24 mag 2016

La "despedida" di Diego Milito

Scritto da @HaRagioneNonno


Premessa: in questo articolo troverete un po’ di retorica. Me ne scuso ma non sono riuscito a tenerla lontana.

Buenos Aires è una voragine. Una città pressoché sconfinata in cui vivono circa 14 milioni di abitanti e le distanze sono enormi. 
È per questo che se sei un giovane calciatore e qualche squadra professionista ti dà la possibilità di entrare nelle sue fila, quello che sei disposto a fare è incredibile. 
Sono moltissime le storie di giovani giocatori argentini che raccontano di quando da bambini attraversavano il centro della città o la attraversavano da una parte all’altra per andare ad allenarsi.
Diego Milito è un ragazzo di Quilmes, una delle periferie più complicate del Gran Buenos Áires. È un bambino quando il Racing gli dà l’opportunità di diventare calciatore, nel 1989. Milito non è un predestinato. Non è uno di quei talenti che spiccano su tutti gli altri. Non è una forza della natura. Deve lavorare sodo per diventare un campione, perché sa che il fisico e la tecnica non gli basteranno. Bisogna mettercela tutta. Giorno dopo giorno. Migliorare la condizione fisica e imparare, ascoltare. Apprendere qualcosa da chiunque, ogni giorno. 

La storia di Diego Milito, però, è ormai conosciuta e non starò qui ad annoiarvi raccontandola di nuovo. Parto quindi dal suo ultimo capitolo. 
Senza scomodare la cabala, possiamo dire con certezza che il 22 è il numero della vita per questo ragazzo. Gli interisti che leggeranno questo racconto, sanno perché. Il 22 maggio 2010 Milito segna quelli che sono senza dubbio i suoi due gol piú importanti (due capolavori) portando l’Inter alla conquista della Champions League. Il 22 è il numero di maglia che Milito sceglie per la sua carriera. Sabato scorso si è giocata la su ultima partita da professionista. Inizialmente era prevista proprio per il 22 maggio, domenica, e per motivi logistici è stata poi spostata, ma questo non cambia le cose.


Per nulla al mondo mi sarei perso questa partita. Il Racing è la squadra argentina per cui faccio il tifo da parecchi anni e ho colto l’occasione per andare al Cilindro, in cui non entravo da parecchio, e in più vedere la “despedida” dell’idolo assoluto di questa società. 
Già dal mattino sentivo la solita emozione che sento ogni volta che devo andare allo stadio, nonostante sia la cosa che ho fatto piú volte in vita mia. È il primo pomeriggio quando decido che l’attesa è finita. Prendo il pullman sotto casa e dopo un lungo viaggio arrivo nei pressi del Cilindro di Avellaneda. Scendo e mi rendo conto che, nonostante manchino tre ore all’inizio della partita, c'è già un’inifinità di persone con la maglia del Racing, con bandiere e cappellini. Quando arrivo di fronte allo stadio ovviamente l’emozione è grande. 

Dopo una lunga coda, finalmente entro e la festa può iniziare. Nonostante lo stadio sia ancora quasi vuoto, si respira un’atmosfera da grande occasione. In pochi minuti si riempie il settorino in cui sono sistemato e piano piano anche il resto dell’impianto. La gente è triste. Glielo leggo negli occhi. Felice per essere lí tutta insieme, ma triste per il motivo. Amano Milito come fosse uno di loro. O meglio amano Milito perché è uno di loro. Sono molte le foto di Diego ancora giovane che andava a vedere la prima squadra con la Guardia Imperial, il gruppo di tifosi piú numeroso. Milito è uno di loro. Perché in fondo credo che di questo si tratti il calcio. Dell’amore per qualcosa che ti rappresenta, che rispecchia quello che sei e a cui decidi di dedicare una larga fetta della tua esistenza come giocatore, come tifoso, come semplice simpatizzante. Un amore che si costruisce attraverso gli anni, attraverso i momenti belli e soprattutto quelli brutti. 
Con tanto lavoro, con perseveranza e dignitá. Milito, non me ne vogliano gli amici granata, visto che ci ha purgati più volte, rappresenta secondo me perfettamente questi valori e li ha rappresentati sempre. Si è fatto largo a spallate nel mondo del calcio che idolatrava altri personaggi, molto meno rispettabili, secondo me, prendendosi quello che era giusto che si prendesse. Non è un caso che sia letteralmente adorato in tutte le squadre in cui ha giocato. Gli occhi della gente intorno a me mi dicono questo. Amore, tenerezza e gratitudine.

Quando qualche anno fa Milito è tornato a Buenos Aires (primo fra tanti, visto che ora sembra essere diventata una moda) ha voluto assicurarsi di stare bene e di poter dare ancora tanto all’istituzione Racing. La squadra ha vinto l’anno scorso il suo diciassettesimo titolo di campione in una stagione in cui nessuno lo dava per favorito. Quest’anno è uscito agli ottavi della Libertadores in una partita sfortunata che avrebbe dovuto vincere. In men che non si dica, Milito ha preso per mano la squadra riversando in essa tutta l’esperienza accumulata in Europa. Soprattutto, come dice lui, ha portato la cultura del lavoro. Perché una cosa è vincere costruendosi le vittorie giorno dopo giorno, un’altra è comprare il campione di turno, pagarlo una fortuna, vincere e arrivederci e grazie.

Mentre penso queste cose lo stadio si va riempiendo sempre più. Sono previste 50.000 persone più i bambini, che entrano gratis. E ce n’è un’infinità. Durante il riscaldamento c’è la prima grande ovazione dello stadio. Lui è giá emozionato e si vede. Interrompe varie volte il riscaldamento per salutare tutti, visibilmente commosso.
Le squadre entrano in campo e il ricevimento da parte dello stadio è da brividi. Tutti cantano a squarciagola. Ovazione per svariati giocatori che probabilmente lasceranno la squadra. Il portiere Saja su tutti, altro idolo della curva.
Comincia la partita e dopo circa 15 minuti viene assegnato un rigore al Racing. Milito lo trasforma e si scatena la festa. Dopo pochi minuti un altro rigore per il Racing. Questa volta Milito sbaglia, ma sulla ribattuta interviene Romero che mette dentro. Il calcio giocato finisce praticamente qui. Al minuto '22 scatta la festa vera e propria. Viene issato un bandierone che raffigura il volto di Milito e da ogni angolo dello stadio i cori sono per lui. Si ferma e quasi non riesce a continuare. 
Ho quasi le lacrime io, figurarsi come deve essersi sentito lui. La sua gente lo sta ringraziando. Gli dice che lo ama e che lo amerà sempre.
La stessa gente di cui ha fatto, fa e sempre farà parte. 

Finisce il primo tempo ma lo stadio non si placa. Potete trovare molti filmati su internet. Il secondo tempo è una formalità. La gente attende solamente la fine della partita per il giro di campo di addio. Nessuno smette di cantare i cori per il Racing. L’Academia da sempre si contraddistingue per avere un tifo che lascia sbalorditi e posso confermarlo ancora una volta.
Milito è ormai commosso in maniera non più controllabile. L’arbitro fischia la fine e lui si lascia andare. Al mattino è diventato papá e ora questo. I compagni lo circondano per salutarlo e lui ormai è una cosa sola con lo stadio.
Effettua il giro di campo ringraziando tutti. Lo fa piangendo a dirotto, consapevole che nessuno delle persone presenti dimenticherá mai né lui né un pomeriggio che è già entrato di diritto nella storia di questo club.
I giornalisti lo circondano e viene risucchiato da inteviste e addii ai compagni. Il giro di campo finisce e finisce anche la storia di Diego Milito, campione vero. Ragazzo del Racing soprattutto.
Qui dicono che è tornato “Príncipe” dall’Italia per diventare Re in patria.

Uscire dallo stadio è un’impresa vista la quantitá di persone che lo hanno riempito e visto che i dintorni dell’impianto sono delle strettissime strade piene di abitazioni e traffico.
Mi scuso ancora se non ho saputo tenere lontana la retorica. Non c’è alcuna volontà di idolatrare un giocatore né di tesserne le lodi in maniera smisurata. Chi mi conosce appena sa che sono solito fare l’esatto contrario. Credo però che, in questo caso, la retorica non rovini per niente il racconto di una giornata indimenticabile che mi porterò dentro per sempre.

Diego Milito è uno di quei giocatori che ho sempre ammirato, soprattutto, come ho detto prima, per la consapevolezza e l’umilità di non sentirsi un predestinato, un eroe, un campione nato, e per aver voluto fortemente diventare quello che è diventato, raggiungendo dei risultati incredibili con le squadre dove ha giocato.
Poco importa se ha combinato quasi nulla nella nazionale argentina. Qui dicono che è più facile diventare Papa che avere un posto da titolare nella “Selección” e io non mi sento di dar loro torto, visti i nomi che anno dopo anno si leggono nelle formazioni. Milito ha fatto quello che ha potuto, diventando un idolo nelle squadre in cui ha giocato e diventando il simbolo della societá che ama e che è la sua vita. Non è diventato campione del mondo, ma siamo davvero sicuri che sia cosí importante?



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