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3 apr 2017

Se ne devono andare, tutti. Y lpqlp.


L'Argentina ha il potere di trasformare coloro che la seguono in persone anziane. Non per una strana maledizione che colpisce il fisico, quanto nella condanna tipica dell'età avanzata del ripetere sempre le stesse cose. Dimostrazione? A Novembre le suddette cose stavano così. Ma solo pochi mesi prima, vale a dire a Giugno (anzi, quasi Luglio) non è che la situazione fosse realmente diversa. Oggi, e siamo a Marzo 2017, meno di un anno dal post cronologicamente più vecchio, basterebbe un collage per descrivere ancora una volta il pantano in cui si è infilata la nazionale di Bauza.
Ripetere ancora, come i vecchi.

Il nodo cruciale del discorso è tristemente chiaro: se ne devono andare. Non chiedete chi, perché la risposta è semplicemente tutti. La crisi dell'Argentina infatti abbraccia ogni livello dei vari organi che compongono la nazionale.
I giocatori sono la punta dell'iceberg, ma non per questo vanno assolti. Anzi visti i loro cognomi l'accanimento è sostanzialmente minimo per quanto successo nell'ultimo triennio, di cui la gestione Bauza è nettamente il punto più basso. Riassumendo cose dette e stradette, serve aria nuova.
Di Maria merita un discorso a parte perché lui ha chiaramente un problema psicologico, tanto da aver cambiato numero di maglia per cercare una sorta di esorcismo personale. Ma appunto per questo non so se sia un bene caricarlo di ulteriori pressioni e aspettative: come può giocare un altro Mondiale senza impazzire?
Poi c'è Messi che ne merita un altro ancora perché è Messi, e se non altro ci prova davvero sempre.
Per limitarci ai senatori invece il concetto è tutto sommato semplice: Mascherano, Higuain e Agüero partita dopo partita sembrano sempre più uomini prima che giocatori che non hanno più nulla da dare alla camiseta albiceleste. Manca il fuoco, e soprattutto c'è la percezione netta che con questi giocatori l'Argentina sarà destinata a rimanere sempre questa, sempre più a fondo nelle stesse sabbie mobili, salvata solo occasionalmente da qualche guizzo (di Messi).
Il Jefecito, come già detto, non ne ha più, soprattutto a livello di durezza mentale, per stare in mezzo al campo a fare un certo lavoro. Saranno forse anche i 7 anni con oltre 300 presenze nel Barcellona, quasi tutte da difensore centrale, ad averlo cambiato, tecnicamente e psicologicamente, ma l'ultimo Mascherano in maglia albiceleste appare tremendamente in balia delle ondate avversarie. Come cercare di fermare un maremoto con una biglia.
Il Pipita quando cambia emisfero si trasforma non da Superman a Clark Kent, ma direttamente dal primo a Paperoga: in tutte le qualificazioni ai Mondiali 2018 (10 partite) ha segnato un solo gol. Meno di Mercado e Pratto. Cavani, il capocannoniere, è a 9. Ma oltre ai gol per chi lo vede giocare in Serie A colpisce la sua assenza dal gioco, la sua staticità, la sua incapacità di gestire il pallone.
Il Kun ha sempre faticato a trovare la sua nicchia nell'Argentina. Per la presenza di Messi non ha mai potuto essere la stella di riferimento, come sostituto di Higuain non ha mai convinto e come super subentrante il suo impatto è sempre stato limitato, per essere generosi. Dal 2015 però le cose sono peggiorate: un solo gol segnato tra amichevoli, qualificazioni e Copa America, contro Panama al novantesimo sul 4-0, prestazioni sempre più snervanti e abuliche, errori in serie. Un rapporto di fatto mai sbocciato, su cui è inutile accanirsi.

Tutto questo va eradicato per cercare di seminare qualcosa di nuovo. E allora spostiamo l'ottica a colui il quale doveva spargere con sapienza questi semi, un uomo che solo pochi mesi fa era visto come la nuova grande speranza dell'Argentina: Edgardo Bauza.
El Paton è subentrato al dimissionario Martino il 2 agosto 2016, meno di un anno fa. Rappresentava, senza mezzi termini, l'uomo della speranza: il suo curriculum parla per lui, in Argentina e in tutto il Sudamerica è un'istituzione e sembrava proprio la persona giusta, per capacità e carisma, per traghettare la Seleccion in un momento di difficoltà come se ne sono visti pochi. Invece non solo non è riuscito a portare correttivi, ma è diventato uno dei principali baluardi contro il rinnovamento.
Vi ricordate che nelle prime convocazioni sembrava irremovibile sull'esclusione di certi senatori per varare un nuovo corso? La scelta di puntare su Pratto, originariamente, veniva da qui: l'idea era di ridare spirito al gruppo con nomi nuovi, magari meno di grido, ma sicuramente vogliosi, in modo da ritrovare prima di tutto la chimica di squadra. Higuain, per fare un nome a caso, era stato tagliato senza nemmeno dscuterne. Tutto dimenticato, e anzi un tratto caratteristico della Seleccion attuale è proprio il ricorso quasi esclusivo ai giocatori con più esperienza, compresi elementi francamente sostituibili come Romero, Otamendi, Enzo Perez e Biglia. Col capolavoro della convocazione di Ezequiel Lavezzi nelle ultime tornate, un giocatore che sostanzialmente è in pensione dal 2015.
Poi c'è la questione tattica. Bauza nel suo quasi anno di lavoro non ha dato niente sul campo. L'Argentina è sempre più spenta, sempre più ferma, sempre più incapace di sviluppare un gioco organizzato. Solo iniziative dei singoli, sempre più esasperate, e poi ceri accesi ai più influenti tra i santi argentini per portare a casa qualcosa. Se pensate sia un'esagerazione, ci ha pensato Bauza ad esternare precisamente il concetto prima della gara contro la Bolivia.
Da ancora di salvezza a peso che fa arenare la barca, in brevissimo tempo. Senza nemmeno entrare nella questione Icardi, uno stucchevole teatrino, ma marginale rispetto al resto, Bauza è ormai una figura senza alcuna credibilità e quindi il primo che deve adarsene.

Infine, questo caos generale è chiaramente alimentato dall'alto. L'AFA è in una condizione assurda, esplosa in circostanze dai risvolti persino comici dalla morte di Julio Grondona, presidente della federazione dal 1979. Praticamente un dittatore. Finita la sua era, gli squali cresciuti nell'ombra si sono trovati a sbranarsi tra loro e una situazione generale già non semplice per motivi ambientali, politici, finanziari e quant'altro ha iniziato a scivolare sempre più nel grottesco. Lo sciopero indetto dalle squadre argentina di poche settimane fa, arrivato campionato in corso, è un sintomo grave di un problema che va persino oltre.
L'Argentina calcistica è in una crisi profondissima, di cui i risultati sono solo il sintomo esteriore.

6 lug 2015

Copa America 2015, finale

Generali

Cile: una bellissima storia di calcio. Tutto parte dal lontano, andando a ritroso tra Sampaoli, Borghi e Bielsa (tutti argentini), arrivando fino al terzo posto al Mondiale Under 20 2007. Quel Cile sconfitto dall'Argentina in semifinale aveva in rosa Medel, Vidal, Isla e Alexis Sanchez. Questa generazione di sicuro talento è stata forgiata giorno dopo giorno, torneo dopo torneo. Sampaoli è stato magistrale nella gestione della rosa ed ha portato in finale una squadra sicurissima dei suoi mezzi, padrona del gioco anche contro i più forti di tutti. Il Cile ha puntato sul gioco, sul pressing, sugli scambi e sulla garra, arrivando al premio finale. La prima volta per tutti, per una bellissima storia.

Argentina: c'è chi entra nella storia dal lato sbagliato, e l'Argentina purtroppo si sta specializzando. Per il secondo anno consecutivo l'Argentina deve accontentarsi del secondo posto. Una generazione d'oro sta perdendo occasioni su occasioni per trovare compimento. Contro il Cile è mancato un po' di cinismo sotto porta, ma in generale l'albiceleste è sembrata un po' troppo contratta. Al contrario del Mondiale qui era la squadra più forte, eppure non ha tolto il pallino del gioco ai padroni di casa. L'infortunio di Di Maria e la scomparsa degli uomini di maggior talento ha dato il colpo finale.


Singoli

Higuain: Buenos Aires abbiamo un problema. Dal Mondiale alla Copa America, passando per i preliminari di Champions e la sfida con la Lazio, Higuain ha sbagliato tutte le partite decisive. Non solo incidendo poco, ma proprio con errori fondamentali per il risultato. Già Martino lo ha declassato a riserva, questo potrebbe significare la fine del suo rapporto con l'albiceleste, anche visto gli scalpitanti '93. Quanto peserà tutto questo sul suo futuro?

Messi: non ha colpe per la finale, ma nemmeno meriti. E se ti chiami Messi questo è un problema. In 120 minuti non ha regalato praticamente nulla del suo talento, se non una scodellata in area per Aguero. Ancora una volta con l'Argentina non riesce a incidere come tutti, lui per primo, vorrebbero. Il solco con Maradona sta tutto qui. In tutto il torneo 1 gol, su rigore. Sono stati 58 col Barcellona in stagione.

Tevez: detto in breve, cosa è stato convocato a fare? In attacco era la terza scelta come prima punta dopo il Kun e il Pipita, come esterno Martino ha preferito Di Maria e Lavezzi. Forse la sua personalità poteva servire anche in finale dopo il rigore in semifinale. Gestione curiosa, per non usare altri termini.

Di Maria: se Higuain ha la maledizione di sbagliare le partite decisive, lui ha quella degli infortuni che gliele fanno saltare. Dopo il Mondiale ancora non riesce a finire il torneo sano. E dire che sembrava in condizione, una grave perdita per la seleccion.

Demichelis: tutti pensano sia finito, ma alla fine arriva sempre a giocare titolare. Quasi incredibile come si sia conquistato anche in Copa il posto dopo aver convinto Sabella ai Mondiali. E non sbaglia niente, cosa non sempre garantita.

Mascherano: salvate il soldato Mascherano. Lui, veramente, non si merita tutto questo. In campo c'è sempre, tra difesa e centrocampo, pronto a recuperare e imbastire il gioco. Un pilastro dell'Argentina che meriterebbe di alzare un trofeo. Aiutatelo per piacere.

Sanchez: il rigore decisivo battuto a cucchiaio, davanti a tutta Santiago. Un gesto che rimarrà nella storia, sia per impertinenza che per importanza visto che ha portato alla vittoria. In Italia, per intenderci, parliamo ancora del cucchiaio di Totti per molto meno.

Silva:
il coniglio uscito dal cilindro di Sampaoli per la finale. Ha di fatto sostituito lo squalificato Jara, ma è stata una scelta a sorpresa visto che col Perù aveva giocato Rojas. Risposta di personalità e qualità, e contro avversari di livello assoluto.

Diaz: il riferimento assoluto della mediana del Cile è un uomo tatticamente fondamentale per Sampaoli tanto quanto poco appariscente. Detta i ritmi, copre, scala in difesa sia per favorire il possesso che per coprire e ci mette intensità e personaltà. Di fatto è il gemello di Medel, e non è poco.

Valdivia: il Mago si inceppa nella partita più importante. C'era da aspettarselo conoscendo il personaggio, ma era bello sognare una sua giocata decisiva. Ha preso con una certa filosofia anche la sostituzione nel secondo tempo, ma la vittoria ripaga di tutto. Ci vediamo in Arabia.

15 set 2014

Van Gaal tra nuovi acquisti, scelte e problemi di rosa

Per gli amanti delle alchimie tattiche ci sono due squadre da seguire ogni settimana: il Bayern Monaco di Guardiola e il Manchester United di Van Gaal.  L'olandese, facendo due conti, è de facto il maestro del catalano e il loro calcio vede una base originaria comune e un'evoluzione che oggi trova curiosamente diversi punti di contatto.
Per Van Gaal, da sempre, la tattica viene prima degli uomini. Pochi hanno bisogno come lui di tempo e lavoro per tradurre sul campo dettami estremamente precisi. A complicare ulteriormente la questione il maestro Aloysius dopo una vita di integralismo su 4-3-3 e 4-2-3-1 è stato fulminato sulla via verso Rio dalla dottrina della difesa a tre, e quanto sperimentato all'improvviso con l'Olanda è diventato la norma anche sulla sponda rossa di Manchester.

Senza mezzi termini il faraonico mercato dello United si rivelerà fondamentale per permettere all'allenatore di porre in essere le sue idee. Il più grosso vantaggio dell'avere in mano un club di questo livello è appunto la possibilità di realizzare a livello di rosa praticamente ogni desiderio, mentre con una nazionale serve fare di necessità virtù.
I discorsi sulla disposizione della difesa sono solo specchietti per allodole. Per dare fluidità al reparto difensivo, oltre a grinta e fisicità, Marcos Rojo ricopre un ruolo fondamentale. Può fare il terzo a sinistra e il terzino a quattro indifferentemente, permettendo a Van Gaal di cambiare schieramento a seconda dei momenti.
Il nucleo centrale del nuovo modulo del Manchester è il rombo di centrocampo, che non a caso vede tre nuovi acquisti come titolari. Gli altri gli effettivi in campo sono destinati a fare da satelliti attorno a loro. Daley Blind da vertice basso deve portare ordine tattico in fase difensiva e tocchi orizzontali rapidi e precisi per favorire la circolazione, Di Maria e Ander Herrera come interni qualità, trattamento di palla, dribbling e playmaking, Mata pressing, inserimenti in area e rifinitura negli ultimi metri. Di sicuro hanno qualità da vendere, attorno a loro e in base alla loro condizione il gioco è destinato a svilupparsi e crescere. Sarà molto difficile sostituirli in caso di assenza. La principale alternativa, Adnan Januzaj, dovrà faticare parecchio e crescere moltissimo tatticamente per diventare l'alter ego dell'argentino col numero 7. Mi immagino un anno complicato per lui, ma fondamentale per la sua crescita.
Davanti ai centrocampisti il modulo prevede due punte, di cui una deve invariabilmente essere il nuovo capitano Wayne Rooney. Il capitano tatticamente e fisicamente potrebbe ricoprire ogni ruolo dall'interno in su, ma per non disperderne il talento è meglio farlo agire davanti. Proprio nel reparto offensivo la disponibilità economica unita alla smania di acquistare a causa delle prime difficoltà ha però portato a Van Gaal anche un evidente problema di gestione, che si traduce nella scelta del partner del suo numero 10. Robin Van Persie, il vecchio titolare nonchè protagonista assoluto dell'ultimo titolo, si trova infatti improvvisamente a subire la pesantissima concorrenza di Radamel Falcao. Il numero 20 appare in grossa difficoltà fisica, mentre il nuovo 9 dovrà abituarsi alla Premier, all'allenatore e riprendere confidenza dopo l'infortunio che gli ha fatto saltare i Mondiali. Oggi possono partire sostanzialmente alla pari, prima o poi però toccherà all'allenatore scegliere il titolare e gestire un nome ingombrante in panchina, specie in una stagione con solo campionato ed FA Cup da affrontare. Alle nostre latitudini si direbbe ad averne di questi problemi, nella realtà comunque è più scomodo di quanto si ammetta, specie col carattere di Van Gaal.

I milioni spesi in ogni caso non hanno risolto tutto. Le criticità più evidenti sono nel terzino destro e nel portiere.
David De Gea non è mai stato sul mercato e non mi risulta lo si voglia sostituire, tuttavia è quanto di più lontano ci sia dalle richieste di Van Gaal per un portiere. Bravo in porta, grandi riflessi, approssimativo nelle uscite, non del tutto a suo agio col pallone tra i piedi. Se avete visto Cillessen ai Mondiali, semplicemente l'esatto opposto. Riuscirà ad adattarsi o risulterà un pericolo costante?
Il terzino destro invece è un ruolo che può essere ricoperto da Rafael da Silva in chiave più difensiva e da modulo a quattro o da Antonio Valencia. Il brasiliano è un giocatore non all'altezza del ruolo da titolare nello United, il secondo di sicuro non è un terzino pur avendolo già fatto in emergenza (sempre tra il male e il malissimo), può avere un senso giusto da esterno a tutta fascia con difesa a tre. Niente di tragico, ma di sicuro non un punto di forza della rosa.
Un terzo problema è in generale nella linea difensiva, che ha perso tutti i suoi leader storici e deve ricostruirsi a livello sia tecnico che di personalità. Unendo questo e qualche incertezza sugli esterni il reparto diventa decisamente il più enigmatico, anche vista l'evidente vocazione offensiva degli ipotetici titolari. Rojo e il disegno tattico dovrebbero fornire nuove certezze quantomeno nel medio periodo, ma servirà anche una crescita dei vari Evans, Jones, Smalling e pure Blackett. La fisicità c'è, bisogna trovare testa e movimenti collettivi.

Nel contesto della Premier, lo United per competere avrà bisogno di un anno di lavori in corso sia per integrare i nuovi che per assimilare la tattica di Van Gaal. L'andamento potrebbe risultare erratico ed altalenante, ma la certezza è che ovunque abbia allenato Louis ha sempre vinto e lasciato terreno fertilissimo per il gioco del calcio.

2 lug 2014

Brazil2014: Top&Flop Giocatori - Ottavi di finale

Top

Marcelo Diaz: non fa mai un passo indietro, ha un senso della posizione straordinario, resta lucido e gioca a due tocchi. Sa sempre dove sono i compagni e non ha paura di affondare il tackle. Prova di grandissima sostanza contro avversari fisicamente più imponenti di lui. Mi ha ricordato Gabi, in questa stagione vuol dire davvero tanto.

Gary Medel: eroico. Soffre la velocità di Neymar, che riesce ad arginare portando l'asso brasiliano sul sinistro, poi chiude qualsiasi cosa passi dalle sue parti. Pur non essendo un difensore, guida la linea difensiva con sicurezza e personalità, ringhiando quando necessario e uscendo con ammirabile pulizia in altre occasioni. È l'anima e il cuore del Cile, decide di giocare nonostante i fastidi muscolari e rimane in campo zoppicando per chissà quanti minuti. Esce stremato, con mezzo chilometro di bende e nastri sulla coscia, oltre al rispetto e alla gratitudine a vita da parte di un'intera nazione.

Luiz Gustavo: l'unico giocatore tatticamente istruito dell'intero Brasile, ingranaggio fondamentale del "gioco" di Scolari coi suoi movimenti ad alzarsi e abbassarsi. Sbroglia un sacco di situazioni intricate, aiuta chiunque, lotta e riparte pure con bello stile e buona tecnica. Ammonito salterà i quarti, un'assenza decisamente pesante per un uomo che non ha vere alternative nella testa del suo ct.

Egidio Arevalo Rios: brutto, sgraziato e cattivo, ma l'Uruguay intero si regge su di lui da quasi un quinquennio. Tabarez si fida ciecamente. Di solito si dice per gli attaccanti, ma sostanzialmente fa reparto da solo. Copre tutta la metà campo difensiva,  legge tatticamente in anticipo dove si creano situazioni pericolose, si fa trovare pronto a contrastare qualunque essere in giallo che si presenti nella sua metà campo. E tutto sommato non gioca nemmeno male il pallone.

Dirk Kuyt: l'uomo tattico di Van Gaal, che è un modo per dire l'uomo mandato allo sbaraglio da Van Gaal. Alla fresca età di 34 anni lui che nasce centravanti prima fa l'esterno a sinistra nel 3-5-2, poi il terzino destro di difesa a quattro quando si passa alla formazione d'assalto. Tocca un'infinità di palloni, è sempre lucido e regala pure la giocata che porta al corner del primo gol. Per la corsa, credo non si sia ancora fermato adesso. L'ultimo immortale.

Klaas-Jan Huntelaar: la sua foto sarà inserita nei vocabolari alla voce "personalità". Vede finalmente il campo in una partita maledetta, sostituisce uno degli uomini simbolo di questa Olanda e si toglie la soddisfazione di risolvere un ottavo chiusissimo. Assist di sponda aerea per Sneijder, rigore battuto col piglio di chi non ha paura di niente (al contrario del suo capitano Robben). Un segnale fortissimo a Van Gaal, che finora lo aveva totalmente ignorato. Il Cacciatore c'è ed è pronto a lasciare il segno.

Bryan Ruiz: il suo tiro lento e preciso è un colpo da biliardo che sa tanto di beffa. L'uomo della provvidenza per la Costa Rica visto il gol all'Italia che indirizza il girone, il gol alla Grecia nei regolamentari degli ottavi e il rigore segnato nella lotteria che porta ai quarti. E' il giocatore più conosciuto e non si tira indietro. Numero 10 e capitano vero.

Marcos Rojo: un Mondiale a mille all'ora. Sulla fascia è un pendolino instancabile, si propone sempre e produce anche cross tesi interessanti. In fase difensiva chiude le diagonali e ci mette il fisico senza paura. Un'energia inesauribile, una corsa e una continuità mostruose, che hanno presentato il conto fisicamente nei supplementari con la Svizzera (sostituito per infortunio). Ammonito, salterà i quarti e sarà molto dura per Basanta dimostrarsi alla sua altezza. L'Argentina perde una risorsa fondamentale. 

Tim Howard: l'eroe assoluto degli ottavi per gli Stati Uniti. 15 parate, un posizionamento al limite dell'incredibile, una reattività da campione. La partita giusta al momento giusto, peccato non sia bastato.


Flop

Oscar: continua il suo Mondiale totalmente anonimo. Tocca pochi palloni, non trova mai spunti nè al tiro nè nella gestione. Troppo isolato, troppo fermo, troppo esterno. Soffre tantissimo sia a destra che a sinistra, gli manca brillantezza, velocità, iniziativa. Ci si aspettava molto, ma molto di più.

Marcelo: ogni tanto ha le sue partite in cui entra in difensivamente in versione telepass. Col Cile totalmente svagato e distratto, spesso si trova a vagare per il campo attratto dal pallone come nemmeno i pulcini. Giocando pure dalla stessa parte di David Luiz è un azzardo notevole.

Alexis Sanchez: è il giocatore di riferimento della Roja, segna, corre molto e gestisce un sacco di palloni ricamando dribbling su dribbling. Ma appunto questo è anche il suo limite, spesso rallenta il gioco per cercare la giocata finendo con l'essere circondato e perdere palla. Forse il Cile avrebbe avuto bisogno di un filo di incisività in più.

Edinson Cavani: coi problemi di Forlan e Suarez aveva una grossa chance di prendersi il suo spazio con la Celeste. Si trova però ad essere utilizzato solo come uomo di corsa giocando dietro alla prima punta, finendo inevitabilmente per perdere lucidità e sbagliare spesso quando chiamato a gestire palla. Vista la squalifica del coniglio mannaro avrà molto spazio nell'immediato futuro, ma siamo veramente all'ultima occasione di imporsi con l'Uruguay.

Robin Van Persie: ha intenzione di vivere di rendita per il gol alla Spagna? Totalmente impalpabile col Messico, incapace di smarcarsi e di entrare in partita in qualunque modo, fermo, lento e impreciso. L'Olanda ha bisogno di ben altro nello spot di numero 9.

Jerome Boateng:
il fratello tedesco di Kevin-Prince è in evidente difficoltà. Difensivamente è inaffidabile, non ha alcuna intesa con Mertesacker, non gli fornisce mai copertura, gestisce con fatica gli 1vs1.  Con la palla risulta impacciato e tende a ritardare la giocata. Fisicamente non appare in gran forma, risultanto soprattutto lento sia nel breve che nell'allungo. Un bel rischio per la difesa tedesca.

Angel Di Maria (escluso l'ultimo tiro): di sicuro è uno che crede molto in se stesso. Tenta sempre la giocata e corre moltissimo fino al minuto 120, peccato che parta spesso bene per poi perdersi regolarmente nella giocata decisiva. Forse proprio per questo segna tirando di prima. Sbaglia passaggi e cross a pioggia.


A parte

James Rodriguez:
su di lui viene ormai prodotto un pezzo al minuto, che stia dominando il Mondiale lo sapete, quindi sarà nominato il meno possibile su questo blog