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10 set 2015

Daley Blind, il jolly

Daley Blind è l'unico giocatore della sua generazione ad essere riuscito ad andare oltre i confini dell'Ajax. Le giovanili del club di Amsterdam infatti sono rinomate per qualità e prolificità, ma dopo l'exploit dei talenti sbocciati negli anni '90 e la successiva generazione dei vari Sneijder, de Jong e Van der Vaart ha faticato a esportare prodotti di qualità. In compenso i nuovi prospetti nati negli anni '90 promettono tantissimo, ma non è questo il momento di parlarne.

Blind nasce nel 1990 ed è da sempre all'Ajax anche perchè figlio d'arte. Suo padre Danny infatti ha militato nel club per tredici anni, vincendo tutto il vincibile e mettendo insieme 372 presenze. Ha poi anche allenato l'Ajax, sia giovanile che non, e oggi è alla guida dell'Olanda.
Daley quindi fa tutta la trafila delle giovanili e si impone come elemento di spicco, tanto da arrivare in prima squadra nel 2008. Di ruolo è un terzino sinistro naturale, che ha come caratteristica principale un ottimo mancino. In sei stagioni con l'Ajax mette insieme 148 presenze, ma è la sua evoluzione tecnica ad essere interessante.
Blind infatti è un terzino da sempre, ma per il ruolo ha delle controindicazioni. Poco fisico, poca corsa, poco uno contro uno lo rendono un giocatore tattico molto diverso dai classici fluidificanti che riempiono gli highlights. Ciò nonostante de Boer non ci rinuncia praticamente mai, tanto che a un certo punto in diversi hanno pensato che pesasse soprattutto il cognome.
Invece il tecnico dimostra tutto il suo reale apprezzamento per Blind nel 2013/2014. Il ragazzo inizia la stagione come terzino titolare, ma finisce per giocare quasi tutto il resto dell'anno come mediano davanti alla difesa. Un ruolo scoperto in quell'Ajax, che de Boer ha deciso di affidare al suo giocatore migliore nelle letture tattiche, seguendo anche l'idea di Guardiola che praticamente in contemporanea varava l'esperimento Lahm centrocampista. Blind dimostra un ottimo adattamento al ruolo, sfruttando ancora una volta i suoi punti di forza: lettura del gioco, piede, scelte veloci.
È un mediano tattico, che sfrutta la sua capacità di leggere l'azione per sopperire ai limiti fisici e dinamici. Gioca molti palloni in un contesto molto organizzato dando ritmo ed equilibrio. Non è un regista tutto fantasia e verticalizzazioni, ma un elemento solido, continuo, capace di alimentare l'azione e quando serve cambiare gioco.

Blind disputa una stagione di alto livello e l'Ajax vince un titolo che in pochi si aspettavano a inizio anno, il quarto consecutivo. In estate si trasferisce al Manchester United, club dove si è appena insediato Van Gaal, suo allenatore al Mondiale brasiliano nell'Olanda fino a poche settimane prima. L'apprezzamento tecnico di Van Gaal per Blind è certo, e nel calderone che è il suo United l'allenatore sfrutta il giocatore come un vero jolly.
In una stagione e spiccioli Blind viene schierato terzino a quattro, terzino a tre, centrale a quattro e mediano davanti alla difesa. Praticamente qualunque ruolo in un triangolo di campo di una ventina di metri sul centro-sinistra, a seconda delle necessità.
Come mai questa ulteriore evoluzione?

In sostanza Blind ha delle qualità ben definite, legate principalmente al playmaking, e viene mandato in campo grazie a queste. Può ricoprire diversi ruoli perchè tatticamente legge bene il gioco e gli allenatori possono spostarlo a seconda del bisogno. I suoi limiti però hanno sempre delle controindicazioni, dei se e dei ma che portano a pensare che Blind non sia il giocatore ideale su cui fare affidamento come titolare in modo costante. Almeno non in un ruolo fisso.
Blind è un jolly, ma nel senso che non ha un ruolo. Sa ricoprirne diversi, ma in nessuno è veramente realizzato. Date le sue qualità pur da adattato risulta superiore a giocatori di ruolo scarsi, ma il suo apporto non è paragonabile a quello di un giocatore di ruolo vero e forte. Confrontato a uno specialista appare chiaramente diverso, con pregi diversi magari anche distanti dalle specifiche del ruolo.
Non a caso Van Gaal in questo inizio di 2015 lo sta schierando con continuità come difensore centrale. A sinistra infatti il tecnico sta finalmente puntando su Shaw, mentre a centrocampo tra Carrick, Scheiderlin e Schweinsteiger c'è concorrenza. A livello di centrali invece la penuria è evidente, sia numericamente che qualitativamente. Nessuno del pacchetto arretrato vede il gioco come Blind nè ha il suo piede. E quindi Blind gioca.

Il suo principale punto di forza gli si ritorcerà contro prima o poi? Verso i ventisei anni essere un jolly, un senza ruolo per definizione, è un pregio o un difetto?
Per quanto ancora Blind troverà un posto da titolare per mancanza di alternative di ruolo credibili?

15 set 2014

Van Gaal tra nuovi acquisti, scelte e problemi di rosa

Per gli amanti delle alchimie tattiche ci sono due squadre da seguire ogni settimana: il Bayern Monaco di Guardiola e il Manchester United di Van Gaal.  L'olandese, facendo due conti, è de facto il maestro del catalano e il loro calcio vede una base originaria comune e un'evoluzione che oggi trova curiosamente diversi punti di contatto.
Per Van Gaal, da sempre, la tattica viene prima degli uomini. Pochi hanno bisogno come lui di tempo e lavoro per tradurre sul campo dettami estremamente precisi. A complicare ulteriormente la questione il maestro Aloysius dopo una vita di integralismo su 4-3-3 e 4-2-3-1 è stato fulminato sulla via verso Rio dalla dottrina della difesa a tre, e quanto sperimentato all'improvviso con l'Olanda è diventato la norma anche sulla sponda rossa di Manchester.

Senza mezzi termini il faraonico mercato dello United si rivelerà fondamentale per permettere all'allenatore di porre in essere le sue idee. Il più grosso vantaggio dell'avere in mano un club di questo livello è appunto la possibilità di realizzare a livello di rosa praticamente ogni desiderio, mentre con una nazionale serve fare di necessità virtù.
I discorsi sulla disposizione della difesa sono solo specchietti per allodole. Per dare fluidità al reparto difensivo, oltre a grinta e fisicità, Marcos Rojo ricopre un ruolo fondamentale. Può fare il terzo a sinistra e il terzino a quattro indifferentemente, permettendo a Van Gaal di cambiare schieramento a seconda dei momenti.
Il nucleo centrale del nuovo modulo del Manchester è il rombo di centrocampo, che non a caso vede tre nuovi acquisti come titolari. Gli altri gli effettivi in campo sono destinati a fare da satelliti attorno a loro. Daley Blind da vertice basso deve portare ordine tattico in fase difensiva e tocchi orizzontali rapidi e precisi per favorire la circolazione, Di Maria e Ander Herrera come interni qualità, trattamento di palla, dribbling e playmaking, Mata pressing, inserimenti in area e rifinitura negli ultimi metri. Di sicuro hanno qualità da vendere, attorno a loro e in base alla loro condizione il gioco è destinato a svilupparsi e crescere. Sarà molto difficile sostituirli in caso di assenza. La principale alternativa, Adnan Januzaj, dovrà faticare parecchio e crescere moltissimo tatticamente per diventare l'alter ego dell'argentino col numero 7. Mi immagino un anno complicato per lui, ma fondamentale per la sua crescita.
Davanti ai centrocampisti il modulo prevede due punte, di cui una deve invariabilmente essere il nuovo capitano Wayne Rooney. Il capitano tatticamente e fisicamente potrebbe ricoprire ogni ruolo dall'interno in su, ma per non disperderne il talento è meglio farlo agire davanti. Proprio nel reparto offensivo la disponibilità economica unita alla smania di acquistare a causa delle prime difficoltà ha però portato a Van Gaal anche un evidente problema di gestione, che si traduce nella scelta del partner del suo numero 10. Robin Van Persie, il vecchio titolare nonchè protagonista assoluto dell'ultimo titolo, si trova infatti improvvisamente a subire la pesantissima concorrenza di Radamel Falcao. Il numero 20 appare in grossa difficoltà fisica, mentre il nuovo 9 dovrà abituarsi alla Premier, all'allenatore e riprendere confidenza dopo l'infortunio che gli ha fatto saltare i Mondiali. Oggi possono partire sostanzialmente alla pari, prima o poi però toccherà all'allenatore scegliere il titolare e gestire un nome ingombrante in panchina, specie in una stagione con solo campionato ed FA Cup da affrontare. Alle nostre latitudini si direbbe ad averne di questi problemi, nella realtà comunque è più scomodo di quanto si ammetta, specie col carattere di Van Gaal.

I milioni spesi in ogni caso non hanno risolto tutto. Le criticità più evidenti sono nel terzino destro e nel portiere.
David De Gea non è mai stato sul mercato e non mi risulta lo si voglia sostituire, tuttavia è quanto di più lontano ci sia dalle richieste di Van Gaal per un portiere. Bravo in porta, grandi riflessi, approssimativo nelle uscite, non del tutto a suo agio col pallone tra i piedi. Se avete visto Cillessen ai Mondiali, semplicemente l'esatto opposto. Riuscirà ad adattarsi o risulterà un pericolo costante?
Il terzino destro invece è un ruolo che può essere ricoperto da Rafael da Silva in chiave più difensiva e da modulo a quattro o da Antonio Valencia. Il brasiliano è un giocatore non all'altezza del ruolo da titolare nello United, il secondo di sicuro non è un terzino pur avendolo già fatto in emergenza (sempre tra il male e il malissimo), può avere un senso giusto da esterno a tutta fascia con difesa a tre. Niente di tragico, ma di sicuro non un punto di forza della rosa.
Un terzo problema è in generale nella linea difensiva, che ha perso tutti i suoi leader storici e deve ricostruirsi a livello sia tecnico che di personalità. Unendo questo e qualche incertezza sugli esterni il reparto diventa decisamente il più enigmatico, anche vista l'evidente vocazione offensiva degli ipotetici titolari. Rojo e il disegno tattico dovrebbero fornire nuove certezze quantomeno nel medio periodo, ma servirà anche una crescita dei vari Evans, Jones, Smalling e pure Blackett. La fisicità c'è, bisogna trovare testa e movimenti collettivi.

Nel contesto della Premier, lo United per competere avrà bisogno di un anno di lavori in corso sia per integrare i nuovi che per assimilare la tattica di Van Gaal. L'andamento potrebbe risultare erratico ed altalenante, ma la certezza è che ovunque abbia allenato Louis ha sempre vinto e lasciato terreno fertilissimo per il gioco del calcio.

4 set 2013

Moyes e i primi mesi di United


Quando David Moyes ha accettato di sostituire Sir Alex Ferguson sapeva che occupare quella scrivania e sedersi sulla panchina più bramata d'Europa non sarebbero stati compiti agevoli. La sfida è irrinunciabile, ma ingrata e dall'elevata probabilità di insuccesso, perchè il calcio è cambiato e anche nella terra del football dirigenti e tifosi stanno lentamente perdendo aplomb e pazienza. Certo, la metà rossa di Manchester è un caso a parte, più unico che raro, ma la partenza dello scozzese più famoso nel mondo del pallone ha inevitabilmente lasciato dubbi, paure e una buona dose di diffidenza con cui l'ex-allenatore dell'Everton dovrà fare i conti per diverso tempo.

I primi mesi da allenatore dei Red Devils sono stato un assaggio di cosa aspetta Moyes in campo e fuori, a cominciare dalla bomba Wayne Rooney. Wazza da qualche stagione sembra aver improvvisamente scoperto il grigiume del North West inglese e ogni estate non perde occasione per ricordare a tutto Carrington la sua voglia di fuga. Finora, nonostante il rapporto altalenante, soltanto il carisma di Sir Alex ha saputo trattenere la stella dello United all'Old Trafford, ma l'improvviso addio della leggenda di Glasgow ha rigenerato le sue speranze di una fuga verso la capitale agli ordini di José Mourinho. Il rapporto tra Rooney e David, l'allenatore che lo ha fatto esordire in Premier League appena sedicenne, non è mai stato idilliaco e l'ombra di un altro tribolato addio ha accompagnato il primo mercato dell'era Moyes fino alla sua chiusura ufficiale.
Alla fine la punta inglese è rimasta a Manchester, ma con spirito e appartenenza alla cuasa tutti da ricostruire e la palla passa ora a Moyes, che dovrà riuscire a coinvolgere Wayne nel nuovo progetto cercando di trasformare rabbia e nervosismo in agonismo e voglia di rivalsa. La certezza è che lo United non può rinunciare a lui e averlo trattenuto è probabilmente stato il colpo più importante messo a segno dalla dirigenza. Rooney è un elemento in grado di fare la differenza a qualsiasi livello, grazie a doti tecniche, atletiche e caratteriali difficili da trovare in altri giocatori e senza di lui i Red Devils cambiano volto, come dimostrato nelle partite contro Chelsea e Liverpool.

Il nuovo Manchester United targato David Moyes ha iniziato dunque la Premier League con una vittoria, un pareggio e una sconfitta. Sebbene non favoriti dal calendario e giustificati dal doloroso cambio alla guida tecnica, i Red Devils hanno dato l'impressione di essere ben lontani dal livello di gioco degli scorsi anni, quando l'inizio di stagione veniva affrontato con il pilota automatico. Ritmo, totale dominio del campo, pressing chirurgico, manovra ariosa, tocchi veloci e ripartenze pennellate sono ancora un'utopia e l'idea di gioco del neo-allenatore sembra essere imbottigliata in coda nella M62 che porta da Goodison Park all'Old Trafford. Lo United non può permettersi di dipendere ancora a lungo da Ryan Giggs, l'unico giocatore in rosa con senso della manovra e visione verticale, e a tal proposito il mercato portato avanti in estate lascia più di una perplessità.

I Red Devils hanno vanamente inseguito il sogno Fabregas, rimbalzando più volte contro il muro catalano alzato da Zubizzareta, che non a caso faceva il portiere, trascurando altre opzioni con meno fascino ma altrettanta utilità.Tra Leighton Baines e Marouane Fellaini, gli altri due grandi obiettivi cerchiati in rosso nella lista consegnata da Moyes, soltanto il centrocampista belga è approdato alla corte del suo ex-allenatore e se il mancato acquisto del terzino sinistro non risulta così doloroso grazie alla presenza di Evra, il colpo in mediana suscita qualche legittimo dubbio. Fellaini porta infatti muscoli, agonismo e gol in un reparto in cui l'unico elemento di livello e di sicuro affidamento è Michael Carrick, rispetto al quale sembra più l'erede che il compagno ideale.
Lo United nell'ultimo tribolato giorno di mercato è stato vicinissimo anche ad Ander Herrera, centrocampista basco in forza all'Athletic, ma il trasferimento è saltato, accompagnato da un alone di mistero ancora poco chiaro. Il prezzo ritenuto improvvisamente eccessivo, tasse non calcolate o addirittura una truffa da parte di tre personaggi non meglio identificati: l'unica certezza è che i rossi di Manchester sono stati a un passo dal coprire il buco più importante nella rosa e al momento decisivo ci hanno ripensato. Ander avrebbe garantito qualità, visione di gioco e fantasia a un reparto che mai come quest'anno sembra essere un concentrato di corsa e muscoli lineare e prevedibile.

A onor del vero il problema legato al centrocampo dello United è gentile eredità lasciata dalla vecchia volpe di Sir Alex, che in tempi non lontani ha cercato soluzione staccando dalla parete le scarpe del figlioccio Paul Scholes e addirittura schierando in mezzo al campo Wayne Rooney. Eccezion fatta per il giovane e acerbo Nick Powell, Ferguson ha però rinunciato a qualsiasi investimento in mediana e per trovare gli ultimi veri innesti nel reparto bisogna risalire al biennio 2006/2008, quando i Red Devils spesero oltre 80 milioni di euro per Carrick, Hargreaves e Anderson. Dei tre il solo Carrick è riuscito a confermarsi come una colonna della squadra, mentre l'inglese ex-Bayern Monaco e il brasiliano hanno rispettivamente pagato infortuni e problemi caratteriali. Ora più che mai Moyes dovrà cercare di ottenere il massimo dai giocatori che finora non hanno lasciato tracce memorabili nella loro esperienza al Teatro dei Sogni, come ad esempio quel Shinji Kagawa che da solo potrebbe risolvere gran parte dei problemi della squadra in fase di costruzione.

Tuttavia l'esperienza di Sir Alex Ferguson e del suo Manchester United insegnano che pazienza, fiducia e lavoro pagano. Moyes, pur non essendo un nome di spicco, è un allenatore pragmatico, solido e con la giusta personalità per poter raccogliere un'eredità tanto pesante. Affrontare il suo Everton non è mai stato compito facile per nessuno e soltanto il tempo saprà dire se lo scozzese sarà in grado di dimostrare quella flessibilità e adattabilità all'evoluzione del calcio che ha permesso al suo illustre predecessore di dominare in patria e all'estero per più di vent'anni.

1 mag 2012

La storia si ripete

La Champions League rappresenta la massima competizione internazionale per club a livello europeo. Si può quindi affermare che i club che arrivano all'ambitissima finale rappresentano il top del calcio del vecchio continente. Teoria corroborata da un fatto.
Nelle ultime 4 edizioni si trovano sempre le stesse squadre in finale, ovviamente in combinazioni diverse, con l'eccezione dell'Inter vincitrice 2010.

Nel 2007/2008 ci fu la finale tutta inglese tra Chelsea e Manchester United, che Terry ricorderà per tutta la vita.
Nel 2008/2009 (finale che regalò il triplete e la leggenda a Guardiola) si sfidarono Barcellona e ancora Manchester United.
Nel 2009/2010 Inter-Bayern Monaco, col triplete nerazzurro.
Nel 2010/2011 ancora Barcellona e ancora Manchester United, per lo stesso esito.
Infine nell'edizione attuale Bayern Monaco e Chelsea, le uniche due a non aver mai vinto nelle combinazioni precedenti.

Un fatto sicuramente casuale, ma decisamente curioso.
Per la finale dell'edizione in corso, aggiungiamo che non ha mai vinto la Champions nè la squadra di casa nè una squadra di Londra. Uno dei due tabù è destinato a cadere.
Nemmeno il Barcellona stellare del ciclo di Guardiola invece è riuscito a vincere due edizioni consecutive, impresa mai riuscita a nessuno da quando parliamo di Champions League.

12 dic 2011

Lunedì con Aguante Futbol

Assieme ai redattori di Aguante Futbol, facciamo il punto sull'attualità attraverso 5 domande.


1) Favola Udinese. La squadra di Guidolin vince ancora e va momentaneamente in testa. Può essere una candidata per lo Scudetto?

Pile: l'Udinese va fortissima da due stagioni, forse è addirittura la squadra che ha fatto più punti se si escludono le cinque giornate iniziali della scorsa stagione. In questo momento, però, non ha ancora la credibilità mediatica delle grandi squadre. Se Pozzo si decide a rinforzare ancora la rosa a Gennaio, magari inserendo un altro grande giocatore davanti, il sogno non è impossibile.

G.D.C: Dipende dagli obiettivi reali della società, perchè per vincere devi aggiungere qualcosa e non solo vendere. Per il livello di questa Serie A può rimanere in altissimo, ma la differenza può farla solo Di Natale.

G.B: L'Udinese è riuscita a superare la perdita di Sanchez ed Inler in modo sorprendente, confermandosi nelle zone alte della classifica. Tuttavia, come fa notare Giulio, la vera risposta dei friulani dovrà arrivare nei momenti di difficoltà, quando la squadra si dovrà aggrappare alle giocate e alla classe dei singoli. Basterà il solo Di Natale?

A.L: "La squadra di Guidolin" appunto, perché l'autore e principale artefice di questa opera d'arte -in termini di risultati e non solo- è proprio lui. Degni di lode anche i calciatori, ovviamente, chiunque viene messo in campo, da più di quanto è. Se deve essere credibilmente considerata come una società aspirante alla corsa dello Scudetto (fino alla fine), invece, è da chiedere solo ai proprietari, i Pozzo -purtroppo molto influenzati dal bacino di tifosi, in quantità non all'altezza-, dipenderà da loro e dalle loro priorità. Certo è, che in qualunque caso si troveranno/trovano fra le mani una fortuna. Encomiabile Udinese.


2) A Gennaio si muoverà un grande giocatore come Carlitos Tevez. Su di lui ci sono Milan, PSG e altre società un po' più defilate. Ma qual'è la squadra in Europa a cui serve di più? E dopo le recenti vicissitudini, siamo sicuri che possa essere un acquisto senza rischi?

G.D.C: Uno come Tevez serve a chiunque. Il Milan deve capire se Robinho ha chiuso la carriera con l'ultimo scudo e decidere se relegare in panchina per sempre Pato. Facile parlare di Inter, ma la squadra nerazzurra deve essere ricostruita dalle fondamenta e per quanto uno come lui sarebbe utilissimo rischierebbe di diventare un pericolosissimo specchietto per le allodole (abbiamo Tevez, ora va tutto bene). Su di lui non sono obiettivo perchè l'ho sempre adorato. Ma fin dalla Copa America Tevez ha evidenziato di avere qualche problema, atletico, tecnico, caratteriale e di ruolo. Dopo 7 mesi di inattività non sarà immediata la ripresa, dipende da quanta voglia ha ancora di giocare e dimostrare qualcosa.

Pile: Tevèz è un acquisto, per carattere del giocatore e questioni finanziarie, molto rischioso. Personalmente, se fossi una società capace di spendere senza problemi su cartellino e ingaggio del giocatore, ci investirei senza problemi. A meno che non sei in "ricostruzione": Tevez è, oggi, un giocatore per squadre che cercano il salto di qualità a livello internazionale, se si deve ricostruire e ripartire solo da lui (e verosimilmente c'è da investire su più reparti), il rischio è troppo grosso.

G.B: Giulio e Pile hanno detto praticamente tutto. Tevez è un calciatore straordinario e la cosa che a mio avviso gli riesce meglio è stupire: lo ha fatto andando in Brasile quando tutti si aspettavano un approdo in Europa, si è ripetuto scegliendo il West Ham e poi cambiando maglia a Manchester. Per questo non mi sorprenderei se dovesse tornare proprio al Corinthians o addirittura al suo amato Boca Juniors. Nel vecchio continente farebbe comodo a chiunque, basta soltanto capire chi ha la disponibilità per permettersi cartellino e stipendio. Il carattere? A mio avviso non è assolutamente un problema a livello calcistico e di equilibri di spogliatoio. Altro discorso invece per quanto riguarda l'aspetto economico: questa presumo sia destinata ad essere l'ultima tappa prima del tanto atteso ritorno in Argentina.

A.L: Sul Milan bisogna verificare quanto c'è di mediatico, e quanto di effettivamente concreto. Il PSG manderebbe un altro segnale all'Europa del calcio -per i mesi venturi-, portandosi a casa un vero Fuoriclasse contemporaneo, dal temperamento e dal carattere di certo non stabile e "sicuro", ma tecnicamente validissimo e più che affidabile. I costi, sono un qualcosa che fanno definire questa probabile operazione, un affare -viste le robe spropositate che girano.


3) Pallone d'Oro 2011, in corsa Messi, Xavi, Cristiano Ronaldo. A prescindere da colui che vincerà, trovate giusto il nuovo regolamento, in vigore dalla scorsa stagione?

Pile: Ci vuole una via di mezzo. Bisognerebbe porre l'attenzione su chi vince tante competizioni, perché se un giocatore si esprime su buoni livelli e la sua squadra vince tanto vuol dire che oltre a essere bravo ha pure un peso molto forte sulle vittorie di una squadra. Era sbagliato come era prima, sopratutto nelle assegnazioni post mondiale, ma è pure sbagliato adesso.

G.D.C: Il metodo è da sempre squilibrato e soprattutto negli ultimi anni contava moltissimo la pubblicità del giocatore oltre all'effettivo talento. L'unificazione col Fifa World Player ha addirittura peggiorato le cose. In ogni caso la vittoria di Messi è scontata.

G.B: Dopo i lunghi dibattiti dello scorso anno, il Pallone d'Oro 2011 mi sembra abbia generato meno interesse. E' l'inevitabile conseguenza delle scelte operate dodici mesi fa: si vota il più forte in senso assoluto e il giocatore più conosciuto a livello globale, quindi il risultato sembra essere destinato a rimanere scontato per lungo tempo.

A.L: La vittoria della scorsa stagione è stata pressappoco uno scandalo -se non altro perché non si può prescindere dal fare un discorso, sui bizzarri criteri adottati per le assegnazioni precedenti e, seguendo questo filone, la vittoria di Wesley Sneijder, se non scontata, doveva PERLOMENO esser messa in conto! Se l'unificazione del premio di France Football e quello della Fifa (che poi, parliamoci chiaro, con Blatter e Platini qual è la differenza sostanziale ?) ha portato ad un consegnare quest'ultima riconoscenza al più forte e decisivo universalmente, allora può andare, per me può passare.


4) Cosa succede al calcio inglese? L'eliminazione delle due squadre di Manchester è soltanto un caso?

G.D.C: Ferguson ha giocato pesantemente al buio in estate e pur avendo in gran parte vinto le scommesse non si può pretendere anche esperienza e soprattutto continuità. In più un portiere aiuterebbe molto la difesa.
Il City ha in panchina Mancini e una sola vera carenza che in CL paghi tantissimo, un centrale difensivo di livello internazionale. Poi c'è il Chelsea in crisi generazionale e in parte di rigetto verso AVB...insomma, tanti motivi particolari.

Pile: Il Chelsea può cambiare pure mille allenatori, ma se non effettua un ricambio generazionale è dura tornare a grandi livelli...lo Utd invece il ricambio generazionale l'ha fatto, in parte l'ha pure azzeccato secondo me, certamente non credo possa essere granché giustificabile un simile disastro in Champions League, Ferguson deve porsi qualche riflessione. Sul City sono pienamente d'accordo con Giulio.

G.B: La vera sorpresa, per quanto mi riguarda, è l'eliminazione dello United. Ad inizio stagione i giovani di Ferguson hanno espresso un gioco spettacolare, fatto di semplicità, intensità e velocità. Negli ultimi tempi la deboli sicurezze della squadra sono però crollate con qualche infortunio ed il calo di Rooney: sarà curioso vedere come reagiranno a questo settimana terribile. Su Chelsea e City non credo ci sia altro da aggiungere a quanto detto sopra.

A.L: Premesso che alla storiella del radicale declino subito dal Calcio Italiano, non ho mai dato la mia convinzione -certo c'è stato un peggioramento, ma è tutto riconducibile alla differenza di capitali (con le altre Top-Leghe), e a ciò che questo comporta come le diverse politiche messe in atto sul Mercato- stessa cosa, quindi, per la consequenziali credenze preconfezionate che vedrebbero Inghilterra e Spagna ad un altro livello. La debacle dei due Club di Manchester, è stata cosa fortemente inaspettata; e mentre per il City la causa dell'eliminazione è da attribuire all'aver cannato il Match, rivelatosi da dentro-fuori, a Napoli; per Ferguson la situazione è più nera di quello che si pensa -rammentando che nel girone competeva con Benfica e Basilea-. Per quanto sia stimabile Sir Alex, e per quanto abbia un credito infinito con i tifosi e i seguitori di questo Sport, bisogna imputargli le scelte e la pianificazione in sede di mercato non acconcie agli obiettivi -rivelatesi poi determinanti-, grane di organico dunque, che hanno condotto in Europa League (Torneo mai vinto né dai Red Devils, ne da Ferguson quindi). Mancini, invece, si tiene il suo "classico" dominio in territorio Nazionale e l'altrettanto classica maledizione nei confini Europei. La sua squadra rimane comunque un'armata, e il fallimento di questa stagione, non può arrogare e sottintendere ad un fallimento globale, in alcun modo, perché dal termine del 31 Agosto le gerarchie in Inghilterra sono state rivoltate: i Citizens sempre più consapevoli della loro forza, ora sono al comando sia in classifica, che nell'immaginario collettivo. Non credo ai tracolli "congiunti", e non trovo problemi comuni in questo caso, fra Chelsea, Manchester U e Manchester C. Abramovich dovrà rinverdire e svecchiare un altro pò, e Villas Boas capire quali sono i giocatori a cui dare responsabilità da titolari e quali meno -la ponderata (fin troppo) bocciatura di Torres e la nuova (e finalmente giustificata) avanzata di Didier, sono l'emblema. Vorrei spendere le ultime parole per l'Arsenal di Wenger, che zitto,zitto e con un Van Persie sempre più sugli scudi, ha agguantato un'agevole qualificazione agli Ottavi e sta risalendo sempre più.


5) Se gli inglesi spendono tanto e male, il Napoli può essere identificato, in questo momento, come società modello per quanto fatto nelle ultime stagioni?

G.D.C: Il Napoli ha un progetto, e non è poco. Ma vincere?

Pile: Beh, per vincere si parte da un progetto, e nel caso del Napoli non può essere un progetto che punti subito a vincere. Intanto stanno riacquistando quel peso internazionale che mancava da tanto tempo. E lo hanno riacquistato grazie all'inserimento, nel corso degli anni, di giocatori forti come Cavani, Lavezzi e via discorrendo. Credo che al momento abbiano un buon mix, sarà interessante vedere come e se riusciranno a fare un ulteriore salto di qualità.

G.D.C: Sarà interessante vedere fino a quando certi giocatori rimangono...e una buona CL nn fa Primavera (vedi Fiorentina 2009/2010).

G.B: Il Napoli ha un progetto, ma non sta cercando di affrettare i tempi? La scelta di puntare moltissimo sulla CL a discapito del campionato può essere dovuta a motivazioni economiche e di visibilità, ma non sarebbe meglio andare avanti passo dopo passo? Per il resto concordo con Giulio, molto dipenderà dalla capacità di trattenere, o sostituire, i giocatori chiave.

A.L: Notevolissimo il secondo intervento di Giulio. Il Napoli ha fatto breccia e leva in un momento di crisi generale. Portando quel minimo di solidità -nei rami dirigenziali-, una certa continuità di progetto, di flusso di investimenti e sopratutto l'inalterabilità alle fondamenta -che in precedenza, al contrario, aveva asfissiato una piazza come Napoli, distruggendola più volte-, è riuscito a crescere costantemente, facendo -agli occhi dei più- dei passi da gigante col tempo e nel tempo. La città in sé, poi, permette un entusiasmo persistente, è risaputo che sia questa l'arma in più degli azzurri, dal grande potenziale. Se ci aggiungiamo pure che fra Cavani, Lavezzi e Hamsik -per me senza dubbio il primo- non si sa chi abbia reso di più delle aspettative, allora [...]

7 ago 2011

Manchester City - Manchester Utd: analisi tattica

MODULO DI GIOCO E INTERPRETAZIONE: Il Manchester United si schiera con uno scolastico 4-4-2, mentre il City con un 4-2-3-1. Il calcio però è molto dinamico e le squadre vanno a dislocarsi diversamente nelle diverse fasi di gioco. Lo Utd nella prima frazione di gioco tiene in posizione sia Anderson che Carrick, gioca con un centravanti (il rapido Welbeck) e una seconda punta come Wayne Rooney. Sulle fasce, Nani e Young si scambiano non le fasce (Young sempre sulla sinistra, Nani sempre sulla destra) ma le funzioni: a volte taglia uno e rimane largo l'altro, a volte succede il contrario. Spesso è proprio Wellbeck a lasciare spazi per l'inserimenti di uno dei due esterni. Lo Utd conta molto sulle sovrapposizioni di Evra mentre Smalling dall'altra parte è molto più guardingo negli inserimenti senza palla: effettuerà un paio di incursioni soltanto quando il francese viene cambiato e viene sostituito Rafael, che, essendo destro, sposta molto l'asse di gioco sulla fascia del giovane inglese. Lo Utd risolve il problema della troppa staticità dei due centrocampisti centrali sostituendo Carrick con il giovane Cleverley che porta maggior dinamismo e creatività.
La struttura del City è molto particolare: i 3 trequartisti di Mancini si stringono molto in fase offensiva lasciando spazio alle percussioni degli esterni. Inoltre, anche Tourè partecipa attivamente alla fase offensiva e Balotelli gioca molto vicino a Dzeko. Milner svolge il ruolo di incursore mentre Silva assume quello di creatore di gioco. L'unico senza particolari compiti offensivi è De Jong che rimane costantemente in copertura. In fase difensiva il Mancio chiede enorme applicazione da parte di tutta la squadra che si chiude a riccio e effettua numerosi raddoppi, lasciando il solo Dzeko davanti.

CONTRAPPOSIZIONE FRA I MODULI: Il City dispone di un uomo in più a centrocampo ma non lo sfrutta granchè poichè la squadra del tecnico ex Inter spesso predilige una manovra che punti alla costruzione immediata. Spesso però vengono sfruttati bene gli inserimenti offensivi, con i difensori dei Red Devils che non sono stati in grado di leggere bene queste situazioni. Lo Utd è stato in grado di creare situazioni di superiorità numerica soprattutto quando metteva in condizione un esterno di portare a termine un taglio fra le linee.

PRESSING E RADDOPPI DI MARCATURA: entrambe le squadre hanno utilizzato un pressing offensivo finalizzato al recupero della palla sulla trequarti avversaria. Tuttavia nel corso della partita hanno mutato il loro assetto. Nella ripresa, infatti, il City è passato ad un pressing difensivo (atteggiamento che non ha pagato molto, a dir la verità) abbassando di conseguenza il baricentro, mentre lo Utd è passato ad un pressing ultraoffensivo finalizzato al recupero immediato della palla. Per almeno 25 minuti del secondo tempo il City è stato in completa balia della pressione della squadra di Ferguson. La squadra di Mancini ha puntato sopratutto a intensificare il pressing in zona esterna, grazie ai raddoppi di marcatura garantiti dalle ali. E' soprattutto lo spagnolo Silva ad essere bravo a raddoppiare costantemente e aumentare l'intensità della pressione sulla fascia preferita dallo Utd (quella di sinistra, con Evra-Young). Lo Utd invece effettua un pressing più centrale mirato a chiudere gli spazi di passaggio ai difensori centrali. Welbeck in questo senso non è certamente uno che si tira indietro, ma è bene dire che tutta la squadra si applica molto in fase di pressing nel tentativo di chiudere tutte le zone.

SISTEMA DI MARCATURA: mentre lo Utd applica un sistema di marcatura a zona integrale. Il City invece applica delle marcature più strette, pur applicando tendenzialmente un sistema a zona. Non è raro notare un difensore centrale seguire un attaccante che ha ripiegato verso il centrocampo per farsi dare palla, nella squadra di Mancini.

DIAGONALI E LINEE DI COPERTURA: il Manchester Utd utilizza la linea di difesa con una sola linea di copertura, mentre il City utilizza due linee di copertura con il centrale difensivo più vicino al terzino che è sulla fascia in cui si trova la palla. La soluzione del Manchester United è rischiosa perchè i due centrali non si danno quasi mai copertura reciproca, ma Ferguson evidentemente crede nelle abilità individuali di Vidic e Ferdinand. La linea difensiva scelta da Mancini invece è quella più comune e il difetto che si porta dietro è quella di concedere maggiori spazi in profondità dovuti al fatto che i due centrali non sono allineati. Va detto che lo Utd appare molto più rapido e sicuro nell'effettuare l'elastico difensivo rispetto al City. Entrambe le squadre non utilizzano la tattica del fuorigioco.

MODALITA' DI COSTRUZIONE DEL GIOCO E TECNICHE DI RIFINITURA: le due squadre si differenziano per le modalità di costruire il gioco, anche per via delle differenze relative alla tipologia di giocatori in campo. Lo Utd predilige una costruzione elaborata, un buon mix di passaggi verticali e orizzontali al fine di sfruttare ampiezza e profondità del campo. Lo Utd gioca il pallone lungo quasi esclusivamente quando cerca la profondità degli esterni. In questo senso una giocata caratteristica è stato il lancio dei terzini per il contromovimento in profondità degli esterni, specie sull'asse Smalling-Nani, sfruttando il fatto che Kolarov fosse spesso mal posizionato.
Il City invece ha preferito una costruzione immediata, per sfruttare l'abilità di Dzeko nel giocare spalle alla porta. La strategia ha ben funzionato nel primo tempo, mentre non ha funzionato nella ripresa quando la squadra si è allungata e abbassata troppo e l'ex Wolfsburg è visibilmente calato.
Le tecniche di rifinitura utilizzate dal Manchester United si sono viste sopratutto nella ripresa: tagli per gli esterni (creati dai movimenti di Welbeck), cross e sovrapposizione (sopratutto con Evra a sinistra) e combinazione (vedi gol lo splendido gol del pareggio che ha coinvolto 4 giocatori). Raramente ci si è affidati al dribbling oppure al gioco di sponda, non essendo presente un giocatore come Dimitar Berbatov, entrato solo nel finale.
Il City ha creato occasioni sopratutto con le sponde di Edin Dzeko e l'immediata giocata verso un esterno o verso James Milner, abilissimo in un paio di occasioni ad inserirsi nella zona fra centrale e terzino, sopratutto dalla parte di Evra, non sempre bravo a leggere queste situazioni. L'altra tecnica di rifinitura maggiormente utilizzata dal City è il cross, che viene utilizzato anche dalla trequarti campo: in queste occasioni il City porta in area, assieme a Dzeko, anche Mario Balotelli.

VELOCITA' E INTENSITA' DI MANOVRA: ci sono stati due Manchester Utd. Quello con una velocità di gioco media ma con un intensità (intesa come rapidità dei movimenti senza palla) troppo bassa della prima frazione di gara e quello della ripresa, veloce e pimpante. In entrambe le occasioni comunque lo Utd non ha perso il suo caratteristico gioco a 2 tocchi. Anche il City ha mantenuto una rapidità simile per tutta la partita mentre è variata l'intensità che è stata di medio livello nel primo tempo (alcune sponde di Dzeko potevano essere sfruttate meglio con una più rapida dislocazione dei tanti incursori) e di basso livello nella ripresa, quando i Citizens faticavano a riprendere i 20 metri di campo che sono stati persi.

DISCIPLINA TATTICA: su questo punto lo Utd non tradisce mai. Può variare il ritmo e l'intensità del match (sempre a proprio piacimento, però) ma la squadra di Ferguson gioca un calcio pulito, coinciso, forse apparantemente semplice, ma sempre coerente, in qualunque direzione vada il match. Il City ha perso proprio per questo: dopo un buon primo tempo, Mancini ha variato l'organizzazione della squadra in campo, o forse semplicemente la squadra ha sbagliato l'approccio, fatto sta che non sembravano la stessa squadra, perdendo completamente distanze nel campo di gioco.

PALLE INATTIVE: troppo difficile analizzare entrambe le squadre senza la possibilità di stoppare l'azione. Per ora si può dire che lo Utd è un autentico spettacolo per la gamma di possibilità che Ferguson ha donato alla propria squadra. Da questo punto di vista è sempre stato ammirabile vedere i Red Devils, ad ogni corner segue uno schema diverso, magari non sempre efficace, ma è davvero difficile per qualsiasi avversario prendere le contromisure. In fase difensiva ho visto lo Utd marcare a zona: sul primo gol, Ferdinand e Vidic faticano a capire chi deve marcare Lescott e regalano il gol del parziale vantaggio.

9 mag 2011

A lezione da Sir Alex

Sarà stata l'indigestione di clasicos spagnoli, sarà che ormai Barcellona è sinonimo di calcio e ciò che non è possesso palla, tiqui-taca, Lionel Messi e quattro-tre-tre è fuori moda e non ha più nulla a che vedere con il gioco del football, o soccer, come lo chiamano gli americani, ma trascorrere il tardo pomeriggio di domenica davanti alla tv a vedere Manchester United-Chelsea è stata una sorta di riconciliazione con l'essenza di questo sport. L'intero incontro è stato giocato ad un'intensità elevatissima, però sono stati i primi 45 minuti a mettere in mostra uno United a dir poco sensazionale.

Ferguson e i suoi uomini hanno disputato una prima frazione di gioco perfetta, controllando dal primo all'ultimo minuto un Chelsea in completa balia degli undici diavoli rossi. Mai soprannome è sembrato più azzeccato, perchè i Red Devils sono entrati in campo indemoniati, con una carica positiva che, complice anche il favorevole quanto meritato andamento degli eventi, ha trasmesso fin da subito ad un Old Trafford in piena simbiosi con i ragazzii in campo. Pubblico e giocatori sono sembrati un tutt'uno, annientando Ancelotti & Co. sotto qualsiasi punto di vista: tattico, tecnico e temperamentale.

Che cosa ha reso la prestazione del Manchester United tanto meritevole di lodi? Beh, avete presente il famoso Manuale del Calcio tanto caro a José Altafini e le sue migliaia di pagine citate in ogni telecronaca? Ecco, buttatelo via e munitevi soltanto di un foglio di carta, perchè Sir Alex ha vinto innanzitutto per la strordinaria, sorprendente ed organizzata semplicità del suo gioco. Nessun inutile giro palla, niente fantasiosi uno-due fra centrocampista e difensore con l'avversario più vicino distante almeno 20 metri, nessuna azione o giocata fine a se stessa e messa in mostra con irriverente compiacimento, nessuna melina e nessun secondo sprecato in uno sterile ed estenuante possesso palla. No, la partita dello United è stata forza bruta e pragmatismo allo stato puro.

Difesa solida, attenta e soprattutto altissima, distanze fra reparti e giocatori impeccabili, pressing totale portato con tutti gli effettivi, ripartenze a velocità supersonica, controllo assoluto del centrocampo e fasce dominate da cima a fondo. Da Vidic a Rooney, da Ferdinand a Park, da Valencia a Hernandez, da O'Shea a Giggs lo United ha stravinto, oltre al confronto fra squadre, ogni singolo duello, abbinando la solita superlativa qualità alla più attempata quantità tipica del calcio anglosassone. La vera straordinarietà dei Red Devils è tuttavia la concezione verticale del gioco, la ricerca costante e martellante del passaggio in avanti: una piacevole eccezione e una boccata d'aria fresca in un calcio che negli ultimi tempi è inevitabilmente evoluto verso una visione della manovra molto più orizzontale e riflessiva. Un capolavoro tattico di Ferguson interpretato nel migliore dei modi da un gruppo in grado di superare con facilità disarmante le cicliche ed inevitabili cessioni di alcune stelle, aggrappandosi a quelle emergenti e trovando il perfetto punto di riferimento in monumenti del calcio come il gallese Ryan Giggs.

La finale di Champions League nel nuovo Wembley si avvicina ed il Barcellona rimane il favorito di diritto, ma, nel frattempo, lo United ha messo in mostra una condizione scintillante, proponendo un gioco completamente diverso da quello dei catalani, ma non per questo meno piacevole o efficace, anzi...


23 mar 2011

Harold Wood e Ryan Wilson

1986, Swinton, distretto metropolitano di Salford. Il borgo della contea di Greater Manchester all'epoca conta oltre duecentomila abitanti, uno di loro è Harold Wood, professione edicolante; una domenica sì e una no Harold è di servizio come steward al Teatro dei Sogni, comunemente noto come Old Trafford. E' l'alba dell'era Alex Ferguson, arrivato in Inghilterra da pochi mesi assieme al vice Archie Knox e impegnato nella ricostruzione di un Manchester United invischiato nelle zone basse della classifica e ben lontano dai fasti di un tempo.

Un giorno Mister Wood, grande appassionato di calcio locale, assiste ad una partita di una formazione giovanile del Deans FC, squadra dispersa nei meandri della non-league inglese, e rimane abbagliato da Ryan Wilson, mancino tredicenne già sotto contratto con la School of Excellence del Manchester City. Il primo impatto è sconvolgente, Wood non perde di vista il ragazzino e tenta con ogni mezzo di segnalarlo agli addetti ai lavori dello United. Dopo ripetuti tentativi andati a vuoto Harold riesce a mettersi in contatto direttamente con Alex Ferguson, convincendo il manager dei Red Devils ad inviare a Salford un suo uomo di fiducia per visionare Wilson. L'edicolante non aveva sbagliato e gli osservatori, per permettere allo stesso allenatore scozzese di assistere al provino, organizzano subito un incontro al centro di allenamento di Cliff fra il Deans FC e la squadra under 15 del Manchester United.

La prima impressione? "Ciò che ha fatto Ryan in quella partita mi ha regalato uno di quei momenti che danno un senso a tutta la fatica, la frustrazione e la sofferenza dell'essere allenatore. Non dimenticherò mai la prima volta in cui lo vidi giocare: fluttuava sopra il campo di Cliff con una tale naturalezza da giurare che i suoi piedi non stessero neanche toccando terra."
Quasi un anno dopo, il giorno del suo 14° compleanno, Alex Ferguson in persona e lo scout Joe Brown si presentano a casa di Wilson con un contratto di due anni nell'Academy dello United e la possibilità di diventare professionista a partire dal terzo: il costo del trasferimento sarà di 350.000 sterline, record per un giocatore non professionista. E' il 29 novembre del 1987, tre anni dopo esatti, il 29 novembre 1990, Ryan Wilson diventa ufficialmente professionista. Nel maggio del 1991, alla prima partita da titolare, arriva anche il primo gol con la maglia dei Red Devils: ironia della sorte, la vittima designata è il Manchester City, la squadra che non aveva creduto fino in fondo nelle sue capacità.

All'epoca Wilson, per via dei problemi con il padre, aveva già deciso di scegliere cognome e nazionalità della madre, passando alla storia con il nome di Ryan Giggs, gallese di Cardiff e leggenda del calcio mondiale. Da allora ha collezionato oltre 850 presenze con la maglia dei Red Devils, conquistando trofei su trofei e portando nuovamente il Manchester United nell'elite del calcio mondiale. Da quel 1986 è cambiato un po' tutto: hanno giocato sul prato dell'Old Trafford giocatori del calibro di Eric Canton, Roy Keane, Ruud Van Nistelrooy, Steve Bruce, David Beckham, Cristiano Ronaldo e molti altri, la prima divisione inglese è diventata Premier League e sono cambiati i proprietari dei Red Devils, ma Ryan Giggs ed Alex Ferguson, nel frattempo diventato Sir Alex Ferguson, sono ancora lì, uno sulla panchina del Teatro dei Sogni, l'altro sulla fascia sinistra a correre come un ragazzino.
Che fine abbia fatto l'edicolante Harold Wood non ci è dato saperlo, chissà se terminato il suo impiego come steward stia continuando seguire ancora da vicino quel giovane gallese trapiantato a Swinton oppure se sia ancora in giro fra i campetti polverosi di Salford alla ricerca di un nuovo Ryan Wilson.

20 set 2010

Questione di ruolo, parte seconda

C'era una volta un attaccante bulgaro di nome Dimitar Berbatov, che si era fatto conoscere in Germania col Bayer Leverkusen e in Inghilterra col Tottenham. Nè prima nè seconda punta, fisico importante, grande tecnica, capacità di segnare come di rifinire il gioco e fornire assist, un ibrido atipico della stessa specie di Zlatan Ibrahimovic, pur più grezzo, o meglio meno raffinato nello stile rispetto allo svedese. Dopo una crescita costante (e 136 gol tra Germania e Inghilterra) al termine della stagione 2007/2008 Sir Alex Ferguson firma per lui un assegno di più di 30 milioni di euro, per formare un attacco stellare col di li a poco Pallone d'Oro Cristiano Ronaldo, Wayne Rooney e Carlos Tevez. Il suo compito scritto era di fornire fisicità, difesa della palla e abilità nel gioco aereo.
Il resto è storia recente. Di sicuro il giocatore non ha rispettato le altissime (per colpa del prezzo che gli ha conferito uno status da superstar) attese. Il suo atteggiamento a volte indolente sul campo, lo scarso apporto dato al gioco e i pochi gol oltre al confronto coi compagni di reparto lo hanno fatto regredire nell'ottica collettiva a giocatore mediocre E poi è iniziata la stagione 2009/2010. Il Manchester non è più la macchina da trofei di qualche anno fa, pur vincendo sempre qualcosa, i numeri 7 e 32 sono liberi e lo splendido Rooney dell'anno passato deve lottare contro problemi fisici che ne limitano il rendimento. Così, per necessità, a rispondere presente a livello realizzativo è stato a sorpresa il numero 9 bulgaro con 7 gol nelle prime 6 partite, compresa una tripletta spettacolare agli eterni rivali del Liverpool.
Motivo tecnico? Berbatov è tornato a fare la punta. Non gioca più principalmente spalle alla porta a fare la boa, sacrificandosi per favorire il gioco di più illustri compagni. E' libero di esprimere le sue qualità e la squadra lo segue. Più segna più il suo talento torna a brillare, come un tesoro nascosto che si scopre pezzetto per pezzetto.

Staremo a vedere se il brutto anatroccolo è tornato cigno, ma c'è di nuovo un numero 9 di talento nella parte rossa di Manchester.

10 feb 2010

Questione di ruolo

La stagione 2009/2010 del Manchester United potrebbe avere un titolo preciso: Quando Wayne Rooney si ricordò il suo ruolo.

Ma torniamo indietro nel tempo un attimo. Il ragazzo di Liverpool esordisce in Premier League nel 2002/2003, con la maglia dell'Everton. Il suo primo gol permette alla squadra di vincere contro un Arsenal imbattuto da 30 partite. Diventa così il più giovane marcatore della storia della Premier League, un talento precoce sulla bocca di tutti.

Due anni dopo passa al Manchester United, e qui comincia la nostra analisi. Wayne arriva alla corte di Sir Alex Ferguson in un contesto ben preciso. Squadra da ricostruire, con molti giovani e poche certezze. Ci vorranno due stagioni per completare l'evoluzione, e il motore principale sarà un fuoriclasse assoluto come Cristiano Ronaldo. Attorno e insieme a lui Ferguson costruisce un contesto tattico con due caratteristiche principali: corsa e organizzazione. A tutti è chiesto sacrificio, nessuno si risparmia come applicazione tattica. E proprio Rooney svolge un ruolo straordinario e sorprendente. Il più grande talento del calcio inglese (capace di mettere a referto una tripletta nella sua prima partita di Champiosns League), una punta con grande classe e tecnica, si cala perfettamente nella parte della bestia da soma. Corre più di un mediano, copre tutto il campo, si mette completamente al servizio di tutti, e di Cristiano in particolare. Ovviamente la stoffa è pregiatissima, e malgrado lo sfiancante lavoro senza palla non mancano gol e grandi giocate, ma il potenziale è decisamente imbrigliato.

Arriviamo così alla stagione in corso, col portoghese di Madeira ceduto al Real Madrid. Rooney, a 25 anni, si trova improvvisamente a ricoprire la parte per cui è stato destinato: stella della squadra, e soprattutto finalmente il suo ruolo. Non più maratoneta infaticabile, ma vero punto di riferimento dell'attacco. E i risultati a oggi dicono che il destino si sta compiendo. 21 gol (contro un precedente record di 16) in 24 partite di Premier League, unite al solito preziosissimo lavoro per la squadra. Un salto di qualità nel gioco immediatamente percepibile.

Da parte sua, il ragazzo ha ringraziato Fabio Capello, che in nazionale gli ha consigliato dove (cioè vicino all'area di rigore avversaria) e come giocare per rendere al meglio. Ma non credeteci troppo, tutto era già dentro di lui. Dovevano solo lasciarlo libero di giocare.

14 ott 2009

Pericolo pubblico numero uno


Il destino dell'Argentina passa per la trasferta in Uruguay.
Ma il destino dell'Uruguay, passa soprattutto per i piedi di Diego Forlan, il pericolo pubblico numero uno (ma anche due e tre).

Nome certamente non nuovo per chi segue il calcio vista la sua lunga militanza in Europa (arrivò infatti nel Gennaio 2002, a Manchester sponda United), a nn tutti è chiara la caratura del giocatore.
Parliamo certamente di uno degli attaccanti più sottovalutati nel panorama calcistico quantomeno europeo.

Forlan sconta ancora, a livello di "fama", gli anni in Inghilterra. Due stagioni e mezza con un compagno di reparto ingombrante quanto Ruud Van Nistelrooy. Pagò tantissimo il salto dall'Independiente (club dell'esordio a 19 anni, esperienza che si chiude con 80 presenze e 37 reti) al Manchester, tanto da metterci 27 presenze a trovare la prima rete. Pochi i gol, anche se spesso importanti, tante presenze, ma spesso spezzoni di gara. Tuttavia a vedere il giocatore, rimane l'impressione di un talento bloccato, con speciali capacità soprattutto di tiro. Reti mai banali, con entrambi i piedi.
L'arrivo di Wayne Rooney fu l'anticamera della sua cessione in Spagna, a un nascente Villarreal.

Proprio nella Liga di fatto esplode (o meglio, comincia) la carriera di Diego.
Nel sottomarino giallo resterà tre stagioni, aiutando a far uscire la squadra dall'anonimato a suon di gol. Speciale da subito l'intesa con un altro talento in cerca di rilancio, Juan Roman Riquelme, da sempre in grado di far segnare chiunque. Ma Forlan chiunque non è, e il primo anno si presenta con 38 presenze e 25 reti, titolo finale di capocannoniere e Scarpa d'oro come miglior bomber d'Europa. Non male per un brutto anatroccolo.
La seconda stagione non fu indimenticabile con solo 10 reti, facendo subito parlare le male lingue di exploit isolato per la stagione precedente, anche se va ricordato un gol in Champions League ai danni dell'Inter nei quarti della competizione.
Nella terza e ultima stagione, chiuse nuovamente con un buon bottino di reti, 19 in 36 presenze.
Ovviamente tutto questo nn rimase inosservato, e l'Atletico Madrid scelse lui per sostituire il partente Fernando Torres.

Proprio nella seconda squadra di Madrid, Forlan compie il definitivo passo verso la completa maturazione.
Nella prima stagione mette a segno 16 reti, ma soprattutto contribuisce alla rinascita dell'Atletico Madrid, mettendo in mostra personalità, ma anche capacità tattiche preziose.
Ma è la stagione 08/09 ad essere abbagliante. Tantissima continuità, personalità da leader, presenza tangible in campo, chiude una stagione fantastica con 32 gol in 33 presenze, secondo titolo di pichichi e seconda Scarpa d'oro.

Curiosità: è l'incubo personale di Samuel Eto'o, avendo vinto entrambi i titoli di capocannoniere (e di conseguenza la Scarpa d'oro) proprio ai danni del camerunense

Assodato che parliamo di uno che segna e tanto,anche gol pesanti contro le grandi, vediamo di fare chiarezza sulle sue caratteristiche.
Centravanti si, ma moderno. Capace di giocare con e per la squadra, di iniziare, rifinire e concludere l'azione.
Non fortissimo fisicamente (1,80 per 75kg), diventa letale fronte alla porta, quando può puntare l'uomo. Non tanto per un dribbling stellare (che non ha), ma per la sua straordinaria capacità di tiro. Totalmente ambidestro (
addirittura dai sedici metri in su sembra tirare meglio col mancino), centra la porta da ogni posizione in ogni modo, con tiri potentissimi, improvvisi e precisi, senza scampo. Molti suoi gol sono veri gioielli. Rapido nel breve, rapace in area grazie a un grande fiuto del gol, gli anni passati con un grande assist-man come Riquelme gli hanno lasciato una non comune capacità di "dettare" il passaggio con l'inserimento, il che lo rende difficilmente arginabile negli spazi. Tatticamente capace di essere dove serve per la squadra, è anche abile nel servire i compagni. Niente di trascendentale nel gioco aereo, si fa rispettare grazie a un buon tempismo.

Parliamo di un giocatore di 30 anni (classe 1979, una delle tante coincidenze che lo accomunano a Diego Milito), nel pieno della sua maturazione tecnico-atletica.
I difensori argentini faranno meglio a prepararsi bene, per non leggere il nome sulla sua maglia quando sarà ormai troppo tardi.