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18 nov 2016

Lucas Alario

“El Pipa vieja, el Pipa vieja!”, perché scomodare illustri autori, quando bastano le parole di un tifoso in preda al delirio pochi secondi dopo uno dei più memorabili gol della storia del River Plate? Lucas Alario, el Pipa, con quella rete ha impresso il proprio autografo sulla vittoria della Copa Libertadores e sulla storia di uno dei club più celebri del Sudamerica, trasformandosi tutto d’un tratto da meteora semi-sconosciuta ad attaccante dal pedigree di primo livello. Non male, per chi pochi mesi prima lottava per salvare il Colon dal purgatorio della B Nacional.

Nato nel nord della provincia di Santa Fe, di Alario si può dire molto, ma non che sia un predestinato, perché un ventiduenne classe ’92, che segna 12 gol in 58 apparizioni con il Colon, non rientra propriamente nella categoria. Dopo l’esordio a 19 anni il centravanti di Tostado colleziona infatti soltanto 11 presenze in tre stagioni tra le fila del Sabalero. Confinato in Reserva e dimenticato dalla prima squadra, nel 2013 trova inaspettatamente la titolarità nella Primera Division argentina grazie alla moria delle punte a disposizione di Osella, segnando 3 reti in 21 presenze. Un modesto contributo, vano nel tentativo di far risalire il Colon nella classifica del promedio, nonostante la rete allo scadere dell’ultima giornata contro l’Olimpo, che regala il jolly dello spareggio, poi perso, contro l’Atletico Rafaela.


L’anno successivo ottiene piena fiducia, ma è la B Nacional e Alario è costretto a saltare buona parte della stagione causa infortunio, rientrando soltanto per l’ultima partita contro il Boca Unidos, decisiva per la promozione del club.
Nel ritorno in Primera Division il centravanti santafesino, complice un altro infortunio, riesce a giocare soltanto 10 partite, mettendo a segno 3 reti. Cifre normali, quasi tristi per un giovane attaccante, ma non abbastanza per spaventare Marcelo Gallardo, che vede in lui il sostituto ideale per la punta di diamante del suo River: Teofilo Gutierrez. Un compito ingrato, soprattutto alla vigilia delle semifinali di Libertadores.

In Argentina in molti si sono interrogati riguardo a cosa abbia visto Gallardo in quell’attaccante semisconosciuto, un po’ sgraziato e poco efficace. C’è chi racconta che se ne sia invaghito nel 2014, durante un River-Colon agli albori della sua avventura millonaria, chi dice che sia arrivata una sponsorizzazione da un certo Cesar Luis Menotti, vecchia conoscenza del vice-presidente Patanian, al quale avrebbe riferito: “Lucas Alario è il miglior giocatore del futbol argentino, l’ideale per il River”. Con Teo su un volo intercontinentale diretto a Lisbona, scegliere Alario non si può definire una scelta coraggiosa, quanto piuttosto una scelta folle. Ma il Muneco nella sua esperienza sulla panchina del River Plate ha abituato a colpi ad effetto da trequartista, sorprendendo tutti con richieste all’apparenza insensate e rivelatesi in seguito scommesse vinte a mani basse. Alario, in questo senso, è stato l’erede di Pisculichi, il primo vero grande colpo del Gallardo manager a tutto tondo.

Il resto è storia ormai nota: a pochi giorni dall’approdo a Buenos Aires il centravanti ex-Colon risulta decisivo per la conquista della Copa Libertadores, grazie a prestazioni solide quanto sorprendenti, condite da 2 assist e altrettanti gol nelle quattro partite finali della competizione.

Effetto Gallardo? O più semplicemente la maturità? Chissà, ma da quando veste la maglia della Banda, Alario si è trasformato in uno dei centravanti più interessanti dell’intero panorama sudamericano, mettendo in mostra un bagaglio tecnico, tattico e atletico di tutto rispetto, valorizzato da gol e personalità. Si legge spesso di attaccanti moderni e, se la categoria effettivamente esiste, la punta del River è senza ombra di dubbio tra questi.

Sembra lento, poco mobile, tecnicamente ruvido, senza spunti, però ogni tanto fa gol. Anzi, segna con una certa frequenza. Tutto sommato non è molto lento e forse a livello tecnico non è così male. Qualche sponda in effetti gli riesce. Guarda, anche un dribbling. Questa l’ha spizzata ancora lui? Ma il numero tredici, quello che pressa adesso, è Alario? Come? Ha segnato Alario? Ancora?

Non è il Bichi Fuertes, l’attaccante di riferimento per qualsiasi aspirante centravanti nato in provincia di Santa Fe e tifoso del Colon, è decisamente meglio. Non è neppure Lewandowski, il giocatore europeo a cui viene accostato spesso in patria, ma in effetti il paragone può essere calzante. È un giocatore dal potenziale ancora inespresso, un po’ in ritardo sulla tabella di marcia, ma che in carriera ha dimostrato di avere la testa e le qualità per ambire all’Europa e al calcio che conta del vecchio continente.
Sotto la saggia guida di Gallardo ha compiuto passi da gigante, affinandosi come punta a tutto tondo, capace con la stessa facilità di giocare sapientemente spalle alla porta e aggredire gli spazi. È un maestro nel “pivotear”, come un vecchio centravanti, e ha l’intelligenza per muoversi con e senza palla, riuscendo ad adattarsi a seconda del compagno di reparto. Senza abusarne, ha dribbling, anche nello stretto, ed è molto più veloce di quanto dia a vedere. Sotto porta è una sentenza e, nonostante arrivi a fatica al metro e ottanta, nel gioco aereo è un pericolo costante. Ma a fare la differenza sono la personalità e la capacità di dare il meglio sotto pressione, come dimostrato in Copa Libertadores.

L’impressione è che sia un giocatore nato per essere sottovalutato, sempre lontano dai riflettori e da apprezzare innanzitutto per intelligenza, personalità e applicazione messe costantemente in campo. Proprio per questi motivi, non stupisce il crescente interesse da parte dei club europei, così come non sorprende la convocazione nella Seleccion da parte di Bauza. Una chiamata criticata, anche aspramente, in Italia e in Europa, ma mai messa in discussione in patria. Ora che Alario sembra aver trovato continuità anche dal punto di vista fisico (i continui infortuni sembrano un lontano ricordo), il trasferimento dall’altra parte dell’Oceano è ormai questione di tempo, prezzo permettendo. Perché è lo stesso tifoso in tribuna durante la finale contro i messicane del Tigres ad aver fissato la cifra, pochi secondi dopo il boato del gol: “Lo vendemo’ a 50 millone’ de dolaré… 80 millone’ de dolaré vieja!”.

3 nov 2016

Gallardo ha sempre un piano

Ci sono allenatori che restano alla guida di un club per diversi anni, portando avanti un progetto ed entrando nel dna della squadra per idee, approccio, metodo di allenamento, auspicabilmente anche titoli vinti. Di solito però sono legati a un ciclo ben definito, con giocatori plasmati nel tempo che rimangono portavoci di certi concetti in alcuni casi anche dopo l'addio del tecnico.
El Muñeco Gallardo al River ha indubitabilmente dato un'impronta chiara, netta, sublimata da vittorie pesanti. La differenza rispetto al caso tipico è che ha continuamente rifondato la sua squadra, cambiando uomini, stile di gioco, approccio e referenti trovando sempre un modo per andare avanti e raggiungere livelli di spicco.

Gallardo si è dovuto adattare per necessità. In Argentina anche il River, il club soprannominato millonario per i fasti passati, vive la crisi economica e ormai da anni si trova nelle condizioni di dover gestire la propria rosa, valorizzando talenti da vendere e sfruttando al meglio i grandi di ritorno. A dire la verità l'ex numero 10 ha avuto la fortuna (o forse la bravura) di evitare il periodo più nero, vale a dire quello della gestione Passarella, ma in ogni caso vive alla guida di un club che spesso si trova a fare di necessità virtù: dal 2014 ad oggi Napoleon ha visto partire Funes Mori, Balanta, Vangioni, Mercado, Barovero, Kranevitter, Rojas, Carlos Sanchez e Teofilo Gutierrez per limitarci ai titolari, riuscendo quasi sempre a sostituirli tenendo in piedi la baracca, magari dopo un periodo di transizione per assimilare i cambiamenti.

Ecco, questo va detto chiaramente: Gallardo ha vissuto dei periodi difficili, con risultati costantemente negativi più che altalenanti, ma è sempre rinato grazie a due fattori. Il primo è il credito acquisito con le vittorie, che gli ha permesso di far valere sempre la sua idea con la società, il secondo la sua abilità a trovare nuovi referenti, reinventando la squadra in tempi brevi.

Ragionando per cicli, il primo River di Gallardo è quello che vince la Copa Sudamericana 2014. Il modulo di riferimento è il 4-3-1-2, interpretato con giocatori di qualità, ma con tanta attenzione anche alla quantità. Gli interni, Rojas e Sanchez, un po' centrocampisti e un po' ali, sono elementi fondamentali nelle due fasi e garantiscono l'equilibrio di tutta la formazione. In questa versione del River c'è il primo grande nome pescato dal nulla da Gallardo rivelatosi decisivo: l'enganche della squadra, Leonardo Pisculichi, l'uomo deputato a svoltare le partite con le sue giocate. Piscu, classe '84, è un classico trequartista argentino con un mancino meraviglioso, che ha passato la maggior parte della carriera in Arabia. Gallardo lo vede all'Argentinos Juniors e ci punta senza battere ciglio anche se ha già compiuto 30 anni. Non a caso nella finale della Copa i gol arriveranno dalle sue pennellate piazzate. Altro tratto che diventerà tipico il coraggio nel lanciare i giovani, come Kranevitter e Mammana, che giocherà la finale contro l'Atletico Nacional da terzino destro. Il tecnico infine si dimostra da subito bravo a gestire uno spogliatoio non semplice, con diverse prime donne (tipo Teo Gutierrez) e grandi totem del club (Cavenaghi).

Il semestre successivo, il primo del 2015, è quello della Libertadores. Il percorso iniziale più che difficile è infernale: il River non gira e per qualificarsi alla fase ad eliminazione serve un miracolo di coincidenze. Gallardo, dopo la cessione del suo titolare Rojas, trova una nuova quadratura col 4-2-3-1, puntando chiaramente sulla qualità e sul gioco offensivo. Il primo nome nuovo della formazione è quello di Gonzalo el Pity Martinez, trequartista/esterno mancino classe '93 prelevato dall'Huracan e subito lanciato titolare, fondamentale nel cambio di modulo in quanto più offensivo di Rojas. A centrocampo esplode Kranevitter, che prende in mano la mediana e coniuga regia ed equilibrio con personalità rara. Carlos Sanchez sulla destra fa praticamente tutto e lascia un segno decisivo in ogni partita che conta. L'intuizione di Gallardo di metà stagione si chiama Lucas Alario: per sostituire Teo Gutierrez, attaccante di riferimento della squadra, il Muñeco sceglie un classe '92 del Colon di Santa Fé con una decina di gol in curriculum, quasi tutti segnati in B. Alario lo ripagherà con le reti decisive in semifinale e finale di Copa, e in poco tempo si imporrà come uno dei migliori centravanti locali. Altra intuizione, seppure di brevissima durata, la scommessa su Tabaré Viudez: un fuoco di paglia di poche partite, ma fondamentale per vincere questa Libertadores.
L'abilità di Gallardo come stratega si evidenzia anche in un fatto, non a caso fondamentale per vincere gli scontri diretti nelle coppe: è straordinario nel preparare le gare ad eliminazione. Il suo lavoro di studio e adattamento agli avversari è certosino e porta sempre frutti.

A questo punto per Gallardo inizia una lunga fase di transizione, legata a una vera e propria diaspora di praticamente tutti i suoi titolari. Il River macina giocatori e moduli, non trovando però una dimensione vera e continua fino al campionato 2016/2017.
Oggi l'idea nuova e a quanto pare funzionante è il 4-2-2-2 alla brasiliana, quello del quadrato magico. Alla fine è un 4-4-2, ma dalla metà campo in su ci sono due mediani, due rifinitori e due punte. Gallardo ha scelto di puntare su un gruppo a forte stampo River, tra giovani formati nel vivaio ed elementi di riferimento: Maidana, Ponzio, D'Alessandro insieme a Batalla, Andrade e Driussi. La nuova via piace, è divertente da vedere e sta trovando i primi risultati. Aspettando le coppe, che da sempre sono il vero tavolo da lavoro del Muñeco.

Infatti nel valutare Gallardo e i suoi piani va fatta una riflessione anche sul campionato. Finora nessun titolo è arrivato dai tornei lunghi, e la gestione generale della squadra è sembrata nettamente diversa. Durante Sudamericana e Libertadores il torneo locale era di fatto declassato a laboratorio per effettuare le prove tattiche, che poi hanno portato titoli, ma ora, al quarto campionato da tecnico, serve fare un salto di qualità anche in patria.

4 dic 2015

La crisi del River

Il trionfo in Copa Libertadores ha portato a sottovalutare alcune problematiche in casa River.
La vittoria della più grande competizione per club del Sudamerica, arrivata per di più a seguito della Sudamericana 2014, è stato un trionfo senza mezzi termini, ma dietro a tanta luce si sono nascoste delle ombre che adesso i Millonarios si trovano a pagare senza sconto alcuno.

La squadra di Gallardo ha chiuso abbastanza male la stagione, col nono posto in campionato - dietro a Belgrano e Banfield, per intenderci - a quindici punti dal Boca campione e finendo eliminato dall'Huracan in semifinale di Sudamericana.
Non c'è stato un vero e proprio crollo, perchè il River ha avuto dei piccoli problemi, dei sassolini negli ingranaggi, che nel tempo hanno rovinato una macchina estremamente efficiente, fino a farla ingolfare. Gallardo è riuscito a tenere il timone anche troppo bene nei mesi decisivi della Libertadores, ma per i miracoli si sta ancora attrezzando.
Fin da inizio stagione il River ha dimostrato dei problemi di tenuta. La squadra che aveva vinto la Sudamericana tra infortuni, un pizzico di appagamento e la testa già ai gironi di Libertadores in campo faticava a produrre risultati

Decisivo nel cambiamento in negativo dei Millonarios è stato il mercato
Il primo tassello tolto alle fondamenta del River è anche il più sottovalutato: Ariel Rojas. Magari non da Gallardo, ma dal sentore del pubblico e dei commentatori.
Rojas non è mai stato un giocatore particolarmente appariscente, pur avendo un mancino di ottima qualità. I pochi gol non gli hanno praticamente mai permesso di prendersi la luce dei riflettori, ma per Gallardo il Chino era una pedina tattica fondamentale. Rojas sapeva fare l'interno e l'ala, garantendo copertura tattica, qualità nell'impostazione, rifinitura sia nei passaggi che nei cross, il tutto mettendo in campo una certa fisicità. Sostanzialmente un lavoro molto simile a quello offerto da Carlos Sanchez sulla destra.
Non a caso insieme a Rojas si è trovato benissimo un terzino di spinta come Lionel Vangioni. I due collaboravano sulla sinistra, trovando scambi continui. Una coppia che, prima dell'esplosione definitiva agli ordini di Gallardo, aveva fatto le fortune anche di Ramon Diaz.
Ma la cessione di Rojas in estate è passata in secondo piano, essenzialmente per due motivi. Il primo è che insieme a lui è partito anche Teo Gutierrez, miglior giocatore della squadra, il secondo è che da lì a poco il River ha vinto la Libertadores. Sul breve periodo Gallardo ha trovato una quadratura che ha saputo compensare l'addio di Rojas, ma nel medio è tutto un altro discorso.
Anche perchè all'addio del Chino è seguito quello di Ramiro Funes Mori.

Il gemello del più famoso Rogelio con Gallardo si è trasformato da progetto di difensore a uno dei migliori centrali del panorama Sudamericano. Funes Mori è uno di quei giocatori destinati ad essere perennemente sottovalutati per motivi misteriosi, malgrado i successi, e di cui ci si accorge quando mancano. Messo in ombra da Balanta prima, in parte da Mammana poi, il Mellizo ha saputo apprendere l'arte da Maidana, aggiungendo alla capacità di impostazione uno strapotere fisico fondamentale per reggere la linea altissima pretesa dal Muneco. Sotto la guida dell'ex-10 millonario, Funes Mori ha compiuto un notevole salto di qualità anche e soprattutto a livello mentale, mettendo in mostra continuità e personalità da Seleccion.
Non a caso la sua cessione all'Everton ha sostanzialmente distrutto la linea difensiva del River.

Terzo ed ultimo tassello la prolungata assenza per infortunio di Vangioni, che ha privato il River del suo terzino sinistro titolare e di uno sbocco fondamentale per la manovra.

Passare da un triangolo allargato Vangioni-Funes Mori-Rojas a Casco-Balanta-Bertolo o chi per lui non è stato esattamente indolore per la squadra e i risultati raccolti dalla Banda ne sono un chiaro esempio. Gallardo per un breve periodo è riuscito a limitare i danni, puntando sulla qualità offensiva di giocatori come Driussi o il Pity Martinez e sull'incredibile stato di forma di Kranevitter -capace di reggere una mediana praticamente da solo-, ma l'addio di Funes Mori ha fatto crollare un castello già da tempo scricchiolante.
Casco e Balanta sono regolarmente tra i peggiori in campo, mentre per la posizione di Rojas Gallardo non ha ancora trovato una soluzione e probabilmente solo il mercato potrà dare risposte. Nella semifinale di ritorno contro l'Huracan il tecnico è ricorso addirittura a un 3-5-2 per cercare di coprire la falla, rilanciando titolare sulla sinistra un Vangioni fermo da mesi e spostando Casco sulla destra, una fascia che non copriva da anni.

Al crollo strutturale della fascia sinistra, si aggiungono ora gli addii di Sanchez e Kranevitter: una rivoluzione prevedibile che chiederà a Marcelo Gallardo un altro enorme sforzo per ricostruire dal nulla una squadra privata di tutti gli elementi fondamentali. Il Muneco finora ha sempre risposto presente, pescando giocatori sconosciuti capaci di sostituire più che degnamente i predecessori -Alario su tutti-, ma questa volta il lavoro sembra essere più proibitivo che mai.

10 ago 2015

La Copa Libertadores del River


Il River Plate ha vinto la Copa Libertadores 2015, diciannove anni dopo il trionfo del 1996.
In sé basterebbe questo a fare la notizia, visto che il club con la banda si trovava in B Nacional appena quattro anni fa, nel 2011. Ma come ogni storia sudamericana che si rispetti questa Copa porta sfumature, appuntamenti col destino, coincidenze e gesti eroici che vanno compresi ed assimilati per poter apprezzare il quadro nella sua interezza.

Per cominciare, il River ha vinto nell'anno sbagliato. La storia parla chiaro: la Banda ha giocato finali di Libertadores sempre in anni che finivano col numero sei. Fino ad oggi.
Le precedenti finali giocate - due vinte, due perse - sono arrivate nel 1966, 1976, 1986, 1996. Una coincidenza curiosa interrotta nel 2006. Adesso comincerà la dinastia del cinque o saremo liberi da ogni vincolo?

Il trionfo nella Copa viene da lontano, e tutto nasce dalle mani del Muñeco Gallardo, che ormai più che un bambolotto è un burattinaio. La cosa incredibile è pensare che l'ex numero 10 ha preso in mano il club appena un anno e spiccioli fa, a Giugno 2014. Da quel giorno di fatto tutto è cambiato.

I semi della vittoria sono stati sparsi nella Sudamericana 2014. Gallardo appena arrivato non ha dato solo una quadratura alla sua squadra, ma ha puntato sulla dimensione internazionale. Il campionato il River lo aveva già vinto con Ramon Diaz, scrollandosi di dosso la polvere accumulata nei campi della B Nacional, ma serviva un passo in più per tornare a essere El Mas Grande. Il River 2014 era una squadra solida e spettacolare, in cui già si vedeva la mano del tecnico sia per dettami tattici, che per qualità del fraseggio, che per intuizioni di mercato. Nessuno tranne Gallardo infatti avrebbe scommesso su Leonardo Pisculichi, uomo assolutamente decisivo che ha vissuto il grosso della carriera all'Al-Arabi.
Per non sbagliare Napoleon si è portato a casa anche la Recopa 2015, disputata contro il San Lorenzo. Entrambi gli incontri sono stati vinti per 1-0 dal River, con gol di Carlos Sanchez.

La magia però sembrava svanita nei successivi gironi di Copa Libertadores. Il River nella massima competizione continentale ha dovuto conquistarsi tutto lottando passo dopo passo.
La squadra non cambia ossatura, ma comincia subito perdendo 2-0 coi boliviani del San Josè, per poi pareggiare le successive tre partite, una contro i peruviani del Juan Aurich e due contro il Tigres.
La partita in Messico si rivelerà decisiva per le sorti della Banda e per la Copa intera. Il tabellino dice 2-2 per un pareggio finale che regala un punticino e una flebile speranza di passare il turno - il River è ultimo e nella giornata conclusiva deve battere i boliviani e sperare che il Tigres già qualificato vinca in Perù contro il Juan Aurich -, ma la rimonta dal 2-0 negli ultimi cinque minuti è il momento di svolta assoluto della manifestazione.
Nell'ultima giornata infatti la sorte si schiererà senza tentennamenti dalla parte del club di Nuñez. I ragazzi di Gallardo triteranno il San Josè per 3-0 dando il primo segnale di presenza, ma tra Juan Aurich e Tigres succederà semplicemente di tutto. I messicani vincono in rimonta per 4-5, salvando il River dall'eliminazione. Chissà cosa ne pensano oggi i tifosi di quella incredibile dimostrazione di professionalità.

Il River passa dunque alla fase a eliminazione come peggior seconda, dietro anche all'Universitario de Sucre, per il rotto della cuffia. Una posizione solitamente non invidiabile, perchè significa affrontare la miglior squadra dei gironi. Per aggiungere al danno la beffa come miglior prima si qualificano proprio gli arcirivali del Boca Juniors. Un altro capriccio del destino, un'altra prova da affrontare.

Sul Superclasico ci sarebbe da scrivere a parte. Boca-River è di suo partita sentitissima e aspra, ma a metà della gara di ritorno si è andati oltre, talmente oltre da avere giocatori in ospedale e la partita sospesa.
Il River ha passato il turno a tavolino per la squalifica dei rivali - formalmente per 3-0 con tripletta del capitano, Marcelo Barovero -, che sulla carta partivano favoriti e non solo per aver dominato i gironi con sei vittorie su sei, diciannove gol fatti e due subiti.
In tre tempi su quattro però erano gli uomini di Gallardo ad essere in vantaggio, seppur solo per 1-0 con gol di Carlos Sanchez, e il Boca non aveva dato l'impressione di poter vincere davvero l'incontro. Di questo ci si sta già dimenticando, trascinati dalla dialettica di una rivalità eterna. La prima partita a eliminazione è stata anche la prima grande dimostrazione della capacità del Muñeco di adattarsi alle necessità contingenti, prima ancora che agli avversari, e istruire la squadra a giocare di conseguenza. Una prova di forza fondamentale per ottenere la personalità, la convinzione, la fiducia sia nei mezzi che nel tecnico e la credibilità indispensabili per affrontare il turno successivo contro i brasiliani del Cruzeiro.

Per quanto non più la corazzata degli ultimi anni, la Raposa si presentava alla Copa con ambizioni e negli ottavi aveva eliminato il San Paolo. La vittoria per 1-0 al Monumental nella gara di andata arrivata nei minuti finali avrebbe ucciso il River in qualunque altro momento della stagione.
Ma non adesso, non dopo i mesi appena passati. Non a caso la squadra di Gallardo va a Belo Horizonte a giocare la partita perfetta.
Sconfigge il Cruzeiro per 3-0 con una dimostrazione di calcio straordinaria. I marcatori, Sanchez, Maidana e Teo, sono tre dei giocatori principali della squadra, soprattutto per leadership.
Se contro il Boca il River aveva acquisito convinzione, con questa vittoria cambia la percezione generale: la Banda diventa una delle favorite della Copa. A un mese e mezzo dall'essere stata quasi eliminata.

In semifinale il Guaranì, la miglior sorpresa della Copa, non sembrava poter impensierire questo nuovo River. E infatti il 2-0 dell'andata mette una seria ipoteca sul passaggio del turno. Un risultato troppo pesante per il piccolo club paraguagio - col secondo gol firmato da una magia di Rodrigo Mora -, che al ritorno non andrà oltre l'1-1, mandando il River alla sua prima finale di Copa Libertadores dal 1996.
Avversari della finale proprio i messicani del Tigres, compagni del girone e salvatori della squadra di Gallardo. Il Tigres dopo aver passato i gironi come seconda miglior squadra in semifinale ha dato una dimostrazione di forza notevole eliminando in semifinale l'Internacional di Porto Alegre, una delle squadre più competitive per qualità e profondità della rosa. La squadra è solida, ben allenata e soprattutto protagonista indiscussa del mercato.

Già, perchè dai quarti di finale alle semifinali sono passati due mesi a causa della Copa America. Due mesi che hanno cambiato le condizioni di forma delle squadre - in particolare dell'Internacional -, ma soprattutto che hanno visto l'apertura del mercato europeo. Il Tigres fiutando la possibilità di fare la storia non ha badato a spese. Arrivano Aquino, Uche, ma soprattutto il nuovo numero 10 Andrè-Pierre Gignac, uno dei parametri zero più ghiotti del mercato europeo. Una squadra già forte ha fatto così un ulteriore salto di qualità.
Gallardo invece riesce a dare un'altra dimostrazione sia della sua immensa capacità di scouting che dell'abilità nel plasmare la squadra. Il mercato priva il River di Ariel Rojas, un titolarissimo del Muñeco, fondamentale a livello tattico, e di Teofilo Gutierrez, senza mezzi termini il miglior giocatore della rosa e il punto di riferimento assoluto della fase offensiva. E in un primo momento pare in predicato di partire per l'Arabia anche Rodrigo Mora. Come rinforzi Gallardo sceglie Viudez, Alario, Bertolo, oltre ai ritorni emotivi del Comandante Lucho Gonzalez e di Javier Saviola - acquisti caldeggiati più dalla società che dalle reali esigenze dell'allenatore-. Un mercato non paragonabile a quello dei rivali, che però si rivelerà tremendamente efficace.

Il River per un paio di settimane sembra una squadra in crisi, orfana dei suoi eccellenti meccanismi, ma l'allarme durerà giusto il tempo di arrivare alla semifinale col Guaranì. In quella doppia sfida le scommesse di Gallardo pagheranno già i primi dividendi. Alario - un gol e due assist - e Viudez infatti saranno gli assoluti protagonisti della gara di ritorno e arriveranno alla finale di andata in Messico da titolari.

La finale per il River è l'ennesima prova da superare in questa Copa, come se gli dei del calcio volessero qualcosa in cambio dopo il rocambolesco passaggio dei gironi. Come detto il Tigres è squadra forte, solida, di qualità, ben allenata e con una rosa rinforzata e profonda. Sulla carta si possono considerare i favoriti. Per alzare al cielo il trofeo serve ancora una volta una dimostrazione di forza.

Gallardo per l'ennesima volta riesce a portare la doppia sfida sui binari che vuole lui, bloccando il gioco dei messicani all'andata per giocarsi tutto al ritorno in un Monumental incandescente. Ma a complicare ulteriormente i piani dell'allenatore ci si mette la sorte.
Oggi non ci pensa più nessuno, ma il River al ritorno si è presentato con assenze importanti. Mercado, terzino destro titolare senza una vera riserva di ruolo e uomo fondamentale per fisicità e personalità, è costretto a saltare il ritorno per somma di ammonizioni. La sua riserva adattata, il giovane Mammana, si infortuna la settimana prima della partita. Viudez, che ha chiuso la semifinale grazie a un assist sontuoso ed è partito titolare in casa del Tigres, e Mora, giocatore di riferimento per Gallardo per tutta la fase offensiva, ma anche per l'applicazione in non possesso, sono entrambi fuori per infortunio.
Ancora una volta è servita la magia del Muñeco, che ha dato fondo ai trucchi nel cilindro. A destra ha schierato Mayada, esterno uruguagio scelto da lui sul mercato, in fascia ha puntato sulla fisicità di Bertolo e in attacco si è giocato la carta del simbolo millonario Fernando Cavenaghi. Al solito la fortuna è andata dalla sua parte, e a un certo punto non può più essere considerato un caso.

Il 3-0 finale è un risultato eccessivo per il Tigres, che ha avuto diverse occasioni sulle due partite, senza però riuscire a concretizzare, ma è il giusto riconoscimento del livello di squadra raggiunto da questo River Plate. Una squadra in continua evoluzione, ma con una base talmente solida da poter sopperire a ogni mancanza.
Tra i marcatori si trova ancora una volta Alario, al secondo gol decisivo in poche settimane, e Carlos Sanchez, l'uomo dei gol pesanti, quello che risponde sempre presente quando l'adrenalina sale. Sarà la garra charrua, sarà che lui tiene veramente al River, ma vedere la decisione con cui ha preso il pallone per battere il rigore ha fatto impressione anche a diversi chilometri di distanza. Non a caso è stato eletto migliore in campo.
Anche il gol di Funes Mori, che ha chiuso ogni discorso, nasconde una storia. Per Ramiro è stato il coronamento di una doppia sfida di altissimo livello, ma l'assist su angolo è frutto di una delle velenosissime traiettorie del Piscu, Leonardo Pisculichi. Quello pescato dall'Arabia che nelle due finali di Sudamericana aveva prodotto un gol e due assist entrando in tutti i gol del River è stato rispolverato da Gallardo proprio nei minuti finali dopo mesi difficili per infortuni vari. L'obiettivo era gestire il gioco e, nel caso, piazzare una sapiente pennellata mancina. Che puntualmente è arrivata, perchè l'allenatore del River è stato il vero Re Mida di questa Copa 2015.


6 ago 2015

Talenti di Tigres e River

Tigres e River non sono arrivate in finale di Copa Libertadores per caso. In entrambe le squadre si segnalano giocatori di spessore e qualità inseriti in contesti tattici ben sviluppati, sia giovani che d'esperienza.
Presentiamo tre giocatori futuribili per squadra, come consigli per gli acquisti.


River

Dei giovani del River si è parlato in lungo e in largo. Driussi, Mammana, Pity Martinez, Balanta qualche tempo fa. Ma di giocatori futuribili ce ne sono anche altri, solo meno pubblicizzati. Grazie all'ottima intelaiatura tattica di Gallardo in molti sono in grado di giocare sulle loro qualità, prendere fiducia e migliorare.

Ramiro Funes Mori: gemello di Rodrigo, che una volta era una sensazione del River oltre che il fratello più famoso, ha avuto un percorso di crescita quasi incredibile negli anni - praticamente opposto a quello del fratello -, che si sta completando proprio sotto Gallardo. Classe 1991, el Mellizo è un centrale mancino con tecnica, capacità di impostazione, fisico, cattiveria e pure qualche gol nel repertorio. Negli anni ha fatto costanti progressi come senso della posizione, abilità nel giocare la palla e soprattutto personalità. Nel River è un leader e ormai un centrale fisso, mentre nel passato veniva anche allargato a sinistra. Tende a esagerare sia in certe giocate che in confidenza, ma nelle difese moderne è un centrale utilissimo. Pur giocando difensore è arrivato a segnare circa la metà delle reti del fratello punta con la Banda.

Lucas Alario: l'ultimo capolavoro di Gallardo. Pescato nel Colon praticamente come un signor nessuno, il Muñeco in dieci partite con tre gol in Primera ha visto in lui il centravanti di cui aveva bisogno. Nato nel 1992 Alario è una prima punta vera per fisico e attitudine alla lotta coi difensori, ma soprattutto sa muoversi, definire in area e giocare coi compagni con qualità. Al River si è presentato con prestazioni solidissime impreziosite dai gol in semifinale e finale di Libertadores. Potrebbe essere solo l'inizio. Il 13 sulla maglia, per chi ha il romanticismo nelle vene, è il numero storico del Loco Abreu.
Camilo Mayada: anche lui del 1991, uruguagio prelevato dal Danubio. Uomo di fascia destra capace di coprire praticamente tutti i ruoli  - non a caso Gallardo ha scelto lui per sostituire lo squalificato Mercado e l'infortunato Mammana in finale come terzino destro - grazie alla sua grande corsa e buona capacità palla al piede. Vive di uno contro uno sia in attacco che in difesa, con tutti i rischi del caso, ma non molla mai e col fisico non si tira certo indietro visto il dna charrua. É un giocatore ancora in evoluzione, ma che un posto alla fine lo trova.


Tigres

I messicani del Tuca Ferretti sono un contesto abbastanza particolare. Il calcio messicano è ricco, soprattutto per gli standard del centro/sudamerica, e può permettersi giocatori di talento in età matura di ritorno dall'Europa. Nella rosa l'esempio più chiaro è Andrè-Pierre Gignac, ma non è il solo. Dietro questi nomi però si trovano giovani interessanti, che rischiano sempre di rimanere troppo legati al calcio locale.

Jürgen Damm: grande pupillo di Stefano Borghi e Carlo Pizzigoni, messicano classe 1992 con chiare origini tedesche da parte di nonno. Conosciuto per l'incredibile velocità palla al piede è un esterno che ha dimostrato capacità di giocare anche in spazi più stretti e soprattutto ottima tendenza all'assist. Non il classico velocista che abbassa la testa e lancia la palla insomma. Nelle due finali col River alcune delle migliori occasioni del Tigres sono partite da sue iniziative. In ottica europea il vero limite è che giusto grazie alla pioggia del Monumental può superare i 50kg di peso.

Guido Pizarro: centrocampista classe 1990 ormai con esperienza infinita tra Argentina e Messico, un tempo era sui taccuini di molti osservatori italiani. Ai tempi del Lanus sfruttava il fisico sugli inserimenti, al Tigres gioca regista davanti alla difesa. Fisico, tecnica, visione di gioco sia verticale che orizzontale, cambio di campo e capacità tattica lo rendono un ottimo elemento nel ruolo malgrado il ritmo compassato. Giocatore ideale da calcio spagnolo, ma chiunque voglia qualità in quella zona del campo dovrebbe aprire gli occhi.

Antonio Briseño: difensore centrale classe 1994, in molti scommettono sarà il futuro sia del Tigres che del Messico. Ha davanti due mostri sacri del club come Juninho e Ayala, ma per fisico e qualità Ferretti lo sta già testando il più possibile, anche se spesso gioca da sostituto.

31 lug 2015

Martinez e Lamela, la differenza del percorso

Avvertenza: questo post è provocatorio, astenersi perditempo.

Erik "el Coco" Lamela e Gonzalo "el Pity" Martinez sono giocatori che istintivamente non vengono messi nella stessa categoria.
Uno è in Europa da anni mentre l'altro gioca in Argentina malgrado siano quasi coetanei. Uno era già alla Roma quando l'altro muoveva i primi passi nell'Huracan nella Primera B Nacional. Uno ha esordito nella Seleccion argentina a diciannove anni mentre l'altro ancora aspetta una chiamata. Si potrebbe andare avanti, ma in estrema sintesi parlando comunemente di Lamela si ha un riferimento preciso, mentre per Martinez ci si deve agrappare agli esperti di calcio locale.
Eppure ragionando su fatti ed evidenze tecniche il rapporto tra i due viene sorprendentemente ribaltato.

Partiamo da un presupposto: il Coco e il Pity sono giocatori tecnicamente simili. Mancini, capaci di giocare trequartisti o esterni, tecnici, con visione di gioco, tiro e progressione palla al piede. La differenza principale sta nel fisico, che è sempre stato il tratto distintivo di Lamela (per i canoni argentini). Altro elemento comune è la militanza nel River Plate. Entrambi col numero 10, con la differenza che Lamela è un pibe delle inferiores mentre Martinez è un'intuizione di Gallardo che l'ha prelevato dal Globo.
Da qui si può cominciare a paragonare i due.

L'esperienza di Lamela al River coincide col periodo più difficile della storia del club. Il Coco dimostra fin dalle inferiores di essere un talento fuori dal comune, ma di fatto al River non troverà mai un contesto che gli permetta di valorizzarsi davvero. Anzi, ad appena diciannove anni si trova ad essere la speranza di una squadra in ampie difficoltà e con pochissime certezze tecniche. Non a caso il River finirà per retrocedere e le prestazioni del giovane Erik vivranno di sprazzi di classe, singole giocate fuori dal comune che solitamente qualificano un giocatore come "talento".
In Europa dopo una prima stagione di ambientamento Lamela esplode sotto la guida di Zeman. Segna molto e sembra sulla strada giusta per diventare una certezza tecnica per una Roma in perenne ricostruzione. Nel mercato estivo viene però ceduto al Tottenham, in fase di pura bulimia sul mercato dopo la cessione di Gareth Bale. Tutta la squadra sarà un flop clamoroso e Lamela non mostrerà più quei picchi di resa che gli si attribuivano. Nella seconda stagione trova più spazio, ma resta comunque in un limbo di rendimento con pochi spunti assoluti.
Al sesto anno di carriera vera del classe 1992 la cosa che spicca, purtroppo, è che non ha ancora trovato la sua dimensione. Forse è un esterno, di sicuro lo si fa giocare a destra per rientrare, ma l'evoluzione tecnica di Lamela, in proporzione al suo immenso talento, è stata decisamente limitata. Ha imparato a fare certe cose grazie a Zeman, ma ne ha totalmente perse altre, stabilizzandosi in mezzo al guado. Incastrato tra quello che gli chiedono di fare e quello che potrebbe (almeno agli occhi di molti). Non a caso si parla di lui ancora come potenziale e talento, aspettando l'allenatore giusto e il contesto giusto.


Il Pity invece ha seguito una traiettoria quasi opposta. Nasce nelle giovanili dell'Huracan e se il Globo fosse rimasto quella macchina da futbol che nel 2009 sfiorò il titolo, svezzando un certo Javier Pastore, un talento come Martinez probabilmente sarebbe già in Europa. Invece il Pity si trova a sgomitare nei campi infuocati della B argentina. Le aspettative e le pressioni sono chiaramente diverse, ma il campionato è duro e c'è poco spazio per i funamboli. Tre stagioni da titolare che si chiudono in modo trionfale: non solo l'Huracan vince lo spareggio promozione, ma ai rigori conquista la Copa Argentina.
Marcelo Gallardo, un tecnico con una capacità unica di scovare talenti locali, lo sceglie a sorpresa per il suo River, altra squadra in perenne ricostruzione a causa delle necessità di mercato. E Gonzalo dimostra di aver imparato molto. In poco tempo si conferma uno dei migliori talenti della rosa, ma subito dopo aver notato la potenza e la qualità del suo mancino ci si stupisce per la sua applicazione tattica. Corre, copre, pressa, aiuta i compagni, è capace insomma di mettere il suo talento al servizio della squadra. Sia da trequartista che da esterno il suo apporto alla causa è sempre tangibile, tanto che Gallardo si permette il lusso di arretrarlo sulla linea dei centrocampisti in certe situazioni.
Al quarto anno di carriera vera il classe 1993 ha fatto qualche passo più avanti rispetto alla qualifica di "talento". Ha trovato negli anni fiducia, ha saputo lottare, farsi notare e oggi ha un tecnico come Gallardo che sa mettere i giovani nel giusto contesto. La sua esperienza è ancora limitata al Sudamerica, ma il Pity è già un giocatore credibile, che copre più ruoli, sa di non poter giocare solo sulle proprie qualità tecniche e comprende le necessità di squadra nelle due fasi.

Tornando quindi al pensiero iniziale, a un'analisi più approfondita la valutazione istintiva si rivela sbagliata. Ed è sorprendente.
Lamela a livello di talento probabilmente rimane superiore (e non solo a Martinez), ma su un campo da calcio oggi il Pity può dare qualcosa in più.

6 mag 2015

Verso il Superclasico di Libertadores: qui River

L'uno-due letale firmato Pavon-Perez alla Bombonera ha messo in chiaro ciò che tutti sapevano: il Boca quest'anno è superiore e la Banda partirà con gli sfavori del pronostico. Un'inevitabile inversione di rotta, alla luce delle distinte campagne acquisti condotte dai due club di Buenos Aires. Gallardo ha speso l'intero verano argentino a chiedere rinforzi, ma D'Onofrio e Francescoli hanno potuto ben poco di fronte al rosso in bilancio che da tempo immemore attanaglia i Millonarios.
Oltre alla figurina di Pablo Aimar, alla corte del Muneco sono infatti arrivati i soli Camilo Mayada e Pity Martinez: due acquisti di prospettiva e qualità, ma inevitabilmente non in grado di far compiere un ulteriore salto a quella che con ogni probabilità è stata la miglior squadra sudamericana del secondo semestre 2014.

A peggiorare la situazione è stato però il crollo nel rendimento delle due vere stelle del River Plate: Pisculichi e Teofilo Gutierrez. Scarichi dopo un autunno giocato a ritmi e livelli impressionanti, forse un po' distratti da qualche sussurro di mercato, i due pilastri della Banda hanno faticato a trovare forma e continuità di rendimento, rendendo il gioco della squadra molto più lento e prevedibile, con un pressing meno efficace e una circolazione palla decisamente più balbettante.
Gallardo ha provato ad attingere a piene mani dal sempre affidabile vivaio di Nunez, ma, nonostante la buona volontà e diverse ottime prestazioni, nessuno dei giovani lanciati ha saputo realmente sostituire i due senatori (un compito impossibile, a essere sinceri). Il neo-acquisto Martinez ha portato elettricità, cambio di ritmo ed estrema imprevedibilità, mentre Driussi ha iniziato a muovere i primi passi da giocatore vero, offrendo spunti offensivi interessanti soprattutto quando dirottato sulla fascia sinistra in un 4-2-4 iper sbilanciato.

Oltre alle difficoltà in fase d'attacco, Gallardo ha incontrato problemi anche negli altri settori del campo. In mezzo a fare la differenza ci ha pensato un Carlos Sanchez in forma smagliante, mai così costante e incontenibile, mentre soltanto ora si inizia a rivedere il Kranevitter di inizio Transicion 2014.
La difesa, invece, nonostante la conferma in blocco, ha evidenziato qualche indecisione di troppo, condannata a una pressione insostenibile dalle scelte spesso troppo offensive del Muneco e da continui problemi fisici a perni come Mercado e Balanta. L'unica vera nota positiva è la presenza in pianta stabile del giovanissimo Mammana: un difensore dal futuro a tinte albicelesti destinato con ogni probabilità a qualche grande squadra europea. Domenica è stato schierato terzino destro - non il suo ruolo naturale -, dimostrando tutti gli aspetti positivi e quelli negativi legati alla sua giovane età.

Dopo il primo round di campionato Gallardo avrà sicuramente avuto modo di trarre diverse conclusioni, sperimentando qualche soluzione alternativa - su tutte Driussi schierato trequartista in pressione su Cubas - e sfruttando l'occasione per far assaporare ad alcuni giovani l'atmosfera infuocata della Bombonera. Rispetto alla doppia sfida di Sudamericana saranno infatti gli Xeneizes ad avere il vantaggio di giocare il ritorno in casa e quella sera, più dell'esperienza e della qualità, saranno huevos e sangue freddo a fare la differenza.

27 gen 2015

German Pezzella

Di German Pezzella si sente parlare in toni entusiastici da diversi anni: un predestinato, un talento cristallino pronto a essere conteso da mezza Europa e un giocatore con un futuro a tinte albicelesti. Tuttavia il ragazzo classe '91 non è mai riuscito ad affermarsi con continuità nella difesa del River Plate, complici le difficoltà incontrate dal club e un gravissimo infortunio a novembre 2012.
Escluso inizialmente per la scarsa esperienza, tradito nel momento più delicato dai legamenti del ginocchio destro e ritrovatosi panchinaro fisso a causa delle ottime prestazioni del veterano Maidana e dei giovani compagni Balanta e Funes Mori, Pezzella può sicuramente affermare di non aver avuto la strada spianata nei suoi primi anni di calcio professionistico.
Ma mai come in questo momento il difensore del River pare vicino al vero salto di qualità, forte della fiducia ritrovata e di una solidità -fisica e mentale- finora mai vista.

Prima di soffermarsi sul nativo di Bahia Blanca, vale forse la pena accennare alla produzione industriale di difensori centrali operata in questi anni dal club di Nunez. Un lavoro impressionante che finora ha fatto le fortune del club sul terreno di gioco, in attesa di potersi rivelare fondamentale anche a livello economico.

1990 - Mateo Musacchio
1991 - German Pezzella
1991 - Ramiro Funes Mori
1993 - Eder Alvarez Balanta
1996 - Emanuel Mammana
1996 - Leandro Vega

Difficile scegliere tra tutti questi prospetti, perché si passa da atleti fisicamente straripanti come Balanta, a giocatori con una classe e un senso della posizione di un'altra categoria, come il giovanissimo Mammana, passando per agonisti assoluti come Leandro Vega.

Pezzella, tra tutti questi, spicca "soltanto" per la straordinaria abilità nel gioco aereo, ma è quello che attualmente presenta meno punti deboli. Si tratta infatti di un difensore centrale solido, dotato di buon senso della posizione, concentrazione nell'arco dei novanta minuti, discreto dinamismo, piedi educati e carisma da vendere. Sulle palle alte, a livello sudamericano, è pressoché insuperabile, oltre a rappresentare un pericolo costante nell'area rivale, soprattutto se innescato dal sinistro sublime del compagno di squadra Pisculichi.

Il gol in finale di Copa Sudamericana è la ciliegina sulla torta di un 2014 iniziato in sordina e concluso in modo trionfale, con il sigillo in finale, il gol del trionfo nella Superfinal contro il San Lorenzo e un'agonica rete segnata al Boca Juniors sotto al diluvio del Monumental. Ma il vero capolavoro di German è stato riuscire a non far rimpiangere l'assenza di Maidana nel momento più importante e delicato della stagione, riuscendo anche a compensare il vistoso calo di forma del compagno di reparto Funes Mori. Un compito ingrato, dal momento che Maidana è con ogni probabilità uno dei migliori (il migliore?) centrali difensivi del campionato argentino, che il numero 20 millonario ha saputo ricoprire con sorprendente personalità e tranquillità.

La sua traiettoria ricorda in parte quella di Kranevitter, a lungo riserva di Ledesma e Ponzio, impostosi poi come il miglior volante d'Argentina, lontano dai riflettori e dal successo fulmineo. Pezzella ha infatti tutte le carte in regola per essere la grande conferma del maxi-campionato a 30 squadre in procinto di iniziare e, non a caso, il Muneco Gallardo pare stia già rivedendo le gerarchie del reparto arretrato.
In attesa dell'avvento di Mammana.

17 nov 2014

Superclasico: qui River

Più si avvicina la sfida con il Boca, più la paura e la tensione si fanno largo tra stanze e corridoi del Monumental. Gallardo fa di tutto per dare l'impressione di avere la situazione sotto controllo, di essere dominato da una fiducia totale e, in effetti, il gruppo lascia intendere di essere sicuro e focalizzato verso la prima sfida con l'eterno nemico.
Tuttavia nessuno avrebbe potuto ipotizzare che il River Plate arrivasse alla settimana decisiva con incertezze e qualche scricchiolio strutturale di troppo, ma infortuni e stanchezza hanno lentamente messo fuori fase i perfetti ingranaggi della macchina schiacciasassi costruita dal Muneco. Un costante rallentamento, a tratti impercettibile, accelerato soltanto dalla sconfitta contro l'Estudiantes e dal pareggio contro l'Olimpo. Il liscio di Ramiro Funes Mori, uno dei migliori nella stagione millonaria, ha messo a nudo le difficoltà che sta vivendo la Banda e ha fatto sorridere più di una persona dalle parti della Boca.

Che il Superclasico sia una partita a sè è stato ripetuto allo sfinimento, ma in fin dei conti è la cruda realtà: sono 90 minuti (180, in questo caso) che amplificano emozioni e sensazioni in negativo e in positivo. Allora quella sottile fenditura di incertezza e paura può diventare uno squarcio in grado di piegare i campioni d'Argentina in carica, costretti inoltre a giocare la prima delle due sfide nella tana del rivale. Si sa, la Bombonera non trema, batte, e il River Plate è consapevole della necessità di arrivare al confronto preparato fisicamente e soprattutto mentalmente. La squadra allenata da Gallardo finora è stata elogiata soprattutto per il gioco espresso, per il ritorno al celebre paladar negro riverplatense, sapendo tuttavia mettere in campo anche personalità assoluta e caparbia tenacia. Ora, all'alba di una settimana decisiva per il semestre millonario (le due sfide con il Boca saranno intervallate dal clasico al vertice contro il Racing di Diego Milito), giunge l'inesorabile momento della verità, con tre partite che potranno proiettare il River del Muneco direttamente nella storia del club di Nunez, tra la Maquina di Pedernera e Labruna e i campioni del '96 di Ramon Diaz, o nell'olvido, l'oblio.

Un'altra eliminazione ad opera degli Xeneizes, dopo la storica semifinale di Libertadores del 2004, è un'ipotesi che al Monumental non può essere neanche presa in considerazione, non dopo la B e l'agognato ritorno ai vertici del calcio argentino. Gallardo, che in questi mesi ha mostrato sorprendente maturità e preparazione a 360°, tecnica, tattica e mentale, potrà finalmente contare sugli uomini migliori, eccezion fatta per il mediano Kranevitter. Un'assenza ogni giorno sempre più pesante, perché il giovane tucumano, fermo in infermeria per una frattura al metatarso, ha lasciato un vuoto incolmabile nel cuore del centrocampo, nonostante l'esperienza di Ponzio e la buona volontà di Guido Rodriguez, altro prodotto delle inferiores. Nessuno infatti è stato in grado di sopperire al ritmo e all'attenzione tattica del Colo, permettendo agli avversari di scovare i difetti della retroguardia e di prendere campo con relativa facilità: una chimera, fino a poco tempo fa.

Grazie al lavoro politico del Principe Enzo Francescoli, l'uomo che più di tutti ha voluto far sedere Gallardo sulla panchina del Monumental, Teofilo Gutierrez è già rientrato in Argentina, esonerato dall'impegno con la Colombia di Pekerman; mentre a nulla sono valsi gli sforzi per riportare anticipatamente a Buenos Aires anche Carlos Sanchez, alla prima convocazione con l'Uruguay. I due stranieri, fondamentali negli equilibri della Banda, dovrebbero in ogni caso presenziare dal primo minuto, per la loro importanza, leadership e per l'avversione del Muneco al turnover. La stanchezza sarà infatti uno dei fattori principali nel determinare le sorti del doppio scontro: Gallardo ha coraggiosamente deciso di voler lottare su entrambi i fronti, ma, come visto nella partita casalinga contro l'Olimpo, gambe pesanti e stress possono portare a qualche passo falso di troppo.

Non resta che attendere, confidando magari in condizioni climatiche che permettano di giocare a calcio e non a pallanuoto, come accaduto nel recente Superclasico del Torneo di Transicion.

4 set 2014

Il River Plate di Marcelo Gallardo

Succedere a Ramon Diaz sulla panchina del River Plate non è compito agevole, soprattutto se si ereditano il titolo di campione, uno spogliatoio che scricchiola, qualche spinoso caso di mercato da gestire e una dirigenza con pochi mesi di esperienza che naviga a vista. Il tutto amplificato dallo scetticismo generale dell'ambiente millonario, innamorato perdutamente del Pelado e delle sue crociate contro tutto e tutti in favore della Banda. Ma Gallardo, il successore scelto da D'Onofrio e Francescoli, in questi primi mesi ha saputo sorprendere chiunque, regalando al popolo del Monumental un River rivoluzionato nel corpo e nello spirito: una squadra capace di soffrire come quella di Ramon, ma nata e plasmata per impossessarsi ferocemente del gioco (primo posto in classifica dopo 5 partite, 13 punti, altrettanti gol fatti e 2 subiti).
 
Se a stupire è proprio il cambiamento radicale che il Muñeco ha saputo portare nello stile dei Millonarios in così poco tempo, a meravigliare è il fatto che ci sia riuscito nelle condizioni ambientali di cui sopra. Tra grane interne e difficoltà legate al calciomercato, l'ex-numero 10 del River Plate è stato in grado di focalizzare la propria attenzione e quella dei giocatori soltanto sul rettangolo verde, restituendo al gruppo quell'entusiasmo e quella coesione che con la gestione di Ramon stavano inesorabilmente scemando.
Privo di capitan Cavenaghi -costretto in tribuna fino al 2015 da una borsite al piede destro-, orfano di Carbonero, Ledesma e Lanzini, Gallardo ha atteso con pazienza e basso profilo i movimenti della società, ottenendo in risposta molta confusione, una rosa sovraffollata dal ritorno dei prestiti, la conferma di Teofilo Gutierrez, gli acquisti di Chiarini e Pisculichi, la risoluzione dai contorni gialli del contratto di Trezeguet e l'infinita telenovela relativa alla cessione di Eder Alvarez Balanta, conclusasi con un nulla di fatto e un giocatore da recuperare.
Non le migliori premesse per un intenso semestre di impegni su tre diversi fronti: campionato, Copa Argentina e Copa Sudamericana.
 
Al Muñeco, tuttavia, sono bastate due partite di transizione ed esperimenti per trovare l'assetto e gli uomini ideali, aiutato da qualche avversario non irresistibile e da un'euforia generale sempre più dilagante. Con sorprendente facilità l'ex-tecnico del Nacional di Montevideo ha infatti saputo stravolgere l'impianto di gioco di Ramon Diaz, confermando il 4312 del Pelado, riuscendo però a modificarne il patrimonio genetico a favore di una ricerca spasmodica del gioco offensivo: un piano realizzabile attraverso palleggio preciso e sicuro, pressing esasperante e capacità di cambiare ritmo in una frazione di secondo. Decisive in questo processo di restyling della Banda sono state le scelte a livello di uomini dal centrocampo in su, con Kranevitter e soprattutto Teo leader assoluti dei rispettivi reparti.
 
In queste prime partite del Transicion 2014 il River ha messo in mostra idee chiare e unità d'intenti, trovando soluzioni d'attacco entusiasmanti e la parvenza di una buona solidità difensiva, nonostante la costante proiezione offensiva di interni di centrocampo e terzini. In pieno stile bielsista, la parola d'ordine del Muñeco è "pressing": una pressione asfissiante e selvaggia dettata dalle punte Mora e Teo, con il supporto del trequartista Pisculichi e della linea di centrocampo Sanchez-Kranevitter-Rojas, guidata dai tempi perfetti del volante classe '93. Allo stesso tempo Gallardo ha chiesto alla difesa (Mercado, Maidana, Ramiro Funes Mori e Vangioni) di avere la personalità per avviare la manovra palla a terra, correndo determinati rischi se necessario, al fine di essere in costante controllo della sfera.
Ma questo River ha anche dimostrato di saper soffrire, grazie a un grande portiere -Barovero-, a vecchi -Maidana, Mercado, Vangioni- e nuovi -Kranevitter, Funes Mori, Pisculichi- leader, giocatori ritrovati -Sanchez e Mora- e un fenomeno: Teofilo Gutierrez.
 
Teo sembra infatti aver sposato con tutto sè stesso la causa di Marcelo Gallardo, che fin dal primo giorno lo ha indicato come l'unico giocatore insostituibile della rosa, confermando di essere uno dei migliori attaccanti al mondo, se concentrato solo ed esclusivamente sul gioco. Il colombiano quando è in giornata si trasforma in un incrocio letale tra un centravanti e un trequartista, in grado di segnare e allo stesso tempo dettare i tempi dell'intera manovra offensiva, con un movimento costante su tutto il fronte d'attacco e l'innata capacità di rendersi pericoloso da ogni posizione e in qualsiasi momento. A 30 anni, dopo aver gettato al vento una possibile carriera ai massimi livelli mondiali a causa di numerose bizze dentro e fuori dal campo, Teo è forse pronto per maturare e trovare la giusta continuità di rendimento. O forse no, ma nel frattempo il Monumental è ai suoi piedi e dopo cinque reti in quattro partite è diventato il pericolo pubblico numero uno per le difese argentine.