13 gen 2016

Schelotto a Palermo, una sorpresa di Gennaio

L'arrivo di Guillermo Barros Schelotto in Europa e nello specifico in Italia così, all'improvviso, in una giornata di Gennaio probabilmente non se lo aspettava nessuno. Forse nemmeno Zamparini, noto per i suoi colpi di testa e primo presidente/proprietario nella storia a presentare un allenatore come un acquisto per il futuro, che sarà utile soprattutto l'anno prossimo dopo sei mesi di ambientamento.

Schelotto in effetti è un talento della panchina. Il suo regno al Lanus è stato caratterizzato da un'incessante ricerca del gioco, spesso anche a scapito dei risultati.
Come ben riassunto qui infatti si poteva andare meglio, soprattutto viste le alte aspettative create subito. Ma tra limiti di rosa, cali di motivazione, problemi fisici e scelte di mercato il Lanus non ha mai raggiunto la sua piena dimensione tecnica, finendo per essere una squadra buona, ma mai vincente e continua.
Guardare il Lanus però valeva la pena per il gioco di Schelotto. Il suo calcio fluido, fatto di spazi e movimenti senza palla, in Argentina ha aiutato a far fare un passo avanti all'intero movimento, portando idee e concetti europei in un contesto che, ai tempi del suo insediamento, ristagnava un po'.
Il 4-3-3 o 4-1-4-1 del granate aveva come punti fissi un giocatore davanti alla difesa, stanziale e con compiti tattici e difensivi, e un attaccante centrale col compito di tagliare in profondità e riempire l'area, che spesso però non era un nove vero, ma un giocatore dinamico e tecnico tipo Silvio Romero o Lucas Melano. I due interni e le due ali si scambiavano e portavano rifinitura, tiro da fuori e inserimenti, risultando il vero motore del gioco e il tratto distintivo del calcio di Schelotto. Quasi tutti erano giocatori con una forte componente di tecnica, una certa vocazione per l'assist, pronti a muoversi senza palla e a cercare combinazioni.
Giocatore tatticamente fondamentale per Schelotto infine era Lautaro Acosta, elemento nettamente diverso dagli altri e insostituibile. Con le sue caratteristiche da ala/seconda punta molto veloce e forte in uno contro uno il Laucha serviva per scompigliare le difese e cambiare lo spartito di possesso orizzontale orientato agli scambi corti.

Difficile dire cosa ci si può aspettare da Schelotto nel breve a Palermo. L'ambientamento in Europa ha sempre le sue asperità e un ambiente come quello rosanero, in generale e quest'anno in particolare, non è proprio il massimo per lavorare tranquilli. In più un allenatore che punta sul gioco e ha idee così spiccate può avere difficoltà a far germogliare il tutto in poco tempo, specie senza esperienza europea e senza giocatori di riferimento. Simeone a Catania ha funzionato, ma in un ambiente solido. E sulla stoffa del Cholo abbiamo avuto conferme.
Sarà interessante vedere il suo lavoro sugli interni/rifinitori in rosa. Tutti potrebbero trovare un sistema in cui esaltare le qualità, a patto di inserirsi nel sistema. Il Palermo non può prescindere dal Mudo Vazquez, che però ha trovato la sua dimensione giocando più avanti, a supporto della punta. Sulla carta nelle idee di Schelotto sarebbe ideale nel ruolo dei quattro dietro la punta, giocando un po' centrocampista, un po' esterno, un po' rifinitore, come facevano giocatori come Jorge Ortiz o Junior Benitez nel suo ultimo Lanus, ma non è da escludere che un tecnico intelligente come il Mellizzo adatti le sue idee al materiale disponibile, senza azzardare troppo, sviluppando qualcosa di nuovo, diverso e più italiano.
Singolarmente interessante sarà vedere Cristante: forse, e finalmente, il talento dell'ex Milan potrà trovare l'allenatore giusto per lui visto l'apprezzamento di Schelotto per chi sa dare regia davanti alla difesa assolvendo anche compiti tattici.
Il più grosso dubbio è la capacità di Schelotto di adattarsi a una mentalità più difensiva, e in tempi brevi. Il suo Lanus non ha mai pensato a difendersi o a speculare sul risultato per ottenere il punticino. A Palermo potrebbe invece averne bisogno.

14 dic 2015

La Roma e la verticale perduta

La prima stagione di Rudi Garcia sulla panchina della Roma ha travolto il calcio italiano come un ciclone. Quella Roma veloce, tecnica e spettacolare in molte altre stagioni avrebbe accumulato abbastanza punti da vincere lo scudetto, ma ha dovuto arrendersi a una Juventus da record.
Malgrado campagne acquisti anche notevoli la squadra del tecnico francese non ha più raggiunto quel livello di gioco - l'anno dopo, per quantificare, quindici punti in meno in campionato -. Tra i tanti motivi tecnici, ambientali, di calendario ce n'è uno sottovalutato: la Roma non ha più avuto, o quasi, i giocatori chiave di quella squadra.

In generale nelle formazioni si può individuare una spina dorsale, idealmente rappresentata da una verticale di giocatori attorno cui gli altri si muovono. Sono gli uomini che vanno dal portiere al centravanti, che danno un'impronta tecnica ben definita.
Non si parla per forza dei giocatori più tecnici, più appariscenti o più celebrati, ma di quelli che permettono alla squadra di esprimersi. Per la prima Roma di Garcia la verticale era formata da Morgan De Sanctis, Leandro Castan, Kevin Strootman e Francesco Totti.
Tutti e quattro, per diversi motivi, sono usciti dalla formazione nel giro di due anni e spiccioli.

De Sanctis era chiaramente un portiere a tempo visto che quando è stato acquistato aveva già trentasei anni, ma il suo rendimento in quella prima stagione fu straordinario. Ha comunque continuato come titolare fino all'arrivo di Szczęsny, quindi possiamo considerarlo un caso a parte. Leandro Castan negli anni è stato l'elemento più sottovalutato della difesa della Roma. Molto più europeo che brasiliano è arrivato in sordina già esperto, dimostrandosi giocatore solido in marcatura e con un mancino più che apprezzabile in impostazione. Accanto a lui, forse non a caso, sono esplosi Marquinhos e Benatia, due giocatori certamente più appariscenti, ma che hanno grandemente beneficiato delle capacità di Castan in termini di leadership, capacità difensive e gestione della linea. Dal 2014/2015 sostanzialmente non ha più giocato per seri problemi di salute, la Roma non ha trovato un suo vero sostituto e la situazione nel reparto arretrato è andata peggiorando. Eppure in pochi ancora oggi pensano al peso dell'assenza di Castan.
Di Kevin Strootman invece si è parlato in lungo e in largo, quindi rimane poco da aggiungere. Sfortuna nera per un centrocampista che con Garcia stava letteralmente esplodendo. A centrocampo faceva sostanzialmente tutto, dalla prima impostazione alla rifinitura, agli inserimenti, all'apporto fisico, facilitando in modo incredibile il lavoro dei compagni - vedere il rendimento di De Rossi -. La Roma ha trovato suoi sostituti solo a tempo, sfruttando grandi momenti di forma - Keita e Nainggolan -, anche perchè si vive nell'attesa, o forse ormai speranza, del suo ritorno.
Infine Totti, altro nome che non ha bisogno di presentazioni. Sull'onda lunga dell'incredibile stato di forma regalatogli da Zeman il capitano nel primo periodo Garcia è stato fondamentale. Totti è uno di quei rarissimi giocatori capace di coniugare capacità da prima punta con qualità da rifinitore di livello assoluto, con anche un'abilità tattica unica nel muoversi per sfuggire alle difese e disorientare gli avversari. Lui per due anni malgrado età e infortuni è stato il centravanti ideale di Garcia, l'ago della bilancia indispensabile per accorciare i reparti, favorendo al contempo il possesso palla e gli inserimenti degli attaccanti - Gervinho, Florenzi quando faceva la punta -. Sul suo altare sono state sacrificate tutte le altre prime punte arrivate dal mercato - chiedete a Destro per informazioni -, ma per un classe '76 era inevitabile prima o poi la chiamata del tempo che passa. Dzeko oggi soffre, tra gli altri motivi, esattamente perchè non è Totti. Nessuno può esserlo, e la Roma lo paga.

Quest'anno De Sanctis e Totti sono stati ufficialmente sostituiti con nuovi titolari, mentre Castan e Strootman sebbene in perenne rientro non sembrano in grado di poter tornare con continuità.
La Roma di Garcia di fatto in due anni è diventata una squadra nuova, e questo cambia parecchie cose.

7 dic 2015

Gli eredi di Gabi e Tiago

Simeone nella sua avventura all'Atletico si è rivelato un tecnico molto attento anche al futuro oltre che al presente della sua squadra. In estate il mercato ha reso singolarmente evidente la cosa: il Cholo ha scelto di voltare pagina, avviando una rivoluzione della rosa improntata alla qualità e alla gioventù. Due leader come Miranda e Arda Turan hanno salutato ed è arrivata un'infornata di giovani che ha rivitalizzato soprattutto l'attacco.

C'è però un reparto che Simeone non ha toccato: la mediana.
Gabi e Tiago, rispettivamente un '83  un '81, sono rimasti titolari indiscutibili -18 presenze e circa 1500 minuti giocati-. Gli altri centrocampisti che avrebbero potuto prenderne il posto sono stati o ceduti -Mario Suarez- o dirottati sull'esterno -Saul e Koke-, sintomo che c'è fiducia assoluta in loro malgrado i chilometri accumulati in carriera.
In effetti è difficile trovare una coppia simile. Gabi e Tiago non sono giocatori singolarmente appariscenti, ma hanno il pregio di saper fare tutto. Fisico, grandi letture tattiche, capacità di gestire gioco e ritmi, lanci e rifinitura, soprattutto quintali di personalità imposta tackle dopo tackle. Entrambi si sono conquistati tutto sul campo, a suon di prestazioni, e questo li ha forgiati in una scorza durissima.
Simeone si fida ciecamente e probabilmente rispetta molto la loro storia calcistica, ma prima o poi sarà anche il loro turno di passare la mano. E l'allenatore argentino non vuole farsi trovare impreparato. L'eredità di Gabi e Tiago è nelle mani di due giocatori ben precisi, uno spagnolo classe '94 e un argentino classe '93.

Il primo risponde al nome di Saúl Ñíguez, è già in rosa da un anno e dal 2012 assaggia calcio professionistico. La sua storia lo avvicina al numero 14: nato nella cantera dell'Atletico, mandato in prestito a farsi le ossa, tornato per restare. Gabi ci ha messo quasi 150 presenze col Saragozza, ma sono dettagli e parliamo di altri tempi.
Per caratteristiche Saul ha tutto per raccogliere il testimone e forse un giorno pure la fascia, ed era evidente anche vedendolo giocare al Rayo Vallecano. Affiancare Gabi per qualche anno gli permetterà di acquisire carattere e quelle malizie che solo un vecchio filibustiere può insegnare, oltre ad assorbire tutto il pedigree colchonero.

Il secondo lo vedremo da Gennaio, e parliamo di Matias Kranevitter. L'argentino nella sua carriera al River ha dimostrato un livello di gioco altissimo, sia prima che dopo il fastidioso infortunio al piede, diventando referente assoluto di una squadra capace di fare incetta di coppe.
Se Saul punta a Gabi, Kranevitter chiaramente è una versione senza boccoli di Tiago, anche nel numero preferito e nel fatto di essere straniero. Di sicuro il Colorado avrà bisogno di tempo per adattarsi al calcio europeo e trovare riferimenti, ma il potenziale tecnico è chiaro. La sua capacità di regia, sottovalutata nella qualità, di cucire il gioco mantenendo anche l'equilibrio tattico lo colloca naturalmente al centro della squadra, ed è circa il lavoro che fa Tiago ormai da anni.

La coppia centrale Gabi-Tiago è stata il cuore dell'Atletico vincente degli ultimi anni e la loro sostituzione è una questione delicata, più di quanto si pensi per via dei nomi non così altisonanti.
L'idea di Simeone è chiara con Saul-Kranevitter, di grossa prospettiva e sicuramente intrigante.
Potrebbero essere anche migliori dei grandi giocatori attuali.

4 dic 2015

La crisi del River

Il trionfo in Copa Libertadores ha portato a sottovalutare alcune problematiche in casa River.
La vittoria della più grande competizione per club del Sudamerica, arrivata per di più a seguito della Sudamericana 2014, è stato un trionfo senza mezzi termini, ma dietro a tanta luce si sono nascoste delle ombre che adesso i Millonarios si trovano a pagare senza sconto alcuno.

La squadra di Gallardo ha chiuso abbastanza male la stagione, col nono posto in campionato - dietro a Belgrano e Banfield, per intenderci - a quindici punti dal Boca campione e finendo eliminato dall'Huracan in semifinale di Sudamericana.
Non c'è stato un vero e proprio crollo, perchè il River ha avuto dei piccoli problemi, dei sassolini negli ingranaggi, che nel tempo hanno rovinato una macchina estremamente efficiente, fino a farla ingolfare. Gallardo è riuscito a tenere il timone anche troppo bene nei mesi decisivi della Libertadores, ma per i miracoli si sta ancora attrezzando.
Fin da inizio stagione il River ha dimostrato dei problemi di tenuta. La squadra che aveva vinto la Sudamericana tra infortuni, un pizzico di appagamento e la testa già ai gironi di Libertadores in campo faticava a produrre risultati

Decisivo nel cambiamento in negativo dei Millonarios è stato il mercato
Il primo tassello tolto alle fondamenta del River è anche il più sottovalutato: Ariel Rojas. Magari non da Gallardo, ma dal sentore del pubblico e dei commentatori.
Rojas non è mai stato un giocatore particolarmente appariscente, pur avendo un mancino di ottima qualità. I pochi gol non gli hanno praticamente mai permesso di prendersi la luce dei riflettori, ma per Gallardo il Chino era una pedina tattica fondamentale. Rojas sapeva fare l'interno e l'ala, garantendo copertura tattica, qualità nell'impostazione, rifinitura sia nei passaggi che nei cross, il tutto mettendo in campo una certa fisicità. Sostanzialmente un lavoro molto simile a quello offerto da Carlos Sanchez sulla destra.
Non a caso insieme a Rojas si è trovato benissimo un terzino di spinta come Lionel Vangioni. I due collaboravano sulla sinistra, trovando scambi continui. Una coppia che, prima dell'esplosione definitiva agli ordini di Gallardo, aveva fatto le fortune anche di Ramon Diaz.
Ma la cessione di Rojas in estate è passata in secondo piano, essenzialmente per due motivi. Il primo è che insieme a lui è partito anche Teo Gutierrez, miglior giocatore della squadra, il secondo è che da lì a poco il River ha vinto la Libertadores. Sul breve periodo Gallardo ha trovato una quadratura che ha saputo compensare l'addio di Rojas, ma nel medio è tutto un altro discorso.
Anche perchè all'addio del Chino è seguito quello di Ramiro Funes Mori.

Il gemello del più famoso Rogelio con Gallardo si è trasformato da progetto di difensore a uno dei migliori centrali del panorama Sudamericano. Funes Mori è uno di quei giocatori destinati ad essere perennemente sottovalutati per motivi misteriosi, malgrado i successi, e di cui ci si accorge quando mancano. Messo in ombra da Balanta prima, in parte da Mammana poi, il Mellizo ha saputo apprendere l'arte da Maidana, aggiungendo alla capacità di impostazione uno strapotere fisico fondamentale per reggere la linea altissima pretesa dal Muneco. Sotto la guida dell'ex-10 millonario, Funes Mori ha compiuto un notevole salto di qualità anche e soprattutto a livello mentale, mettendo in mostra continuità e personalità da Seleccion.
Non a caso la sua cessione all'Everton ha sostanzialmente distrutto la linea difensiva del River.

Terzo ed ultimo tassello la prolungata assenza per infortunio di Vangioni, che ha privato il River del suo terzino sinistro titolare e di uno sbocco fondamentale per la manovra.

Passare da un triangolo allargato Vangioni-Funes Mori-Rojas a Casco-Balanta-Bertolo o chi per lui non è stato esattamente indolore per la squadra e i risultati raccolti dalla Banda ne sono un chiaro esempio. Gallardo per un breve periodo è riuscito a limitare i danni, puntando sulla qualità offensiva di giocatori come Driussi o il Pity Martinez e sull'incredibile stato di forma di Kranevitter -capace di reggere una mediana praticamente da solo-, ma l'addio di Funes Mori ha fatto crollare un castello già da tempo scricchiolante.
Casco e Balanta sono regolarmente tra i peggiori in campo, mentre per la posizione di Rojas Gallardo non ha ancora trovato una soluzione e probabilmente solo il mercato potrà dare risposte. Nella semifinale di ritorno contro l'Huracan il tecnico è ricorso addirittura a un 3-5-2 per cercare di coprire la falla, rilanciando titolare sulla sinistra un Vangioni fermo da mesi e spostando Casco sulla destra, una fascia che non copriva da anni.

Al crollo strutturale della fascia sinistra, si aggiungono ora gli addii di Sanchez e Kranevitter: una rivoluzione prevedibile che chiederà a Marcelo Gallardo un altro enorme sforzo per ricostruire dal nulla una squadra privata di tutti gli elementi fondamentali. Il Muneco finora ha sempre risposto presente, pescando giocatori sconosciuti capaci di sostituire più che degnamente i predecessori -Alario su tutti-, ma questa volta il lavoro sembra essere più proibitivo che mai.

2 nov 2015

Il Boca torna a vincere

Tanto tuonò che piovve.
Potrebbe essere questo il sottotitolo alla vittoria del campionato del Boca Juniors, a simboleggiare uno dei titoli più annunciati della storia recente del calcio argentino vista la qualità della rosa in mano ad Arruabarrena.
Vincere però non è mai scontato, e il primo campionato senza la formula a semestri è una conquista importante per il popolo xeneize.

Il Boca fin dalla partenza del campionato aveva un compito preciso: vincere, senza discussioni. Nessun'altra concorrente poteva infatti vantare una rosa con esperienza, leadership, profondità, qualità tecnica e fisica paragonabile. Un salto notevole per il tecnico Arruabarrena, che era arrivato al Boca per ricostruire e partire dal basso, forgiando talenti più che gestendo campioni.
Essere condannati a vincere non è mai semplice, soprattutto se a Buenos Aires hai la maglia azul y oro. In più il club non riusciva a imporsi in campionato dal 2011, un periodo di digiuno che non si vedeva dagli anni 80. Tutta la pressione era su Arruabarrena, che aveva la fortuna di allenare una corazzata, ma doveva anche gestirne ritmi e umori, cosa per nulla scontata per un allenatore classe '75 senza sostanzialmente alcuna esperienza di livello.
La verticale della squadra a inizio anno recitava Orion-Diaz-Gago-Lodeiro-Osvaldo. Qualcosa che in Argentina sembra più una selezione all-star che una squadra di club, a cui si aggiungevano giocatori prodotti in casa e ormai affermati (Colazo, Erbes, Chavez), un referente di centrocampo come Pablo Perez e pibes in rampa di lancio (Meli, Cubas, Betancur, Calleri). Non c'era un reparto che presentava particolari debolezze, qualità e fisicità erano diffuse e distribuite. Gli unici dubbi ammissibili erano la tenuta mentale di Osvaldo e, appunto, la capacità di Arruabarrena di gestire una rosa simile.
La situazione per le avversarie è anche peggiorata durante il mercato estivo. La partenza di Osvaldo è stata compensata dal ritorno di Carlos Tevez, e in difesa è arrivato ad affiancare Cata Diaz un giocatore come Fernando Tobio. Per chi non se lo ricordasse il difensore classe '89 è stato una colonna del Velez di Gareca, con cui ha vinto tre titoli.

Il Boca di fatto ha dominato il campionato, vivendo solo un periodo di crisi verso metà torneo a cavallo dall'eliminazione dalla Libertadores. Gestire il doppio impegno in Sudamerica non è mai facile, soprattutto se di mezzo c'è uno scontro col River, e gli xeneizes hanno pagato con un pari e due sconfitte consecutivi. L'eliminazione dalla Copa resta il capitolo peggiore di questa stagione sia per la squadra che per il lavoro del tecnico.
Il momento più complicato però è stato un altro. Alla giornata ventirè, a sette dalla fine, il Boca in casa aveva la possibilità di chiudere i giochi contro il San Lorenzo secondo. In un finale drammatico gli ospiti avevano trovato il gol con Matos su uno svarione incredibile del giovane Betancour. Improvvisamente il Boca non era più primo e tutto sembrava perduto. Da quel momento però in sette giornate gli xeneizes hanno messo insieme quindici punti contro gli otto dei rivali, rimontando lo svantaggio e dando una certa dimostrazione di carattere, ma soprattutto salvando la carriera di un giovane talento.
Il titolo è arrivato con una giornata d'anticipo grazie alla vittoria per 1-0 sul Tigre, con 64 punti totali e sei di vantaggio sul San Lorenzo secondo. Arruabarrena ha messo insieme una squadra capace di chiudere il torneo come migliore attacco e seconda miglior difesa.

Il Boca di Arruabarrena non ha fatto spettacolo, e infatti dieci delle venti vittorie attuali sono arrivate con appena un gol di scarto, ma semplicemente ha sempre trovato il modo per vincere attingendo alle mille risorse a disposizione. L'unico vero referente offensivo è stato Tevez, e ci mancherebbe altro, che è arrivato in estate. Per il resto gli uomini si sono alternati e non è un caso che nella classifica marcatori l'unico nome del Boca tra i top sia Jonathan Calleri. Una rosa importante, ma incredibilmente democratica nel distruibuire i gol e dividersi gli onori.
Arruabarrena ha scelto fin dall'inizio di gestire il gruppo senza cercare di strafare, seguendo inconsciamente il motto secondo cui l'allenatore migliore è quello che per prima cosa non fa danni. I suoi uomini anche solo come impatto fisico erano abbastanza superiori agli avversari da vincere quasi per inerzia. Il suo Boca tatticamente prevede una difesa a quattro, un mediano deputato alla fase difensiva e cinque uomini col compito di scardinare le difese avversarie. L'unica idea fissa è avere due riferimenti larghi per dilatare le maglie difensive, ma i movimenti di interni e trequartisti sono più liberi, soprattutto da quando c'è Tevez. Arruabarrena ha preferito lasciare qualche licenza ai suoi uomini piuttosto che cercare una grande organizzazione tattica, sfruttando estro, capacità individuali e impatto fisico.
In difesa il Boca ha sofferto soprattutto le ripartenze a causa della tendenza a riversarsi in forze in attacco. I difensori sono spesso stati esposti a rischi e cartellini, ma grazie alla fisicità generale e all'abilità di alcuni singoli il fortino ha retto nella maggior parte delle occasioni.
C'è da dire che quando hanno perso gli uomini del Vasco hanno perso abbastanza male. Escludendo il caso San Lorenzo le altre quattro sconfitte sono arrivate tutte con due o più gol subiti, compreso un incontro folle con l'Union di Santa Fe. 

Parlando di singoli, l'arrivo dell'Apache dalla Juventus ha dato una carica extra a tutto l'ambiente, ma soprattutto ha portato gol e punti. Forse ci si poteva aspettare ancora di più da un giocatore capace di segnare cinquanta gol in due anni in Italia, ma il titolo era l'unica cosa veramente importante. I suoi movimenti, il suo carisma, la sua leadership, la sua capacità di inventarsi gol e di dare qualità all'azione hanno trasformato il Boca in una macchina difficilmente arrestabile.
Un talento perennemente inespresso come Lodeiro è riuscito a trovare giocate decisive. Sempre alla ricerca di un ruolo, di una collocazione, di uno spazio, col suo mancino è in grado di regalare qualcosa di importante e la maglia del Boca sembra avergli dato una nuova dimensione. Supportato da una squadra di livello si evidenziano i suoi pregi e vengono coperti i difetti, soprattutto sul dinamismo.
In difesa in Argentina è singolarmente importante avere un referente che con carisma ed esperienza dia solidità e fiducia a tutti. Il Cata Diaz in questo è un esempio perfetto oltre che l'erede del Flaco Schiavi. Spesso al limite, sicuramente intimidatorio anche solo con la sua espressione scolpita nella pietra, per il Boca è un totem irrinunciabile. Da seguire la crescita di Tobio al suo fianco nel prossimo futuro.
Dei pibes quelli che si sono messi maggiormente in mostra sono Cubas e ovviamente Calleri. Il mediano classe '96, buttato nella mischia praticamente da subito, ha dimostrato ottime letture tattiche, buone geometrie e soprattutto una dose infinita di garra che gli permette di andare ben oltre il suo fisico minuto. L'attaccante classe '93 invece può essere considerato il grande protagonista del torneo. Si è imposto come minaccia costante e miglior marcatore della squadra con dieci reti, tra cui questa perla. Calleri è un giocatore importante per corsa, movimenti, impatto fisico e voglia, sa farsi sempre trovare pronto sotto porta ed è cresciuto tantissimo in fiducia. Tecnicamente è ancora da raffinare per poter giocare più esterno, ma dentro l'area è già letale anche grazie a un tiro potente e preciso, unito alla capacità di tagliare verso la porta e di leggere in anticipo dove finirà il pallone.

Prossimo appuntamento il 4 Novembre per la finale di Copa Argentina contro il Rosario Central.
Un double sarebbe un'affermazione locale importante.

19 ott 2015

I problemi dell'Argentina di Martino

In Sudamerica sono iniziati i gironi di qualificazione per i Mondiali 2018 (da quelle parti le cose si fanno con calma) e l'Argentina è tra le ovvie favorite. Non bastasse il blasone, non bastassero i nomi, l'albiceleste viene da due finali tra Mondiali e Copa America, e per quanto sia deludente arrivare secondo vuol dire che la squadra c'è.
Le prime due partite contro Ecuador e Paraguay hanno però gelato tutti i tifosi. Un solo punto, zero gol segnati con in più il trauma della sconfitta in casa contro la tricolor, la prima nella storia.
Cosa è successo alla squadra di Martino?

La prima cosa da ricordare quando si parla dell'Argentina è che Martino dalla metà campo in su sguazza nel talento. La seleccion ha senza ombra di dubbio il reparto offensivo migliore al mondo per qualità dei singoli e ricchezza di alternative considerando le nazionali, tanto che il Tata può permettersi di rinunciare a un giocatore come Higuain.
Il problema è che tutto questo talento non è per nulla valorizzato. Sabella nella sua avventura fino alla finale Mondiale aveva sacrificato la spettacolarità per puntare su corsa e garra, Martino invece vorrebbe tanto che la sua macchina offensiva girasse al massimo, ma proprio non riesce a trovare il modo.
In Copa America l'Argentina ha segnato dieci gol in sei partite, di cui otto (ripeto, otto) nei due confronti col Paraguay tra partita inaugurale e semifinale. Nelle restati quattro partite due 0-0 (nella fase a eliminazione) e due 1-0 (nel girone). Un po' poco per una squadra con Messi, Di Maria, Agüero e tutti gli altri.
L'approdo in finale ha nascosto il suono del campanello di allarme, ma il ritorno delle partite ufficiali ha confermato il problema. Tra Ecuador e Paraguay l'Argentina non ha trovato la via del gol e in generale ha prodotto molto poco. La squadra si basa troppo per non dire solo su iniziative individuali e ormai anche in Sudamerica a livello di nazionali le squadre sono abbastanza organizzate da controllare un gioco simile.
Martino già in Copa aveva declassato Higuain a riserva, ma nelle ultime convocazioni ha fatto un passo in più evitando proprio di chiamarlo. Lui come qualunque altra prima punta classica, soprattutto come fisico, da Icardi a Di Santo (non ridete, è già stato chiamato altre volte). Una scelta prima di tutto filosofica che vuole puntare su giocatori tecnici, veloci, ficcanti, che non danno punti di riferimento, ricalcando in qualche modo il calcio del suo Newell's. Bellissima sulla carta, nella reatà ci si deve lavorare e al momento si vedono solo i contro.
L'Argentina ha un attacco prevedibile, abbastanza statico e incapace di impegnare fisicamente le difese avversarie. Agüero, Di Maria, Pastore, Tevez si marcano sostanzialmente da soli aspettando sempre palla tra i piedi qualche metro prima dell'area per poi partire in dribbling. Tutti cercano di giocare fronte alla porta, le sponde sono rare come la difesa della palla. Per cercare spazi tutti tendono ad allargarsi e non a caso in fascia qualche scambio si vede. Il problema è che il risultato sono cross per attaccanti tutti attorno al metro e settanta.
Martino è stato tradito dalla fortuna con l'infortunio del Kun che si è aggiunto a quello di Messi. Nel corso delle partite è risultato chiaro che il giocatore del City è l'unico a poter ricoprire il ruolo di centravanti malgrado la stazza, soprattutto per attitudine a lottare coi difensori e tagliare in area. Tevez, uno dei grandi ripescati del Tata, doveva essere il suo alter ego, ma in campo ha dimostrato una forte allergia al ruolo che lo portava sempre ad arretrare ed allargarsi.
Ecuador e Paraguay hanno sofferto pochissimo contro l'Argentina, ed entrambe probabilmente si aspettavano invece una partita in trincea. Indovinate cosa sembra mancare? Un vero nueve che faccia da riferimento e dia sfogo al gioco. Una cosa già successa nell'Argentina tanto tempo fa.
L'abbondanza e la qualità del reparto offensivo sembra si stiano ritorcendo contro l'allenatore, che dovendo scegliere si sta perdendo tra le troppe opzioni disponibili. In più Martino sembra essere sulla stessa strada di Barcellona, quando invece di cercare un sistema di gioco in attacco preferì dare carta bianca al talento degli attaccanti, lasciandoli liberi. Con risultati deludenti.

Se l'Argentina fatica tanto a proporre gioco vuol dire che il centrocampo, in definitiva, non funziona. Il Tata ha scelto di puntare su un reparto con degli equilibri particolari.
La linea composta da Pastore, Mascherano e Biglia è stata varata dopo la prima partita di Copa America. In realtà non è praticamente mai a tre: il Flaco viene quasi sempre assorbito nella metà campo offensiva e in mediana rimangono Mascherano e Biglia a formare quello che in Spagna chiamano doble pivote o doble cinco in termini argentini. L'idea di Martino è di sfruttare Mascherano per la prima impostazione e la copertura profonda, Biglia per gestire la mediana e Pastore per collegare centrocampisti e attaccanti. Addirittura non è raro vedere i tre praticamente in verticale, ma questo invece di aiutare riduce tantissimo le opzioni di gioco e lascia pochi sbocchi al palleggio, che si deve rifugiare spesso in verticalizzazioni o lanci per le punte. Biglia e Mascherano poi sono giocatori più simili che complementari e sembrano togliersi spazi e palloni a vicenda. Forse anche perchè abituati da sempre a svolgere quel ruolo da soli.

Ma il vero grande problema di Martino si chiama spazio. La sua Argentina è lunghissima, tra tutti i reparti a seconda dei casi, e da questo nasce la permeabilità difensiva, la sterilità offensiva e l'incapacità di articolare il palleggio.
La difesa, soprattutto coi centrali, resta spesso bassa, con Mascherano che si schiaccia su di loro. Almeno un terzino sale sempre ad accompagnare l'azione fino a centrocampo. In mediana rimangono quindi Biglia e Pastore, che non è difficile come detto vedere in verticale tra loro. Gli attaccanti invece rimangono alti, il più delle volte sopra la trequarti avversaria.
Il campo è coperto malissimo e le uniche opzioni di gioco sono o lo scambio orizzontale corto tra difensori e mediani, o il lancio lungo per le punte che vanno in profondità, o la verticalizzazione verso un centrocampo con pochi uomini, o i tentativi personali. Tutti i giocatori non avendo opzioni immediate tendono a toccare molte volte la palla, favorendo la disposizione dei difensori avversari.
L'Argentina diventa chiaramente pericolosa quando il pallone riesce in qualche modo a superare la metà campo, ma anche in queste situazioni è evidente la mancanza di uno spartito comune. Gli uomini offensivi si distribuiscono su tutto il fronte d'attacco, ma restano fermi e fronte alla porta, cercano gli uno-due stretti, ma restano soluzioni estemporanee dettate dall'estro, esattamente come i tentativi di uno contro uno.
C'è poi il problema della copertura difensiva. Gli attaccanti contribuiscono poco in non possesso, soprattutto in termini di ripiegamento difensivo, abbandonando i mediani al loro destino. Solo Lavezzi, che non è un titolare, ha veramente la corsa e il fisico per coprire. A questo si aggiunge il fatto che Pastore, che già di suo non è un mediano di fisico, spesso è chiamato a spostarsi per il campo per cercare la posizione e collegare i reparti, cosa che complica di molto la fase di copertura. Biglia e Mascherano insomma sono abbandonati e anche i terzini sono brutalmente esposti agli uno contro uno in fascia.

Un ottimo compendio dei problemi dell'albiceleste si ha guardando la partita con l'Ecuador.
Martino ha estremizzato alcune sue idee tattiche schierando una sorta di 3-3-1-3 con Mascherano tra i due centrali, Biglia coi terzini a centrocampo e Pastore dietro agli attaccanti. Il modulo chiaramente non era fisso, ma soprattutto la composizione difensiva è stata insistita. L'Argentina però in questo modo ha consegnato di fatto il centrocampo in mano alla linea a quattro ecuadoregna e i terzini così alti e lasciati solo a coprire lo spazio sono stati divorati da velocissimi esterni come Valencia e Montero.
Una partita preparata male che ha mostrato tutti i limiti attuali di questa squadra, che senza Messi non ha l'unico vero solista nettamente sopra a tutti gli altri in grado di giocare da solo e prescindere da ogni schema.



10 set 2015

Daley Blind, il jolly

Daley Blind è l'unico giocatore della sua generazione ad essere riuscito ad andare oltre i confini dell'Ajax. Le giovanili del club di Amsterdam infatti sono rinomate per qualità e prolificità, ma dopo l'exploit dei talenti sbocciati negli anni '90 e la successiva generazione dei vari Sneijder, de Jong e Van der Vaart ha faticato a esportare prodotti di qualità. In compenso i nuovi prospetti nati negli anni '90 promettono tantissimo, ma non è questo il momento di parlarne.

Blind nasce nel 1990 ed è da sempre all'Ajax anche perchè figlio d'arte. Suo padre Danny infatti ha militato nel club per tredici anni, vincendo tutto il vincibile e mettendo insieme 372 presenze. Ha poi anche allenato l'Ajax, sia giovanile che non, e oggi è alla guida dell'Olanda.
Daley quindi fa tutta la trafila delle giovanili e si impone come elemento di spicco, tanto da arrivare in prima squadra nel 2008. Di ruolo è un terzino sinistro naturale, che ha come caratteristica principale un ottimo mancino. In sei stagioni con l'Ajax mette insieme 148 presenze, ma è la sua evoluzione tecnica ad essere interessante.
Blind infatti è un terzino da sempre, ma per il ruolo ha delle controindicazioni. Poco fisico, poca corsa, poco uno contro uno lo rendono un giocatore tattico molto diverso dai classici fluidificanti che riempiono gli highlights. Ciò nonostante de Boer non ci rinuncia praticamente mai, tanto che a un certo punto in diversi hanno pensato che pesasse soprattutto il cognome.
Invece il tecnico dimostra tutto il suo reale apprezzamento per Blind nel 2013/2014. Il ragazzo inizia la stagione come terzino titolare, ma finisce per giocare quasi tutto il resto dell'anno come mediano davanti alla difesa. Un ruolo scoperto in quell'Ajax, che de Boer ha deciso di affidare al suo giocatore migliore nelle letture tattiche, seguendo anche l'idea di Guardiola che praticamente in contemporanea varava l'esperimento Lahm centrocampista. Blind dimostra un ottimo adattamento al ruolo, sfruttando ancora una volta i suoi punti di forza: lettura del gioco, piede, scelte veloci.
È un mediano tattico, che sfrutta la sua capacità di leggere l'azione per sopperire ai limiti fisici e dinamici. Gioca molti palloni in un contesto molto organizzato dando ritmo ed equilibrio. Non è un regista tutto fantasia e verticalizzazioni, ma un elemento solido, continuo, capace di alimentare l'azione e quando serve cambiare gioco.

Blind disputa una stagione di alto livello e l'Ajax vince un titolo che in pochi si aspettavano a inizio anno, il quarto consecutivo. In estate si trasferisce al Manchester United, club dove si è appena insediato Van Gaal, suo allenatore al Mondiale brasiliano nell'Olanda fino a poche settimane prima. L'apprezzamento tecnico di Van Gaal per Blind è certo, e nel calderone che è il suo United l'allenatore sfrutta il giocatore come un vero jolly.
In una stagione e spiccioli Blind viene schierato terzino a quattro, terzino a tre, centrale a quattro e mediano davanti alla difesa. Praticamente qualunque ruolo in un triangolo di campo di una ventina di metri sul centro-sinistra, a seconda delle necessità.
Come mai questa ulteriore evoluzione?

In sostanza Blind ha delle qualità ben definite, legate principalmente al playmaking, e viene mandato in campo grazie a queste. Può ricoprire diversi ruoli perchè tatticamente legge bene il gioco e gli allenatori possono spostarlo a seconda del bisogno. I suoi limiti però hanno sempre delle controindicazioni, dei se e dei ma che portano a pensare che Blind non sia il giocatore ideale su cui fare affidamento come titolare in modo costante. Almeno non in un ruolo fisso.
Blind è un jolly, ma nel senso che non ha un ruolo. Sa ricoprirne diversi, ma in nessuno è veramente realizzato. Date le sue qualità pur da adattato risulta superiore a giocatori di ruolo scarsi, ma il suo apporto non è paragonabile a quello di un giocatore di ruolo vero e forte. Confrontato a uno specialista appare chiaramente diverso, con pregi diversi magari anche distanti dalle specifiche del ruolo.
Non a caso Van Gaal in questo inizio di 2015 lo sta schierando con continuità come difensore centrale. A sinistra infatti il tecnico sta finalmente puntando su Shaw, mentre a centrocampo tra Carrick, Scheiderlin e Schweinsteiger c'è concorrenza. A livello di centrali invece la penuria è evidente, sia numericamente che qualitativamente. Nessuno del pacchetto arretrato vede il gioco come Blind nè ha il suo piede. E quindi Blind gioca.

Il suo principale punto di forza gli si ritorcerà contro prima o poi? Verso i ventisei anni essere un jolly, un senza ruolo per definizione, è un pregio o un difetto?
Per quanto ancora Blind troverà un posto da titolare per mancanza di alternative di ruolo credibili?