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24 set 2014

Differenze tra Wenger e Mourinho nel mercato delle loro squadre

Wenger e Mourinho non sono esattamente amici. Oltre ad anni di rivalità i due manager sono divisi profondamente dalla loro personale visione del calcio, legata a concetti più ampi per uno e inscindibile dalle vittorie per l'altro.
Analizzando gli acquisti principali, il loro agire sul mercato nelle ultime due stagioni, cioè da quando il portoghese è tornato in Premier League, riflette con chiarezza le differenze caratteriali e di mentalità tra i due.

Arsene Wenger oggi incarna l'Arsenal, anche perchè è l'unico tecnico ad averne occupato la panchina nell'era moderna del club. L'approccio al gioco, la filosofia, il progetto giovani e una serie di altri fattori consolidati in quasi venti anni costituiscono un pacchetto chiaro quanto preconfezionato di quello che ci si aspetta da lui e dalla sua squadra, con uno spartiacque fondamentale dal 2004 in poi.
Nella passata stagione, forse stanco di leggere critiche e ironie, il francese decise di dare una svolta. La squadra aveva una sua ossatura costruita negli anni e finalmente sul mercato si potevano investire soldi veri su quei pochi giocatori veramente utili. Operazioni chirurgiche finalizzate a un salto di qualità atteso da dieci anni. La principale necessità tecnica era quella del centravanti, un nome che potesse portare personalità, gol, tecnica e pericolosità costante. Un nuovo Van Persie, capace di segnare, ma anche di svariare e giocare la palla. L'identikit portava a Luis Suarez, ma il corteggiamento cadrà nel nulla e un altro candidato come Higuain sceglierà la città che fu di Maradona. Wenger si trovò così in un'empasse storica, senza obiettivi e senza acquisti se non il ritorno di Flamini a parametro zero. All'ultimo giorno di mercato, forse consapevole di non poter reggere la pressione di un'estate di immobilismo, decise di investire tutto il budget nell'unico giocatore di spessore e pedigree disponibile, quel Mesut Özil scaricato dal Real Madrid. Un colpo mediatico importante per cifre e caratura tecnica, ma anche un giocatore non realmente necessario alla rosa. Preso perchè qualcuno doveva arrivare e lui tutto sommato nel gioco non stava male, al massimo bastava adattarlo un po'.
Un anno dopo, nel mercato appena concluso, l'Arsenal aveva ancora delle necessità tecniche principali ed evidenti. Il ruolo di centravanti era sostanzialmente coperto dal solo Giroud, reduce da un'ottima stagione, cui serviva una riserva credibile se non un titolare, ancora un grande nome che potesse mandarlo in panchina e elevare il livello dell'intera squadra. A centrocampo poteva servire un mediano difensivo, o un impostatore tecnico più giovane di Arteta o un giocatore fisico migliore di Flamini. Infine un difensore centrale affidabile. L'unico vero acquisto invece è stato Alexis Sanchez, ancora una volta un giocatore di talento e pedigree strappato a una spagnola arrivato in un reparto già notevolmente affollato. Tutto sommato nel gioco non stava male, bastava adattare un po' tutti gli altri. Gli altri arrivi sono stati un giovane (Chambers, che per quanto talentuoso è un '95) e un paio di sostituzioni necessarie (Debuchy per Sagna e Welbeck causa infortunio di Giroud).
Due anni di mercato anche dispendiosi, ma che non hanno risolto alcun problema tecnico (a meno che Welbeck non esploda fragorosamente, e comunque l'inglese è arrivato per coprire un infortunio) e anzi hanno ogni volta avviato una specie di rivoluzione tecnica. Non a caso oggi Wenger si trova con un progetto tattico diverso da quello che l'ha portato a vincere l'FA Cup lo scorso anno, in cui proprio Özil sembra di troppo. Poca determinazione, troppo amore per un certo tipo di giocatori, idee tattiche troppo variabili e assenza di riferimenti tecnici assoluti.

Josè Mourinho invece, non essendo legato a un unico club, ha dei tratti distintivi personali che più o meno impianta dove allena. E di solito portano a vincere titoli. La sua seconda avventura al Chelsea ha dei presupposti molto diversi dalla prima, infatti nel 2004 sia lui che il club avevano bisogno di imporsi nel calcio che conta, mentre oggi le aspettative si sono alzate visti i successi consolidati nel tempo e i soldi a disposizione. Tradotto, i risultati non possono aspettare troppo.
Più o meno dalla vittoria della Champions 2012 la rosa aveva cominciato il suo rinnovamento, uscendo dall'onda lunga del primo ciclo-Mourinho. I nuovi leader si potevano identificare in David Luiz e Mata, coadiuvato in attacco da altri giovani come Oscar e Hazard. L'allenatore portoghese nell'estate 2013 ha optato essenzialmente per un primo anno di studio, valutando il materiale disponibile, seminando le sue idee tattiche e puntellando gli uomini disponibili con Willian e Schürrle. Stranamente per le abitudini di Mourinho non sono arrivati titoli, ma il progetto è stato definito in modo chiaro e inequivocabile. La squadra ha trovato una sua base e confidenza nei risultati ottenuti, soprattutto contro le grandi.
Col mercato 2014 Mou ha voltato pagina, passando alla composizione della rosa più adatta ai suoi gusti. Le necessità tecniche individuate erano il terzino sinistro, il mediano difensivo, l'erede di Lampard come centrocampista di collegamento, la prima punta. Il mercato ha portato Filipe Luis, Matic (a Gennaio), Fabregas e Diego Costa, con l'aggiunta di Courtois in porta. Gli epurati sono stati Ashley Cole, David Luiz e Juan Mata, senza troppi complimenti e guadagnandoci pure bei soldi. 
Scelte nette, anche dure e impopolari, seguendo un'idea tattica molto precisa a cui bene o male i singoli devono adattarsi. Nessuna paura di chiudere col passato, immobilismo o scelte di ripiego dell'ultimo minuto. Una rosa nuova, giovane, pronta per avviare il secondo ciclo-Mourinho.

Nel 2013-2014 Wenger ha potuto rinfacciare a Mourinho i famosi zero tituli, consumando una vendetta freddissima. Scommettiamo che non si ripeterà a breve?

18 ago 2014

I centrocampisti offensivi e i gol

Una evidente tendenza mediatica del calcio moderno è di chiedere ai centrocampisti offensivi gol a grappoli. In questo senso giocatori come Fabregas, Cristiano Ronaldo o Kakà hanno segnato un netto cambiamento nella percezione del ruolo, e se progressivamente sono diventate sostanzialmente delle punte pure poco importa, la linea è tracciata e le aspettative dei tifosi si muovono verso la direzione indicata. Altri nomi con Hamsik e Vidal, entrambi rigoristi, contribuiscono ad alimentare il fuoco.
In particolare il giocatore di cui più spesso si parla in termini di gol segnati nel ruolo è Mateo Kovacic. Il numero 10 dell'Inter ha infatti un rapporto difficoltoso con la rete, in primis a livello concettuale. Il giovane classe '94 è un centrocampista, magari di difficile collocazione precisa, ma sicuramente un centrocampista di quelli creativi che non apettano altro che un movimento da servire. Vedendolo giocare è evidente che sia quasi riluttante quando è il momento di tirare, vive spasmodicamente nella ricerca del passaggio smarcante per sua stessa ammissione. Deve di sicuro crescere, completarsi e migliorare anche in questo, ma veramente a un giocatore come lui devono essere chiesti 10 gol a stagione, traguardo che lui stesso si è posto per l'anno a venire?

Prendendo in analisi una serie di centrocampisti sia di qualità che di inserimento protagonisti negli ultimi anni vediamo queste cifre:
Zinedine Zidane: in doppia cifra in campionato solo nel 1992-1993, sua prima stagione al Bordeaux. Su 16 stagioni complete considerando tutte le competizioni ha superato i 10 gol in 6. Complessivamente in Italia 31 gol in 209 partite, in carriera 125 in 681.
Manuel Rui Costa: 10 gol in campionato solo nel 1998-1999 alla Fiorentina, 3 stagioni in doppia cifra nel complesso (oltre alla Fiorentina, Benfica 1993-1994 e 2007-2008). In Italia 61 gol in 468 partite, in carriera 97 in 684.
Paul Scholes: in doppia cifra in campionato 2 volte nel 1995-1996 e 2002-2003, complessivamente in 8 stagioni su 20. In carriera 155 gol in 718 partite.
Juan Sebastian Veron: mai in doppia cifra in campionato, solo alla Lazio nel 1999-2000 è arrivato a 10 gol complessivi. In Italia 29 gol in 263 partite, in carriera 78 in 630.
Dejan Stankovic: in doppia cifra sia in campionato che complessivamente solo alla Stella Rossa nel 1996-1997 e 1997-1998. In Italia 74 gol in 526 partite, in carriera 109 in 622.
Clarence Seedorf: mai in doppia cifra in campionato, 2 volte complessivamente a 10 gol nel 2006-2007 e 2007-2008. In Italia 81 gol in 558 partite, in carriera 135 in 889.
Andrea Pirlo: mai in doppia cifra, nè in campionato nè in aggregato, 3 volte oltre i 5 gol complessivi. 66 gol in 652 partite.
Pavel Nedved: in doppia cifra in campionato 3 volte (Sparta Praga 1995-1996, Lazio 1997-1998, Juventus 2006-2007 in Serie B), complessivamente 6 in 18 stagioni giocate. In Italia 110 gol in 507 partite, in carriera 141 in 642.
Xavi: 10 gol in campionato nel 2011-2012, complessivamente in doppia cifra anche nel 2008-2009. 86 gol in 784 partite.
Andres Iniesta: mai in doppia cifra, nè in campionato nè complessivamente. In 14 stagioni 12 volte ha segnato 4 gol o meno in campionato. In carriera 55 gol in 561 partite.
Luka Modric: alla Dinamo Zagabria in doppia cifra in campionato nel 2007-2008 e complessivamente anche nel 2005-2006. Tra Inghilterra e Spagna 23 gol in 264 partite, in carriera 68 in 432.
Wesley Sneijder: in doppia cifra in campionato all'Ajax nel 2006-2007 e al Galatasaray nel 2013-2014, complessivamente anche nel 2005-2006 sempre coi lancieri. In Italia 22 gol in 116 partite, in carriera 111 in 420.
Mesut Özil: mai in doppia cifra in campionato, 3 volte complessivamente (2009-2010 col Werder, 2010-2011 e 2012-2013 col Real). In carriera 52 gol in 344 partite.
Bastian Schweinsteiger: considerati anche i trascorsi da ala, mai in doppia cifra nè in campionato nè nel complesso. In carriera 65 gol in 506 partite.
Diciamo che, quantomeno, 10 gol a stagione si chiedono a una punta più che a un centrocampista. Serve una qualità di gioco complessiva alta, ma i gol sono un'ossessione moderna decisamente mal riposta.

16 set 2010

Top Class '88

Ecco a voi Top Class, una rubrica sui talenti del panorama calcistico mondiale che cercherà di stilare anno per anno le migliori formazioni dei giovani nati tra il 1988 e il 1992. Si tratta di scelte difficili quanto soggettive, basate su conoscenze più o meno limitate e su gusti personali, quindi anche il vostro parere sarà ben accetto!


Oggi inizieremo presentandovi la Top Class '88:

Panchina: Marcelo, J.Boateng, Otamendi, S.Blanco, Perotti, J.Hernandez, Sanchez, Di Maria.

Difficile trovare giovani portieri in circolazione e valide alternative, dunque la scelta cade su Vito Mannone, italiano d'Inghilterra che finora non ha sfigurato nelle rare occasioni in cui è stato chiamato in causa da Arsene Wenger. Decisamente di livello superiore la linea difensiva, composta da quattro giocatori di discreta esperienza ed ottime prospettive. Sugli esterni due fra le sorprese del recente Mondiale sudafricano: l'olandese Van der Wiel ed il portoghese Coentrão, entrambi terzini di grande qualità in grado di garantira una spinta costante ed efficace. Jonny Evans e Andrea Ranocchia compongono invece la coppia di difensori centrali che fa dell'altezza, della forza fisica e del senso della posizione i propri punti di forza.

La mediana parla invece spagnolo ed almeno sulla carta è di primissimo livello. Fisicità, corsa, inserimenti, palleggio, geometrie e qualità sono garantite dal sempre più seguito Javier Martinez e dalla stellina argentina del Valencia Ever Banega. Davanti a loro un trio altamente spettacolare, tutto dribbling, tecnica ed imprevedibilità che potrebbe fare le fortune dell'unica punta Aguero. Özil, Gaitan e Mata sono infatti in grado di creare superiorità numerica e cogliere impreparate le difese avversarie in ogni frangente: dei giocatori dal tasso tecnico incalcolabile e dal movimento costante, sempre alla ricerca dello spazio fra le linee e nati per non dare il minimo punto di riferimento all'avversario.


La stella: Mesut Özil

Dopo un Mondiale da esordiente in cui si è rivelato fra i protagonisti assoluti ecco il passaggio al Real Madrid di José Mourinho. L'ennesimo capriccio di Florentino Perez in un ruolo già occupato di diritto da 70 milioni di Euro disposti in statiche colonne di monete d'oro in stile Paperon de' Paperoni? No, perchè al tedesco Mesut sono bastate due partite per conquistare il difficilissimo ed incontentabile pubblico del Bernabeu, il posto da titolare e per appendere, con ogni probabilità, il cartellino "vendesi" alla maglietta numero otto di Kakà. Inevitabile dunque scegliere il giocatore del momento come la stella della Top11 classe 1988.

In collaborazione con G.D.C.

30 giu 2010

WC2010: Top&Flop Generali - Ottavi di Finale

FLOP

Arbitri: scontato, ma assolutamente inevitabile. Durante la fase a gironi i direttori di gara hanno fatto intravedere parecchie lacune, ma l'apice è stato senza ombra di dubbio raggiunto in questi ottavi di finale. Fra gol clamorosamente non visti, fuorigiochi solari non ravvisati e tanti altri errori le recriminazioni sono purtroppo giustificate.

Blatter e la tecnologia: ci risiamo, dopo la colossale svista sul fallo di mano di Henry, Blatter e la ristretta cerchia di padroni del calcio tornano giustamente nell'occhio del ciclone. E' impensabile ed inaccettabile dover ancora assistere a simili spettacoli nonostante l'infinità di tecnologie che potrebbero accorrere in soccorso dei direttori di gara e dei loro assistenti. Certo, possiamo provare a capire quanto sia difficile dover rinunciare ad una buona dose di potere.

Corea del Sud: dopo il brillante inizio contro la Grecia, il Mondiale dei coreani è stato un continuo declino. Non è stata sufficiente la reazione d'orgoglio ad inizio secondo tempo per tenere testa ad un Uruguay nettamente superiore sotto qualsiasi punto di vista.

4-4-2 di Capello: non poteva mancare il famigerato modulo dell'allenatore italiano. Lui non ha esitato a prendersela con l'arbitro per la clamorosa svista sul pallonetto di Lampard, ma a destare molti dubbi è stata soprattutto la scelta tattica di affidarsi ad un modulo che definire superato può essere un eufemismo. Saper sfruttare il massimo delle potenzialità dei propri giocatori è un elemento chiave per ottenere risultati e non si può sicuramente affermare che Capello a tal proposito abbia fatto tutto il possibile (chiedere ad esempio a Steven Gerrard).

Golden-Generation inglese: è il capolinea o si riservano ancora un'ultima possibilità per l'Europeo del 2012? Gerrard, Terry, Lampard, Ferdinand, Beckham e Owen (questi ultimi tre assenti per infortuni) hanno sprecato l'ennesima chance, sembrando ormai inesorabilmente condannati ad essere sì ricordati per i numerosi titoli vinti con i rispettivi club, ma anche e soprattutto per l'assoluta incapacità di avvicinare un titolo internazionale con la maglia dell'Inghilterra.


TOP

M-Generation tedesca: la risposta agli inglesi è questo terrificante mix di talenti in ascesa verticale e principale sorpresa del Mondiale sudafricano. Intuire le potenzialità della Germania non era difficile, ma chi si sarebbe aspettato un impatto immediato tanto devastante? La generazione multiculturale tedesca è il perfetto esempio di integrazione, guidata dal turco Özil e dal tedeschissimo Müller ha davanti un presente roseo ed un futuro se possibile ancora più brillante.

Uruguay: ancora fra i top, Tabarez e i suoi ragazzi continuano a stupire raggiungendo uno storico risultato che mancava da decenni. La solidità difensiva di Lugano e Godin, la quantità e il ritmo di Perez e degli altri centrocampisti, la classe di Forlan e i gol tanto attesi di Suarez sono senza dubbio le chiavi di questa nazionale che ogni volta sorprende per personalità e livello di gioco. Il sogno della semifinale è sicuramente alla loro portata.

Brasile: finalmente si è rivisto il vero Brasile di Carlos Dunga, solido e cinico ai massimi livelli. Nonostante un Kaka ancora in ombra, i verdeoro danno l'idea di essere un'autentica ed infallibile macchina da vittorie. La sfida con l'Olanda si preannuncia altamente spettacolare.

Germania: abbiamo già parlato della M-Generation, ma è doveroso lodare anche la prestazione collettiva della squadra di Joachim Löw, l'unica oltre allo spregiudicato Cile di Marcelo Bielsa in grado di esprimersi quasi ai livelli di una squadra di club. Il risultato contro l'Inghilterra può essere stato effettivamente condizionato dalla clamorosa svista dell'assistente di Larrionda, ma la vittoria dei tedeschi è giustificata da una schiacciante supremazia a livello di gioco. Squadra corta, attenta ed aggressiva in fase di non possesso, veloce, letale e spettacolare palla al piede. Schweinsteiger in cabina di regia è sublime, Özil è un moto perpetuo e da in ogni momento l'impressione di potersi scatenare, Müller oltre a segnare due reti è una costante spina nel fianco dei malcapitati inglesi ed anche la tanto bistrattata coppia di centrali difensivi Friedrich-Mertesacker da una buonissima prova di solidità.

29 giu 2010

WC2010: Top&Flop Giocatori - Ottavi di Finale

FLOP

Kakà: in Brasile gira bene, ma aspetta ancora il suo presunto leader tecnico. Irritante e irritato, a giudicare dai tre gialli nelle ultime due partite giocate.

Wayne Rooney: purtroppo per il Manchester e l'Inghilterra, la sua stagione è finita con l'infortunio alla caviglia. Tanta volontà, ma del vero Rooney solo il nome sulla maglia.

John Terry: imbarazzante, e doveva essere il leader della difesa dopo il forfait di Rio Ferdinand. Missione fallita.

Roque Santa Cruz: il nome più famoso a rappresentare l'attacco del Paraguay. Sulla carta un reparto molto buono, nei fatti sterile come solo l'Italia...

Martin Demichelis: per l'ennesima volta si fa saltare come un birillo. Cambia la pettinatura, purtroppo non la sostanza.

Cristiano Ronaldo: per uno coi suoi numeri, giocare decentemente un tempo in tutti i Mondiali è un pò pochino. Come sempre assente in nazionale, e a questo punto gli alibi iniziano a cadere.

Ricardo Osorio: dopo il macroscopico errore arbitrale, regala il 2-0 che di fatto elimina il Messico.

Joan Capdevila: perchè non è ammissibile fare simili, indegne, sceneggiate. Un mese a giocare a rugby aiuterebbe a capire come gira il mondo.


TOP

Diego Perez: l'incarnazione della leggendaria garra dell'Uruguay.

Luis Suarez: la porta la vede come pochi, e il secondo gol è una perla.

Wesley Sneijder: tonnellate di sostanza, in un oceano di qualità. Gol e assist per indicare la strada a una nazionale storicamente perdente. Un condottiero.

Arjen Robben: fenomenale. In due partite un palo e un gol, è la scintilla che mancava all'Olanda per scompigliare le carte.

Kevin-Prince Boateng: più si alza la posta, più sale di livello. Primo gol in nazionale, quando contava davvero.

Javier Hernandez: il talento già del Manchester United dimostra capacità tecniche e grande senso del gol. Segnali di un futuro campione.

Arne Friedrich: dovrebbe essere l'anello debole della difesa tedesca. Non concede un centimetro a nessuno, con le buone e con le cattive. Un vero lottatore.

Bastian Schweinsteiger: tedesco purosangue (ed è una notizia di questi tempi), nel cuore del gioco e della sua squadra. Alla lunga giganteggia in tutte le fasi, regalando un assist.

Lukas Podolski: tantissima corsa unita a gol e qualità. Un valore aggiunto sulla sinistra.

Mesut Ozil: come un anno fa in Under21, dispensa calcio anche tra i grandi. Svaria molto, e ovunque fa male.

Thomas Muller: il più inesperto dei titolari gioca come se con questa maglia ci fosse nato. Sembra sempre lento, scoordinato, in ritardo, ma fa tutto con una qualità mostruosa. Viaggia tra le linee con una facilità disarmante tagliando a fette l'Inghilterra.

Miroslav Klose: il miglior bomber possibile per la Germania. Si muove tantissimo, corre, pressa e soprattutto segna. Sono 12 ai mondiali e 50 in nazionale...

16 giu 2010

WC2010: Top&Flop Giocatori - Prima Giornata

FLOP
Kakà: stella designata del Brasile, 10 sulle spalle, prima scelta assoluta di Dunga alla faccia di Ronaldinho. Dopo una stagione che definire difficile è un eufemismo, si aspettava con ansia il suo riscatto in maglia verde-oro,e la Corea del Nord sembrava una vittima designata. Partita storta, con tanti, troppi errori anche in cose banali per uno come lui. Non a caso il gioco del Brasile non è decollato.

Veron: leader e faro del gioco dell'Argentina per scelta di Maradona, tornato in nazionale a 35 anni, i maligni dicono che abbia pilotato lui le convocazioni per non avere compagni ingombranti di fianco. Il risultato è stata una partita troppo imprecisa, mai nel vivo del gioco, con poca, troppa poca luce e la ciliegina dell'affaticamento muscolare.

Krasic: forse il miglior talento della Serbia si è perso all'esordio come tutta la sua nazionale. Errori nei passaggi, nei dribbling e un paio clamorosi nei controlli, con una tendenza all'accentrarsi da trequartista che non è sembrata troppo nelle sue corde. Il mercato distrae?

David Silva: uno dei segreti della Spagna campione d'Europa si perde nel suo talento. Ha faticato a trovare la posizione,a dialogare coi compagni e a creare la superiorità numerica. L'impressione di essere troppo molle non è una bella etichetta.

Ribery: dovrebbe essere il talento "esperto" di questa Francia, invece gioca una partita tutta fumo, sulla falsa riga della stagione al Bayern. Senza Robben dall'altra parte del campo.

Gourcuff: le petit Zidane è chiamato a questi Mondiali alla prova di maturità. Campione vero o giocatore al massimo da Ligue 1? La prima risposta è sconfortante. Una partita passata a nascondersi, con poca voglia e meno personalità. Stasera la rivincita?

Portieri: si, è una critica alla categoria. Lo Jabulani non sarà un grande pallone, ma non deve diventare nemmeno un alibi. Errori tecnici (in particolare per Algeria, Paraguay e Inghilterra) troppo brutti per essere veri e pure decisivi.

Attaccanti: AAA punte cercasi potrebbe essere il sottotitolo di questa prima giornata. Certamente è un caso e le squadre devono ancora entrare bene nei meccanismi, ma al momento i principali protagonisti dei sogni dei tifosi latitano.


TOP

Maicon: migliore in campo per la sua nazionale, spinta costante sulla destra, dribbling, cross, duetti sulla fascia e un gol da copertina. Che altro chiedere a un terzino?

Mascherano: il capitano di Maradona è chiamato a un compito tatticamente difficile, e risponde alla grande. Un uomo solo in mezzo al campo, a dare equilibrio a tutta la struttura. Tatticamente un maestro.

Ozil:l'astro nascente del calcio tedesco, che ha già portato l'Under21 al titolo di Campione d'Europa. Mancino illuminato, mille idee, dribbling, corsa e visione di gioco. Tenetelo d'occhio.

Podolski: Dottor Lukas e Mister Podolski. In nazionale come sempre una prestazione di spessore assoluto, a macinare chilometri con grande qualità in fascia, un gol per non perdere l'abitudine. I suoi tifosi di Bayern e Colonia si chiederanno quale sia il segreto...

Muller: da trequartista sorpresa del super-Bayern ad ala. A destra si dimostra a suo agio e trova pure il primo gol in nazionale, alla terza presenza. Eppure un Muller col 13 in questa nazionale mi sembra di averlo già visto...

Alexis Sanchez: il folletto dell'Udinese si presenta al palcoscenico internazionale con una prova da fenomeno in erba. Imprendibile a destra, mille numeri palla al piede e grande corsa in fase di non possesso. Un assist tanto per metterci il giusto di arrosto.

Forlan: da centravanti implacabile all'Atletico Madrid, a regista offensivo nell'Uruguay. Pochissime prime punte sarebbero in grado di farlo, e Diego si dimostra leader completissimo, capace di gestire il gioco con grande intelligenza tattica.

Kwadwo Asamoah: il ragazzo ci sa fare. Grande personalità, corsa e si dimostra capace di gestire il gioco, cosa mai facile per le nazionali africane. Che sia l'erede di Essien?

Lichtsteiner: da terzino destro della Lazio a incubo peggiore di qualunque giocatore spagnolo che si sia avventurato nella sua zona di competenza. In difesa un muro invalicabile, fisico e cattivo il giusto, corsa costante in avanti in appoggio alle veloci ripartenze svizzere. Ne sentiremo ancora parlare.

Inler: un diesel. Fatica un pò a prendere le misure (e contro la Spagna mi pare il minimo), ma dopo un tempo inizia a dettare legge. Fisicamente gli avversari gli rimbalzano addosso, imposta bene con entrambi i piedi, preziosissimo e tatticamente attento a coprire in difesa.

Jong Tae-Se: simbolo di un paese con le sue lacrime durante l'inno, lo sconosciuto attaccante lotta come un leone contro la morsa di Lucio e Juan. Continuo movimento, grande fisico e intelligenza come dimostra la sponda per il gol della sua squadra. Qualche errore, ma scusabilissimo.