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6 nov 2017
La mediana perfetta, scartata dal Bayern
Premessa: il Bayern Monaco è una squadra forte. Anzi, una delle più forti d'Europa. E non da oggi, ma in epoca recente circa dal 2010. Cioè ai tempi della prima delle tre finali di Champions League disputate dalla squadra bavarese in quattro anni tra il 2010 e il 2014, prima che il Real Madrid imponesse il suo terzo ciclo vincente sulla coppa dei campioni.
E non per caso: in questo lasso di tempo gran parte degli elementi migliori della rosa della squadra tedesca, a prescindere dal tecnico in panchina, hanno raggiunto la loro maturità calcistica. Robben, Ribery, Boateng, Lahm, Schweinsteiger, Neuer, Müller, Alaba, insieme a Mandzukic, Lewandowski, Xabi Alonso, Javi Martinez e tutti quelli che hanno voluto comprare: stiamo parlando di gran parte della Germania campione del mondo nel 2014 assemblata a giocatori di spessore assoluto.
Il Bayern è un esempio di capacità gestionali, marketing, risultati sportivi e qualunque altra cosa voi vogliate aggiungere. Ma ha commesso degli errori sul mercato che forse avrebbero potuto cambiare il panorama anche in una società abituata a stazionare a un livello così alto. In particolare due.
Per due errori si intende la cessione di due giocatori, entrambi tedeschi con presenze nelle selezioni giovanili ad ogni livello, che hanno in comune l'essere stati formati nelle giovanili della più prestigiosa squadra di Germania e, curiosamente, un'esperienza formativa in prestito al Bayer Leverkusen.
Parliamo di Toni Kroos del Real Madrid ed Emre Can del Liverpool.
Kroos, classe 1990, non ha bisogno di presentazioni. Il suo palmares personale oggi assomma 22 titoli, una quantità che, se va bene, di solito hanno squadre intere. Un talento da sempre evidente ci ha messo, ad essere onesti, qualche anno a sgrezzarsi. Di sicuro quattro, vale a dire quelli tra l'esordio col Bayern, la maturazione col Bayer (senza la n finale, quello a Leverkusen) e il ritorno in Baviera. Nel frattempo da "semplice" trequartista e potenziale erede di Ballack l'uomo di Greifswald è diventato uno dei pochi centrocampisti capaci di fare davvero tutto, fuor di retorica. Regista basso, interno, mediano nel centrocampo a due, non fa differenza per Kroos: lui gioca ovunque e ovunque garantisce un rendimento stellare sia tecnico che fisico. Nel 2014, dopo un triplete col Bayern e un Mondiale con la Germania, passa al Real Madrid.
I motivi non sono mai stati del tutto chiari, ma è molto probabile che un giocatore dello spessore di Kroos cercasse una considerazione maggiore di quella che, fino a quel momento, gli stavano concedendo in terra tedesca.
Che anche Emre Can venga dalle giovanili del Bayern però se lo ricordano in meno. Il turco-tedesco classe 1994 sembrava proprio uno dei candidati a raccogliere il testimone lasciato da Kroos in terra bavarese, ma poi le cose sono andate diversamente.
Nasce addirittura centrale difensivo, si sviluppa da centrocampista e arriva ad esordire proprio nel 2012-2013, anno del triplete per i tedeschi. Poi passa, anche lui, alla succursale senza la n finale (dove indossa il 10, per una combinazione numero-nome che in italiano e fingendo che i numeri siano lettere può suonare discutibile) per trovare minuti e crescere. Il Bayern si tiene inizialmente un'opzione di recompra, che però poi abbandona. Così Emre Can nel 2014, anche lui, passa al Liverpool.
Oggi è una delle colonne della squadra, una presenza fissa nella nazionale tedesca e in generale un centrocampista centrale completo, che farebbe comodo a qualsiasi squadra in Europa.
Come detto, il Bayern è una squadra forte. Tipo tra le prime quattro d'Europa. Quindi non solo forte, ma al top assoluto. Quindi stiamo parlando di sfumature, dettagli, vale a dire esattamente quelli che dividono una squadra dal vincere la Champions League al semplice essere eliminati. Una mediana Can-Kroos sarebbe una garanzia per qualunque rosa al mondo, e quindi pure a Monaco. Dove avrebbero potuto averla gratis, invece di inseguire continuamente giocatori di altre squadre da pagare a peso d'oro.
5 mag 2016
Il Bayern: fine dell'era Guardiola e arrivo di Ancelotti
Si è scritto e si scriverà a lungo dell'ultima partita di Guardiola alla guida del Bayern in Champions League, perché ormai l'allenatore catalano è il simbolo del tiki-taka e di quello che è, a detta di molti, il bel calcio. La gara nel ridimensionamento del guru ex-Barcellona è già iniziata, così come la guerra santa tra talebani del possesso palla e fedelissimi della più feroce concretezza, che in Simeone hanno trovato un nuovo generale. Tuttavia fermarsi un attimo e riflettere sull'operato di Pep in Baviera è quantomeno doveroso.
Guardiola è sbarcato a Monaco probabilmente nel periodo meno ideale per lui, per l'ambiente e per i giocatori. Perché? Facile, perché è arrivato in una squadra perfetta e mettere mano a un ingranaggio impossibile da migliorare richiede inevitabilmente di compiere scelte tanto difficili quanto rischiose.
Heynckes aveva ereditato da Van Gaal una squadra con diverse lacune, ma anche profondamente cambiata nella mentalità e nella predisposizione a un determinato stile di gioco: per l'allenatore tedesco il passo da compiere è stato piuttosto naturale, valorizzando alcuni giovani di talento assoluto e mettendo nelle condizioni ideali le stelle già presenti in rosa. Un breve ciclo conclusosi in gloria con la vittoria della Champions League contro il BVB di Jurgen Klopp. Ma se i risultati non sono tutto, è giusto ricordare il calcio splendido espresso dal suo Bayern: una squadra capace di mantenere il possesso palla, ma in grado di squarciare il terreno di gioco con commoventi azioni in verticale; incontenibile sugli esterni, solida e scaltra in mezzo al campo, letale nella trequarti offensiva (chiedere al Barcellona).
In poche parole, il Bayern di Heynckes, che nel 2012-2013 conquistò il Triplete, ha portato a compimento un progetto di rilancio estetico del Bayern iniziato da Louis Van Gaal. Un progetto che nel quadriennio 2010-2013 ha portato i bavaresi a giocare tre finali di Champions League, una cosa che da quelle parti si aspettava dal 2001. Perché a Monaco, in fin dei conti, le stagioni si misurano dal percorso compiuto nella massima competizione europea, visto l'indiscusso dominio locale. Ed è questo il principale elemento da prendere in considerazione quando si cerca di analizzare l'operato di Guardiola nei tre anni sulla panchina del Bayern, soprattutto se alcuni tra gli acquisti di punta della sua era sono stati Mario Goetze e Robert Lewandowski, le due stelle dell'unica possibile concorrente in Germania.
Pep ha raggiunto per tre volte la semifinale di Champions, venendo eliminato prima dal Real Madrid, poi dal Barcellona di Luis Enrique, e infine dall'Atletico del Cholo Simeone. Squadre agli antipodi, ma tutte capaci di mettere in difficoltà il Bayern, ognuna in modo differente e con le proprie armi. Certo, quando si arriva a quel punto della competizione, un dettaglio può cambiare le sorti della doppia sfida (tipo la scelta di lasciare Thomas Müller in panchina nella gara di andata), ma risulta difficile pensare che nelle stanze segrete del club bavarese si possano accontentare di dire addio a due possibili finali per qualche "dettaglio". Hanno messo sotto contratto il numero uno della panchina, dandogli carta bianca su uomini, modulo e filosofia di gioco: il dettaglio fuori controllo non è contemplato tra le voci di bilancio, eccezion fatta per il difficile rapporto con il corpo medico e per l'incessante pioggia di infortuni. Tre semifinali in assoluto sono un grande risultato, ma Guardiola con questo Bayern era chiamato a fare di più. E lo sapeva, fin dal giorno del suo arrivo.
Guardiola a Monaco lascia un'eredità enigmatica.
Indubbiamente il tecnico catalano ha dato un'impronta tattica alla squadra. E non era nè facile nè scontato. Ha portato in Germania la sua rinnovata idea di gioco, spingendo moduli e letture dei giocatori al limite del visionario. Gli esperimenti tattici non si contano, le soluzioni alternative neppure: il calcio del Bayern è un tomo di codici del guardiolismo portati oltre i limiti estremi. Un laboratorio di idee possibile solo in quel determinato contesto, con una rosa talmente superiore alle altre da potersi permettere rischi ed esperimenti ogni fine settimana. Guardiola non è un tecnico che si accontenta nel suo lavoro. Pur con titoli e risultati il suo calcio è in costante evoluzione. Il problema è che questa evoluzione non ha limite, e Pep è pronto ad abbracciarne ogni deriva. Il confine tra genio e follia è sottilissimo e si gioca sui dettagli, esattamente come le semifinali di Champions.
Le sue continue prove in campo internazionale hanno pagato fino a quando non ha affrontato squadre che hanno portato il livello tattico e qualitativo alla loro massima espressione: Atletico Madrid, Barcellona e Real.
Per quanto riguarda i singoli Pep è arrivato ad abusare della duttilità dei suoi giocatori, perché ad esempio schierare Lahm, il miglior terzino destro al mondo, costantemente a centrocampo - tanto da spingere Loew a tentare un breve quanto poco convincente plagio - non è un'idea rivoluzionaria. E neanche visionaria, nè tantomeno brillante: è una cazzata. Gigantesca.
Come in fin dei conti lo è la gestione di Alaba, (tuttora) il miglior prospetto europeo tra i terzini sinistri, ritrovatosi a dover improvvisare da mediano e da centrale difensivo, con un paio di interpretazioni suo malgrado difficilmente spiegabili senza ricorrere al turpiloquio. Il viennese poteva diventare il top assoluto in un ruolo, è diventato un talento poliedrico capace di fare tutto, ma niente veramente al massimo. Consola invece che l'esperimento Lewandowski ala sia durato poco (sempre troppo, per i gusti di chi scrive), ma il vero punto interrogativo rimane quello legato a Mario Goetze. Il talento tedesco, a detta di molti, doveva essere il Messi del Bayern di Guardiola, ma con Pep non è mai scattata la scintilla e a Monaco, nonostante tutto, è ben distante dall'aver soddisfatto le notevoli aspettative. La concorrenza nel ruolo è esagerata, ma si parla di un potenziale fuoriclasse che a Dortmund a soli diciannove anni ha fatto innamorare chiunque, con colpi di classe e intelligenza calcistica che pochi al mondo possono vantare di avere. E non dimentichiamo che in questa stagione Guardiola gli ha messo davanti senza mezzi termini anche Kingsley Coman.
Non un successo, soprattutto considerando il lavoro che Heynckes aveva saputo fare con Toni Kroos e proprio David Alaba.
Un giocatore indubbiamente valorizzato, almeno nei numeri, da Guardiola è stato di sicuro Müller. Però parliamo di un giocatore già a un livello altissimo. Col calcio del catalano è sicuramente cresciuto invece Jerome Boateng, riferimento assoluto della retroguardia del Bayern. Non tanto per le sue doti in marcatura magari, ma la sua abilità nel far partire il gioco ha raggiunto livelli di eccellenza nel ruolo.
Ora arriverà Ancelotti, che, al contrario di Guardiola, trova l'ambiente perfetto per inserirsi: come già accaduto con Chelsea, PSG, Real e, sotto certi aspetti, pure con il Milan negli ultimi anni. Il tecnico italiano è un normalizzatore perfetto per riportare la quiete tattica e l'equilibrio di cui il Bayern e i suoi giocatori sembrano avere estremo bisogno.
In Baviera troverà il suo contesto preferito: una rosa stellare e una squadra già impostata per un gioco fatto di possesso palla, cui serve solo una scossa in termini di motivazioni. Inoltre assieme a lui ha già prenotato l'aereo per Monaco Mats Hummels: in questo Bayern un difensore era la priorità assoluta e l'addio del capitano indebolisce ancora una volta il BVB, quindi, salvo sorprese clamorose, la Bundes è già in tasca anche per l'anno prossimo.
Poiché la vittoria del campionato tedesco non può essere fonte di pressione, Ancelotti avrà di fatto tutto il tempo per concentrarsi sulla Champions, competizione con cui ha un feeling particolare, se non unico.
In poche parole, l'allenatore italiano troverà a Monaco le stesse condizioni ambientali incontrate a Madrid. E cosa ha vinto col Real non c'è bisogno di ricordarlo.
In collaborazione con G.D.C.
30 ott 2014
Gli stipendi del Bayern Monaco
Il calcio in era moderna si sposa sempre più con tematiche economiche, cosa inevitabile per società che fatturano, come minimo, decine di milioni di euro. La differenza di portata monetaria è argomento comune soprattutto in caso di scontri al vertice, sia in ambito nazionale che internazionale (per la serie c'è sempre qualcuno più grosso di te).
Ad esempio questo post pubblicato dopo Roma-Bayern mette in luce l'enorme spread (se parliamo di economia, facciamolo a modo) tra la prima della classe in Bundesliga e una delle prime due in Serie A. Uno scenario semplicemente inimmaginabile anche solo quattro anni fa che oggi è una realtà consolidata.
Spesso le immagini e i numeri valgono più di mille parole, quindi è utile riprendere la tabella degli ingaggi dei bavaresi per una serie di considerazioni ulteriori.
- il giocatore più pagato dell'intera Serie A è Daniele De Rossi. Prende poco più dei due centrali difensivi titolari del Bayern, Dante e Boateng.
- Manolas, centrale difensivo titolare della Roma, prende quanto Tom Starke. Il terzo portiere.
- Pepe Reina, il secondo portiere, ha lo stesso stipendio di Buffon. Neuer guadagna quasi il doppio rispetto a quanto il portiere della Juve mai abbia raggiunto in carriera.
- il Bayern sul mercato è una potenza quasi senza opposizione. Anche i giocatori che vengono da realtà più "povere", tipo Dante dal Borussia Mönchengladbach (a trent'anni), Rafinha dal Genoa, Rode dall'Eintracht Francoforte, sono letteralmente ricoperti di soldi.
- l'esodo dal Borussia Dortmund degli ultimi anni è stato decisamente ben remunerato. In particolare il trasferimento di Götze è costato 37 milioni di cartellino più circa 24 di stipendio lordo annuale. Ma siamo tutti sicuri che lui volesse solo giocare per Guardiola.
- se anche voi vi siete chiesti come mai la trattativa Xabi Alonso sia stata così rapida quest'estate, ecco la risposta: 10 milioni al Real, 7 netti al giocatore. Possibilità per altri di inserirsi, a naso, zero.
- e Kroos? Semplicemente il Bayern gli aveva offerto un rinnovo di seconda fascia, tipo a 8 milioni l'anno. Cioè uno stipendio assolutamente top altrove, inaccettabile per le gerarchie bavaresi.
- tutte le volte che sentite sirene di mercato italiane per questi giocatori, ricordatevi gli stipendi. Shaqiri è credibile, Robben proprio no, Müller men che meno. E fino a un anno fa si parlava regolarmente di Schweinsteiger come cosa tranquillamente fattibile.
- l'undici titolare del Bayern costa tra i 90 e i 100 milioni di stipendi netti annuali.
25 apr 2013
Le due idee offensive del Bayern di Heynkes
Sulla qualità del lavoro di Jupp Heynkes a Monaco c'è poco da dire talmente è evidente. La squadra è giovane e talentuosa, ma l'allenatore ha prima creato e poi costantemente sviluppato un sistema di gioco che fa rendere al massimo sostanzialmente chiunque, dai pilastri come Schweinsteiger ai giovani come Alaba ai parvenu come Dante ai nuovi arrivati come Mandžukić.
Il contesto funziona a 360 gradi, ma la fase offensiva rapisce l'osservatore. Il Bayern è la seconda squadra in Europa per percentuale media di possesso palla e di passaggi riusciti, dietro ovviamente al Barcellona, segna tanto (89 gol fatti in campionato) e in generale segue uno spartito ben chiaro. Il suo allenatore però non si è limitato a creare un ottimo contesto, si è inventato anche delle alternative. Heynkes ha sviluppato due versioni intercambiabili e alternative dell'attacco del Bayern. La squadra gioca col 4231 come modulo base (dal 2009-2010), ma a seconda della scelta dei trequartisti e della punta può variare l'interpretazione della fase offensiva.
La versione più orientata al possesso palla prevede Müller-Kroos-Ribery e Mandžukić.
Thomas Müller non è una vera ala, parte da destra per tagliare sfruttando la sua capacità di lettura tattica e i movimenti dei compagni. Kroos gestisce il pallone, organizza il gioco e crea spazi abbassandosi verso i mediani, inoltre spesso si scambia con Schweinsteiger per togliere riferimenti. Ribery sfrutta la circolazione di palla per ritagliarsi la possibilità di puntare i difensori in dribbling. Chiave di volta del sistema è Mandžukić, bravissimo a giocare di sponda e a muoversi continuamente per fornire opzioni di passaggio. Ne viene fuori un insieme molto fluido, che sfrutta la grande abilità tattica di praticamente tutti gli interpreti per far girare il pallone continuamente e velocemente e sbilanciare la difesa avversaria.
La versione da calcio verticale prevede Robben-Müller-Ribery e Gomez.
Rispetto a quanto detto prima si cerca molto di più la verticalità per mettere rapidamente Robben e Ribery nelle condizioni di puntare i difensori avversari (singolarmente o schierati per loro cambia poco). La squadra punta meno al fraseggio insistito, lascia sempre una delle due ali alta per ricevere palla subito e ribaltare in fretta il fronte di gioco. Müller copre qui un ruolo più "semplice" per movimenti, ma potenzialmente letale per le sue qualità da incursore. Gomez in verità non è scelto spesso da titolare, ma essendo per caratteristiche meno manovriero e più finalizzatore estremizza quest'idea di gioco. Non a caso contro il Barcellona sono stati scelti loro.
Ovviamente i nomi sono indicativi, ma in partite recenti sono stati proprio loro a interpretare i dettami di Heynkes a seconda delle necessità. Il Bayern è una grande squadra anche perchè sa adattarsi.
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17 gen 2013
La scelta è stata fatta
Dopo il suo periodo sabbatico, dopo essere andato in USA a imparare l'inglese, dopo essersi rigenerato dal'immenso stress di Barcellona, Pep Guardiola ha infine apposto la sua desideratissima firma su un nuovo contratto.
A sorpresa diventerà l'allenatore del Bayern Monaco, lasciando a rosicare mezza Inghilterra e la stampa italiana tutta, che perde il suo specchietto per le allodole preferito (ma adesso è facile parlare di Mourinho, tranquilli).
La scelta è sorprendente quanto affascinante.
Il Bayern rappresenta il prototipo del top club moderno. Economicamente solidissimo, gestione delle risorse oculata, settore giovanile all'avanguardia, progetto tecnico ben definito, ambizioni sportive massime in Germania e in Europa.
Non ha la pubblicità e la copertura mediatica delle big inglesi o spagnole anche per colpa della scarsa considerazione che a torto si riserva alla Bundesliga, ma il livello sportivo ed economico è quello.
L'arrivo di Guardiola rappresenta quel plus a livello di immagine e visibilità che proietta definitivamente il club nell'Olimpo. Vale come il migliore giocatore al mondo che cambia squadra dopo aver vinto tutto, senza nemmeno il rischio di non vederlo in campo per infortunio.
Parliamo del secondo avvento di Guardiola su un panchina, la prima fuori da casa sua, dopo aver scritto pagine di storia del calcio condite da 14 titoli. Gli occhi di tutto il mondo che mastica di pallone, prima o poi, dovranno rivolgersi a Monaco nell'immediato futuro.
Interessante è cosa c'è dietro a questa scelta decisamente spiazzante.
Guardiola ha scelto il Bayern per il progetto tecnico più che per i soldi, che sarebbero stati senza alcun dubbio moltiplicati in un contratto in sterline o foraggiato da uno sceicco. La filosofia gestionale del Bayern ha infatti molti punti di contatto con quanto mostrato dal Barcellona 2008-2012.
Punto più evidente è la base della squadra formata con giocatori provenienti dalle giovanili, con un paio di nazionali, in questo caso tedeschi, in aggiunta. Un gruppo dal forte stampo Bayern come forte era il marchio della masia catalana.
Altro elemento è l'eredità di Van Gaal. L'allenatore olandese ha lasciato una forte impronta a Barcellona col suo 4-3-3 e il suo possesso palla a fine anni '90 (con Pep in campo) ed è il padre calcistico del Bayern di oggi. Dal suo arrivo nel 2009/2010 si è radicata a Monaco un'idea di calcio basata sul gioco, sul possesso, sull'ampiezza, sul segnare e fare spettacolo.
Fattori che si sposano decisamente bene con le idee di calcio fondamentali del giovane allenatore spagnolo e lo favoriscono nella nascita del suo nuovo e attesissimo progetto.
La differenza sta tutta nel nuovo paese, nella lingua, nella cultura, nel dover veicolare concetti a individui con un bagaglio di esperienze diverse.
I giocatori del Barcellona sono programmati fin da bambini, ce lo ripetono tutti i giorni. Guardiola era uno di loro che si è affidato in tutto e per tutto al dna catalano.
Come parlerà ai bavaresi?
1 mag 2012
La storia si ripete
La Champions League rappresenta la massima competizione internazionale per club a livello europeo. Si può quindi affermare che i club che arrivano all'ambitissima finale rappresentano il top del calcio del vecchio continente. Teoria corroborata da un fatto.
Nelle ultime 4 edizioni si trovano sempre le stesse squadre in finale, ovviamente in combinazioni diverse, con l'eccezione dell'Inter vincitrice 2010.
Nel 2007/2008 ci fu la finale tutta inglese tra Chelsea e Manchester United, che Terry ricorderà per tutta la vita.
Nel 2008/2009 (finale che regalò il triplete e la leggenda a Guardiola) si sfidarono Barcellona e ancora Manchester United.
Nel 2009/2010 Inter-Bayern Monaco, col triplete nerazzurro.
Nel 2010/2011 ancora Barcellona e ancora Manchester United, per lo stesso esito.
Infine nell'edizione attuale Bayern Monaco e Chelsea, le uniche due a non aver mai vinto nelle combinazioni precedenti.
Un fatto sicuramente casuale, ma decisamente curioso.
Per la finale dell'edizione in corso, aggiungiamo che non ha mai vinto la Champions nè la squadra di casa nè una squadra di Londra. Uno dei due tabù è destinato a cadere.
Nemmeno il Barcellona stellare del ciclo di Guardiola invece è riuscito a vincere due edizioni consecutive, impresa mai riuscita a nessuno da quando parliamo di Champions League.
14 mar 2012
Un club esclusivo, parte quinta
Il Bayern Monaco spezza le reni al coriaceo Basilea (la cui stellina Shaquiri è già dei tedeschi)s eppellendolo sotto 7 gol di cui 4 portano la firma di Mario Gomez, centravanti spesso contestato ma dai numeri indiscutibili (87 gol in 154 partite allo Stoccarda, ad oggi sempre 87 in 126 a Monaco) che ha voluto entrare nel club esclusivo da cui Messi si è chiamato fuori giusto una settimana fa.Bayern Monaco - Basilea 7-0 M.Gomez al 45'PT e al 6', 12' e 23' ST
Raggiunge così Simone Inzaghi, Dado Prso, Bafetimbì Gomis (su cui non c'è un articolo perchè io parlo di partite, non di biscotti), Andry Shevchenko, Ruud Van Nistelrooy, il suddetto 10 del Barcellona e Marco Van Basten.
Auguri, e attenzione a non diventare una meteora.
29 apr 2010
La Champions di Mourinho
In un film avrebbero potuto migliorare solo di poco la storia di questa Champions League per Josè Mourinho. E' mancato solo l'incontro col Porto per finire la panoramica dell'intera carriera dell'allenatore di Setubal nello spazio di sole 7 partite. La sceneggiatura reale ha infatti fatto incrociare la strada dell'Inter con Chelsea, Barcellona e Bayern Monaco, tutte squadre legate per diversi motivi all'alenatore più mediatico del mondo.Partiamo dagli ottavi. Il Chelsea, la sua prima esperienza in un grande campionato europeo dopo la favola del Porto. Josè ha portato vittorie e dato alla squadra uno spessore di primissima fascia, segnando col suo marchio indelebile il club e il campionato stesso. Non c'è bisogno di aggiungere troppo, la storia è nota. Il legame col Barcellona si articola in due fasi. La prima vede la società catalana come "madre"del Mourinho allenatore. Iniziò infatti li la sua brillante carriera, prima come interprete, poi come vice, a studiare da vicino la realtà straordinaria di questa scuola calcio. La seconda invece parla di un'aspra rivalità sportiva, nata ai tempi del Chelsea. Grandi partite, grandi battaglie, grandi polemiche. E la recente semifinale non si è sottratta a questo copione, tanto da far dire all'allenatore dell'Inter: "Adesso Figo deve ringraziarmi, non è più lui l'uomo più odiato di Barcellona, può camminare tranquillo".
Infine il Bayern Monaco, squadra che in se non ha alcun legame col nostro soggetto. Ma lo ha Luis Van Gaal, attuale allenatore della squadra bavarese che sta ottenendo risultati straordinari. L'allenatore olandese ebbe infatti come suo vice proprio Josè Mourinho nella sua esperienza a Barcellona (guarda caso). Mentore e allievo si ritrovano giusto per la finale, che renderà uno dei due l'unico allenatore in attività ad aver vinto la Champions con due squadre diverse.
Niente male come gioco del destino.
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