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19 nov 2014

Superclasico: qui Boca

Il Boca si avvicina a questa partita in condizioni psicologiche quasi opposte rispetto agli eterni rivali.
Ha un fondamentale vantaggio: la pressione del pronostico è tutta sulle spalle del River.
Loro sono i campioni in carica, loro sono tenuti a macinare risultati e a portare spettacolo. Gli xeneizes invece possono permettersi di lavorare da underdogs progettando un colpaccio che aprirebbe di nuovo dolorosissime ferite.
Anche solo un mese fa questa sfida sarebbe stata infatti totalmente in favore della banda, pur tenendo sempre a mente l'antico adagio che vede i derby come partite a se stanti, mentre oggi il Boca può  permettersi di non avere paura, compiacendosi dei fantasmi che si fanno strada nella testa degli avversari.
Per i tifosi unire gli sfottò per la comunque fresca retrocessione a una nuova eliminazione in una coppa dopo quella del 2004 sarebbe storico.

Il momento della squadra di Arruabarrena è tutto sommato positivo.
Malgrado il Vasco abbia ereditato da Carlos Bianchi una squadra capace di ottenere il maggior numero di punti insieme al Velez nella classifica aggregata dei campionati 2013/2014 (curiosamente però nessuna delle due ha vinto titoli), l'addio di Riquelme e l'esonero in estate del Virrey hanno lasciato nella maggior parte degli spettatori una netta idea di transitorietà e ricostruzione. Tradotto in aspettative, nessuno vedeva il Boca tra le favorite nonostante il blasone e trovare nella formazione titolare un insieme di nomi per la maggior parte sconosciuti ai meno esperti non aiuta di certo.
Il giovane tecnico, ex giocatore del Villarreal di cui si ricorderanno i tifosi dell'Inter, è stato bravo a gestire una situazione iniziale non semplice e a organizzare la squadra. In campionato, pur non strabiliando, è appena dietro alle quattro squadre più forti e in Copa Sudamericana ha trovato prestazioni importanti dopo quello che è stato forse il punto più basso della stagione, la sconfitta alla Bombonera 0-1 contro il Deportivo Capiatà. La reazione a quella clamorosa disfatta ha resituito al Sudamerica tutto un Boca trasformato.
Si schiera con un 4-4-2 abbastanza dinamico, che può evolvere in 4-2-3-1, 4-1-4-1 o più raramente in 4-3-1-2. I punti fissi sono la difesa a quattro, un mediano difensivo e la prima punta di riferimento, poi ci possono essere schieramenti più spregiudicati (con due centrocampisti di qualità sulle fasce, a piedi invertiti) o più prudenti (con un esterno più di corsa, a volte anche un terzino, e un centrocampista avanzato a supporto del centravanti). Si cerca il possesso con fraseggio palla a terra, a volte un po' troppo lento e insistito, e la formazione risulta tatticamente ordinata e molto "democratica" nella distribuzione del gioco e anche dei gol.
Del resto perso Riquelme nessuno fagocita palloni e la rosa è nettamente alla ricerca di nuovi leader. In difesa e a centrocampo i giocatori di gerarchia sono el Cata Diaz e Fernando Gago, ex di ritorno con carriere importanti, in porta c'è un monumento come Orion e Gigliotti rappresenta ormai una sicurezza a livello realizzativo. Si uniscono a loro gli ex giovani con ormai diverse stagioni in maglia azul y oro in curriculum, come Erbes e Colazo. Manca però, com'è ovvio dopo l'addio di una figura tanto ingombrante e determinante come quella del Mudo, un enganche di riferimento in grado di prendersi le responsabilità e inventare quando il pallone scotta. Carrizo, uno dei favoriti del tecnico, sembra più un gregario di qualità mentre Castellani fatica a consolidare le sue prestazioni nella continuità. Luciano Acosta, l'erede del numero 10, è semplicemente ancora troppo giovane e acerbo. La Copa potrebbe essere un banco di prova importante per uno di loro.

Punto di forza del Boca è sicuramente un attacco capace di produrre 20 gol andando a segno tra l'altro sia con gli attaccanti titolari che coi giovani di riserva. Andres Chavez, per fisico, tecnica e impatto, merita di essere nominato.
A favore dello spettacolo invece c'è una difesa porosa da 18 gol subiti, che dipende molto dalla personalità e dalle condizioni di Daniel Diaz.

17 nov 2014

Superclasico: qui River

Più si avvicina la sfida con il Boca, più la paura e la tensione si fanno largo tra stanze e corridoi del Monumental. Gallardo fa di tutto per dare l'impressione di avere la situazione sotto controllo, di essere dominato da una fiducia totale e, in effetti, il gruppo lascia intendere di essere sicuro e focalizzato verso la prima sfida con l'eterno nemico.
Tuttavia nessuno avrebbe potuto ipotizzare che il River Plate arrivasse alla settimana decisiva con incertezze e qualche scricchiolio strutturale di troppo, ma infortuni e stanchezza hanno lentamente messo fuori fase i perfetti ingranaggi della macchina schiacciasassi costruita dal Muneco. Un costante rallentamento, a tratti impercettibile, accelerato soltanto dalla sconfitta contro l'Estudiantes e dal pareggio contro l'Olimpo. Il liscio di Ramiro Funes Mori, uno dei migliori nella stagione millonaria, ha messo a nudo le difficoltà che sta vivendo la Banda e ha fatto sorridere più di una persona dalle parti della Boca.

Che il Superclasico sia una partita a sè è stato ripetuto allo sfinimento, ma in fin dei conti è la cruda realtà: sono 90 minuti (180, in questo caso) che amplificano emozioni e sensazioni in negativo e in positivo. Allora quella sottile fenditura di incertezza e paura può diventare uno squarcio in grado di piegare i campioni d'Argentina in carica, costretti inoltre a giocare la prima delle due sfide nella tana del rivale. Si sa, la Bombonera non trema, batte, e il River Plate è consapevole della necessità di arrivare al confronto preparato fisicamente e soprattutto mentalmente. La squadra allenata da Gallardo finora è stata elogiata soprattutto per il gioco espresso, per il ritorno al celebre paladar negro riverplatense, sapendo tuttavia mettere in campo anche personalità assoluta e caparbia tenacia. Ora, all'alba di una settimana decisiva per il semestre millonario (le due sfide con il Boca saranno intervallate dal clasico al vertice contro il Racing di Diego Milito), giunge l'inesorabile momento della verità, con tre partite che potranno proiettare il River del Muneco direttamente nella storia del club di Nunez, tra la Maquina di Pedernera e Labruna e i campioni del '96 di Ramon Diaz, o nell'olvido, l'oblio.

Un'altra eliminazione ad opera degli Xeneizes, dopo la storica semifinale di Libertadores del 2004, è un'ipotesi che al Monumental non può essere neanche presa in considerazione, non dopo la B e l'agognato ritorno ai vertici del calcio argentino. Gallardo, che in questi mesi ha mostrato sorprendente maturità e preparazione a 360°, tecnica, tattica e mentale, potrà finalmente contare sugli uomini migliori, eccezion fatta per il mediano Kranevitter. Un'assenza ogni giorno sempre più pesante, perché il giovane tucumano, fermo in infermeria per una frattura al metatarso, ha lasciato un vuoto incolmabile nel cuore del centrocampo, nonostante l'esperienza di Ponzio e la buona volontà di Guido Rodriguez, altro prodotto delle inferiores. Nessuno infatti è stato in grado di sopperire al ritmo e all'attenzione tattica del Colo, permettendo agli avversari di scovare i difetti della retroguardia e di prendere campo con relativa facilità: una chimera, fino a poco tempo fa.

Grazie al lavoro politico del Principe Enzo Francescoli, l'uomo che più di tutti ha voluto far sedere Gallardo sulla panchina del Monumental, Teofilo Gutierrez è già rientrato in Argentina, esonerato dall'impegno con la Colombia di Pekerman; mentre a nulla sono valsi gli sforzi per riportare anticipatamente a Buenos Aires anche Carlos Sanchez, alla prima convocazione con l'Uruguay. I due stranieri, fondamentali negli equilibri della Banda, dovrebbero in ogni caso presenziare dal primo minuto, per la loro importanza, leadership e per l'avversione del Muneco al turnover. La stanchezza sarà infatti uno dei fattori principali nel determinare le sorti del doppio scontro: Gallardo ha coraggiosamente deciso di voler lottare su entrambi i fronti, ma, come visto nella partita casalinga contro l'Olimpo, gambe pesanti e stress possono portare a qualche passo falso di troppo.

Non resta che attendere, confidando magari in condizioni climatiche che permettano di giocare a calcio e non a pallanuoto, come accaduto nel recente Superclasico del Torneo di Transicion.

12 dic 2013

Lanus campeon


La favola della Ponte Preta si è spenta proprio all'ultimo atto. Per una squadra piccola andata avanti a suon di miracoli già l'1-1 casalingo nella finale d'andata era stato un ottimo risultato che lasciava tutto aperto nel ritorno. Ma alla Fortaleza il Lanus ha imposto il suo maggior spessore tecnico dominando anche oltre il 2-0 conclusivo. Coi gol di Ayala al minuto 25 e di Blanco al 45 la partita era già chiusa e il secondo tempo è stata tutta gestione degli argentini.

Il Lanus conquista il terzo titolo della sua storia, il secondo internazionale, consolidando un cammino che vede da anni la squadra a ottimi livelli. L'unico campionato vinto è del 2007, ma successivamente il club si è sempre trovato a lottare per i primi posti. Tuttavia nell'ultimo anno e mezzo è forte la sensazione che si sia avviata una nuova fase con Guillermo Barros Schelotto, allenatore (in coppia col fratello gemello Gustavo) giovane (classe 1973) con un passato da leggenda del Boca e secondo argentino più vincente della storia con 17 titoli di cui 10 internazionali (4 Libertadores, 2 Sudamericane, 2 Intercontinentali). Si è presentato fin da subito con uno stile moderno e decisamente europeo, ha portato la sua squadra in finale eliminando U de Chile, River Plate e Libertad rimanendo lo stesso altamente competitivo in campionato, dove è secondo con 30 punti. La finale di ritorno è stata vinta grazie alla sua scelta di schierare Ismael Blanco, autore di un assist e un gol. Anche da allenatore ha un futuro scritto al Boca, ne sentiremo parlare.
La Ponte Preta dal canto suo rappresentava un piccolo miracolo sportivo. Arrivata alla Copa malgrado il quattordicesimo posto in campionato per il rifiuto di sostanzialmente tutte le altre a partecipare, sembrava spacciata appena arrivata alla fase a eliminazione. Se con il Deportivo Pasto ci poteva anche stare passare il turno, eliminare Velez (una delle favorite) e San Paolo (campione in carica) con risultati anche netti è stata un'impresa, ancora di più per una squadra dal rendimento pessimo in campionato. Il primo titolo in 113 anni di storia sembrava scritto nel cielo, ma dopo una gara d'andata gagliarda al ritorno anche i principali protagonisti di questa grande cavalcata sono sembrati scarichi. L'espulsione del tecnico Jorginho a fine primo tempo col risultato già sul 2-0 probabilmente ha spento del tutto il furore agonistico.

Lo scontro tra queste due squadre aveva similitudini con altre due finali recenti di Copa Sudamericana.
Come nel 2010 vedeva affrontarsi un'argentina e una brasiliana giunta in finale malgrado la retrocessione in campionato. Allora l'Independiente si impose ai rigori sul Goias dopo una grande rimonta e tornò per una notte a far valere il suo soprannome di rey de copas. Restava quello tra l'altro l'ultimo successo argentino in campo internazionale.
Come nel 2012 invece si affrontavano una squadra di nome evidentemente più forte e tecnica e un'outsider assoluta giunta fino in fondo con un percorso sorprendente fatto di difesa e contropiede. Curiosamente anche la sfida tra San Paolo e Tigre vide un pareggio nella gara d'andata e un 2-0 al ritorno, seppur in circostanze a dire poco particolari.

Schelotto si porta a casa il suo primo titolo da allenatore. Per uno col suo curriculum poteva essere solo un trofeo internazionale, da dedicare al maestro Carlos Bianchi. Il Lanus avrebbe anche la possibilità di lottare per il campionato, se i risultati si incastrano bene.
Riuscirà una storica doppietta?

13 dic 2012

Una vittoria inaudita


Il San Paolo torna a vincere un titolo che mancava dal 2008 strappando la Copa Sudamericana all'eroico Tigre di Gorosito. 
Il Tricolor era semplicemente strafavorito dal primo giorno, grazie a una rosa che in Sud America ha davvero pochi rivali. In Argentina ha sofferto per la fisicità degli avversari e soprattutto per l'espulsione a inizio partita di Luis Fabiano, che ha di fatto troncato la manovra offensiva. Nel ritorno in Brasile ha dominato per 45 minuti, con accelerazioni spettacolari e due gol col forte marchio del partente Lucas, che è riuscito a regalare alla sua squadra una gioia prima di trasferirsi al PSG.
Il Matador dal canto suo è stata l'assoluta sorpresa della manifestazione. Una squadra poco quotata che ha saputo esaltarsi in Copa, puntando su organizzazione, garra, difesa, calci piazzati e l'estro di Ruben Botta. Finchè si è giocato a calcio, non hanno avuto niente da invidiare a nessuno, cullando il sogno della prima vittoria in oltre 100 anni di storia.

Purtroppo i discorsi calcistici vanno archiviati in fretta visto quanto successo al Morumbì.
Nessun appassionato di calcio può parlare tranquillamente di vittoria del San Paolo.
La Copa è stata assegnata dopo aver giocato solo 45 minuti (risultato 2-0 per i padroni di casa, con gol di Lucas e Osvaldo), ufficialmente per il rifiuto dei giocatori del Tigre di tornare in campo dopo la pausa di fine primo tempo. Non un gesto di protesta per l'arbitraggio di parte o motivi di gioco, un gesto inevitabile e forse doveroso visto quanto denunciano i giocatori argentini.
Facendo un passo indietro, tutto nasce dalla rissa accesasi sul finire del primo tempo, una classica situazione di gioco duro, con un espulso per parte e molti giocatori impegnati a far valere le proprie ragioni. La situazione è poi degenerata negli spogliatoi.
Il primo a evidenziare la gravità della situazione è stato il tecnico Nestor Gorosito. Non è chiaro lo svolgimento degli eventi. In Brasile dicono che i giocatori argentini abbiano cercato di entrare nello spogliatoio avversario, mentre in Argentina parlano di aggressione subita, prima dagli addetti alla sicurezza dello stadio (che già nel riscaldamento avevano creato problemi agli ospiti) e poi dalla polizia, con tanto di pistole sfoderate e puntate verso i giocatori. Le foto di calciatori e membri dello staff feriti, come anche di macchie di sangue sulle pareti già circolano in rete, e non possono che far male al calcio.
Al minimo, un grave problema di sicurezza che non è un bel biglietto da visita in ottica Brasile 2014. E non c'è rivalità o importanza della partita che tenga. 

Il San Paolo ha festeggiato in casa con la sua gente, dimostrando pochissima sensibilità.
Ma una simile macchia su una finale difficilmente passerà inosservata.


28 nov 2011

Edu Vargas

Da quando ha conosciuto il tocco del Loco Bielsa il calcio cileno è entrato in una considerevole parabola ascendente non solo a livello di nazionale, ma anche come club.
L'ultimo esempio è l'Universidad de Chile protagonista assoluta della Copa Sudamericana in corso. E nella U non si può fare a meno di notare il numero 17 Eduardo Vargas.

Punta classe '89, destro, il mondo si è improvvisamente accordo di lui grazie ai 7 gol (fin'ora) che lo incoronano capocannoniere della Copa.
La U de Chile che deve ancora affrontare la semifinale di ritorno col Vasco ha letteralmente demolito chiunque sul suo cammino, eliminando Nacional di Montevideo, Flamengo e Arsenal di Sarandì segnando 13 gol e subendone solo 1. Sorpresa della competizione di sicuro, ma soprattutto squadra costruita bene con diversi giocatori interessanti e allenata anche meglio. Il migliore fino a questo momento è stato appunto Edu Vargas.
Chi si immagina la solita storia da giovane fuoriclasse sudamericano si sbaglia di grosso.
Il ragazzo è partito dal basso perchè pur avendo talento non poteva allenarsi nelle inferiores dei grandi club per problemi di distanza dal suo paese d'origine. Ha così percorso caparbiamente la strada di servizio per il grande calcio. Nel 2005 partecipa a un reality show targato Adidas insieme a quel Seymour oggi al Genoa e l'anno successivo a un torneo amatoriale con la sua squadra. Chiude come capocannoniere e viene notato da un osservatore del Cobreloa, squadra di nascita di Alexis Sanchez. Da qui comincia finalmente la sua vera carriera, che lo porta nel Gennaio 2010 alla U de Chile e alla nazionale del Bichi Borghi.

La sua squadra gioca un calcio che ne esalta al massimo le caratteristiche. Alto 1.75, molto veloce, bravo tecnicamente e con una grandissima abilità di giocare negli spazi, sia come movimenti che nel giocare la palla, è principalmente una punta esterna che gioca sulla destra. Da quella posizione può puntare frontalmente la porta, tagliare alle spalle dei difensori e giocare degli uno-due stretti in cui è assolutamente letale grazie a tecnica, visione di gioco, capacità di sponda e velocità. Resta in ogni caso un attaccante e non un'ala per attitudini. In area vede bene la porta, ma sa anche distribuire assist. Per il gioco della U ha imparato a muoversi molto sulla fascia, rientrando anche fino alla metà campo in fase difensiva e scattando rapidamente in avanti quando ha spazio.
In nazionale agisce da seconda punta pura, spesso al posto del Niño Maravilla.

Oggi la sua quotazione è al massimo per la pubblicità derivata dalla Copa, ma di certo Edu è un talento, una punta esterna abbastanza completa. Negli spazi è sicuramente letale e sarebbe un giocatore perfetto per la Spagna o per squadre votate al contropiede come Napoli o Udinese. Per formazioni costrette a affrontare squadre chiuse e spazi intasati è da valutare la sua abilità a confrontarsi con queste situazioni. Una certa capacità di difendere la palla anche spalle alla porta, la velocità, la tecnica e la capacità negli scambi stretti sono di sicuro promettenti.