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18 ago 2014

I centrocampisti offensivi e i gol

Una evidente tendenza mediatica del calcio moderno è di chiedere ai centrocampisti offensivi gol a grappoli. In questo senso giocatori come Fabregas, Cristiano Ronaldo o Kakà hanno segnato un netto cambiamento nella percezione del ruolo, e se progressivamente sono diventate sostanzialmente delle punte pure poco importa, la linea è tracciata e le aspettative dei tifosi si muovono verso la direzione indicata. Altri nomi con Hamsik e Vidal, entrambi rigoristi, contribuiscono ad alimentare il fuoco.
In particolare il giocatore di cui più spesso si parla in termini di gol segnati nel ruolo è Mateo Kovacic. Il numero 10 dell'Inter ha infatti un rapporto difficoltoso con la rete, in primis a livello concettuale. Il giovane classe '94 è un centrocampista, magari di difficile collocazione precisa, ma sicuramente un centrocampista di quelli creativi che non apettano altro che un movimento da servire. Vedendolo giocare è evidente che sia quasi riluttante quando è il momento di tirare, vive spasmodicamente nella ricerca del passaggio smarcante per sua stessa ammissione. Deve di sicuro crescere, completarsi e migliorare anche in questo, ma veramente a un giocatore come lui devono essere chiesti 10 gol a stagione, traguardo che lui stesso si è posto per l'anno a venire?

Prendendo in analisi una serie di centrocampisti sia di qualità che di inserimento protagonisti negli ultimi anni vediamo queste cifre:
Zinedine Zidane: in doppia cifra in campionato solo nel 1992-1993, sua prima stagione al Bordeaux. Su 16 stagioni complete considerando tutte le competizioni ha superato i 10 gol in 6. Complessivamente in Italia 31 gol in 209 partite, in carriera 125 in 681.
Manuel Rui Costa: 10 gol in campionato solo nel 1998-1999 alla Fiorentina, 3 stagioni in doppia cifra nel complesso (oltre alla Fiorentina, Benfica 1993-1994 e 2007-2008). In Italia 61 gol in 468 partite, in carriera 97 in 684.
Paul Scholes: in doppia cifra in campionato 2 volte nel 1995-1996 e 2002-2003, complessivamente in 8 stagioni su 20. In carriera 155 gol in 718 partite.
Juan Sebastian Veron: mai in doppia cifra in campionato, solo alla Lazio nel 1999-2000 è arrivato a 10 gol complessivi. In Italia 29 gol in 263 partite, in carriera 78 in 630.
Dejan Stankovic: in doppia cifra sia in campionato che complessivamente solo alla Stella Rossa nel 1996-1997 e 1997-1998. In Italia 74 gol in 526 partite, in carriera 109 in 622.
Clarence Seedorf: mai in doppia cifra in campionato, 2 volte complessivamente a 10 gol nel 2006-2007 e 2007-2008. In Italia 81 gol in 558 partite, in carriera 135 in 889.
Andrea Pirlo: mai in doppia cifra, nè in campionato nè in aggregato, 3 volte oltre i 5 gol complessivi. 66 gol in 652 partite.
Pavel Nedved: in doppia cifra in campionato 3 volte (Sparta Praga 1995-1996, Lazio 1997-1998, Juventus 2006-2007 in Serie B), complessivamente 6 in 18 stagioni giocate. In Italia 110 gol in 507 partite, in carriera 141 in 642.
Xavi: 10 gol in campionato nel 2011-2012, complessivamente in doppia cifra anche nel 2008-2009. 86 gol in 784 partite.
Andres Iniesta: mai in doppia cifra, nè in campionato nè complessivamente. In 14 stagioni 12 volte ha segnato 4 gol o meno in campionato. In carriera 55 gol in 561 partite.
Luka Modric: alla Dinamo Zagabria in doppia cifra in campionato nel 2007-2008 e complessivamente anche nel 2005-2006. Tra Inghilterra e Spagna 23 gol in 264 partite, in carriera 68 in 432.
Wesley Sneijder: in doppia cifra in campionato all'Ajax nel 2006-2007 e al Galatasaray nel 2013-2014, complessivamente anche nel 2005-2006 sempre coi lancieri. In Italia 22 gol in 116 partite, in carriera 111 in 420.
Mesut Özil: mai in doppia cifra in campionato, 3 volte complessivamente (2009-2010 col Werder, 2010-2011 e 2012-2013 col Real). In carriera 52 gol in 344 partite.
Bastian Schweinsteiger: considerati anche i trascorsi da ala, mai in doppia cifra nè in campionato nè nel complesso. In carriera 65 gol in 506 partite.
Diciamo che, quantomeno, 10 gol a stagione si chiedono a una punta più che a un centrocampista. Serve una qualità di gioco complessiva alta, ma i gol sono un'ossessione moderna decisamente mal riposta.

2 lug 2012

Due campioni per domarli tutti

E' chiaro ed evidente che ci sia una connessione tra i risultati del Barcellona e quelli della Spagna.
Ma due giocatori, Xavi Hernandez e Andres Iniesta, rappresentano semplicemente il top del calcio mondiale da 6 anni.

Basta guardare il palmares (ovviamente condiviso dai due) per capire cosa intendo.
Champions League 2006, Europeo 2008, Champions league 2009, Mondiale 2010, Champions League 2011, Europeo 2012.
In mezzo i trofei indotti, Mondiale per club e Supercoppa Europea 2009 e 2011.
Una regolarità impressionante nel vincere trofei internazionali.
Con la chicca di Xavi (6 del Barcellona, 8 della Spagna) miglior giocatore di Euro 2008 e Iniesta (8 del Barcellona, 6 della Spagna) miglior giocatore di Euro 2012.

Leggere alla voce fenomeni, o se preferite dominatori.

13 dic 2011

el Clasico

La partita più attesa dell'anno. La numero uno del mondo contro la numero due. Il migliore contro il migliore. Fiesta del futbol. Solita retorica da Real Madrid-Barcellona

In Spagna vale un'intera stagione da qualche anno, e questa volta in particolare poteva essere un match ball clamoroso per i blancos di Mourinho.
Il Barcellona era 3 punti dietro con una partita giocata in più, in caso di vittoria il più 6 effettivo, più 9 virtuale sarebbe stato un vantaggio sensibile in termini numerici (soprattutto in un campionato grossomodo a due), ma la carica psicologica che avrebbe ottenuto il Real battendo una volta tanto i rivali, dimostrandosi in tutto e per tutto artefice del proprio destino, sarebbe stata assolutamente unica.
Tutti condizionali distrutti dalla realtà dell'1-3 rifilato dagli uomini di Guardiola a domicilio alla squadra di Madrid, che pure era passata in vantaggio dopo soli 20 secondi con Benzema.

Mourinho presenta in partenza la formazione titolare, senza mediani aggiuntivi di sorta. Pressing, attenzione difensiva (in particolare Ozil a disturbare le fonti di gioco catalane), ripartenze. A suo modo un messaggio chiaro di volersela giocare davvero.
Guardiola risponde ritornando a schierare più di un difensore di ruolo (cosa contraria alle sue recenti abitudini) e rispolverando il suo classico 4-3-3, con la sola novità del figliol prodigo Fabregas a scambiarsi con Iniesta il ruolo di terzo del tridente con Alexis Sanchez e ovviamente Leo Messi. Un modulo molto fluido, che vede come uniche posizioni fisse Busquets davanti alla difesa e Sanchez riferimento in avanti. A suo modo un messaggio chiaro circa la serietà dell'impegno.

L'inizio del Real, come detto, è da sogno e in particolare come sognato da Mourinho. Squadra molto aggressiva, alta nel pressing che forza all'errore un disastroso Victor Valdes e segna il classico gol che sembra voluto dal destino.
Il Barcellona subisce per qualche minuto tutta la fisicità che il Madrid mette in campo, faticando a trovare le sue classiche trame. A dare la sveglia a tutti ci pensa Messi che va vicino al gol su scivolata di Sergio Ramos al minuto 6.
Così la partita torna sui binari attesi da tutti, tattici di studio e palleggio, in rispetto della rispettiva forza. Il Real prova a sfruttare il contropiede, ma la scarsa vena di Ozil, Di Maria e Cristiano Ronaldo non aiuta. In particolare l'argentino schierato a destra soffre molto il dover rientrare sempre sul mancino. Il Barcellona punta sul possesso palla e le invenzioni dei suoi talenti migliori, puntando sulla densità in mezzo al campo (spesso si vedono Fabregas, Iniesta, Xavi e Messi sulla stessa linea).
Al minuto 29 Messi parte in verticale da posizione centrale. I due mediani vanno a chiuderlo e subito gli si fanno incontro anche i due centrali in un gesto che denota tanta, tantissima paura inconscia nata da molti gol subiti in passato. Si libera quindi spazio per un intelligente taglio di Sanchez che può inquadrare la porta e fulminare Casillas.

Il primo tempo si chiude così, senza altre emozioni. Il Barcellona torna in vantaggio al minuto 52 grazie a un tiro deviatissimo di Xavi, saldando il conto con la fortuna.
Il Real è tornato in campo troppo molle, come svuotato dal pari avversario. Niente pressing, niente fisicità e Cristiano Ronaldo a sprecare due ottime punizioni. Ha abbassato il baricentro e anche dopo il gol una vera e propria reazione non l'ha avuta. Non un bel segnale se devi dimostrare qualcosa, non una grande idea lasciare campo al Barcellona e ai suoi palleggiatori. Che infatti non si sono fatti pregare e si sono presi tutto lo spazio possibile, in particolare un Iniesta molto ispirato.
Da qui nasce il gol di Fabregas al minuto 65 (dopo un incredibile errore di Cristiano Ronaldo), su grande azione manovrata ancora innescata da un'accelerazione di Messi conclusa da un cross sul secondo palo di Dani Alves. I cambi di Mourinho cercano di dare un pò di verve alla squadra (soprattutto Kakà, strano a dirsi), ma il campo è ormai blaugrana.

Note a margine:
- Pepe assolutamente troppo falloso e nervoso per certe partite. Affiancato da un peperino come Sergio Ramos poi...
- Fabio Coentrão da terzino destro fa quasi tenerezza. Si applica, difende anche, ma non ha la minima possibilità di attaccare. E parliamo di uno dei migliori esterni sinistri di spinta in circolazione.
- Cristiano Ronaldo flop assoluto della serata. I poker in giro per i campi minori della Liga fanno personaggio, ma sarebbe il caso di mettere un pò di sostanza quando conta. Ha sbagliato tutti i palloni che ha toccato, si è mosso male, si è nascosto invece di cercare la palla. E se non fa lui il leader di questo Real Madrid...
- Victor Valdes forse dovrebbe pensare a fare il portiere e non il libero
- decisamente indecente l'atteggiamento delle due squadre con (anzi contro) l'arbitro, qualcuno lo dovrà pur dire. Sempre a esagerare ogni minimo contatto, a protestare in massa, a chiedere cartellini, a cercare di influenzare la direzione di gara. Bell'esempio di sportività.

Al di la della singola partita, il Real ha un problema. Vero.
Mourinho è stato preso per battere il Barcellona, chiaro e semplice.
Di sicuro la squadra è migliorata nel tempo, ma il bilancio dopo un anno e mezzo parla di 8 partite giocate con 1 sola vittoria, ai supplementari. E il Real veniva da 15 vittorie consecutive, mentre il Barcellona sembrava un pò svagato, tra esperimenti tattici di Guardiola e testa al Mondiale.
Vincere il ritorno al Camp Nou sarebbe qualcosa di più che un'impresa.

7 dic 2010

Mi hanno sempre detto che...

Mi hanno sempre detto che il Pallone d'Oro lo vince un giocatore che ha disputato una grande stagione a livello personale e ha vinto con la sua squadra.
Nello specifico, mai è stato sufficiente vincere in generale, ma quasi un obbligo vincere trofei internazionali come la Champions League, massima competizione continentale per club, Europei o Mondiali con la nazionale. Questo genere di imprese ha sempre portato grandissima visibilità e anche vagonate di voti.

Per il Pallone d'Oro 2010, primo Pallone d'Oro Fifa, si sa che il vincitore sarà uno tra Andres Iniesta, Xavi Hernandez e Lionel Messi, cuore pulsante del Barcellona e quindi massima espressione di quel calcio moderno che ha nella Catalogna (e per estensione e "travaso" calcistico nella Spagna) la sua bandiera più alta.
Di sicuro tre grandissimi campioni, ma di fatto tre nomi a loro modo imperfetti.

Per tutti e tre ricordiamo un paio di cose: il Barcellona ha vinto la Liga e la Supercoppa di Spagna ed è stato eliminato in semifinale di Champions League. Il suo massimo splendore si è visto in campionato (compreso il recente 5-0 al Real) più che in Champions, dove ha sofferto anche in un girone sulla carta facilissimo.
Adres Iniesta ha "vinto" il suo Pallone d'Oro il giorno di Spagna-Olanda, segnando il gol decisivo nel supplementare. Quel singolo episodio lo ha di fatto elevato a candidato principe per il premio. Non importa che non abbia giocato praticamente mai da Maggio 2009 per i più vari problemi fisici, da cui ha recuperato in extremis proprio per la Coppa. Non si doveva premiare la stagione migliore? Evidentemente basta un gol nella partita giusta, ha più copertura mediatica.
Xavi, a causa dell'assenza del "gemello" Iniesta, ha tenuto in piedi da solo per tutto l'anno il centrocampo del Barcellona, ma non ha avuto un acuto pari al suo ai Mondiali. E' da sempre il motore (tremendamente vincente) di ogni squadra in cui gioca, il vicecapitano del Barcellona e il miglior giocatore di Euro 2008. Ma il Pallone d'Oro non è mai stato un riconoscimento alla carriera. Fino a oggi.
Messi è il Pallone d'Oro uscente, nonchè il miglior giocatore del mondo, faro assoluto di un Barcellona sempre più plasmato su di lui. 47 gol in 53 partite sono un bottino mostruoso, capocannoniere della Champions, pichichi della Liga e futura Scarpa d'Oro. Ma ai Mondiali? Uno dei più grossi flop della manifestazione, l'ombra del fratello di se stesso, come praticamente sempre quando indossa la camiseta albiceleste. E come, del resto, nella doppia sfida in semifinale di Champions League con l'Inter.

Si poteva scegliere meglio.
Wesley Sneijder, ma anche Diego Forlan, Thomas Muller o Bastian Schweinsteiger non meritano così poca considerazione per la sola colpa di non vestire blaugrana.
Non hanno vinto meno dei candidati, hanno solo meno pubblicità e nessun movimento alle spalle.
In particolare l'olandese era visto come il favorito assoluto, prima di Spagna-Olanda. Fresco tripletista con l'Inter (Champions League inclusa, ricordiamolo, con annessa eliminazione del Barcellona), miglior centrocampista e assistman della Champions League, trascinatore assoluto dell'Olanda ai Mondiali con 5 gol (co-capocannoniere con Villa, Muller e Forlan). Ma ha perso la finale, e tutto se n'è andato con la Coppa...
Non regge nemmeno la scusa degli ultimi mesi sottotono (contro presunte grandi prestazioni da Barcellona), perchè da quando esiste questo premio la seconda parte dell'anno non ha mai contato granchè nei voti.

Dopo Diego Milito, il secondo grande assente in questo premio dove certi parametri contano. Quando si vuole e per chi si vuole. Così mi hanno detto.

2 mag 2010

I cambiamenti del giovane Pep

Retrospettiva: il Barcellona 2008/2009 è entrato di prepotenza nella storia del calcio, e con lui (anzi di più essendo all'esordio) il suo allenatore. La squadra ha semplicemente vinto tutto quello che si poteva vincere centrando l'ormai famoso triplete, mostrando inoltre un calcio altamente moderno e spettacolare. Il mercato estivo aveva portato al cambiamento del centravanti, da Eto'o a Ibrahimovic, più qualche movimento di contorno, mentre la squadra ha continuato a vincere (Supercoppe e Mondiale per club), giungendo ai 6 trofei nell'anno solare. Cambiati i nomi, il risultato è rimasto lo stesso.

Nel 2010, qualcosa è successo. Eliminati dal Siviglia in Coppa del Re, eliminati dall'Inter in Champions League. Improvvisamente il Barcellona si è scoperto vulnerabile, fuori da due competizioni e col Real a 1 punto nella Liga. Un brusco ritorno alla realtà (specie a giudicare da certe dichiarazioni pre e post Inter), con delle motivazioni da trovare tra le righe, nascoste nelle pieghe dei grandi nomi e del calcio spettacolo.
La squadra, sia chiaro, resta sulla carta ancora superiore a tutte le altre senza discussione. Troppa qualità, troppa capacità di creare gioco, troppa abitudine a giocare insieme. Ma qualcosa è cambiato, e gli avversari ne hanno approfittato.

Il Barcellona di Guardiola era una macchina perfetta. Pep è stato bravissimo ad intervenire con decisione ed intelligenza sulle ceneri del Barcellona dell'era Rijkaard, squadra ormai stanca, demotivata e con dei campioni giunti alla fine del loro ciclo. Lo spagnolo ne aveva identificati 3 da epurare in quanto dannosi in qualche modo al gruppo: Ronaldinho, Deco e Samuel Eto'o. Il brasiliano (accusato di troppa rilassatezza negli allenamenti e vita notturna, che si traduceva in un pessimo esempio ai compagni, con un rendimento in calando) è andato al Milan, il portoghese (vista l'età aveva concluso il suo ciclo e c'era da lanciare Iniesta) al Chelsea. E' rimasto contro il parere dell'allenatore solo il camerunense, un pò per troppe pretese economiche, un pò per mancanza di acquirenti reali. Oltre a questo, Guardiola si concentrò su tattica, voglia e atteggiamento, troppo trascurate da Rijkaard nel corso della sua gestione. Piena responsabilità e fiducia ai canterani, identificati come la colonna portante della squadra, come Xavi, Iniesta, Messi, Pique e Puyol, ma anche Busquets nel corso della stagione (e Pedro e Jeffren l'anno successivo), e valorizzazione di giocatori quali Henry, Yaya Tourè e Daniel Alves, perfetto complemento ai giocatori cresciuti in casa. Il risultato l'abbiamo visto tutti, ma è da sottolineare l'ironia della sorte, che ha regalato a Guardiola un Samuel Eto'o da 35 gol stagionali, compresa la perla dell'1-0 in finale di Champions League contro il Manchester United. Senza di lui, sarebbero di certo cambiate molte cose.
Ulteriore testimonianza della grandezza della formazione catalana, la classifica del Pallone d'oro 2009. Nei primi 6 posti, 5 sono occupati da giocatori blaugrana. Rispettivamente Messi vincitore, Xavi terzo, Iniesta quarto, Eto'o quinto (sempre la sorte...), ma in classifica troviamo anche Henry quindicesimo e Yaya Tourè ventinovesimo. Praticamente tutta la squadra dal centrocampo in su.

Squadra che vince non si cambia. Eppure Guardiola la pensa diversamente. Ancora Samuel Eto'o è il suo grande problema, finalmente risolto con il famoso scambio con Zlatan Ibrahmovic. E da qui partono i "problemi" del secondo Barcellona di Pep.
Lo svedese e il camerunense sono giocatori completamente diversi, non serve un grande osservatore per capirlo. Ma proprio Eto'o, con tutto il suo modo di giocare, era il finalizzatore ideale della mole di gioco creata da Guardiola. Chiedere certi movimenti e quell'interpretazione del ruolo a Ibrahimovic era impossibile, e i risultati dicono che lo è tutt'ora. Si pensava che dopo un periodo di ambientamento il Barcellona si sarebbe abituato a Ibra e Ibra al Barcellona, trovando un nuovo stile di gioco e un nuovo equilibrio. A 9 mesi di distanza, siamo ancora in alto mare. Malgrado un buon numero di gol segnati da Zlatan, la squadra si è dimostrata molto più pungente con altri in campo al posto suo. E non è un caso che quando si doveva vincere e segnare, sia stato sempre lui il cambio designato. Perchè errare è umano, ma a perseverare Pep non ci sta (e le voci che vogliono Villa al Camp Nou l'anno prossimo lo confermano ampiamente).
Altro desaparecido è stato Thierry Henry. Terza freccia di un arco micidiale, ha chiuso la scorsa stagione a 26 gol, più 12 assist e tanto, ma tanto lavoro di corsa e copertura per la squadra. Vuoi per l'età, vuoi per l'esplosione di Pedro, nella stagione in corso il suo apporto è stato minimo.
Del favoloso tridente da 99 gol stagionali (Henry-Eto'o-Messi), è quindi rimasto il solo argentino. Che, da fenomeno, ha risposto presente, prendendosi spesso sulle spalle l'intera squadra e superando quota 40 gol stagionali.
Ma il passaggio da tre punte straordinarie e un singolo fenomeno, per quanto fortissimo, ha portato dei cambiamenti. Fermare un singolo è più semplice, giocando di squadra, che fermare tre campioni che giocano insieme. L'eplosione di Pedro, per quanto favolosa e importantissima per le sorti delle vittorie blaugrana coi suoi gol decisivi, non è bastata a compensare un tale depotenziamento dell'arsenale offensivo. Lo spagnolo è ancora giovane e deve crescere per essere davvero un fattore a certi livelli. E Ibrahimovic spesso si marca da solo, scomparendo dal gioco.

Secondo passaggio fondamentale del cambiamento, gli infortuni di Andres Iniesta. Il ragazzo di Albacete nel 2008/2009 fu semplicemente straordinario per coninuità a livelli altissimi. Tra lui e Xavi il pallone in mezzo andava solo nella direzione che voleva il Barcellona. Dopo la finale di Champions sono iniziati i suoi guai fisici, che non sono ancora terminati. Il suo sostituto nella rosa del Barcellona è Keità, a cui però non si può chiedere nemmeno lontanamente il lavoro di Don Andres. Il Barcellona si è trovato così con un solo creatore di gioco in mezzo, Xavi, che però non può impostare e rifinire allo stesso tempo. Le percussioni, i dribbling, gli inserimenti,i palloni filtranti, i lanci, gli scambi nel breve che garantiva Iniesta sono un vuoto incolmabile, specie contro squadre molto attente alla fase difensiva. L'imprevedibilità di un simile talento non si può perdere senza conseguenze nel lungo periodo.

A margine altre scelte discutibili come l'abbandono di Yaya Tourè davanti alla difesa per fare spazio a Busquets (che ha il solo pregio di essere un canterano) o la scarsa fiducia in Bojan Krkic, accantonato per gran parte della stagione, o scelte di mercato dispendiose quanto inutili (Caceres e Chygrynskiy, ma anche lo stesso Ibra) o infine la rosa molto corta per favorire i ragazzi della masia.

Il Barcellona è cambiato e sta cambiando. Cosa sarà l'anno prossimo?