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18 nov 2016

Lucas Alario

“El Pipa vieja, el Pipa vieja!”, perché scomodare illustri autori, quando bastano le parole di un tifoso in preda al delirio pochi secondi dopo uno dei più memorabili gol della storia del River Plate? Lucas Alario, el Pipa, con quella rete ha impresso il proprio autografo sulla vittoria della Copa Libertadores e sulla storia di uno dei club più celebri del Sudamerica, trasformandosi tutto d’un tratto da meteora semi-sconosciuta ad attaccante dal pedigree di primo livello. Non male, per chi pochi mesi prima lottava per salvare il Colon dal purgatorio della B Nacional.

Nato nel nord della provincia di Santa Fe, di Alario si può dire molto, ma non che sia un predestinato, perché un ventiduenne classe ’92, che segna 12 gol in 58 apparizioni con il Colon, non rientra propriamente nella categoria. Dopo l’esordio a 19 anni il centravanti di Tostado colleziona infatti soltanto 11 presenze in tre stagioni tra le fila del Sabalero. Confinato in Reserva e dimenticato dalla prima squadra, nel 2013 trova inaspettatamente la titolarità nella Primera Division argentina grazie alla moria delle punte a disposizione di Osella, segnando 3 reti in 21 presenze. Un modesto contributo, vano nel tentativo di far risalire il Colon nella classifica del promedio, nonostante la rete allo scadere dell’ultima giornata contro l’Olimpo, che regala il jolly dello spareggio, poi perso, contro l’Atletico Rafaela.


L’anno successivo ottiene piena fiducia, ma è la B Nacional e Alario è costretto a saltare buona parte della stagione causa infortunio, rientrando soltanto per l’ultima partita contro il Boca Unidos, decisiva per la promozione del club.
Nel ritorno in Primera Division il centravanti santafesino, complice un altro infortunio, riesce a giocare soltanto 10 partite, mettendo a segno 3 reti. Cifre normali, quasi tristi per un giovane attaccante, ma non abbastanza per spaventare Marcelo Gallardo, che vede in lui il sostituto ideale per la punta di diamante del suo River: Teofilo Gutierrez. Un compito ingrato, soprattutto alla vigilia delle semifinali di Libertadores.

In Argentina in molti si sono interrogati riguardo a cosa abbia visto Gallardo in quell’attaccante semisconosciuto, un po’ sgraziato e poco efficace. C’è chi racconta che se ne sia invaghito nel 2014, durante un River-Colon agli albori della sua avventura millonaria, chi dice che sia arrivata una sponsorizzazione da un certo Cesar Luis Menotti, vecchia conoscenza del vice-presidente Patanian, al quale avrebbe riferito: “Lucas Alario è il miglior giocatore del futbol argentino, l’ideale per il River”. Con Teo su un volo intercontinentale diretto a Lisbona, scegliere Alario non si può definire una scelta coraggiosa, quanto piuttosto una scelta folle. Ma il Muneco nella sua esperienza sulla panchina del River Plate ha abituato a colpi ad effetto da trequartista, sorprendendo tutti con richieste all’apparenza insensate e rivelatesi in seguito scommesse vinte a mani basse. Alario, in questo senso, è stato l’erede di Pisculichi, il primo vero grande colpo del Gallardo manager a tutto tondo.

Il resto è storia ormai nota: a pochi giorni dall’approdo a Buenos Aires il centravanti ex-Colon risulta decisivo per la conquista della Copa Libertadores, grazie a prestazioni solide quanto sorprendenti, condite da 2 assist e altrettanti gol nelle quattro partite finali della competizione.

Effetto Gallardo? O più semplicemente la maturità? Chissà, ma da quando veste la maglia della Banda, Alario si è trasformato in uno dei centravanti più interessanti dell’intero panorama sudamericano, mettendo in mostra un bagaglio tecnico, tattico e atletico di tutto rispetto, valorizzato da gol e personalità. Si legge spesso di attaccanti moderni e, se la categoria effettivamente esiste, la punta del River è senza ombra di dubbio tra questi.

Sembra lento, poco mobile, tecnicamente ruvido, senza spunti, però ogni tanto fa gol. Anzi, segna con una certa frequenza. Tutto sommato non è molto lento e forse a livello tecnico non è così male. Qualche sponda in effetti gli riesce. Guarda, anche un dribbling. Questa l’ha spizzata ancora lui? Ma il numero tredici, quello che pressa adesso, è Alario? Come? Ha segnato Alario? Ancora?

Non è il Bichi Fuertes, l’attaccante di riferimento per qualsiasi aspirante centravanti nato in provincia di Santa Fe e tifoso del Colon, è decisamente meglio. Non è neppure Lewandowski, il giocatore europeo a cui viene accostato spesso in patria, ma in effetti il paragone può essere calzante. È un giocatore dal potenziale ancora inespresso, un po’ in ritardo sulla tabella di marcia, ma che in carriera ha dimostrato di avere la testa e le qualità per ambire all’Europa e al calcio che conta del vecchio continente.
Sotto la saggia guida di Gallardo ha compiuto passi da gigante, affinandosi come punta a tutto tondo, capace con la stessa facilità di giocare sapientemente spalle alla porta e aggredire gli spazi. È un maestro nel “pivotear”, come un vecchio centravanti, e ha l’intelligenza per muoversi con e senza palla, riuscendo ad adattarsi a seconda del compagno di reparto. Senza abusarne, ha dribbling, anche nello stretto, ed è molto più veloce di quanto dia a vedere. Sotto porta è una sentenza e, nonostante arrivi a fatica al metro e ottanta, nel gioco aereo è un pericolo costante. Ma a fare la differenza sono la personalità e la capacità di dare il meglio sotto pressione, come dimostrato in Copa Libertadores.

L’impressione è che sia un giocatore nato per essere sottovalutato, sempre lontano dai riflettori e da apprezzare innanzitutto per intelligenza, personalità e applicazione messe costantemente in campo. Proprio per questi motivi, non stupisce il crescente interesse da parte dei club europei, così come non sorprende la convocazione nella Seleccion da parte di Bauza. Una chiamata criticata, anche aspramente, in Italia e in Europa, ma mai messa in discussione in patria. Ora che Alario sembra aver trovato continuità anche dal punto di vista fisico (i continui infortuni sembrano un lontano ricordo), il trasferimento dall’altra parte dell’Oceano è ormai questione di tempo, prezzo permettendo. Perché è lo stesso tifoso in tribuna durante la finale contro i messicane del Tigres ad aver fissato la cifra, pochi secondi dopo il boato del gol: “Lo vendemo’ a 50 millone’ de dolaré… 80 millone’ de dolaré vieja!”.

10 ago 2015

La Copa Libertadores del River


Il River Plate ha vinto la Copa Libertadores 2015, diciannove anni dopo il trionfo del 1996.
In sé basterebbe questo a fare la notizia, visto che il club con la banda si trovava in B Nacional appena quattro anni fa, nel 2011. Ma come ogni storia sudamericana che si rispetti questa Copa porta sfumature, appuntamenti col destino, coincidenze e gesti eroici che vanno compresi ed assimilati per poter apprezzare il quadro nella sua interezza.

Per cominciare, il River ha vinto nell'anno sbagliato. La storia parla chiaro: la Banda ha giocato finali di Libertadores sempre in anni che finivano col numero sei. Fino ad oggi.
Le precedenti finali giocate - due vinte, due perse - sono arrivate nel 1966, 1976, 1986, 1996. Una coincidenza curiosa interrotta nel 2006. Adesso comincerà la dinastia del cinque o saremo liberi da ogni vincolo?

Il trionfo nella Copa viene da lontano, e tutto nasce dalle mani del Muñeco Gallardo, che ormai più che un bambolotto è un burattinaio. La cosa incredibile è pensare che l'ex numero 10 ha preso in mano il club appena un anno e spiccioli fa, a Giugno 2014. Da quel giorno di fatto tutto è cambiato.

I semi della vittoria sono stati sparsi nella Sudamericana 2014. Gallardo appena arrivato non ha dato solo una quadratura alla sua squadra, ma ha puntato sulla dimensione internazionale. Il campionato il River lo aveva già vinto con Ramon Diaz, scrollandosi di dosso la polvere accumulata nei campi della B Nacional, ma serviva un passo in più per tornare a essere El Mas Grande. Il River 2014 era una squadra solida e spettacolare, in cui già si vedeva la mano del tecnico sia per dettami tattici, che per qualità del fraseggio, che per intuizioni di mercato. Nessuno tranne Gallardo infatti avrebbe scommesso su Leonardo Pisculichi, uomo assolutamente decisivo che ha vissuto il grosso della carriera all'Al-Arabi.
Per non sbagliare Napoleon si è portato a casa anche la Recopa 2015, disputata contro il San Lorenzo. Entrambi gli incontri sono stati vinti per 1-0 dal River, con gol di Carlos Sanchez.

La magia però sembrava svanita nei successivi gironi di Copa Libertadores. Il River nella massima competizione continentale ha dovuto conquistarsi tutto lottando passo dopo passo.
La squadra non cambia ossatura, ma comincia subito perdendo 2-0 coi boliviani del San Josè, per poi pareggiare le successive tre partite, una contro i peruviani del Juan Aurich e due contro il Tigres.
La partita in Messico si rivelerà decisiva per le sorti della Banda e per la Copa intera. Il tabellino dice 2-2 per un pareggio finale che regala un punticino e una flebile speranza di passare il turno - il River è ultimo e nella giornata conclusiva deve battere i boliviani e sperare che il Tigres già qualificato vinca in Perù contro il Juan Aurich -, ma la rimonta dal 2-0 negli ultimi cinque minuti è il momento di svolta assoluto della manifestazione.
Nell'ultima giornata infatti la sorte si schiererà senza tentennamenti dalla parte del club di Nuñez. I ragazzi di Gallardo triteranno il San Josè per 3-0 dando il primo segnale di presenza, ma tra Juan Aurich e Tigres succederà semplicemente di tutto. I messicani vincono in rimonta per 4-5, salvando il River dall'eliminazione. Chissà cosa ne pensano oggi i tifosi di quella incredibile dimostrazione di professionalità.

Il River passa dunque alla fase a eliminazione come peggior seconda, dietro anche all'Universitario de Sucre, per il rotto della cuffia. Una posizione solitamente non invidiabile, perchè significa affrontare la miglior squadra dei gironi. Per aggiungere al danno la beffa come miglior prima si qualificano proprio gli arcirivali del Boca Juniors. Un altro capriccio del destino, un'altra prova da affrontare.

Sul Superclasico ci sarebbe da scrivere a parte. Boca-River è di suo partita sentitissima e aspra, ma a metà della gara di ritorno si è andati oltre, talmente oltre da avere giocatori in ospedale e la partita sospesa.
Il River ha passato il turno a tavolino per la squalifica dei rivali - formalmente per 3-0 con tripletta del capitano, Marcelo Barovero -, che sulla carta partivano favoriti e non solo per aver dominato i gironi con sei vittorie su sei, diciannove gol fatti e due subiti.
In tre tempi su quattro però erano gli uomini di Gallardo ad essere in vantaggio, seppur solo per 1-0 con gol di Carlos Sanchez, e il Boca non aveva dato l'impressione di poter vincere davvero l'incontro. Di questo ci si sta già dimenticando, trascinati dalla dialettica di una rivalità eterna. La prima partita a eliminazione è stata anche la prima grande dimostrazione della capacità del Muñeco di adattarsi alle necessità contingenti, prima ancora che agli avversari, e istruire la squadra a giocare di conseguenza. Una prova di forza fondamentale per ottenere la personalità, la convinzione, la fiducia sia nei mezzi che nel tecnico e la credibilità indispensabili per affrontare il turno successivo contro i brasiliani del Cruzeiro.

Per quanto non più la corazzata degli ultimi anni, la Raposa si presentava alla Copa con ambizioni e negli ottavi aveva eliminato il San Paolo. La vittoria per 1-0 al Monumental nella gara di andata arrivata nei minuti finali avrebbe ucciso il River in qualunque altro momento della stagione.
Ma non adesso, non dopo i mesi appena passati. Non a caso la squadra di Gallardo va a Belo Horizonte a giocare la partita perfetta.
Sconfigge il Cruzeiro per 3-0 con una dimostrazione di calcio straordinaria. I marcatori, Sanchez, Maidana e Teo, sono tre dei giocatori principali della squadra, soprattutto per leadership.
Se contro il Boca il River aveva acquisito convinzione, con questa vittoria cambia la percezione generale: la Banda diventa una delle favorite della Copa. A un mese e mezzo dall'essere stata quasi eliminata.

In semifinale il Guaranì, la miglior sorpresa della Copa, non sembrava poter impensierire questo nuovo River. E infatti il 2-0 dell'andata mette una seria ipoteca sul passaggio del turno. Un risultato troppo pesante per il piccolo club paraguagio - col secondo gol firmato da una magia di Rodrigo Mora -, che al ritorno non andrà oltre l'1-1, mandando il River alla sua prima finale di Copa Libertadores dal 1996.
Avversari della finale proprio i messicani del Tigres, compagni del girone e salvatori della squadra di Gallardo. Il Tigres dopo aver passato i gironi come seconda miglior squadra in semifinale ha dato una dimostrazione di forza notevole eliminando in semifinale l'Internacional di Porto Alegre, una delle squadre più competitive per qualità e profondità della rosa. La squadra è solida, ben allenata e soprattutto protagonista indiscussa del mercato.

Già, perchè dai quarti di finale alle semifinali sono passati due mesi a causa della Copa America. Due mesi che hanno cambiato le condizioni di forma delle squadre - in particolare dell'Internacional -, ma soprattutto che hanno visto l'apertura del mercato europeo. Il Tigres fiutando la possibilità di fare la storia non ha badato a spese. Arrivano Aquino, Uche, ma soprattutto il nuovo numero 10 Andrè-Pierre Gignac, uno dei parametri zero più ghiotti del mercato europeo. Una squadra già forte ha fatto così un ulteriore salto di qualità.
Gallardo invece riesce a dare un'altra dimostrazione sia della sua immensa capacità di scouting che dell'abilità nel plasmare la squadra. Il mercato priva il River di Ariel Rojas, un titolarissimo del Muñeco, fondamentale a livello tattico, e di Teofilo Gutierrez, senza mezzi termini il miglior giocatore della rosa e il punto di riferimento assoluto della fase offensiva. E in un primo momento pare in predicato di partire per l'Arabia anche Rodrigo Mora. Come rinforzi Gallardo sceglie Viudez, Alario, Bertolo, oltre ai ritorni emotivi del Comandante Lucho Gonzalez e di Javier Saviola - acquisti caldeggiati più dalla società che dalle reali esigenze dell'allenatore-. Un mercato non paragonabile a quello dei rivali, che però si rivelerà tremendamente efficace.

Il River per un paio di settimane sembra una squadra in crisi, orfana dei suoi eccellenti meccanismi, ma l'allarme durerà giusto il tempo di arrivare alla semifinale col Guaranì. In quella doppia sfida le scommesse di Gallardo pagheranno già i primi dividendi. Alario - un gol e due assist - e Viudez infatti saranno gli assoluti protagonisti della gara di ritorno e arriveranno alla finale di andata in Messico da titolari.

La finale per il River è l'ennesima prova da superare in questa Copa, come se gli dei del calcio volessero qualcosa in cambio dopo il rocambolesco passaggio dei gironi. Come detto il Tigres è squadra forte, solida, di qualità, ben allenata e con una rosa rinforzata e profonda. Sulla carta si possono considerare i favoriti. Per alzare al cielo il trofeo serve ancora una volta una dimostrazione di forza.

Gallardo per l'ennesima volta riesce a portare la doppia sfida sui binari che vuole lui, bloccando il gioco dei messicani all'andata per giocarsi tutto al ritorno in un Monumental incandescente. Ma a complicare ulteriormente i piani dell'allenatore ci si mette la sorte.
Oggi non ci pensa più nessuno, ma il River al ritorno si è presentato con assenze importanti. Mercado, terzino destro titolare senza una vera riserva di ruolo e uomo fondamentale per fisicità e personalità, è costretto a saltare il ritorno per somma di ammonizioni. La sua riserva adattata, il giovane Mammana, si infortuna la settimana prima della partita. Viudez, che ha chiuso la semifinale grazie a un assist sontuoso ed è partito titolare in casa del Tigres, e Mora, giocatore di riferimento per Gallardo per tutta la fase offensiva, ma anche per l'applicazione in non possesso, sono entrambi fuori per infortunio.
Ancora una volta è servita la magia del Muñeco, che ha dato fondo ai trucchi nel cilindro. A destra ha schierato Mayada, esterno uruguagio scelto da lui sul mercato, in fascia ha puntato sulla fisicità di Bertolo e in attacco si è giocato la carta del simbolo millonario Fernando Cavenaghi. Al solito la fortuna è andata dalla sua parte, e a un certo punto non può più essere considerato un caso.

Il 3-0 finale è un risultato eccessivo per il Tigres, che ha avuto diverse occasioni sulle due partite, senza però riuscire a concretizzare, ma è il giusto riconoscimento del livello di squadra raggiunto da questo River Plate. Una squadra in continua evoluzione, ma con una base talmente solida da poter sopperire a ogni mancanza.
Tra i marcatori si trova ancora una volta Alario, al secondo gol decisivo in poche settimane, e Carlos Sanchez, l'uomo dei gol pesanti, quello che risponde sempre presente quando l'adrenalina sale. Sarà la garra charrua, sarà che lui tiene veramente al River, ma vedere la decisione con cui ha preso il pallone per battere il rigore ha fatto impressione anche a diversi chilometri di distanza. Non a caso è stato eletto migliore in campo.
Anche il gol di Funes Mori, che ha chiuso ogni discorso, nasconde una storia. Per Ramiro è stato il coronamento di una doppia sfida di altissimo livello, ma l'assist su angolo è frutto di una delle velenosissime traiettorie del Piscu, Leonardo Pisculichi. Quello pescato dall'Arabia che nelle due finali di Sudamericana aveva prodotto un gol e due assist entrando in tutti i gol del River è stato rispolverato da Gallardo proprio nei minuti finali dopo mesi difficili per infortuni vari. L'obiettivo era gestire il gioco e, nel caso, piazzare una sapiente pennellata mancina. Che puntualmente è arrivata, perchè l'allenatore del River è stato il vero Re Mida di questa Copa 2015.


8 ago 2015

Intervista a Carlo Pizzigoni - Copa Libertadores 2015

Quando si incontrano persone che condividono una passione è difficile limitare il flusso di parole. Parlare di Copa Libertadores con Carlo Pizzigoni non è stata una vera e propria intervista, ma una lunga discussione che abbiamo cercato di mettere in ordine.

River

Non ho seguito con molta regolarità questa Copa. Sono riuscito a vederla molto all'inizio e molto alla fine, perdendomi qualcosa della parte centrale. Ma non si può parlare della Copa 2015 prescindendo dal magnifico River Plate di Marcelo Gallardo.
La squadra mi ha colpito davvero e per proposta di calcio la considero assimilabile alla U de Chile di Sampaoli che ha vinto la Sudamericana 2011. I nomi, in partenza, non erano chissà cosa, soprattutto se confrontati a quelli del Boca, ma la mano dell'allenatore ha trasformato tutti. C'è stata un'evidente costruzione nel tempo e il lavoro di Gallardo si inserisce perfettamente nel contesto storico del River, in cui si insegna e si fa calcio.
Gallardo come allenatore ha attirato la mia attenzione fin da subito, dalla Sudamericana 2014. Ha dato alla sua squadra un'impronta tattica rarissima da vedere in questo calcio, molto europea come si dice, ed è stato particolarmente bravo a farlo in un ambiente dove non si ha tempo. Gallardo ha messo in campo una squadra vera fin dai primi mesi della sua esperienza.

Del River mi hanno colpito le prestazioni, sia a livello di personalità che come dimostrazione di calcio.
Sono stato al Monumental quando la Copa della Banda sembrava già finita, alla vigilia della trasferta in Messico per giocare contro il Tigres. L'ambiente aveva poca fiducia, sembrava sull'orlo della depressione. Da quella rimonta nel finale c'è stata la svolta. Potrei avere anche portato fortuna vista la coincidenza con la mia visita.
La partita simbolo di questa Libertadores per il River è sicuramente la vittoria col Cruzeiro a Belo Horizonte. Un 3-0 tanto bello quanto inaspettato, con una dimostrazione di calcio semplicemente incredibile.
Un grande punto di forza di Gallardo è che riesce a produrre risultati anche quando gioca male, al contrario ad esempio di Bielsa. Il suo calcio è vario e può gestire situazioni differenti. In questa Libertadores, ancora più che nella Sudamericana, il Muñeco si è dimostrato bravissimo nel gestire le gare, cambiando profondamente atteggiamento tra andata e ritorno con gli stessi avversari, ma anche i singoli momenti delle partite.

Per chiudere su Gallardo, è stato molto bravo fino ad oggi ad allenare in ambienti che conosceva profondamente. Grazie a questo è riuscito a entrare perfettamente nelle dinamiche. Prima di arrivare in Europa aspetterà l'occasione giusta, studiando sia il calcio che l'ambiente giusto per lui.



Giocatori

Parlando di giocatori ancora una volta è impossibile non riferirsi al River. Con Gallardo tutti hanno reso al massimo e il tecnico è stato anche singolarmente bravo a gestirli. Spesso ha tirato fuori il giocatore giusto al momento giusto, da Viudez che pesca l'assist in semifinale a Cavenaghi titolare al ritorno.
Parlare di Kranevitter ormai è persino superfluo. Ponzio ha giocato delle grandissime gare nella fase a eliminazione. Maidana contro Gignac ha dato una dimostrazione di capacità di marcatura e leadership difensiva di livello assoluto, commettendo un solo errore su due gare.
Carlos Sanchez è un giocatore sottovalutatissimo e fondamentale per questa squadra. Tatticamente fa il centrocampista e l'ala, mettendoci chilometri di corsa, qualità e gol fondamentali. La personalità con cui si è preso la palla del rigore in finale, allontanando persino Cavenaghi, dice moltissimo.
A me piace molto Ramiro Funes Mori. Se ne parla poco, ma ha giocato una partita pazzesca contro il Tigres. Ha il difetto di farsi prendere dall'emotività, e quando poi va fuori giri non torna più a regime, ma è un centrale molto interessante.
Alario è stata la vera sorpresa del post Copa America. Gallardo l'ha pescato sostanzialmente dal nulla, mi ha colpito fin dalla prima partita per la sua maturità nel fare reparto. Sa lottare, usare il fisico, fare da riferimento, ma quando serve segna ed è bravissimo nelle sponde.
Una piccola delusione, se così si può dire, è stato Driussi, che mi aspettavo più coinvolto e impattante. Ma ha avuto problemi diversi e parliamo di un '96 di talento assoluto.

Uscendo finalmente dal mondo River Plate, Federico Santander merita sicuramente una citazione. Chi l'ha visto con la maglia del Racing non può che stupirsi dei progressi del giocatore. Nella favola Guaranì ha fatto benissimo. Non è solo un centravanti, è capace di segnare e far girare la squadra come riferimento offensivo. Grande difesa del pallone e capacità di smistare.
Valdivia dell'Internacional è da seguire perchè non è il classico dribblomane fumoso che cerca la giocata fine a se stessa. Ha un primo controllo fantastico, sempre produttivo, e forza nelle gambe per trovare lo spunto e saltare l'uomo.
Molto interessante è la trasformazione di Guido Pizarro. Il Tuca Ferretti lo ha plasmato come regista di prima costruzione e lui si è calato alla grande nel ruolo. È cambiato molto ed è cresciuto.
Rafael Sobis nel Tigres ha svolto un ruolo fondamentale. Non è appariscente, ma rappresenta uno sbocco fondamentale per la manovra in fase di costruzione col suo movimento continuo, specie contro difese schierate. Sa leggere benissimo gli spazi e adattarsi, trovando varchi. In più sull'esterno può far valere la sua tecnica nell'uno contro uno. Il suo limite è che segna poco. Nella finale di ritorno al Monumental ha sofferto il clima, ma non bisogna pensare abbia un problema di personalità. Al Beira Rio contro l'Internacional, sua ex squadra, ha fornito una prestazione di alto livello malgrado le bordate di fischi
Infine Gustavo Bou, il capocannoniere della Copa. Anche lui mi ha sopreso per la crescita. Tecnicamente ha trovato gol belli con soluzioni balistiche significative, ma il suo gioco non si limita a quello. Ha imparato a muoversi e giocare con la squadra, crescendo molto nelle letture tattiche e nella gestione delle diverse fasi, ad esempio la transizione. L'impatto emotivo che ha nel Racing è importante.

Giusto per evidenziare l'importanza del contesto di squadra, Bertolo e Arevalo Rios che hanno giocato la finale sono entrambi stati scaricati dal Palermo.


Racing

A livello personale il Racing è stata una piccola delusione in questa Copa.
Chiariamoci, la squadra ha evidentemente dei limiti di rosa e dipende da Milito. Il Principe è stato straordinario a tornare e a gestirsi per dare ogni goccia residua della sua immensa classe alla causa del Racing, ma stiamo arrivando veramente alla fine del serbatoio. La differenza anche solo con lo scorso semestre è evidente. Alla luce di questo parlare di delusione è improprio, ma l'uscita col Guaranì non è stata bella nel complesso. Si poteva fare un turno in più, soprattutto lo meritava il tifo straordinario che segue sempre l'Academia.




Un grazie a Carlo per la cortesia e la disponibilità

6 ago 2015

Talenti di Tigres e River

Tigres e River non sono arrivate in finale di Copa Libertadores per caso. In entrambe le squadre si segnalano giocatori di spessore e qualità inseriti in contesti tattici ben sviluppati, sia giovani che d'esperienza.
Presentiamo tre giocatori futuribili per squadra, come consigli per gli acquisti.


River

Dei giovani del River si è parlato in lungo e in largo. Driussi, Mammana, Pity Martinez, Balanta qualche tempo fa. Ma di giocatori futuribili ce ne sono anche altri, solo meno pubblicizzati. Grazie all'ottima intelaiatura tattica di Gallardo in molti sono in grado di giocare sulle loro qualità, prendere fiducia e migliorare.

Ramiro Funes Mori: gemello di Rodrigo, che una volta era una sensazione del River oltre che il fratello più famoso, ha avuto un percorso di crescita quasi incredibile negli anni - praticamente opposto a quello del fratello -, che si sta completando proprio sotto Gallardo. Classe 1991, el Mellizo è un centrale mancino con tecnica, capacità di impostazione, fisico, cattiveria e pure qualche gol nel repertorio. Negli anni ha fatto costanti progressi come senso della posizione, abilità nel giocare la palla e soprattutto personalità. Nel River è un leader e ormai un centrale fisso, mentre nel passato veniva anche allargato a sinistra. Tende a esagerare sia in certe giocate che in confidenza, ma nelle difese moderne è un centrale utilissimo. Pur giocando difensore è arrivato a segnare circa la metà delle reti del fratello punta con la Banda.

Lucas Alario: l'ultimo capolavoro di Gallardo. Pescato nel Colon praticamente come un signor nessuno, il Muñeco in dieci partite con tre gol in Primera ha visto in lui il centravanti di cui aveva bisogno. Nato nel 1992 Alario è una prima punta vera per fisico e attitudine alla lotta coi difensori, ma soprattutto sa muoversi, definire in area e giocare coi compagni con qualità. Al River si è presentato con prestazioni solidissime impreziosite dai gol in semifinale e finale di Libertadores. Potrebbe essere solo l'inizio. Il 13 sulla maglia, per chi ha il romanticismo nelle vene, è il numero storico del Loco Abreu.
Camilo Mayada: anche lui del 1991, uruguagio prelevato dal Danubio. Uomo di fascia destra capace di coprire praticamente tutti i ruoli  - non a caso Gallardo ha scelto lui per sostituire lo squalificato Mercado e l'infortunato Mammana in finale come terzino destro - grazie alla sua grande corsa e buona capacità palla al piede. Vive di uno contro uno sia in attacco che in difesa, con tutti i rischi del caso, ma non molla mai e col fisico non si tira certo indietro visto il dna charrua. É un giocatore ancora in evoluzione, ma che un posto alla fine lo trova.


Tigres

I messicani del Tuca Ferretti sono un contesto abbastanza particolare. Il calcio messicano è ricco, soprattutto per gli standard del centro/sudamerica, e può permettersi giocatori di talento in età matura di ritorno dall'Europa. Nella rosa l'esempio più chiaro è Andrè-Pierre Gignac, ma non è il solo. Dietro questi nomi però si trovano giovani interessanti, che rischiano sempre di rimanere troppo legati al calcio locale.

Jürgen Damm: grande pupillo di Stefano Borghi e Carlo Pizzigoni, messicano classe 1992 con chiare origini tedesche da parte di nonno. Conosciuto per l'incredibile velocità palla al piede è un esterno che ha dimostrato capacità di giocare anche in spazi più stretti e soprattutto ottima tendenza all'assist. Non il classico velocista che abbassa la testa e lancia la palla insomma. Nelle due finali col River alcune delle migliori occasioni del Tigres sono partite da sue iniziative. In ottica europea il vero limite è che giusto grazie alla pioggia del Monumental può superare i 50kg di peso.

Guido Pizarro: centrocampista classe 1990 ormai con esperienza infinita tra Argentina e Messico, un tempo era sui taccuini di molti osservatori italiani. Ai tempi del Lanus sfruttava il fisico sugli inserimenti, al Tigres gioca regista davanti alla difesa. Fisico, tecnica, visione di gioco sia verticale che orizzontale, cambio di campo e capacità tattica lo rendono un ottimo elemento nel ruolo malgrado il ritmo compassato. Giocatore ideale da calcio spagnolo, ma chiunque voglia qualità in quella zona del campo dovrebbe aprire gli occhi.

Antonio Briseño: difensore centrale classe 1994, in molti scommettono sarà il futuro sia del Tigres che del Messico. Ha davanti due mostri sacri del club come Juninho e Ayala, ma per fisico e qualità Ferretti lo sta già testando il più possibile, anche se spesso gioca da sostituto.