2 set 2013

Presente e prospettive di Esteban Cambiasso


La stagione 2013/2014 dell'Inter è appena iniziata e la squadra di Mazzarri ha già lasciato intravedere qualche segnale positivo. Poco saggio lanciarsi in giudizi affrettati -d'altronde sarebbe stato difficile non crescere rispetto al triste epilogo dello scorso campionato-, eppure alcuni miglioramenti a livelli tattico e caratteriale sembrano essere evidenti. In un contesto di squadra organizzato, con reparti ordinati, un livello minimo di sincronismi, coperture e un'idea di gioco definita, la valutazione del singolo assume allora un valore più razionale e oggettivo.

In queste prime partite diversi nerazzurri hanno dato l'impressione di poter essere giunti a un punto di svolta nelle rispettive carriere, beneficiando di una preparazione fisica adeguata e soprattutto di un impianto di gioco ben definito, con ruoli e compiti chiari sia in fase offensiva che in quella difensiva. Il rischio che si tratti di timidi fuochi di paglia rimane ancora piuttosto elevato, ma finora la crescita nel rendimento di giocatori come Jonathan e Ricky Alvarez è innegabile. L'argentino, in particolar modo, schierato da interno sembra essere un altro giocatore, o meglio, sembra essere l'elemento che Ricardo Gareca aveva plasmato per completare il suo splendido Velez: forza fisica e qualità al servizio della squadra.

Tuttavia c'è anche chi, come Esteban Cambiasso, in queste prime uscite ha confermato le difficoltà emerse prepotentemente negli ultimi anni. L'attuale capitano dell'Inter ha avuto un brusco calo già nella stagione successiva allo storico Triplete targato José Mourinho e, eccezion fatta per qualche raro scatto d'orgoglio, ha mantenuto un livello di gioco che poco ricorda il magnifico centrocampista acquistato a parametro zero dal Real Madrid. In grado di giocare mezzala, mediano e all'occorrenza anche trequartista, il numero 19 era uno splendido risultato di tecnica, sacrificio, agonismo e senso tattico: tutte caratteristiche che lo hanno portato a diventare uno dei migliori interpreti al mondo nel proprio ruolo. Ma oggi, se da un lato la sapienza tattica è rimasta immutata, il crollo atletico è impietoso ed evidente agli occhi di tutti, tanto da portare sotto i riflettori difetti più o meno gravi finora passati inosservati.

La velocità non è mai stata una specialità della casa, ma con la perdita di ritmo e intensità il Cuchu ha pagato dazio anche per quanto riguarda agilità e presenza nel breve, risultando molto meno efficace come recupera-palloni e diventando un ostacolo facilmente superabile, soprattutto in campo aperto. L'anno scorso, schierato mediano davanti alla difesa, tutti questi limiti sono stati messi a nudo dalle distanze siderali tra i reparti, ma l'impressione è che anche con una squadra più corta soffra il passo e gli inserimenti dei centrocampisti avversari. Problema simile si riscontra anche al momento di effettuare il pressing, quando idee e gambe non vanno di pari passo e il ritardo in uscita di una frazione di secondo può trasformarsi in un pericoloso contropiede.

In fase di possesso palla Cambiasso non si è mai distinto per geometrie o tempi -non è infatti casuale l'importanza di Thiago Motta nella conquista della Champions League-, ma per l'intelligenza nella giocata, la velocità di pensiero e la capacità innata negli inserimenti, retaggio dei trascorsi da trequartista. Di conseguenza non sono una sorpresa gli errori in fase di impostazione, soprattutto se costretto a giocare lungo, e l'incremento di palloni persi sotto pressione. Tuttavia il problema più grave è che un giocatore nel suo ruolo non può rifiutarsi di ricevere palla nascondendosi dietro all'avversario, nè può limitarsi e arrendersi alla costante del passaggio arretrato a uno dei tre difensori, come accaduto in diverse uscite recenti.

Quella legata a Cambiasso è dunque una questione che andrebbe affrontata il più presto possibile, mettendo in chiaro peso e ruolo del secondo giocatore più pagato nella rosa, secondo solo al connazionale Diego Milito. Un elemento fino a poco tempo fa imprescindibile e uno dei centrocampisti più forti nella storia dell'Inter, ma che a soli 33 anni sembra aver intrapreso un inesorabile declino: destino sorprendente e inimmaginabile, forse dovuto a quella stessa sapienza calcistica su cui Esteban può aver fatto eccessivo affidamento trascurando l'aspetto atletico, fondamentale nel calcio di oggi. Il Cuchu è ancora in grado di dire la sua, se utilizzato con intelligenza e, probabilmente, come interno di centrocampo, per poter sfruttare quei tempi di inserimento e quell'ultimo passaggio che ha sempre saputo mettere in mostra. Davanti alla difesa non garantisce con continuità nè sufficiente copertura, nè determinate geometrie, mentre un futuro nel reparto arretrato non sembra essere ipotesi percorribile e credibile.
La società nerazzurra finora non ha perso occasione per dimostrare fiducia totale nel giocatore argentino più vincente della storia,  non considerando prioritari investimenti significativi nel suo ruolo. Una strategia che inevitabilmente lascia quesiti e dubbi, a partire dalla scelta di costruire la squadra attorno a quello che è sempre stato un gregario. Magnifico, ma pur sempre gregario.

27 ago 2013

La scelta di Samuel Eto'o


Samuel Eto'o è sempre stato un professionista e un professionista si muove per soldi, soprattutto se è uno dei migliori al mondo in quello che fa. A 30 anni dopo due triplete consecutivi ha di fatto scelto di porre fine alla sua carriera ad alto livello, pur avendo ancora i mezzi, per sposare un progetto da quasi 2 milioni di euro al mese.
Il trasferimento all'Anzhi ha fornito dimostrazione tangibile sia di dove l'uomo Samuel Eto'o sia disposto ad arrivare se lautamente compensato (del resto non si dimentichi che aveva fatto più di un pensiero per andare a giocare in Uzbekistan quando non sapeva come liberarsi dal Barcellona) sia del suo status a livello internazionale, perchè non si puntano così tanti soldi su un giocatore se non si crede di avere un forte ritorno.

A due anni di distanza le cose sono cambiate ed Eto'o si trova nelle condizioni di dover tornare nell'Europa che conta. Col suo nome qualcuno lo cercherà sempre, il problema sono le richieste rapportate all'età e ai sostanziali due anni di vacanza.
La scelta pare essere circoscritta a Chelsea e Inter.
La squadra di Londra lo cerca su richiesta di Josè Mourinho, l'allenatore che gli ha permesso di vendicarsi del Barcellona e ha sempre avuto un debole per lui fin dalla prima avventura nella squadra di Abramovic. Il portoghese vuole una punta, possibilmente di un certo spessore, e Samuel sarebbe un perfetto condottiero per tutte le giovani leve dell'attacco anche per il suo grande feeling con la Champions League.
L'Inter lo cerca perchè sa che campione sia e cosa voglia dire averlo in rosa. Può fare la differenza per raggiungere quella coppa indispensabile a fini di bilancio. Eto'o si è trovato bene a Milano e in nerazzurro, ha lasciato un po' frettolosamente tutti in una notte di mezza estate e senza di lui  è calato il sipario. La tentazione di richiamarlo a effetto c'è e a lui piace sentirsi apprezzato.

La scelta in definitiva è sua, visto che l'Anzhi pare disposto a svincolarlo senza oneri. Cosa può influire?
Il Chelsea è una squadra ricca, giovane e (ovviamente) della Premier League, il campionato numero uno al mondo anche per giro d'affari. Sulla carta nessun problema di stipendio, garanzie tecniche da top team, Champions League da giocare con prospettive elevate (del resto l'hanno vinta nel 2012, e l'Europa League nel 2013) e un allenatore tremendamente vincente, carismatico, con cui ci sono stima e fiducia reciproche.
L'Inter è in una delicatissima fase di transizione che coinvolge anche la proprietà, con le casse ai minimi storici, reduce da un sesto e un nono posto negli ultimi due anni, senza coppe da giocare. La Serie A è il quarto campionato in Europa, con outlook negativo. La squadra è un cantiere aperto, con equilibri tutti da trovare e gerarchie da scrivere. Non so cosa Eto'o possa pensare di Mazzarri, ma non mi stupirei se non lo conoscesse nemmeno.

Si capisce benissimo che per Eto'o l'Inter sarebbe una scelta di vita. Accettare uno stipendio ridotto (e per lui contano i soldi), un progetto difficile, come per ricambiare la fiducia avuta nel 2009 e la libertà di scelta del 2011. Venire a Milano da leader assoluto, simbolo, punto di riferimento e quindi accettare oneri e onori di una situazione che sembra al massimo portare a una qualificazione alla Champions League. Basteranno l'affetto e la considerazione?

24 ago 2013

Juan Manuel Iturbe

 
Juan Manuel Iturbe è uno di quei nomi che si sente da anni malgrado il ragazzo sia nato nel 1993 ed è uno di quei nomi da paragone scontato. Piccolo, mancino, velocissimo, gran dribbling, in Paraguay è diventato il Messi guaranì in tempo zero, ovviamente facendo riferimento al primo Lionel più che al realizzatore di oggi.
Nato a Buenos Aires, ma cresciuto in Paraguay esordisce nel Cerro Porteño addirittura nel 2009. Nel 2011 lo acquista il Porto, ma essendo ancora minorenne resta un'altra stagione nel suo club. Nella squadra portoghese trova pochissimo spazio anche per la concorrenza dei vari Hulk, Varela, James Rodriguez e nel 2013 viene quindi mandato in prestito semestrale al River.

Come caratteristiche parliamo di un giocatore molto esplosivo e veloce, sia nel breve che in allungo, con un mancino tecnicamente rilevante. Vive di uno contro uno, sa giocare sull'esterno sia a destra che a sinistra, ha un buon tiro anche se non è un realizzatore. Presenta però i limiti tipici di un giocatore che ha assaggiato poco campo (scarsa capacità tattica, una certa anarchia nel ruolo) e dei giovani di talento che sanno di essere bravi (tendenza a fare tutto da solo, discontinuità). C'è da dire che non ha mai avuto continuità di impiego se non in Argentina, dove pur non incidendo particolarmente (3 gol) era una pedina importante per il gioco di Ramon Diaz.

Il vero tratto caratterizzante è la personalità. Iturbe è un lottatore, ma soprattutto un ragazzo capace di prendere decisioni nette anche mettendosi contro tutti.
A fine 2009 ebbe una seria disputa contrattuale col Cerro rifiutandosi di firmare un rinnovo, e fu escluso dalla squadra.  Considerandosi svincolato si trasferisce in Argentina ad allenarsi col Quilmes, ma al termine di una battaglia legale fu costretto a tornare in Paraguay o a non giocare fino al compimento dei 18 anni, data in cui sarebbe decadduto ogni sul legame col Cerro.
Per quanto riguarda la nazionale, Iturbe ha rappresentato il Paraguay a livelli Under-17 e Under-20. Ha scelto però la nazionale maggiore argentina, facendo infuriare un paese intero che vedeva in lui una grande speranza futura. Da parte dell'AFA fu un vero e proprio furto dato che approfittarono della presenza del ragazzo in Argentina nel 2010 per invitarlo a degli allenamenti della seleccion Sub-20, inserendolo anche nella squadra destinata a fare da sparring alla nazionale maggiore nei Mondiali 2010.

Una testa calda? Forse. Un giovane di carattere di sicuro. Tanto talento quasi del tutto ancora da incanalare, un curriculum già ricco di aneddoti. Rischio o investimento?

12 ago 2013

Le amichevoli dell'Inter


La partita col Real Madrid ha chiuso il calcio estivo dell'Inter. Già il 17 Agosto è tempo della prima partita ufficiale, l'umiliante preliminare di Coppa Italia.
Il ritiro e la tournèe americana hanno visto la squadra impegnata in 8 amichevoli, contro Trentino Team, Vicenza, Feralpi Salò, Amburgo, Chelsea, Valencia e appunto la squadra di Ancelotti. Il livello è chiaramente diverso, con le prime tre partite sostanzialmente di rodaggio, una intermedia e poi la Guinnes Cup. Partiamo dicendo che il livello delle prestazioni tutte è stato fortemente influenzato dai notevoli carichi di lavoro che hanno appesantito le gambe e appannato la lucidità. Tuttavia diversi aspetti sono risultati evidenti.

I numeri parlano di 10 gol segnati e 11 subiti in 8 partite, con 3 vittorie, 2 pareggi e 3 sconfitte. La situazione peggiora di molto se depuriamo il dato dalle amichevoli più semplici. 8 gol infatti sono arrivati contro Trentino Team, Vicenza e Feralpi Salò, contro 1 subito (3-0, 3-1 e 2-0 i risultati), mentre le partite più impegnative hanno visto 2 gol segnati e 10 subiti (1-1, 2-0, 4-0, 1-1 e 3-0).
Purtroppo le scorie degli ultimi anni non si cancellano con un buon ritiro. Che la squadra abbia paura e tenda a scoraggiarsi è evidente, così come è chiaro che ormai le sconfitte siano accettate come normali o addirittura inevitabili.
La difesa è ancora abbadonata a se stessa da un centrocampo anarchico e fisicamente inadeguato, ma i singoli soffrono troppo i tagli e le giocate nello stretto. A volte sembra che manchi comunicazione per come si perdono le marcature e si percepisce una certa leggerezza generale figlia probabilmente dell'abitudine a prendere gol. La linea risulta spesso troppo bassa e pochissimo aggressiva.
Il centrocampo è il reparto messo peggio, come accade costantemente da anni. Il reparto è difficile da amalgamare a causa delle particolari caratteristiche dei singoli, e il risultato purtroppo è inadeguato. Qualche spunto offensivo si trova, la fase di non possesso però risulta assolutamente deficitaria, sia nel giro palla che nella copertura che, anzi soprattutto, nell'opporsi al palleggio avversario. Indispensabile il mercato, inutile girarci attorno. Mazzarri attende da mesi un esterno destro titolare, ma sarebbe il caso di avere anche un nuovo centrale per far accomodare in panchina un Cambiasso ormai inaffidabile. Avrà anche lavorato molto in ritiro, ma in mezzo al campo non riesce a essere sufficiente in nessuna delle due fasi, con rarissimi spunti di classe. Del resto è dal 2010 che non ricopre un ruolo simile, e ci sarà anche un motivo. Ha giocato tutte la partite da titolare rendendo chiarissima a chiunque la situazione. Bella sorpresa Patrick Olsen, che con personalità e applicazione ha dimostrato di avere la stoffa.
Il reparto offensivo, totalmente ristrutturato, paga la giovane età media, l'assorbimento del lavoro, il ramadan di Belfodil e le difficoltà generali del resto della formazione. La squadra ha sempre creato poco e raramente ha tenuto il possesso. Palacio è il totem di riferimento, ma è impensabile chiedergli di fare tutto. Personalmente ho avuto ottime impressioni da Belfodil, che nonostante le difficoltà fisiche ha messo in mostra un repertorio molto interessante. Come movimenti collettivi non si è visto molto, ed essendo un reparto così giovane non si può pretendere che facciano tutto da soli.

La squadra, ripeto, ha di sicuro dovuto assorbire un lavoro fisico pesante (causa primaria del disastro contro il Valencia, per dire), ma l'impressione non è decisamente delle migliori. Poche idee soprattutto in attacco, tanta paura in difesa, troppa staticità, scarso sostegno tra compagni e tendenza a farsi schiacciare bassissimi. Inoltre, un'impostazione affidata decisamente troppo ai lanci lunghi.
Per quanto Mazzarri abbia una sua impronta ben definita come tecnico, è percepibile la difficoltà a portarla sul campo.






25 lug 2013

Galo campione


La Copa Libertadores è una competizione con un fascino particolare, legato indissolubilmente all'alone di magia del calcio sudamericano. Il Brasile è il grande dominatore della competizione negli ultimi anni: bisogna risalire al 2004 per trovare una finale senza squadre verdeoro e al 2009 per l'ultimo vincitore non brasiliano (l'Estudiantes).
La finale 2012 aveva visto la sfida tra una squadra con tradizione e mistica, il Boca Juniors,  e una "vergine" desiderosa di imporsi, il Corinthians. La finale 2013 si è presentata con la stessa struttura (la tradizione dell' Olimpia contro la voglia dell'Atletico Mineiro), considerando le nette differenze tecniche, ed è finita allo stesso modo con l'imposizione del nuovo che avanza.

Il Galo è riuscito a sfatare la tradizione che vuole la dominatrice della fase a gironi incapace di vincere la Copa. Di gran lunga la squadra più spettacolare della competizione, l'allenatore Cuca ha messo insieme un 4-2-3-1 tutto talento e gioco offensivo. Il motore non poteva che essere Ronaldinho, colui che ha messo il Mineiro nell'elenco delle grandissime del continente e settimo giocatore capace di vincere Champions e Libertadores con Dida, Cafu, Roque Junior, Sorin, Tevez e Samuel. Attorno a lui un insieme di giocatori reduci da esperienze europee (Rever, Jo, Josuè, Diego Tardelli) e talenti in ascesa (Bernard, Luan), tutti con in testa l'idea di tenere il pallone e segnare più degli avversari. Non a caso Jo, letteralmente rinato, ha chiuso da capocannoniere a 7 gol davanti a Diego Tardelli con 6, cui si aggiungono i 4 di Dinho, conditi da 7 assist. Altro punto di forza l'inespugnabilità del Mineirão, in cui la squadra vanta 53 risultati utili consecutivi, comprese le due rimonte sotto 2-0 contro il Newell's in semifinale e contro l'Olimpia in finale.
L'Olimpia dal canto suo è stata la finalista a sorpresa, sottovalutata da tutti, ma capace di dettare legge nel girone e di eliminare la Fluminense ai quarti. Difesa dura, tanta corsa e ripartenze esplosive guidate da Salgueiro e Barreiro. Giovane interessante Alejandro Silva, buon piede e attenzione tattica. Collettività, sacrificio e anche per loro la fortezza casalinga del Defensores del Chaco di Asuncion. Guidati da Ever Almeida (ex portiere del club già vincitore della Copa) nel corso della doppia sfida hanno avuto le occasioni più nitide per vincere, fallendole però clamorosamente (si ricorderanno a lungo della scivolata di Ferreyra a porta vuota).

Decisiva è stata l'attitudine mentale. L'Olimpia al ritorno è stata troppo rinunciataria, troppo arroccata, troppo poco cattiva nelle tante occasioni avute. Anche nelle sortite offensive sembrava più preoccupata di perdere tempo che non di trovare un gol. L'Atletico si è giocato le sue carte e i suoi rischi, ben consapevole di essere permeabile in difesa, ma di poter segnare molto. 2 gol sono arrivati, ci sono state anche 2 traverse e diverse altre occasioni. Ronaldinho non è stato decisivo, ma ha risposto presente (mentre all'andata era scomparso dal campo), Bernard si è sacrificato pure troppo e ha gestito con sapienza la palla, però su tutti svetta Jo, che appena ha trovato un minimo di spazio è stato letale sotto porta e preziosissimo nello sviluppo del gioco. Cuca ha vinto la sua partita a scacchi con Almeida togliendo un mediano puro a inizio secondo tempo per schierare un centrocampista incursore. Rosinei ha scombinato le sicurezze difensive dei paraguaiani in fretta, dando inizio alla rimonta. Il cambio di Almeida invece, Ferreyra per Barreiro, doveva aiutare la squadra a prendere campo, ma ha finito per azzerare ogni tentativo di ripartenza per la lentezza del tanque.

Ronaldinho ha vinto la sua personale scommessa e può godersi il dolce sapore della vittoria, che tutti attribuiranno a lui.

24 lug 2013

Habemus Tata


Il Barcellona per qualche minuto ha deciso di sembrare un club normale. Invece di seguire l'amata autarchia assoluta in ogni ambito ha deciso per la prima volta dal 2008 di affidarsi a un tecnico esterno. Per di più facendo una scelta se non proprio imposta dal suo leader tecnico Messi quantomeno caldeggiata dalla pulce argentina. Gerardo el Tata Martino, argentino nato a Rosario nel 1962 è il nuovo allenatore del Futbol Club Barcelona.

Malgrado le malelingue, non parliamo di un raccomandato.
Il Tata inizia ad allenare nel 1998 e ha una solida carriera alle spalle. Il maestro è Marcelo Bielsa, la palestra il Paraguay. Dal 2002 al 2006 si impone come figura dominante del calcio albirojo vincendo 6 titoli (il campionato si divide in Apertura e Clausura) alla guida di Cerro Porteño e Libertad, con cui conquista anche una semifinale di Libertadores.
Visti i risultati la Federazione gli offre la panchina della nazionale. Dal 2007 al 2011 porta il Paraguay ai quarti della Copa America 2007 (appena insediato), ai quarti del Mondiale 2010 (eliminato dalla Spagna per 1-0) e alla finale persa contro l'Uruguay in Copa America 2011.
Nel 2012 arriva finalmente ad allenare in Argentina (escludendo una brevissima parentesi nel 2005), proprio nella sua Rosario. Resuscita il Newell's portandolo al secondo posto nell'Inicial 2012 e alla vittoria nel Final 2013, aggiungendo un'altra semifinale di Copa Libertadores.
Al Barcellona avrà il suo primo impatto col calcio europeo, col grande vantaggio di trovarsi a disposizione del materiale tecnico straordinario.

Ma che tecnico è Martino?
La grande fonte di ispirazione è ovviamente il lavoro di Marcelo Bielsa, suo allenatore ai tempi del Newell's e idolo assoluto del calcio rosarino. Non è però un integralista e nel corso degli anni ha dimostrato grande spirito di adattamento e capacità di sfruttare al meglio i punti di forza a sua disposizione. I due migliori nonchè più accessibili esempi rappresentativi del suo calcio sono il Paraguay della Copa America 2011 e il NOB 2012/2013.
La nazionale albiroja aveva un'evidente carenza di talento che rendeva inutile tentare di impostare alchimie di calcio spettacolo. Presentava invece una notevole fisicità e disposizione al sacrificio, che Martino ha saputo canalizzare ed esaltare. Spirito di gruppo, grande solidità, attenzione in copertura e corsa, tanta corsa, senza badare alle giocate raffinate. Un calcio molto pratico predicato sulla garra e sulle ripartenze improvvise.
Il Newell's 2012/2013 è al contrario chiaramente una squadra di stampo bielsista. Molto offensiva, con una manovra d'attacco organizzata e fluida. Palla a terra, tanti movimenti, un attacco "leggero" con un centravanti molto mobile come Nacho Scocco accompagnato da esterni rapidi e ficcanti, ma anche attenti a coprire. A centrocampo due interni con corsa verticale (con l'eccezione di Cruzado, più da possesso) e uno schermo davanti alla difesa come Diego Mateo, posizionale, fisico e fondamentale per ricevere il primo passaggio e far partire la manovra (dettaglio che in Spagna conoscono benissimo). Grande attenzione anche alla corsa dei terzini, fondamentali per allargare il gioco e molto coinvolti in zona gol. Possesso palla e controllo dei ritmi.
Due modelli di calcio quasi opposti, soprendentemente sviluppati dallo stesso allenatore. In comune troviamo la grande capacità di leggere gli spazi (esaltata da una parte difensivamente, dall'altra offensivamente), una certa attenzione sulla corsa e la valorizzazione dei talenti individuali.

Restano da citare le parole di Bielsa circa la leadership del suo allievo (che fisicamente gli somiglia sempre di più col passare degli anni):
"Destaco 4 cosas de Gerardo Martino como líder: 1. Siempre que decía hablaba, tenía algo para decir, algo que valiera la pena; 2. Cuando hablaba, nunca levantaba la voz; 3. Él entraba al vestuario y aunque no hablara, bajaba el nivel del murmullo; 4. Cuando él contaba un chiste, todos nos reíamos. Cuando yo me iba a casa y lo contaba, nadie se reía. Y eso que jugaba de local."

Il suo calcio ovviamente non è il tiki-taka di Guardiola, ma nemmeno la verticalità esasperata del Loco. Per capacità tattiche e spirito abbiamo una figura interessantissima, su una panchina meno facile di quel che sembra.

22 lug 2013

Suerte Tito


Tito Vilanova si congeda dalla panchina del Barcellona per concentrarsi su una battaglia ben più importante. Chiude momentaneamente la sua esperienza da primo allenatore con un campionato vinto e stradominato che ci regala qualche spunto di analisi.

Innanzi tutto, Vilanova non è Guardiola, nemmeno come origine. Pep prese in mano una squadra da rinnovare nello spirito e negli uomini, Tito ha più che altro dovuto lavorare sulle motivazioni di campioni ormai stravincenti e stracollaudati. Lo stesso Guardiola nella stagione 2011-2012 aveva affrontato derive tattiche al limite dell'inquietante per cercare di trovare nuovi stimoli, Vilanova ha cercato di portare qualche idea nuova. In particolare una più insistita spinta offensiva (di cui Jordi Alba è un pò il simbolo) e qualche verticalizzazione in più.
Il Barcellona ha dominato la Liga, con un girone d'andata storico da 18 vitttorie e 1 pareggio. Alla fine 100 punti, solo 2 sconfitte, 115 gol fatti.
Rispetto al passato ha palesato un netto aumento dei gol subiti (40, una cifra che non si vedeva dal 2007-2008) frutto di una difficoltà generale a mantenere l'equilibrio e organizzare la transizione difensiva, oltre che magari un minimo di presunzione. Problemi evidenziati dalle gare a eliminazione diretta sia in Copa del Rey che in Champions League, dove comunque la squadra è arrivata alle semifinali (eliminata da Bayern Monaco e Real Madrid).
La centralità assoluta di Messi invece è stata un'evoluzione praticamente ineludibile del lavoro del suo predecessore. Nel corso degli anni la pulce è diventato sempre più simbolo, leader e bomber, accentrando attenzioni e gioco. Con Vilanova gran parte delle azioni venivano orchestrate da lui, piazzato nel suo ufficio sulla mezzaluna dell'area. Tremendamente efficace come sempre (46 gol in 32 partite in campionato, con solo 4 rigori), forse un filo troppo prevedibile in Champions League dove ha reso un pò meno che nelle precedenti edizioni. Concentrarsi su un solo giocatore, per quanto fenomenale, porta sempre dei rischi.

Va però sottolineato che l'esperienza di Vilanova è stata segnata dalla sua malattia, che l'ha costretto a ritirarsi a New York per delle cure da Dicembre ad Aprile. In quel periodo la panchina è stata affidata al suo vice Roura. Pur senza avere risultati disastrosi, la differenza di atteggiamento della squadra era percepibile. Probabilmente era solo un fatto inconscio, ma tutti facevano qualcosa di meno e in generale l'impressione era che Roura non avesse il carisma per decidere veramente qualcosa (mentre, com'è ovvio, Tito in videoconferenza da New York non poteva risultare incisivo).
Senza alcuna pretesa di ottenere certezze, è un bell'indizio per tutti i famosi discorsi del Barcellona che si allena da solo grazie ai propri fenomenali fuoriclasse e al gioco collaudato.

Suerte Tito, porta a casa anche questa vittoria.