16 ott 2009

Uruguay-Argentina: le pagelle

Romero 6,5
Dimostra freddezza e trasmette sicurezza al reparto, nonostante sappia di rischiare il posto al minimo errore.

Otamendi 7
Gioca fuori ruolo e cerca di spingere per quanto possibile. Un muro in fase difensiva.

Demichelis 7,5
Rientra da un grave infortunio, fa l'esordio nell'Argentina targata Maradona e sforna una prestazione ottima. Attento, sicuro e preciso nel far ripartire l'azione. Leader vero.

Schiavi 6
E' il meno sicuro del reparto difensivo. Insuperabile sulle palle alte, soffre la mobilità delle punte avversarie. La sensazione è che con Samuel sarebbe tutta un'altra storia.

Heinze 6,5
La sua miglior partita dell'era Maradona, giocando da terzino. Uno dei pochi con la giusta carica agonistica.

Mascherano 5,5
Fa buon filtro, ma è inesistente in costruzione. Pesa la poca personalità, soprattutto alla luce della fascia che porta.

Veron 5
Insolitamente timoroso e impreciso, soffre anche lui l'eccessiva pressione. Meriterebbe 8 per le dichiarazioni post-partita, quando si conferma ancora un volta il vero leader della squadra.

Jonás 4,5
Mai in partita, non mette in campo neanche la corsa e la grinta che lo contraddistinguono. Lascia perplessi la titolarità indiscussa.

Di Maria 6,5
Sparisce alla distanza, ma è l'unico a dare vivacità ed imprevedibilità in fase offensiva.

Messi 4
Dr. Jekyll & Mr. Hide. A Barcellona è un giocatore geniale ed inarrestabile, una meraviglia per gli occhi. In Nazionale diventa irriconoscibile, un fantasma, un trascinatore assente.

Higuain 6,5
Gioca in un ruolo a cui è poco abituato e fa il possibile con un grande lavoro di sponda. Non spreca un pallone ed è l'unico, costante, punto di riferimento. Non viene mai messo nelle condizioni per potersi rendere pericoloso sotto porta.


Monzon 5
Sostituisce uno sfinito Di Maria senza toccare praticamente palla.

Bolatti 6,5
Trova il gol che mette al sicuro la qualificazione da bomber di razza, poi si limita a dare maggiore copertura ed equilibrio in mezzo al campo.

Tevez S.V.


Maradona

La gestione dei cambi desta qualche perplessità, ma il tabellino alla fine da ragione a lui. Rovina tutto in sala stampa con un delirio di onnipotenza che farà parlare a lungo.


In collaborazione con G.D.C.

15 ott 2009

E' già tempo di rivincite?

La domanda sorge spontanea ed immediata, al pari dello sgomento in sala stampa, quando, dopo festeggiamenti e celebrazioni sul terreno di gioco del Centenario, Maradona si presenta davanti ai microfoni ed inizia a scandire parole forti, al veleno. Ne ha per tutti il Diez, ma soprattutto per i giornalisti argentini, rei di aver fatto il possibile per screditare ed ostacolare il suo lavoro. Sarà l'euforia, sarà la tensione, ma Maradona è un fiume in piena e fuori controllo. Passa dai ringraziamenti verso famiglia, tifosi, e giocatori alla sfuriata verso i giornalisti di fronte alla stampa mondiale, senza servirsi di alcun giro di parole e con un linguaggio a dir poco insolito per la situazione. Come lui stesso afferma poco dopo: "Io sono bianco o nero, non grigio, e ho buona memoria. Mi avete trattato senza alcun rispetto, non ho nessuna voglia di condividere questa gioia con voi". Questa una delle poche frasi riportabili durante la conferenza stampa del DT argentino, questa la sintesi del suo sfogo.

Ma è veramente tempo di rivincite? E' già giunta l'ora di togliersi qualche sassolino, o meglio, masso, dalla scarpa? Può bastare una qualificazione ai Mondiali raggiunta all'ultima giornata e ottenuta con l'ultimo posto a disposizione per poter gonfiare il petto e puntare il dito? E' la vittoria, il trionfo, di un progetto?

Ha buona memoria Diego e quindi ricorderà senz'altro i proclami con cui aveva dato inizio alla sua avventura alla guida dell'Albiceleste. E' bianco o è nero, si sa, si conosce, e allora le prese di posizione sono forti, decise e soprattutto mai banali. La prima emblematica scelta è quella del capitano: la fascia va a Mascherano, per un cambio deciso di rotta, un modo per dire addio al passato e dare inizio al rinnovamento. La scelta ricade sul giocatore del Liverpool, per Maradona l'unico vero cardine della squadra, l'unico giocatore irrinunciabile, tanto da spingerlo ad affermare più volte:

"La Selección es Mascherano y diez más"

Il Jefecito risponde presente ed è quello di sempre, combattivo, tenace, leader vero. Alla distanza tuttavia si spegne, lasciato troppo solo in mezzo al campo, abbandonato da tutto e tutti si ritrova a vagare per la mediana disorientato e senza nessuno al suo fianco. Contro il Perù è il peggiore in campo assieme a Messi, l'altro leader designato dell'Argentina e probabilmente l'incognita più grande di tutta la gestione Maradona.

Il gioiello del Barça, globalmente considerato l'erede proprio del DT argentino, al pari di Mascherano, fa vedere ottime cose nelle prime uscite stagionali, le amichevoli contro Scozia e Francia, poi scompare. La squadra è costruita attorno a lui e l'allenatore lo consacra ogniqualvolta ne ha l'occasione, eppure il Messi argentino è il lontano parente di quello che si ammira in Europa. Crolla sotto il peso della pressione, si estranea dalla partita e gioca più per sè stesso che per la squadra: basta un volo transoceanico per trasformarlo.

Maradona poi costruisce l'ossatura della sua squadra su giocatore in cui crede ciecamente. E' il caso di Jonas Gutierrez e Gabriel Heinze. Il primo fa ciò che gli è possibile, porta grinta e corsa, ma per ovvi limiti non può essere considerato un fattore in grado di spostare gli equilibri.
Il secondo, invece, viene presentato come un giocatore che ha ancora tanto da dare come centrale difensivo, ma, alla luce degli incontri disputati, gioca la sua miglior partita contro l'Uruguay, schierato come terzino sinistro. Confusione? Scelte sbagliate? Casualità?

Emblematico è poi il caso Riquelme. Il fantasista del Boca Juniors è inizialmente considerato uno dei cardini della squadra, al pari di Mascherano e Leo Messi. Poi, per motivi sconosciuti, annuncia l'addio alla Nazionale. Sia lui che Maradona sono troppo orgogliosi per tornare sui rispettivi passi e nessuno sa ancora spiegare con precisione che cosa abbia portato i due alla rottura. Certo è che la Seleccion ha più volte mostrato l'assoluta necessità di un enganche, di qualcuno in grado di ricamare gioco e consegnare palloni giocabili alle punte. Un problema cronico e tuttora irrisolto.

Alla luce della sfuriata di Maradona in sala stampa, sorge spontaneo ripensare ai proclami, alle intenzioni, al progetto e alle idee di un grande campione improvvisatosi allenatore. Convinzioni che, a posteriori, sono state per la maggior parte smentite, affievolite o smontate da un duro e tortuoso percorso che ha portato l'Argentina a qualificarsi al Mondiale sudafricano. Un percorso che ha visto continui cambi di moduli, uomini ed idee tattiche, che ha portato la Seleccion dal primo al quarto posto nel girone di qualificazione del Sud America, rischiando gli spareggi o, peggio ancora, una storica eliminazione e che ha scritto pagine indelebili come le cocenti sconfitte contro Bolivia (6-1) e Brasile (1-3). Per non parlare della girandola di eroi e traditori della patria, un gioco pericoloso a cui il DT ha esposto tutti i suoi giocatori, delle inspiegabili esclusioni di giocatori fondamentali nelle rispettive squadre di club e del momentaneo addio allo stadio storico dell'Albiceleste, il Monumental, per trasferirsi a Rosario: un'idea ben presto ritrattata e dimenticata fin troppo facilmente e frettolosamente.

A Montevideo il Diez ha però deciso che è giunta l'ora della rivincita, della rivalsa e che è già tempo di prendersi gloria e meriti, a otto mesi dal Mondiale, quello che deve essere considerato come l'unico vero obiettivo di una delle nazionali più talentuose al mondo.

14 ott 2009

Pericolo pubblico numero uno


Il destino dell'Argentina passa per la trasferta in Uruguay.
Ma il destino dell'Uruguay, passa soprattutto per i piedi di Diego Forlan, il pericolo pubblico numero uno (ma anche due e tre).

Nome certamente non nuovo per chi segue il calcio vista la sua lunga militanza in Europa (arrivò infatti nel Gennaio 2002, a Manchester sponda United), a nn tutti è chiara la caratura del giocatore.
Parliamo certamente di uno degli attaccanti più sottovalutati nel panorama calcistico quantomeno europeo.

Forlan sconta ancora, a livello di "fama", gli anni in Inghilterra. Due stagioni e mezza con un compagno di reparto ingombrante quanto Ruud Van Nistelrooy. Pagò tantissimo il salto dall'Independiente (club dell'esordio a 19 anni, esperienza che si chiude con 80 presenze e 37 reti) al Manchester, tanto da metterci 27 presenze a trovare la prima rete. Pochi i gol, anche se spesso importanti, tante presenze, ma spesso spezzoni di gara. Tuttavia a vedere il giocatore, rimane l'impressione di un talento bloccato, con speciali capacità soprattutto di tiro. Reti mai banali, con entrambi i piedi.
L'arrivo di Wayne Rooney fu l'anticamera della sua cessione in Spagna, a un nascente Villarreal.

Proprio nella Liga di fatto esplode (o meglio, comincia) la carriera di Diego.
Nel sottomarino giallo resterà tre stagioni, aiutando a far uscire la squadra dall'anonimato a suon di gol. Speciale da subito l'intesa con un altro talento in cerca di rilancio, Juan Roman Riquelme, da sempre in grado di far segnare chiunque. Ma Forlan chiunque non è, e il primo anno si presenta con 38 presenze e 25 reti, titolo finale di capocannoniere e Scarpa d'oro come miglior bomber d'Europa. Non male per un brutto anatroccolo.
La seconda stagione non fu indimenticabile con solo 10 reti, facendo subito parlare le male lingue di exploit isolato per la stagione precedente, anche se va ricordato un gol in Champions League ai danni dell'Inter nei quarti della competizione.
Nella terza e ultima stagione, chiuse nuovamente con un buon bottino di reti, 19 in 36 presenze.
Ovviamente tutto questo nn rimase inosservato, e l'Atletico Madrid scelse lui per sostituire il partente Fernando Torres.

Proprio nella seconda squadra di Madrid, Forlan compie il definitivo passo verso la completa maturazione.
Nella prima stagione mette a segno 16 reti, ma soprattutto contribuisce alla rinascita dell'Atletico Madrid, mettendo in mostra personalità, ma anche capacità tattiche preziose.
Ma è la stagione 08/09 ad essere abbagliante. Tantissima continuità, personalità da leader, presenza tangible in campo, chiude una stagione fantastica con 32 gol in 33 presenze, secondo titolo di pichichi e seconda Scarpa d'oro.

Curiosità: è l'incubo personale di Samuel Eto'o, avendo vinto entrambi i titoli di capocannoniere (e di conseguenza la Scarpa d'oro) proprio ai danni del camerunense

Assodato che parliamo di uno che segna e tanto,anche gol pesanti contro le grandi, vediamo di fare chiarezza sulle sue caratteristiche.
Centravanti si, ma moderno. Capace di giocare con e per la squadra, di iniziare, rifinire e concludere l'azione.
Non fortissimo fisicamente (1,80 per 75kg), diventa letale fronte alla porta, quando può puntare l'uomo. Non tanto per un dribbling stellare (che non ha), ma per la sua straordinaria capacità di tiro. Totalmente ambidestro (
addirittura dai sedici metri in su sembra tirare meglio col mancino), centra la porta da ogni posizione in ogni modo, con tiri potentissimi, improvvisi e precisi, senza scampo. Molti suoi gol sono veri gioielli. Rapido nel breve, rapace in area grazie a un grande fiuto del gol, gli anni passati con un grande assist-man come Riquelme gli hanno lasciato una non comune capacità di "dettare" il passaggio con l'inserimento, il che lo rende difficilmente arginabile negli spazi. Tatticamente capace di essere dove serve per la squadra, è anche abile nel servire i compagni. Niente di trascendentale nel gioco aereo, si fa rispettare grazie a un buon tempismo.

Parliamo di un giocatore di 30 anni (classe 1979, una delle tante coincidenze che lo accomunano a Diego Milito), nel pieno della sua maturazione tecnico-atletica.
I difensori argentini faranno meglio a prepararsi bene, per non leggere il nome sulla sua maglia quando sarà ormai troppo tardi.

13 ott 2009

Il nuovo calcio totale

In Europa, c'è una nazionale che tatticamente sta davanti a tutti da sempre.
Il calcio totale è un concetto che li pervade, un mito in cui crescono e vivono.
Non esiste una scuola di tattica paragonabile all'Olanda.

Per questo, per un inguaribile romantico del calcio come me, è interessante seguire la nazionale oranje.
Si sa che non ha mai combinato nulla di grandioso(Europeo a parte), e che i giocatori attuali non sono certo paragonabili ai mostri sacri delle passate generazioni.
Ma è interessante analizzarne l'identità tattica.

La nazionale con la maglietta arancione si schiera un campo con un 4231 corto e compatto.
I reparti si muovono all'unisono, attuando in fase di non possesso un pressing altissimo a tutto campo, portato dalle punte per prime, sfruttando i raddoppi soprattutto sugli esterni.
L'obiettivo è disturbare l'azione degli avversari fin dal primo passaggio, il risultato sono parecchi palloni recuperati per errori altrui.

In fase di possesso, vi è la costante ricerca del gioco. il dogma sono scambi di prima, massimo due tocchi, preferibilmente palla a terra.
Ne consegue un grande possesso di palla, ma sarebbe un errore considerarlo sterile come capita per certe altre squadre(mi vengono in mente il Portogallo e certe volte la Spagna). Il possesso palla olandese è veloce nella circolazione palla e nel ribaltamento del fronte d'attacco. Soprattutto è molto "verticale", punta a trovarsi velocemente e bene nella trequarti avversaria(e per questo i movimenti sono fondamentali). Non aspettano i varchi, se li creano, attraverso gli scambi e l'altruismo. Vedere come sviluppano il gioco è a tratti abbagliante. Fitte trame di passaggi che coinvolgono diversi giocatori, da una parte all'altra del campo. Le azioni personali sono limitate a pochi uno contro uno, magari degli esterni.
Tutti si muovono senza palla, tutti partecipano alla manovra.
L'azione parte dai centrali difensivi,che servono palla a terra o i centrocampisti che vengono incontro o i terzini.
I terzini sono in proiezione offensiva, pronti a fornirsi come alternative di gioco e trovabili a memoria nella metà campo avversaria.
I due mediani hanno il compito di proteggere la difesa(certo nn il reparto migliore), ma anche di impostare l'azione velocizzando il movimento del pallone verso l'attacco, per poi muoversi senza palla. In fase di possesso non sono quasi mai sulla stessa linea, si muovono sempre per dare un'opzione di passaggio ai compagni. E' facile trovarli sulla trequarti a impostare una triangolazione con un giocatore d'attacco per sfruttare un inserimento. Uno dei due si fa sempre trovare libero, come opzione per un comodo scarico più arretrato.
Tra i giocatori offensivi, Wesley Sneijder agisce da vero e proprio regista offensivo. Le azione passano da lui spesso e volentieri, sfruttando la sua abilità nel gioco di prima(da ambidestro), la sua visione di gioco e il suo tiro da fuori. E' l'uomo che inizia o rifinisce azioni corali o triangolazioni sulla trequarti avversaria, incaricato di "tagliare" a fette le difese avversarie con le sue geometrie.
I due esterni e la prima punta sono in costante movimento offensivo, sia in profondità per allungare gli avversari che ad accorciare verso il portatore di palla per scambi corti. Sono molto coinvolti nella trama d'attacco, giocano molti palloni. Specie i tre "titolari"(Robin Van Persie, Arjen Robben e Dirk Kuyt) si scambiano spesso di posizione liberamente, senza dare punti di riferimento, senza far comunque mai mancare movimenti e applicazione tattica nelle due fasi.

Il risultato è un calcio che è corretto definire "moderno". Fisico, tecnica e tattica a grandi livelli.
Poi non vinceranno come sempre, ma consiglio agli appassionati di andare a vedere undici giocatori che giocano davvero.



Apertura 2009: regna l'equilibrio


La vittoria dell'Independiente in casa del River Plate rilancia in classifica anche il Rojo. La squadra di Gallego si trova infatti ad un solo punto dalla vetta, dove stazionano le grandi favorite di inizio stagione: Velez ed Estudiantes. E' un Torneo di Apertura all'insegna dell'equilibrio, che vede nove squadre raggruppate in tre soli punti e lo stesso Boca Juniors pronto a riagganciare il gruppo di testa grazie al crescente momento di forma.

Soltanto due giornate fa la lotta per il Titolo presentava tutti i presupposti per sembrare uno scontro a due fra i campioni d'Argentina e quelli del Sud America, una sfida partita dopo partita fra due squadre solide, efficaci e soprattutto abituate a vincere. Più spettacolare l'Estudiantes, più concreto il Velez, ma in ogni caso un'altra categoria rispetto agli avversari che a turno cadevano e rallentavano alla minima difficoltà. Sono però bastate due settimane per riportare tutto in una situazione di incredibile equilibrio e piacevole incertezza.

L'Independiente sta attraversando un momento assolutamente positivo e dopo la sconfitta con l'Estudiantes ha collezionato un pareggio e tre importanti vittorie, incluso il Clasico di Avellaneda contro gli arci-rivali del Racing. Grande merito va soprattutto a Gallego, che sembra aver finalmente trovato l'assetto e gli uomini giusti per un progetto spesso criticato, ma di cui pian piano si stanno vedendo i primi ottimi risultati. Banfield e San Lorenzo affiancano il Rojo con lo stesso punteggio, trascinati gli uni dall'attuale capocannoniere del Torneo di Apertura, l'uruguayano Santiago Silva, autore di 7 delle 9 reti messe a segno finora dal Taladro, gli altri dalla straripante personalità del loro allenatore, Diego Simeone. Il Ciclon ha infatti ereditato grinta e tenacia tipiche del suo tecnico, diventando una squadra molto difficile da affrontare e un ostico cliente nella corsa al Titolo.

Alle loro spalle seguono Colón, Argentinos Jrs, Newell's e Rosario Central. La squadra del Turco Mohamed non è una sorpresa, è ormai abituata alle zone alte della classifica e pur non facendo mai il decisivo salto di qualità rappresenta un'autentica mina vagante, un avversario insidioso per qualsiasi compagine. Argentinos, Newell's e Rosario sono invece delle piacevoli sorprese. Soprattutto gli uomini di Ariel Cuffaro Russo hanno impressionato con un grande inizio di stagione, trascinati da un ottimo Jesus Mendez, anche se tuttavia nelle ultime uscite sono apparsi in lieve calo.

Le prossime giornate saranno sicuramente indicative per capire chi di questo folto gruppo di testa potrà veramente puntare con decisione al titolo. Nel frattempo, mentre Estudiantes e Velez si limiteranno a tirare la volata, qualcuno si perderà per strada e qualcun'altro farà di tutto per rientrare dopo una falsa partenza. In ogni caso sembrano esserci tutti i pressuposti per poter assistere ad un altro campionato in bilico fino alla fine, dopo l'insolito spareggio a tre fra Boca Juniors, Tigre e San Lorenzo e lo scontro al cardiopalma fra Velez ed Huracan.


Articolo scritto per Calcioargentino.com

12 ott 2009

River: ritorno alla dura realtà

E' durata una settimana la speranza che aveva riempito i cuori dei tifosi del River Plate. Sette giorni di dubbi, di velato ottimismo, di fiducia nel Jefe, il Negro, o semplicemente Léo. Il ritorno sulla panchina dei Millonarios di Astrada aveva spinto più o meno tutti a credere o almeno a sperare in un cambio di marcia della squadra, per riscattare un inizio di stagione disastroso e lanciare un ultimo disperato tentativo di afferrare con le unghie una proibitiva qualificazione alla Copa Libertadores.

Al Monumental, tuttavia, va in scena l'ennesima prova incolore della Banda, una partita subito in salita a causa del gol di Gandín e incredibilmente chiusa dopo poco più di mezz'ora dalle reti di Piatti e Silvera. Trenta minuti che riportano tutti sulla terra, alla dura realtà di un momento in cui nulla gira per il verso giusto, dentro e fuori dal campo. Quello che si presenta sul terreno di gioco è il solito River: disordinato, sprecone, sciagurato in fase difensiva, statico all'eccesso in quella offensiva e troppo vulnerabile a centrocampo. Come prevedibile il recente arrivo di Astrada non ha portato alcun miracolo, ma ha messo in mostra, se fosse ancora necessario, i limiti di una rosa che partita dopo partita appare sempre più inadeguata per potersi esprimere a livelli di gioco accettabili ed evidentemente impreparata per poter sopportare e saper reagire a pressioni non comuni. Difficile quanto ingeneroso muovere critiche verso un allenatore che a fatica ha appena avuto modo di conoscere la squadra, di farsi un'idea di ciò che lo aspetta, di capire su chi potrà veramente puntare e chi invece non è nelle condizioni per dare un contributo rilevante alla causa.

Allo stato attuale i tifosi del River non possono che attendere e pazientare, nella speranza che Astrada riesca ad innescare quella scintilla in grado di risollevare il morale e la convinzione della squadra e riesca a trovare la quadratura del cerchio, risolvendo o quantomeno limitando gli imbarazzanti problemi della Banda. Oggi l'Independiente di Gallego ha dominato senza strafare, trovando dei gol facili con la complicità dell'ormai noto colaborodo difensivo Millonario e limitandosi a controllare una partita mai in discussione. Il Tolo ha fatto affidamento sull'imprevedibilità di Piatti, abile a creare scompiglio fra le maglie riverplatensi ad ogni occasione, sull'incredibile lavoro tattico di Acevedo, capace con grande spirito di sacrificio di annullare letteralmente il centrocampo avversario, e sulla sorprendente vena di Mareque, puntuale in copertura e costante spina nel fianco per Ferrari e Galmarini.

Fra due settimane il Monumental ospiterà una partita che per il River Plate, ora più che mai, vale una stagione. A Belgrano infatti arriveranno gli odiati rivali di sempre del Boca Juniors in un momento più che positivo, forti del ritorno di Juan Roman Riquelme e della straordinaria vena di Palermo, ansioso di fare ritorno nello stadio che pochi giorni fa lo ha visto assoluto protagonista con la maglia albiceleste della Seleccion.

Nel frattempo Astrada potrà continuare il lavoro da poco iniziato per preparare al meglio innanzitutto l'importante sfida contro l'Huracan di Angel Cappa, in lieve ripresa dopo il faticoso avvio di stagione orfano delle stelline Pastore e De Federico, e in seguito un delicatissimo Superclasico, confidando nel recupero del Burrito Ariel Ortega.

WCQ: Argentina-Perù

Iniziamo dalla fine: l'Argentina ha vinto la partita che doveva vincere. Maradona ha interrotto la striscia di sconfitte,ha vinto grazie all'uomo che ha riportato in nazionale, può esultare lanciandosi sul campo e sparare i suoi proclami gonfiando il petto.

E' tornata l'Argentina?
Purtroppo no.
Ha vinto in casa (a proposito, applausi al pubblico del Monumental) con un gol da flipper a tempo scaduto contro la nazionale peggiore del Sud America. Considerando che parliamo della nazionale col maggior tasso di talento attualmente in circolazione, c'è qualcosa che nn va.
Di positivo, ci sono due scelte iniziali logiche del c.t.: un 9 davanti e un 10(anche se in questo caso parliamo di un 15) dietro le punte.
Aimar in quella posizione ha finalmente dato all'Argentina un gioco palla a terra, a uno-due tocchi, senza più la ricerca spasmodica degli esterni e dei cross, pur senza strabiliare.
Non a caso da lui è nato il primo gol in nazionale maggiore di Higuain, che forse nn sarà attualmente una prima punta pura, ma ha il fisico e il fiuto del gol per farlo, oltre a una dose di tecnica niente male.

Un "problema", o meglio un rebus, è invece il giocatore che porta il 10, Lionel Messi.

A ogni controllo, ogni dribbling in un fazzoletto, si nota il suo intossicante talento. In nazionale tuttavia, nn riesce a fare la differenza e a essere un vero leader. Si vede che gli mancano l'organizzazione e le alchimie tattiche di "casa" Barcellona, straordinaria squadra e scuola calcio, ma forse un pò limitante quando esci da quello spartito perfetto.

Note negative, pur attenuate dalla vittoria, ce ne sono ancora troppe.
Innanzi tutto, la disposizione degli uomini in campo. Di fatto Maradona ha giocato con un solo centrocampista vero, il "suo" capitano Mascherano. Per il resto, centrocampisti offensivi o mezze punte. Il risultato è una squadra spesso spezzata in due, che fa fatica a far partire l'azione. Nel primo tempo, Enzo Perez ha fatto un pò le due fasi, ma limitandosi al compitino, vedremo col ritorno di Veron. Nel secondo tempo, uscito Perez, si è visto spesso il lancio lungo per qualcuno là davanti...
I cambi del c.t. sono un altro problema. Spesso illogici(come definire altrimenti il cambio Higuain-Demichelis, schierato per di più terzino destro?), mandano in confusione la squadra. Infatti nel secondo tempo(iniziato con Palermo per Perez), il gioco è stato più improvvisato, si sono persi i movimenti e la circolazione di palla insieme alla posizione di Aimar.

E che dire della difesa? Anche contro il Perù, ha ballato parecchio. Soffre troppo gli inserimenti senza palla e ha notevoli problemi a scalare le marcature specie quando un uomo "esce" sul portatore di palla. Il gol del momentaneo pareggio peruviano viene da un attaccante lasciato solo a colpire di testa dentro l'area piccola. E nella prossima partita arriva Diego Forlan...
Siamo sicuri che la coppia Demichelis-Samuel nn aiuterebbe?
Inoltre in fase di impostazione, Heinze e Schiavi sembrano spesso in difficoltà, sia per limiti loro, sia per le poche opzioni(quasi sempre palla a Mascherano, che nn è un regista illuminato e a sua volta non ha supporto). Temo che quando l'Argentina incontrerà una squadra che pratica un pressing alto soffrirà terribilmente. In questo, l'atteggiamento tattico del Perù(molto basso, nel primo tempo zero pressing, qualcosa in più dopo l'1-0) è stato la salvezza per l'albiceleste.
Non mi soffermo sui giocatori non considerati da Maradona, sarebbe davvero troppo.

Di sicuro adesso l'Argentina è padrona del suo destino.
In Uruguay, sarà una vera battaglia, e anche Maradona dovrà dare il meglio per arrivare finalmente agli agognati mondiali.

10 ott 2009

Mondiale U-17: talentini prenotati

Centinaia di osservatori hanno già prenotato il biglietto aereo per la Nigeria, annotato sul loro inseparabile quadernetto i nomi da tenere maggiormente in considerazione e preparato tutto nei minimi dettagli per non farsi sfuggire niente di ciò che accadrà fra pochi giorni. Un evento come il Mondiale U-17 è certamente imperdibile per qualsiasi appassionato di calcio giovanile, ma è soprattutto un punto di riferimento assoluto per tecnici, dirigenti e osservatori di tutto il mondo.
Tuttavia c'è già chi si è mosso con largo anticipo, evitando pericolose aste e riponendo grandissima fiducia in questi giovani talenti. Grazie ad esemplari reti di osservatori e ad una gestione impeccabili dei settori giovanili ci sono infatti alcune squadre europee che hanno messo sotto contratto alcune giovani stelle sudamericane da mesi.

Il caso più eclatante è sicuramente quello di Philipe Coutinho, talento assoluto del Vasco da Gama acquistato dall'Inter nell'estate 2008 superando la concorrenza di società del calibro del Real Madrid. I nerazzurri per lui spenderanno un totale di circa 4 milioni di euro, dettagli se si pensa al valore del coetano Neymar, la cui clausola di rescissione si aggira attorno ai 30 milioni. La competenza e l'efficienza con cui si sono mossi Piero Ausilio ed i suoi collaboratori hanno infatti permesso di evitare costi eccessivamente spropositati e fuori mercato, convincendo il ragazzo a sposare con convinzione il progetto Inter. Sicuramente 4 milioni per un quindicenne non sono pochi, ma già a sei mesi di distanza dalla firma del contratto Coutinho ha incantato tutti disputando un grandissimo Sudamericano U-17, mettendosi in mostra come uno dei migliori talenti del continente e il trascinatore indiscusso della Seleção.

Il talento del Vasco non è però il solo verdeoro ad aver già suscitato l'interesse dei grandi club europei. Il Manchester United, da sempre molto attivo sul mercato brasiliano, ha infatti già messo sotto contratto il promettente terzino sinistro del Corinthians Dodô. Il brillante Sudamericano giocato dal giovane brasiliano classe '92 non è passato inosservato e pochissimo tempo dopo la sua conclusione è arrivato l'accordo con i Red Devils di Sir Alex Ferguson. Gli osservatori dei vice-campioni d'Europa saranno sicuramente rimasti positivamente impressionati dall'eleganza, dalla tecnica e dalla facilità di corsa del mancino verdeoro, tutte qualità che hanno contribuito alla vittoria finale dei carioca. A Manchester Jose Rodolfo Pires Ribeiro, in arte Dodô, troverà una piccola colonia brasiliana, composta dai gemelli Da Silva, Fabio e Rafael, Rodrigo Possebon e dal più conosciuto Anderson.

In finale i brasiliani hanno dovuto affrontare l'Argentina, avendo la meglio solo ai calci di rigore. Ed è proprio nella Seleccion che milita un altro dei giovani campioncini sudamericani già di proprietà di un club del vecchio continente: Damian Martinez. Il giovanissimo portiere dell'Independiente si è infatti messo ben preso in luce, rimediando agli errori di una linea difensiva non proprio impeccabile. A mettere le mani sul talento argentino è stata un'altra squadra inglese, vera e propria specialista del settore giovanile e infinita fucina di campioncini: l'Arsenal di Arsene Wenger. Segnalato da Tony Banfield e dai suoi assistenti, Martinez è stato invitato a Londra per una settimana di prova e non ha esitato ad accettare l'offerta dei Gunners. Nel Regno Unito il portierino del Rojo dovrà lavorare molto per limare alcuni difetti dovuti in gran parte alla giovane età, ma potrà sicuramente godere della fiducia e dei palcoscenici giusti per poter mettere in mostra le sue interessantissime qualità.

L'acquisto più recente è però quello di Gonzalo Barreto, punta uruguayana in forza al Danubio che a Gennaio si trasferirà a Roma, sponda Lazio. Un grande colpo quello della società di Lotito, capace di bruciare sul filo del rasoio un'agguerrita concorrenza e di assicurarsi uno dei talenti più cristallini del Sud America. Dribbling secco, tecnica, rapidità, furbizia e senso del gol: la stella della Celeste ha tutto per mettersi in mostra dapprima al Mondiale e più avanti in Italia, dove potrà prendere lezioni da quello che molti considerano il giocatore a cui più somiglia: Mauro Zarate.

Questi sono i talenti che hanno già pronto il passaporto e il biglietto di sola andata per l'Europa, in attesa soltanto di diventare maggiorenni, anche se non è difficile pensare che alla fine dei Mondiali la lista sarà inevitabilmente destinata ad allungarsi.

09 ott 2009

Italia U-17: convocati per il Mondiale

Dopo Argentina, Brasile e Spagna è il turno delle convocazioni azzurre. Il CT dell'Italia, Pasquale Salerno, ha infatti comunicato una prima lista di 24 giocatori, che diventeranno 21 al momento della consegna della lista ufficiale.
Gli azzurrini non partono di certo con i favori del pronostico, ma, dopo aver ben impressionato nel recente Europeo, potranno sicuramente svolgere il ruolo di possibile outsider. Cinque mesi fa, superato un ostico girone contro Svizzera, Francia e soprattutto Spagna, i ragazzi di Salerno si sono dovuti arrendere soltanto alla Germania, non senza aver comunque messo in grande difficoltà la squadra che di lì a pochi giorni si sarebbe laureata Campione d'Europa.
Se da un punto di vista prettamente tattico si sono viste alcune lacune, molti singoli hanno ben impressionato e tutto il gruppo ha mostrato grande carattere e spirito di sacrificio. Le grandi qualità di Fossati, El Shaarawi, Crisetig, Dell'Agnello, Camilleri e del portiere genoano Perin hanno compensato alcune lacune sul piano del gioco, dovute ad una squadra a tratti troppo lunga, disordinata ed eccessivamente statica. Sicuramente ai Mondiali nigeriani gli azzurrini si presenteranno ancora più motivati, forti dell'esperienza precedente e con la consapevolezza di potersela giocare senza timore contro chiunque.


Di seguito la lista dei 24 giocatori convocati dal CT Salerno:

Perin (Genoa, Portiere)
Bardi (Livorno, Portiere)
Venturi (Bologna, Portiere)
Benedetti (Torino)
Campoli (Lazio)
Sini (Roma
Bagnai (Fiorentina)
Camporese (Fiorentina)
Camilleri (Reggina)
Natalino (Inter)
Mannini (Siena)
De Vitis (Parma)
Finocchio (Parma)
Fossati (Inter)
Scialpi (Genoa)
Bianchi (Empoli)
Crisetig (Inter)
Carraro (Fiorentina)
El Shaarawi (Genoa)
Libertazzi (Juventus)
Dell’Agnello (Inter)
Beretta (Milan)
Falcone (Lecce)
Iemmello (Fiorentina)

08 ott 2009

Spagna U-17: convocati per il Mondiale

In attesa delle convocazioni di Salerno, anche il selezionatore spagnolo Ginés Meléndez ha diramato la lista dei convocati per il Mondiale U-17. In Nigeria la Spagna è attesa per un pronto riscatto, dopo la poco brillante avventura che li ha visti protagonisti all'Europeo tenutosi in primavera.
Gli spagnoli, nonostante importanti individualità, hanno chiuso l'intero torneo con zero gol all'attivo e la porta imbattuta. Statistiche figlie di un estenuante quanto sterile possesso palla e di una certa imprecisione sotto porta.
Sicuramente le giovani Furie Rosse non vorranno ripetersi e saranno uno degli avversari più ostici per la vittoria finale, guidati soprattutto da Koke, Borja, Sarabia, Muniain, Muniesa e Badia.


Di seguito i convocati da Meléndez:

Edgar Badia (Espanyol)
Jordi Amat (Espanyol)
Albert Blázquez (Espanyol)
Yeray Gómez (Mallorca)
Albert Dalmau (Barcelona)
Adriá Carmona (Barcelona)
Javier Espinosa (Barcelona)
Sergi Roberto (Barcelona)
Sergi Gómez (Barcelona)
Marc Muniesa (Barcelona)
Iker Muniain (Athletic Club)
Jon Aurtenetxe (Athletic Club)
Kevin Lacruz (Real Zaragoza)
Pablo Sarabia (Real Madrid)
Alejandro Fernández “Alex” (Real Madrid)
Kamal Mohamed (Real Madrid)
Álvaro Morata (Real Madrid)
Borja González (Atletico Madrid)
Jorge Resurrección “Koke” (Atletico Madrid)
Julen Celaya (Real Sociedad)
Francisco Alarcón “Isco” (Valencia)

Brasile U-17: convocati per il Mondiale

Anche la Federazione brasiliana ha da poco comunicato la lista di giocatori che prenderà parte al Mondiale U-17 nigeriano. Guidata dal tecnico Lucho Nizzo la Seleção, forte del torneo Sudamericano vinto a Maggio, è considerata tra le grandi favorite per la vittoria finale.
Guidati da Zezinho, Dodo, Wellington, Guilherme, Gerson e soprattutto Coutinho, i brasiliani hanno ottenuto la vittoria della competizione continentale ed espresso un buonissimo gioco, seppur riuscendo a superare l'Argentina soltanto ai calci di rigore.
A dimostrazione che il Brasile sbarca in Nigeria con il chiaro intento di portare a casa la Coppa del Mondo di categoria c'è la convocazione di Neymar, che non aveva preso parte al Sudamericano U-17 poichè impegnato nel torneo Paulista con la prima squadra del Santos.
La Seleção sarà impegnata nel gruppo B, contro Giappone, Messico e Svizzera.


Di seguito la lista dei convocati:

Luis Guilherme (Botafogo, Portiere)
Allison (Internacional, Portiere)
André (Corinthians, Portiere)
Gerson (Grêmio)
Sidimar (Atletico Mineiro)
Romario Leiria (Internacional)
Guilherme (Atletico Paranense)
Romário (Vitória S/A)
Dodô (Corinthians)
Elivelton (Santos)
Carlão (São Paulo)
João Pedro (Atletico Mineiro)
Wellington (Fluminense)
Coutinho (Vasco da Gama)
Neymar (Santos)
Willen (Vasco da Gama)
Felipinho (Internacional)
Geovani (Internacional)
Wellington Silva (Fluminense)

Argentina U-17: convocati per il Mondiale

Ieri il DT della Nazionale argentina U-17, José Luis Brown, ha comunicato la lista dei 21 ragazzi che prenderanno parte al Mondiale di categoria in Nigeria, dove si presenteranno tra i favoriti per la vittoria finale.
Quello guidato dal Tata è un gruppo già rodato e in grado di poter fare grandi cose, come dimostrato in occasione del recente Sudamericano U-17, quando i giovani argentini furono sconfitti in finale dai coetanei brasiliani soltanto ai calci di rigore. Cinque mesi fa a mettersi in mostra furono soprattutto Villalva, Araujo, Espindola e Martinez, ma non è difficile credere che nel corso della rassegna iridata possano mettersi in luce anche altri talenti.
La stella indiscussa è sicuramente il Keko, lasciato libero dal River Plate e atteso in Nigeria come uno dei giocatori da tenere maggiormente d'occhio. Difficile possa fallire, forte anche dell'esperienza maturata in prima squadra in quesi ultimi tempi, ma il girone in cui è stata sorteggiata la compagine di Brown è sicuramente il più insidioso e bilanciato dell'intero Mondiale, essendo completato da Germania, Nigeria e Honduras.


Di seguito la lista dei 21 giocatori convocati dal DT argentino:

1. Damián Martínez (Independiente, Portiere)
2. Leandro González Pirez (River Plate)
3. Lucas Kruspzky (Independiente)
4. Leandro Marín (Boca Juniors)
5. Jorge Balbuena (Lanus)
6. Esteban Espíndola (River Plate)
7. Ezequiel Cirigliano (River Plate)
8. Franco Bitancourt (River Plate)
9. Daniel Villalva (River Plate)
10. Sebastián González (San Lorenzo)
11. Sergio Araujo (Boca Juniors)
12. Ignacio Arce (Unión de Santa Fe, Portiere)
13. Nicolás Tagliafico (Banfield)
14. Federico Rasmussen (Lanus)
15. Esteban Orfano ( Boca Juniors)
16. Facundo Quignon (River Plate)
17. Guido Dal Casón (Quilmes A.C.)
18. Gonzalo Olid Apaza (River Plate)
19. Matias Sosa (Estudiantes de La Plata)
20. Eduardo Rotondi (Argentinos Juniors)
21. Jorge Pucheta (Lanus, Portiere)

06 ott 2009

San Lorenzo-River Plate: analisi del Clasico

Finisce due a uno per i padroni di casa il Clasico disputato al Nuevo Gasometro. Una partita dai tanti temi e dalle diverse motivazioni, su tutti la sfida tra Diego Simeone e la sua ex-squadra e l’ultimo incontro sulla panchina del River Plate per Nestor Gorosito.

Quella che va in scena a Buenos Aires è una sintesa della stagione e del momento dei Millonarios. E’ infatti il River Plate a fare la partita per gran parte dell’incontro, grazie ad un buon ritmo, a reparti vicini, a spirito di sacrificio e soprattutto ordine. Sorprendentemente la difesa non sembra soffrire, Cabral e Coronel appaiono concentrati e Navarro è una sicurezza, volando a sventare qualche insidiosa conclusione dei padroni di casa. Il centrocampo fa un buon filtro e riesce finalmente a trasmettere palloni giocabili alle punte: su tutti spicca la prestazione di Archubi, per la prima volta capace di esprimersi a livelli accettabili e ben lontani da quelli imbarazzanti a cui aveva abituato i tifosi della Banda.

Il trio offensivo, infine, è in costante movimento e grazie a buoni spunti corali ed individuali si rende pericoloso in più occasioni. Il Keko Villalva è sempre più una certezza e una delle rare note positive per i Millonarios, capace di tenere in costante allarme la difesa avversaria ed in grado di interpretare in un modo tutto suo la figura del centravanti. Nonostante i limiti fisici è sempre sgusciante ed incontenibile, lotta, rientra, salta l’uomo e imbecca i compagni. Ed è proprio da una sua intuizione e dall’ingenuità della difesa del Ciclon che nasce il rigore che porta al vantaggio di Diego Buonanotte, anche lui in ottima serata, che sembra poter scacciare i fantasmi attorno al River.

Per i Millonarios sembra il giorno giusto, in cui tutto gira bene e tutti riescono ad esprimersi nel migliore dei modi. Ne è un chiaro esempio Bou, il più criticato in seguito al pareggio interno contro il Gimnasia e sorprendentemente trasformato contro il San Lorenzo. Parte titolare, esibisce subito qualche bella giocata e soprattutto tanta personalità. Cala alla distanza e tende ad esagerare in preziosismi e azioni personali, ma sicuramente quella disputata nel pomeriggio di Buenos Aires è la sua miglior partita con la maglia della Banda.

Anche nella ripresa la partita non cambia, il River è concentrato e Gorosito sembra poter concludere nel migliore dei modi un capitolo buio della sua carriera da allenatore. I padroni di casa non riescono a rendersi veramente pericolosi; nonostante una certa superiorità territoriale e di possesso palla sono poco incisivi e non mettono mai in difficoltà gli avversari, rischiando invece in occasione di qualche contropiede rapido e ben organizzato degli ospiti.
Come insegna la stagione del River, però, è impossibile esultare o cantare vittoria prima del triplice fischio finale, perché finora ogni amnesia dei Millionarios è sempre stata pagata anche fin troppo cara.Questa volta a confermare l’imbarazzante trend dei Millonarios ci pensa il solito Cabral. Un istante di follia inconcepibile, un pugno a Bottinelli sugli sviluppi di un calcio da fermo con la palla destinata a spegnersi ampiamente sul fondo. Il tutto davanti agli occhi di un attento Laverni, che non può esimersi dall’assegnare il calcio di rigore e dall’espellere il giovane difensore ex-Racing.

Una sciocchezza pesantissima, quella del difesore riverplatense, che permette al neo-entrato Romagnoli di siglare il pareggio, facendo riaffiorare tutti gli incubi in casa River Plate dopo una partita in costante controllo, giocata con grande spirito di sacrificio e ordine. Una squadra che sembrava quasi irriconoscibile, in senso positivo, e capace di mettersi alle spalle per oltre tre quarti di partita il pessimo momento in cui si trovava, per una pazzia individuale sprofonda nuovamente nell’oblio.
A completare la giornata ci pensano l’incredibile errore sotto porta di Cristian Fabbiani, che si prodiga in un improbabile colpo di tacco invece di insaccare a colpo sicuro, e soprattutto il vantaggio blaugrana di Romeo, abile ed implacabile nel finalizzare un pregevole cross di Romagnoli a soli sei minuti dal momentaneo pareggio.

Si chiude con il Nuevo Gasometro in delirio, Simeone che si gode una vittoria che sa di rivalsa e con il River è sempre più perso nei meandri di una crisi assolutamente irrecuperabile. La squadra ha dimostrato di saper giocare bene, ma partita dopo partita perde sempre più fiducia nei propri mezzi, vittima dei suoi stessi clamorosi errori e di un’incertezza a livello societario che sembra trasmettersi anche sul campo di gioco.

Le squadre hanno dato vita ad una bella partita giocata a viso aperto su entrambi i fronti, senza rinunciare al proverbiale agonismo che caratterizza queste grandi sfide del campionato argentino. Un Clasico che rilancia in classifica gli uomini del Cholo, non troppo distanti dalla vetta e in condizioni mentali ottime, forti di un carattere ferreo forgiato a propria immagine e somiglianza dallo stesso Simeone. Un Clasico che suggella altresì l’addio di Gorosito nel peggiore dei modi, ovvero riassumendo alla perfezione quanto espresso dal River Plate di questi tempi.


Articolo scritto per Calcioargentino.com

Gorosito lascia!

E’ questa la notizia che desta più scalpore in casa River Plate alla vigilia del Clasico contro il San Lorenzo. Difficile parlare di fulmine a ciel sereno, perché i rapporti fra tecnico, squadra e dirigenza erano tutto fuorché idilliaci, ma sicuramente nessuno si aspettava un cambio di allenatore prima della fine del Torneo di Apertura, soprattutto in vista dell’addio di Aguilar e delle Elezioni per trovare il suo successore.

La situazione sembrava in fase di stallo, un tacito accordo per portare a termine questi ultimi mesi nel modo più indolore possibile, cercando di limitare al minimo i danni sul campo e fuori. La Dirigenza riverplatense non aveva nessuna intenzione di dover affrontare ulteriori problemi di gestione, mettendo in luce ancora una volta, se fosse necessario, l’imbarazzante livello di attaccamento al club, e Gorosito godeva di una discreta fiducia all’interno dello spogliatoio, soprattutto da parte di Ortega, Gallardo e Almeyda, i veri leader carismatici. Motivi che avevano spinto l’allenatore del River Plate a convincersi a continuare l’avventura con la Banda e a rinunciare all’idea delle dimissioni, seguita alla sconfitta esterna contro l’Arsenal.

Ma in queste ore qualcosa deve essere cambiato nella testa di Pipo e tutti si stanno chiedendo cosa lo abbia veramente spinto ad un così repentino cambiamento, a soli dieci giorni dalla ferma decisione di voler continuare a guidare i Millonarios per i restanti mesi di contratto. Probabilmente si è reso conto di essere uno strumento della gestione Aguilar, di non godere minimamente della fiducia da parte della Dirigenza e di sedere sulla panchina del Monumental soltanto per mere questioni gestionali ed economiche. A complicare ulteriormente la situazione ci hanno poi pensato i risultati sempre poco convincenti della squadra e soprattutto un rapporto che si è fatto ogni giorno più difficile all’interno dello spogliatoio. Perché se da una parte Ortega, Almeyda e Gallardo si sono sempre schierati più o meno apertamente a favore del tecnico, dall’altra le voci di forti malumori sono sempre più insistenti, tanto da essere considerate in netta maggioranza.

Il difficile momento, peggiorato ulteriormente dalle forti contestazioni da parte dei tifosi del River Plate che lo hanno anche in parte riguardato, ha spinto Gorosito ad un improvviso dietrofront, causando scompiglio e ulteriore confusione all’interno della squadra e della dirigenza, colta di sorpresa e assolutamente sprovvista di alternative. Proprio per questo l’ipotesi più probabile per la successione a Pipo sembra portare ad una soluzione interna, a qualcuno che conosce già l’ambiente e che non dovrà portare a nessuna ulteriore rivoluzione. I nomi che circolano in queste ore sono quelli di Zapata, Rodriguez e Kuyumchoglu.

L’unica certezza sembra essere che quella contro il San Lorenzo sarà l’ultima partita di Gorosito sulla panchina del River Plate. Per un curioso scherzo del destino proprio contro Diego Simeone, l’allenatore da cui l’ha ereditata.
Alla guida della Banda Gorosito non ha ottenuto alcun successo, anzi, ha spesso subito dure critiche ma a sua discolpa va sicuramente l’essere arrivato in uno dei momenti più bui del glorioso club di Buenos Aires, alle dipendenze di una sciagurata dirigenza e con un peso decisionale su questioni fondamentali come il mercato prossimo allo zero. Tutti motivi che lo hanno spinto ad essere giustamente considerato dai propri tifosi, in un sondaggio sul sito web del quotidiano sportivo Olé, il minor responsabile dell’attuale situazione del club.

Alcune scelte di Gorosito hanno però lasciato molto perplessi, come la fiducia quasi incondizionata verso giocatori dal valore assolutamente discutibile, la totale mancanza di un progetto tattico coerente e l’incapacità di trasmettere la giusta grinta e motivazione ad una squadra apparsa fin troppe volte rassegnata al proprio destino. Emblematica è poi stata la gestione del caso Strahman, giovane e talentuoso centravanti delle giovanili nel giro della prima squadra, venduto in estate al Maccabi Haifa per 500.000$ senza neanche la possibilità di mettersi in mostra e di dimostrare il suo reale valore. Un'affrettata bocciatura da parte di Gorosito che lascia molte perplessità, considerate le ottime credenziali del ragazzo e soprattutto alla luce della cronica mancanza di un centravanti vecchio stampo che si lamenta ormai da mesi.

D'altro canto l’arrivo di un nuovo allenatore non potrà portare chissà quali novità, per la mancanza di un progetto e per il poco tempo a disposizione. L’unica speranza è che questo avvicendamento possa portare un po’ di ordine e dare una scossa all’interno dello spogliatoio, magari restituendo nuovo entusiasmo e determinazione a giocatori messi da parte con troppa fretta e che potrebbero rivelarsi molto utili alla causa Millonaria.

In ogni caso a rimetterci sarà come sempre il River Plate, ormai ancorato nella parte bassa della classifica e in attesa delle tanto agognate Elezioni, nella speranza di poter uscire il prima possibile da un periodo che verrà sicuramente ricordato come uno dei più infelici della storia del club di Nuñez.

01 ott 2009

Indispensabili


Indispensabili. E' il primo aggettivo che viene in mente alla luce delle prestazioni nerazzurre contro Sampdoria e Rubin Kazan, quando sia in campionato che in Champions League gli uomini di Mourinho hanno disputato due partite anonime, senza il giusto ritmo, la giusta compattezza e soprattutto senza un briciolo di qualità.

Si potrebbero imputare facilmente le colpe al cambio di modulo, quel 4-3-3 tanto caro a Mourinho, già testato con scarsi risultati la scorsa stagione, ma sarebbe oltremodo riduttivo. Al di là dei meriti in negativo dei protagonisti e dell'allenatore portoghese, di rombi o tridenti, il problema ridondante dell'undici interista è l'evidente assenza di qualità e geometria in mezzo al campo. E' il reparto centrale infatti a soffrire maggiormente in entrambe le gare, soprattutto in fase di costruzione. Perchè se difensivamente l'apporto di Cambiasso e soprattutto di capitan Zanetti è assolutamente impeccabile, molto rivedibile è l'attitudine dei mediani a ricevere la sfera e far ripartire l'azione palla a terra con precisione e velocità.

Problemi che emergono ancora più prepotentemente con l'assenza di Ibrahimovic, ultima ancora di salvezza per il non-gioco nerazzurro grazie alla sua straordinaria capacità di calamitare qualsiasi lancio dalle sue parti, e l'attuale stato di forma di Maicon, l'altra variante offensiva degli ultimi campionati.

Ma questo Mourinho e l'Inter lo sapevano e in estate si sono mossi con grande precione ed accortezza, portando a Milano Thiago Motta, nell'ambito dell'operazione che ha visto sbarcare alla Pinetina l'unico giocatore in grado di replicare a modo suo il lavoro di Ibrahimovic, Diego Milito, e soprattutto Wesley Sneijder. Due acquisti mirati e fondamentali nell'economia del nuovo corso nerazzurro, impostato sul gioco palla a terra e su un possesso palla veloce ed efficace, come ampiamente dimostrato nel trionfale derby di inizio campionato.

Uno stile di gioco imprescindibile per l'Inter e soprattutto per Samuel Eto'o, la punta di diamante che necessita assolutamente di una squadra in grado di limitare al minimo indispensabile lanci lunghi e palle alte. Servirlo come si era soliti fare con Ibrahimovic è follia pura, deleterio per lui e per la squadra, perchè si consegna un giocatore immarcabile negli spazi e implacabile nei pressi dell'area di rigore ai difensori avversari, che, forti di una ben superiore fisicità, hanno gioco fin troppo facile.

Proprio per questo la squadra di Mourinho non può rinunciare a Motta e Sneijder, due che hanno il possesso palla nel loro DNA, una capacità innata di giocare con precisione e velocità, ma soprattutto in grado di far girare al meglio la squadra, grazie a visione di gioco e tecnica non comuni. Uno può sicuramente essere e diventare il leader del centrocampo, il "rivoluzionario del gioco di prima" -come è stato simpaticamente e giustamente chiamato da qualche giornalista- e l'altro l'indispensabile tramite fra centrocampo e attacco, in grado di ricamare calcio e al contempo di innescare le punte.

La loro assenza è pesata e non poco in queste ultime uscite della nuova Inter e affinchè si possa tornare ad ammirare la squadra del derby sarà indispensabile attendere il loro rientro, previsto forse già sabato per Sneijder, fra un mese abbondante invece per Thiago Motta.

Il Pincha non si ferma più!

L’impressione è che la marcia dell’Estudiantes sia veramente inarrestabile. Il Pincha infila infatti la terza vittoria consecutiva e prende la testa solitaria della classifica. A farne le spese questa volta è un Boca Juniors sempre più in crisi, incapace di reagire e di rialzare la testa dopo le sconfitte contro Atletico Tucuman e Godoy Cruz, nonostante l’ennesimo gol di un sempreverde Martin Palermo, che può così festeggiare la convocazione da parte di Maradona per la sfida amichevole contro il Ghana. A decidere l’incontro è Enzo Perez, che risponde prontamente al pareggio Xeneize in apertura di ripresa, dopo il vantaggio iniziale degli uomini di Sabella segnato da Calderon.

L’unica squadra in grado di tenere veramente testa all’Estudiantes sembra il il Velez di Gareca, che ospita l’Huracan in una sfida dal sapore e dalle motivazioni particolari, dal momento che pochi mesi fa, in quello stesso stadio, le due compagini si sono giocate il titolo del Clausura. A presentarsi al José Amalfitani, però, è un Globo orfano delle sue stelline Pastore e De Federico, e ben lontano dai livelli di gioco espressi nell’ultimo campionato.
Anche questa volta, quindi, a spuntarla è il Velez, con una vittoria molto meno sudata di allora, arrivata in scioltezza grazie alla doppietta di Cristaldo, salito così a quota quattro nella classifica cannonieri.

A focalizzare le attenzioni domenica è stato tuttavia il Clasico di Avellaneda, conclusosi con la vittoria dell’Independiente per 2-1, in una sfida iniziata già in settimana dai due tecnici Gallego e Lombardi con piccanti botta e risposta tramite i media. A tingere di rosso il Cilindro e l’intera città in provincia di Buenos Aires ci ha pensato Dario Gandin, autore di entrambe le reti del Rojo e spietato esecutore di un Racing irriconoscibile in questo inizio di Apertura.
La squadra di Caruso Lombardi è infatti un lontano ricordo di quella sorprendente ammirata nel Torneo di Clausura, e per tutto il primo tempo subisce passivamente gli attacchi del Rojo, bravo ad imporre il ritmo e a sfruttare gli enormi varchi lasciati dalla difesa dell’Academia. Vana la rete ad inizio ripresa di Ledesma, che serve soltanto a rendere meno amaro il risultato.

Altri risultati importanti sono le vittorie del sempre temibile Colon del “Turco” Mohamed contro il Rosario Central, rivelazione del torneo, dell’Argentino Juniors contro il Godoy Cruz e del Banfield contro il Newell’s Old Boys. Il Taladro grazie ai tre punti ottenuti domenica si porta al terzo posto, candidandosi ad un possibile ruolo di terzo incomodo assieme al Central in un campionato che pian piano sembra delinearsi sempre più in una sfida a due fra i campioni del Sudamerica dell’Estudiantes e quelli d’Argentina del Velez.

Nel frattempo a Nuñez è sempre crisi nera; nonostante la confortante prestazione del giovanissimo talento Daniel Villalva, i Millonarios non vanno oltre uno scialbo 2-2 che non placa le ire dei tifosi riverplatensi. In vantaggio di due reti il River Plate è riuscito nell’impresa di farsi rimontare e di rischiare addirittura una sconfitta in extremis, non dopo aver avuto la possibilità di chiudere la partita con una clamorosa occasione capitata sui piedi di Bou.
A rendere ancora peggiore la giornata è l’infortunio muscolare di cui è stato vittima Ariel Ortega, costretto così a dover rinunciare alla convocazione in Nazionale di Maradona. Oltre alla prestazione della stellina Villalva, va segnalata l’ennesima grande partita del “Pelado” Matias Almeyda, sempre più sorprendente e sempre più leader di una squadra allo sbando e, non a caso, uno dei pochi a salvarsi dalle dure contestazioni dei tifosi della Banda.

Chi non se la passa meglio è sicuramente il Tigre, sconfitto in casa dal San Lorenzo di Diego Simeone e penultimo in classifica. Un 2-3 casalingo che ha spinto il tecnico Cagna a rassegnare le dimissioni, anche se difficilmente queste verranno accettate dalla società.

Non molto migliore è la sorprendente situazione del Lanus, presentatosi ai nastri di partenza come una delle favorite assieme a Velez ed Estudiantes, ma ancora fermo nelle zone basse della classifica.A complicare la giornata del Granate è soprattutto l’espulsione nel primo tempo del talentuosissimo Sebastian Blanco, enganche assolutamente fondamentale nell’economia del gioco degli uomini di Zubeldia. Nonostante la superiorità numerica, comunque, l’Atletico di Tucuman non è riuscito a sfruttare il doppio vantaggio, facendosi recuperare dal Granate nei minuti finali.

Il prossimo turno prevede sfide molto insidiose per le squadre di testa, con il Velez che va a fare visita alla Bombonera contro un Boca ansioso di uscire da un brutto periodo e probabilmente forte del ritorno di Riquelme e con l’Estudiantes di Veron impegnato in trasferta contro l’Argentinos Juniors. Altra sfida degna di nota, infine, è lo scontro che si terrà al Nuevo Gasometro fra Ciclon e Millonarios, con gli uomini di Gorosito che faranno visita all’ultimo allenatore in grado di portare a Nuñez il titolo argentino: Diego Pablo Simeone.


Articolo scritto per calcioargentino.com