Dopo Storie Mondiali, Carlo Pizzigoni torna in libreria con Locos por el futbol, un volume che è molto più di quello che promette in copertina.
Carlo, noto giornalista, in poco più di 300 pagine racconta la storia calcistica, ma non solo, del continente sudamericano paese per paese, fornendo agli appassionati un punto di riferimento semplice, completo e ricchissimo.
AguanteFutbol l'ha intervistato per cogliere qualche sfumatura in più di un libro che meriterebbe un approfondimento ad ogni pagina.
- Da dove nasce la tua passione per il Sudamerica? Come molti hai cominciato con un campione per poi allargarti a città, paesi e tessuto socio-culturale?
In realtà no, perché da piccolo non ero affascinato da un campione sudamericano in particolare. Ce n'erano ovviamente tanti, ma nessuno che mi colpisse in modo speciale ecco. C'era un fascino generale per il Sudamerica, questo sì, che nel tempo ho coltivato, fatto germogliare e sbocciare.
La passione è nata in un certo senso per tutto il subcontinente, sviluppandosi poco alla volta con viaggi e visite specifiche mosse dalla curiosità. Argentina e Brasile ovviamente sono stati i primi riferimenti, ma poi ho scoperto molto altro.
- Leggendo il libro ci si rende conto che gli argomenti trattati sono tanti e meriterebbero ancora più approfondimento visto che si spazia dal calcio in generale, alle varie squadre, ai singoli protagonisti, agli eventi di storia. E questo per ogni paese. Come hai fatto a fare una selezione in così tanto materiale?
Il percorso è stato davvero difficile. Se penso a come mi sono sentito durante la stesura il concetto che mi viene in mente è di aver fatto fatica, fatica fisica a riassumere un insieme clamoroso di informazioni.
Dopo Storie Mondiali la casa editrice mi ha proposto di scrivere di nuovo, e alla fine l'idea è stata una storia del calcio sudamericano che ha come riferimento la Storia critica del calcio italiano di Gianni Brera. C'è voluto tempo per trovare coerenza narrativa, un filo conduttore per il lettore, in modo che il libro
non fosse solo un insieme di episodi slegati o curiosi aneddoti fini a
sè stessi.
Oltre al materiale accumulato negli anni tra ricordi, racconti, appunti e libri letti ho fatto un viaggio tra Uruguay, Argentina, Brasile e Colombia per arricchire ulteriormente il mio bagaglio di conoscenze. Ne è uscita una mole complessa da scremare, con scelte difficili ad ogni angolo. La stesura è stata travagliata: per fare un esempio, la prima versione del solo Brasile era di 180.000 battute. Un libro a sè stante, da cui ho dovuto per forza di cose tagliare alcune storie, come per esempio il percorso del Santos di Pelé in Libertadores, che ho lasciato come accenno. L'editore del resto, conoscendomi, mi aveva avvisato subito: "Carlo per piacere, non facciamo enciclopedie".
Il problema raccontando del Sudamerica è non cadere nei cliché, non perdersi nei personaggi e ricostruire la realtà dei fatti senza indulgenze o giustificazioni. Ho cercato di restituire un punto di vista realistico puntando alla veridicità, per quanto possibile. Per fare un esempio, la famosa partitella di Garrincha contro Nilton Santos è una bella favola, ma non è mai avvenuta. Eppure se ne parla quasi da settant'anni. Parlando anche di fatti di storia politica e sociale ho riportato soprattutto cronaca, senza approfondimenti che rischiavano di diventare parziali. L'importante era fissare dei punti precisi e dare informazioni fruibili agli appassionati.
- Visto il titolo e la diffusione dell'apodo "Loco" dicci qual è il tuo "Loco" preferito. Anzi, visto che il primo sappiamo già chi è (Marcelo Bielsa) passa pure al secondo.
La mia passione per Bielsa è nota, e va ben al di là delle sue qualità come allenatore. Nel suo campo è un genio e non lo dico io, ma gente che di cognome fa Puyol, Simeone, Zanetti, Milito e Guardiola. Però tutti quelli che lo conoscono lo definiscono persino superiore come persona. Una figura unica per spessore umano, tecnico e limpidezza. Tanto che avrei quasi paura di incontrarlo viste le aspettative che ormai mi sono creato.
Per citare quindi il secondo scelgo Orestes Corbatta, ala del Racing Avellaneda che per certi versi è stato la risposta argentina a Garrincha, seppur a livelli differenti. Talento straordinario con una parabola clamorosa che lo ha visto finire in miseria a vivere in una stanza proprio dentro al Cilindro di Avellaneda, lo stadio del Racing, in una stanza con solo un materasso e appese al muro le due medaglie delle due edizioni della Copa America vinte con l'Argentina.
- C'è un personaggio di cui volevi parlare e hai invece escluso?
In realtà no, ma per un motivo ben preciso. Di storie singole in Sudamerica se ne trovano all'infinito, ci sono mille suggestioni. Un ottimo esempio è el Trinche Carlovich: una bella curiosità, perfetta da far raccontare a un narratore come Buffa. Volendo se ne trovano anche di più divertenti, ma il mio obiettivo non era un libro di aneddoti.
Ho lasciato solo alcune storie singole in favore degli eventi importanti, quelli generali, per dare importanza alla storia del calcio e alla nascita dei singoli movimenti nazionali. Meno sensazionalismo, più Sudamerica. Il calcio va oltre i personaggi e la mia idea era creare un libro che facesse da trampolino per i lettori verso approfondimenti ulteriori, dando una certa linearità a un complesso notevole di fatti che si intrecciano.
- Un capitolo che mi ha singolarmente colpito è quello sul Cile, un paese con una storia calcistica particolare, segnata dall'incontro con Marcelo Bielsa (ancora lui) nel 2007.
Una tematica importante che emerge da questo libro è che attraverso il calcio i singoli paesi in Sudamerica hanno ottenuto una forma di identità nazionale. La particolarità del Cile è che non l'ha avuta fino al 2007, pur avendo avuto i suoi momenti e i suoi campioni. Prima di Bielsa però non c'era uno stile cileno in cui si identificasse il popolo o che fosse immediatamente riconoscibile dall'esterno, ci è voluto un tecnico argentino con idee forti e una capacità unica di seminare calcio per portare tutto questo. Un tratto che si ritrova anche in altri casi.
In realtà l'identità calcistica cilena avrebbe potuto svilupparsi già negli anni '20 grazie all'opera di Arellano, attaccante e fondatore del Colo-Colo. La sua morte prematura però interruppe il processo, e di fatto nessuno si dimostrò in grado di raccoglierne il testimone fino all'arrivo di un argentino con idee tanto particolari da essere preso per pazzo. Bielsa ha preso in mano una generazione di talenti, li ha uniti con un'idea ben precisa e gli ha indicato una strada. Poi Sampaoli e Pizzi (altri due argentini) hanno condotto in porto la barca portanto al Cile i primi titoli della sua storia.
Si ringrazia Carlo Pizzigoni per la cortesia e la disponibilità.
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10 nov 2016
8 ago 2015
Intervista a Carlo Pizzigoni - Copa Libertadores 2015
Quando si incontrano persone che condividono una passione è difficile limitare il flusso di parole. Parlare di Copa Libertadores con Carlo Pizzigoni non è stata una vera e propria intervista, ma una lunga discussione che abbiamo cercato di mettere in ordine.
River
Non ho seguito con molta regolarità questa Copa. Sono riuscito a vederla molto all'inizio e molto alla fine, perdendomi qualcosa della parte centrale. Ma non si può parlare della Copa 2015 prescindendo dal magnifico River Plate di Marcelo Gallardo.
La squadra mi ha colpito davvero e per proposta di calcio la considero assimilabile alla U de Chile di Sampaoli che ha vinto la Sudamericana 2011. I nomi, in partenza, non erano chissà cosa, soprattutto se confrontati a quelli del Boca, ma la mano dell'allenatore ha trasformato tutti. C'è stata un'evidente costruzione nel tempo e il lavoro di Gallardo si inserisce perfettamente nel contesto storico del River, in cui si insegna e si fa calcio.
Gallardo come allenatore ha attirato la mia attenzione fin da subito, dalla Sudamericana 2014. Ha dato alla sua squadra un'impronta tattica rarissima da vedere in questo calcio, molto europea come si dice, ed è stato particolarmente bravo a farlo in un ambiente dove non si ha tempo. Gallardo ha messo in campo una squadra vera fin dai primi mesi della sua esperienza.
Del River mi hanno colpito le prestazioni, sia a livello di personalità che come dimostrazione di calcio.
Sono stato al Monumental quando la Copa della Banda sembrava già finita, alla vigilia della trasferta in Messico per giocare contro il Tigres. L'ambiente aveva poca fiducia, sembrava sull'orlo della depressione. Da quella rimonta nel finale c'è stata la svolta. Potrei avere anche portato fortuna vista la coincidenza con la mia visita.
La partita simbolo di questa Libertadores per il River è sicuramente la vittoria col Cruzeiro a Belo Horizonte. Un 3-0 tanto bello quanto inaspettato, con una dimostrazione di calcio semplicemente incredibile.
Un grande punto di forza di Gallardo è che riesce a produrre risultati anche quando gioca male, al contrario ad esempio di Bielsa. Il suo calcio è vario e può gestire situazioni differenti. In questa Libertadores, ancora più che nella Sudamericana, il Muñeco si è dimostrato bravissimo nel gestire le gare, cambiando profondamente atteggiamento tra andata e ritorno con gli stessi avversari, ma anche i singoli momenti delle partite.
Per chiudere su Gallardo, è stato molto bravo fino ad oggi ad allenare in ambienti che conosceva profondamente. Grazie a questo è riuscito a entrare perfettamente nelle dinamiche. Prima di arrivare in Europa aspetterà l'occasione giusta, studiando sia il calcio che l'ambiente giusto per lui.
Giocatori
Parlando di giocatori ancora una volta è impossibile non riferirsi al River. Con Gallardo tutti hanno reso al massimo e il tecnico è stato anche singolarmente bravo a gestirli. Spesso ha tirato fuori il giocatore giusto al momento giusto, da Viudez che pesca l'assist in semifinale a Cavenaghi titolare al ritorno.
Parlare di Kranevitter ormai è persino superfluo. Ponzio ha giocato delle grandissime gare nella fase a eliminazione. Maidana contro Gignac ha dato una dimostrazione di capacità di marcatura e leadership difensiva di livello assoluto, commettendo un solo errore su due gare.
Carlos Sanchez è un giocatore sottovalutatissimo e fondamentale per questa squadra. Tatticamente fa il centrocampista e l'ala, mettendoci chilometri di corsa, qualità e gol fondamentali. La personalità con cui si è preso la palla del rigore in finale, allontanando persino Cavenaghi, dice moltissimo.
A me piace molto Ramiro Funes Mori. Se ne parla poco, ma ha giocato una partita pazzesca contro il Tigres. Ha il difetto di farsi prendere dall'emotività, e quando poi va fuori giri non torna più a regime, ma è un centrale molto interessante.
Alario è stata la vera sorpresa del post Copa America. Gallardo l'ha pescato sostanzialmente dal nulla, mi ha colpito fin dalla prima partita per la sua maturità nel fare reparto. Sa lottare, usare il fisico, fare da riferimento, ma quando serve segna ed è bravissimo nelle sponde.
Una piccola delusione, se così si può dire, è stato Driussi, che mi aspettavo più coinvolto e impattante. Ma ha avuto problemi diversi e parliamo di un '96 di talento assoluto.
Uscendo finalmente dal mondo River Plate, Federico Santander merita sicuramente una citazione. Chi l'ha visto con la maglia del Racing non può che stupirsi dei progressi del giocatore. Nella favola Guaranì ha fatto benissimo. Non è solo un centravanti, è capace di segnare e far girare la squadra come riferimento offensivo. Grande difesa del pallone e capacità di smistare.
Valdivia dell'Internacional è da seguire perchè non è il classico dribblomane fumoso che cerca la giocata fine a se stessa. Ha un primo controllo fantastico, sempre produttivo, e forza nelle gambe per trovare lo spunto e saltare l'uomo.
Molto interessante è la trasformazione di Guido Pizarro. Il Tuca Ferretti lo ha plasmato come regista di prima costruzione e lui si è calato alla grande nel ruolo. È cambiato molto ed è cresciuto.
Rafael Sobis nel Tigres ha svolto un ruolo fondamentale. Non è appariscente, ma rappresenta uno sbocco fondamentale per la manovra in fase di costruzione col suo movimento continuo, specie contro difese schierate. Sa leggere benissimo gli spazi e adattarsi, trovando varchi. In più sull'esterno può far valere la sua tecnica nell'uno contro uno. Il suo limite è che segna poco. Nella finale di ritorno al Monumental ha sofferto il clima, ma non bisogna pensare abbia un problema di personalità. Al Beira Rio contro l'Internacional, sua ex squadra, ha fornito una prestazione di alto livello malgrado le bordate di fischi
Infine Gustavo Bou, il capocannoniere della Copa. Anche lui mi ha sopreso per la crescita. Tecnicamente ha trovato gol belli con soluzioni balistiche significative, ma il suo gioco non si limita a quello. Ha imparato a muoversi e giocare con la squadra, crescendo molto nelle letture tattiche e nella gestione delle diverse fasi, ad esempio la transizione. L'impatto emotivo che ha nel Racing è importante.
Giusto per evidenziare l'importanza del contesto di squadra, Bertolo e Arevalo Rios che hanno giocato la finale sono entrambi stati scaricati dal Palermo.
Racing
A livello personale il Racing è stata una piccola delusione in questa Copa.
Chiariamoci, la squadra ha evidentemente dei limiti di rosa e dipende da Milito. Il Principe è stato straordinario a tornare e a gestirsi per dare ogni goccia residua della sua immensa classe alla causa del Racing, ma stiamo arrivando veramente alla fine del serbatoio. La differenza anche solo con lo scorso semestre è evidente. Alla luce di questo parlare di delusione è improprio, ma l'uscita col Guaranì non è stata bella nel complesso. Si poteva fare un turno in più, soprattutto lo meritava il tifo straordinario che segue sempre l'Academia.
River
Non ho seguito con molta regolarità questa Copa. Sono riuscito a vederla molto all'inizio e molto alla fine, perdendomi qualcosa della parte centrale. Ma non si può parlare della Copa 2015 prescindendo dal magnifico River Plate di Marcelo Gallardo.
La squadra mi ha colpito davvero e per proposta di calcio la considero assimilabile alla U de Chile di Sampaoli che ha vinto la Sudamericana 2011. I nomi, in partenza, non erano chissà cosa, soprattutto se confrontati a quelli del Boca, ma la mano dell'allenatore ha trasformato tutti. C'è stata un'evidente costruzione nel tempo e il lavoro di Gallardo si inserisce perfettamente nel contesto storico del River, in cui si insegna e si fa calcio.
Gallardo come allenatore ha attirato la mia attenzione fin da subito, dalla Sudamericana 2014. Ha dato alla sua squadra un'impronta tattica rarissima da vedere in questo calcio, molto europea come si dice, ed è stato particolarmente bravo a farlo in un ambiente dove non si ha tempo. Gallardo ha messo in campo una squadra vera fin dai primi mesi della sua esperienza.
Del River mi hanno colpito le prestazioni, sia a livello di personalità che come dimostrazione di calcio.
Sono stato al Monumental quando la Copa della Banda sembrava già finita, alla vigilia della trasferta in Messico per giocare contro il Tigres. L'ambiente aveva poca fiducia, sembrava sull'orlo della depressione. Da quella rimonta nel finale c'è stata la svolta. Potrei avere anche portato fortuna vista la coincidenza con la mia visita.
La partita simbolo di questa Libertadores per il River è sicuramente la vittoria col Cruzeiro a Belo Horizonte. Un 3-0 tanto bello quanto inaspettato, con una dimostrazione di calcio semplicemente incredibile.
Un grande punto di forza di Gallardo è che riesce a produrre risultati anche quando gioca male, al contrario ad esempio di Bielsa. Il suo calcio è vario e può gestire situazioni differenti. In questa Libertadores, ancora più che nella Sudamericana, il Muñeco si è dimostrato bravissimo nel gestire le gare, cambiando profondamente atteggiamento tra andata e ritorno con gli stessi avversari, ma anche i singoli momenti delle partite.
Per chiudere su Gallardo, è stato molto bravo fino ad oggi ad allenare in ambienti che conosceva profondamente. Grazie a questo è riuscito a entrare perfettamente nelle dinamiche. Prima di arrivare in Europa aspetterà l'occasione giusta, studiando sia il calcio che l'ambiente giusto per lui.
Giocatori
Parlando di giocatori ancora una volta è impossibile non riferirsi al River. Con Gallardo tutti hanno reso al massimo e il tecnico è stato anche singolarmente bravo a gestirli. Spesso ha tirato fuori il giocatore giusto al momento giusto, da Viudez che pesca l'assist in semifinale a Cavenaghi titolare al ritorno.
Parlare di Kranevitter ormai è persino superfluo. Ponzio ha giocato delle grandissime gare nella fase a eliminazione. Maidana contro Gignac ha dato una dimostrazione di capacità di marcatura e leadership difensiva di livello assoluto, commettendo un solo errore su due gare.
Carlos Sanchez è un giocatore sottovalutatissimo e fondamentale per questa squadra. Tatticamente fa il centrocampista e l'ala, mettendoci chilometri di corsa, qualità e gol fondamentali. La personalità con cui si è preso la palla del rigore in finale, allontanando persino Cavenaghi, dice moltissimo.
A me piace molto Ramiro Funes Mori. Se ne parla poco, ma ha giocato una partita pazzesca contro il Tigres. Ha il difetto di farsi prendere dall'emotività, e quando poi va fuori giri non torna più a regime, ma è un centrale molto interessante.
Alario è stata la vera sorpresa del post Copa America. Gallardo l'ha pescato sostanzialmente dal nulla, mi ha colpito fin dalla prima partita per la sua maturità nel fare reparto. Sa lottare, usare il fisico, fare da riferimento, ma quando serve segna ed è bravissimo nelle sponde.
Una piccola delusione, se così si può dire, è stato Driussi, che mi aspettavo più coinvolto e impattante. Ma ha avuto problemi diversi e parliamo di un '96 di talento assoluto.
Uscendo finalmente dal mondo River Plate, Federico Santander merita sicuramente una citazione. Chi l'ha visto con la maglia del Racing non può che stupirsi dei progressi del giocatore. Nella favola Guaranì ha fatto benissimo. Non è solo un centravanti, è capace di segnare e far girare la squadra come riferimento offensivo. Grande difesa del pallone e capacità di smistare.
Valdivia dell'Internacional è da seguire perchè non è il classico dribblomane fumoso che cerca la giocata fine a se stessa. Ha un primo controllo fantastico, sempre produttivo, e forza nelle gambe per trovare lo spunto e saltare l'uomo.
Molto interessante è la trasformazione di Guido Pizarro. Il Tuca Ferretti lo ha plasmato come regista di prima costruzione e lui si è calato alla grande nel ruolo. È cambiato molto ed è cresciuto.
Rafael Sobis nel Tigres ha svolto un ruolo fondamentale. Non è appariscente, ma rappresenta uno sbocco fondamentale per la manovra in fase di costruzione col suo movimento continuo, specie contro difese schierate. Sa leggere benissimo gli spazi e adattarsi, trovando varchi. In più sull'esterno può far valere la sua tecnica nell'uno contro uno. Il suo limite è che segna poco. Nella finale di ritorno al Monumental ha sofferto il clima, ma non bisogna pensare abbia un problema di personalità. Al Beira Rio contro l'Internacional, sua ex squadra, ha fornito una prestazione di alto livello malgrado le bordate di fischi
Infine Gustavo Bou, il capocannoniere della Copa. Anche lui mi ha sopreso per la crescita. Tecnicamente ha trovato gol belli con soluzioni balistiche significative, ma il suo gioco non si limita a quello. Ha imparato a muoversi e giocare con la squadra, crescendo molto nelle letture tattiche e nella gestione delle diverse fasi, ad esempio la transizione. L'impatto emotivo che ha nel Racing è importante.
Giusto per evidenziare l'importanza del contesto di squadra, Bertolo e Arevalo Rios che hanno giocato la finale sono entrambi stati scaricati dal Palermo.
Racing
A livello personale il Racing è stata una piccola delusione in questa Copa.
Chiariamoci, la squadra ha evidentemente dei limiti di rosa e dipende da Milito. Il Principe è stato straordinario a tornare e a gestirsi per dare ogni goccia residua della sua immensa classe alla causa del Racing, ma stiamo arrivando veramente alla fine del serbatoio. La differenza anche solo con lo scorso semestre è evidente. Alla luce di questo parlare di delusione è improprio, ma l'uscita col Guaranì non è stata bella nel complesso. Si poteva fare un turno in più, soprattutto lo meritava il tifo straordinario che segue sempre l'Academia.
Un grazie a Carlo per la cortesia e la disponibilità
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21 nov 2014
Intervista a Carlo Pizzigoni - Storie Mondiali
Storie Mondiali è il titolo di una serie di programmi passati su Sky in "preparazione" a Brasile 2014. Dieci puntate per dieci Mondiali, dieci racconti diventati di culto in brevissimo tempo narrati da Federico Buffa.
Dal 18 Novembre Storie Mondiali è anche un libro, e per raccontarci questa avventura AguanteFutbol ha intervistato Carlo Pizzigoni, co-autore dei testi e noto giornalista.
- Partiamo dall'inizio. C'è stata una telefonata nel cuore della notte da un numero sconosciuto? Ti hanno incappuciato e rapito in strada? A parte gli scherzi, la collaborazione con Sky come è nata?
Di telefonate Sky me ne ha fatte tante, ma mi chiedevano dell'abbonamento. A parte gli scherzi, la collaborazione nasce grazie a Federico Ferri, che mi chiamò per lavorare in vista della Copa America 2011. Poi si è andati avanti a intermittenza, ma con l'ottica precisa di arrivare ai Mondiali.
-Sai che le domande su di lui sono una tassa che ti tocca. Federico Buffa? Avete sviluppato il progetto insieme fin dall'inizio?
Il progetto è nato da subito con lui, anche perchè ci conosciamo da diverso tempo. Già lo seguivo da giocatore e appassionato di basket, colpito e incuriosito dal suo modo di raccontare in telecronaca. Poi si è presentata l'occasione di sentirlo per un'intervista, ci siamo trovati a disquisire del Porto pre-Mourinho, di Fernando Santos e del suo ruolo nella crescita di Deco, si è creato interesse reciproco e abbiamo continuato a sentirci. Federico Ferri ci ha poi contattati entrambi per lavorare allo speciale su Maradona che ha gettato le basi per un lavoro più lungo. Ci tengo a dire che Ferri è molto bravo a scegliere i collaboratori e ringraziare specialmente Sara Cometti e Leo Muti (anche nella dedica iniziale del libro, ndr), i veri architetti del programma.
- Vista la vastità della materia e la tua preparazione, come hai selezionato il materiale? Ti sei preparato un pezzo su ogni manifestazione e poi approfondito i più interessanti?Il lavoro era settato su dieci puntate, quindi dieci Mondiali dall'inizio al 1998. Bisognava ovviamente fare una scelta che non è dipesa solo da me e Federico Buffa, che abbiamo lavorato ai testi. Per prepararci io e lui ci mettiamo a un tavolo e raccogliamo tutte le idee su un certo argomento, ottenendo un quadro generale di quello che vogliamo dire. Poi ci pensa Buffa con la sua straordinaria sensibilità a intuire quali storie possano risultare più interessanti e coinvolgenti.
- C'è una storia/vicenda che per qualche motivo non avete potuto raccontare, ma a cui tieni particolarmente? E un personaggio a cui ti sei affezionato?
L'argomento è veramente vasto e veramente ricco, in ogni Mondiali abbiamo rinunciato a varie storie. I Mondiali 1934, 1954 anche solo per la grande Ungheria e 1978 li avrei raccontati volentieri. Personalmente adoro il Mondiale '58 per la sua valenza seminale. Ci troviamo la stella assoluta Pelè che cambia il calcio come giovane in grado di imporsi in un palcoscenico così importante, regalando ai posteri un esempio, e la più grande Francia di sempre, una nazionale che consegna a una nazione un'identità calcistica offensiva, una filosofia del proporre sempre gioco che porterà anni dopo alla vittoria dell'Europeo e troviamo ancora in allenatori come Wenger.
Un personaggio di cui ho parlato a cui sono particolarmente affezionato è Zinedine Zidane. Sono stato anche a visitare il suo quartiere di origine a Marsiglia. Un giocatore con una storia unica, che parla di calcio, di Francia, di Marsiglia e dell'Africa. Avrei invece voluto parlare di Bruno Metsu, l'allenatore del Senegal sorpresa del Mondiale 2002, che aveva coi suoi ragazzi un rapporto unico e irripetibile da insegnante e padre.
- Una curiosità tecnica. Com'è il passaggio dalla stesura su carta al monologo televisivo? Hai avuto problemi di tempi, battute o altro?
Quello che voi spettatori non sapete è che Buffa recita a braccio, come si dice. Il monologo ha una scaletta, degli argomenti da toccare precedentemente preparati, ma poi la narrazione è opera sua, e a volte pesca dal nulla anche aneddoti extra. Non legge un testo perchè non ne sarebbe capace, semplicemente racconta. Max D'Aloe, l'armonicista, dice che è un jazzista. Le idee sulla messa in scena sono dei nostri collaboratori, in studio si prepara tutta la struttura della puntata.
- Il libro era già previsto o è nato successivamente?
Il libro è un'idea successiva, nato sulla scia del successo delle varie puntate. Ha un linguaggio diverso e per ogni Mondiale c'è del materiale inedito. Del resto anche senza lavorare alle competizioni successive al 1998 abbiamo tanti argomenti da poterne già scrivere un altro, l'editore ci ha posto un limite perchè un libro del genere con troppe pagine (sono 266, ndr) non avrebbe funzionato.
- "Chi sa solo di calcio non sa niente di calcio" a pensarci è una frase curiosa per introdurre delle trasmissioni e un libro che parlano di calcio. Che sfumatura vi ha colpito del noto aforisma di Mourinho?
La scelta è stata condivisa da tutti, è un messaggio molto efficace che spiega come il calcio sia un fenomeno a 360°, che va molto oltre il semplice rettangolo da gioco. Non si può parlare di Mondiali senza toccare argomenti sociali e politici, è un argomento estremamente fertile e stimolante.
Si ringrazia Carlo Pizzigoni per la gentilezza e la disponibilità
Dal 18 Novembre Storie Mondiali è anche un libro, e per raccontarci questa avventura AguanteFutbol ha intervistato Carlo Pizzigoni, co-autore dei testi e noto giornalista.
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| Storie Mondiali, Federico Buffa, Carlo Pizzigoni, Sperling & Kupfer, 2014 |
- Partiamo dall'inizio. C'è stata una telefonata nel cuore della notte da un numero sconosciuto? Ti hanno incappuciato e rapito in strada? A parte gli scherzi, la collaborazione con Sky come è nata?
Di telefonate Sky me ne ha fatte tante, ma mi chiedevano dell'abbonamento. A parte gli scherzi, la collaborazione nasce grazie a Federico Ferri, che mi chiamò per lavorare in vista della Copa America 2011. Poi si è andati avanti a intermittenza, ma con l'ottica precisa di arrivare ai Mondiali.
-Sai che le domande su di lui sono una tassa che ti tocca. Federico Buffa? Avete sviluppato il progetto insieme fin dall'inizio?
Il progetto è nato da subito con lui, anche perchè ci conosciamo da diverso tempo. Già lo seguivo da giocatore e appassionato di basket, colpito e incuriosito dal suo modo di raccontare in telecronaca. Poi si è presentata l'occasione di sentirlo per un'intervista, ci siamo trovati a disquisire del Porto pre-Mourinho, di Fernando Santos e del suo ruolo nella crescita di Deco, si è creato interesse reciproco e abbiamo continuato a sentirci. Federico Ferri ci ha poi contattati entrambi per lavorare allo speciale su Maradona che ha gettato le basi per un lavoro più lungo. Ci tengo a dire che Ferri è molto bravo a scegliere i collaboratori e ringraziare specialmente Sara Cometti e Leo Muti (anche nella dedica iniziale del libro, ndr), i veri architetti del programma.
- Vista la vastità della materia e la tua preparazione, come hai selezionato il materiale? Ti sei preparato un pezzo su ogni manifestazione e poi approfondito i più interessanti?Il lavoro era settato su dieci puntate, quindi dieci Mondiali dall'inizio al 1998. Bisognava ovviamente fare una scelta che non è dipesa solo da me e Federico Buffa, che abbiamo lavorato ai testi. Per prepararci io e lui ci mettiamo a un tavolo e raccogliamo tutte le idee su un certo argomento, ottenendo un quadro generale di quello che vogliamo dire. Poi ci pensa Buffa con la sua straordinaria sensibilità a intuire quali storie possano risultare più interessanti e coinvolgenti.
- C'è una storia/vicenda che per qualche motivo non avete potuto raccontare, ma a cui tieni particolarmente? E un personaggio a cui ti sei affezionato?
L'argomento è veramente vasto e veramente ricco, in ogni Mondiali abbiamo rinunciato a varie storie. I Mondiali 1934, 1954 anche solo per la grande Ungheria e 1978 li avrei raccontati volentieri. Personalmente adoro il Mondiale '58 per la sua valenza seminale. Ci troviamo la stella assoluta Pelè che cambia il calcio come giovane in grado di imporsi in un palcoscenico così importante, regalando ai posteri un esempio, e la più grande Francia di sempre, una nazionale che consegna a una nazione un'identità calcistica offensiva, una filosofia del proporre sempre gioco che porterà anni dopo alla vittoria dell'Europeo e troviamo ancora in allenatori come Wenger.
Un personaggio di cui ho parlato a cui sono particolarmente affezionato è Zinedine Zidane. Sono stato anche a visitare il suo quartiere di origine a Marsiglia. Un giocatore con una storia unica, che parla di calcio, di Francia, di Marsiglia e dell'Africa. Avrei invece voluto parlare di Bruno Metsu, l'allenatore del Senegal sorpresa del Mondiale 2002, che aveva coi suoi ragazzi un rapporto unico e irripetibile da insegnante e padre.
- Una curiosità tecnica. Com'è il passaggio dalla stesura su carta al monologo televisivo? Hai avuto problemi di tempi, battute o altro?
Quello che voi spettatori non sapete è che Buffa recita a braccio, come si dice. Il monologo ha una scaletta, degli argomenti da toccare precedentemente preparati, ma poi la narrazione è opera sua, e a volte pesca dal nulla anche aneddoti extra. Non legge un testo perchè non ne sarebbe capace, semplicemente racconta. Max D'Aloe, l'armonicista, dice che è un jazzista. Le idee sulla messa in scena sono dei nostri collaboratori, in studio si prepara tutta la struttura della puntata.
- Il libro era già previsto o è nato successivamente?
Il libro è un'idea successiva, nato sulla scia del successo delle varie puntate. Ha un linguaggio diverso e per ogni Mondiale c'è del materiale inedito. Del resto anche senza lavorare alle competizioni successive al 1998 abbiamo tanti argomenti da poterne già scrivere un altro, l'editore ci ha posto un limite perchè un libro del genere con troppe pagine (sono 266, ndr) non avrebbe funzionato.
- "Chi sa solo di calcio non sa niente di calcio" a pensarci è una frase curiosa per introdurre delle trasmissioni e un libro che parlano di calcio. Che sfumatura vi ha colpito del noto aforisma di Mourinho?
La scelta è stata condivisa da tutti, è un messaggio molto efficace che spiega come il calcio sia un fenomeno a 360°, che va molto oltre il semplice rettangolo da gioco. Non si può parlare di Mondiali senza toccare argomenti sociali e politici, è un argomento estremamente fertile e stimolante.
Si ringrazia Carlo Pizzigoni per la gentilezza e la disponibilità
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