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8 ago 2015

Intervista a Carlo Pizzigoni - Copa Libertadores 2015

Quando si incontrano persone che condividono una passione è difficile limitare il flusso di parole. Parlare di Copa Libertadores con Carlo Pizzigoni non è stata una vera e propria intervista, ma una lunga discussione che abbiamo cercato di mettere in ordine.

River

Non ho seguito con molta regolarità questa Copa. Sono riuscito a vederla molto all'inizio e molto alla fine, perdendomi qualcosa della parte centrale. Ma non si può parlare della Copa 2015 prescindendo dal magnifico River Plate di Marcelo Gallardo.
La squadra mi ha colpito davvero e per proposta di calcio la considero assimilabile alla U de Chile di Sampaoli che ha vinto la Sudamericana 2011. I nomi, in partenza, non erano chissà cosa, soprattutto se confrontati a quelli del Boca, ma la mano dell'allenatore ha trasformato tutti. C'è stata un'evidente costruzione nel tempo e il lavoro di Gallardo si inserisce perfettamente nel contesto storico del River, in cui si insegna e si fa calcio.
Gallardo come allenatore ha attirato la mia attenzione fin da subito, dalla Sudamericana 2014. Ha dato alla sua squadra un'impronta tattica rarissima da vedere in questo calcio, molto europea come si dice, ed è stato particolarmente bravo a farlo in un ambiente dove non si ha tempo. Gallardo ha messo in campo una squadra vera fin dai primi mesi della sua esperienza.

Del River mi hanno colpito le prestazioni, sia a livello di personalità che come dimostrazione di calcio.
Sono stato al Monumental quando la Copa della Banda sembrava già finita, alla vigilia della trasferta in Messico per giocare contro il Tigres. L'ambiente aveva poca fiducia, sembrava sull'orlo della depressione. Da quella rimonta nel finale c'è stata la svolta. Potrei avere anche portato fortuna vista la coincidenza con la mia visita.
La partita simbolo di questa Libertadores per il River è sicuramente la vittoria col Cruzeiro a Belo Horizonte. Un 3-0 tanto bello quanto inaspettato, con una dimostrazione di calcio semplicemente incredibile.
Un grande punto di forza di Gallardo è che riesce a produrre risultati anche quando gioca male, al contrario ad esempio di Bielsa. Il suo calcio è vario e può gestire situazioni differenti. In questa Libertadores, ancora più che nella Sudamericana, il Muñeco si è dimostrato bravissimo nel gestire le gare, cambiando profondamente atteggiamento tra andata e ritorno con gli stessi avversari, ma anche i singoli momenti delle partite.

Per chiudere su Gallardo, è stato molto bravo fino ad oggi ad allenare in ambienti che conosceva profondamente. Grazie a questo è riuscito a entrare perfettamente nelle dinamiche. Prima di arrivare in Europa aspetterà l'occasione giusta, studiando sia il calcio che l'ambiente giusto per lui.



Giocatori

Parlando di giocatori ancora una volta è impossibile non riferirsi al River. Con Gallardo tutti hanno reso al massimo e il tecnico è stato anche singolarmente bravo a gestirli. Spesso ha tirato fuori il giocatore giusto al momento giusto, da Viudez che pesca l'assist in semifinale a Cavenaghi titolare al ritorno.
Parlare di Kranevitter ormai è persino superfluo. Ponzio ha giocato delle grandissime gare nella fase a eliminazione. Maidana contro Gignac ha dato una dimostrazione di capacità di marcatura e leadership difensiva di livello assoluto, commettendo un solo errore su due gare.
Carlos Sanchez è un giocatore sottovalutatissimo e fondamentale per questa squadra. Tatticamente fa il centrocampista e l'ala, mettendoci chilometri di corsa, qualità e gol fondamentali. La personalità con cui si è preso la palla del rigore in finale, allontanando persino Cavenaghi, dice moltissimo.
A me piace molto Ramiro Funes Mori. Se ne parla poco, ma ha giocato una partita pazzesca contro il Tigres. Ha il difetto di farsi prendere dall'emotività, e quando poi va fuori giri non torna più a regime, ma è un centrale molto interessante.
Alario è stata la vera sorpresa del post Copa America. Gallardo l'ha pescato sostanzialmente dal nulla, mi ha colpito fin dalla prima partita per la sua maturità nel fare reparto. Sa lottare, usare il fisico, fare da riferimento, ma quando serve segna ed è bravissimo nelle sponde.
Una piccola delusione, se così si può dire, è stato Driussi, che mi aspettavo più coinvolto e impattante. Ma ha avuto problemi diversi e parliamo di un '96 di talento assoluto.

Uscendo finalmente dal mondo River Plate, Federico Santander merita sicuramente una citazione. Chi l'ha visto con la maglia del Racing non può che stupirsi dei progressi del giocatore. Nella favola Guaranì ha fatto benissimo. Non è solo un centravanti, è capace di segnare e far girare la squadra come riferimento offensivo. Grande difesa del pallone e capacità di smistare.
Valdivia dell'Internacional è da seguire perchè non è il classico dribblomane fumoso che cerca la giocata fine a se stessa. Ha un primo controllo fantastico, sempre produttivo, e forza nelle gambe per trovare lo spunto e saltare l'uomo.
Molto interessante è la trasformazione di Guido Pizarro. Il Tuca Ferretti lo ha plasmato come regista di prima costruzione e lui si è calato alla grande nel ruolo. È cambiato molto ed è cresciuto.
Rafael Sobis nel Tigres ha svolto un ruolo fondamentale. Non è appariscente, ma rappresenta uno sbocco fondamentale per la manovra in fase di costruzione col suo movimento continuo, specie contro difese schierate. Sa leggere benissimo gli spazi e adattarsi, trovando varchi. In più sull'esterno può far valere la sua tecnica nell'uno contro uno. Il suo limite è che segna poco. Nella finale di ritorno al Monumental ha sofferto il clima, ma non bisogna pensare abbia un problema di personalità. Al Beira Rio contro l'Internacional, sua ex squadra, ha fornito una prestazione di alto livello malgrado le bordate di fischi
Infine Gustavo Bou, il capocannoniere della Copa. Anche lui mi ha sopreso per la crescita. Tecnicamente ha trovato gol belli con soluzioni balistiche significative, ma il suo gioco non si limita a quello. Ha imparato a muoversi e giocare con la squadra, crescendo molto nelle letture tattiche e nella gestione delle diverse fasi, ad esempio la transizione. L'impatto emotivo che ha nel Racing è importante.

Giusto per evidenziare l'importanza del contesto di squadra, Bertolo e Arevalo Rios che hanno giocato la finale sono entrambi stati scaricati dal Palermo.


Racing

A livello personale il Racing è stata una piccola delusione in questa Copa.
Chiariamoci, la squadra ha evidentemente dei limiti di rosa e dipende da Milito. Il Principe è stato straordinario a tornare e a gestirsi per dare ogni goccia residua della sua immensa classe alla causa del Racing, ma stiamo arrivando veramente alla fine del serbatoio. La differenza anche solo con lo scorso semestre è evidente. Alla luce di questo parlare di delusione è improprio, ma l'uscita col Guaranì non è stata bella nel complesso. Si poteva fare un turno in più, soprattutto lo meritava il tifo straordinario che segue sempre l'Academia.




Un grazie a Carlo per la cortesia e la disponibilità

5 ago 2015

Marcelo Gallardo, Napoleón

Sono trascorsi soltanto quattordici mesi, ma l’impressione è che sia passata un’eternità dall’impetuoso avvento di Marcelo Gallardo al River Plate. Un arrivo passato in sordina, tra ironie, dubbi e tanta perplessità per la scelta presa dalla società, rea agli occhi dei tifosi di non aver fatto nulla per trattenere Ramon Diaz, fresco vincitore dell’ennesimo titolo con i Millonarios. Pur essendo uno dei giocatori più rappresentativi della Banda negli ultimi vent’anni, il Muñeco si è dunque ritrovato su una delle panchine più bollenti del Sudamerica con un intero popolo ad avanzare critiche già prima dell’ufficialità.

Può sembrare strano, ma soltanto se non si è pratici di Nuñez e dintorni, posti in cui Ramon - che dalla propria valigetta può estrarre la bellezza di nove titoli con il River Plate, tra i quali sei campionati e una Copa Libertadores - è considerato assieme ad Angelito Labruna uno dei pochi grandi idoli del club. Un eroe del futbol, un portabandiera del riverplatismo più sfrenato e incondizionato, una delle figure da pregare prima di andare a letto e da salutare appena svegli di primo mattino. L’idolo in Argentina non è il campione che fa innamorare i bambini, è l’incarnazione del club in un giocatore, in un allenatore; è il punto di riferimento della passione, è la forma umana dell’amore che un tifoso può provare per la propria squadra, è la bandiera che ognuno segue sempre e comunque. Non c’è una regola per individuare le credenziali per poter essere considerato un idolo, lo si diventa e basta. Labruna è un idolo, Francescoli è un idolo, il Beto Alonso è un idolo e Ramon è un idolo.

Questa lunga premessa è doverosa per capire cosa significhi ritrovarsi sulla stessa panchina dell’attuale tecnico del Paraguay, con una squadra spremuta all’inverosimile, senza i partenti Ledesma, Carbonero e Lanzini, cardini di quel River, con diversi giocatori inutili rientranti da prestiti e con un’inevitabile rivoluzione tecnica alle porte. Il curriculum di Gallardo? Dodici mesi da allenatore del Nacional di Montevideo, un titolo di campione d’Uruguay e la benedizione di Enzo Francescoli. Abbastanza? Non per molti.

Ma al Muñeco è bastato davvero poco per rivoluzionare l’ambiente, la squadra e la società. Presentatosi senza particolari proclami, Gallardo in tempi sorprendenti ha saputo imporre la propria figura dentro e fuori dal terreno di gioco, ricucendo gli squarci lasciati da Ramon Diaz, portando una ventata di aria fresca sul piano tattico e nei rapporti tra staff tecnico e società. Astuzia, chiarezza e coerenza hanno permesso al tecnico di Merlo di ottenere la fiducia incondizionata da parte di D’Onofrio e Francescoli, fiducia costantemente ripagata sul terreno di gioco.

Se l’avvento di un allenatore ben lontano dai canoni tradizionali albicelesti era inaspettato, vedere la preparazione e l’evoluzione di Gallardo per quanto riguarda l’aspetto gestionale è stato sorprendente. A soli 39 anni il Muñeco è il primo vero manager europeo visto in Argentina e forse in tutto il Sudamerica, un allenatore in grado di farsi coinvolgere nella gestione della squadra a 360°, capace non solo di schierare in campo i propri giocatori, ma anche di tessere la tela delle proprie idee nei corridoi del Monumental, ottenendo una chiarezza e un’unità d’intenti difficile da incontrare nella maggior parte dei club del Vecchio Continente e lontana anni luce dal caos che avvolge le squadre argentine.

Il vero successo dell’ex-numero 10 della Banda è però rappresentato dalla facilità e dalla naturalezza con cui ha saputo riscrivere i canoni di gioco del River di Ramon Diaz. Ereditare una squadra di carattere e soprattutto vincente per cambiarne volto non è impresa facile, ma sono bastate poche, pochissime partite per vedere un impianto di gioco completamente rivoluzionato, con interpreti vecchi, nuovi e riciclati.
Mantenendo lo stesso assetto del predecessore, Gallardo ha instillato nei propri giocatori la feroce volontà di dominare il gioco e le partite, trovando in elementi quali Kranevitter, Sanchez, Mora e Pisculichi gli interpreti perfetti per abbinare qualità e intensità, mantenendo un’attenzione maniacale al pressing e al recupero veloce del pallone. Il primo River del Muñeco si è rivelata una splendida macchina da futbol, una squadra offensiva predisposta alla perfezione per soffocare il gioco avversario e ripartire con splendide azioni corali, dettate dall’estro di straordinari talenti come Teofilo Gutierrez.

Non a caso il primo semestre ha portato al club di Nuñez una storica Copa Sudamericana, condita dalla ciliegina del trionfo in semifinale contro i rivali del Boca, un secondo posto alle spalle del Racing di Milito nel Torneo di Transicion e la doppia vittoria nel Clasico contro il San Lorenzo in occasione della Recopa Sudamericana.

Se il secondo semestre doveva invece essere la prova decisiva per valutare l’abilità di Gallardo, il Muñeco ha superato l’esame a pieni voti e con lode. Perché durante la cavalcata che ha portato a una storica finale di Libertadores, l’ex-allenatore del Nacional di Montevideo ha messo in mostra un altro volto del proprio modo di interpretare il ruolo. Pur mantenendo un’idea di gioco impostata su possesso palla e pressing, ha dimostrato di essere un finissimo stratega, capace tanto di preparare quanto di leggere le partite, sapendo variare uomini e moduli con facilità quasi sorprendente. Lo stesso River, capace di schierare contemporaneamente quattro punte, ha saputo giocare partite d’attesa con ripartenze fulminee e blitz offensivi letali, mostrando una padronanza, una tranquillità e un controllo del proprio gioco a tratti disarmante.

Ma l’ode a Marcelo Gallardo non è finita qui, perché Napoleón - soprannome che sta oramai soppiantando quello di “Muñeco” - finora non ha sbagliato mezzo colpo di mercato. Tutti i giocatori richiesti espressamente da lui hanno avuto un impatto immediato sulla squadra, da Pisculichi al Pity Martinez, da Viudez ad Alario, sapendo calarsi con naturalezza assoluta in un nuovo impianto di gioco, nonostante eredità pesanti come ad esempio quella di Teofilo Gutierrez. A distruggere qualsiasi dubbio sulla capacità del tecnico di valutare un giocatore, è sufficiente pensare alla fiducia data a reietti come Mora e Sanchez, allontanati dal Monumental dopo annate incolori e ben presto tornati a essere eroi e simboli di una nuova era.

Di pari passo il Muñeco ha dimostrato intelligenza e sensibilità nella gestione degli innumerevoli talenti prodotti dalle Inferiores. Quando il materiale a disposizione è di primissima qualità tutto diventa più facile, ma la sicurezza e la fiducia data ai vari Kranevitter, Mammana, Driussi, Guido Rodriguez, Boye o Vega è inattaccabile per i tempi, per il controllo sulla pressione e per le soluzioni tattiche trovate. Emblematico è il caso di Driussi, annunciato come fenomeno e costretto fin da subito a dimostrare ben più del necessario: Gallardo gli ha dato lentamente minuti, senza chiedergli di essere il salvatore della patria e senza esporlo eccessivamente al critico pubblico del Monumental. A inizio 2015 Driussi ha trovato la sua collocazione ideale partendo dalla fascia sinistra, iniziando un percorso di crescita che, salvo possibili sorprese, lo porterà a diventare uno dei cardini del River dei prossimi mesi, grazie a doti tecniche sopra alla media e alla capacità di muoversi per il campo come un giocatore vero.

Gallardo si candida dunque a essere uno degli allenatori più interessanti a livello mondiale, il meglio che in questo momento può offrire il Sudamerica assieme al DT del Cile Jorge Sampaoli. Finora nessun giocatore si è schierato contro di lui e trovare critiche alla gestione dello spogliatoio è impresa ardua, a dimostrazione che oltre a essere un ottimo stratega e un manager a tutto tondo, il Muñeco è anche un grande leader carismato e un vero condottiero: Napoleón, mica per caso.