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16 mar 2012

Piccoli problemi di ranking

L'Italia calcistica tutta scoprì che esisteva una cosa chiamata ranking UEFA per nazioni nella stagione 2009/2010.
Qualche attento statistico del calcio fulminato sulla via di Madrid scoprì che i quattro ingressi in Champions League garantiti alla Serie A non erano una gentile concessione divina immobile e immutabile, ma dipendevano da un coefficiente originato, in poche parole, dai risultati sportivi di tutte le squadre italiane impegnate nelle competizioni europee. E l'unico modo per salvare quei quattro posti per la stagione 2010/2011 era la vittoria dell'Inter (squadra italiana con buona pace di tutti) in finale di Champions League contro il Bayern Monaco, squadra evidentemente tedesca, cioè portabandiera della nazione appena dietro all'Italia nel ranking. La vittoria di Madrid mise una pezza e salvò lo status quo per una stagione, ma il sorpasso era scritto, rapido e inevitabile.
Passata la tempesta mediatica del momento, in Italia si preferì tornare a parlare delle classiche beghe da cortile che tanto appassionano il pubblico, ignorando totalmente il problema, continuando con una spocchia rara a considerare il campionato italiano superiore a tutto e tutti probabilmente in Europa, di conseguenza nel mondo.
Il risultato più immediato è che oggi, stagione 2011/2012 (non esattamente cento anni dopo la Champions di Madrid) la Serie A manda in Champions League tre squadre e la Bundesliga quattro. Ma questo è solo il sintomo più evidente di un problema grave, che in Italia ci si ostina a ignorare perchè troppo abituati a parlare del grande calcio degli anni 80-90.

Il ranking oggi recita: Inghilterra 82.535, Spagna 77.6142, Germania 72.352, Italia 59.409, Portogallo 54.013, Francia 54.011, Russia 47.832.
Fanno impressione almeno due cose:
1- l'abisso che la Germania ci ha rifilato in due anni
2- la tremenda vicinanza di ben due campionati, portoghese e francese
Il calcio italiano come movimento forse è meglio che esca dal torpore in fretta, smettendo di pensare solo ai propri piccoli, piccolissimi interessi personali.

6 mag 2010

C'era una volta un re...

C'era una volta un giocatore col numero 10 a Roma, considerato un idolo da tutti. Capitano, simbolo di Roma e del "romanismo", protagonista di pubblicità varie, ambasciatore Unicef, ottavo re di Roma (anche se, tanti anni fa, fecero una statua con questa dicitura a tale Falcao, ma devo ricordarmelo solo io a quanto pare) "una delle poche bandiere del nostro calcio, un modello positivo per tanti bambini conquistati dal suo modo di giocare e dai suoi comportamenti fuori del terreno di gioco" (tratto da dichiarazioni di Rosella Sensi, suo presidente).
Dietro questa bella patina da grande si cela ben poco. Un gigante d'argilla? Molto meno, alla luce dei fatti. Come altro definire uno che trasforma una finale di Coppa Italia in una caccia all''uomo, mettendo se stesso e il suo presunto onore davanti alla sua squadra e al suo lavoro?

Totti una volta di più (perchè episodi del genere sono stati diversi nella sua luminosa carriera, chiedere a Poulsen per dirne uno noto) si è mostrato al mondo per quello che è: poco più di un bullo nemmeno di quartiere, di cortile. Capace di fare il grosso tra le sue quattro mura, solo contro qualcuno più perseguitato o più debole di lui che non può reagire. Dico al mondo perchè ovviamente a Roma le giustificazioni sono già scattate. Di vedere la realtà, il re nudo, nemmeno se ne parla. Le provocazioni sono una cosa normale nel calcio che si gioca pagando per partecipare, figuriamoci con dei trofei in palio. Cosa può aver detto di tanto terribile Balotelli? E anche se lui avesse davvero parlato, Motta e Milito (reo di aver tolto palla a questo fenomeno da baraccone)? Ovviamente tutti cattivi contro l'eroe vessato.
Zidane avrebbe dovuto imparare (come si dice da dove viene Totti) di più dalle parti di Roma, e dire che il Mondiale 2006 l'ha vinto anche questo ragazzo qui.
Che una volta di più si è dimostrato un uomo piccolo piccolo.