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25 apr 2017

Il Barcellona e il dilemma Messi

Il Barcellona è in un momento sportivo non semplice, specie per le altissime aspettative legate al club nell'ultimo decennio. Ma l'immediato futuro promette di essere ancora più complicato, per una serie di motivi tutti collegati a un solo nome: Lionel Messi.

Partendo dalle cose ovvie, le fortune del Barcellona negli ultimi anni sono strettamente legate al rendimento del suo fuoriclasse col numero 10, e di conseguenza ai suoi umori. Messi infatti ha un carattere particolare, probabilmente più difficile di quello che mediamente si pensa, che influenza parecchio il suo rendimento sul campo.
Coinvolgerlo e convincerlo sono in realtà i primi obiettivi di chiunque si voglia sedere sulla panchina dei blaugrana, perché se Messi è disposto a sacrificarsi e fare certe cose il panorama cambia anche in una rosa del livello del Barcellona. O meglio è più influente il rovescio della medaglia: una Pulce capricciosa comporta una serie di problemi tale da far crollare gran parte del castello malgrado una rosa del livello del Barcellona.
Non è un caso che la storia di Luis Enrique come allenatore sia totalmente cambiata quando Messi, per qualche motivo, ha deciso di tornare a giocare sull'esterno di destra, lasciando a Suarez il ruolo di centravanti. La stagione 2014-2015 non era iniziata così e senza quello spostamento solo in apparenza ininfluente è probabile che il Barcellona non avrebbe centrato il suo secondo triplete.
Come l'allenatore lo abbia convinto è una cosa che sanno solo Luis Enrique e il suo attaccante argentino. In compenso in questa stagione, a due anni di distanza, Messi ha presentato il conto: a un certo punto, ancora per motivi che può sapere solo lui, è entrato in sciopero e l'allenatore ha potuto solo adeguarsi, varando una formazione senza capo né coda col solo scopo di compensare tutto quello che Messi non aveva (più) voglia di fare. Se lo vedete giocare in questo periodo, il 10 è parecchio statico in zona centrale, o sulla trequarti o verso l'area di rigore, pur mantenendo la pericolosità propria dei fuoriclasse. Gli altri devono girargli attorno, sia per cercare spazi sia per coprire il campo (che molto spesso per il Barcellona di oggi è diventato lunghissimo).

Questo è il presente, e vede il Barcellona comunque in corsa per campionato e Copa del Rey, con "solo" un'eliminazione brutta e cocente in Champions League come ferita aperta. Ma i veri problemi inizieranno allo scadere della stagione 2016-2017. Vale a dire quando Messi entrerà nell'ultimo anno del suo contratto col club. Avere il proprio simbolo nonché uno dei migliori giocatori di sempre libero a zero nel 2018 ha fatto scattare tutti gli allarmi in casa catalana già da qualche mese. La situazione però è intricata, più di quanto tutti vorrebbero.

Messi attualmente è il giocatore che guadagna di più al mondo. E una fetta importante di questi guadagni viene dallo stipendio che gli versa mese per mese il suo club. L'argentino si è procurato questo riconoscimento sul campo, ma nel 2018 lui che è del 1987 avrà 31 anni e dovrà firmare l'ultimo contratto veramente importante della sua carriera. Il che, di solito, fa rima con cifra più alta possibile.
Il Barcellona cosa ne pensa? Il club, malgrado sia uno dei più ricchi al mondo per fatturato, non è in condizione di far firmare il suo fuoriclasse di riferimento in bianco, perché il bilancio è una cosa seria e Messi non è l'unico che deve essere pagato mensilmente. Anzi a quanto pare la dirigenza sarebbe proprio dell'idea di chiedere un sacrificio: ti abbiamo preso a 13 anni, ti abbiamo curato, ti abbiamo dato tutto, grazie anche a te del contributo, ma ora che sei all'ultimo contratto lungo ci fai uno sconto. Che magari vuol dire firmare "solo" per 25 o 30 milioni, ma comunque uno sconto.
Due posizioni chiaramente distanti, che infatti al momento non stanno trovando un punto di incontro. Schermaglie normali in affari di queste dimensioni? Forse, ma come dicevamo prima occhio al carattere di Messi: se le cose non vanno come dice lui può anche scegliere di chiudere i discorsi. A risentirci tra un anno, quando sarà praticamente in scadenza e con qualche offerta da capogiro per le mani come obbligo per i catalani.

E qui torniamo al discorso tecnico: Luis Enrique, vale a dire l'uomo che ha rivitalizzato il Barcellona post Guardiola anche grazie al suo rapporto con Messi, a fine stagione lascerà la panchina blaugrana. E il prossimo tecnico andrà scelto anche, se non solo, in base al gradimento di Messi, come già successo nel caso più evidente per Martino.
La scelta sarà indirettamente un elemento intangibile del rinnovo: la dirigenza cercherà di accontentare l'argentino per farlo rimanere o agirà in previsione di un suo possibile addio?

Il coltello dalla parte del manico sembra averlo Messi per status anche coi tifosi, influenza sui risultati, storia personale. Una tradizione del Barcellona però è cedere i propri simboli appena entrano in parabola discendente, per sostituirli con qualcuno degno di raccoglierne l'eredità. Messi, ad esempio, ha rilevato maglia e ruolo di Ronaldinho. E Neymar sembra non aspettare altro. Succederà ancora?

15 ago 2015

Marc Bartra, una garanzia

Il Barcellona degli ultimi dieci anni non è esattamente una squadra che perde molto. Ancora di meno se consideriamo il periodo dell'età matura di Messi.
Le sconfitte si possono contare, di solito sono eventi ben evidenziati. Ma soprattutto hanno un elemento comune, con una regolarità quasi impressionante: la presenza in campo di Marc Bartra.

Bartra è un centrale difensivo prodotto della masia, classe 1991. Ha iniziato a trovare spazio dal 2012/2013 (sedici presenze, trenta l'anno dopo e venticinque nell'ultimo) pur essendo nell'orbita della prima squadra fin dal 2010. Il suo palmares personale fa invidia a molti club, vanta presenze anche nella Spagna e con l'ultimo rinnovo ha una clausola rescissoria di cinquanta milioni. È quel giocatore di cui si sente parlare come grande talento, difensore moderno tecnicamente abilissimo e spesso finisce nelle notizie di mercato nostrane. Ha anche un sito personale e un logo che unisce nome e numero (gioca col 15), manco fosse Neymar.

Tutto bene, non fosse che la sua titolarità aumenta esponenzialmente le probabilità di sconfiggere una macchina apparentemente perfetta come il Barcellona.
Il rapporto di Bartra coi momenti sbagliati della storia del club inizia già nel 2012/2013. Il catalano si trova a giocare titolare in Champions League nelle semifinali col Bayern Monaco. La doppia sfida finirà complessivamente 7-0 per i tedeschi, risultando sempre complessivamente la peggior sconfitta accumulata dal Barcellona nell'era moderna.
Bartra comunque era appena arrivato in prima squadra, il Bayern in quella stagione era inarrestabile e non è giusto scaricare le colpe sui giovani, soprattutto in una rosa come quella blaugrana. Il ragazzo si farà.
L'anno dopo il Barcellona viene eliminato dalla Champions dall'Atletico Madrid, in una doppia sfida molto dura. Bartra entra al dodicesimo nell'1-1 al Camp Nou ed è titolare nella vittoria dell'Atletico per 1-0 al Calderon al ritorno.
Sempre nel 2013/2014 il Barcellona perde anche la finale di Copa del Rey contro il Real Madrid. La partita finisce 2-1 per i blancos, Bartra è titolare e a dire la verità segna anche il gol del momentaneo pareggio catalano, ma ancora una volta sceglie di entrare nella storia dalla parte sbagliata guardando Bale fare questa cosa qui. E per quanto Bale sia forte e velocissimo in campo aperto questo è l'unico gol di questa fattura che ha trovato nella sua carriera al Real.
Nel dubbio, ma probabilmente è solo casualità, Bartra nel 2014/2015 non gioca nè la finale di Copa del Rey nè quella di Champions League, entrambe vinte dal suo club.
Arriviamo così a oggi, primi trofei ufficiali per il Barcellona post triplete.
Nella Supercoppa Europea vinta dal Barcellona sul Siviglia per 5-4 entra nel finale dei regolamentari per evitare i supplementari. Konoplyanka segnerà il 4-4.
Nella Supercoppa di Spagna l'Athletic Bilbao, che negli ultimi anni ha affrontato un'infinità di volte i balugrana perdendo praticamente sempre, ha vinto l'andata per 4-0. Titolare al centro della difesa Marc Bartra. Negli ultimi otto anni due volte il Barcellona ha perso con quattro gol di scarto, entrambe con lui in campo.

Se tifate Barcellona e vedete Bartra titolare in una partita importante siete autorizzati a partire con gli scongiuri.

9 giu 2015

Il Barcellona e l'importanza del tridente

Il Barcellona dell'ultimo decennio è una squadra destinata ad entrare nei libri di storia. Tra i diversi motivi la straordinaria qualità del suo gioco e dei suoi interpreti, soprattutto i centrocampisti tipo Xavi e Iniesta e un attaccante dominante come Messi.
Però questo Barcellona ha ottenuto il massimo (che va in una scala da vittoria di campionato e  Champions League a triplete) quando in attacco ha potuto contare non su un singolo giocatore straordinario, ma su tre interpreti, possibilmente di livello assoluto, che si sono divisi le responsabilità.
Dei tasseli in più rispetto a quelli normalmente sotto i riflettori, che però fanno la differenza per il salto di qualità finale
Partiamo da un presupposto: non si sta facendo una gara per stabilire chi sia più forte o più decisivo. Una squadra dipende sempre dalla somma dei singoli, ed è esattamente questo a cui si vuole arrivare.

Il Barcellona in quella che possiamo chiamare "era Messi" ha messo insieme qualcosa come quattordici titoli, limitandoci a quelli principali (eliminando quindi le coppe derivate da altre vittorie). Messi in 11 stagioni ha messo a segno 412 reti (ripetete ancora, QUATTROCENTO E DODICI). Dire che sia stato qualcosa meno di straordinario non ha alcun senso, tuttavia da solo non sempre è bastato. La massima esemplificazione di questo concetto si ha analizzando la stagione 2011/2012.
Messi in quell'annata è andato oltre ogni record. 50 gol nella Liga in 37 presenze, 14 in 11 in Champions League, in totale 73 gol stagionali in 60 partite. Una quantità semplicemente disumana di reti, che però sono servite a vincere solo la Copa del Rey contro l'Athletic Bilbao (una costante). In campionato il Barcellona è arrivato secondo dietro al Real e in Champions è stato eliminato in semifinale dal Chelsea. La miglior stagione della vita di Messi ha portato solo un trofeo, per giunta il meno prestigioso.
La stagione successiva è la seconda migliore della carriera di Messi. Con 60 gol in 50 presenze, di cui 46 nella Liga, Messi riesce a vincere il campionato, ma viene eliminato in semifinale di Copa del Real Madrid e in quella di Champions dal Bayern (più che eliminazione una demolizione).
Quando Messi ha dato il massimo, giocando però da solo, il Barcellona si è sempre scontrato con un limite oggettivo.

Posto che Xavi, Iniesta e centrocampisti vari ci sono sempre stati a creare il tessuto connettivo, spostiamoci altrove.
In certe annate il Barcellona ha fatto qualcosa in più, per un insieme di motivi tra cui ce n'è uno comune e principale: in tutte le vittorie in Champions il Barcellona ha schierato in campo tre punte vere, che hanno trovato tutte un buon numero di reti.
È successo anche nel 2005/2006, ma Messi non era nemmeno convocato e Xavi ed Iniesta sedevano in panchina. Andando quindi alle edizioni successive troviamo Messi-Eto'o-Henry nel 2008/2009 (triplete), Pedro-Messi-Villa nel 2010/2011 (campionato e Champions, persa la finale di Copa del Rey contro il Real ai supplementari) e Messi-Suarez-Neymar nel 2014/2015 (triplete). I primi tre portarono in dote 100 gol in stagione, i secondi 98, quelli attuali sono arrivati a 122. Comunque la si metta bocche da fuoco notevoli che hanno creato mille problemi alle difese avversarie, che infatti hanno potuto poco o nulla contro di loro.

Anche una squadra straordinaria per costruzione come il Barcellona, con un centrocampo straordinario per costanza, qualità e capacità di gioco e quello che forse è il singolo più forte al mondo per ottenere il trionfo assoluto ha avuto bisogno di avere in attacco tre elementi in grado ciascuno di fare la differenza. Una forza troppo grande nella somma e troppo diffusa negli undici in campo per avere una soluzione per le difese avversarie.
Creare tre problemi agli avversari è sempre meglio che crearne solo uno, per quanto possa essere il più grande di tutti.

8 ott 2014

La terza fase della carriera di Messi

Lionel Messi ha solo ventisette anni, eppure sembra che giochi a calcio da sempre. Ogni anno si celebrano i suoi record, la sua eclissi sportiva e la successiva resurrezione, come fosse un giocatore a fine carriera e non un ragazzo che, per dire, ha undici anni in meno di Francesco Totti.
Un destino comune per tutti i talenti capaci di imporsi da giovanissimi, massimizzato nei suoi effetti dalla visibilità del Barcellona in questo millennio, dai numeri e dalla resa del numero 10 di Rosario, ma anche dal fatto che Messi, come pochissimi altri, nel corso del tempo ha cambiato nettamente il suo modo di stare in campo, dando l'impressione di essere già in una fase matura della carriera.
Questa è l'undicesima stagione della pulce tra i grandi blaugrana e potrebbe rappresentare la terza e forse ultima parte della sua evoluzione tecnica.

Torniamo un attimo indietro per contestualizzare questa parabola.
La prima fase della storia tecnica di Messi coincide con la sua scoperta e coi primi passi mossi dal suo immenso talento. Un ragazzino coi capelli lunghi e la maglia numero diciannove ad appena diciannove anni si dimostra già un fattore all'interno di una squadra dove di certo non mancano i grandi nomi.
I tratti distintivi sono il mancino raffinatissimo, un certo fiuto del gol, ma soprattutto un dribbling fulminante nato per essere sfruttato in fascia, grazie anche a una progressione irresistibile. In un certo senso Messi è uno dei principali responsabili della moda degli esterni d'attacco a piede invertito, largo a destra ha collocato il suo ufficio e vinto tutto, unendo tecnica, capacità di gioco, gol, assist, corsa e sacrificio. Il tutto in una squadra che sembrava sostanzialmente una macchina perfetta.
Questo giocatore è esistito, a spanne, fino a metà della stagione 2009-2010, quella famosa per l'arrivo di Zlatan Ibrahimovic. Messi vincendo il triplete e dominando la stagione 2008-2009 fa un deciso salto di qualità, negli anni successivi esce dal periodo giovane per entrare nella fase di maturazione, sia tecnica che personale. La sua influenza sul gioco e sulle scelte cresce enormemente, come la sua capacità di decidere le partite. La seconda fase di Messi è quella della prima punta, in cui più che nuovo Maradona è stato il nuovo Ronaldo e ha frantumato qualunque record umano di maracature. 
Il concetto, tutto sommato, è semplice: la pulce vede benissimo la porta, il primo uomo lo salta sempre ed è veloce nei tagli, più lo si avvicina alla rete più possibilità ha di segnare. I suoi evidenti limiti fisici rispetto all'interpretazione classica del ruolo vengono superati grazie all'organizzazione del Barcellona, ma anche ai suoi movimenti e alla sua indiscutibile superiorità tecnica. Se lo attacchi troppo ti salta anche col controllo, e dopo puoi solo raccogliere la palla dal fondo del sacco. Messi diventa sempre più un accentratore di palloni e gioco, rendendo in cambio numeri straordinari di media realizzativa. Nella sua stagione più devastante, il 2011-2012, arriva a settantatre gol in sessanta presenze, di cui cinquanta in campionato. Da solo segna come una squadra almeno media.
Tuttavia. pur mantenendo medie da macchina, il suo gioco nel corso del tempo si impigrisce. Evidentemente in campo si muove sempre di meno, stazionando in un nuovo ufficio collocato circa all'interno della mezzaluna davanti all'area. Tende a chiedere palla sui piedi per poi decidere il da farsi, trovandosi meno spesso servito dove può far male più velocemente alla difesa avversaria. Un calo fisico forse era inevitabile dopo tanti anni al top come anche un certo senso di superiorità e appagamento, ma in ogni caso è il primo passo verso quello cui Messi sembra tendere oggi.
Dopo questo lungo preambolo, arriviamo finalmente alla terza fase della sua carriera, quella che si sta delineando oggi, il Messi numero 10.

Giova ricordare in questo momento il rapporto tra il rosarino e i suoi compagni di reparto. Diciamo non facilissimo, per loro. Men che meno per Neymar, che ha dovuto vivere una stagione sostanzialmente di apprendistato malgrado il suo status.
Quet'anno Messi si trova (o meglio si troverà, quando sarà disponibile Suarez) a fare reparto con altre due punte purissime. Un nuovo equilibrio va studiato e trovato, perchè il numero 11 brasiliano viene da un Mondiale che lo ha consacrato stella e il nuovo numero 9 uruguaiano è un fenomeno conclamato, per di più con un carattere diciamo fumante. Impensabile chiedergli di fare da scudiero continuativamente in fascia. Come sposare questo con le ultime tendenze del 10?
L'idea è quanto già sperimentato con l'Argentina, con Messi a giostrare dietro la zona di interesse della prima punta. Il suo ufficio resta lo stesso, appena fuori area, magari svariando un po' di più, ma l'attenzione viene rivolta più all'impostazione e alla ricerca dei compagni che alla finalizzazione. Meno corsa, più gestione, facendo muovere nello spazio gli altri membri del reparto offensivo con la promessa di palloni puntuali.
La pulce, ancora una volta, si è adattato andando a pescare nel suo immenso bacino di talento. Prendendo le statistiche l'argentino è di gran lunga l'attaccante che gestisce più palloni, avvicinandosi ai numeri dei centrocampisti creativi, il giocatore che produce più passaggi decisivi e il migliore negli assist, malgrado non sia di certo il vostro trequartista canonico. In particolare colpisce che nella Liga in sette partite sia già a otto assist, quando lo scorso anno gliene servirono trentuno per arrivare a dodici. Il cambiamento è già in atto e promette di innescare una nuova forma di dominio.
In fondo Lionel Messi è nato lo stesso giorno di Juan Roman Riquelme.

11 apr 2014

Lionel Messi, ossia la dura vita del centro di gravità blaugrana

L'eliminazione del Barcellona ai quarti di Champions League per mano dell'Atletico Madrid ha sollevato un enorme interrogativo in ogni singolo spettatore: chi era quel ragazzo con la maglia numero 10?
Di solito questa domanda nasce da un genuino e positivo stupore per le magie prodotte sul campo da gioco da Lionel Messi, ma in questo caso l'origine è opposta. Sicuri che fosse l'argentino? Troppo fermo, troppo lento, troppo abulico, troppo in balia degli eventi. Troppo essere umano per uno abituato a macinare vittorie mentra aggiorna la casella dei record. La sensazione di qualcosa di strano, di inadatto al contesto, di troppo evidentemente sbagliato per essere casuale è stata netta, ne sono una dimostrazione articoli del genere.
Ma veramente Messi ha un problema? E se si quale?

Partiamo da un presupposto fondamentale. Se la buttiamo sui numeri, Messi vince sempre. Anche quest'anno viaggia sostanzialmente a un gol a partita risultando nei fatti incontestabile. Il ragionamento deve andare quindi oltre le fredde statistiche, che in ogni caso non dicono tutto del rendimento di un giocatore.

Per prima cosa, il 2013 è stato l'anno solare peggiore della sua carriera "matura". Qualche gol in meno del solito, ma soprattutto qualche infortunio e una difficoltà fisica generale che di fatto lo ha costretto alla scena muta nelle partite importanti. Quasi esattamente un anno fa la Pulga non aveva nemmeno preso parte ai quarti di finale contro il PSG sollevando circa gli stessi dubbi tecnico/tattici di oggi. Ai tempi in molti hanno pensato a una preparazione fisica troppo tarata su una partenza esplosiva. Il Barcellona di Tito Vilanova, infatti, aveva regalato ai fan un primo semestre di dominio totale nella stagione 2012/2013 per poi rallentare la corsa, e questo è stato visibile soprattutto nelle condizioni di Messi, che nel 2012 era stato semplicemente inarrestabile.
Il pensiero nella testa di tutti, paragonate le due stagioni, è che quest'anno l'argentino abbia invece tarato la sua preparazione in vista dell'appuntamento della vita, i Mondiali in Brasile, cioè il grande sogno del giocatore, a cui manca solo imporsi con la nazionale per entrare nell'Olimpo, e di tutto il popolo argentino. Imparando dal passato ha preferito non correre rischi, optando per una partenza lenta, anche con qualche intoppo, che però potesse portarlo al top per l'Argentina.
Per quanto possa apparire ingrato "abbandonare" così la causa catalana, bisogna considerare che questo per Messi sarà il terzo Mondiale e ci arriva al massimo della maturità da superstar assoluta. Fallire non è un'opzione, aspettare altri 4 anni per un'occasione sarebbe troppo doloroso. Col Barcellona ha già assommato 21 titoli, con l'Argentina sta a 2 datati 2005 e 2008.
Quindi un primo problema, un primo tarlo nella testa, è di sicuro il Mondiale.

Ci sono però anche una serie di fattori ambientali che nel corso della stagione hanno messo il giocatore in una condizione particolare.
L'arrivo di Neymar non va sottovalutato. Un giovane (1992, 5 anni in meno) universalmente riconosciuto come grande talento, tra i primissimi al mondo, pagato una cifra esorbitante e con uno stipendio da top fin da subito, un acquisto mediatico e futuribile, un giocatore già con uno status importante, ma con una prospettiva anche maggiore. Forse addirittura un erede. Nessuno aveva mai avuto un profilo simile nell'era del Barcellona post triplete, o per motivi di età o per impatto di immagine.
Messi negli ultimi anni non ha avuto un grande rapporto con gli altri attaccanti della rosa. Chiedete a David Villa, che ha giocato da indemoniato ogni partita contro i suoi ex compagni. Lionel del resto è oggi il leader assoluto del Barcellona. Alla decima stagione in prima squadra, con i 21 titoli che dicevamo e oltre 300 gol, a soli 26 anni l'argentino ha chiaramente in mano tutto nella capitale catalana. Gli altri leader storici del gruppo dei canterani sono più vecchi di lui e in ogni caso non possono competere coi suoi numeri, pur traboccando talento. Messi è il Barcellona oggi e lo sarà anche domani, come idea. Se serviranno gol si andrà sempre da lui, nelle partite importanti si aspetterà un suo guizzo. Il centro della scena è e deve essere suo. La sensazione è che non abbia preso benissimo l'arrivo di uno come Neymar, per tutto quello che rappresenta. Parlo di sensazioni perchè non c'è nulla di concreto, per quanto più di una parola si sia spesa sul difficile rapporto in campo tra i due. Fuori la Pulce non è mai risultato un amicone di nessuno, ma sul terreno di gioco spesso sembra proprio ignorare il compagno brasiliano. Non è paura, è marcare il territorio, con una punta e qualcosa in più di permalosità.
La situazione, nella mia ottica, si è inasprita quando Javier Faus, vicepresidente economico del club, ha parlato di un eventuale rinnovo di contratto per il ragazzo, che ha un accordo fino al 2018 col secondo compenso più alto al mondo. "Non c'è alcun motivo di migliorare il contratto a quel signore a cui è già stato adeguato negli ultimi due anni, non possiamo rivedere gli accordi ogni 6 mesi".
Messi (ricordate la permalosità?) l'ha presa bene: "Faus non sa niente di calcio e vuole gestire il Barcellona nel modo sbagliato". Sono ovviamente seguite varie dichiarazioni a ogni livello per spegnere il fuoco, ma non si è ottenuto nulla più che una tregua armata.
Fatti i suoi conti, la Pulce è passata al contrattacco. Sul tavolo del neo-presidente Bartomeu è arrivata una richiesta di rinnovo per 5 anni a 25 milioni l'anno. Giusto per mettere nero su bianco e con diversi zeri chi è il numero uno della squadra e magari del mondo. "Finchè i tifosi e i dirigenti del Barcellona mi vorranno io resterò qui", che tradotto significa se veramente mi volete in squadra adesso pagate, e tanto, perchè magari avete delle idee alternative che non mi piacciono molto, e coi numeri che produco quello stipendio me lo merito. 

Tornando all'attualità e unendo i puntini fin qui disseminati è facile pensare al numero 10 visto nei quarti di Champions come un giocatore in sciopero. Siete liberi di non volermi o preferire altri, ma se io non gioco finisce così. Per ora mi concentro sul Mondiale, poi se si firma il rinnovo ne parliamo. Un messaggio trasversale in mondovisione.
Messi, oggi, è il centro di gravità del mondo blaugrana, ma questo concetto può avere un'accezione positiva e una negativa. Quella negativa si sta manifestando, e forse non se la aspettavano in molti.



P.S.
A margine, proprio l'appuntamento brasiliano potrebbe regalare un'estate infuocata al Barcellona.
In questo contesto di rapporti, immaginatevi Neymar che torna con la coppa, magari da miglior giocatore, magari dopo aver eliminato l'Argentina.

22 mar 2014

I dolori del giovane Neymar

Lo sbarco di Neymar da Silva Santos Junior in Europa era un evento atteso con una portata messianica. Non con riferimento al suo compagno Messi, ma con un'aspettativa di impatto devastante in proporzione ad età, talento, risultati in patria e dimensione anche a livello di marketing. In più la scelta del Barcellona, una squadra stellare capace di valorizzare il talento offensivo. In più il cartellino di un ventunenne valutato 57 milioni di euro. In più la coppia da sogno tra il 10 dell'Argentina (stavolta si, intendo Messi) e il 10 del Brasile. Un insieme di elementi che non poteva che risultare dominante.
Le cose non stanno andando esattamente così. Oggi Neymar è abbastanza al centro della critica, soprattutto spagnola, tanto che il suo allenatore Martino è intervenuto in sua difesa. Se si parla di lui come un problema dopo una vittoria per 7-0 il nervo è decisamente scoperto.

Escludendo per il momento il discorso tecnico, in pochi mesi Neymar è stato al centro di due grandi discussioni.
Partendo dall'inizio il primo intoppo è stato medico. E' di Agosto la scoperta della sua anemia, che gli impediva di allenarsi con la giusta intensità e lo lasciava spesso fortemente debilitato. Ricordiamo che il ragazzo arrivato dal Brasile, per quanto talentuoso, fisicamente risultava decisamente gracile per il calcio Europeo, quindi impostare la componente di sviluppo era fondamentale specie nei primi mesi. I maligni direbbero che in particolare a Barcellona sono grandi esperti in materia. Caso rientrato in fretta, più o meno tempo di segnare il gol decisivo in Supercoppa di Spagna, ma comunque un primo caso.
Il secondo problema ha avuto impatto e risonanza ben maggiori, tanto che per mesi si è parlato di Neymar più per questo che per il campo e senza dubbio se ne parlerà ancora a lungo. Mi riferisco ovviamente alla questione dell'effettivo prezzo del suo cartellino, di cui chiunque non viva in una grotta ha letto più volte. Il discorso è semplice: un'inchiesta giornalistica ha fatto emergere che il cartellino di Neymar è stato pagato ben più di quanto dichiarato. Parallelamente la magistratura stava già indagando sulla questione allertata dalla denuncia di un socio del club, così la vicenda è entrata nei tribunali. Il punto di arrivo sono state le dimissioni del Presidente Rosell e un versamento preventivo al fisco spagnolo di 13,5 milioni di euro a fronte di una richiesta di 9,1 per ottemperare a eventuali omissioni, da cui il club comunque si affretta a dichiararsi innocente.
La ciliegina sulla torta arriva dall'altra parte dell'oceano, regalandoci una dimensione da intrigo internazionale: il Santos ha portato in tribunale Neymar senior per avere i reali dati della transazione e capire se ha avuto tutti i soldi che gli spettavano. Un terremoto vero e proprio per il giocatore, per la sua famiglia che ne gestisce contratti e immagine in modo a questo punto per nulla trasparente, per il Barcellona e per la Spagna tutta vista la rilevanza legale del caso e il fatto che costituisca un precedente da considerare con attenzione.

In tutto questo, che oggettivamente dipinge un quadro non semplice, si inserisce il discorso tecnico.
Neymar al Santos era un giocoliere, un goleador e un giocatore determinante. I video dei suoi numeri hanno fatto svariate volte il giro del mondo sin dagli esordi, ha segnato 136 gol col club di cui 6 nella Libertadores vinta da miglior giocatore, è diventato il giocatore di riferimento della Seleção dominando per personalità la Confederations Cup 2013. Un simbolo dell'intero movimento calcistico, anche per modo di intendere il futbol.
Ad oggi non si è visto sostanzialmente nulla di questo nella penisola iberica.
Neymar, tradendo le aspettative generali, si è inserito nel Barcellona in punta di piedi, a dirla tutta anche troppo. Si è calato nel ruolo di scudiero di sua maestà Messi snaturando in parte il suo gioco. Non più l'uomo degli highlights, ma un giocatore tatticamente attento, ligio al suo dovere di coprire la fascia e servire gli altri, probabilmente nell'ottica di conquistarsi la fiducia generale per poi, un giorno, poter chiedere qualche licenza extra. Un atteggiamento anche umile e intelligente, ma resta da vedere che gli sia mai concesso viste le tendenze del simbolo del club, che più volte sul campo è parso quantomeno restio a condividere il pallone col suo nuovo e potenzialmente ingombrante compagno.
Come ruolo ha giocato principalmente sull'amata fascia sinistra, in chiave però più difensiva rispetto al passato (anche giustamente vista la maggior difficoltà del calcio europeo). I suoi numeri complessivi parlano di 12 gol, dato decisamente basso rispetto alle attese, e 13 assist, a testimoniare un suo ruolo più defilato e deferente. In Champions League in particolare il suo score vede solo 3 reti segnate per di più in una singola partita, malgrado avversari sulla carta abbordabili come Ajax, Celtic e Milan. Forse non a caso quella volta giocava da riferimento centrale in assenza di Messi.
Numeri, tra le altre cose, sensibilmente meno impattanti rispetto ai suoi compagni di reparto. Martino gli ha già fatto conoscere diverse volte il sapore amaro della panchina, ma in particolare ora il ragazzo non sembra un titolare nelle idee del tecnico. Contro l'Osasuna non ha giocato e il Tata si è sentito in dovere di difenderlo.
In Brasile invece l'allenatore che lo ha consacrato, Mauricy Ramalho, ha tuonato contro il tecnico argentino, accusandolo di snaturare e sacrificare il gioco di Neymar per concentrare tutto su Messi. Chi l'avrebbe mai detto eh?

Il suo impatto tecnico modesto rispetto alle attese e soprattutto il grande clamore legato alle diatribe legali del Barcellona ha fatto pensare a più di un tifoso di aver buttato soldi per portarsi in casa un problema. Mai come ora Neymar è in discussione sotto ogni punto di vista.
Impossibile che un ragazzo di 22 anni (nato il 5 Febbraio 1992, giusto ricordarlo visto da quanto tempo gioca) sia immune da tutte queste pressioni. Tuttavia la prossima partita è il clasico, e lui ha già dimostrato di avere un buon feeling col Real. Che gli sia data una possibilità?

24 lug 2013

Habemus Tata


Il Barcellona per qualche minuto ha deciso di sembrare un club normale. Invece di seguire l'amata autarchia assoluta in ogni ambito ha deciso per la prima volta dal 2008 di affidarsi a un tecnico esterno. Per di più facendo una scelta se non proprio imposta dal suo leader tecnico Messi quantomeno caldeggiata dalla pulce argentina. Gerardo el Tata Martino, argentino nato a Rosario nel 1962 è il nuovo allenatore del Futbol Club Barcelona.

Malgrado le malelingue, non parliamo di un raccomandato.
Il Tata inizia ad allenare nel 1998 e ha una solida carriera alle spalle. Il maestro è Marcelo Bielsa, la palestra il Paraguay. Dal 2002 al 2006 si impone come figura dominante del calcio albirojo vincendo 6 titoli (il campionato si divide in Apertura e Clausura) alla guida di Cerro Porteño e Libertad, con cui conquista anche una semifinale di Libertadores.
Visti i risultati la Federazione gli offre la panchina della nazionale. Dal 2007 al 2011 porta il Paraguay ai quarti della Copa America 2007 (appena insediato), ai quarti del Mondiale 2010 (eliminato dalla Spagna per 1-0) e alla finale persa contro l'Uruguay in Copa America 2011.
Nel 2012 arriva finalmente ad allenare in Argentina (escludendo una brevissima parentesi nel 2005), proprio nella sua Rosario. Resuscita il Newell's portandolo al secondo posto nell'Inicial 2012 e alla vittoria nel Final 2013, aggiungendo un'altra semifinale di Copa Libertadores.
Al Barcellona avrà il suo primo impatto col calcio europeo, col grande vantaggio di trovarsi a disposizione del materiale tecnico straordinario.

Ma che tecnico è Martino?
La grande fonte di ispirazione è ovviamente il lavoro di Marcelo Bielsa, suo allenatore ai tempi del Newell's e idolo assoluto del calcio rosarino. Non è però un integralista e nel corso degli anni ha dimostrato grande spirito di adattamento e capacità di sfruttare al meglio i punti di forza a sua disposizione. I due migliori nonchè più accessibili esempi rappresentativi del suo calcio sono il Paraguay della Copa America 2011 e il NOB 2012/2013.
La nazionale albiroja aveva un'evidente carenza di talento che rendeva inutile tentare di impostare alchimie di calcio spettacolo. Presentava invece una notevole fisicità e disposizione al sacrificio, che Martino ha saputo canalizzare ed esaltare. Spirito di gruppo, grande solidità, attenzione in copertura e corsa, tanta corsa, senza badare alle giocate raffinate. Un calcio molto pratico predicato sulla garra e sulle ripartenze improvvise.
Il Newell's 2012/2013 è al contrario chiaramente una squadra di stampo bielsista. Molto offensiva, con una manovra d'attacco organizzata e fluida. Palla a terra, tanti movimenti, un attacco "leggero" con un centravanti molto mobile come Nacho Scocco accompagnato da esterni rapidi e ficcanti, ma anche attenti a coprire. A centrocampo due interni con corsa verticale (con l'eccezione di Cruzado, più da possesso) e uno schermo davanti alla difesa come Diego Mateo, posizionale, fisico e fondamentale per ricevere il primo passaggio e far partire la manovra (dettaglio che in Spagna conoscono benissimo). Grande attenzione anche alla corsa dei terzini, fondamentali per allargare il gioco e molto coinvolti in zona gol. Possesso palla e controllo dei ritmi.
Due modelli di calcio quasi opposti, soprendentemente sviluppati dallo stesso allenatore. In comune troviamo la grande capacità di leggere gli spazi (esaltata da una parte difensivamente, dall'altra offensivamente), una certa attenzione sulla corsa e la valorizzazione dei talenti individuali.

Restano da citare le parole di Bielsa circa la leadership del suo allievo (che fisicamente gli somiglia sempre di più col passare degli anni):
"Destaco 4 cosas de Gerardo Martino como líder: 1. Siempre que decía hablaba, tenía algo para decir, algo que valiera la pena; 2. Cuando hablaba, nunca levantaba la voz; 3. Él entraba al vestuario y aunque no hablara, bajaba el nivel del murmullo; 4. Cuando él contaba un chiste, todos nos reíamos. Cuando yo me iba a casa y lo contaba, nadie se reía. Y eso que jugaba de local."

Il suo calcio ovviamente non è il tiki-taka di Guardiola, ma nemmeno la verticalità esasperata del Loco. Per capacità tattiche e spirito abbiamo una figura interessantissima, su una panchina meno facile di quel che sembra.

22 lug 2013

Suerte Tito


Tito Vilanova si congeda dalla panchina del Barcellona per concentrarsi su una battaglia ben più importante. Chiude momentaneamente la sua esperienza da primo allenatore con un campionato vinto e stradominato che ci regala qualche spunto di analisi.

Innanzi tutto, Vilanova non è Guardiola, nemmeno come origine. Pep prese in mano una squadra da rinnovare nello spirito e negli uomini, Tito ha più che altro dovuto lavorare sulle motivazioni di campioni ormai stravincenti e stracollaudati. Lo stesso Guardiola nella stagione 2011-2012 aveva affrontato derive tattiche al limite dell'inquietante per cercare di trovare nuovi stimoli, Vilanova ha cercato di portare qualche idea nuova. In particolare una più insistita spinta offensiva (di cui Jordi Alba è un pò il simbolo) e qualche verticalizzazione in più.
Il Barcellona ha dominato la Liga, con un girone d'andata storico da 18 vitttorie e 1 pareggio. Alla fine 100 punti, solo 2 sconfitte, 115 gol fatti.
Rispetto al passato ha palesato un netto aumento dei gol subiti (40, una cifra che non si vedeva dal 2007-2008) frutto di una difficoltà generale a mantenere l'equilibrio e organizzare la transizione difensiva, oltre che magari un minimo di presunzione. Problemi evidenziati dalle gare a eliminazione diretta sia in Copa del Rey che in Champions League, dove comunque la squadra è arrivata alle semifinali (eliminata da Bayern Monaco e Real Madrid).
La centralità assoluta di Messi invece è stata un'evoluzione praticamente ineludibile del lavoro del suo predecessore. Nel corso degli anni la pulce è diventato sempre più simbolo, leader e bomber, accentrando attenzioni e gioco. Con Vilanova gran parte delle azioni venivano orchestrate da lui, piazzato nel suo ufficio sulla mezzaluna dell'area. Tremendamente efficace come sempre (46 gol in 32 partite in campionato, con solo 4 rigori), forse un filo troppo prevedibile in Champions League dove ha reso un pò meno che nelle precedenti edizioni. Concentrarsi su un solo giocatore, per quanto fenomenale, porta sempre dei rischi.

Va però sottolineato che l'esperienza di Vilanova è stata segnata dalla sua malattia, che l'ha costretto a ritirarsi a New York per delle cure da Dicembre ad Aprile. In quel periodo la panchina è stata affidata al suo vice Roura. Pur senza avere risultati disastrosi, la differenza di atteggiamento della squadra era percepibile. Probabilmente era solo un fatto inconscio, ma tutti facevano qualcosa di meno e in generale l'impressione era che Roura non avesse il carisma per decidere veramente qualcosa (mentre, com'è ovvio, Tito in videoconferenza da New York non poteva risultare incisivo).
Senza alcuna pretesa di ottenere certezze, è un bell'indizio per tutti i famosi discorsi del Barcellona che si allena da solo grazie ai propri fenomenali fuoriclasse e al gioco collaudato.

Suerte Tito, porta a casa anche questa vittoria.

5 giu 2013

Messi, il cannibale


L'arrivo di Neymar al Barcellona rappresenta l'occasione perfetta per analizzare una tematica particolare circa le dinamiche interne della squadra catalana.
C'è grande curiosità per lo sbarco nel vecchio continente del talento brasiliano, uno che fa sempre parlare di se sia in positivo che in negativo (son gusti). Qualcuno dovrebbe però avvisarlo che da diverso tempo qualunque attaccante entri nell'orbita di Leo Messi finisce inesorabilmente per sparire.
Precisamente dalla stagione 2008/2009, cioè quella del triplete di Guardiola, Messi ha eliminato sistematicamente ogni suo partner d'attacco, a prescindere da talento, età, provenienza geografica. capacità tecnica o costo del cartellino. Tutte le alternative offensive o sono state cedute, o sono tecnicamente sparite o si sono accontentate di raccogliere le briciole.

La grandezza del Barcellona 2008/2009 stava proprio nel suo tridente offensivo. Tre punte vere capaci di coesistere e sacrificarsi (oltre a segnare in 3 la bellezza di 99 gol). Henry-Eto'o-Messi era una combinazione sublime, un reparto perfetto per portare a compimento l'immane mole di gioco della squadra. Di fatto da allora il Barcellona non ha più avuto un attacco così equilibrato e ben assortito, specialmente perchè tutto è andato sempre più ad accentrarsi verso la pulce col 10.
Il primo ad andarsene è stato Samuel Eto'o,  per motivi ambientali in cui Messi risulta innocente. La sua partenza ha lasciato il ruolo di centravanti vacante, dando di fatto il via all'evoluzione che ha portato la pulga a essere il giocatore che conosciamo oggi.
Il costosissimo Zlatan Ibrahimovic rappresenta il caso più eclatante. A causa del rapporto complicato con l'allenatore e tutto il gruppo catalano lo svedese è durato solo un anno, lasciando progressivamente proprio all'argentino la funzione di punta centrale. Lo stesso Henry nel corso del tempo è finito nel dimenticatoio, un pò perchè l'età pesava nel ruolo di esterno un pò perchè non lo si è voluto schierare come 9.
La stagione successiva è la volta di David Villa. L'attaccante spagnolo presenta un curriculum invidiabile, eppure a Barcellona fa l'esterno per la maggior parte del tempo, conoscendo anche un lungo periodo di digiuno da gol. La sua insofferenza verso il ruolo di Messi si è addirittura evidenziata con degli screzi sul campo da gioco. Mangiare le briciole alla lunga logora. Parallelamente il giovane Bojan, ai tempi molto sponsorizzato ma mai molto considerato da Guardiola, si trova a interpretare un ruolo sempre più marginale fino a chiedere la cessione.
Ultimo nome "mangiato" dal cannibale è Alexis Sanchez, arrivato dall'Udinese con un prezzo da stella nascente. Se il primo anno ha raccolto presenze e qualche marcatura accettando di vivere negli spazi residui, durante il secondo è praticamente sparito fino all'infortunio dello stesso Messi o quando comunque le partite contavano relativamente.
In più c'è Pedro, passato da rivelazione inaspettata a comprimario di utilità relativa a causa di un calcio sempre più lento e statico, predicato sulla palla al 10.

Neymar vivrà per lungo tempo sulle frasi fatte tipo "vale più un giorno con Messi che un anno con Cristiano Ronaldo" o "giocare con campioni simili è un onore" o ancora "coi campioni si trova sempre modo di coesistere". Ma poi in campo conta solo il peso del numero 10.

24 apr 2013

I due problemi del Barcellona



Semplificando come farebbe Guglielmo di Occam, i problemi che stanno inceppando il motore perfetto del Barcellona possono essere ridotti a due, uno in fase offensiva e uno in fase difensiva.

Circa il primo, dire che la squadra di Vilanova abbia delle difficoltà in attacco può suonare strano. A 6 giornate dalla fine della Liga il suo Barcellona ha segnato 99 gol, il che probabilmente significa chiudere il campionato con più reti che mai, era Guardiola compresa. Eppure soprattutto in Champions League si sono palesate delle problematiche evidenti. Tito ha cercato di dare una sua impronta, ma non ha potuto evitare certe tendenze consolidate. Il possesso di palla esasperato, orizzontale e costante non è una novità ormai, ma i movimenti corali con e senza palla sono progressivamente diminuiti a favore dei solisti. Parliamo principalmente di Messi, canalizzatore assoluto di tutto il gioco, ma anche Iniesta. Palla a loro, uno contro uno e vediamo cosa ne esce. Non è un caso che il numero 10 giochi sempre più in posizione centrale (e segni sempre di più), preferibilmente nella mezzaluna dell'area, aspettando la palla. Gli altri si adeguano, soprattutto gli "esterni" che hanno il solo compito di allargare la difesa e puntarla, con tagli estremamente ridotti (infatti Pedro segna sempre meno).
Un calcio offensivo basato sull'improvvisazione di un paio di solisti assolutamente straordinari. Funziona in campionato, mostra i suoi limiti contro squadre forti e organizzate. E dire che Ibrahimovic ha giocato anche a Barcellona.

Riguardo al secondo, il segreto del Barcellona (e di riflesso della Spagna) è sempre stata la capacità di non subire gol. Possesso palla e densità, ma anche tanto pressing, aggressività, movimenti e attenzione tattica. Oggi il Barcellona sembra più vulnerabile. Le statistiche parlano di 33 gol subiti nella Liga (con Guardiola fuorono oltre 30 solo nel 2008/2009), ma è ancora una volta la Champions l'indicatore migliore. Nella fase a eliminazione c'è stata la sconfitta 2-0 a Milano, un turno con due pareggi e il 4-0 a Monaco. Quando perdono palla il recupero non è più così efficiente. I giocatori più difensivi hanno subito tutti un calo vistoso nelle prestazioni perchè costretti a difendere in spazi ampi, con meno copertura e raddoppi. Gli avversari riescono a giocare. Pure Victor Valdes ha palesato tutti i suoi limiti tecnici trovandosi costretto a lavorare veramente. In generale la sensazione che se attaccati vadano in sofferenza è palpabile.

I grandi risultati in Liga dei primi mesi di Vilanova hanno portato tutti nell'ambiente catalano a credere di poter vincere praticamente per inerzia, perdendo le basi del lavoro di Guardiola.
Riusciranno a ritrovarsi o cambierà tutto?


2 lug 2012

Due campioni per domarli tutti

E' chiaro ed evidente che ci sia una connessione tra i risultati del Barcellona e quelli della Spagna.
Ma due giocatori, Xavi Hernandez e Andres Iniesta, rappresentano semplicemente il top del calcio mondiale da 6 anni.

Basta guardare il palmares (ovviamente condiviso dai due) per capire cosa intendo.
Champions League 2006, Europeo 2008, Champions league 2009, Mondiale 2010, Champions League 2011, Europeo 2012.
In mezzo i trofei indotti, Mondiale per club e Supercoppa Europea 2009 e 2011.
Una regolarità impressionante nel vincere trofei internazionali.
Con la chicca di Xavi (6 del Barcellona, 8 della Spagna) miglior giocatore di Euro 2008 e Iniesta (8 del Barcellona, 6 della Spagna) miglior giocatore di Euro 2012.

Leggere alla voce fenomeni, o se preferite dominatori.

10 giu 2012

Derive estremiste

Che la Spagna abbia come modello di riferimento il Barcellona lo sanno anche i sassi.
La cosa preoccupante è come una nazionale che ha molti giocatori cardine in comune con un club, ma anche delle innegabili differenze (la principale: l'assenza di Messi) e soprattutto un allenatore diverso accetti acriticamente tutte le derive e gli estremismi tattici del modello di riferimento, senza chiedersi se sia il caso di rivedere qualcosa o integrare una certa idea di calcio.

Dove è andato il Barcellona, la Spagna l'ha seguito.
Ad oggi manca solo la difesa a tre, probabilmente per l'assenza di un propulsore come Dani Alves a destra. La titolarità di Fabregas è l'ultimo esempio in ordine cronologico. Ma prima c'erano state, ad esempio, l'imposizione di Busquets, l'uso di David Villa come ala, la progressiva riduzione del numero di punte in campo.
Nella partita contro l'Italia si è arrivati all'ultimo stadio, il 4-6-0 mascherato da 4-3-3, senza alcuna punta nemmeno di nome in campo. Chiaro derivato del modulo che Guardiola ha varato per il Barcellona 2011/2012, con le sole differenze dal centrocampo in su di Xabi Alonso in mezzo e David Silva a coprire il ruolo di Messi. Un'idea di gioco che punta a esasperare il possesso palla sfruttando come mezzi per scardinare le difese altrui le azioni personali di Iniesta (spesso insistite, come in blaugrana), gli inserimenti di Fabregas (come in Catalogna) e la capacità di Xavi e Silva di creare gioco e servire i tagli, uno più basso e uno più alto.

Il problema è che trattasi di un sistema tremendamente sterile, a meno di qualche giocata da campione (l'assist di Silva sul gol di Fabregas rientra nel caso). I difensori hanno vita troppo facile contro una squadra senza nessuno a dare profondità, nè centrale nè sulle fasce, nessuna minaccia aerea, nessuno dentro l'area e addirittura nessuno specialista del tiro da fuori (le caratteristiche degli spagnoli parlano chiaro). Una squadra organizzata riesce a trovare le giuste contromosse per chiudersi e pure ripartire senza troppi sforzi. Come dimostra l'Italia di Prandelli, squadra tutt'altro che fenomenale, che però ha sofferto nettamente di più quando è entrato in campo Torres, un attaccante che non è esattamente al vertice della carriera, ma almeno i movimenti li sa fare.
Lo stesso Barcellona in questa stagione ha avuto dei problemi seguendo quest'idea di gioco. Togliere dall'equazione Messi (autore di 73 gol in stagione, sostanziale unico marcatore della squadra) per Silva (che non arriva a 70 gol in carriera) potrebbe rivelarsi uno scoglio fatale per la nazionale roja.

Urge tornare a giocare a calcio con gli attaccanti, almeno finchè vince ancora chi segna un gol in più degli altri.

1 mag 2012

La storia si ripete

La Champions League rappresenta la massima competizione internazionale per club a livello europeo. Si può quindi affermare che i club che arrivano all'ambitissima finale rappresentano il top del calcio del vecchio continente. Teoria corroborata da un fatto.
Nelle ultime 4 edizioni si trovano sempre le stesse squadre in finale, ovviamente in combinazioni diverse, con l'eccezione dell'Inter vincitrice 2010.

Nel 2007/2008 ci fu la finale tutta inglese tra Chelsea e Manchester United, che Terry ricorderà per tutta la vita.
Nel 2008/2009 (finale che regalò il triplete e la leggenda a Guardiola) si sfidarono Barcellona e ancora Manchester United.
Nel 2009/2010 Inter-Bayern Monaco, col triplete nerazzurro.
Nel 2010/2011 ancora Barcellona e ancora Manchester United, per lo stesso esito.
Infine nell'edizione attuale Bayern Monaco e Chelsea, le uniche due a non aver mai vinto nelle combinazioni precedenti.

Un fatto sicuramente casuale, ma decisamente curioso.
Per la finale dell'edizione in corso, aggiungiamo che non ha mai vinto la Champions nè la squadra di casa nè una squadra di Londra. Uno dei due tabù è destinato a cadere.
Nemmeno il Barcellona stellare del ciclo di Guardiola invece è riuscito a vincere due edizioni consecutive, impresa mai riuscita a nessuno da quando parliamo di Champions League.

21 mar 2012

Ancora su Leo Messi

A 3 mesi dai sui 25 anni, Messi è diventato il miglior marcatore della storia ultracentenaria del Barcellona, infrangendo il record stabilito tra il 1942 e il 1955 da Cesar Rodriguez. E vista l'età e la media gol sembra destinato ad alzare l'asticella a un livello irraggiungibile per chiunque.

In 8 stagioni Messi ha accumulato 314 presenze con 234 gol, per un'irreale media di 0,745 gol a partita.
Numeri che diventano ancora più mostruosi se consideriamo solo le ultime 3 stagioni, quelle in cui Messi è diventato di fatto il finalizzatore principale dell'immensa mole di gioco catalana: 153 presenze con 154 gol. La media la lascio fare a voi.
In particolare nella stagione in corso Messi è a 45 presenze con 54 gol (record nella storia del Barcellona, superato il se stesso 2010/2011 con 53) e ha già pareggiato i suoi record di gol in campionato (34, ma in 27 presenze invece che 35) e in Champions (12, con 7 presenze invece di 13).

Altri record in libertà:
-è il quarto giocatore ad aver vinto 3 volte il Pallone d'Oro
-è il secondo giocatore ad aver vinto 3 volte consecutivamente il Pallone d'Oro
-è il terzo giocatore ad essere stato 3 volte consecutive capocannoniere della Champions League

Tutti traguardi che saranno presumibilmente superati l'anno prossimo.

8 mar 2012

Un club esclusivo, parte quarta

Malgrado la sua carriera sia ancora giovane, si può tranquillamente dire che Lionel Messi sia un giocatore unico.
Al suo già corposo libro dei record ha voluto aggiungere una pagina. Non gli bastava aver segnato 4 gol in una partita di Champions, la compagnia di assoluti carneadi come Prso, Simone Inzaghi e Gomis sembrava troppo plebea per un giocatore come lui. Ha così deciso di strafare.

Barcellona - Bayer Leverkusen 7-1
per comodità riporto solamente Messi al 26',43' PT e al 5',14',40' ST

La Pulga è a 48 gol in stagione, di cui 28 nella Liga e 12 in Champions.
Ricordo a tutti che siamo a Marzo.

15 dic 2011

Giovedì con Aguante Futbol

Assieme ai redattori di Aguante Futbol, facciamo il punto sull'attualità attraverso 5 domande.


1) Da 1 a 10: l'utilità del tavolo della pace?

Pile: Non c'erano dubbi sul fallimento di questa operazione. Le basi partono da posizione lontane, lontanissime e ovviamente non sono disposte a venirsi incontro. Ma questo lo si capiva già nelle dichiarazioni mediatiche, non c'era bisogno di fare un "Tavolo della Pace" per capirlo...anche perchè poi, a prescindere da Calciopoli, i veleni fra presidenti, istituzioni e addetti ai lavori fanno parte della storia del nostro calcio, già da prima del 2006.

G.D.C: Operazione demagogica e senza senso, speravo in qualcosa di illuminato nella testa di Petrucci (promotore dell'iniziativa) come extrema ratio. Invano. La verità è che si vuole un passo indietro da Moratti.

G.B: Sono davvero servite quattro ore e trentasei minuti (qualcuno sa i secondi?) per l'ennesima presa di posizione delle due parti?

A.L: Se devo essere sincero, sono totalmente ignorante a riguardo. Potrà sembrare banale, o una frase di circostanza, ma a noi -in questo Blog- piace parlare di Calcio.

2) Nicolas Anelka in Cina per dieci milioni di euro a stagione. Lascia il calcio giocato (non ce ne voglia il mondo asiatico) uno degli attaccanti più controversi degli ultimi anni, capace di stupire e deludere nel giro di pochissimo tempo. Qual è il vostro giudizio sulla carriera del calciatore e sulla scelta professionale ormai molto in voga ultimamente?

G.D.C: Diciamo che Anelka non si è mai fatto problemi a cambiare maglia, il trasferimento in Cina è in linea col personaggio. Per quei soldi figuriamoci. Talento fisico e tecnico forse unico, di sicuro sprecatissimo anche a causa di una testa veramente matta. Carriera a strappi con tanti bassi e pochi picchi sempre quando sembrava senza ritorno, come vertice per me la stagione al Chelsea (quando tutti onestamente lo davano per finito) con Ancelotti, per cui è stato davvero fondamentale come punta e rifinitore.
Sulla scelta professionale poco da dire, mi accontento dell'onestà di chi ammette di farlo per soldi. Perchè ad esempio Juninho Pernambucano giura di voler tornare in Arabia perchè la famiglia si trovava benissimo...

Pile: Come calciatore l'ho sempre ritenuto sopravvalutato, fin da quando era giovane ed era ritenuto una grande promessa. Certo, ha colpi da grandi giocatore, ma non è mai stato sostenuto dalla necessaria continuità grazie ad un carattere decisivamente controverso.
La scelta professionale non la discuto, nel senso che ognuno è libero di fare quello che gli pare: c'è a chi piace prendere più soldi e chi invece fa un discorso più professionale. Come ha detto Giulio, l'importante è ammetterlo.

G.B: Non sono mai stato un suo ammiratore e anche nei suoi anni migliori il suo gioco non mi entusiasmava. Troppo estroso e difficile da capire, ha avuto comunque la forza di risollevarsi e fare una grande stagione al Chelsea, un'annata in cui probabilmente è stato addirittura sottovalutato. La scelta professionale e di vita non può essere discussa, ha quasi 33 anni, non moltissimi, ma è uno di quei giocatori che hanno avuto una carriera lunga ed intensa: esordio a soli 16 anni al PSG, ha giocato per squadre del calibro di Real Madrid, Arsenal, Liverpool, City e Chelsea, prendendosi "discrete" soddisfazioni anche a livello di palmares.

A.L: Uno dei giocatori più altalenati e tecnicamente lunatici dell'ultimo decennio. Bizzarramente -in linea col suo copione- ha toccato l'apice della sua carriera -comunque distinta e di tutto rispetto- al Chelsea, nelle ultime primavere. Farà compagnia allo stimatissimo -fra gli addetti del Blog- Darío Conca, tirandosi dietro una "pensione" mica da ridere. Questione di ideali e di scelte di vita, e se uno predilige, preferisce questo [...] tanti saluti da un tifoso del calcio giocato.

3) Due vittorie consecutive per l'Inter, 5 gol subiti nelle ultime 8 partite per Ranieri. Il testaccino sta facendo il massimo o ci sono margini per migliorare?

G.D.C: Qualche errore di troppo nei cambi, ma di sicuro ha saputo cambiare la rotta della squadra. Da zona salvezza a centro classifica, ma pur sempre un cambiamento. Margini ce ne sono eccome, ma bisogna avere il coraggio di cambiare e iniziare a pensare al futuro.

Pile: Ranieri sta facendo un ottimo lavoro. Sta riuscendo laddove Gasperini aveva fallito. Sta schierando la squadra con razionalità, avendo compreso subito i problemi a metà campo ha rimpinguato il reparto, anche a costo di rinunciare ad attaccare. Non è l'uomo su cui fondare il progetto, ma è un vero "aggiustatutto" adattissimo alla situazione odierna.

G.B: Concordo con entrambi, è la soluzione meno dolorosa e rischiosa per l'immediato. Ha risolto con praticità i problemi principali di questa squadra, ma non lo sceglierei mai per pianificare il futuro... il rischio di ritrovarsi Schelotto in rosa è dietro l'angolo.

A.L: La solidità difensiva riacquisita (vista sopratutto nelle ultime due gare) coincide con il ricongiungimento del duo epico Lucio - Samuel (non per niente i centrali del 2009/2010), e di un equilibrio in fase di non-possesso già ben collaudato -con l'ossatura centrale temprata da Cambiasso e Motta, anche loro protagonisti del Treble. Il margine c'è, senza dubbio; non è una vittoria di misura a Genova l'espressione del potenziale massimo di questa squadra, il fine ultimo -per quanto in questi mesi si sia svalutata agli occhi dei più, e il valore assoluto crollato nelle gerarchie virtuali degli appassionati. Gli infortuni -e l'avversità che li accompagna fino alla porta di Appiano-, nelle ultimi due stagioni sono stati il problema principale e per lunghi tratti impediente (nel periodo di Benitez imprescindibile, non si poteva fare un discorso Inter senza tenerli in considerazione), iniziano a far tirare qualche sospiro, e con i recuperii di Sneijder, Maicon in definitiva, Forlan, si potrà ragionare a pieno organico, a pieno regime. Se poi Jonathan, Coutinho, Alvarez, Poli, ecc. avranno modo di/mostreranno le loro capacità per quel che realmente hanno in dote e per quel che sono stati presi [...]


4) Esiste un caso Sneijder? L'olandese, spesso infortunato, ha attirato le preoccupazioni di Moratti. Può tornare entro Gennaio al livello di 2 stagioni fa e garantire continuità?

G.D.C: Esiste eccome, ma purtroppo Sneijder è sempre stato così. Allergico ad allenarsi e libertino nei comportamenti (chiedere info a Madrid). Quando le cose vanno male è più evidente, anche perchè lui per caratteristiche ha bisogno anche di una squadra attorno. Come due anni fa molto difficile, meglio dell'ultimo anno e mezzo doveroso

Pile: Sneijder è un problema serio. Le sue abilità tecniche non si discutono, ma per esprimersi a grandi livelli deve forse essere coccolato e vuole che gli sia affidata una certa leadership. Sono curioso di vedere come si inserirà nella nuova Inter di Ranieri e quali effetti provocherà.

G.B: Una sequenza di infortuni da far rabbrividire e che inevitabilmente pone quesiti importanti sulla sua professionalità. Dispiace parlarne, ma dopo le due partite ravvicinate con l'Olanda e l'ennesimo stop è impossibile non chiedersi quanto tenga all'Inter in questo momento. Le speranze di rivedere il giocatore di due anni fa sono svanite da tempo, per colpe sue e per il contesto non ideale in cui è inserito. La domanda però è: a gennaio torna... o se ne va?

A.L: Sneijder è il giocatore complessivamente con più valore dell'Inter. Moratti ha altro di cui preoccuparsi, veramente, se congetturiamo in negativo anche su di lui, dando adito alle varie indolenze e affari extra-calcistici, certo che troviamo un caso, ma per un Campione del genere -e in un momento del genere, in questa annata- non possiamo permettercelo. Wes è sempre su quei/suoi stratosferici livelli -nel proprio ruolo-, e la grana riguardo la continuità non deve creare preoccupazioni, perché non esiste -gli bastano due/tre partite per riappropriarsi come più gli va-. Le elucubrazioni alla Fabrizio Biasin -degno della redazione di cui fa parte- sul fatto che Sneijder non abbia a cuore il Club, e robe varie le lascio ad altri. (Moratti ha solo detto la realtà, che gli infortuni stanno martoriando e che sarebbe servito. Più che ovvio mi viene da dire, no?)


5) E' iniziato il Mondiale per Club, finale Santos-Barcelona. I blaugrana sono naturalmente la squadra da battere, Neymar and Co possono fare l'impresa?

Pile: Più che altro credo la mia curiosità sarà legata al fatto di vedere Neymar, Ganso e gli altri talenti contro una grande (la più grande) d'Europa. Se il Barcelona gioca come sa, il Santos non ha speranze. Però nel post Clasico può succedere di tutto...

G.B: Il Barcellona due anni fa soffrì tantissimo il catenaccio e la garra dell'Estudiantes di Sabella, una squadra completamente diversa da questo Santos. Il rischio è che i brasiliani pensino di potersela giocare con il Barcellona a livello tecnico e non di applicazione tattica ed intensità. Sarà curioso vedere finalmente all'opera Neymar e Ganso contro una squadra europea, soprattutto dopo le poche luci e molte ombre della Copa America meno sudamericana degli ultimi anni.

G.D.C: Il Barcellona può perdere solo se sottovaluta clamorosamente l'impegno, cosa che sembra impossibile per una squadra così vincente. Il Santos deve armarsi di parecchia umiltà se vuole sperare di fare qualcosa, perchè contro individualità simili non hanno nemmeno idea di cosa voglia dire giocare e se iniziano a fare i brasiliani è finita. Se Guardiola volesse cancellare Ganso dal campo in partenza gli basterebbe schierare Mascherano titolare davanti alla difesa, ma sappiamo che è impossibile.

A.L: Il Santos è una formazione interessante per i singoli -ai palati Europei- e che per ovvi motivi alletta. Sui micidiali ragazzi di Guardiola, c'è rimasto da dire veramente poco o nulla, se non fare ulteriori complimenti dopo il Clasico, e la rinnovata prova di forza e la riconferma di stare -come da un paio anni a questa parte- sopra tutti. La Club World Cup ha spesso regalato fatti inaspettati (come ha detto G.B. lo stesso Barca due anni fa, sul campo vide un Estudiantes più ostico del previsto che stava per portare in SudAmerica il trofeo), ergo siamo aperti alle meraviglie, sperando di rimanere stupiti da Neymar (che goal) & Co.

15 ago 2011

Chi troppo vuole

Josep Guardiola ha deciso.
Dopo la vittoria del decimo titolo da allenatore in tre anni il suo Barcellona, quello con i primi tre classificati al Pallone d'Oro e otto campioni del mondo in rosa, andava rinforzato. Non con acquisti parsimoniosi e mirati tipo quell'Afellay arrivato a Gennaio,ma coi soliti colpi milionari estivi, che in questo caso rispondono ai nomi di Alexis Sanchez e Cesc Fabregas.
Due acquisti di spessore assoluto. Uno dei migliori talenti emersi nell'ultima Serie A e il talento scappato di casa a sedici anni, cresciuto ed esploso in otto anni di carriera a Londra, vanno a completare una rosa già di suo stellare, ma effettivamente corta.

Il credo di Guardiola in questo senso è sempre stato chiaro. Ci sono i titolari, possibilmente tutti canterani o almeno spagnoli in quanto legati ai primi dalla militanza comune in nazionale, fissi, immutabili e definiti, e le riserve.
Queste si dividono in due categorie: o nuovi ragazzi della sempre fertile cantera, giovani ben contenti di stare in panchina e trovare qualche presenza, o giocatori prelevati dal mercato europeo a seconda dell'uopo, tendenzialmente non dispiaciuti di vincere tutto anche senza giocare granchè. I secondi hanno un destino chiaro. Si devono integrare nel gioco e negli schemi, quindi accettano il ruolo per loro scelto dall'allenatore. Che spesso finisce per essere quello dei tappabuchi di extralusso, vedasi Mascherano reinventato difensore centrale dopo mesi di briciole di partite.

Sia chiaro che Guardiola ha sempre cercato pezzi nuovi per la sua squadra. Che fossero i vari Busquets e Pedro o i neoacquisti Villa, Ibrahimovic, Caceres, Mascherano, Pep ha sempre cercato nuova linfa per una formazione già di suo fortissima. Quindi niente da stupirsi per gli acquisti in se. Ma l'attuale situazione della rosa non c'è mai stata nei precedenti anni.

A centrocampo troviamo Busquets e Xavi titolari inamovibili di una solidità fisica unica e un Iniesta tecnicamente fondamentale, ma ogni tanto alle prese con infortuni di varia gravità. In panchina Mascherano teorico centrocampista ormai centrale difensivo, Seydou Keità, Afellay (arrivato come polivalente, sia centrocampista che ala) e soprattutto Thiago Alcantara. Il neo nazionale maggiore spagnolo, campione d'Europa Under 21, è il nome nuovo esploso nell'ultima stagione, il talento in rampa di lancio. Perfetto vice-Iniesta è un classe 91 con qualità da vendere e voglia di ritagliarsi uno spazio.
Fabregas arriva come alternativa di lusso ai numeri 8 e 6, esattamente come accade nella nazionale roja, dove i giocatori sono gli stessi coi numeri invertiti. In un contesto di turnover decisamente limitato (se si escludono le partite con cambio totale o quasi degli undici titolari prima di importanti appuntamenti di Champions) sulla carta si fatica a trovargli uno spazio, per quanto assurdo possa sembrare. E vederlo al posto di Busquets, da mediano puro a dare equilibrio e fisicità a tutta la squadra, è francamente follia.
In pratica l'ex-capitano dell'Arsenal occupa lo stesso ruolo gerarchico del giovane Alcantara. Il fatto di essere di Barcellona lo salverà dalla tribuna, ma fare la riserva di tre giocatori tutti con oltre quaranta presenze di media all'anno (compreso Iniesta, considerato fragile) non dev'essere facilissimo. Anche perchè è tutto da vedere che certi giocatori accettino di stare in panchina, abituati a giocare sempre.

Spostare in attacco Cesc o Iniesta diventa complicato per l'acquisto di Sanchez, arrivato da quarto nel tridente formato da Villa, Pedro e Messi, anche loro con una media di quaranta/cinquanta partite. Se il 10 non è e non può essere in discussione, il 7 è un giocatore esperto, coi gol nel sangue, tanto talento e un riferimento nella Spagna, mentre il 17 è forse il giocatore più utile di tutto il Barcellona, magnificamente complementare a tutti i titolari.
Alexis diventa un'opzione in più, con tutto da dimostrare e con Afellay a fargli compagnia come riserva in attesa di qualche altro canterano (Gerard Deulofeu, per non fare nomi). Le cessioni di Jeffren e Bojan hanno sicuramente lasciato dello spazio, ma parliamo di vere e proprie briciole rispetto ai titolari veri.

Due galli in più in un pollaio già decisamente rodato e ricco, con tanti nuovi pulcini pronti a crescere. La gestione dello spogliatio sarà decisiva quest'anno come non mai a Barcellona, col rischio di far saltare il banco per aver voluto troppo.

9 giu 2011

Sfatiamo qualche mito

Girovagando per la rete mi sono ritrovato davanti un documento che analizzava la Champions League 2009-2010, quella vinta dall'Inter di Mourinho.
Mi sono ritrovato davanti dei dati molto interessanti, che in pratica smentiscono gran parte delle affermazioni che ci ritroviamo a leggere abitualmente.

3/4 delle reti arrivano da azioni di gioco. Le azioni più efficaci per arrivare al gol sono, nell'ordine: un cross dalla fascia, un passaggio in profondità dal centro e un tiro da lontano. Le reti da fuori area sono in netto aumento rispetto alle edizioni precedenti e questo può indicare una maggiore organizzazione difensiva e una migliore qualità di tiro da parte degli interpreti.
I gol su palla inattiva sono in diminunzione, per via dell'ottima organizzazione difensiva che stanno raggiungendo le squadre. A sorpresa, le punizioni indirette portano più segnature rispetto ai corner. Le squadre che sono andate più avanti durante la competizione non sono state quelle maggiormente efficaci su palla inattiva, ma quelle maggiormente organizzate quando ci si deve difendere in queste situazioni.

Spesso si è visto l'Inter come sinonimo di contropiede. Quest'ultima parola è stata spesso utilizzata in maniera impropria. Contropiede non equivale a catenaccio. Anche il Barcelona, quando ne ha l'opportunità, esegue fantastiche ripartenza. Ogni team di grande livello deve essere bravo a sfruttare queste situazioni. Come disse Josè Mourinho, non servono giocatori rapidi per eseguire buoni contrattacchi: conta molto la disposizione, il posizionamento e la circolazione rapida del pallone. I gol da contropiede sono in diminuzione rispetto alla Champions 2009, dimostrando che le squadre stanno iniziando a curare anche difensivamente queste situazioni, spesso letali in passato, magari bloccando davanti alla difesa un centrocampista in più.

Oltre alla tattica sono importanti i giocatori. il 26% dei gol su azione sono arrivati da percussioni individuali. In questo senso giocatori come Lionel Messi o Arjen Robben possono fare la differenza.

Un dato interessante riguarda Maicon, terzino considerato da tutti come molto offensivo. In realtà, se si va a confrontare con il giocatore del Barcelona e connazionale, Dani Alves, si può notare come quest'ultimo riesca a correre in media 2 km in più rispetto al compagno di nazionale. Cifra monstre, se si considera che lo spazio percorso è costituito per il 20% da sprint ad alta intensità che toccano i 30 km/h. Si può quindi sostenere che, mentre Dani Alves supporta l'azione in maniera continua e costante, il nerazzurro Maicon si preoccupa in primis della fase difensiva e si inserisce nello spazio con minor continuità.

Il dato più interessante riguarda proprio i km percorsi. I campioni dell'edizione 2009-2010, l'Inter, è stata una delle squadre che ha corso meno. 103 km contro i 108,5 di Bayern Monaco e Barcelona. Davanti a tutti c'è il Cska, con addirittura 118 km di media. E' un dato che indica come sia importante non correre, ma farlo bene, con qualità.

Le 5 squadre che hanno effettuato meno di 400 passaggi a partita di media, sono state tutte eliminate. Questo potrebbe far capire l'importanza della gestione della palla. Peccato che la squadra che ha vinto il torneo ne ha fatti soltanto 408, e fra le 16 finaliste è seconda soltanto alla Fiorentina sotto quest'aspetto. L'Inter ha una media del 45% di possesso palla (il Barcelona ha il 62%) ed è una clamorosa dimostrazione di squadra che è a suo agio senza il pallone fra i piedi. Nel ritorno della semifinale fra blaugrana e nerazzurri, Xavi ha effettuato 117 passaggi, l'Inter intera 160, Wesley Sneijder soltanto 12. Nella finale giocata il 22 Maggio 2010, il Bayern Monaco ha giocato il pallone 643 volte, contro le 289 giocate dell'Inter: risultato? 2a0 per i nerazzurri, senza neanche troppa fatica.

Le squadre come quella di Josè Mourinho, che preferiscono attaccare in contropiede, sono quelle che finiscono più spesso in fuorigioco. Questo per far comprendere i movimenti di Diego Milito che tenta con grandissima continuità di creare problemi nelle zone d'ombra.

Una cosa che va confermata è l'assoluta importanza del gol fuori casa. Quello che va smentito è il presunto vantaggio della squadra che gioca il ritorno in casa. I dati, infatti, pendono leggermente a favore delle squadre che hanno giocato il ritorno in trasferta.

Spero di aver sfatato qualche mito. Ad esempio quello dell'importanza del possesso palla e della gestione del pallone in un certo modo oppure del fatto che "chi corre di più, vince". Attenzione, non penso neppure il contrario. Non penso che adesso si debba cercare di tenere di meno il pallone per avere più possibilità di vittoria. Credo semplicemente che esistono diversi modi di giocare a pallone, e nessuno è migliore di un altro. Ciò che lo fa diventare migliore o peggiore sono gli interpreti a disposizione e quanti essi si leghino alla filosofia dell'allenatore ed al progetto tattico che si è cercato di condividere. Non ho mai espresso una preferenza verso il gioco basato sulle transizioni o sul tic-tac stile Barca. Entrambi i sistemi hanno i loro punti di forza e le loro debolezze. Ciò che non si deve fare è tentare di imitarli. Nessuna squadra può giocare uguale ad un'altra, ma ogni squadra ha un modo per esprimere le proprie potenzialità. E' per questo che il calcio da questo punto di vista è sempre in evoluzione. I tipi autoritari, che hanno una sola filosofia calcistica e cercano di inculcarla a tutti i costi, sono destinati a fallire miseramente.

9 mag 2011

A lezione da Sir Alex

Sarà stata l'indigestione di clasicos spagnoli, sarà che ormai Barcellona è sinonimo di calcio e ciò che non è possesso palla, tiqui-taca, Lionel Messi e quattro-tre-tre è fuori moda e non ha più nulla a che vedere con il gioco del football, o soccer, come lo chiamano gli americani, ma trascorrere il tardo pomeriggio di domenica davanti alla tv a vedere Manchester United-Chelsea è stata una sorta di riconciliazione con l'essenza di questo sport. L'intero incontro è stato giocato ad un'intensità elevatissima, però sono stati i primi 45 minuti a mettere in mostra uno United a dir poco sensazionale.

Ferguson e i suoi uomini hanno disputato una prima frazione di gioco perfetta, controllando dal primo all'ultimo minuto un Chelsea in completa balia degli undici diavoli rossi. Mai soprannome è sembrato più azzeccato, perchè i Red Devils sono entrati in campo indemoniati, con una carica positiva che, complice anche il favorevole quanto meritato andamento degli eventi, ha trasmesso fin da subito ad un Old Trafford in piena simbiosi con i ragazzii in campo. Pubblico e giocatori sono sembrati un tutt'uno, annientando Ancelotti & Co. sotto qualsiasi punto di vista: tattico, tecnico e temperamentale.

Che cosa ha reso la prestazione del Manchester United tanto meritevole di lodi? Beh, avete presente il famoso Manuale del Calcio tanto caro a José Altafini e le sue migliaia di pagine citate in ogni telecronaca? Ecco, buttatelo via e munitevi soltanto di un foglio di carta, perchè Sir Alex ha vinto innanzitutto per la strordinaria, sorprendente ed organizzata semplicità del suo gioco. Nessun inutile giro palla, niente fantasiosi uno-due fra centrocampista e difensore con l'avversario più vicino distante almeno 20 metri, nessuna azione o giocata fine a se stessa e messa in mostra con irriverente compiacimento, nessuna melina e nessun secondo sprecato in uno sterile ed estenuante possesso palla. No, la partita dello United è stata forza bruta e pragmatismo allo stato puro.

Difesa solida, attenta e soprattutto altissima, distanze fra reparti e giocatori impeccabili, pressing totale portato con tutti gli effettivi, ripartenze a velocità supersonica, controllo assoluto del centrocampo e fasce dominate da cima a fondo. Da Vidic a Rooney, da Ferdinand a Park, da Valencia a Hernandez, da O'Shea a Giggs lo United ha stravinto, oltre al confronto fra squadre, ogni singolo duello, abbinando la solita superlativa qualità alla più attempata quantità tipica del calcio anglosassone. La vera straordinarietà dei Red Devils è tuttavia la concezione verticale del gioco, la ricerca costante e martellante del passaggio in avanti: una piacevole eccezione e una boccata d'aria fresca in un calcio che negli ultimi tempi è inevitabilmente evoluto verso una visione della manovra molto più orizzontale e riflessiva. Un capolavoro tattico di Ferguson interpretato nel migliore dei modi da un gruppo in grado di superare con facilità disarmante le cicliche ed inevitabili cessioni di alcune stelle, aggrappandosi a quelle emergenti e trovando il perfetto punto di riferimento in monumenti del calcio come il gallese Ryan Giggs.

La finale di Champions League nel nuovo Wembley si avvicina ed il Barcellona rimane il favorito di diritto, ma, nel frattempo, lo United ha messo in mostra una condizione scintillante, proponendo un gioco completamente diverso da quello dei catalani, ma non per questo meno piacevole o efficace, anzi...


17 feb 2011

E bravo Jack!

Ieri ha vinto l'Arsenal, ma soprattutto ha vinto, anzi, stravinto, Jack Wilshere. Più del finto esteta Wenger, che pur non potendolo mai ammettere ha riacciuffato una partita destinata alla deriva coprendo bene gli spazi e ripartendo a velocità supersoniche, più del catalano Fabregas e più dell'imprevedibile invenzione del genio maledetto di Robin Van Persie a brillare è stata la stellina del diciannovenne inglese.

Sfrontato ed irrispettoso, oppure semplicemente esaltante. Wilshere ha sfidato i maestri catalani al loro gioco, all'ormai leggendario tiki-taka magnificato da Palloni d'Oro, campionati spagnoli, Coppe del Re e soprattutto da un Europeo ed una Coppa del Mondo. C'erano anche ieri gli eroi di Johannesburg e ci saranno anche al ritorno al Camp Nou, quando magari l'operacion Remuntada non sarà così impossibile e quando il tecnico francese dei Gunners dovrà levarsi definitivamente la maschera: è davvero possibile eliminare il Barcellona giocando a viso aperto? Oppure una volta tanto il fine giustificherà i mezzi?

Nel frattempo ciò che nessun risultato riuscirà a macchiare è la prestazione del giovanissimo Jack, che al cospetto di Xavi ed Iniesta non ha tremato per un secondo, anzi, coadiuvato dal loro stesso erede, quel Cesc apparentemente sempre più prossimo a fare ritorno a Barcellona, ha risposto colpo su colpo tessendo trame e disegnando linee degne degli avversai. Certo, senza esagerare nei tocchetti in orizzontale o nel palleggio snervante, perchè in fondo lui è nato a Stevenage, mica a Terrassa o a L'Hospitalet, e allora molto meglio una verticalizzazione secca ed improvvisa in grado di dare un decisivo cambio di marcia alla manovra, come in occasione del due a uno di Arshavin.

Personalità, capacità di difendere palla in qualsiasi situazione, geometrie e una lucidità sorprendente hanno permesso a Wilshere di mettere tutta la sua qualità tecnica al servizio della squadra e non è un caso se l'Inghilterra dei grandi ha già iniziato a puntare su di lui per ripartire laddove dei mostri sacri del centrocampo come Gerrard e Lampard hanno finora fallito.