11 lug 2013

Il Tata Martino a un passo dalla leggenda


Gerardo Martino ci credeva. Probabilmente nemmeno lui si aspettava di poter riportare così in alto il suo Newell's Old Boys in un solo anno e proprio per questo il repentino crollo sul più bello gli farà più male.
Sembrava un copione perfetto, da film. Lui, uno dei migliori giocatori della storia del Newell's, che riporta la sua squadra del cuore in finale di Copa Libertadores seguendo le orme del maestro (suo e di mezzo Sudamerica che parla spagnolo) Marcelo Bielsa.

La Copa Libertadores non è una competizione facile, richiede grandi sforzi sia fisici che mentali, oltre a viaggi lunghi e scomodi. Il NOB l'ha pagata nell'ultimo periodo, in termini di brillantezza e risultati. Il Torneo Final è stato vinto ugualmente, ma ci sono state l'eliminazione dalla Copa d'Argentina e la sconfitta col Velez nella Superfinal (il nuovo trofeo inaugurato quest'anno, partita secca tra vincitrice dell'Inicial e vincitrice del Final che assegna il terzo titolo dell'anno). La squadra aveva la testa a questa semifinale, e dopo l'andata sembrava anche aver tratto grandi insegnamenti dai tentennamenti nel difficile quarto di finale contro il Boca.
Il turno era duro, ma dopo l'andata le prospettive erano ottime. Un 2-0 addirittura stretto, una partita dominata, il campionato argentino finito, l'eventualità di una finale da favoriti. La possibilità di superare addirittura il monumento Bielsa, colui a cui è intitolato lo stadio di Rosario, che nel 1992 perse la finale con Martino in campo.

Purtroppo non è bastato per superare lo scoglio del ritorno a Minas Gerais, infatti dopo i rigori in finale vanno Ronaldinho e soci. Un'eliminazione dura che fa sorgere qualche parallelo con l'epopea del primo Athletic Bilbao del Loco, arrivato a un passo da vincere qualcosa di importante.
Lo stile di gioco prodotto dalla squadra del Tata Martino ha infatti chiarissima l'impronta di Bielsa, sia nel modulo (4-3-3) che nei movimenti che nella gestione della sfera. Non a caso il NOB ha dato spesso spettacolo e segnato molto (chiedere a Nacho Scocco e ai suoi 30 gol stagionali), mettendo in mostra idee moderne di movimenti e spaziature. Ma come le squadre di Bielsa ha il limite di dover andare al massimo per produrre risultati e di soffrire spazi molto intasati.
Una tattica spettacolare e produttiva (anche per la valorizzazione dei singoli), ma logorante e difficile da riproporre con continuità.

Con un pò più di fortuna Martino avrebbe potuto centrare un risultato eccezionale. Un immenso regalo per tutta la città di Rosario, prima di salutare per venire forse in Europa.
Si è fermato a un passo, portando lo stesso un titolo.
Suerte Tata.

23 giu 2013

Andrea Pirlo e la Confederations Cup


Per un certo periodo, quando stava intristito sulla panchina del Milan, la parabola in nazionale di Andrea Pirlo sembrava in rapido declino. Il futuro era rappresentato da Aquilani, De Rossi, Montolivo e Thiago Motta in qualche combinazione, ma la rinascita in maglia bianconera del regista di Brescia ha cambiato le prospettive. Impossibile ignorarlo vista l'ondata di opinione pubblica in suo favore e il livello delle prestazioni, così Prandelli gli ha nuovamente consegnato le chiavi della nazionale.  L'ottica di lavoro del commissario tecnico sono ovviamente i Mondiali 2014 in Brasile. La Confederations Cup 2013, sempre in Brasile, si può considerare una prova generale, un torneo breve in cui assaggiare aria di calcio internazionale. Si poteva sfruttare l'occasione per cercare un'alternativa a un insostituibile come Pirlo?

Il numero 21 è un classe 1979, 34 anni già compiuti. Il primo anno alla Juve ha beneficiato molto delle poche partite da disputare giocando solo il campionato, trovando un'ottima condizione fisica. Già nella seconda stagione ha sofferto maggiormente gli impegni ravvicinati, dando più volte l'impressione di aver bisogno di riposo. L'anno prossimo arriverà ai Mondiali a 35 anni dopo un'altra stagione decisamente piena.
Era necessario fargli giocare questa coppa?
Tecnicamente la squadra e Prandelli conoscono già il giocatore. Non serve certo nuovo affiatamento o del tempo per fare gruppo. Pirlo ha un suo ruolo e un profilo tecnico ben definito anche con l'Italia, molte presenze e affiatamento con gran parte dei compagni.
Si poteva cogliere l'opportunità di responsabilizzare altri uomini del reparto di centrocampo, vedere come si potevano comportare senza la chioccia Pirlo, lavorare per sostituire un giocatore che realisticamente potrebbe arrivare ad appuntamenti importanti un pò in apnea fisica. Magari dare anche esperienza a qualcuno che dopo il 2014 dovrà per forza entrare nel giro azzuro, sfruttando partite di spessore maggiore rispetto alle qualificazioni.

Un mese di riposo avrebbe potuto giovare al giocatore e dare alla nazionale qualche certezza tecnica in più. Prandelli ha deciso di puntare tutto su Pirlo per il presente e per il futuro, rimandano a dopo il Mondiale qualunque prospettiva. Rischio calcolato?

18 giu 2013

Carlos Tevez, l'incompiuto


Il titolo è provocatorio. Prende spunto da un altro articolo che avrà ben più risonanza di questo, ma con chiave fortemente sarcastica.

Fin da quando giocava in Argentina Carlos Tevez ha dimostrato che in giro ci sono pochi giocatori col suo talento. Ancora meno con la sua garra, di questi quasi nessuno con capacità comparabili. Ma soprattutto ha sempre dimostrato di essere un vincente e di non aver paura di lottare per ottenere qualcosa.
Esordisce col Boca a 16 anni. Entro i 20 vince tutto e si trasferisce in Brasile, paese mai facile per gli argentini. Dimostrando personalità titanica si impone come leader, fa rinascere il Corinthians e vince il campionato.
A 22 anni finisce in Inghilterra (altro paese poco affine agli argentini) al West Ham. Dopo un inizio difficile riesce a emergere e trascina la squadra alla salvezza. Sir Alex Ferguson lo porta nel suo United, e Tevez contribuisce con 35 gol in 2 anni a vincere tutto, accettando anche di sacrificarsi per i compagni. Non sentendosi abbastanza apprezzato opta per un clamoroso cambio di sponda, firmando per il Manchester City. Diventa l'uomo simbolo della squadra e ancora una volta riesce a vincere, mettendo di fatto sulla cartina d'Europa la squadra azzurra di Manchester.

Coi club ha vinto 14 titoli, comprese Copa Sudamericana, Copa Libertadores, Coppa Intercontinentale, Champions League e Mondiale per Club. Negli anni è stato nominato miglior giocatore della Libertadores 2003, Bola de Ouro 2005, 3 volte giocatore sudamericano dell'anno, 2 volte miglior giocatore d'Argentina, capocannoniere della Premier League e miglior giocatore dell'anno sia al West Ham che al Manchester City.
Con la nazionale un Sudamericano Under 20 e le Olimpiadi 2004 da capocannoniere e miglior giocatore.

Magari è un difetto mio, ma ho un concetto di incompiuto molto, molto diverso.

9 giu 2013

Vuelta a Boedo

«Hai capito, Benjamin? Quell’uomo può cambiare tutto: la faccia, la casa, la famiglia, la ragazza, la religione, anche Dio. Ma c’è una cosa che non può cambiare, Benjamin: la passione.»

José Luis Campanella, nella magnifica pellicola “El Secreto de Sus Ojos”, dà vita a una delle scene di cinema dedicate al calcio più emozionanti, un dialogo in cui ognuno di noi si è un po’ rivisto e il perfetto preambolo alla roboante entrata al Parque Patricios. In un bar di Buenos Aires, dove la luce filtra timida dalle finestre come il Principe Francescoli accarezzava palla agli esordi al Monumental, il notaio Andretta davanti a un bicchiere di whisky snocciola formazioni, posizioni e aneddoti, fino a quando il brillo Sandoval pronuncia la parola magica: pasión. Gli stessi tifosi dell’Enzo di Montevideo, qualche anno fa, cantavano un coro che iniziava con “River es pasión, locura de mi corazón”. Passione. Passione e follia.
Quando si parla di calcio e di follia è però necessario allontanarsi da Buenos Aires e muoversi 300km verso l’interior, verso le Ande e il Cile, fino ad arrivare a Rosario, città natale della famiglia Guevara, di lebbrosi, di canaglie e del folle per antonomasia, il Loco Marcelo Bielsa. In uno dei suoi monologhi mascherati da conferenza stampa, Don Marcelo ha espresso un pensiero significativo:

«Il calcio, come il mondo, è degli imprenditori, che ci sfruttano in base alla nostra produttività. Però il tifoso non è un operaio, il tifoso prova sentimenti. E ogni giorno che passa il mondo del calcio assomiglia sempre meno al tifoso e sempre più all’imprenditore.»

Sentimenti e passione, appunto, tuttavia il Loco non si arrabbierà se in questa storia l’aficionado non fa solo l’aficionado e i tifosi del San Lorenzo, i veri protagonisti, non si offenderanno se per l’introduzione è stata scelta una scena che poi esploderà in un turbinio di emozioni allo stadio Tomás Adolfo Ducó, la casa degli odiati rivali dell’Huracan. El Palacio, il nomignolo della casa del Globo, è il simbolo del quartiere di Buenos Aires di Parque Patricios, confinante a nord-ovest con Boedo, punto di partenza e d’arrivo di un viaggio tanto breve quanto lungo.


Il barrio di Boedo, uno dei più giovani della capitale argentina - nato ufficialmente soltanto nel 1972 dalla separazione dei quartieri di Balvanera e Almagro - ha alle sue spalle una lunga storia proletaria, fatta di fornaci, caseifici, frantoi, magazzini, ladruncoli e di un’orgogliosa tradizione artistica, nata agli inizi del ‘900 con i primi caffè, i primi poeti, scrittori e i primi tango. Ma questo barrio porteño è innanzitutto la culla del Club Atletico San Lorenzo e del suo imponente stadio, il Gasometro, inaugurato al numero 1700 di Avenida La Plata otto anni dopo la fondazione del club. Sessantamila spettatori, numero impressionante per l’epoca, e non un nome ufficiale, ma soltanto quel soprannome che lo stadio porterà con sé fin dal 2-1 all’Estudiantes di quel 7 maggio 1916, davanti a duecento persone e con un incasso di 50 pesos: El Wembley Porteño.
Come ogni tempio che si rispetti, il Gasometro del Ciclon vede sogni infrangersi e realizzarsi, fa da cornice alle gesta dell’idolo papale Beto Costa, del Lobo Fischer, del Bambino Veira, dell’oriundo Luis Monti e di José Sanfilippo, straordinario finalizzatore che, prima di tornare a Boedo per un ultimo commiato, decide di rovinare la festa già organizzata in ogni minimo dettaglio dal presidente del suo Bahia per il millesimo gol di un tale Edson Arantes do Nascimiento, per il mondo intero Pelé. Il Wembley di Buenos Aires vive anche l’epoca dei Matadores di Boedo, una squadra che ha saputo ridipingere il futbol argentino a tinte azul y rojo vincendo quattro campionati e scrivendo nuovi record anno dopo anno. È il periodo d’oro del Ciclon, anni di gloria calcistica e societaria - il club attorno al Gasometro dà infatti vita all’istituzione sportiva più avanzata del Paese -, ma come sempre accade nella storia, dopo la salita, c’è la discesa.

Per il San Lorenzo la discesa si rivela però una caduta libera, un salto nel vuoto che in pochi anni sgretola ogni certezza a causa di problemi economici, istituzionali e politici a cui fa seguito un inevitabile tracollo calcistico. Ma la vera sconfitta per il Cuervo arriva nel 1979: è il Processo di Riorganizzazione Nazionale e i club dei quartieri popolari sono mal visti dalla dittatura di Jorge Rafael Videla in quanto pericolosi e destabilizzanti luoghi di aggregazione sociale e culturale. Il San Lorenzo, dunque, è da “riorganizzare” e il governo parte dalla radice, da casa: dal Gasometro di Avenida la Plata, lo stesso stadio in cui, il 20 giugno del 1977, si erano riunite in una delle prime apparizioni pubbliche le Madri di Plaza de Mayo. La loro è una protesta per i figli silenziosamente scomparsi, molti dei quali segretamente detenuti e torturati alla Escuela de Mecanica de la Armada, l’ESMA, la stessa scuola per la formazione degli ufficiali della Marina davanti alla quale, dodici anni prima, Victorio Francisco Casa, playboy del barrio Florida e formidabile ala del San Lorenzo e della Seleccion argentina, perde un braccio. La radio trasmette la voce di Tito Rodriguez e del suo bolero “Inolvidable”, Casa assieme a un amico e due ragazze ferma l’auto: è buio, è zona militare, è divieto di sosta. “Alt”, nessuno risponde, il giovane di guardia imbraccia il fucile e fa fuoco. Quarantacinque giorni dopo Casa torna in campo, gli manca un braccio, per tutti diventa “El Manco”.


Dal 1976 la Capitale argentina è governata dal Brigadier Cacciatore e a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta la Municipalità di Buenos Aires pone le basi per l’addio del San Lorenzo da Boedo: alcuni terreni di Bajo Flores - sede attuale dell’istituzione - vengono destinati al Ciclon e un paio di ordinanze comunali, diventate poi leggi nazionali, stabiliscono che laddove sorgono il Gasometro e le altre strutture del club venga ampliata Avenida La Plata e si costruiscano un complesso di abitazioni e una scuola che possa servire ai figli dei nuovi abitanti. Nel 1979 le pressioni politiche e le minacce più o meno velate di Osvaldo Cacciatore hanno finalmente successo: è il 2 dicembre e il futbol argentino si veste di lutto per salutare il Wembley Porteño. San Lorenzo e Boca pareggiano zero a zero, non è giorno di festa, non è giorno di gol.
Il Ciclon diventa una squadra nomade, gioca al Palacio di Parque Patricios, a Villa Crespo, al Fortin di Liniers, ma nell’agosto del 1981, dopo essersi salvato con difficoltà l’anno precedente, retrocede ed è la prima delle cinque grandi a scendere dalla Primera Division. La stagione successiva il Cuervo torna nella massima serie e lo fa grazie alla sua gente: non ha una casa, ma vende più biglietti di ogni squadra argentina e si trasforma in un fenomeno sociale senza precedenti a livelli sportivo. La pasión.

Nel 1983 il Club Atletico San Lorenzo de Almagro vende i terreni di Boedo a una società fantasma per 900.000$. Pochi giorni dopo un’ordinanza comunale annulla il divieto, stabilito qualche anno prima, di costruire supermercati nella zona e un’azienda francese acquista l’area per 8.000.000$. È l’anno della sconfitta nella Guerra delle Falkland e della fine del regime di Videla, ma per le proprietà del Ciclon è ormai troppo tardi. Due anni dopo passeggiando per Avenida La Plata non si sente più quell’interminabile secondo di silenzio prima di un gol del Nene Sanfilippo o l’applauso femminile per una gambeta dello sfrontato Manco Casa e neppure bambini che giocano nel cortile di una scuola; al 1700, al posto del Gasometro, c’è un nuovo Carrefour, dove Osvaldo Soriano, fanatico del Ciclon, darà vita proprio in compagnia di Sanfilippo a uno dei suoi racconti più ironici e malinconici.


Dopo quattordici anni senza dimora fissa e senza successi sportivi, il San Lorenzo inaugura lo stadio “Pedro Bidegain”, per tutti il Nuevo Gasometro, e nel giro di poco tempo torna a conquistare un titolo nazionale. Ma Bajo Flores non è Boedo e l’orgoglio popolare dei tifosi del Ciclon non si placa con il passare di campionati e giocatori, ma anzi, si rafforza e dà vita a un sentimento di rivalsa che porta a una rivoluzione. È una rivoluzione sportiva, è sentimento e politica: il tifoso, o aficionado, smette di fare il semplice tifoso e sposta la sua attenzione oltre le tribune del Nuevo Gasometro e Bajo Flores. Nasce la Sub Comision del Hincha e le diverse idee per la riacquisizione della terra tra calle Inclán e calle Las Casas convergono nel progetto di legge per la Restituzione Storica dei terreni di Avenida La Plata. Nel 2011 anche il club appoggia la legge richiesta dai tifosi e scende in campo per il ritorno a Boedo. Il 12 Aprile dello stesso anno 20.000 tifosi marciano fino alla Legislatura Porteña per far sentire il proprio legittimo reclamo più forte che mai, conquistando l’attenzione di tutti i media e mettendo pressione alla municipalità di Buenos Aires. Il 5 luglio i tifosi in marcia diventano 40.000, la legge di Restituzione Storica continua il proprio iter e un mese dopo il Carrefour al 1700 di Avenida La Plata chiude: ufficialmente è per effettuare delle riparazioni al tetto, ma da quel giorno non riaprirà più.

Nel 2012 Matias Lammens succede alla presidenza del CASLA ad Abdo e prosegue nella battaglia legale per la restituzione dei terreni dove sorgeva il Gasometro, appoggiato dal vice-presidente Marcelo Tinelli, famoso imprenditore e conduttore televisivo. Ma la spinta definitiva alla rivoluzione sanlorencista arriva come sempre dal basso e l’8 marzo una marea azul y roja di oltre 110.000 persone marcia da Boedo fino a Plaza de Mayo. Il 15 novembre 2012 la Legislatura approva all’unanimità la legge di Restituzione Storica, obbligando Carrefour a trattare con il San Lorenzo per la cessione dell’area a una cifra ragionevole, pena l’esproprio.
Nel frattempo i tifosi del Ciclon hanno avviato la raccolta fondi per l’acquisto di metri quadri simbolici e grazie anche al contributo di ex calciatori come Lavezzi, Barrientos, Coloccini, Bergessio, Zabaleta e di personaggi pubblici quali lo stesso Tinelli o l’attore Viggo Mortensen, a fine 2012 due terzi dell’isolato sono già stati acquistati e riqualificati, in attesa della conclusione delle trattative e della progettazione del nuovo stadio.

Il Ciclon, dopo un lungo peregrinare, torna dunque al Gasometro e anche se per il brillo Sandoval un uomo può cambiare casa, San Lorenzo è Boedo e Boedo senza San Lorenzo è un lembo di terra senz’anima. È la forza della pasión. È la Vuelta al barrio de Boedo.

5 giu 2013

Messi, il cannibale


L'arrivo di Neymar al Barcellona rappresenta l'occasione perfetta per analizzare una tematica particolare circa le dinamiche interne della squadra catalana.
C'è grande curiosità per lo sbarco nel vecchio continente del talento brasiliano, uno che fa sempre parlare di se sia in positivo che in negativo (son gusti). Qualcuno dovrebbe però avvisarlo che da diverso tempo qualunque attaccante entri nell'orbita di Leo Messi finisce inesorabilmente per sparire.
Precisamente dalla stagione 2008/2009, cioè quella del triplete di Guardiola, Messi ha eliminato sistematicamente ogni suo partner d'attacco, a prescindere da talento, età, provenienza geografica. capacità tecnica o costo del cartellino. Tutte le alternative offensive o sono state cedute, o sono tecnicamente sparite o si sono accontentate di raccogliere le briciole.

La grandezza del Barcellona 2008/2009 stava proprio nel suo tridente offensivo. Tre punte vere capaci di coesistere e sacrificarsi (oltre a segnare in 3 la bellezza di 99 gol). Henry-Eto'o-Messi era una combinazione sublime, un reparto perfetto per portare a compimento l'immane mole di gioco della squadra. Di fatto da allora il Barcellona non ha più avuto un attacco così equilibrato e ben assortito, specialmente perchè tutto è andato sempre più ad accentrarsi verso la pulce col 10.
Il primo ad andarsene è stato Samuel Eto'o,  per motivi ambientali in cui Messi risulta innocente. La sua partenza ha lasciato il ruolo di centravanti vacante, dando di fatto il via all'evoluzione che ha portato la pulga a essere il giocatore che conosciamo oggi.
Il costosissimo Zlatan Ibrahimovic rappresenta il caso più eclatante. A causa del rapporto complicato con l'allenatore e tutto il gruppo catalano lo svedese è durato solo un anno, lasciando progressivamente proprio all'argentino la funzione di punta centrale. Lo stesso Henry nel corso del tempo è finito nel dimenticatoio, un pò perchè l'età pesava nel ruolo di esterno un pò perchè non lo si è voluto schierare come 9.
La stagione successiva è la volta di David Villa. L'attaccante spagnolo presenta un curriculum invidiabile, eppure a Barcellona fa l'esterno per la maggior parte del tempo, conoscendo anche un lungo periodo di digiuno da gol. La sua insofferenza verso il ruolo di Messi si è addirittura evidenziata con degli screzi sul campo da gioco. Mangiare le briciole alla lunga logora. Parallelamente il giovane Bojan, ai tempi molto sponsorizzato ma mai molto considerato da Guardiola, si trova a interpretare un ruolo sempre più marginale fino a chiedere la cessione.
Ultimo nome "mangiato" dal cannibale è Alexis Sanchez, arrivato dall'Udinese con un prezzo da stella nascente. Se il primo anno ha raccolto presenze e qualche marcatura accettando di vivere negli spazi residui, durante il secondo è praticamente sparito fino all'infortunio dello stesso Messi o quando comunque le partite contavano relativamente.
In più c'è Pedro, passato da rivelazione inaspettata a comprimario di utilità relativa a causa di un calcio sempre più lento e statico, predicato sulla palla al 10.

Neymar vivrà per lungo tempo sulle frasi fatte tipo "vale più un giorno con Messi che un anno con Cristiano Ronaldo" o "giocare con campioni simili è un onore" o ancora "coi campioni si trova sempre modo di coesistere". Ma poi in campo conta solo il peso del numero 10.

4 giu 2013

Sebastián Driussi


Il 2013 ha tutte le premesse per rivelarsi un anno fondamentale nella crescita di Sebastián Driussi, giovane stella del River Plate classe 1996 e fresco vincitore del Mundialito Under 17 con i Millonarios. La joya della Banda non ha deluso le esagerate aspettative nei suoi confronti e ha fornito un contributo decisivo per il successo argentino in uno dei tornei giovanili più prestigiosi al mondo. Una vetrina di primo livello che ha permesso agli innumerevoli talenti delle Inferiores di Passarella di mettere in mostra le loro qualità anche in terra europea, confermando quanto di buono alcuni avevano già fatto vedere in occasione del Sudamericano di categoria conclusosi poche settimane fa.
 
In entrambe le competizioni la stella di Seba Driussi ha brillato più delle altre, facendo crescere di pari passo attenzione e pressione nei suoi confronti. D'altronde il numero 10 del River con la pressione ha imparato a convivere fin da giovanissimo, quando a soli undici anni i dirigenti millonarios, nel disperato tentativo di blindarlo, decisero di offrirgli un premio (fino alla firma di un contratto da professionista) di 40.000$  a salire, in base ai successi individuali e di squadra raggiunti. In un'Argentina ancora in piena lotta per riprendersi dalla crisi economica, la notizia creò inevitabile scalpore e la levata di scudi contro la società dell'allora presidente Aguilar non tardò ad arrivare.
Da allora Driussi ha continuato a confermarsi come uno dei massimi talenti delle giovanili riverplatensi, conquistando campionati, classifiche dei bomber e convocazioni nelle Nazionali di categoria.
 
Quest'anno è tornato alla ribalta grazie alle prestazioni messe in atto a livello internazionale e a 17 anni il passo verso il calcio dei grandi sembra più breve che mai. Ma il Monumental è stadio per cuori forti e nervi d'acciaio, un'arena che negli ultimi anni ha visto sbocciare un talento magnifico come il Coco Lamela e ha bruciato le ambizioni di molti altri giovanissimi, immolati all'altare del Promedio da una società allo sbando dopo la terapia-Aguilar. Driussi ha senza dubbio tutto il bagaglio tecnico e mentale per potersi imporre, soprattutto ora che alla guida della Banda c'è Ramon Diaz, tecnico da sempre attento ai gioielli di casa e finora artefice di un ottimo lavoro nella ricostruzione della squadra.
 
Nelle giovanili del River Seba si è presentato da trequartista, ispirandosi, parole sue, a Juan Sebastian Veron, ma nel corso degli anni ha avanzato il raggio d'azione, finendo addirittura per fare la prima punta nell'Argentina di Grondona Junior. Molti lo definiscono il classico 9 e ½ dei tempi moderni ed effettivamente è una descrizione azzeccata. Piedi raffinatissimi, tiro esplosivo e preciso, testa alta e dribbling secco fanno di Driussi un talento assoluto in grado di giocare in ogni zona del reparto offensivo. A queste caratteristiche tecniche abbina un fisico già strutturato - quasi 1 metro e 80 per più di 70kg -, buona velocità, senso del gol - 22 nell'ultima stagione con il club - e un notevole controllo del corpo, che sa sfruttare sia per colpire di fioretto che per difendere palla spalle alla porta. Nel DNA del giovane di Buenos Aires è però rimasto l'istinto del fantasista e nel corso della partita tende ad arretrare la posizione alla ricerca di palloni giocabili e di scambi stretti, dimostrandosi anche un buon organizzatore di gioco con tempi e idee piuttosto interessanti.
Come ribadisce ad ogni intervista il suo tecnico Daniel Messina, Driussi deve imparare ancora moltissimo ed è impossibile non essere d'accordo, perchè, al talento puro del predestinato, il 10 della Sexta del River deve abbinare ancora più concretezza, velocità di pensiero, lucidità nelle giocate e sacrificio in fase di non possesso, lasciando da parte eccessivi personalismi.
 
La nuova sensazione del River Plate è dunque in rampa di lancio e dopo un 2013 iniziato in modo esplosivo è da attendere il salto in Reserva e, più avanti, quello in Primera, con la speranza che possa essere presto raggiunto dai tanti talenti della classe '96 del River Plate, come il portiere Batalla, i difensori Vega e Mammana, il volante Correa e l'esterno Andrade.

28 mag 2013

Intervista a Pietro Nicolodi


Dopo l'intervista a Stefano Borghi, Aguante Futbol ha avuto l'onore di parlare con il giornalista di Sky Sport Pietro Nicolodi, telecronista da anni della Bundesliga e soprattutto grande appassionato di calcio tedesco.


Iniziamo dalla finale di Champions League. Cosa ha rappresentato per te da un punto di vista professionale, visto che hai sempre seguito un campionato considerato di nicchia che invece negli ultimi mesi, complice l'acquisizione dei diritti da parte di Sky e il percorso in Champions di Borussia Dortmund e Bayern Monaco, è letteralmente esploso?
Vi dico solo che al fischio finale della partita tra Real Madrid e Borussia Dortmund avrei potuto anche competere in una gara di livello di salto in alto da fermo. Gioia incontenibile e sentimento di rivalsa verso tutti quelli che considerano il calcio tedesco di serie B. Per il resto vedere una finale dal vivo, soprattutto in un contesto come quello di Wembley, è sempre una bella soddisfazione, considerando da dove sono partito.

Da tifoso del calcio tedesco invece cosa hai provato? Sei felice che abbia vinto un Bayern obiettivamente stratosferico, che veniva dal dramma sportivo dello scorso anno, oppure avresti preferito che si coronasse il sogno di un BVB costruito mattone su mattone dal nulla o quasi?
Da tifoso del Bayern posso dire di essere molto soddisfatto, ma allo stesso tempo ho provato grande simpatia e ammirazione per il BVB. È la squadra che ho visto crescere negli anni delle telecronache di Bundesliga, ha toccato livelli calcistici celestiali e ha un pubblico assolutamente fantastico. Tutto sommato, però, il Bayern meritava il risarcimento per la beffa dell’anno scorso e anche per come ha giocato in questa stagione sia in Champions che in Bundesliga.

Capitolo Guardiola. Pep sicuramente porta dei pro a livello mediatico e rappresenta una novità assoluta, ma ci sono due grandi questioni da affrontare. Molti parlano di rivoluzione a livello tattico, ma tutto è iniziato dalla "dittatura" di Van Gaal ed è stato splendidamente rifinito da Heynckes. Non c'è il rischio che i grandi risultati di questo Bayern, che ha già stravinto tutto, o quasi, possano portare a delle forzature? Fare di più a livello sportivo è pressoché impossibile, a Pep quindi non resterebbe che farlo diversamente.
Sono totalmente d’accordo sul fatto che il primo artefice dei trionfi sia quel pazzo geniale di Van Gaal. Heynckes ha rifinito il suo lavoro, limando le follie tattiche dell’olandese, come ad esempio la difesa a 60 metri dalla porta. Guardiola è una persona intelligente, non penso che stravolgerà tutto e credo riuscirà a trovare il giusto compromesso tra il gioco del suo Barça e quello del Bayern di Heynckes. Poi che ci riesca subito è un altro paio di maniche.

Poi c'è il discorso legato al calciomercato, secondo te con l'avvento di Guardiola si corre il rischio che la Bundes diventi un campionato ancora più Bayern-centrico di quanto non lo sia storicamente?
Speriamo di no, ma il rischio purtroppo è abbastanza forte.

Come è stato visto in Germania il trasferimento di Mario Götze al Bayern, considerando le tempistiche e la rivalità tra i due club? Secondo te come si sarebbe affrontata la vicenda se fosse successo tra due squadre italiane che si stavano per sfidare in finale? Ci piacerebbe inoltre avere una tua opinione sul ruolo che Götze potrebbe ricoprire al Bayern e su come gli potranno fare spazio in squadra, vista la concorrenza. Ad esempio c'è già chi parla di finto 9 alla Messi.
Ero in Germania quando è arrivata la notizia. A Monaco si parlava solo del caso Hoeness e la Bild è riuscita a spostare l’obiettivo. Il fatto che si giocassero le semfinali di Champions sembrava un dettaglio. Tutto molto strano, quindi non voglio neanche pensare al “macello mediatico” che si sarebbe sollevato in Italia.
Sul ruolo non ho la più pallida idea e se fossi io l’allenatore del Bayern non sarei così sicuro di farlo giocare titolare fisso. Sarà a causa della mia passione per Toni Kroos.

La partenza di Götze e quella molto probabile di Lewandowski creano un buco enorme nella rosa di Klopp. Secondo te da quali giocatori potrebbe ripartire il Borussia Dortmund? Punteranno su qualche giocatore già conosciuto della Bundesliga, come Schürrle o Herrmann, oppure rivolgeranno ancora la loro attenzione a campionati meno conosciuti come successo ad esempio con Kagawa, Kuba o lo stesso Lewandowski?
Attendo con gioia le mosse della premiata ditta Watzke-Zorc. La prima, l’acquisto di Sokratis Papastathopoulos, mi convince relativamente ma, se ripenso a Piszczek quando era a Berlino, posso pensare che Klopp riuscirà a trasformare anche il greco in un grande giocatore.

Il sistema calcio tedesco negli ultimi anni ci ha abituati a una produzione di talenti impressionante, basta pensare ai Götze, Reus, Schürrle, Draxler. Secondo te chi potrebbero essere i prossimi talenti destinati a esplodere? Ad esempio si parla molto di Goretzka del Bochum ed Emre Can del Bayern.
Di Goretzka parlano tutti molto bene, ma non sono ancora riuscito a vederlo all'opera, mentre Emre Can è già molto maturo per la sua età.

L'Hoffenheim è stata una delle più grandi favole del calcio tedesco degli ultimi anni, con un'ascesa incredibile dalle serie minori fino ai vertici della Bundes. Poi un lento declino, culminato col crollo di questa stagione in cui si è giocato la salvezza agli spareggi. Cause del crollo? Che futuro avranno?
Se vendi gente come Demba Ba, Carlos Eduardo, Luiz Gustavo, Vedad Ibisevic e compagnia, è difficile riuscire a mantenere alto il livello. Poi quest’anno è arrivato anche il terribile incidente a Vukcevic che ha creato una situazione non facile da gestire. Mettiamoci una gestione non proprio perfetta e qualche altra scelta sbagliata e il tutto si è complicato maledettamente e se non fosse stato per il suicidio del Fortuna Düsseldorf sarebbe stata retrocessione. Cosa accadrà in futuro? Dipende dal signor Hopp. Se vuole tornare ad investire l’Hoffenheim può sicuramente ritornare competitivo.

Stefan Kießling invece ha vissuto una stagione da protagonista, chiudendo capocannoniere con 25 gol. Alla soglia dei 30 anni è un giocatore maturo? Può avere prospettive più ambiziose del Leverkusen? In Nazionale può essere lui la punta che manca dietro a Klose?
Sicuramente è maturato tanto, ma a Jogi non piace e penso che per il dopo Klose sia meglio puntare su Super Mario Gomez. Ammesso e non concesso che si voglia puntare su un centravanti fisso in Nazionale.

Parlando di Nazionale, secondo te riuscirà Löw a mettere un po’ di ordine nella sua testa con tutto lo straordinario talento offensivo a disposizione?
Quante volte abbiamo sentito dire che un allenatore vorrebbe avere l’imbarazzo della scelta. A volte però è una grandissima stupidaggine. Qui sono veramente troppi e ogni volta che scegli sbagli. In ogni caso io farei giocare Reus sempre e comunque, poi gli altri a seconda della forma.

Gündoğan, che nel BVB ha raccolto splendidamente l’eredità di Nuri Sahin, a differenza del compagno ha optato per la nazionale tedesca. Dopo questa stagione ai massimi livelli Löw deciderà di dargli maggior spazio oppure dovrà ancora accontentarsi di rimanere all’ombra della coppia Schweinsteiger-Khedira?
Credo lo farà giocare di più, ma qualcuno che copre, in una squadra così offensiva, è assolutamente necessario averlo.

Il contratto di Joachim Löw è in scadenza a fine Mondiale. Secondo te tenterà l’avventura in un club? Chi vedresti bene come suo successore sulla panchina della Germania? Magari lo stesso Heynckes?
Sinceramente vedrei bene Jürgen Klopp, mentre Jogi potrebbe andare ad allenare all’estero.

In chiusura, secondo te ci sarà la possibilità di tornare a vedere in Italia i Rummenigge, Matthäus, Völler, oppure sarà molto più probabile assistere a un’inversione di tendenza in un futuro anche piuttosto vicino?
Se fossi un giocatore tedesco ci penserei mille volte ad abbandonare il campionato tedesco per l’Italia. Su Spagna e Inghilterra si può discutere, ma la serie A, di questi tempi, non offre garanzie precise. Al massimo potrebbe fare questo percorso qualche giocatore di secondo livello.



In collaborazione con G.D.C.
Si ringrazia ancora Pietro Nicolodi, persona squisita ed incredibilmente disponibile.