Tanto tuonò che piovve.
Potrebbe essere questo il sottotitolo alla vittoria del campionato del Boca Juniors, a simboleggiare uno dei titoli più annunciati della storia recente del calcio argentino vista la qualità della rosa in mano ad Arruabarrena.
Vincere però non è mai scontato, e il primo campionato senza la formula a semestri è una conquista importante per il popolo xeneize.
Il Boca fin dalla partenza del campionato aveva un compito preciso: vincere, senza discussioni. Nessun'altra concorrente poteva infatti vantare una rosa con esperienza, leadership, profondità, qualità tecnica e fisica paragonabile. Un salto notevole per il tecnico Arruabarrena, che era arrivato al Boca per ricostruire e partire dal basso, forgiando talenti più che gestendo campioni.
Essere condannati a vincere non è mai semplice, soprattutto se a Buenos Aires hai la maglia azul y oro. In più il club non riusciva a imporsi in campionato dal 2011, un periodo di digiuno che non si vedeva dagli anni 80. Tutta la pressione era su Arruabarrena, che aveva la fortuna di allenare una corazzata, ma doveva anche gestirne ritmi e umori, cosa per nulla scontata per un allenatore classe '75 senza sostanzialmente alcuna esperienza di livello.
La verticale della squadra a inizio anno recitava Orion-Diaz-Gago-Lodeiro-Osvaldo. Qualcosa che in Argentina sembra più una selezione all-star che una squadra di club, a cui si aggiungevano giocatori prodotti in casa e ormai affermati (Colazo, Erbes, Chavez), un referente di centrocampo come Pablo Perez e pibes in rampa di lancio (Meli, Cubas, Betancur, Calleri). Non c'era un reparto che presentava particolari debolezze, qualità e fisicità erano diffuse e distribuite. Gli unici dubbi ammissibili erano la tenuta mentale di Osvaldo e, appunto, la capacità di Arruabarrena di gestire una rosa simile.
La situazione per le avversarie è anche peggiorata durante il mercato estivo. La partenza di Osvaldo è stata compensata dal ritorno di Carlos Tevez, e in difesa è arrivato ad affiancare Cata Diaz un giocatore come Fernando Tobio. Per chi non se lo ricordasse il difensore classe '89 è stato una colonna del Velez di Gareca, con cui ha vinto tre titoli.
Il Boca di fatto ha dominato il campionato, vivendo solo un periodo di crisi verso metà torneo a cavallo dall'eliminazione dalla Libertadores. Gestire il doppio impegno in Sudamerica non è mai facile, soprattutto se di mezzo c'è uno scontro col River, e gli xeneizes hanno pagato con un pari e due sconfitte consecutivi. L'eliminazione dalla Copa resta il capitolo peggiore di questa stagione sia per la squadra che per il lavoro del tecnico.
Il momento più complicato però è stato un altro. Alla giornata ventirè, a sette dalla fine, il Boca in casa aveva la possibilità di chiudere i giochi contro il San Lorenzo secondo. In un finale drammatico gli ospiti avevano trovato il gol con Matos su uno svarione incredibile del giovane Betancour. Improvvisamente il Boca non era più primo e tutto sembrava perduto. Da quel momento però in sette giornate gli xeneizes hanno messo insieme quindici punti contro gli otto dei rivali, rimontando lo svantaggio e dando una certa dimostrazione di carattere, ma soprattutto salvando la carriera di un giovane talento.
Il titolo è arrivato con una giornata d'anticipo grazie alla vittoria per 1-0 sul Tigre, con 64 punti totali e sei di vantaggio sul San Lorenzo secondo. Arruabarrena ha messo insieme una squadra capace di chiudere il torneo come migliore attacco e seconda miglior difesa.
Il Boca di Arruabarrena non ha fatto spettacolo, e infatti dieci delle venti vittorie attuali sono arrivate con appena un gol di scarto, ma semplicemente ha sempre trovato il modo per vincere attingendo alle mille risorse a disposizione. L'unico vero referente offensivo è stato Tevez, e ci mancherebbe altro, che è arrivato in estate. Per il resto gli uomini si sono alternati e non è un caso che nella classifica marcatori l'unico nome del Boca tra i top sia Jonathan Calleri. Una rosa importante, ma incredibilmente democratica nel distruibuire i gol e dividersi gli onori.
Arruabarrena ha scelto fin dall'inizio di gestire il gruppo senza cercare di strafare, seguendo inconsciamente il motto secondo cui l'allenatore migliore è quello che per prima cosa non fa danni. I suoi uomini anche solo come impatto fisico erano abbastanza superiori agli avversari da vincere quasi per inerzia. Il suo Boca tatticamente prevede una difesa a quattro, un mediano deputato alla fase difensiva e cinque uomini col compito di scardinare le difese avversarie. L'unica idea fissa è avere due riferimenti larghi per dilatare le maglie difensive, ma i movimenti di interni e trequartisti sono più liberi, soprattutto da quando c'è Tevez. Arruabarrena ha preferito lasciare qualche licenza ai suoi uomini piuttosto che cercare una grande organizzazione tattica, sfruttando estro, capacità individuali e impatto fisico.
In difesa il Boca ha sofferto soprattutto le ripartenze a causa della tendenza a riversarsi in forze in attacco. I difensori sono spesso stati esposti a rischi e cartellini, ma grazie alla fisicità generale e all'abilità di alcuni singoli il fortino ha retto nella maggior parte delle occasioni.
C'è da dire che quando hanno perso gli uomini del Vasco hanno perso abbastanza male. Escludendo il caso San Lorenzo le altre quattro sconfitte sono arrivate tutte con due o più gol subiti, compreso un incontro folle con l'Union di Santa Fe.
Parlando di singoli, l'arrivo dell'Apache dalla Juventus ha dato una carica extra a tutto l'ambiente, ma soprattutto ha portato gol e punti. Forse ci si poteva aspettare ancora di più da un giocatore capace di segnare cinquanta gol in due anni in Italia, ma il titolo era l'unica cosa veramente importante. I suoi movimenti, il suo carisma, la sua leadership, la sua capacità di inventarsi gol e di dare qualità all'azione hanno trasformato il Boca in una macchina difficilmente arrestabile.
Un talento perennemente inespresso come Lodeiro è riuscito a trovare giocate decisive. Sempre alla ricerca di un ruolo, di una collocazione, di uno spazio, col suo mancino è in grado di regalare qualcosa di importante e la maglia del Boca sembra avergli dato una nuova dimensione. Supportato da una squadra di livello si evidenziano i suoi pregi e vengono coperti i difetti, soprattutto sul dinamismo.
In difesa in Argentina è singolarmente importante avere un referente che con carisma ed esperienza dia solidità e fiducia a tutti. Il Cata Diaz in questo è un esempio perfetto oltre che l'erede del Flaco Schiavi. Spesso al limite, sicuramente intimidatorio anche solo con la sua espressione scolpita nella pietra, per il Boca è un totem irrinunciabile. Da seguire la crescita di Tobio al suo fianco nel prossimo futuro.
Dei pibes quelli che si sono messi maggiormente in mostra sono Cubas e ovviamente Calleri. Il mediano classe '96, buttato nella mischia praticamente da subito, ha dimostrato ottime letture tattiche, buone geometrie e soprattutto una dose infinita di garra che gli permette di andare ben oltre il suo fisico minuto. L'attaccante classe '93 invece può essere considerato il grande protagonista del torneo. Si è imposto come minaccia costante e miglior marcatore della squadra con dieci reti, tra cui questa perla. Calleri è un giocatore importante per corsa, movimenti, impatto fisico e voglia, sa farsi sempre trovare pronto sotto porta ed è cresciuto tantissimo in fiducia. Tecnicamente è ancora da raffinare per poter giocare più esterno, ma dentro l'area è già letale anche grazie a un tiro potente e preciso, unito alla capacità di tagliare verso la porta e di leggere in anticipo dove finirà il pallone.
Prossimo appuntamento il 4 Novembre per la finale di Copa Argentina contro il Rosario Central.
Un double sarebbe un'affermazione locale importante.
2 nov 2015
19 ott 2015
I problemi dell'Argentina di Martino
In Sudamerica sono iniziati i gironi di qualificazione per i Mondiali 2018 (da quelle parti le cose si fanno con calma) e l'Argentina è tra le ovvie favorite. Non bastasse il blasone, non bastassero i nomi, l'albiceleste viene da due finali tra Mondiali e Copa America, e per quanto sia deludente arrivare secondo vuol dire che la squadra c'è.
Le prime due partite contro Ecuador e Paraguay hanno però gelato tutti i tifosi. Un solo punto, zero gol segnati con in più il trauma della sconfitta in casa contro la tricolor, la prima nella storia.
Cosa è successo alla squadra di Martino?
La prima cosa da ricordare quando si parla dell'Argentina è che Martino dalla metà campo in su sguazza nel talento. La seleccion ha senza ombra di dubbio il reparto offensivo migliore al mondo per qualità dei singoli e ricchezza di alternative considerando le nazionali, tanto che il Tata può permettersi di rinunciare a un giocatore come Higuain.
Il problema è che tutto questo talento non è per nulla valorizzato. Sabella nella sua avventura fino alla finale Mondiale aveva sacrificato la spettacolarità per puntare su corsa e garra, Martino invece vorrebbe tanto che la sua macchina offensiva girasse al massimo, ma proprio non riesce a trovare il modo.
In Copa America l'Argentina ha segnato dieci gol in sei partite, di cui otto (ripeto, otto) nei due confronti col Paraguay tra partita inaugurale e semifinale. Nelle restati quattro partite due 0-0 (nella fase a eliminazione) e due 1-0 (nel girone). Un po' poco per una squadra con Messi, Di Maria, Agüero e tutti gli altri.
L'approdo in finale ha nascosto il suono del campanello di allarme, ma il ritorno delle partite ufficiali ha confermato il problema. Tra Ecuador e Paraguay l'Argentina non ha trovato la via del gol e in generale ha prodotto molto poco. La squadra si basa troppo per non dire solo su iniziative individuali e ormai anche in Sudamerica a livello di nazionali le squadre sono abbastanza organizzate da controllare un gioco simile.
Martino già in Copa aveva declassato Higuain a riserva, ma nelle ultime convocazioni ha fatto un passo in più evitando proprio di chiamarlo. Lui come qualunque altra prima punta classica, soprattutto come fisico, da Icardi a Di Santo (non ridete, è già stato chiamato altre volte). Una scelta prima di tutto filosofica che vuole puntare su giocatori tecnici, veloci, ficcanti, che non danno punti di riferimento, ricalcando in qualche modo il calcio del suo Newell's. Bellissima sulla carta, nella reatà ci si deve lavorare e al momento si vedono solo i contro.
L'Argentina ha un attacco prevedibile, abbastanza statico e incapace di impegnare fisicamente le difese avversarie. Agüero, Di Maria, Pastore, Tevez si marcano sostanzialmente da soli aspettando sempre palla tra i piedi qualche metro prima dell'area per poi partire in dribbling. Tutti cercano di giocare fronte alla porta, le sponde sono rare come la difesa della palla. Per cercare spazi tutti tendono ad allargarsi e non a caso in fascia qualche scambio si vede. Il problema è che il risultato sono cross per attaccanti tutti attorno al metro e settanta.
Martino è stato tradito dalla fortuna con l'infortunio del Kun che si è aggiunto a quello di Messi. Nel corso delle partite è risultato chiaro che il giocatore del City è l'unico a poter ricoprire il ruolo di centravanti malgrado la stazza, soprattutto per attitudine a lottare coi difensori e tagliare in area. Tevez, uno dei grandi ripescati del Tata, doveva essere il suo alter ego, ma in campo ha dimostrato una forte allergia al ruolo che lo portava sempre ad arretrare ed allargarsi.
Ecuador e Paraguay hanno sofferto pochissimo contro l'Argentina, ed entrambe probabilmente si aspettavano invece una partita in trincea. Indovinate cosa sembra mancare? Un vero nueve che faccia da riferimento e dia sfogo al gioco. Una cosa già successa nell'Argentina tanto tempo fa.
L'abbondanza e la qualità del reparto offensivo sembra si stiano ritorcendo contro l'allenatore, che dovendo scegliere si sta perdendo tra le troppe opzioni disponibili. In più Martino sembra essere sulla stessa strada di Barcellona, quando invece di cercare un sistema di gioco in attacco preferì dare carta bianca al talento degli attaccanti, lasciandoli liberi. Con risultati deludenti.
Se l'Argentina fatica tanto a proporre gioco vuol dire che il centrocampo, in definitiva, non funziona. Il Tata ha scelto di puntare su un reparto con degli equilibri particolari.
La linea composta da Pastore, Mascherano e Biglia è stata varata dopo la prima partita di Copa America. In realtà non è praticamente mai a tre: il Flaco viene quasi sempre assorbito nella metà campo offensiva e in mediana rimangono Mascherano e Biglia a formare quello che in Spagna chiamano doble pivote o doble cinco in termini argentini. L'idea di Martino è di sfruttare Mascherano per la prima impostazione e la copertura profonda, Biglia per gestire la mediana e Pastore per collegare centrocampisti e attaccanti. Addirittura non è raro vedere i tre praticamente in verticale, ma questo invece di aiutare riduce tantissimo le opzioni di gioco e lascia pochi sbocchi al palleggio, che si deve rifugiare spesso in verticalizzazioni o lanci per le punte. Biglia e Mascherano poi sono giocatori più simili che complementari e sembrano togliersi spazi e palloni a vicenda. Forse anche perchè abituati da sempre a svolgere quel ruolo da soli.
Ma il vero grande problema di Martino si chiama spazio. La sua Argentina è lunghissima, tra tutti i reparti a seconda dei casi, e da questo nasce la permeabilità difensiva, la sterilità offensiva e l'incapacità di articolare il palleggio.
La difesa, soprattutto coi centrali, resta spesso bassa, con Mascherano che si schiaccia su di loro. Almeno un terzino sale sempre ad accompagnare l'azione fino a centrocampo. In mediana rimangono quindi Biglia e Pastore, che non è difficile come detto vedere in verticale tra loro. Gli attaccanti invece rimangono alti, il più delle volte sopra la trequarti avversaria.
Il campo è coperto malissimo e le uniche opzioni di gioco sono o lo scambio orizzontale corto tra difensori e mediani, o il lancio lungo per le punte che vanno in profondità, o la verticalizzazione verso un centrocampo con pochi uomini, o i tentativi personali. Tutti i giocatori non avendo opzioni immediate tendono a toccare molte volte la palla, favorendo la disposizione dei difensori avversari.
L'Argentina diventa chiaramente pericolosa quando il pallone riesce in qualche modo a superare la metà campo, ma anche in queste situazioni è evidente la mancanza di uno spartito comune. Gli uomini offensivi si distribuiscono su tutto il fronte d'attacco, ma restano fermi e fronte alla porta, cercano gli uno-due stretti, ma restano soluzioni estemporanee dettate dall'estro, esattamente come i tentativi di uno contro uno.
C'è poi il problema della copertura difensiva. Gli attaccanti contribuiscono poco in non possesso, soprattutto in termini di ripiegamento difensivo, abbandonando i mediani al loro destino. Solo Lavezzi, che non è un titolare, ha veramente la corsa e il fisico per coprire. A questo si aggiunge il fatto che Pastore, che già di suo non è un mediano di fisico, spesso è chiamato a spostarsi per il campo per cercare la posizione e collegare i reparti, cosa che complica di molto la fase di copertura. Biglia e Mascherano insomma sono abbandonati e anche i terzini sono brutalmente esposti agli uno contro uno in fascia.
Un ottimo compendio dei problemi dell'albiceleste si ha guardando la partita con l'Ecuador.
Martino ha estremizzato alcune sue idee tattiche schierando una sorta di 3-3-1-3 con Mascherano tra i due centrali, Biglia coi terzini a centrocampo e Pastore dietro agli attaccanti. Il modulo chiaramente non era fisso, ma soprattutto la composizione difensiva è stata insistita. L'Argentina però in questo modo ha consegnato di fatto il centrocampo in mano alla linea a quattro ecuadoregna e i terzini così alti e lasciati solo a coprire lo spazio sono stati divorati da velocissimi esterni come Valencia e Montero.
Una partita preparata male che ha mostrato tutti i limiti attuali di questa squadra, che senza Messi non ha l'unico vero solista nettamente sopra a tutti gli altri in grado di giocare da solo e prescindere da ogni schema.
Le prime due partite contro Ecuador e Paraguay hanno però gelato tutti i tifosi. Un solo punto, zero gol segnati con in più il trauma della sconfitta in casa contro la tricolor, la prima nella storia.
Cosa è successo alla squadra di Martino?
La prima cosa da ricordare quando si parla dell'Argentina è che Martino dalla metà campo in su sguazza nel talento. La seleccion ha senza ombra di dubbio il reparto offensivo migliore al mondo per qualità dei singoli e ricchezza di alternative considerando le nazionali, tanto che il Tata può permettersi di rinunciare a un giocatore come Higuain.
Il problema è che tutto questo talento non è per nulla valorizzato. Sabella nella sua avventura fino alla finale Mondiale aveva sacrificato la spettacolarità per puntare su corsa e garra, Martino invece vorrebbe tanto che la sua macchina offensiva girasse al massimo, ma proprio non riesce a trovare il modo.
In Copa America l'Argentina ha segnato dieci gol in sei partite, di cui otto (ripeto, otto) nei due confronti col Paraguay tra partita inaugurale e semifinale. Nelle restati quattro partite due 0-0 (nella fase a eliminazione) e due 1-0 (nel girone). Un po' poco per una squadra con Messi, Di Maria, Agüero e tutti gli altri.
L'approdo in finale ha nascosto il suono del campanello di allarme, ma il ritorno delle partite ufficiali ha confermato il problema. Tra Ecuador e Paraguay l'Argentina non ha trovato la via del gol e in generale ha prodotto molto poco. La squadra si basa troppo per non dire solo su iniziative individuali e ormai anche in Sudamerica a livello di nazionali le squadre sono abbastanza organizzate da controllare un gioco simile.
Martino già in Copa aveva declassato Higuain a riserva, ma nelle ultime convocazioni ha fatto un passo in più evitando proprio di chiamarlo. Lui come qualunque altra prima punta classica, soprattutto come fisico, da Icardi a Di Santo (non ridete, è già stato chiamato altre volte). Una scelta prima di tutto filosofica che vuole puntare su giocatori tecnici, veloci, ficcanti, che non danno punti di riferimento, ricalcando in qualche modo il calcio del suo Newell's. Bellissima sulla carta, nella reatà ci si deve lavorare e al momento si vedono solo i contro.
L'Argentina ha un attacco prevedibile, abbastanza statico e incapace di impegnare fisicamente le difese avversarie. Agüero, Di Maria, Pastore, Tevez si marcano sostanzialmente da soli aspettando sempre palla tra i piedi qualche metro prima dell'area per poi partire in dribbling. Tutti cercano di giocare fronte alla porta, le sponde sono rare come la difesa della palla. Per cercare spazi tutti tendono ad allargarsi e non a caso in fascia qualche scambio si vede. Il problema è che il risultato sono cross per attaccanti tutti attorno al metro e settanta.
Martino è stato tradito dalla fortuna con l'infortunio del Kun che si è aggiunto a quello di Messi. Nel corso delle partite è risultato chiaro che il giocatore del City è l'unico a poter ricoprire il ruolo di centravanti malgrado la stazza, soprattutto per attitudine a lottare coi difensori e tagliare in area. Tevez, uno dei grandi ripescati del Tata, doveva essere il suo alter ego, ma in campo ha dimostrato una forte allergia al ruolo che lo portava sempre ad arretrare ed allargarsi.
Ecuador e Paraguay hanno sofferto pochissimo contro l'Argentina, ed entrambe probabilmente si aspettavano invece una partita in trincea. Indovinate cosa sembra mancare? Un vero nueve che faccia da riferimento e dia sfogo al gioco. Una cosa già successa nell'Argentina tanto tempo fa.
L'abbondanza e la qualità del reparto offensivo sembra si stiano ritorcendo contro l'allenatore, che dovendo scegliere si sta perdendo tra le troppe opzioni disponibili. In più Martino sembra essere sulla stessa strada di Barcellona, quando invece di cercare un sistema di gioco in attacco preferì dare carta bianca al talento degli attaccanti, lasciandoli liberi. Con risultati deludenti.
Se l'Argentina fatica tanto a proporre gioco vuol dire che il centrocampo, in definitiva, non funziona. Il Tata ha scelto di puntare su un reparto con degli equilibri particolari.
La linea composta da Pastore, Mascherano e Biglia è stata varata dopo la prima partita di Copa America. In realtà non è praticamente mai a tre: il Flaco viene quasi sempre assorbito nella metà campo offensiva e in mediana rimangono Mascherano e Biglia a formare quello che in Spagna chiamano doble pivote o doble cinco in termini argentini. L'idea di Martino è di sfruttare Mascherano per la prima impostazione e la copertura profonda, Biglia per gestire la mediana e Pastore per collegare centrocampisti e attaccanti. Addirittura non è raro vedere i tre praticamente in verticale, ma questo invece di aiutare riduce tantissimo le opzioni di gioco e lascia pochi sbocchi al palleggio, che si deve rifugiare spesso in verticalizzazioni o lanci per le punte. Biglia e Mascherano poi sono giocatori più simili che complementari e sembrano togliersi spazi e palloni a vicenda. Forse anche perchè abituati da sempre a svolgere quel ruolo da soli.
Ma il vero grande problema di Martino si chiama spazio. La sua Argentina è lunghissima, tra tutti i reparti a seconda dei casi, e da questo nasce la permeabilità difensiva, la sterilità offensiva e l'incapacità di articolare il palleggio.
La difesa, soprattutto coi centrali, resta spesso bassa, con Mascherano che si schiaccia su di loro. Almeno un terzino sale sempre ad accompagnare l'azione fino a centrocampo. In mediana rimangono quindi Biglia e Pastore, che non è difficile come detto vedere in verticale tra loro. Gli attaccanti invece rimangono alti, il più delle volte sopra la trequarti avversaria.
Il campo è coperto malissimo e le uniche opzioni di gioco sono o lo scambio orizzontale corto tra difensori e mediani, o il lancio lungo per le punte che vanno in profondità, o la verticalizzazione verso un centrocampo con pochi uomini, o i tentativi personali. Tutti i giocatori non avendo opzioni immediate tendono a toccare molte volte la palla, favorendo la disposizione dei difensori avversari.
L'Argentina diventa chiaramente pericolosa quando il pallone riesce in qualche modo a superare la metà campo, ma anche in queste situazioni è evidente la mancanza di uno spartito comune. Gli uomini offensivi si distribuiscono su tutto il fronte d'attacco, ma restano fermi e fronte alla porta, cercano gli uno-due stretti, ma restano soluzioni estemporanee dettate dall'estro, esattamente come i tentativi di uno contro uno.
C'è poi il problema della copertura difensiva. Gli attaccanti contribuiscono poco in non possesso, soprattutto in termini di ripiegamento difensivo, abbandonando i mediani al loro destino. Solo Lavezzi, che non è un titolare, ha veramente la corsa e il fisico per coprire. A questo si aggiunge il fatto che Pastore, che già di suo non è un mediano di fisico, spesso è chiamato a spostarsi per il campo per cercare la posizione e collegare i reparti, cosa che complica di molto la fase di copertura. Biglia e Mascherano insomma sono abbandonati e anche i terzini sono brutalmente esposti agli uno contro uno in fascia.
Un ottimo compendio dei problemi dell'albiceleste si ha guardando la partita con l'Ecuador.
Martino ha estremizzato alcune sue idee tattiche schierando una sorta di 3-3-1-3 con Mascherano tra i due centrali, Biglia coi terzini a centrocampo e Pastore dietro agli attaccanti. Il modulo chiaramente non era fisso, ma soprattutto la composizione difensiva è stata insistita. L'Argentina però in questo modo ha consegnato di fatto il centrocampo in mano alla linea a quattro ecuadoregna e i terzini così alti e lasciati solo a coprire lo spazio sono stati divorati da velocissimi esterni come Valencia e Montero.
Una partita preparata male che ha mostrato tutti i limiti attuali di questa squadra, che senza Messi non ha l'unico vero solista nettamente sopra a tutti gli altri in grado di giocare da solo e prescindere da ogni schema.
10 set 2015
Daley Blind, il jolly
Daley Blind è l'unico giocatore della sua generazione ad essere riuscito ad andare oltre i confini dell'Ajax. Le giovanili del club di Amsterdam infatti sono rinomate per qualità e prolificità, ma dopo l'exploit dei talenti sbocciati negli anni '90 e la successiva generazione dei vari Sneijder, de Jong e Van der Vaart ha faticato a esportare prodotti di qualità. In compenso i nuovi prospetti nati negli anni '90 promettono tantissimo, ma non è questo il momento di parlarne.
Blind nasce nel 1990 ed è da sempre all'Ajax anche perchè figlio d'arte. Suo padre Danny infatti ha militato nel club per tredici anni, vincendo tutto il vincibile e mettendo insieme 372 presenze. Ha poi anche allenato l'Ajax, sia giovanile che non, e oggi è alla guida dell'Olanda.
Daley quindi fa tutta la trafila delle giovanili e si impone come elemento di spicco, tanto da arrivare in prima squadra nel 2008. Di ruolo è un terzino sinistro naturale, che ha come caratteristica principale un ottimo mancino. In sei stagioni con l'Ajax mette insieme 148 presenze, ma è la sua evoluzione tecnica ad essere interessante.
Blind infatti è un terzino da sempre, ma per il ruolo ha delle controindicazioni. Poco fisico, poca corsa, poco uno contro uno lo rendono un giocatore tattico molto diverso dai classici fluidificanti che riempiono gli highlights. Ciò nonostante de Boer non ci rinuncia praticamente mai, tanto che a un certo punto in diversi hanno pensato che pesasse soprattutto il cognome.
Invece il tecnico dimostra tutto il suo reale apprezzamento per Blind nel 2013/2014. Il ragazzo inizia la stagione come terzino titolare, ma finisce per giocare quasi tutto il resto dell'anno come mediano davanti alla difesa. Un ruolo scoperto in quell'Ajax, che de Boer ha deciso di affidare al suo giocatore migliore nelle letture tattiche, seguendo anche l'idea di Guardiola che praticamente in contemporanea varava l'esperimento Lahm centrocampista. Blind dimostra un ottimo adattamento al ruolo, sfruttando ancora una volta i suoi punti di forza: lettura del gioco, piede, scelte veloci.
È un mediano tattico, che sfrutta la sua capacità di leggere l'azione per sopperire ai limiti fisici e dinamici. Gioca molti palloni in un contesto molto organizzato dando ritmo ed equilibrio. Non è un regista tutto fantasia e verticalizzazioni, ma un elemento solido, continuo, capace di alimentare l'azione e quando serve cambiare gioco.
Blind disputa una stagione di alto livello e l'Ajax vince un titolo che in pochi si aspettavano a inizio anno, il quarto consecutivo. In estate si trasferisce al Manchester United, club dove si è appena insediato Van Gaal, suo allenatore al Mondiale brasiliano nell'Olanda fino a poche settimane prima. L'apprezzamento tecnico di Van Gaal per Blind è certo, e nel calderone che è il suo United l'allenatore sfrutta il giocatore come un vero jolly.
In una stagione e spiccioli Blind viene schierato terzino a quattro, terzino a tre, centrale a quattro e mediano davanti alla difesa. Praticamente qualunque ruolo in un triangolo di campo di una ventina di metri sul centro-sinistra, a seconda delle necessità.
Come mai questa ulteriore evoluzione?
In sostanza Blind ha delle qualità ben definite, legate principalmente al playmaking, e viene mandato in campo grazie a queste. Può ricoprire diversi ruoli perchè tatticamente legge bene il gioco e gli allenatori possono spostarlo a seconda del bisogno. I suoi limiti però hanno sempre delle controindicazioni, dei se e dei ma che portano a pensare che Blind non sia il giocatore ideale su cui fare affidamento come titolare in modo costante. Almeno non in un ruolo fisso.
Blind è un jolly, ma nel senso che non ha un ruolo. Sa ricoprirne diversi, ma in nessuno è veramente realizzato. Date le sue qualità pur da adattato risulta superiore a giocatori di ruolo scarsi, ma il suo apporto non è paragonabile a quello di un giocatore di ruolo vero e forte. Confrontato a uno specialista appare chiaramente diverso, con pregi diversi magari anche distanti dalle specifiche del ruolo.
Non a caso Van Gaal in questo inizio di 2015 lo sta schierando con continuità come difensore centrale. A sinistra infatti il tecnico sta finalmente puntando su Shaw, mentre a centrocampo tra Carrick, Scheiderlin e Schweinsteiger c'è concorrenza. A livello di centrali invece la penuria è evidente, sia numericamente che qualitativamente. Nessuno del pacchetto arretrato vede il gioco come Blind nè ha il suo piede. E quindi Blind gioca.
Il suo principale punto di forza gli si ritorcerà contro prima o poi? Verso i ventisei anni essere un jolly, un senza ruolo per definizione, è un pregio o un difetto?
Per quanto ancora Blind troverà un posto da titolare per mancanza di alternative di ruolo credibili?
Blind nasce nel 1990 ed è da sempre all'Ajax anche perchè figlio d'arte. Suo padre Danny infatti ha militato nel club per tredici anni, vincendo tutto il vincibile e mettendo insieme 372 presenze. Ha poi anche allenato l'Ajax, sia giovanile che non, e oggi è alla guida dell'Olanda.
Daley quindi fa tutta la trafila delle giovanili e si impone come elemento di spicco, tanto da arrivare in prima squadra nel 2008. Di ruolo è un terzino sinistro naturale, che ha come caratteristica principale un ottimo mancino. In sei stagioni con l'Ajax mette insieme 148 presenze, ma è la sua evoluzione tecnica ad essere interessante.
Blind infatti è un terzino da sempre, ma per il ruolo ha delle controindicazioni. Poco fisico, poca corsa, poco uno contro uno lo rendono un giocatore tattico molto diverso dai classici fluidificanti che riempiono gli highlights. Ciò nonostante de Boer non ci rinuncia praticamente mai, tanto che a un certo punto in diversi hanno pensato che pesasse soprattutto il cognome.
Invece il tecnico dimostra tutto il suo reale apprezzamento per Blind nel 2013/2014. Il ragazzo inizia la stagione come terzino titolare, ma finisce per giocare quasi tutto il resto dell'anno come mediano davanti alla difesa. Un ruolo scoperto in quell'Ajax, che de Boer ha deciso di affidare al suo giocatore migliore nelle letture tattiche, seguendo anche l'idea di Guardiola che praticamente in contemporanea varava l'esperimento Lahm centrocampista. Blind dimostra un ottimo adattamento al ruolo, sfruttando ancora una volta i suoi punti di forza: lettura del gioco, piede, scelte veloci.
È un mediano tattico, che sfrutta la sua capacità di leggere l'azione per sopperire ai limiti fisici e dinamici. Gioca molti palloni in un contesto molto organizzato dando ritmo ed equilibrio. Non è un regista tutto fantasia e verticalizzazioni, ma un elemento solido, continuo, capace di alimentare l'azione e quando serve cambiare gioco.
Blind disputa una stagione di alto livello e l'Ajax vince un titolo che in pochi si aspettavano a inizio anno, il quarto consecutivo. In estate si trasferisce al Manchester United, club dove si è appena insediato Van Gaal, suo allenatore al Mondiale brasiliano nell'Olanda fino a poche settimane prima. L'apprezzamento tecnico di Van Gaal per Blind è certo, e nel calderone che è il suo United l'allenatore sfrutta il giocatore come un vero jolly.
In una stagione e spiccioli Blind viene schierato terzino a quattro, terzino a tre, centrale a quattro e mediano davanti alla difesa. Praticamente qualunque ruolo in un triangolo di campo di una ventina di metri sul centro-sinistra, a seconda delle necessità.
Come mai questa ulteriore evoluzione?
In sostanza Blind ha delle qualità ben definite, legate principalmente al playmaking, e viene mandato in campo grazie a queste. Può ricoprire diversi ruoli perchè tatticamente legge bene il gioco e gli allenatori possono spostarlo a seconda del bisogno. I suoi limiti però hanno sempre delle controindicazioni, dei se e dei ma che portano a pensare che Blind non sia il giocatore ideale su cui fare affidamento come titolare in modo costante. Almeno non in un ruolo fisso.
Blind è un jolly, ma nel senso che non ha un ruolo. Sa ricoprirne diversi, ma in nessuno è veramente realizzato. Date le sue qualità pur da adattato risulta superiore a giocatori di ruolo scarsi, ma il suo apporto non è paragonabile a quello di un giocatore di ruolo vero e forte. Confrontato a uno specialista appare chiaramente diverso, con pregi diversi magari anche distanti dalle specifiche del ruolo.
Non a caso Van Gaal in questo inizio di 2015 lo sta schierando con continuità come difensore centrale. A sinistra infatti il tecnico sta finalmente puntando su Shaw, mentre a centrocampo tra Carrick, Scheiderlin e Schweinsteiger c'è concorrenza. A livello di centrali invece la penuria è evidente, sia numericamente che qualitativamente. Nessuno del pacchetto arretrato vede il gioco come Blind nè ha il suo piede. E quindi Blind gioca.
Il suo principale punto di forza gli si ritorcerà contro prima o poi? Verso i ventisei anni essere un jolly, un senza ruolo per definizione, è un pregio o un difetto?
Per quanto ancora Blind troverà un posto da titolare per mancanza di alternative di ruolo credibili?
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3 set 2015
Lo strano mercato del Chelsea
Il Chelsea in questa sessione estiva ha condotto un mercato che possiamo definire strano, per non dire altro.
Nella sua seconda esperienza in blu Mourinho era finora stato chirurgico: lacune individuate, giocatori non graditi epurati, acquisti funzionali. Non a caso lo scorso anno il Chelsea era parso fin da subito una squadra da titolo, e poi puntualmente ha vinto.
Ma questa estate qualcosa è andato storto.
Malgrado la vittoria del campionato infatti il secondo Chelsea di Mourinho ha mostrato delle problematiche nel 2014/2015. Pochi ricambi, la necessità di ricorrere a Ramires nelle gare importanti, la scarsa condizione nella seconda parte della stagione, un problema chiamato Champions League. La squadra certamente era buona, ma c'era qualcosa da mettere a posto e ci si aspettava un certo lavoro sul mercato, viste anche le disponibilità.
Di fatto non è successo. Il Chelsea ha chiuso il mercato con quattro acquisti: Radamel Falcao, Asmir Begovic, Pedro e Abdul Rhaman Baba. Buoni o ottimi giocatori, ma che nel complesso spostano poco, troppo poco il livello della rosa dei blues. Soprattutto in proporzione al mercato delle concorrenti principali. Per il resto movimenti sui giovani, pescando come al soliti talenti tipo Nathan e Kenedy, ma troppo inesperti per avere un reale impatto immediato.
Chiariamo una cosa: i quattro arrivi principali rispondono a delle necessità. Begovic copre la cessione, pure redditizia, di Cech ed è un lusso assoluto come secondo. Falcao, alla ricerca del rilancio, prende il posto di Drogba come polizza sugli infortuni di Diego Costa. Baba sostituisce Filipe Luis, che di fatto al Chelsea ha fallito, andando a contendere il posto ad Azpilicueta, che non è un terzino sinistro naturale. Pedro porta nuova linfa e qualità a un attacco un po' a corto di alternative dopo il colossale flop di Cuadrado e le molte epurazioni di Mourinho nel tempo.
Il punto è che non basta.
Il Chelsea ha in rosa tre difensori centrali: Zouma, Cahill e John Terry. Il capitano, monumento del club, dopo una stagione di altissimo livello anche per continuità fisica - ha giocato tutti i minuti delle partite in cui è stato schierato - è partito in evidentissima difficoltà. Per un difensore classe 1980 il rischio era preventivabile, affrontarlo senza paracadute potrebbe rivelarsi alquanto imprudente.
Potrebbe adattarsi Ivanovic, ma anche nel reparto terzini i numeri sono ridotti. Anche qui gli effettivi sono tre: il serbo, Azpilicueta che può coprire entrambe le fasce e il neo arrivato Baba.
A centrocampo le cose non vanno meglio. Matic ha come unica riserva Obi Mikel, che il tecnico portoghese vede pochissimo. Fabregas invece non ha alcuna alternativa come centrocampista di regia e anche questo è un bel rischio per il Chelsea. Lo spagnolo infatti è insostituibile per il mix di qualità che possiede, ma già nella scorsa stagione ha mostrato cali di rendimento inquietanti che hanno influenzato molto il rendimento offensivo della squadra. Se dovesse nuovamente vivere una fase di appannamento nessuno potrebbe nemmeno in parte coprire il suo lavoro. Forse qualcosa potrebbe fare Oscar, ma il brasiliano non sembra esattamente ai vertici della classifica di gradimento di Mourinho. Anzi, se dovessi scommettere direi che entro un anno giocherà altrove.
Non è un caso che nel corso del tempo Zouma, in cui evidentemente Mou crede moltissimo, abbia giocato sia da centrale che da terzino su entrambe le corsie che da centrocampista difensivo. Ma per quanto Zouma si applichi e abbia talento non si può pretendere faccia tutto.
Si è parlato di offerte per Stones e Pogba, due nomi che certamente avrebbero coperto alla grande alcune lacune. Ma non sono arrivati, e per un club come il Chelsea, con appeal e disponibilità economiche, non chiudere certe trattative e non avere nemmeno alternative è un'aggravante più che una giustificazione.
In aggiunta il Chelsea ha iniziato la stagione in una condizione fisica terrificante, in negativo. Magari Mourinho voleva evitare il collasso a metà stagione come lo scorso anno, ma qualcosa non sembra essere andato per il verso giusto e ha messo in mostra senza pietà tutti i limiti di questa rosa.
Nella sua seconda esperienza in blu Mourinho era finora stato chirurgico: lacune individuate, giocatori non graditi epurati, acquisti funzionali. Non a caso lo scorso anno il Chelsea era parso fin da subito una squadra da titolo, e poi puntualmente ha vinto.
Ma questa estate qualcosa è andato storto.
Malgrado la vittoria del campionato infatti il secondo Chelsea di Mourinho ha mostrato delle problematiche nel 2014/2015. Pochi ricambi, la necessità di ricorrere a Ramires nelle gare importanti, la scarsa condizione nella seconda parte della stagione, un problema chiamato Champions League. La squadra certamente era buona, ma c'era qualcosa da mettere a posto e ci si aspettava un certo lavoro sul mercato, viste anche le disponibilità.
Di fatto non è successo. Il Chelsea ha chiuso il mercato con quattro acquisti: Radamel Falcao, Asmir Begovic, Pedro e Abdul Rhaman Baba. Buoni o ottimi giocatori, ma che nel complesso spostano poco, troppo poco il livello della rosa dei blues. Soprattutto in proporzione al mercato delle concorrenti principali. Per il resto movimenti sui giovani, pescando come al soliti talenti tipo Nathan e Kenedy, ma troppo inesperti per avere un reale impatto immediato.
Chiariamo una cosa: i quattro arrivi principali rispondono a delle necessità. Begovic copre la cessione, pure redditizia, di Cech ed è un lusso assoluto come secondo. Falcao, alla ricerca del rilancio, prende il posto di Drogba come polizza sugli infortuni di Diego Costa. Baba sostituisce Filipe Luis, che di fatto al Chelsea ha fallito, andando a contendere il posto ad Azpilicueta, che non è un terzino sinistro naturale. Pedro porta nuova linfa e qualità a un attacco un po' a corto di alternative dopo il colossale flop di Cuadrado e le molte epurazioni di Mourinho nel tempo.
Il punto è che non basta.
Il Chelsea ha in rosa tre difensori centrali: Zouma, Cahill e John Terry. Il capitano, monumento del club, dopo una stagione di altissimo livello anche per continuità fisica - ha giocato tutti i minuti delle partite in cui è stato schierato - è partito in evidentissima difficoltà. Per un difensore classe 1980 il rischio era preventivabile, affrontarlo senza paracadute potrebbe rivelarsi alquanto imprudente.
Potrebbe adattarsi Ivanovic, ma anche nel reparto terzini i numeri sono ridotti. Anche qui gli effettivi sono tre: il serbo, Azpilicueta che può coprire entrambe le fasce e il neo arrivato Baba.
A centrocampo le cose non vanno meglio. Matic ha come unica riserva Obi Mikel, che il tecnico portoghese vede pochissimo. Fabregas invece non ha alcuna alternativa come centrocampista di regia e anche questo è un bel rischio per il Chelsea. Lo spagnolo infatti è insostituibile per il mix di qualità che possiede, ma già nella scorsa stagione ha mostrato cali di rendimento inquietanti che hanno influenzato molto il rendimento offensivo della squadra. Se dovesse nuovamente vivere una fase di appannamento nessuno potrebbe nemmeno in parte coprire il suo lavoro. Forse qualcosa potrebbe fare Oscar, ma il brasiliano non sembra esattamente ai vertici della classifica di gradimento di Mourinho. Anzi, se dovessi scommettere direi che entro un anno giocherà altrove.
Non è un caso che nel corso del tempo Zouma, in cui evidentemente Mou crede moltissimo, abbia giocato sia da centrale che da terzino su entrambe le corsie che da centrocampista difensivo. Ma per quanto Zouma si applichi e abbia talento non si può pretendere faccia tutto.
Si è parlato di offerte per Stones e Pogba, due nomi che certamente avrebbero coperto alla grande alcune lacune. Ma non sono arrivati, e per un club come il Chelsea, con appeal e disponibilità economiche, non chiudere certe trattative e non avere nemmeno alternative è un'aggravante più che una giustificazione.
In aggiunta il Chelsea ha iniziato la stagione in una condizione fisica terrificante, in negativo. Magari Mourinho voleva evitare il collasso a metà stagione come lo scorso anno, ma qualcosa non sembra essere andato per il verso giusto e ha messo in mostra senza pietà tutti i limiti di questa rosa.
15 ago 2015
Marc Bartra, una garanzia
Il Barcellona degli ultimi dieci anni non è esattamente una squadra che perde molto. Ancora di meno se consideriamo il periodo dell'età matura di Messi.
Le sconfitte si possono contare, di solito sono eventi ben evidenziati. Ma soprattutto hanno un elemento comune, con una regolarità quasi impressionante: la presenza in campo di Marc Bartra.
Bartra è un centrale difensivo prodotto della masia, classe 1991. Ha iniziato a trovare spazio dal 2012/2013 (sedici presenze, trenta l'anno dopo e venticinque nell'ultimo) pur essendo nell'orbita della prima squadra fin dal 2010. Il suo palmares personale fa invidia a molti club, vanta presenze anche nella Spagna e con l'ultimo rinnovo ha una clausola rescissoria di cinquanta milioni. È quel giocatore di cui si sente parlare come grande talento, difensore moderno tecnicamente abilissimo e spesso finisce nelle notizie di mercato nostrane. Ha anche un sito personale e un logo che unisce nome e numero (gioca col 15), manco fosse Neymar.
Tutto bene, non fosse che la sua titolarità aumenta esponenzialmente le probabilità di sconfiggere una macchina apparentemente perfetta come il Barcellona.
Il rapporto di Bartra coi momenti sbagliati della storia del club inizia già nel 2012/2013. Il catalano si trova a giocare titolare in Champions League nelle semifinali col Bayern Monaco. La doppia sfida finirà complessivamente 7-0 per i tedeschi, risultando sempre complessivamente la peggior sconfitta accumulata dal Barcellona nell'era moderna.
Bartra comunque era appena arrivato in prima squadra, il Bayern in quella stagione era inarrestabile e non è giusto scaricare le colpe sui giovani, soprattutto in una rosa come quella blaugrana. Il ragazzo si farà.
L'anno dopo il Barcellona viene eliminato dalla Champions dall'Atletico Madrid, in una doppia sfida molto dura. Bartra entra al dodicesimo nell'1-1 al Camp Nou ed è titolare nella vittoria dell'Atletico per 1-0 al Calderon al ritorno.
Sempre nel 2013/2014 il Barcellona perde anche la finale di Copa del Rey contro il Real Madrid. La partita finisce 2-1 per i blancos, Bartra è titolare e a dire la verità segna anche il gol del momentaneo pareggio catalano, ma ancora una volta sceglie di entrare nella storia dalla parte sbagliata guardando Bale fare questa cosa qui. E per quanto Bale sia forte e velocissimo in campo aperto questo è l'unico gol di questa fattura che ha trovato nella sua carriera al Real.
Nel dubbio, ma probabilmente è solo casualità, Bartra nel 2014/2015 non gioca nè la finale di Copa del Rey nè quella di Champions League, entrambe vinte dal suo club.
Arriviamo così a oggi, primi trofei ufficiali per il Barcellona post triplete.
Nella Supercoppa Europea vinta dal Barcellona sul Siviglia per 5-4 entra nel finale dei regolamentari per evitare i supplementari. Konoplyanka segnerà il 4-4.
Nella Supercoppa di Spagna l'Athletic Bilbao, che negli ultimi anni ha affrontato un'infinità di volte i balugrana perdendo praticamente sempre, ha vinto l'andata per 4-0. Titolare al centro della difesa Marc Bartra. Negli ultimi otto anni due volte il Barcellona ha perso con quattro gol di scarto, entrambe con lui in campo.
Se tifate Barcellona e vedete Bartra titolare in una partita importante siete autorizzati a partire con gli scongiuri.
10 ago 2015
La Copa Libertadores del River
Il River Plate ha vinto la Copa Libertadores 2015, diciannove anni dopo il trionfo del 1996.
In sé basterebbe questo a fare la notizia, visto che il club con la banda si trovava in B Nacional appena quattro anni fa, nel 2011. Ma come ogni storia sudamericana che si rispetti questa Copa porta sfumature, appuntamenti col destino, coincidenze e gesti eroici che vanno compresi ed assimilati per poter apprezzare il quadro nella sua interezza.
Per cominciare, il River ha vinto nell'anno sbagliato. La storia parla chiaro: la Banda ha giocato finali di Libertadores sempre in anni che finivano col numero sei. Fino ad oggi.
Le precedenti finali giocate - due vinte, due perse - sono arrivate nel 1966, 1976, 1986, 1996. Una coincidenza curiosa interrotta nel 2006. Adesso comincerà la dinastia del cinque o saremo liberi da ogni vincolo?
Il trionfo nella Copa viene da lontano, e tutto nasce dalle mani del Muñeco Gallardo, che ormai più che un bambolotto è un burattinaio. La cosa incredibile è pensare che l'ex numero 10 ha preso in mano il club appena un anno e spiccioli fa, a Giugno 2014. Da quel giorno di fatto tutto è cambiato.
I semi della vittoria sono stati sparsi nella Sudamericana 2014. Gallardo appena arrivato non ha dato solo una quadratura alla sua squadra, ma ha puntato sulla dimensione internazionale. Il campionato il River lo aveva già vinto con Ramon Diaz, scrollandosi di dosso la polvere accumulata nei campi della B Nacional, ma serviva un passo in più per tornare a essere El Mas Grande. Il River 2014 era una squadra solida e spettacolare, in cui già si vedeva la mano del tecnico sia per dettami tattici, che per qualità del fraseggio, che per intuizioni di mercato. Nessuno tranne Gallardo infatti avrebbe scommesso su Leonardo Pisculichi, uomo assolutamente decisivo che ha vissuto il grosso della carriera all'Al-Arabi.
Per non sbagliare Napoleon si è portato a casa anche la Recopa 2015, disputata contro il San Lorenzo. Entrambi gli incontri sono stati vinti per 1-0 dal River, con gol di Carlos Sanchez.
La magia però sembrava svanita nei successivi gironi di Copa Libertadores. Il River nella massima competizione continentale ha dovuto conquistarsi tutto lottando passo dopo passo.
La squadra non cambia ossatura, ma comincia subito perdendo 2-0 coi boliviani del San Josè, per poi pareggiare le successive tre partite, una contro i peruviani del Juan Aurich e due contro il Tigres.
La partita in Messico si rivelerà decisiva per le sorti della Banda e per la Copa intera. Il tabellino dice 2-2 per un pareggio finale che regala un punticino e una flebile speranza di passare il turno - il River è ultimo e nella giornata conclusiva deve battere i boliviani e sperare che il Tigres già qualificato vinca in Perù contro il Juan Aurich -, ma la rimonta dal 2-0 negli ultimi cinque minuti è il momento di svolta assoluto della manifestazione. Nell'ultima giornata infatti la sorte si schiererà senza tentennamenti dalla parte del club di Nuñez. I ragazzi di Gallardo triteranno il San Josè per 3-0 dando il primo segnale di presenza, ma tra Juan Aurich e Tigres succederà semplicemente di tutto. I messicani vincono in rimonta per 4-5, salvando il River dall'eliminazione. Chissà cosa ne pensano oggi i tifosi di quella incredibile dimostrazione di professionalità.
Il River passa dunque alla fase a eliminazione come peggior seconda, dietro anche all'Universitario de Sucre, per il rotto della cuffia. Una posizione solitamente non invidiabile, perchè significa affrontare la miglior squadra dei gironi. Per aggiungere al danno la beffa come miglior prima si qualificano proprio gli arcirivali del Boca Juniors. Un altro capriccio del destino, un'altra prova da affrontare.
Sul Superclasico ci sarebbe da scrivere a parte. Boca-River è di suo partita sentitissima e aspra, ma a metà della gara di ritorno si è andati oltre, talmente oltre da avere giocatori in ospedale e la partita sospesa.
Il River ha passato il turno a tavolino per la squalifica dei rivali - formalmente per 3-0 con tripletta del capitano, Marcelo Barovero -, che sulla carta partivano favoriti e non solo per aver dominato i gironi con sei vittorie su sei, diciannove gol fatti e due subiti.
In tre tempi su quattro però erano gli uomini di Gallardo ad essere in vantaggio, seppur solo per 1-0 con gol di Carlos Sanchez, e il Boca non aveva dato l'impressione di poter vincere davvero l'incontro. Di questo ci si sta già dimenticando, trascinati dalla dialettica di una rivalità eterna. La prima partita a eliminazione è stata anche la prima grande dimostrazione della capacità del Muñeco di adattarsi alle necessità contingenti, prima ancora che agli avversari, e istruire la squadra a giocare di conseguenza. Una prova di forza fondamentale per ottenere la personalità, la convinzione, la fiducia sia nei mezzi che nel tecnico e la credibilità indispensabili per affrontare il turno successivo contro i brasiliani del Cruzeiro.
Per quanto non più la corazzata degli ultimi anni, la Raposa si presentava alla Copa con ambizioni e negli ottavi aveva eliminato il San Paolo. La vittoria per 1-0 al Monumental nella gara di andata arrivata nei minuti finali avrebbe ucciso il River in qualunque altro momento della stagione.
Ma non adesso, non dopo i mesi appena passati. Non a caso la squadra di Gallardo va a Belo Horizonte a giocare la partita perfetta.
Sconfigge il Cruzeiro per 3-0 con una dimostrazione di calcio straordinaria. I marcatori, Sanchez, Maidana e Teo, sono tre dei giocatori principali della squadra, soprattutto per leadership.
Se contro il Boca il River aveva acquisito convinzione, con questa vittoria cambia la percezione generale: la Banda diventa una delle favorite della Copa. A un mese e mezzo dall'essere stata quasi eliminata.
In semifinale il Guaranì, la miglior sorpresa della Copa, non sembrava poter impensierire questo nuovo River. E infatti il 2-0 dell'andata mette una seria ipoteca sul passaggio del turno. Un risultato troppo pesante per il piccolo club paraguagio - col secondo gol firmato da una magia di Rodrigo Mora -, che al ritorno non andrà oltre l'1-1, mandando il River alla sua prima finale di Copa Libertadores dal 1996.
Avversari della finale proprio i messicani del Tigres, compagni del girone e salvatori della squadra di Gallardo. Il Tigres dopo aver passato i gironi come seconda miglior squadra in semifinale ha dato una dimostrazione di forza notevole eliminando in semifinale l'Internacional di Porto Alegre, una delle squadre più competitive per qualità e profondità della rosa. La squadra è solida, ben allenata e soprattutto protagonista indiscussa del mercato.
Già, perchè dai quarti di finale alle semifinali sono passati due mesi a causa della Copa America. Due mesi che hanno cambiato le condizioni di forma delle squadre - in particolare dell'Internacional -, ma soprattutto che hanno visto l'apertura del mercato europeo. Il Tigres fiutando la possibilità di fare la storia non ha badato a spese. Arrivano Aquino, Uche, ma soprattutto il nuovo numero 10 Andrè-Pierre Gignac, uno dei parametri zero più ghiotti del mercato europeo. Una squadra già forte ha fatto così un ulteriore salto di qualità.
Gallardo invece riesce a dare un'altra dimostrazione sia della sua immensa capacità di scouting che dell'abilità nel plasmare la squadra. Il mercato priva il River di Ariel Rojas, un titolarissimo del Muñeco, fondamentale a livello tattico, e di Teofilo Gutierrez, senza mezzi termini il miglior giocatore della rosa e il punto di riferimento assoluto della fase offensiva. E in un primo momento pare in predicato di partire per l'Arabia anche Rodrigo Mora. Come rinforzi Gallardo sceglie Viudez, Alario, Bertolo, oltre ai ritorni emotivi del Comandante Lucho Gonzalez e di Javier Saviola - acquisti caldeggiati più dalla società che dalle reali esigenze dell'allenatore-. Un mercato non paragonabile a quello dei rivali, che però si rivelerà tremendamente efficace.
Il River per un paio di settimane sembra una squadra in crisi, orfana dei suoi eccellenti meccanismi, ma l'allarme durerà giusto il tempo di arrivare alla semifinale col Guaranì. In quella doppia sfida le scommesse di Gallardo pagheranno già i primi dividendi. Alario - un gol e due assist - e Viudez infatti saranno gli assoluti protagonisti della gara di ritorno e arriveranno alla finale di andata in Messico da titolari.
La finale per il River è l'ennesima prova da superare in questa Copa, come se gli dei del calcio volessero qualcosa in cambio dopo il rocambolesco passaggio dei gironi. Come detto il Tigres è squadra forte, solida, di qualità, ben allenata e con una rosa rinforzata e profonda. Sulla carta si possono considerare i favoriti. Per alzare al cielo il trofeo serve ancora una volta una dimostrazione di forza.
Gallardo per l'ennesima volta riesce a portare la doppia sfida sui binari che vuole lui, bloccando il gioco dei messicani all'andata per giocarsi tutto al ritorno in un Monumental incandescente. Ma a complicare ulteriormente i piani dell'allenatore ci si mette la sorte.
Oggi non ci pensa più nessuno, ma il River al ritorno si è presentato con assenze importanti. Mercado, terzino destro titolare senza una vera riserva di ruolo e uomo fondamentale per fisicità e personalità, è costretto a saltare il ritorno per somma di ammonizioni. La sua riserva adattata, il giovane Mammana, si infortuna la settimana prima della partita. Viudez, che ha chiuso la semifinale grazie a un assist sontuoso ed è partito titolare in casa del Tigres, e Mora, giocatore di riferimento per Gallardo per tutta la fase offensiva, ma anche per l'applicazione in non possesso, sono entrambi fuori per infortunio.
Ancora una volta è servita la magia del Muñeco, che ha dato fondo ai trucchi nel cilindro. A destra ha schierato Mayada, esterno uruguagio scelto da lui sul mercato, in fascia ha puntato sulla fisicità di Bertolo e in attacco si è giocato la carta del simbolo millonario Fernando Cavenaghi. Al solito la fortuna è andata dalla sua parte, e a un certo punto non può più essere considerato un caso.
Il 3-0 finale è un risultato eccessivo per il Tigres, che ha avuto diverse occasioni sulle due partite, senza però riuscire a concretizzare, ma è il giusto riconoscimento del livello di squadra raggiunto da questo River Plate. Una squadra in continua evoluzione, ma con una base talmente solida da poter sopperire a ogni mancanza.
Tra i marcatori si trova ancora una volta Alario, al secondo gol decisivo in poche settimane, e Carlos Sanchez, l'uomo dei gol pesanti, quello che risponde sempre presente quando l'adrenalina sale. Sarà la garra charrua, sarà che lui tiene veramente al River, ma vedere la decisione con cui ha preso il pallone per battere il rigore ha fatto impressione anche a diversi chilometri di distanza. Non a caso è stato eletto migliore in campo.
Anche il gol di Funes Mori, che ha chiuso ogni discorso, nasconde una storia. Per Ramiro è stato il coronamento di una doppia sfida di altissimo livello, ma l'assist su angolo è frutto di una delle velenosissime traiettorie del Piscu, Leonardo Pisculichi. Quello pescato dall'Arabia che nelle due finali di Sudamericana aveva prodotto un gol e due assist entrando in tutti i gol del River è stato rispolverato da Gallardo proprio nei minuti finali dopo mesi difficili per infortuni vari. L'obiettivo era gestire il gioco e, nel caso, piazzare una sapiente pennellata mancina. Che puntualmente è arrivata, perchè l'allenatore del River è stato il vero Re Mida di questa Copa 2015.
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Tigres
8 ago 2015
Intervista a Carlo Pizzigoni - Copa Libertadores 2015
Quando si incontrano persone che condividono una passione è difficile limitare il flusso di parole. Parlare di Copa Libertadores con Carlo Pizzigoni non è stata una vera e propria intervista, ma una lunga discussione che abbiamo cercato di mettere in ordine.
River
Non ho seguito con molta regolarità questa Copa. Sono riuscito a vederla molto all'inizio e molto alla fine, perdendomi qualcosa della parte centrale. Ma non si può parlare della Copa 2015 prescindendo dal magnifico River Plate di Marcelo Gallardo.
La squadra mi ha colpito davvero e per proposta di calcio la considero assimilabile alla U de Chile di Sampaoli che ha vinto la Sudamericana 2011. I nomi, in partenza, non erano chissà cosa, soprattutto se confrontati a quelli del Boca, ma la mano dell'allenatore ha trasformato tutti. C'è stata un'evidente costruzione nel tempo e il lavoro di Gallardo si inserisce perfettamente nel contesto storico del River, in cui si insegna e si fa calcio.
Gallardo come allenatore ha attirato la mia attenzione fin da subito, dalla Sudamericana 2014. Ha dato alla sua squadra un'impronta tattica rarissima da vedere in questo calcio, molto europea come si dice, ed è stato particolarmente bravo a farlo in un ambiente dove non si ha tempo. Gallardo ha messo in campo una squadra vera fin dai primi mesi della sua esperienza.
Del River mi hanno colpito le prestazioni, sia a livello di personalità che come dimostrazione di calcio.
Sono stato al Monumental quando la Copa della Banda sembrava già finita, alla vigilia della trasferta in Messico per giocare contro il Tigres. L'ambiente aveva poca fiducia, sembrava sull'orlo della depressione. Da quella rimonta nel finale c'è stata la svolta. Potrei avere anche portato fortuna vista la coincidenza con la mia visita.
La partita simbolo di questa Libertadores per il River è sicuramente la vittoria col Cruzeiro a Belo Horizonte. Un 3-0 tanto bello quanto inaspettato, con una dimostrazione di calcio semplicemente incredibile.
Un grande punto di forza di Gallardo è che riesce a produrre risultati anche quando gioca male, al contrario ad esempio di Bielsa. Il suo calcio è vario e può gestire situazioni differenti. In questa Libertadores, ancora più che nella Sudamericana, il Muñeco si è dimostrato bravissimo nel gestire le gare, cambiando profondamente atteggiamento tra andata e ritorno con gli stessi avversari, ma anche i singoli momenti delle partite.
Per chiudere su Gallardo, è stato molto bravo fino ad oggi ad allenare in ambienti che conosceva profondamente. Grazie a questo è riuscito a entrare perfettamente nelle dinamiche. Prima di arrivare in Europa aspetterà l'occasione giusta, studiando sia il calcio che l'ambiente giusto per lui.
Giocatori
Parlando di giocatori ancora una volta è impossibile non riferirsi al River. Con Gallardo tutti hanno reso al massimo e il tecnico è stato anche singolarmente bravo a gestirli. Spesso ha tirato fuori il giocatore giusto al momento giusto, da Viudez che pesca l'assist in semifinale a Cavenaghi titolare al ritorno.
Parlare di Kranevitter ormai è persino superfluo. Ponzio ha giocato delle grandissime gare nella fase a eliminazione. Maidana contro Gignac ha dato una dimostrazione di capacità di marcatura e leadership difensiva di livello assoluto, commettendo un solo errore su due gare.
Carlos Sanchez è un giocatore sottovalutatissimo e fondamentale per questa squadra. Tatticamente fa il centrocampista e l'ala, mettendoci chilometri di corsa, qualità e gol fondamentali. La personalità con cui si è preso la palla del rigore in finale, allontanando persino Cavenaghi, dice moltissimo.
A me piace molto Ramiro Funes Mori. Se ne parla poco, ma ha giocato una partita pazzesca contro il Tigres. Ha il difetto di farsi prendere dall'emotività, e quando poi va fuori giri non torna più a regime, ma è un centrale molto interessante.
Alario è stata la vera sorpresa del post Copa America. Gallardo l'ha pescato sostanzialmente dal nulla, mi ha colpito fin dalla prima partita per la sua maturità nel fare reparto. Sa lottare, usare il fisico, fare da riferimento, ma quando serve segna ed è bravissimo nelle sponde.
Una piccola delusione, se così si può dire, è stato Driussi, che mi aspettavo più coinvolto e impattante. Ma ha avuto problemi diversi e parliamo di un '96 di talento assoluto.
Uscendo finalmente dal mondo River Plate, Federico Santander merita sicuramente una citazione. Chi l'ha visto con la maglia del Racing non può che stupirsi dei progressi del giocatore. Nella favola Guaranì ha fatto benissimo. Non è solo un centravanti, è capace di segnare e far girare la squadra come riferimento offensivo. Grande difesa del pallone e capacità di smistare.
Valdivia dell'Internacional è da seguire perchè non è il classico dribblomane fumoso che cerca la giocata fine a se stessa. Ha un primo controllo fantastico, sempre produttivo, e forza nelle gambe per trovare lo spunto e saltare l'uomo.
Molto interessante è la trasformazione di Guido Pizarro. Il Tuca Ferretti lo ha plasmato come regista di prima costruzione e lui si è calato alla grande nel ruolo. È cambiato molto ed è cresciuto.
Rafael Sobis nel Tigres ha svolto un ruolo fondamentale. Non è appariscente, ma rappresenta uno sbocco fondamentale per la manovra in fase di costruzione col suo movimento continuo, specie contro difese schierate. Sa leggere benissimo gli spazi e adattarsi, trovando varchi. In più sull'esterno può far valere la sua tecnica nell'uno contro uno. Il suo limite è che segna poco. Nella finale di ritorno al Monumental ha sofferto il clima, ma non bisogna pensare abbia un problema di personalità. Al Beira Rio contro l'Internacional, sua ex squadra, ha fornito una prestazione di alto livello malgrado le bordate di fischi
Infine Gustavo Bou, il capocannoniere della Copa. Anche lui mi ha sopreso per la crescita. Tecnicamente ha trovato gol belli con soluzioni balistiche significative, ma il suo gioco non si limita a quello. Ha imparato a muoversi e giocare con la squadra, crescendo molto nelle letture tattiche e nella gestione delle diverse fasi, ad esempio la transizione. L'impatto emotivo che ha nel Racing è importante.
Giusto per evidenziare l'importanza del contesto di squadra, Bertolo e Arevalo Rios che hanno giocato la finale sono entrambi stati scaricati dal Palermo.
Racing
A livello personale il Racing è stata una piccola delusione in questa Copa.
Chiariamoci, la squadra ha evidentemente dei limiti di rosa e dipende da Milito. Il Principe è stato straordinario a tornare e a gestirsi per dare ogni goccia residua della sua immensa classe alla causa del Racing, ma stiamo arrivando veramente alla fine del serbatoio. La differenza anche solo con lo scorso semestre è evidente. Alla luce di questo parlare di delusione è improprio, ma l'uscita col Guaranì non è stata bella nel complesso. Si poteva fare un turno in più, soprattutto lo meritava il tifo straordinario che segue sempre l'Academia.
River
Non ho seguito con molta regolarità questa Copa. Sono riuscito a vederla molto all'inizio e molto alla fine, perdendomi qualcosa della parte centrale. Ma non si può parlare della Copa 2015 prescindendo dal magnifico River Plate di Marcelo Gallardo.
La squadra mi ha colpito davvero e per proposta di calcio la considero assimilabile alla U de Chile di Sampaoli che ha vinto la Sudamericana 2011. I nomi, in partenza, non erano chissà cosa, soprattutto se confrontati a quelli del Boca, ma la mano dell'allenatore ha trasformato tutti. C'è stata un'evidente costruzione nel tempo e il lavoro di Gallardo si inserisce perfettamente nel contesto storico del River, in cui si insegna e si fa calcio.
Gallardo come allenatore ha attirato la mia attenzione fin da subito, dalla Sudamericana 2014. Ha dato alla sua squadra un'impronta tattica rarissima da vedere in questo calcio, molto europea come si dice, ed è stato particolarmente bravo a farlo in un ambiente dove non si ha tempo. Gallardo ha messo in campo una squadra vera fin dai primi mesi della sua esperienza.
Del River mi hanno colpito le prestazioni, sia a livello di personalità che come dimostrazione di calcio.
Sono stato al Monumental quando la Copa della Banda sembrava già finita, alla vigilia della trasferta in Messico per giocare contro il Tigres. L'ambiente aveva poca fiducia, sembrava sull'orlo della depressione. Da quella rimonta nel finale c'è stata la svolta. Potrei avere anche portato fortuna vista la coincidenza con la mia visita.
La partita simbolo di questa Libertadores per il River è sicuramente la vittoria col Cruzeiro a Belo Horizonte. Un 3-0 tanto bello quanto inaspettato, con una dimostrazione di calcio semplicemente incredibile.
Un grande punto di forza di Gallardo è che riesce a produrre risultati anche quando gioca male, al contrario ad esempio di Bielsa. Il suo calcio è vario e può gestire situazioni differenti. In questa Libertadores, ancora più che nella Sudamericana, il Muñeco si è dimostrato bravissimo nel gestire le gare, cambiando profondamente atteggiamento tra andata e ritorno con gli stessi avversari, ma anche i singoli momenti delle partite.
Per chiudere su Gallardo, è stato molto bravo fino ad oggi ad allenare in ambienti che conosceva profondamente. Grazie a questo è riuscito a entrare perfettamente nelle dinamiche. Prima di arrivare in Europa aspetterà l'occasione giusta, studiando sia il calcio che l'ambiente giusto per lui.
Giocatori
Parlando di giocatori ancora una volta è impossibile non riferirsi al River. Con Gallardo tutti hanno reso al massimo e il tecnico è stato anche singolarmente bravo a gestirli. Spesso ha tirato fuori il giocatore giusto al momento giusto, da Viudez che pesca l'assist in semifinale a Cavenaghi titolare al ritorno.
Parlare di Kranevitter ormai è persino superfluo. Ponzio ha giocato delle grandissime gare nella fase a eliminazione. Maidana contro Gignac ha dato una dimostrazione di capacità di marcatura e leadership difensiva di livello assoluto, commettendo un solo errore su due gare.
Carlos Sanchez è un giocatore sottovalutatissimo e fondamentale per questa squadra. Tatticamente fa il centrocampista e l'ala, mettendoci chilometri di corsa, qualità e gol fondamentali. La personalità con cui si è preso la palla del rigore in finale, allontanando persino Cavenaghi, dice moltissimo.
A me piace molto Ramiro Funes Mori. Se ne parla poco, ma ha giocato una partita pazzesca contro il Tigres. Ha il difetto di farsi prendere dall'emotività, e quando poi va fuori giri non torna più a regime, ma è un centrale molto interessante.
Alario è stata la vera sorpresa del post Copa America. Gallardo l'ha pescato sostanzialmente dal nulla, mi ha colpito fin dalla prima partita per la sua maturità nel fare reparto. Sa lottare, usare il fisico, fare da riferimento, ma quando serve segna ed è bravissimo nelle sponde.
Una piccola delusione, se così si può dire, è stato Driussi, che mi aspettavo più coinvolto e impattante. Ma ha avuto problemi diversi e parliamo di un '96 di talento assoluto.
Uscendo finalmente dal mondo River Plate, Federico Santander merita sicuramente una citazione. Chi l'ha visto con la maglia del Racing non può che stupirsi dei progressi del giocatore. Nella favola Guaranì ha fatto benissimo. Non è solo un centravanti, è capace di segnare e far girare la squadra come riferimento offensivo. Grande difesa del pallone e capacità di smistare.
Valdivia dell'Internacional è da seguire perchè non è il classico dribblomane fumoso che cerca la giocata fine a se stessa. Ha un primo controllo fantastico, sempre produttivo, e forza nelle gambe per trovare lo spunto e saltare l'uomo.
Molto interessante è la trasformazione di Guido Pizarro. Il Tuca Ferretti lo ha plasmato come regista di prima costruzione e lui si è calato alla grande nel ruolo. È cambiato molto ed è cresciuto.
Rafael Sobis nel Tigres ha svolto un ruolo fondamentale. Non è appariscente, ma rappresenta uno sbocco fondamentale per la manovra in fase di costruzione col suo movimento continuo, specie contro difese schierate. Sa leggere benissimo gli spazi e adattarsi, trovando varchi. In più sull'esterno può far valere la sua tecnica nell'uno contro uno. Il suo limite è che segna poco. Nella finale di ritorno al Monumental ha sofferto il clima, ma non bisogna pensare abbia un problema di personalità. Al Beira Rio contro l'Internacional, sua ex squadra, ha fornito una prestazione di alto livello malgrado le bordate di fischi
Infine Gustavo Bou, il capocannoniere della Copa. Anche lui mi ha sopreso per la crescita. Tecnicamente ha trovato gol belli con soluzioni balistiche significative, ma il suo gioco non si limita a quello. Ha imparato a muoversi e giocare con la squadra, crescendo molto nelle letture tattiche e nella gestione delle diverse fasi, ad esempio la transizione. L'impatto emotivo che ha nel Racing è importante.
Giusto per evidenziare l'importanza del contesto di squadra, Bertolo e Arevalo Rios che hanno giocato la finale sono entrambi stati scaricati dal Palermo.
Racing
A livello personale il Racing è stata una piccola delusione in questa Copa.
Chiariamoci, la squadra ha evidentemente dei limiti di rosa e dipende da Milito. Il Principe è stato straordinario a tornare e a gestirsi per dare ogni goccia residua della sua immensa classe alla causa del Racing, ma stiamo arrivando veramente alla fine del serbatoio. La differenza anche solo con lo scorso semestre è evidente. Alla luce di questo parlare di delusione è improprio, ma l'uscita col Guaranì non è stata bella nel complesso. Si poteva fare un turno in più, soprattutto lo meritava il tifo straordinario che segue sempre l'Academia.
Un grazie a Carlo per la cortesia e la disponibilità
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