30 ago 2010

Foto ricordo

Argentina Campione Mondiale U-20 2007
Prima fila in alto, da sinistra: M.Zarate, Fazio, Romero, Sigali, E.Insua, Aguero
Seconda fila: Mercado, Sanchez, M.Moralez, P.Piatti, Banega
Panchina: Garcia, Cahais, Yacob, D.Escudero, Vaboril, Cabral, Gomez, Di Maria, Acosta, Centeno
DT: Hugo Tocalli


Toronto, 22 Luglio 2007. Mancano pochi minuti al fischio iniziale della finale del Campionato Mondiale under 20 tra Argentina e Repubblica Ceca quando le due squadre, effettuati i convenevoli, posano per la foto di rito. Gli occhi degli spettatori sono tutti per il capitano dei futuri campioni, il numero 10, Sergio Aguero, capocannoniere e stella più scintillante di una competizione che ha permesso al mondo del pallone di conoscere giovani del calibro di Pato, Cavani, Mata, Pique, dos Santos, Suarez, Alexis Sanchez e tanti altri provenienti da ogni parte del globo. Una concentrazione di talenti in erba memorabile, una parata di stelline che soltanto tre anni dopo sono state fra le sorprese del Mondiale dei grandi, quello giocato in Sud Africa. Fra loro ha tuttavia brillato incontrastata una sola squadra: la Seleccion di Hugo Tocalli, troppo superiore alle avversarie dal punto di vista tecnico, completa in ogni reparto, solida e dotata di una straordinaria mentalità vincente.

Raramente si sono viste nazionali giovanili tanto dotate qualitativamente, composte da giocatori già affermati nei rispettivi club nonostante la giovanissima età e quasi tutti potenzialmente titolari nell'undici della Seleccion. Basti pensare ad un'altra Argentina titolata, quella del 2005, trascinata alla vittoria esclusivamente dal genio di Leo Messi, predicatore nel deserto più assoluto, salvo rare eccezioni quali Zabaleta o Gago. Ma quanti dei ragazzi ritratti nella foto hanno mantenuto le aspettative e tenuto fede all'infinità di buone parole spese prima, durante e dopo il Mondiale canadese?

Buona parte ha tentato con successo l'avventura nel vecchio continente, conquistando facilmente i nuovi tifosi e attirando fin da subito le attenzioni dei club più blasonati, come nel quasi scontato caso di Aguero, oppure sorprendendo un po' tutti e raggiungendo palcoscenici allora inimmaginabili come Di Maria, acquisto del Real Madrid fortemente voluto da José Mourinho. L'ala di scuola rosarina appariva allora troppo bizzosa ed incostante per poter avere un serio impatto sul calcio europeo, ma la positiva avventura al Benfica ed il procuratore giusto lo hanno sorprendentemente proiettato all'ombra del Bernabeu.

Zarate, altro gioiello del reparto offensivo dell'Argentina di Tocalli, ed il suo gemello del Velez Damian Escudero hanno avuto a loro volta percorsi completamenti diversi. Il primo, dopo una sciagurata avventura in Qatar, ha ritrovato fama e fortuna alla Lazio, il secondo ha invece fallito il primo tentativo di approcio al calcio europeo, rispedito in Argentina a prendere lezioni da Riquelme tra le fila del Boca Juniors. Altra sorte è invece toccata a Pablo Piatti, trequartista acquistato a sorpresa dall'Almeria ed al momento apparentemente destinato ad un carriera non proprio nell'elite del calcio europeo. Peggio sta andando a Lautaro Acosta, riserva del Siviglia che fatica ad imporsi nel club andaluso, sorpassato nelle gerarchie anche dal connazionale Perotti. Diversa la situazione del suo compagno di club, Fazio, centrale difensivo roccioso con ancora buoni margini di miglioramento.

Ever Banega, faro e leader della squadra, grazie alla ritrovata fiducia è finalmente tornato ad esprimersi sugli straordinari livelli messi in mostra nel Mondiale canadese ed in Sud America. Assieme ad Aguero è probabilmente stato il giocatore che nella manifestazione giovanile ha riscosso il maggior numero di consensi, esibendo un repertorio di prim'ordine. Il suo compagno di reparto, Claudio Yacob, ha invece preferito maturare in patria, dove è diventato capitano del Racing Club di Avellaneda ed uno dei centrocampisti più interessanti del torneo locale. Dotato di buona tecnica, fisicità e senso tattico, è sul taccuino di molti club europei ed in particolare italiani; difficilmente rimarrà in Argentina, dove invece sembra essersi definitivamente stabilito Maxi Moralez, trequartista tanto di talento quanto fisicamente inadatto al calcio fisico del vecchio continente.

Un altro giocatore accostato in estate a squadre italiane è invece Emiliano Insua, terzino sinistro della Seleccion affermatosi con pazienza e tanto lavoro sulla fascia sinistra del Liverpool nel dopo-Riise. A sorpresa, tuttavia, uno dei giocatori ad aver finora incontrato maggiori fortune è il portiere, quel Sergio Romero, nella foto irriconoscibile con i capelli corti, scelto da Maradona come titolare dell'Argentina al Mondiale sudafricano e destinato ad essere un punto fermo dell'Albiceleste per parecchi anni.

Insomma, una squadra dall'immenso potenziale che fra qualche anno potrebbe costituire la spina dorsale della Seleccion dei grandi, dove, con ogni probabilità, ci sarà anche Gonzalo Higuain, altro talento che avrebbe potuto prendere parte al Mondiale U-20, ma ignorato dal DT per motivi tuttora poco chiaro. Soltanto il tempo saprà dire se si tratta di una generazione d'oro o meno, ma raramente guardando la foto di una nazionale giovanile potremo riconoscere tanti volti noti.

E' tornato Ever Banega

Prima giornata della Liga e gli occhi di tutti i tifosi sono stati inevitabilmente per Barça e Real, le regine del mercato europeo che anche quest'anno si contenderanno il titolo a medie punti da record. Nessun problema per i catalani, qualche difficoltà invece per gli uomini di José Mourinho, incapaci di andare oltre lo 0-0 contro il sempre ostico Maiorca. Una delle note più liete arriva tuttavia dalla Rosaleda di Malaga, dove è sceso in campo il Valencia e dove soprattutto ha brillato ancora una volta la stella di Ever Banega, giovane regista argentino dimenticato troppo in fretta dal calcio che conta dopo il difficile adattamento alla Liga e all'Europa.

Centrocampista sublime con innata capacità nel dettare i tempi e nella lettura del gioco, soltanto con l'arrivo di Emery sulla panchina del Valencia ha iniziato a riproporsi sugli straordinari livelli messi in mostra nel Boca Juniors, quando aveva stupito tutti per qualità e personalità, tanto da rubare il posto ad un mostro sacro dalle parti della Bombonera come Sebastian Battaglia. Tecnica ed eleganza da trequartista, visione verticale del gioco, dribbling raffinato e capacità di usare con estrema precisione entrambi i piedi fanno di lui un regista squisito e con margini di crescita enormi. Si tratta probabilmente del giocatore più simile a Redondo prodotto negli ultimi quindici anni dal calcio argentino.

Dopo l'ottima annata del rilancio, la partita contro il Malaga ha così confermato la costante crescita di Banega, leader del centrocampo e faro della manovra, abile a non lasciare punti di riferimento al marcatore di turno e pericoloso anche dalla distanza. Emery non è stato tuttavia l'unico a rendersi piacevolmente conto dei progressi di Ever, convocato infatti anche dal Checho Batista per le prime amichevoli post-Mondiale della Seleccion e già autore di un'ottima prova contro l'Irlanda del Trap, quando, assieme a Gago, ha finalmente aiutato Mascherano a dare solidità ed efficacia al centrocampo e un'identità ben delineata alla manovra argentina.

Orfano dei due idoli Silva e Villa, il Valencia sembra aver trovato in Banega e Juan Manuel Mata i degni sostituti in grado di conquistare il Mestalla. Coetanei, dotati di grande personalità e soprattutto estremamente talentuosi, i due cercheranno di far dimenticare gli ex-compagni di squadra passati al Manchester City e al Barcellona, consapevoli a loro volta di quanto sarà difficile rimanere ancora a lungo nella Comundidad Valenciana.

28 ago 2010

Super Atletico Madrid

Il 23 Ottobre 2009 Quique Sanchez Flores è salito sulla panchina dell'Atletico Madrid.
Da quel giorno ha di fatto spremuto più o meno il massimo ottenibile dalla formazione rojiblanca. La rosa non è di certo di primo spessore (tolti Diego Forlan, Sergio Aguero e il talentuoso De Gea), e l'Atletico è da sempre squadra capace di imprese e crolli alternati senza regola, ma con l'allenatore di Madrid ha trovato nelle coppe la sua dimensione ideale. Finalista di Copa del Rey (sconfitta dal Siviglia), vincitrice di Europa League sul Fulham e della Supercoppa Europea sull'Inter. Un'affermazione internazionale soprendente e storica, ma nata dal talento, dal lavoro del tecnico e da un pizzico di fortuna (vittorie ai supplementari e grazie ai gol in trasferta ad esempio), sempre necessaria in certe competizioni.

In campionato le cose cambiano (e il nono posto dell'ultima Liga lo conferma) a causa di una difesa troppo spesso incerta, a clamorosi cali di attenzione o errori nell'approccio alla partita che pregiudicano un rendimento un minimo costante, ma sulla gara secca la musica decisamente è diversa. Quique conosce la sua rosa in vizi e virtù, e di conseguenza gioca. Squadra compatta, centrali di centrocampo di grande sostanza e fisicità a totale supporto della difesa e fase offensiva affidata alla velocità e alla tecnica di Simao, Reyes, Forlan e Aguero. Quattro giocatori capaci di mettere in croce qualsiasi difesa, che hanno sviluppato una buona capacità di giocare insieme.

Complimenti a tutti, a Madrid non si vive di solo Real.

26 ago 2010

Storico en-plein

A degno coronamento di una stagione trionfale, l'Inter fa incetta degli Uefa Club Football Awards, i premi assegnati dall'Uefa ai migliori giocatori della Champions League. 5 categorie (miglior portiere, difensore, centrocampista, attaccante e migliore assoluto), 5 trionfi nerazzurri per un en-plein storico mai verificatosi nei 13 anni di vita del premio.

Julio Cesar, Maicon, Wesley Sneijder e Diego Milito hanno ricevuto i meritatissimi riconoscimenti nelle singole categorie. A quel punto non poteva che essere un interista il miglior giocatore della competizione: incoronato re è stato il Principe Milito, che coi suoi 6 gol (fondamentale il primo a Kiev nei gironi, poi negli ottavi col Chelsea, nei quarti col Cska, in semifinale col Barcellona e doppietta al Bayern) ha indicato alla squadra la strada verso la gloria.

Complimenti a tutti loro, e a tutta la squadra che li ha aiutati ad arrivare così in alto.

25 ago 2010

Manuel Lanzini

Si potrebbero sprecare aggettivi e tessere infinite lodi per la joya delle Inferiores del River Plate, ma è probabilmente sufficiente dire che si tratta del nuovo pupillo di Angel Cappa, ex-allenatore e mentore di Javier Pastore. Prima di lavorare assieme a lui il Flaco era infatti una sorta di talento inespresso, troppo incostante ed anarchico per il calcio che conta, mentre la cura del Filosofo lo ha trasformato in un giocatore completo, un genio sempre alla ricerca della giocata di fino ma mai egoista, costantemente attento all'interesse della squadra.

Ecco da dove si potrebbe partire per descrivere Manuel Lanzini, l'Ojon, come è stato ribattezzato nei sette anni trascorsi tra le fila delle giovanili della Banda, un talento cristallino al servizio della squadra. Enganche tutta classe, tecnica e soprattutto personalità: non è facile esordire da titolare a diciassette anni davanti ad un Monumental stracolmo di gente e di aspettative in una delle stagioni più importanti della storia del River Plate, così come non è facile due settimane dopo sostituire e non far rimpiangere lo squalificato Ortega nel Clasico contro l'Independiente.
Ordinato e intelligente nelle giocate, sorprendono la straordinaria facilità con cui distribuisce palla e legge l'azione. Il fisico da mezzapunta ne fa un trequartista tanto abile nella costruzione della manovra quanto imprevedibile palla al piede, grazie ad un dribbling secco e preciso che gli permette in ogni frangente di creare situazioni di superiorità numerica. Destro delicatissimo e pericoloso dalla distanza, grazie all'eccellente visione di gioco può fare le fortune di qualsiasi attaccante e lo splendido assist a Funes Mori nella sfida contro il Rojo ne è un fulgido esempio.

Un paragone? Probabilmente il giocatore cui somiglia maggiormente per ruolo e caratteristiche è proprio il suo idolo Pablo Aimar, ma il potenziale lasciato intravedere finora da Manu sembra essere di un altro livello e la possibilità di lavorare con un allenatore tanto attento quanto abile nel valorizzare i giovani come Cappa gioca a suo favore. Buonanotte lo ha definito "un fenomeno" e i tifosi se ne sono già innamorati, conquistati dalla sfacciataggine, in senso positivo, con cui scende in campo e dall'umilità con cui al contempo si mette al completo servizio della squadra sia in fase offensiva che difensiva.

16 ago 2010

Il caso Balotelli

Dopo tre anni, 86 presenze e 28 gol si è chiusa la parentesi nerazzurra di Mario Balotelli, che ha scelto di continuare la sua carriera in Inghilterra al Manchester City fortemente voluto dal suo ex allenatore Roberto Mancini.
Cosa ci resta del più grande talento del calcio italiano?
Luci e tante, tantissime, assolutamente troppe ombre, specie per un ragazzo tanto giovane.

Il rapporto di Balotelli con l'Inter è andato peggiorando di anno in anno, arrivando alla rottura con la squadra prima di Chelsea-Inter e con tutto l'ambiente dopo Inter-Barcellona.
In principio ci fu l'insufficiente impegno in allenamento, che portava alla sua esclusione dalle partite vere. E invece di capire e dare tutto, la reazione fu di puntare i piedi e chiedere la cessione (Gennaio 2009), in nome di un atteggiamento da superstar che non poteva accettare di allenarsi come tutti. Solo dopo si notò l'atteggiamento indolente in campo, con continui rimproveri ai compagni, zero concentrazione agonistica e passeggiate sul terreno di gioco. Ma la situazione precipitò da Gennaio 2010. Prima due presenze allo stadio per vedere il Milan in nome di una fede rossonera sempre ostentata, poi la maglia del Milan indossata per colpa di un sapiente raggiro di Striscia la Notizia (in cui lui cadde in pieno, molto furbamente). Infine dicevamo, la rottura totale con la squadra, con l'esclusione dai convocati per (a quei tempi) la partita più importante della stagione. Perchè questo? Atteggiamento infantile in allenamento con insulti a tecnico e collaboratori per richiami tattici, sfottò alla squadra sulla rimonta del Milan, insomma dimostrazioni di non avere alcun rispetto per tutta l'Inter. Tanto per completare l'opera, la scelta di Mino Raiola come procuratore, figura di certo non amata nè dalla società nè dai tifosi.
E quando sembrava che anche questa situazione si fosse ricomposta, ci fu Inter-Barcellona. Una partita stellare, unica per sempre nei ricordi dei cuori nerazzurri. Con solo una nota stonata, un giocatore totalmente avulso dal contesto tecnico agonistico col numero 45. Un ragazzino che entra in campo a San Siro per la semifinale di Champions League e si permette di non giocare passeggiando per il campo, in barba alla fatica eroica messa in campo dai suoi compagni. E ciliegina sulla torta, la maglia gettata a terra dopo i meritati fischi del suo pubblico.

L'unica scelta possibile della società è stato cederlo, all'unico acquirente possibile. Per 28 milioni più bonus, Balotelli è così sbarcato in Inghilterra. Per giocare titolare (come vuole lui) con meno vincoli tattici possibili (come promessogli, così si dice, da Roberto Mancini). Insomma per fare la superstar in campo, senza faticare troppo. Contento lui, contenta la società, che realizza una plusvalenza incredibile vendendo a una simile cifra la prima riserva dell'attacco (costata 350.000 euro a 16 anni) e si libera del maggior elemento di rottura di uno spogliatoio altrimenti granitico. Il regista di questa operazione non poteva che essere il suo nuovo procuratore Raiola, abilissimo a convincere il ragazzo ad accettare questo nuovo mondo dorato.
Di sicuro a Raiola sono andati dei bei soldi. Balotelli si trova in una squadra senza alcun blasone, in Europa League e totalmente da inventare dal punto di vista tecnico/tattico. In bocca la lupo.

Tanto gli è stato perdonato e tanto gli è stato concesso da dirigenti, allenatori, compagni di squadra e tifosi. Tante parole sono state spese in sua difesa da parte di tutto il mondo Inter in molti momenti difficile, al contrario della gran parte della stampa pronta a sparare a zero su un adolescente alla prima occasione, salvo poi farne una specie di martire una volta lasciata l'Inter e l'Italia, con tonnellate di stucchevole demagogia sulla fuga dei talenti e sull'errore societario commesso dalla sua squadra. Pensarci prima? Provare a proteggere quello che si aveva in casa invece di cercare di demonizzarlo?

Talento enorme, in un minuscolo spazio vitale.


In collaborazione con G.B.

13 ago 2010

Usa-Brasile

Anche il Brasile, la nazionale pentacampione, si è trovata di fronte alla necessità di voltare pagina dopo i Mondiali 2010. Il criticatissimo calcio di Dunga (troppo difensivo ed europeo per i gusti verdeoro) non ha portato i risultati sperati, e l'unico modo per andare avanti era cambiare, a cominciare dall'allenatore.
La federazione ha scelto Mano Menezes (o meglio,ha ripiegato su di lui dopo il rifiuto della Fluminense di liberare Mauricy Ramalho) per la ricostruzione della squadra, e fin dalla sua prima partita si è visto cosa ha in testa il nuovo c.t.. Convocati tutti giovani (i più vecchi Andrè Santos e Daniel Alves, 27 anni), molti alla prima presenza, tutti con grandi doti, pescati dall'inesauribile miniera di talenti brasiliana. Calcio meno fisico, con più tecnica e gestione del pallone come da dna do Brasil. Ma non tutto di Dunga è stato buttato, perchè la fase difensiva è troppo importante nel calcio moderno.
Vedremo se Menezes riuscirà a coniugare davvero i principi del calcio brasiliano con una fase difesiva solida come appare da questa prima amichevole, ovviamente in vista dei sntitissimi Mondiali 2014.

Dicevamo dei giocatori, schierati con un classico 4-2-3-1.
Impressionante in difesa David Luiz, centrale del Benfica classe '87, gran fisico, imperioso di testa, tecnicamente fortissimo e ben coadiuvato dal milanista Thiago Silva. Completano la difesa Daniel Alves a destra (ovviamente già noto, non brillantissimo) e Andrè Santos (ripescato dopo essere scomparso nella gestione Dunga). Proprio per la bravura tecnica e nel'impostazione del reparto arretrato, i due mediani Ramires (ottimo da mediano) e Lucas Leiva si sono maggiormente concentrati sulla rottura del gioco, fornendo pressing e fisicità. Tecnicamente non di primo livello, ma capaci di tanto lavoro oscuro utile alla squadra. Come da copione, il grosso del talento sta nel reparto offensivo. Neymar-Paulo Henrique Ganso-Robinho a supporto di Alexandre Pato. Quattro nomi richiestissimi dall'opionione pubblica, che non hanno per nulla tradito le aspettative. Neymar dal Santos(classe '92) ha dimostrato di essere maturato rispetto al recente passato, ora è meno giocoliere e più giocatore. Gol all'esordio (ma potevano essere due o tre) e tante giocate col suo "gemellino" Robinho. Ganso ('89), altra stellina del Santos, si dimostra già all'esordio giocatore dal sicuro avvenire. Trequartista con tecnica e visione da vendere, il classico giocatore che permette a tutti attorno a lui di fare meglio grazie a una superiore comprensione del gioco. Ne sentiremo parlare. Pato ('89 anche lui, ricordiamolo) dal canto suo è stato provato da prima punta, buona prova con gol, ma è da testare contro difese più serie in ambiti più sentiti.
Tanta circolazione della palla, scambi stretti, poche, ma proficue azioni personali.
Il Brasile è tornato.