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26 giu 2018
Perché la Roma ha ceduto Nainggolan?
Radja Nainggolan non è più un giocatore della Roma. Il trasferimento all'Inter è ormai (o finalmente, dipende dai gusti) ufficiale e quindi la domanda serpeggia libera tra i tifosi: perché la Roma ha ceduto il belga? Ovviamente la risposta è articolata, ed è impossibile non entrare nel campo delle ipotesi almeno per qualche aspetto.
Innanzitutto partiamo da un punto incontrovertibile: la Roma ha cambiato idea su Nainggolan. Anche abbastanza in fretta per quelli che sono i tempi del calcio per la verità.
Poco meno di un anno fa infatti il centrocampista rinnovava il suo contratto col club, con una mossa in gran parte dedicata proprio a Spalletti, ex tecnico giallorosso appena passato all'Inter e noto amante calcistico del Ninja, non a caso corteggiato a parole dalla dirigenza nerazzurra. La Roma lo blindava più o meno a vita dopo la sua miglior stagione in carriera, facendone di fatto un simbolo e un punto di riferimento. Da qui però le cose sono iniziate ad andare a sud.
Di Francesco non è Spalletti, e nel suo 4-3-3 è venuto meno il ruolo che il toscano aveva ritagliato su misura per il belga. Nainggolan è comunque rimasto un titolare come dimostrano le 42 presenze stagionali per 3580 minuti (quasi mai sostituito), ma la quadratura non ha funzionato così bene. Il rendimento è stato buono, specie nelle partite di cartello, l'impegno sempre presente, ma il calo numerico dei gol fa sempre notizia: da 14 a 6. Un giocatore importante, ma non l'elemento ideale per il nuovo corso. Ed avendo un profilo così alto questo tema sarebbe sempre rimasto sotterraneo e latente, pronto a eplodere.
Il vero spartiacque è l'episodio di capodanno. Con quel famosissimo video Nainggolan diventa ufficialmente un problema nell'ambiente Roma, o qualcosa del genere, per quanto la sua vita privata sopra le righe non sia mai stata un mistero. Una conferma arriva praticamente subito: in pochi giorni il numero 4 sembra a un passo dal trasferimento in Cina. Un fulmine a ciel sereno, un segnale chiaro a chiunque dell'intenzione della Roma di cambiare in qualche modo corso prendendo magari come scusa un video che in altri periodi sarebbe passato in secondo piano. Poi salta tutto e tra l'altro il belga continua a lavorare con ottima professionalità per la sua squadra, ma il dado è tratto.
La cessione finale all'Inter, insomma, parte chiaramente da un'idea societaria, che mischia motivazioni tecniche e comportamentali. E anche economiche, per le solite necessità di bilancio in epoca fpf.
Così si spiega anche la relativa rapidità di una trattativa condotta con una rivale diretta per i posti Champions e il prezzo finale, che per quanto tra cash e contropartite si avvicini ai 40 milioni è notevolmente inferiore ai 75 che si diceva servissero un anno fa. Monchi probabilmente ha visto nell'offerta dell'Inter l'ultima possibilità di monetizzare un giocatore indiscutibilmente forte, ma in calo, che per il suo stile di vita potrebbe anche calare ancora e che essendo del 1988 ha ormai trent'anni. Risolvendo al contempo un "problema" di spogliatoio e/o ambientale.
Nainggolan, dal lato suo, è sicuramente contento di ritrovare Spalletti, il tecnico che più lo ha valorizzato, e quindi le cose filano via veloci.
Ma tecnicamente, alla fine, la Roma ci perde?
Pensando ai soli Santon e Zaniolo, limitandosi quindi alla trattativa con l'Inter, la risposta è chiaramente sì. Il terzino sarà un jolly difensivo e il giovane è un talento, ma parliamo di elementi di complemento. Zaniolo, che sembra avere ottimi colpi e ha già esordito in B con l'Entella, è appunto un giovane tutto da sgrezzare e proiettare tra i grandi. Non è con loro che i giallorossi intendono colmare il vuoto di un loro titolare.
La risposta tecnica, insomma, è negli altri colpi a centrocampo: sta a Cristante e Pastore, oltre che a Pellegrini a meno di una sua cessione, fare un passo avanti e raccogliere il testimone lasciato da Nainggolan. Tutti elementi più giovani del belga, sicuramente più gestibili e più adatti alle idee di Di Francesco, che tra l'altro è abituato a lavorare e valorizzare il materiale grezzo dall'esperienza Sassuolo. L'eccezione è Pastore, ma qui la scommessa è tutta sul talento, e anche questo unito agli acquisti in attacco è un segnale di cambiamento: una Roma più tecnica, malleabile per il suo allenatore, e meno di lotta.
In cui, comunque, servirà trovare un nuovo leader. Perché Nainggolan avrà mille difetti, ma in campo ha sempre fatto la differenza senza alcuna paura di trovarsi al centro dei riflettori.
25 apr 2018
L'esperimento nelle giovanili della Roma
"Una teoria del complotto (o della cospirazione) è una teoria che attribuisce la causa prima di un evento, o di una catena di eventi a un complotto. Si tratta in genere di teorie alternative più complesse ed elaborate rispetto alle versioni fornite dalle fonti ufficiali. Queste teorie non sono provate per definizione".
Questo post vuole trattare un complotto interno al calcio italiano, in particolare alle giovanili della Roma, e come potete leggere non deve provarlo per definizione, quindi rimangiatevi subito le obiezioni ovvie e salite sulla giostra. Parliamo di un caso piuttosto evidente, insabbiato dai media comuni, non trattato e nemmeno accennato, ma che se fossimo in altri paesi meriterebbe una puntata di Enigmi Alieni con Giorgio Tsoukalos fuori dai cancelli dei campi di allenamento a fare ricerche.
Le giovanili della Roma sono da anni uno dei migliori serbatoi per il calcio italiano, sfornano talenti in modo costante, molti anche approdati nella prima squadra giallorossa. Ma negli ultimi anni Alberto De Rossi, storico allenatore della Primavera, ha una categoria particolare di giocatore costantemente presente: l'esterno d'attacco mancino, portatissimo per dribblare e giocare sulla destra rientrando sul piede forte. Chiaramente la cosa può essere vista come una semplice coincidenza, ma del resto quale complotto non presenta questo tranello?
La cosa curiosa è appunto la continuità della presenza di questo archetipo. Non uno, non due casi. Parliamo di una produzione continua, roba da sembrare di stare in fabbrica. La Roma nasconde gli stampi per avere sempre lo stesso giocatore di anno in anno, cambiandogli solo un po' il look?
So che suona assurdo. E so che a ogni teoria, per quanto complottista, servono gli esempi. Ebbene qui ne abbiamo in abbondanza, pur senza avere la pretesa di ricordarli davvero tutti.
Il primo, concedendo una certa possibile approssimazione, è Alessio Cerci. Colui che fu soprannominato l'Henry di Valmontone prima e a cui fu paragonato Robben poi, pupillo assoluto di Ventura, evidentemente in casa Roma è piaciuto, e dopo qualche anno considerato che parliamo di un classe 1987 è partita la produzione.
Non ci è dato sapere se Cerci se lo siano trovato o se sia il primo prototipo, quello da cui si è preso spunto o il frutto di una ricerca precisa. Fatto sta che negli anni successivi dai laboratori presumibilmente nascosti sotto Trigoria sono spuntati con sorprendente continuità Ciciretti e Politano nel 1993, addirittura due gemelli, frutto evidentemente di una produzione sovrabbondante, Federico e Matteo Ricci nel 1994, Verde nel 1996. Ma non solo.
Per non farsi mancare niente anche Brignola, talento del Benevento, ha passato un anno a Roma nel 2015-2016. Forse si trattava di una produzione delocalizzata? Sia come sia, nella città della Strega ora si godono l'erede di Ciciretti, la loro risposta a Robben. O a Cerci. O a Politano, tanto per far capire.
Ma non ci sono solo loro. In ogni esperimento si possono registrare anomalie, perché la scienza vive di errori. E in casa Roma possiamo trovarne in particolare due: Federico Caprari, anche lui perfettamente rientrante nell'archetipo, ma nato di piede destro e quindi spurio, e Mirco Antonucci, classe 1999 e anche lui destro. Magari sono i primi di una nuova linea di produzione. Staremo a vedere.
In pratica De Rossi padre in ogni Primavera ha un giocatore identico o quasi al precedente. Lo so che non ci credete. E allora lascio l'ultimo tassello. Sapete chi è il responsabile del settore giovanile della Roma? Ve lo dico io: Bruno Conti. Vi ricordate le sue caratteristiche? Il fuoriclasse di Nettuno giocava ala, è mancino, e amava rientrare sul suo piede forte. Sicuramente sarà una coincidenza. Un'altra. O così ci diranno.
14 dic 2015
La Roma e la verticale perduta
La prima stagione di Rudi Garcia sulla panchina della Roma ha travolto il calcio italiano come un ciclone. Quella Roma veloce, tecnica e spettacolare in molte altre stagioni avrebbe accumulato abbastanza punti da vincere lo scudetto, ma ha dovuto arrendersi a una Juventus da record.
Malgrado campagne acquisti anche notevoli la squadra del tecnico francese non ha più raggiunto quel livello di gioco - l'anno dopo, per quantificare, quindici punti in meno in campionato -. Tra i tanti motivi tecnici, ambientali, di calendario ce n'è uno sottovalutato: la Roma non ha più avuto, o quasi, i giocatori chiave di quella squadra.
In generale nelle formazioni si può individuare una spina dorsale, idealmente rappresentata da una verticale di giocatori attorno cui gli altri si muovono. Sono gli uomini che vanno dal portiere al centravanti, che danno un'impronta tecnica ben definita.
Non si parla per forza dei giocatori più tecnici, più appariscenti o più celebrati, ma di quelli che permettono alla squadra di esprimersi. Per la prima Roma di Garcia la verticale era formata da Morgan De Sanctis, Leandro Castan, Kevin Strootman e Francesco Totti.
Tutti e quattro, per diversi motivi, sono usciti dalla formazione nel giro di due anni e spiccioli.
De Sanctis era chiaramente un portiere a tempo visto che quando è stato acquistato aveva già trentasei anni, ma il suo rendimento in quella prima stagione fu straordinario. Ha comunque continuato come titolare fino all'arrivo di Szczęsny, quindi possiamo considerarlo un caso a parte. Leandro Castan negli anni è stato l'elemento più sottovalutato della difesa della Roma. Molto più europeo che brasiliano è arrivato in sordina già esperto, dimostrandosi giocatore solido in marcatura e con un mancino più che apprezzabile in impostazione. Accanto a lui, forse non a caso, sono esplosi Marquinhos e Benatia, due giocatori certamente più appariscenti, ma che hanno grandemente beneficiato delle capacità di Castan in termini di leadership, capacità difensive e gestione della linea. Dal 2014/2015 sostanzialmente non ha più giocato per seri problemi di salute, la Roma non ha trovato un suo vero sostituto e la situazione nel reparto arretrato è andata peggiorando. Eppure in pochi ancora oggi pensano al peso dell'assenza di Castan.
Di Kevin Strootman invece si è parlato in lungo e in largo, quindi rimane poco da aggiungere. Sfortuna nera per un centrocampista che con Garcia stava letteralmente esplodendo. A centrocampo faceva sostanzialmente tutto, dalla prima impostazione alla rifinitura, agli inserimenti, all'apporto fisico, facilitando in modo incredibile il lavoro dei compagni - vedere il rendimento di De Rossi -. La Roma ha trovato suoi sostituti solo a tempo, sfruttando grandi momenti di forma - Keita e Nainggolan -, anche perchè si vive nell'attesa, o forse ormai speranza, del suo ritorno.
Infine Totti, altro nome che non ha bisogno di presentazioni. Sull'onda lunga dell'incredibile stato di forma regalatogli da Zeman il capitano nel primo periodo Garcia è stato fondamentale. Totti è uno di quei rarissimi giocatori capace di coniugare capacità da prima punta con qualità da rifinitore di livello assoluto, con anche un'abilità tattica unica nel muoversi per sfuggire alle difese e disorientare gli avversari. Lui per due anni malgrado età e infortuni è stato il centravanti ideale di Garcia, l'ago della bilancia indispensabile per accorciare i reparti, favorendo al contempo il possesso palla e gli inserimenti degli attaccanti - Gervinho, Florenzi quando faceva la punta -. Sul suo altare sono state sacrificate tutte le altre prime punte arrivate dal mercato - chiedete a Destro per informazioni -, ma per un classe '76 era inevitabile prima o poi la chiamata del tempo che passa. Dzeko oggi soffre, tra gli altri motivi, esattamente perchè non è Totti. Nessuno può esserlo, e la Roma lo paga.
Quest'anno De Sanctis e Totti sono stati ufficialmente sostituiti con nuovi titolari, mentre Castan e Strootman sebbene in perenne rientro non sembrano in grado di poter tornare con continuità.
La Roma di Garcia di fatto in due anni è diventata una squadra nuova, e questo cambia parecchie cose.
Malgrado campagne acquisti anche notevoli la squadra del tecnico francese non ha più raggiunto quel livello di gioco - l'anno dopo, per quantificare, quindici punti in meno in campionato -. Tra i tanti motivi tecnici, ambientali, di calendario ce n'è uno sottovalutato: la Roma non ha più avuto, o quasi, i giocatori chiave di quella squadra.
In generale nelle formazioni si può individuare una spina dorsale, idealmente rappresentata da una verticale di giocatori attorno cui gli altri si muovono. Sono gli uomini che vanno dal portiere al centravanti, che danno un'impronta tecnica ben definita.
Non si parla per forza dei giocatori più tecnici, più appariscenti o più celebrati, ma di quelli che permettono alla squadra di esprimersi. Per la prima Roma di Garcia la verticale era formata da Morgan De Sanctis, Leandro Castan, Kevin Strootman e Francesco Totti.
Tutti e quattro, per diversi motivi, sono usciti dalla formazione nel giro di due anni e spiccioli.
De Sanctis era chiaramente un portiere a tempo visto che quando è stato acquistato aveva già trentasei anni, ma il suo rendimento in quella prima stagione fu straordinario. Ha comunque continuato come titolare fino all'arrivo di Szczęsny, quindi possiamo considerarlo un caso a parte. Leandro Castan negli anni è stato l'elemento più sottovalutato della difesa della Roma. Molto più europeo che brasiliano è arrivato in sordina già esperto, dimostrandosi giocatore solido in marcatura e con un mancino più che apprezzabile in impostazione. Accanto a lui, forse non a caso, sono esplosi Marquinhos e Benatia, due giocatori certamente più appariscenti, ma che hanno grandemente beneficiato delle capacità di Castan in termini di leadership, capacità difensive e gestione della linea. Dal 2014/2015 sostanzialmente non ha più giocato per seri problemi di salute, la Roma non ha trovato un suo vero sostituto e la situazione nel reparto arretrato è andata peggiorando. Eppure in pochi ancora oggi pensano al peso dell'assenza di Castan.
Di Kevin Strootman invece si è parlato in lungo e in largo, quindi rimane poco da aggiungere. Sfortuna nera per un centrocampista che con Garcia stava letteralmente esplodendo. A centrocampo faceva sostanzialmente tutto, dalla prima impostazione alla rifinitura, agli inserimenti, all'apporto fisico, facilitando in modo incredibile il lavoro dei compagni - vedere il rendimento di De Rossi -. La Roma ha trovato suoi sostituti solo a tempo, sfruttando grandi momenti di forma - Keita e Nainggolan -, anche perchè si vive nell'attesa, o forse ormai speranza, del suo ritorno.
Infine Totti, altro nome che non ha bisogno di presentazioni. Sull'onda lunga dell'incredibile stato di forma regalatogli da Zeman il capitano nel primo periodo Garcia è stato fondamentale. Totti è uno di quei rarissimi giocatori capace di coniugare capacità da prima punta con qualità da rifinitore di livello assoluto, con anche un'abilità tattica unica nel muoversi per sfuggire alle difese e disorientare gli avversari. Lui per due anni malgrado età e infortuni è stato il centravanti ideale di Garcia, l'ago della bilancia indispensabile per accorciare i reparti, favorendo al contempo il possesso palla e gli inserimenti degli attaccanti - Gervinho, Florenzi quando faceva la punta -. Sul suo altare sono state sacrificate tutte le altre prime punte arrivate dal mercato - chiedete a Destro per informazioni -, ma per un classe '76 era inevitabile prima o poi la chiamata del tempo che passa. Dzeko oggi soffre, tra gli altri motivi, esattamente perchè non è Totti. Nessuno può esserlo, e la Roma lo paga.
Quest'anno De Sanctis e Totti sono stati ufficialmente sostituiti con nuovi titolari, mentre Castan e Strootman sebbene in perenne rientro non sembrano in grado di poter tornare con continuità.
La Roma di Garcia di fatto in due anni è diventata una squadra nuova, e questo cambia parecchie cose.
9 ott 2012
Questione di stadi
L'acquisto della Roma da parte degli americani ha portato molte novità a tutti i livelli della società.
Soprattutto un'idea di buisness chiara e strutturata, che punta a ottenere risultati economici importanti sulla base delle più moderne strategie di marketing. Idee tante, tempo da perdere poco.
Non a caso James Pallotta ogni tanto ribadisce la volontà di costruire un nuovo stadio di proprietà, santo graal assoluto del calcio di oggi, soprattutto per le società italiane.
Contemporaneamente l'istrionico Claudio Lotito va da anni parlando di un suo progetto per uno stadio tutto della Lazio, che diventi un punto di riferimento per i tifosi e soliti ammennicoli.
Desideri più che giustificati per le due squadre di Roma, specie in epoca di fairplay finanziario, legge sugli stadi permettendo.
Ma Roma non rischia di trasformarsi in una città di stadi in disuso?
Già oggi vi si trovano due strutture di una certa rilevanza.
Il Flaminio è famoso per essere la casa del rugby, ma per lavori di ristrutturazione che dovevano essere già finiti e invece non ancora iniziati oggi è praticamente una cattedrale nel deserto. In aggiunta il Rugby Roma è praticamente scomparsa come squadra. Uno stadio da 30.000 posti in un'area da riqualificare, quindi senza alcun appeal, a cosa può servire?
L'Olimpico è ovviamente la casa (in affitto, essendo struttura di proprietà del CONI) di Roma e Lazio, oltre che momentaneamente del rugby vista la non disponibilità dell'impianto precedentemente citato. Uno stadio decisamente molto sfruttato, ma che diventerebbe di fatto inutile senza il calcio. L'impegno del rugby per il 6 Nazioni, ammesso rimanga in futuro, è infatti minimo (un paio di partite all'anno) e non si vedono altri eventi legati al CONI che possano giustificare una struttura a 70.000 posti, escludendo la finale di Coppa Italia (una partita).
Se i progetti di Lazio e Roma si concretizzassero, la città si troverebbe a ospitare ben quattro stadi di capienza significativa. Decisamente troppi.
Soprattutto un'idea di buisness chiara e strutturata, che punta a ottenere risultati economici importanti sulla base delle più moderne strategie di marketing. Idee tante, tempo da perdere poco.
Non a caso James Pallotta ogni tanto ribadisce la volontà di costruire un nuovo stadio di proprietà, santo graal assoluto del calcio di oggi, soprattutto per le società italiane.
Contemporaneamente l'istrionico Claudio Lotito va da anni parlando di un suo progetto per uno stadio tutto della Lazio, che diventi un punto di riferimento per i tifosi e soliti ammennicoli.
Desideri più che giustificati per le due squadre di Roma, specie in epoca di fairplay finanziario, legge sugli stadi permettendo.
Ma Roma non rischia di trasformarsi in una città di stadi in disuso?
Già oggi vi si trovano due strutture di una certa rilevanza.
Il Flaminio è famoso per essere la casa del rugby, ma per lavori di ristrutturazione che dovevano essere già finiti e invece non ancora iniziati oggi è praticamente una cattedrale nel deserto. In aggiunta il Rugby Roma è praticamente scomparsa come squadra. Uno stadio da 30.000 posti in un'area da riqualificare, quindi senza alcun appeal, a cosa può servire?
L'Olimpico è ovviamente la casa (in affitto, essendo struttura di proprietà del CONI) di Roma e Lazio, oltre che momentaneamente del rugby vista la non disponibilità dell'impianto precedentemente citato. Uno stadio decisamente molto sfruttato, ma che diventerebbe di fatto inutile senza il calcio. L'impegno del rugby per il 6 Nazioni, ammesso rimanga in futuro, è infatti minimo (un paio di partite all'anno) e non si vedono altri eventi legati al CONI che possano giustificare una struttura a 70.000 posti, escludendo la finale di Coppa Italia (una partita).
Se i progetti di Lazio e Roma si concretizzassero, la città si troverebbe a ospitare ben quattro stadi di capienza significativa. Decisamente troppi.
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1 ott 2012
Nuovi re
Si diceva a queste coordinate dell'importanza dell'imprimatur di Totti sul nuovo progetto Roma, che fa tanto rima con Zeman. Il capitano giallorosso sta effettivamente dando tutto quello che ha sul campo, giocando da esterno sinistro, sacrificandosi anche per quanto può, mettendo a referto al solito gol e assist. La Roma però fa decisamente fatica a ingranare e ottenere risultati.
La benedizione del suo 10 si pensava (o almeno, io lo pensavo) fosse abbastanza per concedere all'allenatore boemo un pò di credito nei momenti di difficoltà. Dopo la dolorosissima, per risultato e svolgimento, sconfitta con la Juventus a sorpresa si è alzata dal coro una nuova voce a contestare l'allenatore e l'andamento della squadra.
Daniele De Rossi, capitan futuro, il figlio prediletto di Roma appunto dopo Totti, ha parlato molto chiaramente. Non gli vanno bene i risultati, non gli va a genio di dover cambiare ruolo e correre per uno sconosciuto greco scelto da Zeman (Panagiotis Tachtsidis), non gli va bene che dopo una preparazione massacrante il lavoro non dia nessun frutto.
In breve, contesta Zeman e tutto il nuovo progetto Roma.
Ricordiamo che De Rossi è di fatto l'unico giocatore di spessore internazionale rimasto alla squadra della capitale. I suoi dirigenti lo sanno bene, e lo hanno pagato sulla loro pelle coi suoi capricci per il recente rinnovo a cifre da Roma dei Sensi.
Il giocatore sa di essere un lusso per la sua squadra. La novità è che scelga di farlo pesare.
Daniele De Rossi, di fatto, si è elevato al rango di nuovo re.
La benedizione del suo 10 si pensava (o almeno, io lo pensavo) fosse abbastanza per concedere all'allenatore boemo un pò di credito nei momenti di difficoltà. Dopo la dolorosissima, per risultato e svolgimento, sconfitta con la Juventus a sorpresa si è alzata dal coro una nuova voce a contestare l'allenatore e l'andamento della squadra.
Daniele De Rossi, capitan futuro, il figlio prediletto di Roma appunto dopo Totti, ha parlato molto chiaramente. Non gli vanno bene i risultati, non gli va a genio di dover cambiare ruolo e correre per uno sconosciuto greco scelto da Zeman (Panagiotis Tachtsidis), non gli va bene che dopo una preparazione massacrante il lavoro non dia nessun frutto.
In breve, contesta Zeman e tutto il nuovo progetto Roma.
Ricordiamo che De Rossi è di fatto l'unico giocatore di spessore internazionale rimasto alla squadra della capitale. I suoi dirigenti lo sanno bene, e lo hanno pagato sulla loro pelle coi suoi capricci per il recente rinnovo a cifre da Roma dei Sensi.
Il giocatore sa di essere un lusso per la sua squadra. La novità è che scelga di farlo pesare.
Daniele De Rossi, di fatto, si è elevato al rango di nuovo re.
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31 mag 2012
C'è progetto e progetto
Progetto è la parola più in voga a Roma da quando gli americani hanno preso in mano la situazione, spesso declinato come er proggggetto dai tifosi locali.Un concetto astratto, di pura teoria, ad indicare un cambiamento di rotta nelle strategie di gestione della squadra, a cominciare da un abbattimento dell'età media (cosa per altro indispensabile).
Dopo una stagione di progetto la Roma si è ritrovata ottava, con in mano più domande che risposte.
Sulla carta sono state fatte molte scelte giuste, funzionali, a cominciare da dirigenti (Sabatini,Baldini), allenatore (Luis Enrique), giocatori (Gago, Pjanic, Borini, Bojan, Lamela). Soprattutto si è puntato su un gioco fatto da corsa, possesso palla, gioventù, vocazione offensiva.
Dopo un solo anno però Luigi Enrico ha salutato, sopraffatto dall'isteria dell'ambiente di Roma e del calcio italiano in generale, mandando a farsi benedire la progettualità di cui tutti andavano riempiendosi la bocca.
La nuova Roma dunque deve ripartire con, indovinate un pò, un nuovo progetto. Inevitabilmente con un nome nuovo al timone.
E il nuovo nome sarà il santone per eccellenza del calcio italiano. Dimenticato per tanto, troppo tempo, rinato prima nei campi polverosi della sua (d'adozione) Foggia, poi in una cavalcata trionfale con una squadra a sorpresa (il Pescara).
Zdenek Zeman torna alla Roma dopo 15 anni, per far nascere un progetto, puntando su giovani, corsa, possesso palla, gioco offensivo.
Già sentito vi pare? Perchè lui si e l'altro no?
La grossa differenza tra il ceco e lo spagnolo nella partenza.
Luis Enrique è arrivato in Italia come uomo tutto d'un pezzo, integralista nelle sue idee e nei metodi di applicazione. Si è subito scontrato col più evidente, ma tollerato per puro amore, problema dell'ambiente Roma: Francesco Totti.
Per motivi tattici, tecnici, anagrafici, di principio, alla fine poco importa. Ma il risultato è stato chiaro: contestazione a Luglio, alla prima esclusione per scelta del capitano.
In quel momento l'avventura dello spagnolo è finita. Perchè l'ultimo arrivato non può prendere e mettersi contro l'ordine costituito, qualcosa che è sempre stato e sempre sarà. In Italia. A Roma e nella Roma.
E Zeman?
Il boemo, al contrario, è già stato chiarissimo. Totti è il miglior giocatore che abbia mai allenato (ed è pure credibile eh, sia chiaro), praticamente un figlio, lui deve essere al centro della Roma senza e senza ma.
E Totti?
Ricambia con parole al miele, indirizzando da subito l'intero ambiente.
Zeman può lavorare, il progetto può partire.
20 dic 2011
Martedì con Aguante Futbol
Assieme ai redattori di Aguante Futbol, facciamo il punto sull'attualità attraverso 4 domande.1) Il Palermo perde il derby, il tecnico Mangia ha pagato per tutti. Che ne pensate della scelta di Zamparini?
Pile: Nulla di inaspettato, purtroppo. Il calcio italiano è già inflazionato di suo, visto che tutti si sentono tecnici, giocatori, dirigenti o arbitri. Zamparini contribuisci e amplifica questo pazzo sistema italiano.
G.B.: Ha smantellato una buona squadra incassando parecchi milioni, ora cerca disperatamente un capro espiatorio dietro l'altro.
G.D.C.: Zamparini ha i suoi colpi di testa, si sa. E dopo aver profetizzato che Mangia era il suo Guardiola c'erano pochi dubbi su cosa sarebbe successo. Il problema è sempre la squadra coi suoi limiti di rosa, malgrado tutti i soldi incassati in estate.
A.L.: Visto che nel calcio contano solo i freddi numeri, gli esiti finali -sopratutto per un presidente 'traballante' quale è quello del Palermo- mi viene da sottolineare che finora i RosaNero, in 15 partite, avevano conseguito 20 punti. Certo, l'esser l'unica squadra a non aver ancora segnato neppure un goal in trasferta è sintomo di qualche problema, ma comunque i risultati sul campo non erano poi così disastrosi -in rapporto all'organico stagionale del Palermo, contando il cambio di panchina improvviso con Mangia a prendere il posto al 31 Agosto, e il rovente e labile clima che tira da quelle parti-, anzi.
Questa però è una risposta che concerne e si attiene soltanto al rettangolo di gioco, appunto; chissà nella testa di Zamparini cosa passerà, di certo col campo c'entra poco (e abbiamo avuto modo di appurarlo e impararlo nel corso degli ultimi anni, partendo da Guidolin) [..] La conseguenza del ci fa, è il ci è, è questo il problema dei malcapitati tecnici che transitano -mi sembra il verbo più appropriato- per il Barbera.
2) Barcelona campione. Ancora una volta i blaugrana trionfano, ancora una volta nettamente. Tecnicamente la squadra non si discute, un giorno arriverà anche per loro un pò di stanchezza e autocompiacimento?
Pile: Quello che fa davvero paura dei blaugrana è questa incredibile fame e voglia di vincere continua. Sicuramente un giorno finirà questo ciclo di vittorie, anche se al momento sembra un utopia. Dipenderà da Xavi e Iniesta, soprattutto.
G.B.: Concordo con Pile, trovare altri Xavi e Iniesta non sarà facile, ma Thiago Alcantara e soci sembra abbiano già imboccato la strada giusta. A questo punto mi verrebbe da dire che il più difficile da sostituire sia Puyol, perchè al di là delle doti tecniche nessuno nel Barça ha la sua fama e soprattutto il suo carisma.
G.D.C.: Il Barcellona ad oggi è una macchina tale che può solo implodere. Contro una squadra brasiliana poi lasciamo proprio stare. Xavi è il motore mobilissimo di tutta la macchina, finchè non si ferma lui c'è poco da fare per tutti (e per correre può sempre rinunciare alla nazionale).
A.L.: Contromisure tattiche sembrano proprio non arrivare, ed oltre al match perso con l'Inter di Mourinho e quello agguantato nel finale fra le mille polemiche col Chelsea di Hiddink, non c'è spiraglio o crepa in questa formazione e in questa Filosofia di gioco. E' un qualcosa di rivoluzionario nel sistema di organizzare e di costruire calcio, e l'unica apertura, l'unico pertugio antagonistico pare venire proprio da loro stessi.
Solo il Barcelona stesso -o qualche altrettanto squadra di caratura storica e mirabolante, come l'Inter del 2009-2010- può far perdere e cadere questo dominio.
3) Colpo Vargas per il Napoli. In che modo si può inserire nell'attuale Napoli di Mazzarri?
Pile: Penso che Vargas sia un acquisto intelligente. Penso che abbiano in mente una specie di prova di 6 mesi, per poi far si che il cileno sostituisca Lavezzi. I due giocatori sono, infatti, incompatibili.
G.B.: Esborso importante per un giocatore che ha avuto un'ascesa vertiginosa negli ultimi tempi. Vista nell'ottica di una probabile cessione di Lavezzi l'operazione è intelligente: Vargas avrà modo di ambientarsi ad un calcio completamente diverso senza doversi caricare la squadra sulle spalle.
G.D.C.: Acquisto che ha un senso solo nell'ottica della partenza tra sei mesi di qualcuno in attacco. Al momento un extra francamente difficile da collocare nelle gerarchie napoletane per ruolo e necessità di giocare per adattarsi a un calcio nuovo.
A.L.: Non sembra ancora certa la cosa nelle ultime ore, ma proviamo a parlarne in termini definitivi e ufficiali.
Un innesto importante di certo andava fatto in qualche altra zona del campo, Vargas per quanto giovane è uno che al Napoli andrà da subito a scardinare le gerarchie e non per fare il ricambio notevole -modello Pandev. Sembra strano però, che Mazzarri metterà in discussione quel tridente ben marcato e tanto caro-redditizio. In prospettiva il punto di snodo sembra essere la cessione di qualcuno, altrimenti la collocazione nell'ATTUALE rosa sarebbe solo illogica.
4) Impresa Roma a Napoli. Grossa iniezione di fiducia per Luis Enrique. Il suo progetto può funzionare e durare ancora a lungo?
Pile: Per Luis Enrique provo simpatia. L'aggettivo di "rivoluzionario" è più dato dai media che da lui. Lui è una persona che prova a portare la sua idea in un mondo diverso. Non so se riuscirà o meno, ma seguo i suoi risvolti con simpatia e interesse sperando che ne esca qualcosa di buono, anche per il bene del calcio italiano. Per ora è sembrato buono soltanto a tratti, in futuro vedremo.
G.B.: Mi sembra una persona intelligente e coerente. Finora ha fatto intravedere buone cose e per sua fortuna ha incontrato una società che lo difende a spada tratta e ne appoggia qualsiasi scelta. Sarà curioso vedere le mosse della Roma nel mercato di gennaio.
G.D.C.: Ha un progetto e delle idee, che porta avanti imperterrito. Roma è uno degli ambienti più difficili per una cosa simile, sta andando abbastanza bene considerato il tutto. Colpisce per certe scelte (De Rossi difensore, Taddei terzino) e il coraggio di lanciare i giovani. Avrà tempo? Lo lasceranno lavorare? Veramente difficile a dirsi, e un pò di problemi li ha già avuti.
A.L.: La Roma è una formazione il cui potenziale, e quindi i suoi limiti, devono essere ancora circoscritti e inquadrati; la vittoria a Napoli per questo, da me, non era poi così inaspettata. La società ha dimostrato e esplicitato una gran fiducia a Luis Enrique -e questa è una cosa non da poco in senso lato, almeno per il Calcio di oggi- è stato messo nelle condizioni di far bene, e di potersi esprimere senza incandescenti pressioni. La pianificazione societaria fino a questo punto sembra coerente, anche la maggior parte dei giocatori da credito -frutto anche di una rinomata rotazione, tutti vengono chiamati in causa-. La qualità della rosa attuale è distinta, anche se fin troppo oscillante fra alti e bassi. Difficile comunque al momento localizzare e dire dove potranno arrivare -si parla di un progetto a lungo termine, a lunga scadenza-, vedremo di capirlo meglio (uno step che può dire di più, sarà già il mercato di Gennaio).
G.D.C.: Anto ma contavi sul potenziale della Roma o sull'incostanza del Napoli? perchè qualcuno potrebbe anche finalmente dire che la squadra considerata principale candidata allo scudetto è 2 punti dietro all'Inter gravata del peggior avvio di campionato della sua storia
A.L.: Una combinazione fra le due.
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19 mag 2010
Totti e la tattica
Stranamente, almeno ai miei occhi, da anni si continua a parlare di un centravanti per la Roma. Dico stranamente non per motivi economici, di appeal o altro, ma banalmente tattici.Eppure gli ultimi 6 mesi dovrebbero essere stati molto chiari in proposito. A gennaio, sulla scia del motto "serve un centravanti", la Roma prese in prestito dal Bayern Monaco Luca Toni. Indiscutibilmente il prototipo del centravanti di peso anche se in la con gli anni. In un primo periodo il suo rendimeno fu anche oltre le aspettative, sia in termini di gol che di apporto al gioco. La Roma di Ranieri grazie a lui poteva infatti giocare a lanci lunghi sulla boa centrale, per poi far partire incursori come Taddei, Perrotta o gli attaccanti Vucinic e Menez. Con Toni in campo, il gioco della Roma è sempre stato questo (palla lunga e pedalare), con buona pace delle leggende alimentate dai giornali sul bel calcio e affini. Un gioco adattissimo alla serie A e di sicuro molto efficace, come dimostrano i punti guadagnati dalla squadra giallorossa. Tuttavia ad un certo punto Toni è sparito, malgrado gol anche pesanti (vedi 2-1 all'Inter), e la causa è una sola: il ritorno in campo dall'ennesimo infortunio di Francesco Totti.
Torniamo indietro di qualche anno. Sulla panchina abbiamo ancora Luciano Spalletti, che creò una Roma nuova e spettacolare (questa per davvero). Pochi punti fondamentali: tanta corsa soprattutto senza palla, gioco palla a terra, un solo modulo, il 4-2-3-1, che come facilmente intuibile prevede una sola punta. E qui si inserisce nel discorso il capitano della Roma. Giocatore di indiscussa classe e tecnica, abilissimo rifinitore, ma anche con un grandissimo tiro e fiuto del gol. Gli anni iniziano a passare, e con loro la corsa diminuisce e i problemi fisici aumentano (specie pre Mondiale 2006). Da trequartista gli era richiesto ormai un gioco che il suo fisico non reggeva più, così il tecnico toscano decise di mettere il suo capitano in quella casella libera da centravanti, con tutta la squadra dietro a correre per lui, per dargli palloni e sfruttare la sua capacità di creare gioco anche da fermo. Il suo raggio d'azione venne avanzato di qualche metro, e il risultato furono gol a grappoli (capocannoniere e Scarpa d'Oro 2007). Totti era diventato il centravanti ideale per quella Roma proprio per la sua atipicità nel ruolo.
Siamo nel 2010, e di certo Totti o i medici della Roma non hanno trovato negli ultimi anni la fonte dell'eterna giovinezza. Son passati altri 4 anni e tanti altri infortuni. Il capitano si è sempre più specializzato nel suo "nuovo" ruolo, diventando un maestro nello sfruttare il fazzoletto di campo che copre. E qui nasce il problema: come gestire lui e Luca Toni? Dopo qualche tentativo di coppia e di tridente con Vucinic la soluzione è stata chiara: o Totti o Toni. Troppo pesante per la squadra sostenere due giocatori così statici, con un gioco così poco compatibile tra loro. Ovviamente tra i due a Roma la scelta nemmeno si pone,e così Toni ha finito la stagione in panchina con tanti saluti alle chances mondiali.
Senza dimenticare che, sempre nell'era Spalletti, un altro centravanti si è sacrificato in nome e per conto di Totti. Per Mirko Vucinic reinventarsi esterno non è stato facile all'inizio, col rischio concreto di bruciarsi la carriera. Giocando più vicino alla porta il suo contributo alla causa romanista è nettamente migliorato.
Oggi si parla di Adriano o altri centravanti per la Roma, e si continuerà così per tutta l'estate. Perchè tapparsi gli occhi di fronte all'ovvio? La Roma un centravanti l'ha avuto negli ultimi 4 anni, e l'avrà finchè Francesco Totti non si ritirerà dal calcio giocato.
6 mag 2010
C'era una volta un re...
C'era una volta un giocatore col numero 10 a Roma, considerato un idolo da tutti. Capitano, simbolo di Roma e del "romanismo", protagonista di pubblicità varie, ambasciatore Unicef, ottavo re di Roma (anche se, tanti anni fa, fecero una statua con questa dicitura a tale Falcao, ma devo ricordarmelo solo io a quanto pare) "una delle poche bandiere del nostro calcio, un modello positivo per tanti bambini conquistati dal suo modo di giocare e dai suoi comportamenti fuori del terreno di gioco" (tratto da dichiarazioni di Rosella Sensi, suo presidente). Dietro questa bella patina da grande si cela ben poco. Un gigante d'argilla? Molto meno, alla luce dei fatti. Come altro definire uno che trasforma una finale di Coppa Italia in una caccia all''uomo, mettendo se stesso e il suo presunto onore davanti alla sua squadra e al suo lavoro?
Totti una volta di più (perchè episodi del genere sono stati diversi nella sua luminosa carriera, chiedere a Poulsen per dirne uno noto) si è mostrato al mondo per quello che è: poco più di un bullo nemmeno di quartiere, di cortile. Capace di fare il grosso tra le sue quattro mura, solo contro qualcuno più perseguitato o più debole di lui che non può reagire. Dico al mondo perchè ovviamente a Roma le giustificazioni sono già scattate. Di vedere la realtà, il re nudo, nemmeno se ne parla. Le provocazioni sono una cosa normale nel calcio che si gioca pagando per partecipare, figuriamoci con dei trofei in palio. Cosa può aver detto di tanto terribile Balotelli? E anche se lui avesse davvero parlato, Motta e Milito (reo di aver tolto palla a questo fenomeno da baraccone)? Ovviamente tutti cattivi contro l'eroe vessato.
Zidane avrebbe dovuto imparare (come si dice da dove viene Totti) di più dalle parti di Roma, e dire che il Mondiale 2006 l'ha vinto anche questo ragazzo qui.
Che una volta di più si è dimostrato un uomo piccolo piccolo.
Zidane avrebbe dovuto imparare (come si dice da dove viene Totti) di più dalle parti di Roma, e dire che il Mondiale 2006 l'ha vinto anche questo ragazzo qui.
Che una volta di più si è dimostrato un uomo piccolo piccolo.
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