi hanno portato a qualcosa di positivo. Va bene studiare l'avversario e adattarsi, ma perché minare i propri punti di forza? La Colombia, specie questa generazione, non è certo una selezione tanto debole da dover temere così tanto i rivali.

Si parte dai Mondiali 2014. La Colombia è la sorpresa del torneo, e ha in James Rodriguez il giocatore rivelazione. La demolizione dell'Uruguay agli ottavi apriva prospettive di gloria alla selezione di Pekerman. Anche se i quarti vedevano come sfidante il Brasile padrone di casa i Cafeteros sembravano una squadra in missione con possibilità illimitate. Il ct senza apparente motivo inserisce Guarin tra i titolari rinunciando al fedelissimo Aguilar, il giocatore geometrico della mediana, perdendo riferimenti e squilibrando la formazione. Il risultato è una sconfitta per 2-1 (pur con l'alibi di un arbitraggio rivedibile) contro un Brasile che pochi giorni dopo andrà incontro a una delle peggiori disfatte della sua storia.

Nella Copa America 2015 la Colombia non ha certo brillato nei gironi, arrivando comunque a qualificarsi alla fase ad eliminazione. Perkerman per le partite contro Brasile, Venezuela e Perù aveva scelto di dare minuti e titolarità a Falcao per cercare il recupero del 9, mettendolo praticamente davanti a tutto. Arrivato ai quarti contro l'Argentina il ct però inverte la rotta decidendo di non rischiare più, stravolgendo tutta la formazione: da un 4-4-2 più o meno falso con due mediani, James e Cuadrado sulle fasce e la coppia d'attacco Teofilo-Falcao Pekerman è passato a una sorta di 4-1-3-2 con un solo centrocampista di ruolo (Mejia), Ibarbo-James-Cuadrado a inventare e in attacco due punte come Teo e Jackson Martinez. E pure Arias, un destro naturale, come terzino sinistro al posto di Armero (che è discutibilissimo, ma per la Colombia era un leader). Una soluzione così convincente che la prima sostituzione è arrivata al minuto 23 del primo tempo.

Infine c'è questa Copa America Centenario. La Colombia si era presentata con una bella idea di gioco basata su un 4-2-3-1 asimmetrico, con Cardona a sinistra a cercare spazi e combinazioni e soprattutto l'inserimento a centrocampo di Seba Perez, un centrocampista dinamico e moderno che finalmente rompeva il classico schema di Pekerman di due mediani statici sostanzialmente monofase. Dai quarti ovviamente Perez è uscito dal campo. Al suo posto dentro Carlos Sanchez, mediano purissimo. Una mossa che ha portato a una clamorosa perdita di opzioni nella manovra, un appiattimento del gioco che ha facilitato molto il lavoro del Perù e soprattutto del Cile (contro cui Sanchez si è fatto pure espellere). La disastrosa scelta di Fabra come terzino sinistro, uno che nel Boca non gioca sempre proprio per lacune difensive e infatti è stato arato dai cileni, è stata dettata dalla necessità, quindi non va sulla coscienza del ct.

10 giu 2016

La nuova Colombia di Pekerman

Un anno fa la Colombia in Copa America sembrava finita in un tunnel molto, troppo profondo.
L'edizione cilena del 2015 per Perkerman è stata un fallimento. Non tanto per l'eliminazione ai quarti, quanto per come i Cafeteros sono scesi in campo. Senza idee, senza mai sembrare una squadra, con persino James incapace di trascinare, lasciando chiaramente l'impressione di essere una generazione alle corde.
L'idea di una nazionale triste, solitaria y final veniva anche da una considerazione più generale. I ct per una consolidata tendenza sono portati a lavorare con un certo gruppo di giocatori e difficilmente nel mezzo del loro mandato cambiano i propri riferimenti. I motivi sono i più disparati, dalla riconoscenza alle convinzioni tecniche (l'Uruguay di Tabarez è forse l'esempio più estremo). Il fatto è che con quegli uomini la Colombia non aveva vie d'uscita
Presumere che Pekerman sia un allenatore "normale" però è sempre sbagliato, e ancora una volta el Patriarca ha voluto dare una lezione a tutti.

Posto di fronte a un fallimento inaspettato Pekerman ha preso una decisione abbastanza estrema. Guardando le formazioni, rispetto all'ultima partita giocata nella Copa 2015 contro l'Argentina il ct ha mantenuto sei titolari: Ospina, Zapata, Murillo, Arias, Cuadrado e James. In più va considerato che Murillo un anno fa era quasi un esordiente assoluto e Arias, di ruolo terzino destro, giocava adattato a sinistra al posto di Armero. I Cafeteros di fatto oggi hanno di fatto una squadra nuova, soprattutto dalla difesa in su.
Nel reparto arretrato Pekerman aveva già anticipato il cambiamento principale un anno fa: ammainata la bandiera Yepes, Murillo era stato promosso titolare insieme a Zapata, e da quel momento non è più uscito dalle convocazioni. Zuniga e Armero, gli indiscutibili terzini titolari, sono stati giubilati nei mesi successivi. La scelta è stata molto meno scontata di quello che sembra: i due, per quanto discutibili come qualità calcistiche, nella Colombia erano leader in campo e nello spogliatoio (non a caso hanno rispettivamente 62 e 66 presenze).
Il reparto nettamente più in difficoltà in Cile (ma per certi versi anche al Mondiale) era il centrocampo, sostanzialmente incapace di collegare difesa e attacco e passabile solo per alzare le barricate. Anche qui Pekerman non si è fatto problemi a operare in modo netto, epurando sostanzialmente tutti per promuovere titolari assoluti Torres e Sebastian Perez. Il primo è l'elemento di equilibrio della squadra, il mediano più posizionale e difensivo, mentre il secondo è un classe '93 interessantissimo per capacità di leggere tatticamente l'azione e agire box-to-box. Entrambi giocano ancora in Colombia, ma la cosa non ha minimamente spaventato il vecchio maestro, che ora viene ripagato sul campo.
Dei quattro elementi più offensivi due posti non sono mai stati in discussione. James Rodriguez è il leader assoluto di questa seleccion e non lo tolgono dal campo nemmeno gli infortuni alla spalla, mentre Cuadrado è fondamentale come esterno di corsa, spunti e uno contro uno in velocità. Il problema era chi mettergli attorno.
In origine il ruolo di 9 era affidato saldamente a Falcao, ma la progressiva scomparsa del Tigre ha portato all'alternanza tra Jackson Martinez, Teofilo Gutierrez e Carlos Bacca. Il primo dopo una parentesi all'Atletico ha scelto la Cina, tagliandosi dalle convocazioni. Il secondo, titolare in Cile come al Mondiale, nel passaggio allo Sporting non ha più convinto il ct. Rimane Bacca, che anche al Milan si è confermato capace di fare gol dopo i due anni al Siviglia e come vero centravanti può dare ottime opzioni di gioco per il 10 e l'11. Fino a questa Copa Centenario in nazionale aveva dovuto accontentarsi delle briciole.
Ma la vera scelta determinante di Pekerman è quella del quarto uomo, nominalmente l'esterno sinistro della formazione. Uno spot che non ha mai avuto un vero titolare di ruolo (Ibarbo, una delle opzioni più utilizzate, non è stato nemmeno convocato) in cui il ct ha promosso Edwin Cardona. Un giocatore che però non è un esterno e non ha minimamente il passo per coprire la posizione in senso canonico.
Eppure oggi Cardona è un elemento fondamentale del gioco della Colombia. Il classe '92 ha caratteristiche abbastanza particolari: è alto e strutturato fisicamente, ma decisamente non un mostro di condizione (per citare Adani "sembra avere un fisico da amatore attempato della bassa emiliana") e non veloce sull'allungo. Tecnicamente però è un giocatore superiore, capace di gestire la palla, dribblare, cambiare gioco, cercare l'assist e soprattutto con un connubio di qualità e potenza di tiro rarissimo. Per la manovra è un punto di riferimento perchè aiuta James nella regia e completa il gioco di Cuadrado. In più tatticamente può spostarsi a fare il trequartista, col 10 che si allarga, oppure abbassarsi a fare l'interno in un centrocampo a tre, dando nuovi equilibri alla squadra. È un ragazzo in crescita anche per personalità, e malgrado sia un giocatore estremamente sudamericano per ritmi non mi stupirei di vederlo in Europa a breve.

Pekerman in un solo anno ha stravolto la sua Colombia, cambiando completamente i suoi riferimenti e costruendo tutto attorno a James Rodriguez. I Cafeteros sono tornati.

29 giu 2015

Copa America 2015, i quarti

Generali

Allenatori argentini: su quattro allenatori in semifinale, quattro sono argentini. Sarà un caso, ma il movimento argentino evidentemente produce tecnici di livello, almeno in relazione al Sudamerica. Quattro tecnici con curriculum diversi, ma tutti capaci di dare un'impronta chiara alla propria squadra.

Il Perù: ok, doveva superare "solo" la Bolivia, ma lo stesso arriva in semifinale con una bella dimostrazione di forza. Gareca ha messo in campo la squadra per giocare e vincere, e il cambiamento non è affatto facile come sembra. In più uno dei suoi uomini chiave (Lobaton) era squalificato. Ennesima testimonianza del gran lavoro dell'allenatore, e di un'applicazione straordinaria dei ragazzi peruviani, protagonisti per la seconda Copa consecutiva.

Il Paraguay, bestia nera del Brasile: il Paraguay ha eliminato il Brasile in due edizioni della Copa consecutive. Sempre ai rigori, ma la notizia c'è lo stesso anche vista l'evidentissima disparità di mezzi (anche al netto della crisi tecnica del Brasile). Basta poco per creare un complesso e far nascere una rivalità inversa rispetto a quella che tutti penserebbero. Il Paraguay all'opposto del Cile, praticamente.

La Colombia: si è già detto praticamente tutto, ma meglio ribadire. Sono arrivati alla Copa del tutto svuotati e hanno fatto praticamente scena muta. Unici protagonisti la sorpresa Murillo, un ritrovato Zapata e un Ospina miracoloso contro l'Argentina. Bisogna rifondare.

Il Brasile: la colpa sarà anche di Dunga, ma il materiale continua a rivelarsi limitatissimo. Neymar finchè ha giocato ha fatto la differenza, esattamente come un anno fa, ma fino a che livello può bastare? Se molla persino Thiago Silva rimane veramente poco a cui aggraparsi. Scelte non facili per il futuro prossimo, e la CBF non è che sia proprio un organismo illuminato già di suo.

Arbitri: decisamente non il meglio di questa Copa, e in generale non il massimo per l'immagine del continente. Almeno due partite (Cile-Uruguay e Colombia-Argentina) gestite decisamente male. Sono arrivate squalifiche successive e sospensioni, ma la credibilità è andata a farsi benedire.

Delinquenza: conseguenza diretta dell'assenza di arbitraggio, si sono viste allegre scazzottate in campo, per lo più impunite. Dalle entrate a martello alle scivolate a forbice fino alla famosa provocazione di Jara ogni partita ha regalato il suo momento di gloria.


Singoli

Tata Martino: l'Argentina è probabilmente la favorita assoluta del torneo, ma questo vale per quasi tutte le edizioni. L'approdo in semifinale non era scontato quanto sembra, e Martino sta provando a dare una sua impronta, vedere il tridente piccolo e Pastore a centrocampo. Dove non arriva la tattica, ci pensa il talento (o la fortuna, scegliete voi). Sarebbe anche finalista uscente visto il secondo posto col Paraguay quattro anni fa.

Di Maria: schierato da esterno sinistro del tridente non convince. Qualità nel cross e negli scambi di sicuro, ma una perenne sensazione di vederlo limitato, sia come spazi che per la possibilità di andare solo a sinistra. Nel secondo tempo con la Colombia è sparito dal campo. Sembra intristito, ma parliamo di un valore aggiunto fondamentale per l'Argentina.

Guerrero: l'uomo più atteso del Perù, nonchè capocannoniere uscente della Copa, risponde presente proprio nel momento migliore. Una tripletta alla Bolivia per el Depredador, che conferma il suo status sudamericano di cannoniere in una prova a tuttotondo, fatta anche di difesa del pallone, personalità e qualità nel giocare la palla. I difensori cileni, non esattamente dei colossi, sono avvisati.

Vargas: in Italia è percepito come un ex giocatore (con ottimi motivi), nel Perù è ancora uno dei leader, tecnici ed emotivi. Il meglio che produce il Perù parte dal suo mancino, in un ideale triangolo estremamente qualitativo con Cueva e Guerrero. Gli manca il gol, il Cile farebbe bene a evitare di regalargli punizioni.

James: dalle stelle alle stalle. Un anno fa era mister ottanta milioni, oggi sarebbe mister ottantamila lire. L'eliminazione della Colombia non è colpa sua e il contesto non l'ha aiutato minimamente, ma lui non ha regalato nemmeno uno spunto degno del suo talento e della sua fama. Contro l'Argentina ha avuto anche sul sinistro l'occasione per vincere la partita, ma ha deciso di non tirare. Non un bellissimo segnale.

Ospina: contro l'Argentina semplicemente insuperabile. Tre parate insensate che hanno portato la gara ai rigori, dove non è riuscito a completare il miracolo. Sarebbe il terzo portiere dell'Arsenal...

Thiago Silva: spesso indicato come l'unica speranza presente e futura del Brasile, contro il Paraguay compromette la partita con un tocco di mano folle. Senza quel rigore non sono sicuro che i guaranì avrebbero trovato il pari, o anche solo tirato in porta. Mentalmente non sembra proprio al massimo, e succede da diversi mesi. Forse non è per caso che Dunga aveva scelto di metterlo in panchina.

Pekerman: un po' come ai Mondiali contro il Brasile, nella partita più importante decide di cambiare, azzarda e perde. Ma se ai Mondiali ha compromesso una squadra che funzionava, qui si è solo giocato il tutto per tutto sapendo di dover pescare un jolly. Un solo centrocampista e dentro tutti i corridori possibili dietro a Teofilo, l'unico apparso in forma. Dopo ventiquattro minuti ha alzato bandiera bianca.

Valdivia: il Mago è nettamente il giocatore più eccitante di questa Copa. Finalmente titolare, finalmente al centro del gioco, ad ogni partita ha regalato almeno venti minuti di qualità assoluta. Ha una visione del calcio totalmente diversa da tutti, ma in particolare rispetto ai suoi compagni e alle idee di Sampaoli. E va in campo esattamente per questo, sempre con la bacchetta magica. L'assist per il gol decisivo contro l'Uruguay è suo, ed è molto più difficile di quanto lo ha fatto sembrare.

Isla: con la maglia rossa è un giocatore. Presenza costante in fascia, macina una quantità impressionante di chilometri ed è uno de ricettori preferiti dei palloni verticali di Valdivia. Col suo terzo gol in nazionale si toglie la soddisfazione di portare il Cile in semifinale. Non segnava dal 2011. Uomo del destino?

27 giu 2015

Il fallimento della Colombia

Solo un anno fa la Colombia aveva fatto innamorare tutti.
Ai Mondiali 2014 la squadra di Pekerman era stata la sorpresa più credibile del torneo, eliminata solo dal Brasile in un quarto di finale difficile da digerire per gli spettatori imparziali, figuriamoci per i tifosi. Quella squadra aveva un impianto semplice, ma ben definito, predicato sulla fisicità di tutti gli interpreti, sull'ordine in fase difensiva e sugli spunti di classe dei giocatori offensivi.
In Brasile la Colombia aveva dominato il suo girone vincendo tutte le partite segnando ben nove gol. Nella fase a eliminazione agli ottavi i cafeteros regalarono una prestazione straordinaria contro l'Uruguay, trascinati da una doppietta di James, per poi essere eliminati dal Brasile grazie anche a un arbitraggio decisamente casalingo. Proprio il numero 10, indiscutibile rivelazione del torneo, chiuse la competizione da capocannoniere con sei centri. Cuadrado invece come migliore negli assist con quattro passaggi decisivi per i compagni.
Su questa base ci si aspettava una Colombia protagonista nella Copa America 2015, dove avrebbe potuto anche contare su un certo Radamel Falcao. Invece qualcosa è andato decisamente storto.

La Colombia chiude la Copa America eliminata ai quarti dall'Argentina ai rigori. Un risultato che sarebbe anche onorevole se arrivato in un altro modo. Nel girone ha chiuso con una vittoria (storica, col Brasile), un pareggio e una sconfitta (col Venezuela), classificandosi ai quarti come seconda tra le migliori terze. Un solo gol segnato e uno subito, cui fa seguito lo 0-0 contro l'Argentina. Una partita interamente difensiva, arrivata ai rigori solo grazie a San Ospina.

Dell'idea di Pekerman è rimasta solo la fisicità. In quattro partite i cafeteros, malgrado un reparto offensivo composto da Victor Ibarbo, Luis Muriel, Jackson Martinez, Teofilo Gutierrez, Carlos Bacca, Radamel Falcao, Juan Cuadrado e James Rodriguez, hanno trovato la via del gol solo sugli sviluppi di una punizione, per di più grazie a Murillo che fa il difensore centrale. La squadra si è salvata grazie alla solidità difensiva (un solo gol subito), che però ha avuto bisogno di un notevole aiuto dalla buona sorte. Chiedere a Otamendi per informazioni.
L'errore più evidente dell'impostazione di Pekerman è stato l'abbandono totale del centrocampo. La sua coppia titolare è sempre stata quella composta da Carlos Sanchez e Abel Aguilar, e l'assenza del secondo è stata molto più pesante del preventivabile. Aguilar era l'unico elemento di tutti i convocati ad avere una vaga idea di regia e nessuno è stato in grado di rimpiazzarlo. Di base la Colombia si è trovata nettamente spaccata in due, con un blocco fisso formato dai centrali difensivi e mediani e tutti gli altri in avanti, terzini compresi. Un sistema che, ad essere generosi, puntava molto sulle qualità dei singoli dalla metà campo in su per portare avanti palla, creare superiorità e inventare qualcosa, sfruttando estro e tecnica, ma anche la corsa per coprire e proporsi.
Peccato che in Cile tutti gli uomini più attesi della Colombia fossero in condizioni disastrose. Cuadrado si è mostrato nella sua versione irritante e fumosa, James con poche idee e le polveri decisamente bagnate, l'attesissimo e capitano Falcao il fantasma di se stesso. Bacca è durato settanta minuti nella prima partita (persa), Jackson Martinez come quasi sempre con la maglia della nazionale non ha trovato il suo ruolo, Ibarbo comparsa tattica era e comparsa tattica è rimasto. Gli unici spunti li ha regalati Teofilo Gutierrez, nettamente il più positivo del reparto offensivo, che si è però totalmente eclissato contro l'Argentina, tanto che Pekerman lo ha sostituito dopo appena ventiquattro minuti.
Proprio Pekerman, espertissimo professore di calcio, si è trovato in netta difficoltà a gestire una rosa con troppi problemi. La missione delle prime partite era recuperare Falcao, a costo di sacrificare gli altri tipo Bacca, ma il piano è nettamente fallito e la scelta di pachinarlo proprio contro l'Argentina è una conferma.
Nei quarti il ct ha tentato il tutto per tutto. Ha messo in campo tutti gli uomini che potessero unire corsa e qualità per cercare un compromesso improbabile che permettesse di coprire il campo e ripartire, abbandonando del tutto la mediana abbassando addirittura James per sfruttarne lanci e visione. Inutile dire che non ha funzionato.

Il vero peccato è che questa generazione della Colombia, da molti considerata d'oro, potrebbe aver chiuso così la sua esperienza internazionale.
Una generazione d'oro durata un mese, del 2014.

22 giu 2015

Copa America 2015, i gironi

La Copa America del 2015 ha emesso i suoi primi verdetti. Arrivati alla fine dei gironi, cosa c'è da segnalare per questa edizione cilena?


Generali

La tattica del Cile: Jorge Sampaoli, oltre ad essere un bielsista, è una sorta di alchimista tattico. Ha tante idee e una ferrea volontà di vederle applicate in campo. Il suo Cile, comunque la si metta, è una squadra totalmente plasmata dal suo allenatore (oltre che dai due precedenti), che ha il gioco nel dna, punta a fare la partita e mostra un certo gusto nel farlo. Per chi si interessa di tattica un must assoluto da seguire. In queste gare si sono visti centrocampisti di inserimento usati come falsi nueve (Vidal, Aranguiz), l'uso contemporaneo di difesa a tre e a quattro, una punta usata come esterno sinistro a tutto campo (Edu Vargas), una mediana tenuta in piedi unicamente da un mediano di impostazione (Diaz) e un trequartista visionario (Valdivia). Quando ha dovuto pensare solo al risultato Sampaoli si è normalizzato schierando i giocatori nel modo più logico possibile. Ma non scommettete succeda sempre.

Il gioco del Perù: il Perù non è esattamente la nazionale più quotata del continente, ma si è qualificata ai quarti grazie al secondo posto in un girone con Brasile (con cui ha perso solo nel recupero), Colombia e un Venezuela sulla carta competitivo. Ricardo Gareca ha costruito una squadra decisamente solida, piena di garra, che però ha anche un concetto di gioco ben preciso. Sa cosa deve fare e come farlo, gioca sui suoi punti di forza senza strafare, ma nemmeno rinunciando in partenza. Strutturalmente gli manca un filo di qualità, soprattutto nella regia offensiva, ma per quello il Tigre può fare poco (a parte convocare Reynaldo Cruzado, giocatore col mancino più delicato delle Ande, ma anche col ritmo più compassato delle stesse). La cosa che rende tutto al limite del magico è che Gareca ha preso in mano la squadra a Marzo, alla faccia di chi si lamenta di non avere abbastanza i giocatori.

Il 9 del Brasile: un problema generazionale che rischia di sfociare nel dramma. Romario, Ronaldo, Adriano, Luis Fabiano e poi il nulla. Il 9 del Brasile semplicemente non esiste più. Fred è sempre stato una comparsa, Diego Tardelli con tutto il rispetto una barzelletta. Il grosso rimpianto è Pato, che poteva essere un simbolo mentre ormai può solo fare la comparsa nel campionato locale. La nazione calcisticamente più famosa al mondo oggi produce una marea di esterni/rifinitori/seconde punte (in cui rientra anche Neymar), ma nessun centravanti degno di questo nome. O meglio, uno ci sarebbe, ma è stato costretto a scegliere la Spagna. Grazie Scolari, grazie. A proposito, Jo come sta?

Giamaica volenterosa: alzi la mano chi si aspettava una Giamaica sommersa di gol. Ok, le ha perse tutte, ma onorevoli 1-0, pure contro squadre con attaccanti di un certo livello. Non si grida al miracolo, ma complimenti per l'approccio. Potete tornare in Africa soddisfatti.

L'attacco del Paraguay: siamo dalle parti del culto assoluto. Ramon Diaz ha pensato delle convocazioni che sembrano fatte apposta per solleticare i desideri più inconfessabili dei feticisti del calcio guaranì. Raul Bobadilla, Lucas Barrios, Roque Santa Cruz, Nelson Haedo Valdez, in ordine di numero, rappresentano un insieme che ogni cuore romantico non può che amare.

Delusione Colombia: al Mondiale, solo un anno fa, Pekerman aveva presentato una squadra invidiabile, ben costruita e conscia delle sue potenzialità. Oggi la Colombia sembra un ammasso di giocatori in cerca di autore, tutti persi sia mentalmente che fisicamente come il leader assoluto e capitano Falcao (leggete più sotto). La Colombia non sa come far arrivare il pallone ai suoi uomini offensivi, la manovra è lenta e involuta. La prima causa è che i cafeteros hanno un clamoroso buco di talento in mezzo al campo ulteriormente aggravato dall'assenza di Aguilar, forse l'unico con senso geometrico a disposizione. Si fa rimpiangere persino Guarin, che almeno di forza qualche pallone lo porta avanti. In aggiunta anche James Rodriguez non è nelle scintillanti condizioni di un anno fa e quindi non resta che procedere a strappi sperando che qualcuno si svegli. L'unico giocatore veramente in condizione risponde al nome di Teofilo Gutierrez, il che significa che molto facilmente si farà espellere entro il decimo della prima partita ad eliminazione.



Singoli

La rabona di Rojo: lo confesso, la aspettavo con ansia da un anno, anche se l'ho accolta con un lieve pizzico di delusione. Riproporla in fase offensiva, anziché nel bel mezzo della propria area di rigore, è stata infatti una scelta poco condivisibile. Ora non ci resta che attendere un gol di Rojo realizzato con il suo marchio di fabbrica.

L'eleganza di Ortigoza: avete mai visto Fantasia? Il pezzo con gli ippopotami e i coccodrilli? Ecco, Nestore Ortigoza sembra uscito da quella danza lisergica. Sihouette rivedibile, ma piedi musicali e capacità di gestire la palla da artista. Tutto nel Paraguay inizia da lui, che sembra sempre doversi fermare per riprendere fiato, ma poi il pallone ce l'ha sempre tra i piedi. Culto assoluto per uno dei giocatori più improbabili di questo calcio.

I guantini di Marcelo Moreno: nulla di tecnicamente rilevante, ma un vezzo quantomeno curioso per el Diablo Moreno. Perchè quei guantini nero e fluo? Con maglia bianca a maniche corte poi, quasi a esasperare il contrasto. Ma in fondo perchè no? Ne ordino tre paia.

Jorge Valdivia: il calcio. L'ingranaggio fondamentale per far girare a meraviglia lo splendido Cile di Sampaoli e la mente perfetta per innescare le letali armi offensive della Roja, grazie al suo piede meraviglioso e alla sua impareggiabile capacità nel leggere ogni azione. È il lato romantico della Copa, il giocatore che più di ogni altro meriterebbe il trionfo, soprattutto dopo il Mondiale ai margini.

Edu Vargas e Sampaoli: la storia è piena di giocatori che con specifici allenatori danno il meglio. Edu Vargas ha il suo mentore in Jorge Sampaoli. Ogni volta che vede il tecnico argentino si trasforma da fumoso e leggero centravanti in Turboman. Gli deve praticamente la carriera visto l'exploit nella U, nel Cile è una pedina fondamentale, e la sensazione è che per il suo ct darebbe anche un braccio.

Neymar e il suo rapporto con la Colombia: parafrasando un detto italiano, vedi la Colombia e poi muori. Neymar fortunatamente è ancora vivo, ma siamo alla seconda competizione consecutiva che per lui termina dopo una sfida con i cafeteros. Ai Mondiali fu un intervento di Zuniga, oggi una crisi di nervi che non colpiva il 10 dai tempi del Santos. Forse ha sentito il peso della responsabilità? Potremmo trovarci alle prime battute di una rivalità piccante.

Radamel Falcao: cercasi Tigre disperatamente. Da quando ha lasciato l'Atletico e si è infortunato Falcao è diventato un altro, nell'accezione negativa del concetto. In campo non ha nemmeno lontanamente l'impatto di un tempo, soprattutto come garra, carisma, presenza nella partita. Una copia sbiatida e vuota dell'incredibile centravanti che ha dominato l'Europa (League). Pekerman lo ha nominato capitano, e conoscendo il suo rapporto con quelli che elegge suoi fedelissimi punterà su Falcao fino alla fine. Probabilmente affondando.

Edinson Cavani: non ha mai trascinato l'Uruguay, a detta di tutti perché costretto a un ruolo da gregario a causa dell'ingombrante presenza di Luis Suarez. Dopo queste prime uscite dell'Uruguay, tuttavia, viene spontaneo chiedersi se il Matador abbia i requisiti per trascinare da solo la squadra charrua. Da stella indiscussa della Celeste finora ha giocato una Copa impalpabile, lontano dal gioco e senza la giusta carica agonistica per essere il vero condottiero della banda Tabarez.

7 lug 2014

Brazil2014: Top&Flop Generali - Quarti di finale

Top

La scelte di Löw:il miglior terzino del mondo a fare il terzino, due mediani a fare i mediani, una punta a fare la punta. Il dio del calcio ringrazia con tutti gli spettatori, la Germania sembra una squadra molto più quadrata e logica.

La fisicità del Brasile: decisiva per i gol su piazzato come nel recupero palla e nelle progressioni individuali. In pratica ciò su cui si basa tutto il gioco di Scolari, e ha ampiamente pagato contro Cile e Colombia. Se gli arbitri poi sono conniventi tutto fila liscio.

L'ordine tattico dell'Argentina: la squadra di Sabella non brilla per spettacolarità, ma i giocatori contro il Belgio avevano un piano e l'hanno seguito pedissequamente. Ordine, corsa, raddoppi, marcature precise e tanto, tantissimo sacrificio da parte di tutti, meno il numero 10 che aspettava la palla. Hanno scommesso sull'incapacità dei diavoli rossi di imbastire una manovra collettiva e hanno vinto. Simbolo di tutto questo Ezequiel Lavezzi, mai come oggi in versione Jonas Gutierrez (gli amanti del bel calcio ricorderanno).

Il commento di Sky:
in Francia-Germania al minuto 3.30 dei 4 di recupero, Compagnoni ci informa che "o succede qualcosa entro 30 secondi o la Germania è in semifinale". Grazie capitan Ovvio.

Il cambio di Krul: un lampo di genio, una mossa di cui si parlerà più o meno per sempre. Tecnicamente discutibile all'infinito, psicologicamente spiazzante come poche altre cose.

Flop

Francia: l'ottima macchina di Deschamps si inceppa sul più bello.  Ci è voluto del tempo per sentire l'assenza di Ribery, e già è un merito, ma contro la Germania i vari Valbuena e Griezmann non sono mai riusciti a trovare la giocata risolutiva. In compenso giocatori come Matuidi hanno cercato di prendersi responsabilità non nelle loro corde, creando un senso generale di confusione ed apprensione. 

Colombia, primo tempo: Pekerman cambia la sua formazione ideale e si trova a dover sistemare un pasticcio. Saltano le coperture e la capacità della mediana di fare filtro, mentre i giocatori offensivi non riescono mai a ripartire. Approccio generale troppo molle e interpretazione successiva basata unicamente sugli spunti individuali, come se si stesse giocando un gigantesco 1vs1. La squadra ha perso tutte le idee e i riferimenti, dando l'impressione che se certi giocatori sono chiamati a pensare troppo inevitabilmente si chiudono in se stessi e perdono il concetto di collettivo. 

Brasile-Colombia: la aprtita più attesa delude clamorosamente le aspettative. Nessuna delle due squadre è in grado di presentare un gioco tatticamente impostato e in fretta la partita si trasforma in un insieme di sfide individuali, in un'atmosfera da duello incoraggiata da un arbitro sostanzialmente assente. Molto sudamericano, molto da campetto, poco da quarti di un Mondiale.

Carlos Velasco-Carballo: l'arbitraggio dello spagnolo è finito sotto la luce dei riflettori soltanto per l'infortunio di Neymar, ma per l'intera partita il direttore di gara è parso lontanissimo dall'avere il controllo. La decisione di non ammonire nessun intervento è insensata e alcune singole decisioni lasciano a dir poco basiti: su tutte il mancato rosso a Julio Cesar.

L'impunità di cui gode Fernandinho: il mediano del City è stato rispolverato da Scolari soltanto nelle ultime partite e, dopo aver superato i gironi, il Brasile non ha più potuto fare a meno della sua fisicità e del suo ordine tattico in mezzo al campo. Nel frattempo Fernandinho ha randellato (con ordine e diligenza) qualsiasi cosa osasse passare nella sua zona di campo senza vedere neanche l'ombra di un giallo. Oltre ad alcuni singoli interventi lasciati impuniti, sorprende soprattutto la leggerezza con cui gli arbitri hanno concesso la reiterazione di infiniti falli tattici. Facile fare il mediano se non esistono i cartellini.

David Luiz al fischio finale: sportiva, certo, ma la scenetta di David Luiz che consola James Rodriguez e chiama gli applausi del pubblico al fischio finale pare tutto tranne che spontanea. Nel frattempo ha guadagnato prime pagine e titoli su giornali, tv, siti internet e social network.

Belgio: i diavoli rossi, la squadra più giovane e per certi versi affascinante del Mondiale è anche la maggior delusione. La partita con l'Argentina  riassume tutti i limiti della squadra di Wilmots, ottime individualità sostanzialmente incapaci di trovare una sublimazione nel gioco collettivo. In questa ottica non deve stupire il fallimento di Lukaku, ragazzo del '93 che per caratteristiche è un ottimo finalizzatore di quanto prodotto da quelli dietro di lui. Se i creativi sono spenti fisicamente e mentalmente c'è poco da chiedergli. Troppo individualismo, troppa voglia di avere il pallone tra i piedi, poca cooperazione, pochissimi movimenti.

2 lug 2014

Brazil2014: Top&Flop Generali - Ottavi di finale

Top

Il commento di Sky: in Brasile-Cile Compagnoni commenta così una rimessa con le mani cilena battuta da Luis Mena, "Mena con le mani"

L'inno brasiliano a Belo Horizonte: tutto lo stadio partecipe, giocatori visibilmente emozionati e gasati. Un trasporto collettivo abbastanza raro da vedere nel calcio, un bellissimo spettacolo anche toccante.

Cile: cosa dire della Roja? La prestazione contro il Brasile è stata commovente per applicazione e passione. Pur correndo qualche inevitabile rischio, Sampaoli e i suoi sono stati a un passo dal compiere il delitto perfetto, fermati soltanto all'ultimo minuto dalla traversa. La sconfitta ai rigori non cancella un Mondiale in cui il Cile ha dimostrato di essere una delle nazionali sudamericane più in crescita, già pronta a dare battaglia nella prossima Copa America. Il rientro da eroi in patria è il giusto tributo a una squadra che ha saputo dare vita a un'empatia totale con i propri tifosi.

Il rigore di Aranguiz: pressione, tensione e paura spazzati via da uno dei rigori più folli che si ricordino. Altro che il cucchiaio, il missile di collo esterno a mezzo centimetro dalla traversa è un'opera d'arte.

Howard Webb: l'arbitro inglese, chiamato a dirigere la partita più delicata del turno, dimostra per l'ennesima volta di essere un fuoriclasse della categoria. Non subisce la pressione ambientale, gestisce perfettamente la partita e nelle chiamate decisive non sbaglia nulla.

Miguel Herrera: è il personaggio rivelazione del Mondiale, ma alle espressioni e alla gestualità che scaturiscono inevitabile simpatia, il tecnico messicano ha saputo abbinare un gioco sorprendente. Il suo Messico, dopo aver messo in difficoltà il Brasile, fa tremare anche l'Olanda ed è costretto ad arrendersi soltanto all'ultimo secondo. Herrera schiera in campo una difesa a 3 lontanissima dai canoni italiani, affidandosi alla qualità nelle letture di Marquez e valorizzando giocatori come Guardado e Hector Herrera. La squadra messicana corre molto e lo fa davvero bene: avrebbe meritato il passaggio del turno.

Il calcione di Gaston Ramirez ad Armero: è vero che Armero stava perdendo tempo e rallentando la battuta della punizione ed è vero che il colombiano sposta la palla all'ultimo andandosela a cercare, ma Ramirez non fa proprio nulla per rallentare. E se riesci a rifilare una pedata del genere senza farti ammonire, meriti di stare tra i Top.

Algeria: una delle migliori squadre viste al Mondiale. Vahid Halilhodžić ha scelto 23 uomini veramente funzionali alle sue idee e a seconda delle necessità li ha mandati in campo, mantenendo però sempre uno schema e un impianto di gioco ben collaudati. Condizione fisica scintillante, movimenti continui e precisi, intesa, ricerca dei compagni, costante aiuto, attenzione tattica e tecnica diffusa hanno fatto soffrire persino la quotatissima Germania. In più tanto, tanto cuore e quella genuina voglia di lottare che solo le nazionali con la voglia di stupire possono mostrare.



Flop

Gli esterni del Brasile: la squadra di Scolari mostra ancora i soliti pesantissimi limiti nel gioco collettivo, vivendo sostanzialmente solo di lanci lunghi e spunti individuali, ma in particolare contro l'ostico Cile deludono per l'ennesima volta gli esterni, sia difensivi che offensivi. Marcelo sembra aver esagerato con la cachaca, mentre Dani Alves dall'inizio del Mondiale è sorprendentemente timido sulla destra, proprio lui che è diventato famoso al Siviglia gestendo una marea di palloni. In attacco Hulk e Oscar messi sulle fasce corrispondenti al piede (rispettivamente sinistra e destra) si vedono pochissimo, sono tremendamente prevedibili nella giocata e ulteriormente limitati dalla perdurante assenza di Fred. Qualcosa di meglio dal numero 7 anche grazie al fisico, ma entrambi risultano complessivamente lenti, fermi e incapaci di fornire guizzi di qualità. La totale mancanza di un sistema di gioco organizzato impedisce qualunque combinazione e questo non fa che accentuare i limiti individuali. 

I finali di partita della Colombia: quella che probabilmente è la formazione più forte vista finora per insieme di talenti individuali e capacità di gioco ha un'incredibile capacità di complicarsi la vita nei finali di partita. La Colombia vive di entusiasmo e si vede a miglia di distanza, ma quando stacca la spina rischia di rilassarsi troppo. A volte i giocatori (specie quelli più di corsa) appaiono in evidente apnea fisica e non vengono sostituiti, altre volte (vedi con l'Uruguay) i cambi di Pekerman risultano cervellotici e abbassano troppo il baricentro. Ok cercare il contropiede, ma compromettere la partita magari no.

Le alchimie di Van Gaal: l'allenatore degli Oranje continua con la sua linea ferrea. Difesa a 3, tre quarti di partita in attesa affidandosi soltanto alle incursioni di Robben, cambio di modulo e assedio finale approfittando della stanchezza avversaria. Finora è una strategia che ha pagato, ma contro il Messico Van Gaal ha rischiato di soccombere, schierando qualche giocatore di troppo fuori ruolo e faticando a trovare la chiave per mettere in difficoltà la difesa comandata da Rafa Marquez. Gli episodi questa volta hanno sorriso all'Olanda, ma da uno come Louis è lecito aspettarsi di più.

La difesa della Germania: i quattro centrali in linea sorprendentemente non funzionano. Faticano a marcare in area e soprattutto a coprire quando la squadra si riversa in attacco, visto che nessuno brilla per corsa, ma il vero dramma è nella fase di possesso. I due "terzini" infatti, pur essendo adattati, sono chiamati a giocare da esterni veri, ma non ne hanno le caratteristiche, col risultato che rallentano la circolazione della palla facendo perdere tempo di gioco e malgrado l'impegno non hanno attitudine ad attaccare lo spazio, puntare l'uomo e crossare, sopratutto Höwedes (destro di piede) piazzato a sinistra. In pratica la manovra non trova sfogo sugli esterni, perdendo di fatto due uomini e aiutando la difesa avversaria. 

Il commento di Sky, parte uno: in Argentina-Svizzera Trevisani sottolinea un fantascientifico 85% di possesso palla albiceleste. Peccato fossero passati 2.35 minuti.

Il commento di Sky, parte due: stessa telecronaca, all'inizio dei supplementari Trevisani ci informa che i giocatori dovranno inventarsi qualcosa in fretta perchè "la partita su 30 minuti è più corta che su 90"

18 giu 2014

Brazil2014: Top&Flop Generali - Prima Giornata

Top

Olanda: Van Gaal ha stupito tutti, ingabbiando i campioni in carica con una formazione sulla carta di molto inferiore. La padronanza tattica degli oranje fa impressione, interpretano la difesa a 3 in chiave moderna e totale malgrado Vlaar, De Vrij, Martins Indi, De Guzman e De Jong non siano fenomeni coi piedi. Qualcuno alla latitudine dell'Italia prenda appunti. 

Costa Rica: complice un Urugay irriconoscibile i ragazzi di Jorge Luis Pinto sono la vera sorpresa di giornata. Organizzazione, voglia, incoscienza e la consapevolezza di non aver nulla da perdere hanno permesso ai Ticos di raggiungere un risultato storico, trascinati dal giovane Campbell.

Honduras: hanno perso 3-0 contro la Francia, ma la sana ignoranza con cui hanno affrontato i galletti è pura poesia. Novanta minuti di interventi decisi, spesso fuori tempo e una base tattica che definire limitata è riduttivo. Era da tempo che non si vedeva una squadra così. Grazie Honduras.

Colombia: al di là dell'ottimo risultato, preme sottolineare la soluzione ideata da Pekerman per sostituire la stella Falcao. Teofilo Gutierrez è meno prima punta, ma ha una capacità naturale nel giocare di sponda e nell'aprire spazi per gli inserimenti dei compagni, senza tuttavia disdegnare il gol.

Bomboletta spray: in Sudamerica viene utilizzata da anni e ha dimostrato di essere la soluzione migliore per evitare di battere punizioni con la barriera a mezzo metro dal pallone, eppure in Europa c'è chi è ancora scettico.

Brazuca: dopo l'incubo Jabulani Adidas decide di produrre finalmente un pallone da calcio e lo spettacolo ringrazia.

L'esultanza colombiana al gol di Armero: pretendere che Teofilo sparasse qualche colpo in aria era troppo, quindi ci accontentiamo del balletto di gruppo di mezza rosa dei cafeteros!

Goal line technology: finalmente la tecnologia inizia a essere applicata anche al calcio, per la disperazione di moviolisti e giornalisti.


Flop

Brasile: nonostante la vittoria contro l'ostica Croazia, arrivata soprattutto grazie a Pletikosa e a un rigore a dir poco fantasioso, la Seleçao non ha convinto. Scolari ha schierato in campo un non-modulo con molti giocatori che vagavano per il campo senza alcuna logica, a partire dai centrali di difesa fino ad arrivare alle punte.

Spagna: la più grossa delusione della prima giornata. In una sola partita prendono più gol che negli ultimi 3 tornei principali sommati e all'improvviso perdono tutte le certezze consolidate in 6 anni di dominio. Molti dei giocatori chiave sembrano stanchi, svagati, fuori forma, il proverbiale possesso è lento e sterile e la difesa va in ansia a ogni pallone verticale. Forse servirebbero cambi, ma potrebbe essere tardi.

Inghilterra: dal 1966 la storia è la stessa. Nomi e talento individuale appena indossano la maglia coi leoni si perdono, diventando incapaci di giocare insieme. Contro l'Italia Hodgson si è limitato a scegliere 11 giocatori, senza leggere quello che succedeva in campo. Scegliere qualcuno del Liverpool non basta.

Arbitri: troppi gli errori decisivi per chiudere un occhio. Speriamo si cambi già dalla prossima giornata.

Joachim Loew: puoi vincere anche 4-0, ma se schieri quattro difensori centrali, il miglior terzino destro al Mondo in mediana e il falso nueve, noi ti odiamo.

Tabarez e il suo Uruguay: certo, presentarsi senza uno dei giocatori più forti al Mondo non aiuta, ma la Celeste vista in campo contro la Costa Rica è stata irriconoscibile. Svagata e prevedibile, la nazionale uruguayana rischia di pagare la staticità nelle scelte di Tabarez. Manca un giocatore in grado di fare gioco (prima ci pensava Forlan, quello vero) e soprattutto non si è visto un briciolo della celeberrima garra charrua: sequestrata alla frontiera per motivi storici?

Il modulo di Sabella: l'Argentina ha vinto, ma sicuramente non si è distinta per il bel gioco proposto. Dopo il modulo con quattro difensori centrali, marchio di fabbrica della Seleccion targata Maradona, Pachorra decide di varare un inedito 352 con un solo centrocampista di ruolo: il povero Mascherano. Ma la formazione non è tutto e lo ha dimostrato Van Gaal, peccato che l'Albiceleste abbia messo in mostra la versione "Mazzarri 2013/14" del 352, quella con reparti distanti all'inverosimile, movimenti senza palla limitati e una pochezza di idee raggelante.

Scarpe: il trend purtroppo è quello e i giocatori non hanno molta voce in capitolo nei confronti degli sponsor, ma vedere tutti quegli evidenziatori ai piedi dei giocatori fa male agli occhi e al cuore. E l'alternativa sono le scarpe bicolore.

I servizi di Sky: ok, siamo in Brasile, ma possibile che ogni servizio debba iniziare con un primo piano sul sedere di qualche passante (nda: se proprio devono farlo, almeno scelgano con più accuratezza) e ogni collegamento/opinione debba contenere qualche battutina a doppio senso? Lungi da noi voler fare i bacchettoni, ma non c'è proprio qualcosa di più interessante da dire?

Il jingle di Emis Killa: è più fastidio di Massimo Mauro e sta insidiando Blatter nella classifica delle cose più odiate nel mondo del calcio.


A parte

I baffi di Luiz Gustavo e Hugo Almeida: direttamente dagli anni 80, stiamo ancora decidendo se inserirli tra i Top o i Flop.

23 gen 2014

La Colombia oltre Falcao

Un grave infortunio ai legamenti in una "inutile" partita di Coppa di Francia rischia di aver cambiato gli equilibri del Mondiale brasiliano.
La vittima è infatti Radamel Falcao, da molti considerato il miglior vero nueve del mondo, stella assoluta non solo del Monaco e del calcio europeo, ma soprattutto della Colombia. Impossibile non avere nel mirino i cafeteros per il prossimo Giugno, visto il loro mix esplosivo di fisicità e talento, ma la perdita del loro fenomeno assoluto, uomo di riferimento e finalizzatore della manovra potrebbe rivelarsi un colpo troppo pesante da metabolizzare. Falcao è giocatore da 20 gol in 51 presenze con la sua nazionale (secondo miglior marcatore di tutti i tempi alla pari con Faustino Asprilla), di cui 14 in 25 dal 2011 a oggi, quasi tutti decisivi, e su di lui, sui suoi movimenti e sulla sua incredibile capacità di difendere palla ha sempre fatto un grosso affidamento Josè Pekerman. Il ct in questi mesi dovrà attingere a piene mani al serbatoio di talento della sua selezione per inventarsi una soluzione credibile. Ma cosa può offrire la rosa della Colombia?

Mai come oggi la selezione colombiana ha potuto contare su giocatori di talento. Un insieme decisamente ricco che sembra avere tutto per ottenere grandi cose proprio nel 2014, mix particolare di giocatori nel pieno della loro maturità che ci hanno messo qualche anno ad esplodere (lo stesso Falcao, Jackson Martinez, Cuadrado), giovani in rampa di lancio (James Rodriguez) e giovanissimi ambiziosi (Balanta, Quintero).
Pekerman non è certo un vate del calcio offensivo e ha dato alla sua squadra tutta la solidità possibile giocando con un modulo abbastanza variabile, ma che in definitiva è sempre un intorno del 4-2-3-1. Tanta qualità negli uomini davanti, solidità in mediana e una generale attenzione difensiva, aiutata dalla grande fisicità sia di peso che di velocità diffusa nei giocatori. La qualificazione al Mondiale dopo 16 anni non è un caso, ed è arrivata anche grazie a un certo carattere sviluppato nel tempo.
Falcao, come detto, era la punta di diamante di questa Colombia. A chi toccherà raccoglierne il testimone?

Limitandoci ai soli attaccanti, i nomi sono Jackson Martinez (classe 1986), Teofilo Gutierrez (1985), Luis Muriel (1991) e Carlos Bacca (1986).
Di questi i più utilizzati sono tipicamente i primi due, anche in coppia col Tigre, e proprio da loro ci si aspetta il primo passo avanti in rendimento e leadership. Jackson al Porto è una macchina da gol (49 in 64 partite), Teofilo è spesso in lotta con se stesso, ma per carattere e capacità può risultare tremendamento decisivo in una competizione breve come un Mondiale (l'alternativa è che perda totalmente la testa, prendere o lasciare). Bacca è invece il nome emergente con 10 gol nel Siviglia dopo una carriera tra Colombia e Belgio, si sta dimostrando giocatore solido e merita una chance. Muriel è il talento grezzo, indicato da un paio d'anni come sul punto di esplodere, ma sempre frenato da una testa non al livello dei piedi. Questo improvviso spazio potrà motivarlo?
A loro si unisce un buon elenco di giocatori offensivi usati da Pekerman o sulla trequarti o sull'esterno: Juan Guillermo Cuadrado (1988), Fredy Guarin (1986), James Rodriguez (1991), Victor Ibarbo (1990), Juan Fernando Quintero (1993).
Gli ultimi due sono uomini di complemento che però adesso potranno avere più attenzioni. L'attaccante del Cagliari non è certo continuo o particolarmente prolifico, ma ha un insieme di doti che lo rendono arma pericolosa da sfruttare anche a partita in corso. In Novembre ha trovato il suo primo gol in nazionale contro il Belgio. Quintero invece è il talento emergente, trascinatore assoluto della selezione Under 20 al Sudamericano (vinto) e al Mondiale. Deve ancora trovare la sua dimensione coi club, ma ha personalità, colpi e considerazione. James Rodriguez malgrado i 23 anni da compiere ha già una lunga carriera alle spalle tra Envigado, Banfield, Porto e Monaco, avendo esordito già nel 2007. Oggi è tra i miglior assistman d'Europa con 9 assist realizzati, sta ampliando il suo repertorio tecnico e la qualità generale del suo gioco, arriverà al Mondiale al top. Cuadrado nella Fiorentina ha trovato la sua dimensione come esterno sia a tutta fascia che d'attacco, con la sua capacità di vincere gli uno contro uno sia di fisico che di tecnica è una variabile impazzita. Discorso a parte merita Fredy Guarin. Da sempre anarchico in cerca di ruolo, può essere sfruttato come trequartista e in caso di necessità può ricoprire anche un ruolo in mediana. Probabilmente non sarà mai ordinato, ma resta un giocatore con lampi in grado di spaccare le partite.
Sarebbe bello poter inserire in questa lista Giovanni Moreno, straordinaria unione di fisico e talento, che però tra infortuni (quando era in Argentina) e scelte di vita (andare in Cina a 25 anni), non diventerà mai il giocatore incredibile che si è intravisto a inizio carriera.

Per sopperire a un'assenza tanto pesante servirà un passo avanti collettivo.
Uno dei nominati diventerà il nuovo leader?