14 mag 2012

Bambino Pons

No, non è il nuovo astro nascente del calcio sudamericano, ma Juan Manuel Pons è balzato agli onori della cronaca pochi minuti dopo il palpitante finale di City-QPR, quando ha celebrato il gol di Sergio Aguero alla sua maniera, cantando un improbabile coro sulle note di "Na Na Hey Hey Kiss Him Goodbye". Per il telecronista argentino non è la prima esibizione e dall'altra parte dell'Atlantico è famoso per i karaoke inscenati durante le partite della Premier League e non solo.

Ecco una piccola raccolta delle sue esultanze più famose.

http://www.youtube.com/watch?v=HbRNXpo_wkU

http://www.youtube.com/watch?v=dckm_tEb5yA
http://www.youtube.com/watch?v=kG7byTxAgzc
http://www.youtube.com/watch?v=8WxdldhIuV4
http://www.youtube.com/watch?v=m7vlaUkQ2dk
http://www.youtube.com/watch?v=C-e6WKfchEU
http://www.youtube.com/watch?v=66TuTcPWlVw
http://www.youtube.com/watch?v=2ICQmcYNuy4
http://www.youtube.com/watch?v=ZFFAxxcwbN8

12 mag 2012

I nuovi giovani verdeoro

Il Brasile tutto fa del calcio una religione. La ferita dei Mondiali 1950 è ancora aperta, quindi è naturale che tutti vedano nell'edizione 2014 la grande opportunità di riscatto storico.
Non è un caso che dal giorno della sconfitta con l'Olanda nel 2010 con conseguente defenestrazione di Dunga la CBF tutta abbia iniziato a lavorare per plasmare la nazionale del futuro.

Il Brasile nel frattempo è anche uno stato in forte crescita economica. Non più una nazione con prospettive future, ma una realtà del presente, destinata ad acquisire importanza anche grazie ai Mondiali 2014 e alle Olimpiadi 2016. La disponibilità economica e l'interesse suscitati fanno si che in Brasile circolino molti più soldi che nel recente passato, con conseguenze dirette anche sul mondo del calcio.

In Brasile i grandi club oggi possono permettersi di tenere i loro talenti, offrendo un posto da titolare e uno stipendio in linea (se non superiore) a quello che possono offrire club europei grazie a partnership con diversi sponsor. Ad esempio per coprire d'oro Neymar il Santos si avvale di qualcosa come 11 partner commerciali. Di sicuro qualcosa di complesso da costruire, ma funzionale all'obiettivo di trattenere il miglior talento in rosa.
Soldi e posto da titolare, dicevamo. Particolare fondamentale in vista di quel Mondiale in casa a cui tutti tengono. Se giochi mantieni visibilità e puoi andare in nazionale, come garantito da ct Mano Menezes.
Non è più importante andare in Europa e confrontarsi con un altro calcio. Basta giocare, anche in patria.
Equiparare il calcio europeo a quello brasiliano è però un grossissimo errore. Soldi o non soldi. Specie volendo creare una squadra pronta per affrontare una competizione internazionale.

Non mettersi in discussione cambiando realtà, nazione, contesto tecnico impedisce ai giocatori di esplorare tutto il loro talento, tralasciando il lato umano della crescita personale. Non sono spinti a imparare nulla di nuovo, e anzi tendono a esasperare gli aspetti che in Brasile sono più considerati e magari fanno la differenza, ma che in Europa storicamente vengono pesantemente ridimensionati.
La crescita fisica, tattica e tecnica viene sacrificata in nome di una certa presunzione nel sopravvalutare il contesto nazionale e della volontà di coccolare i propri ragazzini/idoli.
Perchè provocargli uno stress mandandoli dall'altra parte dell'oceano, dove vengono maltrattati con corsa e tattica e magari nemmeno li fanno giocare? Vuoi mettere il trauma per un Neymar costretto ad accettare una panchina? Meglio tenerli qui fino al 2014.

A furia di ripeterlo, finisce che i ragazzi ci credono.
Non a caso tutti i principali talenti esprimono la volontà di rimanere in patria fino al fatidico Mondiale col posto garantito o quasi in modo da trovare spazio nella rosa della nazionale.
Personalità? Crescita come giocatori? Voglia di imporsi? Ambizione?
Tutto sacrificato in nome di un sogno collettivo.

E se fosse un fallimento?



9 mag 2012

Bielsa a Bilbao, un'analisi

L'Athletic Bilbao di Marcelo Bielsa.
Troppa la curiosità suscitata fin dall'inizio da un binomio simile. Allenatore geniale, maestro dai tratti mistici con squadra unica per tradizione, fascino e gestione. Insieme sono stati la sorpresa dell'anno.
Per Bielsa il ritorno in Europa, ma forse sarebbe il caso di tralasciare la troppo breve esperienza all'Espanyol del 1998, ha visto delle difficoltà soprattutto a inizio anno e nella Liga, ma ha portato il suo Athletic a un risultato storico. A prescindere dall'esito due finali, di Copa del Rey e di Europa League, ottenute attraverso un calcio moderno, offensivo, giovane e organizzato. In particolare per la squadra è la prima finale europea dopo la Coppa UEFA persa nel 1976-1977.

Perchè allora si leggono spesso critiche a Bielsa e alla sua squadra come se non avesse fatto abbastanza?
Il vero spartiacque nella stagione e nei giudizi si trova nella doppia sfida col Manchester United. Indubbiamente il punto più alto della stagione, col 2-3 all'Old Trafford e il 2-1 in casa. Quella partita ha acceso più che mai i riflettori sul Bilbao, sul calcio del Loco, sui talenti baschi, creando tante aspettative.
Parliamo di aspettative nate ex post sulla scia emotiva di un doppio turno straordinario. Fino a quel momento nessuno si sognava di chiedere a una realtà come l'Athletic Bilbao chissà quali imprese nella Liga. Dopo si è cominciato a pretendere, lasciando però da parte dei presupposti fondamentali

Innanzi tutto la dimensione dell'Athletic Bilbao. Negli ultimi due anni la squadra si è posizionata ottava (fuori dalle coppe) e sesta (qualificata in Europa League) nella Liga. Un andamento medio, da basso piazzamento europeo se tutto va bene. Oggi la squadra è nona (peggiorata, ma qualificata ai preliminari di Europa League), ma ha dovuto affrontare per tutto l'anno tre competizioni, normale pagare qualcosa.
Direttamente collegata è l'analisi della rosa. 28 giocatori, tutti baschi, molti giovani, mediamente poco conosciuti, hanno portato avanti come si diceva tre competizioni fino alla fine, giocando qualcosa come 60 partite in stagione. Faticano a mantenere standard elevati in simili condizioni rose qualitativamente molto più attrezzate in club con ben altra esperienza e prestigio internazionale.
Una rosa giovane che vede davanti a se un risultato storico e inaspettato come una finale europea è normale che perda concentrazione sul campionato. La squadra non aveva e non ha l'esperienza e l'abitudine per gestire situazioni simili, ben al di la delle ambizioni di inizio stagione. In più c'è dell'ovvio logorio fisico. Per eliminare Manchester United, Schalke 04 e Sporting Lisbona (che a sua volta aveva eliminato il Manchester City) serve più del massimo.
I periodi di "crisi" in campionato si sono visti a inizio stagione, quando la squadra doveva ancora assimilare i dettami di Bielsa notoriamente particolari, dopo l'eliminazione dello United, a testimoniare un calo di concentrazione o motivazionale in campionato, e nelle ultime partite, con la finale di Europa League a una settimana. C'è davvero da stupirsi?

Altra critica che si sente riguarda i gol segnati. Se Bielsa è questo maestro di calcio offensivo, perchè soli 49 gol segnati? Meno del solo Messi?
Anche qui, basta dare un'occhiata alla rosa a disposizione del tecnico. L'unico attaccante vero a disposizione è Fernando Llorente, non a caso consacratosi definitivamente come centravanti di spessore europeo migliorando anche nella gestione del gioco. Per il resto solo rifinitori tecnici, ma con pochi gol nei piedi, o l'esperto Toquero, attaccante di gran corsa e sacrificio.

Grazie all'uomo di Rosario hanno lucidato il proprio talento in diversi. Muniain e il suddetto 9 stanno vivendo qualcosa di molto vicino alla consacrazione. De Marcos e Ander Herrera sono totalmente creature del Loco. Gomez e Itaurraspe erano appena delle comparse prima di inserirsi nei suoi schemi. Tutta la squadra ha dato più di quanto poteva, chiedere di più è pura utopia. E i tifosi di Bilbao, vicini alla squadra quest'anno come non mai, hanno recepito perfettamente il tocco empatico del loro allenatore, capace come nessuno di compattare attorno a lui realtà magari giovani con ambizione di arrivare nel calcio che conta.

Il vero limite dell'Athletic è che difficilmente potrà migliorare una stagione simile.
Bielsa ha ottenuto tanto, molto più del preventivato soprattutto in Europa. Per quanto la posizione in campionato sia ampiamente migliorabile, per pensare a un exploit da Champions League serve tanto, forse troppo ottimismo, specie considerando le politiche societarie sul mercato.
Per quanto la rosa sia composta da giovani con ampi margini di miglioramento, la partenza di Llorente (classe'85, ora o mai più) priverebbe l'intera fase offensiva di un suo cardine fondamentale difficilmente rimpiazzabile.


Accetterà l'allenatore una nuova sfida resa più ardua da aspettative decisamente innalzate?

3 mag 2012

La rana e lo scorpione

Ci sono cose che per quanto ci si sforzi di cambiarle, prima o poi rispuntano fuori perchè congenite, inscritte nella natura dell'individuo.

Stramaccioni ha provato a cambiare la natura dell'Inter, di una certa Inter.
Ma da Settembre (anzi da Giugno, che il precampionato pure è stato disastroso) a oggi la costante quando in campo, e in particolare in mezzo al campo, sono andati certi giocatori è stata una e una sola.  Oltre parole,proclami,obiettivi,allenatori,sfortuna,torti arbitrali.
La sconfitta. Senza appello nè giustificazione. Per sopraffazione fisica.

“Non posso farci niente: è la mia natura”

1 mag 2012

La storia si ripete

La Champions League rappresenta la massima competizione internazionale per club a livello europeo. Si può quindi affermare che i club che arrivano all'ambitissima finale rappresentano il top del calcio del vecchio continente. Teoria corroborata da un fatto.
Nelle ultime 4 edizioni si trovano sempre le stesse squadre in finale, ovviamente in combinazioni diverse, con l'eccezione dell'Inter vincitrice 2010.

Nel 2007/2008 ci fu la finale tutta inglese tra Chelsea e Manchester United, che Terry ricorderà per tutta la vita.
Nel 2008/2009 (finale che regalò il triplete e la leggenda a Guardiola) si sfidarono Barcellona e ancora Manchester United.
Nel 2009/2010 Inter-Bayern Monaco, col triplete nerazzurro.
Nel 2010/2011 ancora Barcellona e ancora Manchester United, per lo stesso esito.
Infine nell'edizione attuale Bayern Monaco e Chelsea, le uniche due a non aver mai vinto nelle combinazioni precedenti.

Un fatto sicuramente casuale, ma decisamente curioso.
Per la finale dell'edizione in corso, aggiungiamo che non ha mai vinto la Champions nè la squadra di casa nè una squadra di Londra. Uno dei due tabù è destinato a cadere.
Nemmeno il Barcellona stellare del ciclo di Guardiola invece è riuscito a vincere due edizioni consecutive, impresa mai riuscita a nessuno da quando parliamo di Champions League.

21 apr 2012

Perdere la Liga

Sin da quando il Barcellona ha lasciato per strada qualche punto tutti hanno cominciato a guardare al clasico in programma in Catalogna come allo snodo fondamentale del campionato (non che ci volesse una mente illuminata a trovare negli scontri diretti i veri crocevia di un campionato sostanzialmente a due). Figuriamoci quando il distacco si è ridotto a soli quattro punti in poco meno di un mese per via di una frenata abbastanza clamorosa quanto inaspettata del Madrid. Distanza che sarebbe scesa a un solo punticino vincendo il clasico in casa.

Le due squadre sono arrivate a questa partita in un'atmosfera strana, mai provata negli ultimi anni. Perchè una volta tanto il Barcellona stava ancora dietro e poteva solo aggrapparsi a questa partita per riaprire un campionato altrimenti segnato, ma soprattutto perchè entrambe avevano perso in Champions League in settimana. Troppa pressione da derby? Supponenza da superiorità manifesta? Avversari di livello superiore a quanto si creda? Un misto del tutto probabilmente, ma un elemento nuovo e per tutti inaspettato.

Il campo ci restituisce una vittoria madridista molto più netta di quella che raccontano i numeri.
L'1-2 finale firmato Khedira, Sanchez e Ronaldo premia un Real Madrid finalmente padrone del campo e del suo destino.
I semi sparsi nel secondo tempo dell'ultima partita a Barcellona sono germogliati, e tutta la squadra di Mourinho è cresciuta in sicurezza e affidabilità.

Il 4-2-3-1 scelto dal portoghese è modulo ormai collaudato in cui i giocatori sanno benissimo come muoversi e riescono a gestire il pallone velocemente e in verticale, risultando pericolosi anche con un possesso temporalmente ridotto.
In più Mou viene premiato in tutte le sue scelte sui singoli, a confermare la serata perfetta del Real. Fabio Coentrão gioca una partita difensivamente magnifica nonostante venga puntato a più riprese, Sami Khedira porta sostanza a centrocampo e il fondamentale gol dello 0-1, Karim Benzema plasmato in tutto dal suo allenatore regala una prestazione tutta fisico, sacrificio e intelligenza, Mesut Özil uno dei grandi esclusi del recente passato sforna giocate di classe, gestione della sfera e il magnifico assist per il definitivo 1-2. Tutto funziona come deve, la squadra gioca da squadra, colpisce nei momenti migliori, pressa i portatori di palla senza esasperazione, difende sulle linee di passaggio e gestisce la partita senza i consueti affanni e soprattutto libera da tutto il nervosismo inutile delle passate edizioni del clasico. Il Real soffre il giusto, ma dimostra di saper giocare a calcio, raccogliendo idealmente da Guardiola un testimone pesantissimo.

Il Barcellona invece si conferma preda dei fantasmi che lo accompagnano da tutta la stagione.
Guardiola sceglie un modulo molto fluido, per certi versi addirittura difficile da racchiudere in numeri, che in possesso palla si trasforma spesso in una specie di 3-3-4. Puyol,Mascherano e Adriano compongono la linea difensiva, Busquets e Thiago Alcantara sono deputati a cominciare l'azione, Iniesta e Xavi pensano agli inserimenti dietro a Messi e infine Tello e Dani Alves giocano larghissimi per dare sfogo sulle fasce all'azione. La squadra blaugrana punta a creare densità in mezzo per facilitare triangolazioni, scambi stretti e inserimenti,mentre gli uomini sulle fasce servono per allargare la difesa, facilitare il lavoro nel mezzo e offrire punti di riferimento sui cambi di gioco.
Al contrario del suo collega, Guardiola paga in negativo le sue scelte. Tello si muove bene, ma al momento decisivo è spesso inconcludente e in generale un pò timido. Alcantara per quanto talentuoso non è Xavi e la gestione della palla ne risente. In compenso il numero 6, più defilato nel possesso e in un ruolo di incursore più nelle corde del panchinato Fabregas, si vede troppo poco e si divora il possibile pareggio solo davanti a Casillas. Busquets, perso il contesto perfetto attorno a lui, mostra tutti i limiti che ha sempre avuto. Iniesta e Messi sembrano impegnati a giocare solo tra di loro fino a entrare in porta con la palla e Alves non ha lo spunto dell'ala vera, soffre a dover giocare sempre sul dribbling (lui che è letale negli inserimenti) e non ha alcun punto di riferimento in area per crossare. Il possesso palla del Barcellona risulta più sterile che mai, come era già sembrato contro il Milan. Non a caso il gol viene quando Sanchez prende il posto di Xavi, finalmente qualcuno impegna la difesa sulla profondità e Messi ha spazio per partire in progressione. Stupiscono poi gli errori gratuiti nel palleggio, banali sbagli di misura anche in assenza di pressing che non appartengono a quetsa squadra nell'immaginario collettivo, rallentano il possesso palla e fanno perdere qualcosa alla manovra offensiva, già di suo poco efficace perchè non produce quasi mai conclusioni.
In più difensivamente gli uomini di Guardiola soffrono perchè le distanze tra i giocatori non sono più precise al millimetro come in passato. Tutti sono un passo più distanti, un filo spostati, un attimo in ritardo e all'improvviso la squadra si dimostra vulnerabile e soprattutto incapace di portare quel pressing feroce che è alla base dei suoi successi. Schierare un solo difensore di ruolo, per di più come terzino, è un rischio troppo grande in una partita simile,e in questo si è sentita l'assenza di Abidal, fondamentale centrale aggiunto nel gioco catalano.

Il Barcellona veniva da 11 vittorie consecutive e 34 partite di imbattibilità casalinga. Ci credevano, magari non tanto da dare la pelle, ma ci credevano. E vedere una squadra così vincente incapace di buttarsi all'attacco negli ultimi minuti, lasciando addirittura palla agli avversari, è qualcosa di insolito e significativo.
Perdere la Liga così fa ancora più male. E adesso la Champions?

10 apr 2012

Il problema di Ibra

Che Ibrahimovic abbia un cattivo rapporto con la massima competizione europea è cosa risaputa e abusata. Ma quanto questo rapporto sia pessimo è chiaro davvero a pochi.

Zlatan Ibrahimovic ha uno score personale di 31 in carriera nelle coppe, con record di 5 in una singola edizione. Il problema è che la quasi totalità di queste reti viene dalla fase a gironi.
Da quando se n'è andato dall'Ajax in 25 partite a eliminazione diretta i gol segnati sono 4.
Di cui 3 col Barcellona nel 2009/2010 (Stoccarda e doppietta all'Arsenal) e 1 su rigore sempre all'Arsenal (con cui deve avere beghe personali) a San Siro con la maglia del Milan.
Tanto per fare un parallelismo, Milito nel solo 2009/2010 segnò 5 gol nella fase a eliminazione. Senza rigori. Giocando contro Chelsea, Barcellona e Bayern Monaco, per citare le grandi.

Una statistica a dire poco impietosa, che viene frettolosamente dimenticata da tutti alla prima doppietta contro Auxerre, CSKA, Bate o simili. Rigorosamente quando non conta nulla.