Generali
Perù: facendo la proporzione mezzi/gioco espresso nettamente la miglior squadra del torneo. Contro il Cile gli uomini di Gareca avevano un piano, sapevano perfettamente come metterlo in opera ed era tamente buono che ha funzionato pure in inferiorità numerica. La densità in mezzo al campo, il pressing e le ripartenze precise sono state a lungo un rebus duro per gli avversari. Senza l'espulsione di Zambrano dopo appena venti minuti c'è la diffusa convinzione che in finale avremmo visto loro e non i padroni di casa. Questa squadra ha un futuro, chapeau.
Paraguay: demoliti dall'Argentina in un secondo tempo senza storia, ma va sottolineato un primo tempo di pura garra. Due degli uomini migliori (Derlis e Santa Cruz) fuori subito per infortunio, due gol subiti entro la mezz'ora e un'Argentina che sembrava in dominio. Invece hanno spaventato i campioni albicelesti con quindici minuti di fuoco, corsa e pressing. Magra consolazione, me ne rendo conto, ma una bella dimostrazione di personalità. In due edizioni consecutive della Copa una sola vittoria, ma finale e semifinale. Mai sottovalutare i guaranì.
Argentina: quando riesce ad assecondare il suo strabordante talento non c'è difesa che tenga. Il secondo tempo contro il Paraguay è una dimostrazione di forza e personalità, soprattutto se confrontata con la partita inaugurale contro gli stessi avversari, oltre che un chiarissimo messaggio al Cile. L'Argentina non si adagia sulla qualità, sa giocare, leggere le partite e avere pazienza. Tra Mondiale e Copa America è certificato che parliamo di una delle primissime squadre al mondo.
Cile: questo Cile strutturalmente soffre le squadre fisiche, e il Perù ha fatto di tutto per evidenziare il gap. Ha però una qualità, un impianto di gioco e degli interpreti che possono risolvere sempre le partite. La squadra crede talmente tanto in quello che fa da correre spesso il rischio di specchiarsi troppo, soprattutto quando c'è da concludere a rete. Contro la squadra di Gareca il Cile ha subito un po' la pressione di essere favorito, ma in finale sarà tutto diverso.
L'attacco albiceleste: merita un discorso a parte. Quattro gol in quattro partite, sei contro il Paraguay. Non c'è mai stato dubbio circa quale fosse il reparto migliore dell'Argentina, ma mai come adesso sembrano anche una squadra. In campo aperto semplicemente inarrestabile. Il tragico, per gli avversari, è che si è svegliato Di Maria, ma Messi è ancora fermo a un gol, su rigore.
Singoli
Pastore: la vera sorpresa di Martino e dell'Argentina. Pastore fa un ruolo di collegamento tra centrocampo e attacco che abbiamo spesso visto fare a Di Maria, e lo fa con classe e pericolosità. Galleggia tra le linee cercando spazi, punta l'uomo, cuce il gioco, si inserisce, rifinisce. El Flaco sembra un giocatore maturo, pronto a mettere il suo talento al servizio della squadra. Regala sempre giocate sublimi.
Messi: non segna, eppure non si parla di crisi. Già questo è un segnale forte di quello che sta facendo Messi in questa Copa. Forse mai così tanto inserito e coinvolto nel contesto dell'Argentina, non fa più la punta ma di fatto il 10 a tutto campo. In condizioni di forma strepitose, ogni partita regala un'azione che per chiunque altro sarebbe tra le migliori della carriera e per lui è routine. La finale potrebbe regalargli uno status nuovo in patria.
Tata Martino: in circa un anno di lavoro ha cambiato pelle all'albiceleste. Sabella, anche per contingenze, si era affidato molto a corsa e fisicità, puntando tutto sul talento di un paio di stelle libere di inventare (Di Maria, Messi). Martino ha creato un contesto di gioco e possesso che si è visto molto, troppo raramente per una rosa con la qualità dell'Argentina. Resta da sistemare la tendenza ai ricami, lo specchiarsi troppo che spesso si ritorce contro alla seleccion.
Santa Cruz: una semifinale che riassume una carriera. Fascia di capitano, bei tocchi, presenza nel gioco e poi l'infortunio che chiude tutto. Ce ne ricorderemo per quello che avrebbe potuto essere.
Barrios: l'argentino naturalizzato non solo ha segnato due gol in due partite alla sua nazione d'origine, ma si è dimostrato uno dei veri 9 più letali del torneo. Tre gol con quattro tiri totali, giocando solo spezzoni. Davvero un peccato che la sua carriera abbia seguito una traiettoria improbabile.
Edu Vargas: dicevamo del suo rapporto con Sampaoli? Contro il Perù risolve una sfida rognosissima con una magia da fuori area. E gli avevano annullato un altro gol diverso, ma ugualmente bello. I suoi movimenti e la sua capacità di vedere la porta in molti modi sono a dire poco fondamentali nel Cile. Rischia di chiudere da capocannoniere.
Aranguiz: dall'altra parte dell'oceano lo definirebbero the best kept secret della Roja. Tra centrocampo e attacco è ovunque e può fare tutto. Una capacità di movimento senza palla e lettura tattica da maestro assoluto, fondamentale per gli equilibri in non possesso tanto quanto per dare peso all'attacco in possesso. Una Copa giocata ad altissimi livelli, ma non così scontato da notare.
Sanchez: è eccesivo parlare di delusione, ma da Alexis Sanchez è lecito aspettarsi di più. Nel secondo tempo contro il Perù ha pensato solo al dribbling e a far scorrere il cronometro con scarso successo. L'uomo simbolo del Cile non può accontentarsi di giochicchiare.
Guerrero: contro il Cile semplicemente commovente. Abbandonato a se stesso a causa dell'inferiorità numerica è riuscito a fare reparto, difendere palla e giocare di qualità. Un giocatore maturo ed efficace. Un peccato non abbia saputo trovare il suo spazio in Europa.
Advincula: il miglior esterno destro della Copa. Fisico, velocità straordinaria, tempi di inserimento e buona tecnica. Sembra pronto per affermarsi in Europa, dovessi scommettere direi che quest'anno ne sentiremo parlare in Bundesliga.
Gareca: in quattro mesi (ripetete, quattro mesi) ha gettato i semi di quella che potrebbe essere una rivoluzione per il Perù. Iperbole, certo, ma la sua squadra ha dimostrato personalità, convinzione e una capacità di interpretare le partite rara. Gareca aveva incartato anche il Cile e non è andato lontano dai rigori in inferiorità numerica per settanta minuti. Continuasse su questa strada potrebbe addirittura diventare quello che Bielsa è stato per il Cile.
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3 lug 2015
29 giu 2015
Copa America 2015, i quarti
Generali
Allenatori argentini: su quattro allenatori in semifinale, quattro sono argentini. Sarà un caso, ma il movimento argentino evidentemente produce tecnici di livello, almeno in relazione al Sudamerica. Quattro tecnici con curriculum diversi, ma tutti capaci di dare un'impronta chiara alla propria squadra.
Il Perù: ok, doveva superare "solo" la Bolivia, ma lo stesso arriva in semifinale con una bella dimostrazione di forza. Gareca ha messo in campo la squadra per giocare e vincere, e il cambiamento non è affatto facile come sembra. In più uno dei suoi uomini chiave (Lobaton) era squalificato. Ennesima testimonianza del gran lavoro dell'allenatore, e di un'applicazione straordinaria dei ragazzi peruviani, protagonisti per la seconda Copa consecutiva.
Il Paraguay, bestia nera del Brasile: il Paraguay ha eliminato il Brasile in due edizioni della Copa consecutive. Sempre ai rigori, ma la notizia c'è lo stesso anche vista l'evidentissima disparità di mezzi (anche al netto della crisi tecnica del Brasile). Basta poco per creare un complesso e far nascere una rivalità inversa rispetto a quella che tutti penserebbero. Il Paraguay all'opposto del Cile, praticamente.
La Colombia: si è già detto praticamente tutto, ma meglio ribadire. Sono arrivati alla Copa del tutto svuotati e hanno fatto praticamente scena muta. Unici protagonisti la sorpresa Murillo, un ritrovato Zapata e un Ospina miracoloso contro l'Argentina. Bisogna rifondare.
Il Brasile: la colpa sarà anche di Dunga, ma il materiale continua a rivelarsi limitatissimo. Neymar finchè ha giocato ha fatto la differenza, esattamente come un anno fa, ma fino a che livello può bastare? Se molla persino Thiago Silva rimane veramente poco a cui aggraparsi. Scelte non facili per il futuro prossimo, e la CBF non è che sia proprio un organismo illuminato già di suo.
Arbitri: decisamente non il meglio di questa Copa, e in generale non il massimo per l'immagine del continente. Almeno due partite (Cile-Uruguay e Colombia-Argentina) gestite decisamente male. Sono arrivate squalifiche successive e sospensioni, ma la credibilità è andata a farsi benedire.
Delinquenza: conseguenza diretta dell'assenza di arbitraggio, si sono viste allegre scazzottate in campo, per lo più impunite. Dalle entrate a martello alle scivolate a forbice fino alla famosa provocazione di Jara ogni partita ha regalato il suo momento di gloria.
Singoli
Tata Martino: l'Argentina è probabilmente la favorita assoluta del torneo, ma questo vale per quasi tutte le edizioni. L'approdo in semifinale non era scontato quanto sembra, e Martino sta provando a dare una sua impronta, vedere il tridente piccolo e Pastore a centrocampo. Dove non arriva la tattica, ci pensa il talento (o la fortuna, scegliete voi). Sarebbe anche finalista uscente visto il secondo posto col Paraguay quattro anni fa.
Di Maria: schierato da esterno sinistro del tridente non convince. Qualità nel cross e negli scambi di sicuro, ma una perenne sensazione di vederlo limitato, sia come spazi che per la possibilità di andare solo a sinistra. Nel secondo tempo con la Colombia è sparito dal campo. Sembra intristito, ma parliamo di un valore aggiunto fondamentale per l'Argentina.
Guerrero: l'uomo più atteso del Perù, nonchè capocannoniere uscente della Copa, risponde presente proprio nel momento migliore. Una tripletta alla Bolivia per el Depredador, che conferma il suo status sudamericano di cannoniere in una prova a tuttotondo, fatta anche di difesa del pallone, personalità e qualità nel giocare la palla. I difensori cileni, non esattamente dei colossi, sono avvisati.
Vargas: in Italia è percepito come un ex giocatore (con ottimi motivi), nel Perù è ancora uno dei leader, tecnici ed emotivi. Il meglio che produce il Perù parte dal suo mancino, in un ideale triangolo estremamente qualitativo con Cueva e Guerrero. Gli manca il gol, il Cile farebbe bene a evitare di regalargli punizioni.
James: dalle stelle alle stalle. Un anno fa era mister ottanta milioni, oggi sarebbe mister ottantamila lire. L'eliminazione della Colombia non è colpa sua e il contesto non l'ha aiutato minimamente, ma lui non ha regalato nemmeno uno spunto degno del suo talento e della sua fama. Contro l'Argentina ha avuto anche sul sinistro l'occasione per vincere la partita, ma ha deciso di non tirare. Non un bellissimo segnale.
Ospina: contro l'Argentina semplicemente insuperabile. Tre parate insensate che hanno portato la gara ai rigori, dove non è riuscito a completare il miracolo. Sarebbe il terzo portiere dell'Arsenal...
Thiago Silva: spesso indicato come l'unica speranza presente e futura del Brasile, contro il Paraguay compromette la partita con un tocco di mano folle. Senza quel rigore non sono sicuro che i guaranì avrebbero trovato il pari, o anche solo tirato in porta. Mentalmente non sembra proprio al massimo, e succede da diversi mesi. Forse non è per caso che Dunga aveva scelto di metterlo in panchina.
Pekerman: un po' come ai Mondiali contro il Brasile, nella partita più importante decide di cambiare, azzarda e perde. Ma se ai Mondiali ha compromesso una squadra che funzionava, qui si è solo giocato il tutto per tutto sapendo di dover pescare un jolly. Un solo centrocampista e dentro tutti i corridori possibili dietro a Teofilo, l'unico apparso in forma. Dopo ventiquattro minuti ha alzato bandiera bianca.
Valdivia: il Mago è nettamente il giocatore più eccitante di questa Copa. Finalmente titolare, finalmente al centro del gioco, ad ogni partita ha regalato almeno venti minuti di qualità assoluta. Ha una visione del calcio totalmente diversa da tutti, ma in particolare rispetto ai suoi compagni e alle idee di Sampaoli. E va in campo esattamente per questo, sempre con la bacchetta magica. L'assist per il gol decisivo contro l'Uruguay è suo, ed è molto più difficile di quanto lo ha fatto sembrare.
Isla: con la maglia rossa è un giocatore. Presenza costante in fascia, macina una quantità impressionante di chilometri ed è uno de ricettori preferiti dei palloni verticali di Valdivia. Col suo terzo gol in nazionale si toglie la soddisfazione di portare il Cile in semifinale. Non segnava dal 2011. Uomo del destino?
Allenatori argentini: su quattro allenatori in semifinale, quattro sono argentini. Sarà un caso, ma il movimento argentino evidentemente produce tecnici di livello, almeno in relazione al Sudamerica. Quattro tecnici con curriculum diversi, ma tutti capaci di dare un'impronta chiara alla propria squadra.
Il Perù: ok, doveva superare "solo" la Bolivia, ma lo stesso arriva in semifinale con una bella dimostrazione di forza. Gareca ha messo in campo la squadra per giocare e vincere, e il cambiamento non è affatto facile come sembra. In più uno dei suoi uomini chiave (Lobaton) era squalificato. Ennesima testimonianza del gran lavoro dell'allenatore, e di un'applicazione straordinaria dei ragazzi peruviani, protagonisti per la seconda Copa consecutiva.
Il Paraguay, bestia nera del Brasile: il Paraguay ha eliminato il Brasile in due edizioni della Copa consecutive. Sempre ai rigori, ma la notizia c'è lo stesso anche vista l'evidentissima disparità di mezzi (anche al netto della crisi tecnica del Brasile). Basta poco per creare un complesso e far nascere una rivalità inversa rispetto a quella che tutti penserebbero. Il Paraguay all'opposto del Cile, praticamente.
La Colombia: si è già detto praticamente tutto, ma meglio ribadire. Sono arrivati alla Copa del tutto svuotati e hanno fatto praticamente scena muta. Unici protagonisti la sorpresa Murillo, un ritrovato Zapata e un Ospina miracoloso contro l'Argentina. Bisogna rifondare.
Il Brasile: la colpa sarà anche di Dunga, ma il materiale continua a rivelarsi limitatissimo. Neymar finchè ha giocato ha fatto la differenza, esattamente come un anno fa, ma fino a che livello può bastare? Se molla persino Thiago Silva rimane veramente poco a cui aggraparsi. Scelte non facili per il futuro prossimo, e la CBF non è che sia proprio un organismo illuminato già di suo.
Arbitri: decisamente non il meglio di questa Copa, e in generale non il massimo per l'immagine del continente. Almeno due partite (Cile-Uruguay e Colombia-Argentina) gestite decisamente male. Sono arrivate squalifiche successive e sospensioni, ma la credibilità è andata a farsi benedire.
Delinquenza: conseguenza diretta dell'assenza di arbitraggio, si sono viste allegre scazzottate in campo, per lo più impunite. Dalle entrate a martello alle scivolate a forbice fino alla famosa provocazione di Jara ogni partita ha regalato il suo momento di gloria.
Singoli
Tata Martino: l'Argentina è probabilmente la favorita assoluta del torneo, ma questo vale per quasi tutte le edizioni. L'approdo in semifinale non era scontato quanto sembra, e Martino sta provando a dare una sua impronta, vedere il tridente piccolo e Pastore a centrocampo. Dove non arriva la tattica, ci pensa il talento (o la fortuna, scegliete voi). Sarebbe anche finalista uscente visto il secondo posto col Paraguay quattro anni fa.
Di Maria: schierato da esterno sinistro del tridente non convince. Qualità nel cross e negli scambi di sicuro, ma una perenne sensazione di vederlo limitato, sia come spazi che per la possibilità di andare solo a sinistra. Nel secondo tempo con la Colombia è sparito dal campo. Sembra intristito, ma parliamo di un valore aggiunto fondamentale per l'Argentina.
Guerrero: l'uomo più atteso del Perù, nonchè capocannoniere uscente della Copa, risponde presente proprio nel momento migliore. Una tripletta alla Bolivia per el Depredador, che conferma il suo status sudamericano di cannoniere in una prova a tuttotondo, fatta anche di difesa del pallone, personalità e qualità nel giocare la palla. I difensori cileni, non esattamente dei colossi, sono avvisati.
Vargas: in Italia è percepito come un ex giocatore (con ottimi motivi), nel Perù è ancora uno dei leader, tecnici ed emotivi. Il meglio che produce il Perù parte dal suo mancino, in un ideale triangolo estremamente qualitativo con Cueva e Guerrero. Gli manca il gol, il Cile farebbe bene a evitare di regalargli punizioni.
James: dalle stelle alle stalle. Un anno fa era mister ottanta milioni, oggi sarebbe mister ottantamila lire. L'eliminazione della Colombia non è colpa sua e il contesto non l'ha aiutato minimamente, ma lui non ha regalato nemmeno uno spunto degno del suo talento e della sua fama. Contro l'Argentina ha avuto anche sul sinistro l'occasione per vincere la partita, ma ha deciso di non tirare. Non un bellissimo segnale.
Ospina: contro l'Argentina semplicemente insuperabile. Tre parate insensate che hanno portato la gara ai rigori, dove non è riuscito a completare il miracolo. Sarebbe il terzo portiere dell'Arsenal...
Thiago Silva: spesso indicato come l'unica speranza presente e futura del Brasile, contro il Paraguay compromette la partita con un tocco di mano folle. Senza quel rigore non sono sicuro che i guaranì avrebbero trovato il pari, o anche solo tirato in porta. Mentalmente non sembra proprio al massimo, e succede da diversi mesi. Forse non è per caso che Dunga aveva scelto di metterlo in panchina.
Pekerman: un po' come ai Mondiali contro il Brasile, nella partita più importante decide di cambiare, azzarda e perde. Ma se ai Mondiali ha compromesso una squadra che funzionava, qui si è solo giocato il tutto per tutto sapendo di dover pescare un jolly. Un solo centrocampista e dentro tutti i corridori possibili dietro a Teofilo, l'unico apparso in forma. Dopo ventiquattro minuti ha alzato bandiera bianca.
Valdivia: il Mago è nettamente il giocatore più eccitante di questa Copa. Finalmente titolare, finalmente al centro del gioco, ad ogni partita ha regalato almeno venti minuti di qualità assoluta. Ha una visione del calcio totalmente diversa da tutti, ma in particolare rispetto ai suoi compagni e alle idee di Sampaoli. E va in campo esattamente per questo, sempre con la bacchetta magica. L'assist per il gol decisivo contro l'Uruguay è suo, ed è molto più difficile di quanto lo ha fatto sembrare.
Isla: con la maglia rossa è un giocatore. Presenza costante in fascia, macina una quantità impressionante di chilometri ed è uno de ricettori preferiti dei palloni verticali di Valdivia. Col suo terzo gol in nazionale si toglie la soddisfazione di portare il Cile in semifinale. Non segnava dal 2011. Uomo del destino?
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24 ago 2013
Juan Manuel Iturbe
Juan Manuel Iturbe è uno di quei nomi che si sente da anni malgrado il ragazzo sia nato nel 1993 ed è uno di quei nomi da paragone scontato. Piccolo, mancino, velocissimo, gran dribbling, in Paraguay è diventato il Messi guaranì in tempo zero, ovviamente facendo riferimento al primo Lionel più che al realizzatore di oggi.
Nato a Buenos Aires, ma cresciuto in Paraguay esordisce nel Cerro Porteño addirittura nel 2009. Nel 2011 lo acquista il Porto, ma essendo ancora minorenne resta un'altra stagione nel suo club. Nella squadra portoghese trova pochissimo spazio anche per la concorrenza dei vari Hulk, Varela, James Rodriguez e nel 2013 viene quindi mandato in prestito semestrale al River.
Come caratteristiche parliamo di un giocatore molto esplosivo e veloce, sia nel breve che in allungo, con un mancino tecnicamente rilevante. Vive di uno contro uno, sa giocare sull'esterno sia a destra che a sinistra, ha un buon tiro anche se non è un realizzatore. Presenta però i limiti tipici di un giocatore che ha assaggiato poco campo (scarsa capacità tattica, una certa anarchia nel ruolo) e dei giovani di talento che sanno di essere bravi (tendenza a fare tutto da solo, discontinuità). C'è da dire che non ha mai avuto continuità di impiego se non in Argentina, dove pur non incidendo particolarmente (3 gol) era una pedina importante per il gioco di Ramon Diaz.
Il vero tratto caratterizzante è la personalità. Iturbe è un lottatore, ma soprattutto un ragazzo capace di prendere decisioni nette anche mettendosi contro tutti.
A fine 2009 ebbe una seria disputa contrattuale col Cerro rifiutandosi di firmare un rinnovo, e fu escluso dalla squadra. Considerandosi svincolato si trasferisce in Argentina ad allenarsi col Quilmes, ma al termine di una battaglia legale fu costretto a tornare in Paraguay o a non giocare fino al compimento dei 18 anni, data in cui sarebbe decadduto ogni sul legame col Cerro.
Per quanto riguarda la nazionale, Iturbe ha rappresentato il Paraguay a livelli Under-17 e Under-20. Ha scelto però la nazionale maggiore argentina, facendo infuriare un paese intero che vedeva in lui una grande speranza futura. Da parte dell'AFA fu un vero e proprio furto dato che approfittarono della presenza del ragazzo in Argentina nel 2010 per invitarlo a degli allenamenti della seleccion Sub-20, inserendolo anche nella squadra destinata a fare da sparring alla nazionale maggiore nei Mondiali 2010.
Una testa calda? Forse. Un giovane di carattere di sicuro. Tanto talento quasi del tutto ancora da incanalare, un curriculum già ricco di aneddoti. Rischio o investimento?
24 lug 2011
CA2011: Finale
Uruguay-Paraguay 3-012' Suarez, 42', 89' Forlan
E' finita come doveva finire. Una piccola, piccolissima nazione di nemmeno 3.500.000 anime di trova sul tetto del Sud America.
Inutile girarci attorno: l'Uruguay ha dominato la finale ed è stata la miglior squadra della manifestazione. L'unica ad andare in crescendo, a reagire dopo un inizio balbettante, a mostrare a tutti gioco, garra, capacità tattiche e l'immenso talento dei suoi uomini simbolo, il 10 e il 9, Diego Forlan e Luis Suarez.
El Cachavacha aveva l'incubo del gol in questo torneo, e l'ha sconfitto grazie a una doppietta di sinistro, che lo consacra miglior marcatore di sempre della seleccion celeste con 31 gol (ma Suarez a 21 incalza, eccome). Due gol ovviamente decisivi, come spesso nella carriera di Forlan (vedi doppietta in finale di Europa League), nel contesto di una partita giocata da dominatore vero, con totale controllo del gioco e della sua, pronome possessivo da intendere in senso letterale, squadra. Accanto a lui Luis Suarez, grandissimo talento da 111 gol nell'Ajax, si è consacrato giocatore di spessore forse unico per completezza tecnica assoluta. Prima punta, seconda punta, rifinitore non fa differenza, la scuola-Forlan non mente, e i suoi 4 gol sono la ciliegina su un torneo giocato da miglior giocatore, Guerrero permettendo.
Conferma importantissima dopo il Mondiale per la miglior coppia d'attacco a livello di nazionali.
Contro di loro il Paraguay ha potuto fare davvero poco.
Solita strategia: Justo Villar contro tutti, e speriamo che Dio sia paraguaiano.La rinuncia questa volta a Lucas Barrios per impostare una squadra ancora di più votata alle ripartenze veloci sa tanto di ennesima prova di catenaccio. I primi minuti sembravano il solito copione, con grandi parate del portiere e salvataggi vari tra il miracoloso, l'illecito (mani nette di Ortigoza) e il disperato, ma la ruota gira per tutti come dimostra la doppia deviazione che ha portato all'1-0 e la traversa centrata da Valdez nel secondo tempo.
Dopo aver subito il primo gol della fase a eliminazione sono venuti fuori tutti i limiti di questo tipo di calcio, sia per sterilità offensiva che per difficoltà a difendere quando si devono spostare degli uomini in attacco. Il Paraguay merita più di questo calcio e i talenti li ha, come Zaballos, Estigarribia, Valdez, Barrios, Santa Cruz (se stesse in piedi), Barreto e Ortigoza, lento quanto volete, ma uno dei pochi registi veri visti in tutta la Copa. Per quanto riguarda difesa, portiere, garra e voglia di sacrificarsi se ne trova pure troppa.
Forlan corona così un sogno che sa tanto di tradizione di famiglia, avendo suo nonno e suo padre già vinto la Copa, e regala al suo paese la quindicesima vittoria che porta l'Uruguay ad essere primo nell'albo d'oro staccando l'Argentina ferma a 14. Una bella iniezione d'orgoglio dopo il quarto posto ai Mondiali per un paese che si considera il padre del calcio con le due vittorie olimpice del '24 e del '28 seguite dai Mondiali 1930 e 1950.
L'Uruguay ha portato a casa la sua Copa, in Argentina dopo aver eliminato i padroni di casa. Come l'ultima volta che la Copa si era giocata nella terra di Maradona.
Tutti tranquilli in Brasile per i Mondiali 2014?
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22 lug 2011
CA2011: Semifinale
Paraguay-Venezuela 5-3 d.c.r.Primo non prenderle. E' questo il sottotitolo della finale meno nobile della Copa, nonchè la filosofia assoluta del Paraguay finalista.
La squadra del Tata Martino è arrivata in fondo pareggiando sempre, in particolare dopo la fase a gironi con zero gol fatti e zero subiti in due partite, vincendo con Brasile e Venezuela ai rigori. Non esattamente un ricettacolo di calcio spettacolo, catenaccio vecchio stile, ripartenze dosate quanto basta, senza nemmeno preoccuparsi troppo di tirare in porta, che tanto a salvare tutti ci pensa Justo Villar.
Già, lo sconosciuto (in Europa), portiere albirojo è il vero eroe della manifestazione per il Paraguay. Finora si è opposto a tutti e tutto, aiutato da una discreta dose di fortuna quando non poteva essere decisivo in prima persona (vedere i tre legni colpiti dal Venezuela).
Per il resto Martino anche contro la vinotinto rinuncia completamente ad attaccare dopo aver perso anche Estigarribia per un affaticamento, mette in campo tutti i mediani e i difensori che ha e per non correre rischi fa fare il tornante pure a Haedo Valdez. La fase offensiva è così ridotta ai lanci lunghi del pur ottimo Nestor Ortigoza e qualche ripartenza su calcio d'angolo avversario.
Paradossalmente il Venezuela del Mourinho sudamericano Farias gioca molto meglio avendo mezzi inferiori. Almeno ha un'idea di gioco collettivo al di là della difesa a oltranza, come già dimostrato in altre partite. Perdono un pò per l'assenza di Tomas Rincon in mezzo al campo e soprattutto di Fedor Mikù in attacco (un caso che sia stato escluso dopo aver detto che la cultura storica dei bambini venezuelani deve andare oltre al solo Chavez?), ma ci provano con orgoglio e soprattutto con gli insidiosi calci piazzati di Juan Arango. Del resto questo Venezuela è riuscito in una sola edizione a pareggiare le vittorie totali ottenute nella storia della Copa (erano 2 in 14 partecipazioni, ora 4 in 15), raggiungendo una storica semifinale e mettendo in mostra qualche discreto giocatore. Chavez ha ordinato che il calcio doveva dare speranza di vittoria e la nazionale è cresciuta negli anni, un altro caso?
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15 lug 2011
CA2011: Top&Flop Generali - Terza Giornata
FlopSergio Batista: ha avuto il coraggio di andare contro le sue idee, di mettere tutto in discussione ed è stato premiato. Da qui a convincere nella gestione ce ne passa. Perchè Di Maria trequartista quando è un esterno e Pastore in panchina? Perchè epurare totalmente i vari Banega e Tevez facendoli passare per gli unici colpevoli? Si cresce a piccoli passi in fondo.
Difesa del Brasile: già incerta nelle prime partite regala letteralmente due gol a Caicedo, non esattamente tra gli attaccanti top del mondo. Lucio supponente nei disimpegni, Thiago Silva distrattissimo sull'uomo e Julio Cesar di cui abbiamo già parlato. Certo, il centrocampo dovrebbe aiutare, ma qui parliamo di alcuni tra i migliori difensori in attività.
Messico: ok che era la nazionale giovanile, ok che ne hanno dovuti mandare a casa alcuni per motivi disciplinari. Ma almeno qualche minima cosa si poteva provare a fare, come dimostrano i risultati della Costa Rica. Il Messico in questa Copa America è esistito fino alla fine del primo tempo della prima partita contro il Cile.
Paraguay: qualificazione ottenuta a parte, è preoccupante la tendenza a pareggiare sempre. Anche in vantaggio 3-1 al minuto 44 contro il Venezuela. Problemi tattici e di attenzione non da poco per una nazionale tra le migliori.
Top
Argentina: grazie a una formazione finalmente sensata trova gioco, gol e numeri. Il risultato è bugiardo rispetto al dominio assoluto messo in mostra dalla squadra di casa. Messi con una prima punta a liberarlo dalle marcature diventa devastante e regala assist a chiunque corra attorno a lui. Si giocava contro la Costa Rica, è vero, ma adesso il gioco si fa duro. E l'Argentina vuole cominciare a giocare.
Venezuela: la vera sorpresa del torneo, nonchè l'assoluta presente senza invito alle fasi a eliminazione. Nessuno ci avrebbe scommesso nulla, ma la squadra di Cesar Farias sa stare in campo, prova anche a giocare e ha il carattere tipico dei sudamericani. Non hanno nulla da perdere, mina vagante.
Oscar Washington Tabarez: per la terza volta in tre partite ridisegna il suo Uruguay, e ha sempre ragione lui. Siamo ancora lontani dai livelli del Mondiale 2010, ma soprattutto per colpa dei suoi attaccanti. Il Maestro ha l'obiettivo ambizioso di restituire la celeste all'Olimpo del calcio mondiale e con le sue idee ci può arrivare.
26 feb 2010
Rodrigo Rojas
Il Torneo di Clausura del River Plate, nonostante le buone premesse, si è aperto fra moltissime ombre e ben poche luci. Una di queste è tuttavia rappresentata dal neo-acquisto Rodrigo Rojas, trequartista paraguyano classe 1988 proveniente dall'Olimpia di Asuncion, arrivato senza particolari clamori o squilli di tromba ed in grado di conquistare i tifosi della Banda in pochissimo tempo.L'impatto di Rojitas, o più semplicemente RR, sui Millonarios è da predestinato, di quelli che lasciano il segno, perchè per i tifosi del River c'è un solo incontro in grado di pesare il reale valore tecnico, tattico e caratteriale di un giocatore: il Superclasico contro il Boca Juniors. Per il paraguayano un gol dopo pochi minuti, inserimenti senza palla, ottime giocate nello stretto e tanta intensità, insomma, una prestazione da incorniciare in una partita che può essere considerata tutto fuorchè un'amichevole.
La caratteristica principale emersa in questi primi mesi a Buenos Aires è sicuramente l'impressionante completezza sotto ogni punto di vista: fisico, tecnico e tattico. Rojas è infatti in grado di ricoprire qualsiasi ruolo del centrocampo, anche se apparentemente da il meglio di sè come centrocampista offensivo, grazie all'imprevedibilità ad un'ottima visione di gioco. A differenza della stragrande maggioranza dei trequartisti provenienti dal Sud America è dotato di un ottimo fisico, 180cm per 74kg, che gli permette di destreggiarsi molto bene anche come interno ed esterno di centrocampo. Alterna giocate nello stretto di prima intenzione a lanci in profondità, dribbling secchi ed inserimenti senza palla a sorprendenti ripiegamenti difensivi, insomma, un giocatore totale capace di abbinare qualità da fantasista a corsa ed intensità quasi da mediano, dotato di un ottimo tiro dalla distanza e di grandissima personalità, in grado di conquistare in breve tempo una tifoseria pretenziosa e mai tanto irascibile come in questo delicato momento qual è quella del Monumental.
Azzardando un difficile paragone Rodrigo Rojas ricorda un giovane Dejan Stankovic, centrocampista offensivo tuttofare, capace allo stesso tempo di creare e rompere il gioco o inventare assist per i compagni, il tutto accompagnato da un encomiabile spirito di sacrificio. E' improbabile prevedere un futuro da centrocampista centrale o addirittura da perno davanti alla difesa come avvenuto per il serbo, perchè l'enganche del River Plate ha mostrato doti spiccatamente più offensive, ma ad ora quello fra Deki dei tempi della Lazio e il paraguyano, seppur azzardato, sembra il paragone più calzante.
In settimana è arrivata anche la notizia della convocazione per le prossime amichevoli del Paraguay ad opera del DT Gerardo Martino, un altro riconoscimento per un giocatore che si sta facendo sempre più apprezzare nel panorama sudamericano e che fra qualche mese potrebbe avere l'occasione di mettersi in mostra proprio contro l'Italia in occasione del Mondiale sudafricano.
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