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18 ago 2014

I centrocampisti offensivi e i gol

Una evidente tendenza mediatica del calcio moderno è di chiedere ai centrocampisti offensivi gol a grappoli. In questo senso giocatori come Fabregas, Cristiano Ronaldo o Kakà hanno segnato un netto cambiamento nella percezione del ruolo, e se progressivamente sono diventate sostanzialmente delle punte pure poco importa, la linea è tracciata e le aspettative dei tifosi si muovono verso la direzione indicata. Altri nomi con Hamsik e Vidal, entrambi rigoristi, contribuiscono ad alimentare il fuoco.
In particolare il giocatore di cui più spesso si parla in termini di gol segnati nel ruolo è Mateo Kovacic. Il numero 10 dell'Inter ha infatti un rapporto difficoltoso con la rete, in primis a livello concettuale. Il giovane classe '94 è un centrocampista, magari di difficile collocazione precisa, ma sicuramente un centrocampista di quelli creativi che non apettano altro che un movimento da servire. Vedendolo giocare è evidente che sia quasi riluttante quando è il momento di tirare, vive spasmodicamente nella ricerca del passaggio smarcante per sua stessa ammissione. Deve di sicuro crescere, completarsi e migliorare anche in questo, ma veramente a un giocatore come lui devono essere chiesti 10 gol a stagione, traguardo che lui stesso si è posto per l'anno a venire?

Prendendo in analisi una serie di centrocampisti sia di qualità che di inserimento protagonisti negli ultimi anni vediamo queste cifre:
Zinedine Zidane: in doppia cifra in campionato solo nel 1992-1993, sua prima stagione al Bordeaux. Su 16 stagioni complete considerando tutte le competizioni ha superato i 10 gol in 6. Complessivamente in Italia 31 gol in 209 partite, in carriera 125 in 681.
Manuel Rui Costa: 10 gol in campionato solo nel 1998-1999 alla Fiorentina, 3 stagioni in doppia cifra nel complesso (oltre alla Fiorentina, Benfica 1993-1994 e 2007-2008). In Italia 61 gol in 468 partite, in carriera 97 in 684.
Paul Scholes: in doppia cifra in campionato 2 volte nel 1995-1996 e 2002-2003, complessivamente in 8 stagioni su 20. In carriera 155 gol in 718 partite.
Juan Sebastian Veron: mai in doppia cifra in campionato, solo alla Lazio nel 1999-2000 è arrivato a 10 gol complessivi. In Italia 29 gol in 263 partite, in carriera 78 in 630.
Dejan Stankovic: in doppia cifra sia in campionato che complessivamente solo alla Stella Rossa nel 1996-1997 e 1997-1998. In Italia 74 gol in 526 partite, in carriera 109 in 622.
Clarence Seedorf: mai in doppia cifra in campionato, 2 volte complessivamente a 10 gol nel 2006-2007 e 2007-2008. In Italia 81 gol in 558 partite, in carriera 135 in 889.
Andrea Pirlo: mai in doppia cifra, nè in campionato nè in aggregato, 3 volte oltre i 5 gol complessivi. 66 gol in 652 partite.
Pavel Nedved: in doppia cifra in campionato 3 volte (Sparta Praga 1995-1996, Lazio 1997-1998, Juventus 2006-2007 in Serie B), complessivamente 6 in 18 stagioni giocate. In Italia 110 gol in 507 partite, in carriera 141 in 642.
Xavi: 10 gol in campionato nel 2011-2012, complessivamente in doppia cifra anche nel 2008-2009. 86 gol in 784 partite.
Andres Iniesta: mai in doppia cifra, nè in campionato nè complessivamente. In 14 stagioni 12 volte ha segnato 4 gol o meno in campionato. In carriera 55 gol in 561 partite.
Luka Modric: alla Dinamo Zagabria in doppia cifra in campionato nel 2007-2008 e complessivamente anche nel 2005-2006. Tra Inghilterra e Spagna 23 gol in 264 partite, in carriera 68 in 432.
Wesley Sneijder: in doppia cifra in campionato all'Ajax nel 2006-2007 e al Galatasaray nel 2013-2014, complessivamente anche nel 2005-2006 sempre coi lancieri. In Italia 22 gol in 116 partite, in carriera 111 in 420.
Mesut Özil: mai in doppia cifra in campionato, 3 volte complessivamente (2009-2010 col Werder, 2010-2011 e 2012-2013 col Real). In carriera 52 gol in 344 partite.
Bastian Schweinsteiger: considerati anche i trascorsi da ala, mai in doppia cifra nè in campionato nè nel complesso. In carriera 65 gol in 506 partite.
Diciamo che, quantomeno, 10 gol a stagione si chiedono a una punta più che a un centrocampista. Serve una qualità di gioco complessiva alta, ma i gol sono un'ossessione moderna decisamente mal riposta.

15 lug 2014

Brazil2014 Top11/Flop11

Top 11

Neuer: è difficile escludere dalla Top11 Keylor Navas, ma Neuer in questo Mondiale ha confermato di essere il miglior portiere in circolazione per distacco. A volte dà l'impressione di esagerare con le coperture da libero (vedi l'intervento su Higuain in finale), ma tra i pali e in uscita trasmette tranquillità e sicurezza fondamentali per tutta la squadra.

Lahm: è il più forte terzino al Mondo e ormai un monumento del calcio tedesco e internazionale. Purtroppo le prime partite è stato dirottato in mediana, ma tornato nel suo ruolo naturale si è rivisto il piccolo fenomeno bavarese. Un concentrato di tecnica, intelligenza e umiltà unico.

Vlaar: la controfigura di Jason Statham spiega a tutti cosa vuol dire fare il difensore centrale. Fisico, duro quando serve, attento in marcatura, capace di leggere le situazioni, bravo a comandare una inedita linea a tre. Considerata la sua condizione tricotica, l'esatto opposto di David Luiz.

Garay: conferma la crescita esponenziale nell'ultima stagione in Portogallo, questa volta però senza la guida di Luisão. Diventa il leader difensivo dell'Argentina, dominando in marcatura e nel gioco aereo. Un delitto che vada allo Zenit.

Rojo: è la sorpresa dell'Argentina vice-campione. Criticatissimo all'estero e soprattutto in patria, il giocatore dello Sporting ripaga la fiducia totale di Sabella, arando la fascia sinistra con sorprendente qualità. PS: sarebbe stato comunque nella Top11 dopo il rinvio in rabona nella partita contro la Bosnia.

Mascherano: indiscutibilmente il vero capitano della seleccion argentina, lui che con Maradona non voleva la fascia. Da esempio in campo e leader silenzioso è evoluto in leader emotivo e vocale, dimostrando uno status accresciuto negli anni anche grazie all'esperienza vincente a Barcellona. Da centrocampista è uno spettacolo per la sua capacià di leggere gli spazi ed essere sempre dove deve, mettendoci anche pulizia in impostazione.

Schweinsteiger: c'è ma non si vede. Ha meno qualità di Kroos e meno strapotere fisico di Khedira, eppure è fondamentale per dare equilibrio e personalità ai campioni del Mondo. Lui e Lahm sono i pilastri sui cui Bayern e Germania hanno costruito la propria gloria recente.

Kroos: è il Mondiale della sua consacrazione e, pur steccando la finale, Toni conferma di essere uno dei migliori centrocampisti del pianeta. Ha tempi di gioco perfetti, invenzioni da trequartista e senso del gol, difficile pretendere di più. Il Bayern rischia di rimpiangerlo a lungo.

James Rodriguez: probabilmente in assoluto il miglior giocatore visto al Mondiale per leadership e completezza tecnica. Si toglie lo sfizio di chiudere da capocannoniere, con una nuova consapevolezza che può portarlo a un passo avanti verso l'Olimpo dei più grandi.

Robben: di fatto l'uomo su cui si reggeva l'organizzazione dell'Olanda, con la sua capacità di fare tutto da solo supportata da una condizione scintillante. Imprendibile nel girone, decisivo col Messico con un guizzo da campione vero. Fosse stato in queste condizioni nel 2010 l'Olanda avrebbe una stella sulla maglia.

Müller: due Mondiali, dieci gol, un terzo e un primo posto, feeling straordinario con la competizione. Il calcio gli scorre naturalmente nelle vene, tanto che è impossibile assegnargli un ruolo vero. Lui semplicemente sa dove andare e di conseguenza come giocare, oltre a intuire molto spesso dove sarà il pallone. Può anche sbagliare tutto, ma prima o poi si troverà sempre al posto giusto al momento giusto. Provvidenza.



Flop 11

Casillas: il simbolo del tracollo spagnolo a quattro anni di distanza dal trionfo, lui che era stato eroe. Mentalmente distrutto, tecnicamente inaffidabile in ogni situazione. Nella partita d'esordio commette errori addirittura imbarazzanti, che chiudono di fatto il suo torneo. Un declino lento e costante che non sembra avere nessuna intenzione di arrestarsi.

David Luiz: i brasiliani lo hanno eletto beniamino e leader della Seleçao. Lui per un attimo dà l'impressione di poter mantenere un buon livello di gioco e concentrazione in un torneo breve, invece crolla nel momento decisivo mostrando gli enormi limiti di sempre.

Piqué: un altro spagnolo in un tunnel complicatissimo. Fisicamente in perenne difficoltà, spesso deconcentrato, incapace di gestire gli spazi. senza alcun feeling coi compagni. Lontano anni luce dal centrale completissimo che dominava nel Barcellona.

Chiellini: timido, impacciato e sempre a terra. Nella difesa a quattro perde tutti i riferimenti andando in bambola totale contro la Costa Rica. Non è un giocatore tecnico, ma raramente lo si è visto tanto in difficoltà nella gestione della palla. Sarebbe uno dei leader dell'Italia.

Dani Alves: un terzino famoso per qualità, inserimenti e gestione del gioco che non si vede una singola volta in attacco. Ci si ricorderà di lui solo per i capelli tinti, ed era la sua grande nonchè unica occasione di imporsi col Brasile. Malgrado sia un classe '83 mentalmente potrebbe essere finito. 

Gerrard: il nome più difficile da inserire tra i Flop, ma paga per la fallimentare spedizione inglese. Il doppio impegno Liverpool-Inghilterra sembra ingestibile alla sua età, soprattutto se l'ingrato piano tattico (o presunto tale) di Hodgson lo costringe a esporre il fianco agli avversari. Come in Premier, ha inoltre la sfortuna di commettere l'errore decisivo nel momento decisivo.

Xavi: come per Gerrard, vedere un giocatore del suo livello tra i Flop fa malissimo. Purtroppo il centrocampista di Terrassa conferma di essere ormai prossimo al capolinea a certi livelli e tutta la Spagna crolla attorno a lui.. Ha segnato un'epoca d'oro e per Barcellona e Furie Rosse non sarà impresa facile trovarne l'erede.

Paulinho: una delle grandi novità di Scolari, che è naufragata col suo principale sponsor. I mesi difficilissimi al Tottenham hanno lasciato il segno. Fisicamente c'è, ma di fatto non riesce a portare alcun contributo concreto alla causa del Brasile. Non si vede mai nè in impostazione, nè negli inserimenti, nè in iniziative personali. Un fantasma, malgrado l'ostinazione di Felipão.

Cavani: con quattro partite e un misero gol su rigore, il Matador conferma il suo difficile rapporto con la maglia della Celeste. Senza Suarez e con un Forlan in pre-pensionamento, sembrava fosse la volta buona per l'affermazione definitiva in campo internazionale, ma l'attaccante del PSG ha gettato l'opportunità al vento, sbagliando facili occasioni e estraniandosi per lunghi tratti di partita.

Balotelli: se sei il punto di riferimento della squadra diventi il simbolo del fallimento, anche se tutto è da ascrivere ad altri. Lui che aveva trascinato l'Italia di Prandelli agli Europei fa sostanzialmente scena muta al Mondiale, crollando come spesso gli accade quando la pressione si alza. Gol mangiati, interpretazione del ruolo totalmente sbagliata e un'arroganza francamente fuori luogo quando ha segnato il 2-1 all'Inghilterra. Serve un bagno di umiltà, ma non fa proprio parte del suo carattere.

Fred: c'è poco da dire quando sei il più criticato da tifosi e stampa di tutto il Mondo. Sicuramente non meritava una simila gogna, ma in tutto il torneo non fa nulla per far cambiare idea e zittire le critiche. Avulso dal gioco, non tiene palla, sbaglia quasi tutti i movimenti e non crea occasioni da gol. Verrà ricordato come uno dei più scarsi attaccanti ad aver indossato la maglia da titolare della Seleçao.

3 feb 2014

Luis Aragonés: il ricordo di Xavi

Sabato 1 febbraio il mondo del calcio è stato scosso dalla notizia della morte di Luis Aragonés, l'Abuelo della Spagna calcistica. Sulle pagine del quotidiano El País il centrocampista del Barça e della Roja Xavi Hernandez ha voluto ricordarlo con delle parole toccanti, che meritano di essere lette e che abbiamo deciso di tradurre (in modo del tutto amatoriale) per chi non conosce lo spagnolo.
 
Per tutti gli altri lasciamo il link all'articolo originale: Míster, nunca fuimos japoneses


Mister, noi non siamo mai stati giapponesi

"Non sei giapponese, quindi capisci quello che ti sto dicendo". Me lo disse una notte. Lo sto guardando in una camera d'albergo e so che mi mancherà. Molto. Perché a Luis Aragonés io volevo molto bene. E con lui ho parlato davvero molto.

Sapevo che non stava bene, ma non avrei mai pensato fosse qualcosa di tanto grave, che se ne sarebbe andato così presto, così veloce, in questo modo. "Sto bene, sto bene", mi rispondeva sempre quando glielo chiedevo. Parlavo spesso con lui, perchè dal giorno in cui lo conobbi per me ha sempre rappresentato un punto di riferimento assoluto. Probabilmente è l'allenatore con cui ho trascorso più tempo a discutere di calcio. Andavo a casa sua e parlavamo per ore, alle volte di stile "quella è la chiave, Xavi, sapere a cosa vogliamo giocare", sempre invece dell'importanza di schierare in campo quelli bravi e sempre di quanto fosse importante non temere nessuno, nessuna squadra, per quanto potesse correre più di noi. "Tu e io sappiamo che il pallone corre più di loro. E che noi siamo capaci di farlo correre meglio di loro", mi disse. I ricordi migliori Luis me li ha lasciati nelle chiacchierate, negli incontri nei corridoi, nelle sue comparse in sala di pranzo, perché ti sapeva trasmette sempre qualcosa. E aveva sempre ragione, sempre.

Luis non guardava in faccia a nessuno; ti seguiva durante l'allenamento, si avvicinava e ti diceva: "Oggi stai cazzeggiando, sei venuto ad allenarti e non si nota. A me non piacciono gli scansafatiche!". E se ne andava. Luis non mentiva mai, era diretto. "Tu non giochi, perché hai fatto pena questa settimana", "Cos'hai? Sei stanco?", "Oggi sei stato fantastico, questa settimana spacchi tutto". "Pensi che sia qui a perdere tempo, che sono una mezzasega?". Questo era il vero Luis, da vicino.

L'altro giorno mi è tornato alla mente un aneddoto relativo alla prima volta in cui mi convocò in nazionale. Non mi aveva chiamato la volta precedente e in settembre, al momento della diramazione della lista, stavo aspettando. "Cosa pensavi? Che quel vecchio figlio di puttana non ti avrebbe chiamato, eh?". E io, spaventato a morte, gli dissi: "No no, non ho mai pensato qualcosa di simile, mister". E lui, da vero Luis, mi rispose: "Sì sì, certo. A me la vai a raccontare. Vieni, e parleremo". Parlammo, quel giorno e altre mille volte.

Luis è stato fondamentale nella mia carriera e nella storia della Roja. Senza di lui niente sarebbe stato lo stesso, questo è certo. Con lui tutto ebbe inizio, perché mise assieme i piccoletti, Iniesta, Cazorla, Cesc, Silva, Villa... Con Luis iniziò una rivoluzione, sostituimmo la fisicità con il pallone e dimostrammo a tutto il mondo che era possibile vincere giocando bene. Se non avessimo vinto l'Europeo, non avremmo vinto il Mondiale, anche se in questo caso fu altrettanto importante l'arrivo di Del Bosque, un altro fenomeno.

Luis è stato spesso messo alla gogna, però è stato colui che ci ha indicato il cammino, che ha regalato alla Spagna lo stile di gioco di cui ora può vantarsi. Su questo aspetto l'abbiamo sempre pensata allo stesso modo. È stato Luis a intravedere le potenzialità e puntare sui piccoletti. "Non mi importa del fisico, metto quelli bravi, perché sono talmente bravi che vinceremo l'Europeo". E lo vincemmo. Fu una mossa tanto intelligente quanto coraggiosa.

Personalmente, Luis mi ha fatto sentire importante anche quando la mia autostima era disastrosa. Mi ha dato il comando della nazionale, quando non lo avevo neanche nel Barça. "Qui comandi tu", mi disse, "e se vogliono, che critichino me". Decisi di ripagare quella fiducia sul campo. È merito suo se venni nominato miglior giocatore dell'Europeo, anche se lui lo ha sempre negato. Con me ha avuto un legame indimenticabile. In Germania non arrivai al massimo della condizione fisica, ma lui mi aspettò. Veniva a trovarmi a Barcellona, preoccupato per il mio ginocchio. Paredes -il suo preparatore fisico- venne fino a La Mola a seguire il mio recupero dall'infortunio... Luis mi chiamava in continuazione. "Stringi i denti Xavi, e datti una mossa che ti sto aspettando".

Nel dizionario dovrebbe esserci una sua foto a fianco alla parola "calcio". Luis è il calcio fatto uomo.

Addio, mister. Grazie di tutto. E sia chiaro: né io né lei siamo mai stati giapponesi.
 
Xavi Hernandez

2 lug 2012

Due campioni per domarli tutti

E' chiaro ed evidente che ci sia una connessione tra i risultati del Barcellona e quelli della Spagna.
Ma due giocatori, Xavi Hernandez e Andres Iniesta, rappresentano semplicemente il top del calcio mondiale da 6 anni.

Basta guardare il palmares (ovviamente condiviso dai due) per capire cosa intendo.
Champions League 2006, Europeo 2008, Champions league 2009, Mondiale 2010, Champions League 2011, Europeo 2012.
In mezzo i trofei indotti, Mondiale per club e Supercoppa Europea 2009 e 2011.
Una regolarità impressionante nel vincere trofei internazionali.
Con la chicca di Xavi (6 del Barcellona, 8 della Spagna) miglior giocatore di Euro 2008 e Iniesta (8 del Barcellona, 6 della Spagna) miglior giocatore di Euro 2012.

Leggere alla voce fenomeni, o se preferite dominatori.

7 dic 2010

Mi hanno sempre detto che...

Mi hanno sempre detto che il Pallone d'Oro lo vince un giocatore che ha disputato una grande stagione a livello personale e ha vinto con la sua squadra.
Nello specifico, mai è stato sufficiente vincere in generale, ma quasi un obbligo vincere trofei internazionali come la Champions League, massima competizione continentale per club, Europei o Mondiali con la nazionale. Questo genere di imprese ha sempre portato grandissima visibilità e anche vagonate di voti.

Per il Pallone d'Oro 2010, primo Pallone d'Oro Fifa, si sa che il vincitore sarà uno tra Andres Iniesta, Xavi Hernandez e Lionel Messi, cuore pulsante del Barcellona e quindi massima espressione di quel calcio moderno che ha nella Catalogna (e per estensione e "travaso" calcistico nella Spagna) la sua bandiera più alta.
Di sicuro tre grandissimi campioni, ma di fatto tre nomi a loro modo imperfetti.

Per tutti e tre ricordiamo un paio di cose: il Barcellona ha vinto la Liga e la Supercoppa di Spagna ed è stato eliminato in semifinale di Champions League. Il suo massimo splendore si è visto in campionato (compreso il recente 5-0 al Real) più che in Champions, dove ha sofferto anche in un girone sulla carta facilissimo.
Adres Iniesta ha "vinto" il suo Pallone d'Oro il giorno di Spagna-Olanda, segnando il gol decisivo nel supplementare. Quel singolo episodio lo ha di fatto elevato a candidato principe per il premio. Non importa che non abbia giocato praticamente mai da Maggio 2009 per i più vari problemi fisici, da cui ha recuperato in extremis proprio per la Coppa. Non si doveva premiare la stagione migliore? Evidentemente basta un gol nella partita giusta, ha più copertura mediatica.
Xavi, a causa dell'assenza del "gemello" Iniesta, ha tenuto in piedi da solo per tutto l'anno il centrocampo del Barcellona, ma non ha avuto un acuto pari al suo ai Mondiali. E' da sempre il motore (tremendamente vincente) di ogni squadra in cui gioca, il vicecapitano del Barcellona e il miglior giocatore di Euro 2008. Ma il Pallone d'Oro non è mai stato un riconoscimento alla carriera. Fino a oggi.
Messi è il Pallone d'Oro uscente, nonchè il miglior giocatore del mondo, faro assoluto di un Barcellona sempre più plasmato su di lui. 47 gol in 53 partite sono un bottino mostruoso, capocannoniere della Champions, pichichi della Liga e futura Scarpa d'Oro. Ma ai Mondiali? Uno dei più grossi flop della manifestazione, l'ombra del fratello di se stesso, come praticamente sempre quando indossa la camiseta albiceleste. E come, del resto, nella doppia sfida in semifinale di Champions League con l'Inter.

Si poteva scegliere meglio.
Wesley Sneijder, ma anche Diego Forlan, Thomas Muller o Bastian Schweinsteiger non meritano così poca considerazione per la sola colpa di non vestire blaugrana.
Non hanno vinto meno dei candidati, hanno solo meno pubblicità e nessun movimento alle spalle.
In particolare l'olandese era visto come il favorito assoluto, prima di Spagna-Olanda. Fresco tripletista con l'Inter (Champions League inclusa, ricordiamolo, con annessa eliminazione del Barcellona), miglior centrocampista e assistman della Champions League, trascinatore assoluto dell'Olanda ai Mondiali con 5 gol (co-capocannoniere con Villa, Muller e Forlan). Ma ha perso la finale, e tutto se n'è andato con la Coppa...
Non regge nemmeno la scusa degli ultimi mesi sottotono (contro presunte grandi prestazioni da Barcellona), perchè da quando esiste questo premio la seconda parte dell'anno non ha mai contato granchè nei voti.

Dopo Diego Milito, il secondo grande assente in questo premio dove certi parametri contano. Quando si vuole e per chi si vuole. Così mi hanno detto.

2 mag 2010

I cambiamenti del giovane Pep

Retrospettiva: il Barcellona 2008/2009 è entrato di prepotenza nella storia del calcio, e con lui (anzi di più essendo all'esordio) il suo allenatore. La squadra ha semplicemente vinto tutto quello che si poteva vincere centrando l'ormai famoso triplete, mostrando inoltre un calcio altamente moderno e spettacolare. Il mercato estivo aveva portato al cambiamento del centravanti, da Eto'o a Ibrahimovic, più qualche movimento di contorno, mentre la squadra ha continuato a vincere (Supercoppe e Mondiale per club), giungendo ai 6 trofei nell'anno solare. Cambiati i nomi, il risultato è rimasto lo stesso.

Nel 2010, qualcosa è successo. Eliminati dal Siviglia in Coppa del Re, eliminati dall'Inter in Champions League. Improvvisamente il Barcellona si è scoperto vulnerabile, fuori da due competizioni e col Real a 1 punto nella Liga. Un brusco ritorno alla realtà (specie a giudicare da certe dichiarazioni pre e post Inter), con delle motivazioni da trovare tra le righe, nascoste nelle pieghe dei grandi nomi e del calcio spettacolo.
La squadra, sia chiaro, resta sulla carta ancora superiore a tutte le altre senza discussione. Troppa qualità, troppa capacità di creare gioco, troppa abitudine a giocare insieme. Ma qualcosa è cambiato, e gli avversari ne hanno approfittato.

Il Barcellona di Guardiola era una macchina perfetta. Pep è stato bravissimo ad intervenire con decisione ed intelligenza sulle ceneri del Barcellona dell'era Rijkaard, squadra ormai stanca, demotivata e con dei campioni giunti alla fine del loro ciclo. Lo spagnolo ne aveva identificati 3 da epurare in quanto dannosi in qualche modo al gruppo: Ronaldinho, Deco e Samuel Eto'o. Il brasiliano (accusato di troppa rilassatezza negli allenamenti e vita notturna, che si traduceva in un pessimo esempio ai compagni, con un rendimento in calando) è andato al Milan, il portoghese (vista l'età aveva concluso il suo ciclo e c'era da lanciare Iniesta) al Chelsea. E' rimasto contro il parere dell'allenatore solo il camerunense, un pò per troppe pretese economiche, un pò per mancanza di acquirenti reali. Oltre a questo, Guardiola si concentrò su tattica, voglia e atteggiamento, troppo trascurate da Rijkaard nel corso della sua gestione. Piena responsabilità e fiducia ai canterani, identificati come la colonna portante della squadra, come Xavi, Iniesta, Messi, Pique e Puyol, ma anche Busquets nel corso della stagione (e Pedro e Jeffren l'anno successivo), e valorizzazione di giocatori quali Henry, Yaya Tourè e Daniel Alves, perfetto complemento ai giocatori cresciuti in casa. Il risultato l'abbiamo visto tutti, ma è da sottolineare l'ironia della sorte, che ha regalato a Guardiola un Samuel Eto'o da 35 gol stagionali, compresa la perla dell'1-0 in finale di Champions League contro il Manchester United. Senza di lui, sarebbero di certo cambiate molte cose.
Ulteriore testimonianza della grandezza della formazione catalana, la classifica del Pallone d'oro 2009. Nei primi 6 posti, 5 sono occupati da giocatori blaugrana. Rispettivamente Messi vincitore, Xavi terzo, Iniesta quarto, Eto'o quinto (sempre la sorte...), ma in classifica troviamo anche Henry quindicesimo e Yaya Tourè ventinovesimo. Praticamente tutta la squadra dal centrocampo in su.

Squadra che vince non si cambia. Eppure Guardiola la pensa diversamente. Ancora Samuel Eto'o è il suo grande problema, finalmente risolto con il famoso scambio con Zlatan Ibrahmovic. E da qui partono i "problemi" del secondo Barcellona di Pep.
Lo svedese e il camerunense sono giocatori completamente diversi, non serve un grande osservatore per capirlo. Ma proprio Eto'o, con tutto il suo modo di giocare, era il finalizzatore ideale della mole di gioco creata da Guardiola. Chiedere certi movimenti e quell'interpretazione del ruolo a Ibrahimovic era impossibile, e i risultati dicono che lo è tutt'ora. Si pensava che dopo un periodo di ambientamento il Barcellona si sarebbe abituato a Ibra e Ibra al Barcellona, trovando un nuovo stile di gioco e un nuovo equilibrio. A 9 mesi di distanza, siamo ancora in alto mare. Malgrado un buon numero di gol segnati da Zlatan, la squadra si è dimostrata molto più pungente con altri in campo al posto suo. E non è un caso che quando si doveva vincere e segnare, sia stato sempre lui il cambio designato. Perchè errare è umano, ma a perseverare Pep non ci sta (e le voci che vogliono Villa al Camp Nou l'anno prossimo lo confermano ampiamente).
Altro desaparecido è stato Thierry Henry. Terza freccia di un arco micidiale, ha chiuso la scorsa stagione a 26 gol, più 12 assist e tanto, ma tanto lavoro di corsa e copertura per la squadra. Vuoi per l'età, vuoi per l'esplosione di Pedro, nella stagione in corso il suo apporto è stato minimo.
Del favoloso tridente da 99 gol stagionali (Henry-Eto'o-Messi), è quindi rimasto il solo argentino. Che, da fenomeno, ha risposto presente, prendendosi spesso sulle spalle l'intera squadra e superando quota 40 gol stagionali.
Ma il passaggio da tre punte straordinarie e un singolo fenomeno, per quanto fortissimo, ha portato dei cambiamenti. Fermare un singolo è più semplice, giocando di squadra, che fermare tre campioni che giocano insieme. L'eplosione di Pedro, per quanto favolosa e importantissima per le sorti delle vittorie blaugrana coi suoi gol decisivi, non è bastata a compensare un tale depotenziamento dell'arsenale offensivo. Lo spagnolo è ancora giovane e deve crescere per essere davvero un fattore a certi livelli. E Ibrahimovic spesso si marca da solo, scomparendo dal gioco.

Secondo passaggio fondamentale del cambiamento, gli infortuni di Andres Iniesta. Il ragazzo di Albacete nel 2008/2009 fu semplicemente straordinario per coninuità a livelli altissimi. Tra lui e Xavi il pallone in mezzo andava solo nella direzione che voleva il Barcellona. Dopo la finale di Champions sono iniziati i suoi guai fisici, che non sono ancora terminati. Il suo sostituto nella rosa del Barcellona è Keità, a cui però non si può chiedere nemmeno lontanamente il lavoro di Don Andres. Il Barcellona si è trovato così con un solo creatore di gioco in mezzo, Xavi, che però non può impostare e rifinire allo stesso tempo. Le percussioni, i dribbling, gli inserimenti,i palloni filtranti, i lanci, gli scambi nel breve che garantiva Iniesta sono un vuoto incolmabile, specie contro squadre molto attente alla fase difensiva. L'imprevedibilità di un simile talento non si può perdere senza conseguenze nel lungo periodo.

A margine altre scelte discutibili come l'abbandono di Yaya Tourè davanti alla difesa per fare spazio a Busquets (che ha il solo pregio di essere un canterano) o la scarsa fiducia in Bojan Krkic, accantonato per gran parte della stagione, o scelte di mercato dispendiose quanto inutili (Caceres e Chygrynskiy, ma anche lo stesso Ibra) o infine la rosa molto corta per favorire i ragazzi della masia.

Il Barcellona è cambiato e sta cambiando. Cosa sarà l'anno prossimo?

20 nov 2009

Mourinho: "Xavi da Pallone d'Oro"

"Personalmente, assegnerei il Pallone d'Oro a Xavi. Credo che lui non avrà neanche quello d'argento o di bronzo, perché c'è bisogno di capire il calcio per capire che è un fenomeno. Non è uno che mette il pallone in tasca, che fa gol incredibili, ma che gioca 60 partite alla stagione ed è il migliore in campo su 45 di queste. Non riposa mai, gioca tutti i minuti, si allena a 30 anni come se ne avesse 17. Ha vinto tutto, assolutamente tutto, gli manca solo di vincere un campionato del mondo con la sua nazionale. Credo sia un crimine che un ragazzo così termini la sua carriera, tra 3 o 4 anni, senza avere il riconoscimento di un giocatore assolutamente fantastico." (J. Mourinho)


Un'investitura pesante, un riconoscimento inaspettato quanto meritato quello espresso da José Mourinho nei confronti di Xavi Hernandez, vicecapitano del Barcellona campione di Spagna e d'Europa, leader della Spagna, miglior centrocampista dell'ultima Champions League e miglior giocatore dell'Europeo 2008.

Regista fantastico in grado di dare ritmo, tempi e qualità alla manovra come nessun altro, dotato di una visione di gioco unica al mondo e di qualità tecniche ben sopra la media. Ha raccolto l'eredità di Pep Guardiola anni fa ed ora è lui grazie ad un senso tattico e ad un capacità di leggere il gioco fuori dal comune a svolgere il ruolo di allenatore in campo, di metronomo e faro della squadra. Che si tratti del Barcellona o della Spagna, ogni azione passa dai suoi piedi ed ogni pallone che gioca non è mai banale è soprattutto non è mai fuori misura.

Lanci a tagliare il campo, suggerimenti in verticale, scambi nello stretto, dribbling e punizioni: il suo repertorio è infinito eppure è uno dei giocatori più sottovalutati a livello globale, oscurato dalle serpentine di Messi, dalla classe di Iniesta, dai gol di Eto'o prima e dalle giocate spettacolari di Ibrahimovic ora. Come affermato da Mourinho a contraddistinguere Xavi è soprattutto l'impressionante continuità nelle sue prestazioni, sia per numero di minuti giocati sia per la qualità messa in campo ogni singola partita dei Blaugrana e delle Furie Rosse.

Probabilmente il regista di Terrassa paga il fatto di non gonfiare la rete da trenta metri come Gerrard o di non segnare venti gol in una stagione come Lampard, oppure di faticare a tenere palla per almeno cinque secondi prima di cederla ad un compagno e, soprattutto, di non essere abbastanza personaggio, di non amare le prime pagine, la cronaca rosa e più in generale la vita mondana.

Insomma, Xavi non fa vendere giornali, non fa vendere scarpe, fa vendere poche magliette, eppure non è un reato credere fermamente, al pari di Josè Mourinho, che sia superiore a qualsiasi altro centrocampista al Mondo e che, in questo momento, sia l'unico giocatore in grado di cambiare completamente il volto e il gioco di una squadra.

19 set 2009

Inter: bene così

Prova del nove, sfida decisiva, esame finale. Si sono sprecati decine di titoli e migliaia di parole per presentare Inter-Barcellona, prima partita del girone di qualificazione di Champions League. Aspettative alle stelle per una sfida giocata a otto mesi dalla finale di Madrid, a poco più di due settimane dalla chiusura della sessione di mercato estiva.

Quale può essere dunque il peso specifico di quella che era stata presentata come la sfida fra Eto'o ed Ibrahimovic? Può essere veramente considerata la prova decisiva per giudicare l'Inter, per capire fino a dove può arrivare e soprattutto se è cambiato qualcosa rispetto alla scorsa stagione?

La risposta sembra essere pressochè unanime ed è affermativa, questa è stata la sfida che ha permesso di trarre molte conclusioni, per quanto affrettate o meno possano essere. Ben diverso però è il contenuto di queste conclusioni, perchè se l'opinione pubblica (tifosi interisti compresi) sembra piuttosto compatta nel giudicare incolore e non sufficiente la prestazione dei nerazzurri, c'è chi preferisce vedere ed analizzare da una prospettiva ben diversa i novanta minuti giocati contro il Barça.

Il Barcellona appunto, campione di Spagna e campione d'Europa, una squadra in grado di esprimere il miglior calcio al mondo per distacco, fatto di movimento, possesso palla, verticalizzazioni, velocità, precisione. Un mix letale di tecnica, qualità e tattica che ha permesso agli uomini di Pep Guardiola di dominare in lungo e in largo la scorsa stagione, che si trattasse di Liga o di Champions poco importa, perchè grazie ad interpreti meravigliosi di questa filosofia di gioco come Xavi, Iniesta, Messi, Henry, Daniel Alves e molti altri nessuna squadra e nessun tecnico è stato in grado di fermarli. L'unico che può recriminare qualcosa è forse Guus Hiddink, che con il suo Chelsea è stato fermato a pochi minuti dal sogno da una magia di Andrés Iniesta. Lasciando da parte le recriminazioni varie legate all'arbitraggio di Ovrebo, sarebbe più opportuno ricordare come il tecnico olandese sia riuscito ad arginare e limitare la superiorità degli spagnoli: undici uomini costantemente dietro alla linea della palla, concentrazione estrema in fase difensiva, marcature impeccabili ed attacco basato su ripartenze rapide e precise. Al ritorno a Stamford Bridge sicuramente il Chelsea è riuscito a rendersi più pericoloso, seppure non cambiando di molto l'impostazione e l'approcio alla gara, ma traendo particolare vantaggio dalle numerose assenze nelle fila del Barça, costretto ad esempio a giocare con Yaya Touré centrale difensivo.

Mercoledì Mourinho ha invece deciso di utilizzare le stesse armi dell'undici blaugrana per contrastarli: pressing asfissiante, ritmo, fiammate in velocità, movimenti continui da parte delle punte e nei limiti del possibile possesso palla. Una scelta coraggiosa, che ha dato buoni/ottimi risultati nella prima frazione di gara e pagata carissima nella ripresa. Per quasi mezz'ora l'Inter ha cercato ed è riuscita a fare la partita, per un'ora complessiva è riuscita a giocare alla pari e a tenere testa al Barcellona, grazie ad un grande spirito di sacrificio, alla compattezza sia della squadra in generale che dei singoli reparti, ad un pressing estremo quanto efficace e a tentativi di verticalizzazioni improvvise che hanno permesso di presentarsi qualche volte nei pressi di Victor Valdes e al contempo di limitare per quanto possibile la pericolosità in fase offensiva degli avversari.

Nella ripresa la squadra è rimasta chiaramente a corto di fiato, cedendo pian piano campo agli avversari, che guidati dal direttore d'orchestra Xavi, migliore in campo per distacco anche questa volta, hanno invaso la metà campo nerazzurra e cercato di insidiare Julio Cesar in ogni modo. Tuttavia, nonostante il secondo tempo di marca nettamente blaugrana, l'Inter ha mostrato grande capacità di soffrire ed una compattezza difensiva impressionante. Samuel, Lucio e Chivu hanno interpretato la partita in modo perfetto, chiudendo, accorciando e sbrogliando le situazioni pericolose in maniera impeccabile. Non a caso Julio Cesar nella ripresa è risultato praticamente inoperoso, una certa novità se si considerano i precedenti big-match di Champions League.

Per concludere si può leggere sicuramente la partita in modo più che positivo, soprattutto se si considera che l'Inter era priva di due perni quali sono Stankovic e Cambiasso e che la squadra lavora da tre settimane al completo. Una leggera differenza rispetto al Barcellona, che ha cambiato un solo titolare e gioca allo stesso modo da anni e anni.
Mourinho e i suoi non sono sicuramente al livello del Barça ed è da visionari pensare che potessero esserlo, ma quei trenta minuti del primo tempo lasciano ben sperare e danno tutta la fiducia necessaria per continuare a lavorare in questo modo, consapevoli del fatto che c'è solo da migliorare, magari prendendo anche spunto dalla fantastica squadra affrontata mercoledì.