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28 mag 2013

Intervista a Pietro Nicolodi


Dopo l'intervista a Stefano Borghi, Aguante Futbol ha avuto l'onore di parlare con il giornalista di Sky Sport Pietro Nicolodi, telecronista da anni della Bundesliga e soprattutto grande appassionato di calcio tedesco.


Iniziamo dalla finale di Champions League. Cosa ha rappresentato per te da un punto di vista professionale, visto che hai sempre seguito un campionato considerato di nicchia che invece negli ultimi mesi, complice l'acquisizione dei diritti da parte di Sky e il percorso in Champions di Borussia Dortmund e Bayern Monaco, è letteralmente esploso?
Vi dico solo che al fischio finale della partita tra Real Madrid e Borussia Dortmund avrei potuto anche competere in una gara di livello di salto in alto da fermo. Gioia incontenibile e sentimento di rivalsa verso tutti quelli che considerano il calcio tedesco di serie B. Per il resto vedere una finale dal vivo, soprattutto in un contesto come quello di Wembley, è sempre una bella soddisfazione, considerando da dove sono partito.

Da tifoso del calcio tedesco invece cosa hai provato? Sei felice che abbia vinto un Bayern obiettivamente stratosferico, che veniva dal dramma sportivo dello scorso anno, oppure avresti preferito che si coronasse il sogno di un BVB costruito mattone su mattone dal nulla o quasi?
Da tifoso del Bayern posso dire di essere molto soddisfatto, ma allo stesso tempo ho provato grande simpatia e ammirazione per il BVB. È la squadra che ho visto crescere negli anni delle telecronache di Bundesliga, ha toccato livelli calcistici celestiali e ha un pubblico assolutamente fantastico. Tutto sommato, però, il Bayern meritava il risarcimento per la beffa dell’anno scorso e anche per come ha giocato in questa stagione sia in Champions che in Bundesliga.

Capitolo Guardiola. Pep sicuramente porta dei pro a livello mediatico e rappresenta una novità assoluta, ma ci sono due grandi questioni da affrontare. Molti parlano di rivoluzione a livello tattico, ma tutto è iniziato dalla "dittatura" di Van Gaal ed è stato splendidamente rifinito da Heynckes. Non c'è il rischio che i grandi risultati di questo Bayern, che ha già stravinto tutto, o quasi, possano portare a delle forzature? Fare di più a livello sportivo è pressoché impossibile, a Pep quindi non resterebbe che farlo diversamente.
Sono totalmente d’accordo sul fatto che il primo artefice dei trionfi sia quel pazzo geniale di Van Gaal. Heynckes ha rifinito il suo lavoro, limando le follie tattiche dell’olandese, come ad esempio la difesa a 60 metri dalla porta. Guardiola è una persona intelligente, non penso che stravolgerà tutto e credo riuscirà a trovare il giusto compromesso tra il gioco del suo Barça e quello del Bayern di Heynckes. Poi che ci riesca subito è un altro paio di maniche.

Poi c'è il discorso legato al calciomercato, secondo te con l'avvento di Guardiola si corre il rischio che la Bundes diventi un campionato ancora più Bayern-centrico di quanto non lo sia storicamente?
Speriamo di no, ma il rischio purtroppo è abbastanza forte.

Come è stato visto in Germania il trasferimento di Mario Götze al Bayern, considerando le tempistiche e la rivalità tra i due club? Secondo te come si sarebbe affrontata la vicenda se fosse successo tra due squadre italiane che si stavano per sfidare in finale? Ci piacerebbe inoltre avere una tua opinione sul ruolo che Götze potrebbe ricoprire al Bayern e su come gli potranno fare spazio in squadra, vista la concorrenza. Ad esempio c'è già chi parla di finto 9 alla Messi.
Ero in Germania quando è arrivata la notizia. A Monaco si parlava solo del caso Hoeness e la Bild è riuscita a spostare l’obiettivo. Il fatto che si giocassero le semfinali di Champions sembrava un dettaglio. Tutto molto strano, quindi non voglio neanche pensare al “macello mediatico” che si sarebbe sollevato in Italia.
Sul ruolo non ho la più pallida idea e se fossi io l’allenatore del Bayern non sarei così sicuro di farlo giocare titolare fisso. Sarà a causa della mia passione per Toni Kroos.

La partenza di Götze e quella molto probabile di Lewandowski creano un buco enorme nella rosa di Klopp. Secondo te da quali giocatori potrebbe ripartire il Borussia Dortmund? Punteranno su qualche giocatore già conosciuto della Bundesliga, come Schürrle o Herrmann, oppure rivolgeranno ancora la loro attenzione a campionati meno conosciuti come successo ad esempio con Kagawa, Kuba o lo stesso Lewandowski?
Attendo con gioia le mosse della premiata ditta Watzke-Zorc. La prima, l’acquisto di Sokratis Papastathopoulos, mi convince relativamente ma, se ripenso a Piszczek quando era a Berlino, posso pensare che Klopp riuscirà a trasformare anche il greco in un grande giocatore.

Il sistema calcio tedesco negli ultimi anni ci ha abituati a una produzione di talenti impressionante, basta pensare ai Götze, Reus, Schürrle, Draxler. Secondo te chi potrebbero essere i prossimi talenti destinati a esplodere? Ad esempio si parla molto di Goretzka del Bochum ed Emre Can del Bayern.
Di Goretzka parlano tutti molto bene, ma non sono ancora riuscito a vederlo all'opera, mentre Emre Can è già molto maturo per la sua età.

L'Hoffenheim è stata una delle più grandi favole del calcio tedesco degli ultimi anni, con un'ascesa incredibile dalle serie minori fino ai vertici della Bundes. Poi un lento declino, culminato col crollo di questa stagione in cui si è giocato la salvezza agli spareggi. Cause del crollo? Che futuro avranno?
Se vendi gente come Demba Ba, Carlos Eduardo, Luiz Gustavo, Vedad Ibisevic e compagnia, è difficile riuscire a mantenere alto il livello. Poi quest’anno è arrivato anche il terribile incidente a Vukcevic che ha creato una situazione non facile da gestire. Mettiamoci una gestione non proprio perfetta e qualche altra scelta sbagliata e il tutto si è complicato maledettamente e se non fosse stato per il suicidio del Fortuna Düsseldorf sarebbe stata retrocessione. Cosa accadrà in futuro? Dipende dal signor Hopp. Se vuole tornare ad investire l’Hoffenheim può sicuramente ritornare competitivo.

Stefan Kießling invece ha vissuto una stagione da protagonista, chiudendo capocannoniere con 25 gol. Alla soglia dei 30 anni è un giocatore maturo? Può avere prospettive più ambiziose del Leverkusen? In Nazionale può essere lui la punta che manca dietro a Klose?
Sicuramente è maturato tanto, ma a Jogi non piace e penso che per il dopo Klose sia meglio puntare su Super Mario Gomez. Ammesso e non concesso che si voglia puntare su un centravanti fisso in Nazionale.

Parlando di Nazionale, secondo te riuscirà Löw a mettere un po’ di ordine nella sua testa con tutto lo straordinario talento offensivo a disposizione?
Quante volte abbiamo sentito dire che un allenatore vorrebbe avere l’imbarazzo della scelta. A volte però è una grandissima stupidaggine. Qui sono veramente troppi e ogni volta che scegli sbagli. In ogni caso io farei giocare Reus sempre e comunque, poi gli altri a seconda della forma.

Gündoğan, che nel BVB ha raccolto splendidamente l’eredità di Nuri Sahin, a differenza del compagno ha optato per la nazionale tedesca. Dopo questa stagione ai massimi livelli Löw deciderà di dargli maggior spazio oppure dovrà ancora accontentarsi di rimanere all’ombra della coppia Schweinsteiger-Khedira?
Credo lo farà giocare di più, ma qualcuno che copre, in una squadra così offensiva, è assolutamente necessario averlo.

Il contratto di Joachim Löw è in scadenza a fine Mondiale. Secondo te tenterà l’avventura in un club? Chi vedresti bene come suo successore sulla panchina della Germania? Magari lo stesso Heynckes?
Sinceramente vedrei bene Jürgen Klopp, mentre Jogi potrebbe andare ad allenare all’estero.

In chiusura, secondo te ci sarà la possibilità di tornare a vedere in Italia i Rummenigge, Matthäus, Völler, oppure sarà molto più probabile assistere a un’inversione di tendenza in un futuro anche piuttosto vicino?
Se fossi un giocatore tedesco ci penserei mille volte ad abbandonare il campionato tedesco per l’Italia. Su Spagna e Inghilterra si può discutere, ma la serie A, di questi tempi, non offre garanzie precise. Al massimo potrebbe fare questo percorso qualche giocatore di secondo livello.



In collaborazione con G.D.C.
Si ringrazia ancora Pietro Nicolodi, persona squisita ed incredibilmente disponibile.

15 ago 2011

Chi troppo vuole

Josep Guardiola ha deciso.
Dopo la vittoria del decimo titolo da allenatore in tre anni il suo Barcellona, quello con i primi tre classificati al Pallone d'Oro e otto campioni del mondo in rosa, andava rinforzato. Non con acquisti parsimoniosi e mirati tipo quell'Afellay arrivato a Gennaio,ma coi soliti colpi milionari estivi, che in questo caso rispondono ai nomi di Alexis Sanchez e Cesc Fabregas.
Due acquisti di spessore assoluto. Uno dei migliori talenti emersi nell'ultima Serie A e il talento scappato di casa a sedici anni, cresciuto ed esploso in otto anni di carriera a Londra, vanno a completare una rosa già di suo stellare, ma effettivamente corta.

Il credo di Guardiola in questo senso è sempre stato chiaro. Ci sono i titolari, possibilmente tutti canterani o almeno spagnoli in quanto legati ai primi dalla militanza comune in nazionale, fissi, immutabili e definiti, e le riserve.
Queste si dividono in due categorie: o nuovi ragazzi della sempre fertile cantera, giovani ben contenti di stare in panchina e trovare qualche presenza, o giocatori prelevati dal mercato europeo a seconda dell'uopo, tendenzialmente non dispiaciuti di vincere tutto anche senza giocare granchè. I secondi hanno un destino chiaro. Si devono integrare nel gioco e negli schemi, quindi accettano il ruolo per loro scelto dall'allenatore. Che spesso finisce per essere quello dei tappabuchi di extralusso, vedasi Mascherano reinventato difensore centrale dopo mesi di briciole di partite.

Sia chiaro che Guardiola ha sempre cercato pezzi nuovi per la sua squadra. Che fossero i vari Busquets e Pedro o i neoacquisti Villa, Ibrahimovic, Caceres, Mascherano, Pep ha sempre cercato nuova linfa per una formazione già di suo fortissima. Quindi niente da stupirsi per gli acquisti in se. Ma l'attuale situazione della rosa non c'è mai stata nei precedenti anni.

A centrocampo troviamo Busquets e Xavi titolari inamovibili di una solidità fisica unica e un Iniesta tecnicamente fondamentale, ma ogni tanto alle prese con infortuni di varia gravità. In panchina Mascherano teorico centrocampista ormai centrale difensivo, Seydou Keità, Afellay (arrivato come polivalente, sia centrocampista che ala) e soprattutto Thiago Alcantara. Il neo nazionale maggiore spagnolo, campione d'Europa Under 21, è il nome nuovo esploso nell'ultima stagione, il talento in rampa di lancio. Perfetto vice-Iniesta è un classe 91 con qualità da vendere e voglia di ritagliarsi uno spazio.
Fabregas arriva come alternativa di lusso ai numeri 8 e 6, esattamente come accade nella nazionale roja, dove i giocatori sono gli stessi coi numeri invertiti. In un contesto di turnover decisamente limitato (se si escludono le partite con cambio totale o quasi degli undici titolari prima di importanti appuntamenti di Champions) sulla carta si fatica a trovargli uno spazio, per quanto assurdo possa sembrare. E vederlo al posto di Busquets, da mediano puro a dare equilibrio e fisicità a tutta la squadra, è francamente follia.
In pratica l'ex-capitano dell'Arsenal occupa lo stesso ruolo gerarchico del giovane Alcantara. Il fatto di essere di Barcellona lo salverà dalla tribuna, ma fare la riserva di tre giocatori tutti con oltre quaranta presenze di media all'anno (compreso Iniesta, considerato fragile) non dev'essere facilissimo. Anche perchè è tutto da vedere che certi giocatori accettino di stare in panchina, abituati a giocare sempre.

Spostare in attacco Cesc o Iniesta diventa complicato per l'acquisto di Sanchez, arrivato da quarto nel tridente formato da Villa, Pedro e Messi, anche loro con una media di quaranta/cinquanta partite. Se il 10 non è e non può essere in discussione, il 7 è un giocatore esperto, coi gol nel sangue, tanto talento e un riferimento nella Spagna, mentre il 17 è forse il giocatore più utile di tutto il Barcellona, magnificamente complementare a tutti i titolari.
Alexis diventa un'opzione in più, con tutto da dimostrare e con Afellay a fargli compagnia come riserva in attesa di qualche altro canterano (Gerard Deulofeu, per non fare nomi). Le cessioni di Jeffren e Bojan hanno sicuramente lasciato dello spazio, ma parliamo di vere e proprie briciole rispetto ai titolari veri.

Due galli in più in un pollaio già decisamente rodato e ricco, con tanti nuovi pulcini pronti a crescere. La gestione dello spogliatio sarà decisiva quest'anno come non mai a Barcellona, col rischio di far saltare il banco per aver voluto troppo.

17 feb 2011

E bravo Jack!

Ieri ha vinto l'Arsenal, ma soprattutto ha vinto, anzi, stravinto, Jack Wilshere. Più del finto esteta Wenger, che pur non potendolo mai ammettere ha riacciuffato una partita destinata alla deriva coprendo bene gli spazi e ripartendo a velocità supersoniche, più del catalano Fabregas e più dell'imprevedibile invenzione del genio maledetto di Robin Van Persie a brillare è stata la stellina del diciannovenne inglese.

Sfrontato ed irrispettoso, oppure semplicemente esaltante. Wilshere ha sfidato i maestri catalani al loro gioco, all'ormai leggendario tiki-taka magnificato da Palloni d'Oro, campionati spagnoli, Coppe del Re e soprattutto da un Europeo ed una Coppa del Mondo. C'erano anche ieri gli eroi di Johannesburg e ci saranno anche al ritorno al Camp Nou, quando magari l'operacion Remuntada non sarà così impossibile e quando il tecnico francese dei Gunners dovrà levarsi definitivamente la maschera: è davvero possibile eliminare il Barcellona giocando a viso aperto? Oppure una volta tanto il fine giustificherà i mezzi?

Nel frattempo ciò che nessun risultato riuscirà a macchiare è la prestazione del giovanissimo Jack, che al cospetto di Xavi ed Iniesta non ha tremato per un secondo, anzi, coadiuvato dal loro stesso erede, quel Cesc apparentemente sempre più prossimo a fare ritorno a Barcellona, ha risposto colpo su colpo tessendo trame e disegnando linee degne degli avversai. Certo, senza esagerare nei tocchetti in orizzontale o nel palleggio snervante, perchè in fondo lui è nato a Stevenage, mica a Terrassa o a L'Hospitalet, e allora molto meglio una verticalizzazione secca ed improvvisa in grado di dare un decisivo cambio di marcia alla manovra, come in occasione del due a uno di Arshavin.

Personalità, capacità di difendere palla in qualsiasi situazione, geometrie e una lucidità sorprendente hanno permesso a Wilshere di mettere tutta la sua qualità tecnica al servizio della squadra e non è un caso se l'Inghilterra dei grandi ha già iniziato a puntare su di lui per ripartire laddove dei mostri sacri del centrocampo come Gerrard e Lampard hanno finora fallito.

30 nov 2010

La partita perfetta

BARCELLONA-REAL MADRID 5-0
10' Xavi (B), 18' Pedro (B), 55', 58' Villa (B), 90' Jeffren (B).

Il Barcellona ci teneva. Era secondo in campionato e aveva perso agli occhi di tutti lo status di squadra più forte del mondo. Potere di una sconfitta in semifinale di Champions League, potere delle alchimie di Josè Mourinho come allenatore dell'Inter tripletista prima e del Real Madrid poi.
Proprio quel Mourinho che qui è nato, e come figliol prodigo traditore odiato come nessun altro, portava al Camp Nou quella squadra blanca acerrima rivale sia sportiva, perchè parliamo di numeri uno e numeri due, sia politica in quanto squadra del Re e della Spagna per eccellenza.
Il Barcellona ci teneva perchè negli ultimi anni ha conquistato il campionato grazie a grandi vittorie sul Madrid, ma coi risultati più roboanti sempre fuori casa. Che danno certo gusto, ma godere in 100.000 è tutt'altra cosa.
Il Barcellona ci teneva per il suo allenatore Pep Guardiola, così giovane e così vincente, che doveva dimostrare di fronte al numero uno assoluto di poter dire la sua.
Il Barcellona ci teneva per Leo Messi nella sua eterna lotta con Cristiano Ronaldo per il trono di migliore al mondo.
Il Barcellona ci teneva per il suo calcio, la sua filosofia, il suo essere mes que un club.

E in campo ha messo tutto.
Poche partite come questa si prestano alla definizione di lezione di calcio.
Il Real neogalactico è rimasto in campo 18 minuti, il tempo di prendere i primi due gol. Da quel momento in poi monologo blaugrana. Decine e decine di passaggi consecutivi, movimenti ovunque, scambi in fazzoletti di campo in ogni modo consentito dal regolamento e altri tre gol, giusto per completare una storica manita.
Il Real in tutto questo non ha potuto fare altro che finire soffocato dalla marea blaugrana. Incapace di creare gioco per l'asfissiante pressing catalano, incapace di difendersi dai letali tagli in verticale delle punte avversarie, incapace di sfruttare i suoi talenti stretti nella morsa d'acciao di capitan Puyol hanno opposto la sola resistenza di molti falli di pura frustrazione, testimoniati dai sette ammoniti più l'espulso Sergio Ramos, che diventa suo malgrado massimo simbolo della mortificazione di casa Mourinho
Folle l'atteggiamento del ragazzo andaluso, che a fine partita perde completamente la testa rifilando un calcione da dietro a Messi (a quanti italiani è balenato in mente Totti? vedremo qui che squalifica troverà il giocatore) e mettendo le mani in faccia a Puyol e Xavi, suoi compagni di nazionale. Un episodio che di certo non si chiuderà qui...

"Dedico questo successo a Reixach e Cruyff che sono quelli che ci hanno mostrato la via. Questa è la vittoria di tutti coloro che in 15 anni hanno creduto a questo modo di giocare a calcio. In nessuna parte del mondo c'è una società che vince così tanto puntando sui ragazzi della terra da cui proviene. E' vero che si tratta solo di una partita e che sono solo tre punti in più in classifica, ma vincere in questo modo è qualcosa che ci porteremo dietro per parecchio tempo".
Le parole di Guardiola a fine partita sottolineano ancora che la filosofia-Barcellona ha un origine, uno svolgimento e un obiettivo ben preciso.

Saranno arroganti, ma questi sanno giocare a calcio.

2 ott 2010

Guardiola e la sindrome da Eto'o

Nel calcio, come nella vita, giunge inevitabile un momento in cui si sente la necessità di cambiare, di voltare pagina e di rimettere tutto in gioco. Questo ha pensato Pep Guardiola quando, accompagnato dalle sue convinzioni tattiche, si è presentato nell'ufficio di Laporta chiedendo per la seconda estate consecutiva la cessione di Samuel Eto'o, bomber del triplete blaugrana. Una scossa per ripartire con nuove motivazioni, con quello Zlatan Ibrahimovic monarca indiscusso in Italia e bulletto di periferia in Europa, con i suoi centimetri, la sua imprevedibilità e la sua smisurata ambizione a rappresentare una sfida troppo intrigante per l'allenatore catalano e per lo stesso presidente, incapace di rimanere impassibile di fronte al capriccio dell'uomo che lo ha proiettato nella storia del calcio mondiale.

Il genio di Messi, le geometrie di Xavi, la classe di Iniesta e la bizzosa potenza dello spilungone di Malmö: è l'alba di un'altra memorabile e gloriosa cavalcata verso la conquista del mondo del pallone in nome del bel calcio inteso come una sinfonia di scambi stretti e precisi, movimenti continui e triangolazioni da far impallidire Pitagora eseguite a velocità supersoniche. Una corazzata invincibile quanto spettacolare guidata da Guardiola, il ragazzino catalano entrato in punta di piedi nella Masia a tredici anni che, dopo aver vinto tutto calcando l'erba del Camp Nou, è tornato a casa da allenatore, da filosofo della panchina e da maestro di calcio. Il Pep, quello che ha avuto il coraggio di indicare la porta a senatori come Ronaldinho e Deco per non tarpare le ali a Messi e agli altri ragazzini cresciuti nella cantera del distretto di Les Corts, quello che ora ha preparato le valige a Samuel Eto'o rimpiendole con cinquanta milioni di euro ed un biglietto di sola andata in direzione Milano.

Una mossa geniale? Un tremendo azzardo? Sono bastati pochi mesi per registrare le prime avvisaglie di quello che non si è rivelato il semplice scossone emotivo desiderato da Guardiola, ma un terremoto vero e proprio in grado di minare le certezza di una squadra apparsa fino ad allora imbattibile ed irraggiungibile. L'addio forzato di Eto'o ha lasciato spazio ad un ego troppo grande per uno spogliatoio già illuminato da diverse stelle ed incontrollabile per lo stesso Guardiola: un'arma a doppio taglio dentro e fuori dal campo. Addio ai movimenti del camerunense, alla sua freddezza sotto porta, alla straordinaria semplicità del suo calcio e benvenuto all'ostentazione fatta persona, al centravanti atipico con l'assoluta necessità di essere sempre al centro del gioco e inefficace se inserito in un contesto che non preveda un'intera squadra umilmente al suo servizio. Schiacciato dal peso della personalità e del talento di "una" pulce (l'onestà intellettuale consiglia di specificare che non si tratta di una pulce qualsiasi), il piccolo-grande Ibra ha comunque chiuso la stagione con l'onorevolissimo score di ventuno reti, non male per gli almanacchi, ma non abbastanza per l'esigente pubblico spagnolo, rattristato ripensando al precedente numero nove e avvilito vedendo lo stesso Eto'o esultare sotto ai loro occhi festeggiando la qualificazione alla finale di Madrid.

Colui che veniva chiamato "filosofo" in segno di apprezzamento e stima per gli ideali calcistici e per il livello intellettuale messo in mostra lontano dal terreno di gioco si è sentito battezzare in questo modo con una certa vena di disprezzo, quasi invitato ad una nuova carriera lontano dalla panchina a giostrare fra i salotti letterari di Barcellona, mentre l'acquisto più oneroso della storia blaugrana, fra una dichiarazione e l'altra, ha trovato sistemazione in un club in grado di soddisfare i capricci suoi e del suo rappresentante.

Scottato (ustionato?) dall'operazione Ibra, Guardiola non ha esitato ad investire pesantamente per un nuovo centravanti, ripiegando questa volta sul campione del Mondo David Villa: giocatore ben più simile ad Eto'o rispetto al predecessore svedese. Una sconfessione delle proprie convinzioni tecnico-tattiche, una tacita ammissione di colpe e soprattutto la consapevolezza di aver commesso un crimine oramai irreparabile verso il suo Barcellona. E' presto per esporsi in pericolosi giudizi sull'operato del Guaje al centro dell'attacco dei catalani, ma questo prime partite stagionali sono sembrate un inesorabile déjà vu, perchè, nonostante la bontà e l'assoluta qualità del numero sette della nazionale spagnola che con ogni probabilità si tradurranno in un'ottima quantità di gol, nè Villa, nè Ibrahimovic, nè nessun altro attaccante al Mondo è in grado di rappresentare ed emulare ciò che Samuel Eto'o è stato per la squadra di Pep Guardiola: una macchina da gol implacabile in grado di muoversi per il fronte offensivo con tempi, sapienza ed intelligenza da manuale del calcio, un'atleta infaticabile con la predisposizione al sacrificio di un mediano perfetto per il concetto di pressing totale del suo allenatore, una star mondiale in grado di valorizzare senza soffrire lo sconfinato talento di Messi, un giocatore da subito nel cuore dei tifosi, apprezzato da tutto lo spogliatoio blaugrana e soprattutto un catalano d'adozione legato al Camp Nou, a Barcellona e alla sua gente.
Troppo per cercarne un clone, troppo anche per un'alternativa.

19 set 2009

Inter: bene così

Prova del nove, sfida decisiva, esame finale. Si sono sprecati decine di titoli e migliaia di parole per presentare Inter-Barcellona, prima partita del girone di qualificazione di Champions League. Aspettative alle stelle per una sfida giocata a otto mesi dalla finale di Madrid, a poco più di due settimane dalla chiusura della sessione di mercato estiva.

Quale può essere dunque il peso specifico di quella che era stata presentata come la sfida fra Eto'o ed Ibrahimovic? Può essere veramente considerata la prova decisiva per giudicare l'Inter, per capire fino a dove può arrivare e soprattutto se è cambiato qualcosa rispetto alla scorsa stagione?

La risposta sembra essere pressochè unanime ed è affermativa, questa è stata la sfida che ha permesso di trarre molte conclusioni, per quanto affrettate o meno possano essere. Ben diverso però è il contenuto di queste conclusioni, perchè se l'opinione pubblica (tifosi interisti compresi) sembra piuttosto compatta nel giudicare incolore e non sufficiente la prestazione dei nerazzurri, c'è chi preferisce vedere ed analizzare da una prospettiva ben diversa i novanta minuti giocati contro il Barça.

Il Barcellona appunto, campione di Spagna e campione d'Europa, una squadra in grado di esprimere il miglior calcio al mondo per distacco, fatto di movimento, possesso palla, verticalizzazioni, velocità, precisione. Un mix letale di tecnica, qualità e tattica che ha permesso agli uomini di Pep Guardiola di dominare in lungo e in largo la scorsa stagione, che si trattasse di Liga o di Champions poco importa, perchè grazie ad interpreti meravigliosi di questa filosofia di gioco come Xavi, Iniesta, Messi, Henry, Daniel Alves e molti altri nessuna squadra e nessun tecnico è stato in grado di fermarli. L'unico che può recriminare qualcosa è forse Guus Hiddink, che con il suo Chelsea è stato fermato a pochi minuti dal sogno da una magia di Andrés Iniesta. Lasciando da parte le recriminazioni varie legate all'arbitraggio di Ovrebo, sarebbe più opportuno ricordare come il tecnico olandese sia riuscito ad arginare e limitare la superiorità degli spagnoli: undici uomini costantemente dietro alla linea della palla, concentrazione estrema in fase difensiva, marcature impeccabili ed attacco basato su ripartenze rapide e precise. Al ritorno a Stamford Bridge sicuramente il Chelsea è riuscito a rendersi più pericoloso, seppure non cambiando di molto l'impostazione e l'approcio alla gara, ma traendo particolare vantaggio dalle numerose assenze nelle fila del Barça, costretto ad esempio a giocare con Yaya Touré centrale difensivo.

Mercoledì Mourinho ha invece deciso di utilizzare le stesse armi dell'undici blaugrana per contrastarli: pressing asfissiante, ritmo, fiammate in velocità, movimenti continui da parte delle punte e nei limiti del possibile possesso palla. Una scelta coraggiosa, che ha dato buoni/ottimi risultati nella prima frazione di gara e pagata carissima nella ripresa. Per quasi mezz'ora l'Inter ha cercato ed è riuscita a fare la partita, per un'ora complessiva è riuscita a giocare alla pari e a tenere testa al Barcellona, grazie ad un grande spirito di sacrificio, alla compattezza sia della squadra in generale che dei singoli reparti, ad un pressing estremo quanto efficace e a tentativi di verticalizzazioni improvvise che hanno permesso di presentarsi qualche volte nei pressi di Victor Valdes e al contempo di limitare per quanto possibile la pericolosità in fase offensiva degli avversari.

Nella ripresa la squadra è rimasta chiaramente a corto di fiato, cedendo pian piano campo agli avversari, che guidati dal direttore d'orchestra Xavi, migliore in campo per distacco anche questa volta, hanno invaso la metà campo nerazzurra e cercato di insidiare Julio Cesar in ogni modo. Tuttavia, nonostante il secondo tempo di marca nettamente blaugrana, l'Inter ha mostrato grande capacità di soffrire ed una compattezza difensiva impressionante. Samuel, Lucio e Chivu hanno interpretato la partita in modo perfetto, chiudendo, accorciando e sbrogliando le situazioni pericolose in maniera impeccabile. Non a caso Julio Cesar nella ripresa è risultato praticamente inoperoso, una certa novità se si considerano i precedenti big-match di Champions League.

Per concludere si può leggere sicuramente la partita in modo più che positivo, soprattutto se si considera che l'Inter era priva di due perni quali sono Stankovic e Cambiasso e che la squadra lavora da tre settimane al completo. Una leggera differenza rispetto al Barcellona, che ha cambiato un solo titolare e gioca allo stesso modo da anni e anni.
Mourinho e i suoi non sono sicuramente al livello del Barça ed è da visionari pensare che potessero esserlo, ma quei trenta minuti del primo tempo lasciano ben sperare e danno tutta la fiducia necessaria per continuare a lavorare in questo modo, consapevoli del fatto che c'è solo da migliorare, magari prendendo anche spunto dalla fantastica squadra affrontata mercoledì.