27 giu 2014

Brazil2014: Top&Flop Giocatori - Terza Giornata

Top

Neymar: doveva essere la star, sta facendo la star. Con la maglia verdeoro è un altro giocatore, nel contesto rivedibile creato da Scolari fa praticamente tutto. Soprattutto si è inventato 4 gol, giusto per essere chiaro, deve solo contenere la sua vocazione a tuffarsi e a esagerare col circo. Anche perchè il prossimo avversario è Gary Medel.

Fernandinho: in 45 minuti si divora quel che resta di Paulinho. Impatto fisico e tecnico davvero notevole, pur giocando più avanzato del solito. Occupa tutta la metà campo da solo, pressa alto, contrasta e ci mette pure qualità. Il gol è un giusto premio, peccato sia Scolari a scegliere.

Matthew Leckie: il numero 7 dell'Australia ha dato una buona impressione in tutte le partite giocate. Ala con molto fisico e buona tecnica, ha tenuto in apprensione i difensori con la sua progressione e la capacità di andare sia a destra che a sinistra. 1991,  probabilmente merita più dell'Ingolstadt 04.

Ivan Rakitic: un giocatore di talento vero capace di vestirsi da gregario per la sua Croazia. Da trequartista si trasforma in mediano basso di regia ed equilibrio, brillando per sacrificio ed abnegazione tattica, ma fornendo sempre la giusta dose di qualità. Nel finale contro il Messico alza il suo raggio d'azione e produce un assist di tacco per Perisic. Ormai è completamente padrone delle sue grandi doti calcistiche.

Jackson Martinez: con James Rodriguez in campo e un po' di sale in zucca avrei concrete possibilità di segnare anche io in questo Mondiale, ma il centravanti del Porto mette in campo personalità e voglia di convincere Pekerman. Movimenti decisi e intelligenti, fisico e copertura, più due gol di sinistro sigillano una prova di grande livello. La Colombia ha un'arma in più.

Faryd Mondragon: da USA 1994 a Brasile 2014. Diventa il giocatore più anziano ad aver disputato un Mondiale e il nuovo santone del calcio colombiano.

Xherdan Shaqiri: la partita era facile, la tripletta assolutamente no. Primo gol d'autore, ottima intesa con Drmic, espressione di un ragazzo che vuole tremendamente quello spazio che in due anni a Monaco non ha mai trovato.

Lionel Messi: come Neymar ha addosso il peso di dover a tutti i costi dimostrare quanto vale. 4 gol in 3 partite, tutti decisivi per il risultato, almeno un paio fantastici. E l'Argentina non è esattamente una sinfonia in movimento. Sta facendo tutto quello che può per il suo paese.


Flop

Didier Drogba: monumento del calcio non solo africano, uno degli attaccanti più decisivi degli anni 2000 senza discussione, ma a questi Mondiali è sembrato tanto un giocatore finito. Il carisma ce l'avrà sempre, ma per fare certe cose in campo non basta il cognome. Del resto parliamo di un classe 1978, il tempo è un giudice estremamente severo specie per le punte. Messaggio a tutti quelli che ancora lo cercano in Europa.

Mario Balotelli: fermo, impreciso, pure decisamente nervoso. Spesso sbaglia scelte, sia nel giocare la palla, che nel tirare, che nei movimenti. Magari non è maturo per questo livello e soprattutto per giocare da solo. Ma chi ne fa l'unico colpevole è meno maturo e onesto di lui.

Andrea Pirlo: la massima espressione europea del concetto di giocare da fermo. In un Mondiale con le temperature brasiliane e con le scelte di Prandelli puntare unicamente su di lui è un mezzo suicidio, per quanto resti il miglior giocatore dell'Italia. Come per Drogba, il tempo passa e non sempre basta una giocata di classe per cavarsela.

Shinji Kagawa: dov'è finito il giocatore che ha incantato Dortmund? Per il gioco del Giappone era semplicemente fondamentale col suo movimento, la sua qualità e soprattutto la capacità di segnare. Zaccheroni non è riuscito a trovare un suo sostituto nemmeno per una di queste tre cose.

David Luiz: intendiamoci, non è che stia giocando male, ma è il solito equivoco col numero 4. Col Camerun le cose migliori che fa non sono quelle attinenti al suo ruolo, tipo l'assist per Fred. In difesa è spesso distratto e fuori posizione sia in fase di non possesso che in quella di possesso.

Wesley Sneijder: qualcuno si è accorto che sta giocando? Il modulo di Van Gaal tende a sacrificarlo molto anche in marcatura, ma l'assoluto protagonista dei Mondiali 2010 non riesce proprio a trovare spunti di classe.

Cristiano Ronaldo: lo so che è infortunato e nonostante questo qualcosa del poco creato dal Portogallo viene dai suoi piedi. Ma il suo atteggiamento in nazionale è pessimo e irritante per me che lo vedo in tv, figuriamoci per i suoi compagni. Troppa abitudine a giocare in club che comprano fenomeni un giorno si e l'altro pure, trasuda spocchia e superiorità rispetto allo schifo e alla pochezza che vede attorno a lui. Il Portogallo avrà i suoi limiti, ma il lavoro di un fuoriclasse pure capitano dovrebbe essere di migliorare quelli attorno a lui, facendo tutto il possibile. Ah, e festeggiare per i gol degli altri non è reato.

Brazil2014: Top&Flop Generali - Terza Giornata

Top

Messico: una squadra unita, ben preparata e perfettamente conscia dei suoi limiti. Il punto di forza è l'organizzazione difensiva che si fonda sull'esperienza di Rafa Marquez, ma poi sanno ripartire e trovare il gol. Contro la Croazia hanno giocato in modo perfetto, gestendo i ritmi e colpendo quando si è presentata l'occasione. Molto più ostici di quanto si pensi. 

Iran: ok, hanno fatto un punto e un gol in tre partite, ma sinceramente che dovevano fare? Il movimento calcistico iraniano è limitato a dire poco, ma Queiroz è riuscito a dare a questo gruppo una sua identità, pure molto forte. Gruppo compattissimo, blocco difensivo fisico e tattico, corsa al limite dello spasmodico anche per i giocatori più di classe. Mentalità da applausi.

Stephen Keshi: sottotitolo, l'Africa agli africani. Dopo aver vinto la Coppa d'Africa porta la Nigeria agli ottavi con una gestione accorta. Riesce a scuotere l'ambiente dopo un inizio rivedibile, non perde la bussola e punta sugli uomini giusti. La sua squadra non farà spettacolo, ma lotta e ha una fisicità esplosiva pericolosissima che non permette distrazioni. Non servono per forza presunti santoni europei per far giocare i neri.

Grecia: non siamo ancora ai miracoli dell'Europeo 2004, ma questi ottavi di finale sono un'impresa. La squadra è modesta e ha passato le prime due partite a costruire barricate, fossati e ponti levatoi. Con la Costa d'Avorio invece hanno messo in campo un minimo di gioco, e il dio del calcio ha deciso di premiarli. Uomo della provvidenza Samaras, freddo dal dischetto e senza contratto.

I baffi di Fred: la moda del momento per i brasiliani, portano pure fortuna al centravanti che riesce a sbloccarsi dopo un inizio difficile. Ti vogliamo come Lemmy dei Motörhead entro la finale.

I colpi di testa di Suarez: lungi da me difendere il cannibalismo, ma se Suarez fosse solo un giocatore immensamente forte sarebbe noioso come Messi. I suoi colpi di testa (anzi, di denti) sono sempre inaspettati e incredibili, fossi il suo psicologo un po' mi vergognerei per i soldi rubati. Il fatto che sia sostanzialmente sotto daspo per quattro mesi è la ciliegina sulla torta della simpatia.

La diffusione internazionale della difesa a tre: questi Mondiali stanno dimostrando che il mondo tatticamente impara. Non ci sono più squadre sprovvedute (tranne, forse, l'Honduras, ma gli si vuole bene lo stesso) e sono diffusi diversi stili di gioco. In particolare non ricordo un simile ricorso alla difesa a tre (o a cinque se preferite), sia come modulo base che come conseguenza dei movimenti in corso. Per alcuni è una scelta difensiva utile a coprire limiti dei singoli, per altri un modo di sviluppare il possesso palla. 




Flop

Olanda: ovviamente non si discutono i risultati, ma non mi aspettavo questo integralismo da Van Gaal sulla difesa a tre. Nell'ultima, inutile partita col Cile ha snaturato vari giocatori pur di mantenere il credo tattico, con un Kuyt esterno sinistro a tutta fascia che grida vendetta. Una forzatura decisamente eccessiva e non necessaria. Un' Olanda duttile avrebbe avuto ben altro fascino, ma soprattutto così la rosa sembra decisamente composta male. E Huntelaar? Perchè ostracizzarlo così? Tanto valeva lasciarlo a casa.

Costa d'Avorio: la generazione d'oro, una delle migliori dell'intero calcio africano, ha fallito ancora una volta. Succede sistematicamente da un decennio, ma questa era l'ultima occasione per molti. Tanto forti nei nomi quanto incapaci di trovare una quadratura una volta messi insieme con la maglia arancione, e la Grecia non sembrava un ostacolo insuperabile. Spreco incalcolabile.

Croazia: una rosa di talento che si è decisamente persa sul più bello. Primo fra tutti Niko Kovac ha portato confusione cambiando troppe cose, cercando forse il colpo a sensazione. Col Brasile l'atteggiamento sbagliato ha portato la squadra a rinunciare alle sue qualità migliori, nella partita decisiva col Messico lo spostamento del terzino Pranjic a centrocampo ha indebolito in una mossa sola due reparti. Poca cattiveria, troppa mollezza, nessun vero leader soprattutto nel reparto avanzato.

Le simulazioni di Chiellini: se sei grande e grosso, hai basato la tua intera carriera su fisicità e irruenza e di norma meni come non ci fosse un domani semplicemente non puoi volare a terra per ogni mosca che passa sul campo da calcio. Un atteggiamento che fa schifo, punto.

Italia: l'arbitraggio è stato indubbiamente un fattore, è indiscutibile (anche se c'era un rigore per l'Uruguay, come ce n'era uno per la Costa Rica). Ma l'Italia che aveva intenzione di fare? Il Mondiale azzurro è sostanzialmente finito al gol di Bryan Ruiz, da quel momento in poi encefalogramma piattissimo, anche evidentemente per gravi problemi di gruppo che hanno impedito qualsiasi reazione di carattere. Prandelli ci ha messo del suo con cambi cervellotici figli probabilmente di scarsa lucidità, ma i giocatori in campo non sono proprio sembrati in grado di produrre qualcosa di pericoloso e se non sei in grado di segnare c'è poco da lamentarsi degli arbitri. Qualcuno poi ci spiegherà l'imbarazzante condizione atletica della totalità della rosa? O la generale incapacità di giocare al caldo dopo essersi inventati casette per replicare il clima? Manco l'Italia fosse un paese artico.

La difesa della Svizzera: una squadra che in tempi recenti costruiva la sua forza su una retroguardia quasi impenetrabile all'improvviso si scopre tanto, troppo svagata. I centrali fanno a gara a chi va più in affanno, nessuno segue i tagli e i centrocampisti difensivi sembrano in decisa apnea fisica. La demolizione subita dalla Francia poteva preoccupare, subire per un tempo dall'Hoduras è ben più che un campanello di allarme.

Il gioco del Brasile: ormai è chiaro che Scolari vuole replicare de facto la difesa a tre che lo ha portato a vincere nel 2002, con Luiz Gustavo nuovo Edmilson. Il problema è che il piano di gioco del Brasile si limita a un paio di movimenti, il resto è improvvisazione. Reparti lunghissimi soprattutto quando il mediano scala dividono la squadra in tronconi. Basta un accenno di pressing posizionale per costringere al lancio lungo sistematico che avviene sempre sugli esterni, risultando ulteriormente prevedibile. Non è prevista alcuna possibilità di scambio corto palla a terra sostanzialmente fino alla trequarti offensiva e per lo più i due mediani giocano sulla verticale uno dell'altro. Dire tra l'altro che Paulinho stia giocando è una gentilissima concessione.

L'attacco dell'Argentina che non si chiama Leo Messi:
capisco il sacrificio, capisco che Messi sia la grande speranza, capisco tutto. Ma zero gol prodotti tra Palacio, Lavezzi, Aguero e Higuain contro Bosnia, Iran e Nigeria sono decisamente contro le aspettative. Higuain che nel 2010 era stato devastante sembra tutto tranne una prima punta, sempre a uscire dall'area per cercare i cross e le imbucate. Il Kun è stato semplicemente invisibile fino all'infortunio che ha chiuso il suo Mondiale, e parliamo di uno che in una realtà parallela è il 10 e il fulcro di questa Argentina. Senza di lui il titolare probabilmente diventa Lavezzi, che più che corsa e buona volontà non sembra in grado di dare. Ad oggi salvo per impegno e intelligenza il solo Palacio, che infatti si è visto appena. L'Argentina non può andare avanti se non si sveglia almeno un'altra punta.

Fabio Capello: la Russia a livello di talento non è nemmeno lontana parente di quella del 2008, in cui il solo Arshavin valeva tutti i giocatori di oggi sommati, quindi il lavoro del ct italiano non è stato di certo facile. Però sei Fabio Capello e prendi una vagonata di rubli per stare in vacanza a mangiare uova di storione, quindi non mi accontento di una squadra coperta con un certo ordine tattico. Valore aggiunto dalla panchina zero, soprattutto nei cambi. Bisognava aspettare la terza partita per capire che Kokorin da solo risultava troppo leggero?

26 giu 2014

La confusione tattica di Prandelli

Nella fretta di trovare un capro espiatorio, tra vertici dimissionari e guerre senatori/giovani, ci si dimentica che per tre partite l'Italia avrebbe anche dovuto giocare a calcio.
L'eliminazione porta con sé un bottino da una vittoria e due sconfitte, con due gol fatti, tre subiti e una sensazione generale di lentezza, inadeguatezza fisica e poche idee. Alla base di quanto (poco) visto al Mondiale ci sono il lavoro e le scelte dell'ormai ex ct Cesare Prandelli, un allenatore arrivato all'appuntamento più importante con troppe alternative e tutte parecchio confuse.
L'Italia è sembrata improvvisare, sia nel varare il nuovo 4-3-2-1 che nel ritorno al 3-5-2, trascinata più dalla sensazione del momento che da un progetto preciso, guidata da un allenatore senza più riferimenti. Come si è arrivati a questo?

Il primo fondamentale snodo tattico è stato l'infortunio di Montolivo.
So che suona strano, ma l'uomo di Caravaggio era per Prandelli una pedina fondamentale nel centrocampo in quanto deputato a galleggiare tra mediana e attacco. Con lui il modulo designato era il rombo (presumibilmente insieme a Pirlo, De Rossi e Marchisio), sfruttato spesso per tutte le qualificazioni in quanto permetteva di avere un centrocampo folto votato al possesso e di mantenere pericolosità offensiva con due punte davanti. Senza il capitano del Milan questa idea tattica è scomparsa dalle opzioni di Prandelli, mai nemmeno provata al Mondiale.
Una conseguenza dell'infortunio è stata la convocazione di Verratti. Il talento del PSG infatti era più che altro un'alternativa a De Rossi e Pirlo nello schacchiere tattico per le sue vocazioni da playmaker e subiva la concorrenza anche del suo compagno di club Thiago Motta. Un elemento futuribile più che una risorsa per il presente, come suggerisce anche il suo impiego nel tempo. La perdita di Montolivo ha aperto un improvviso buco nel gruppo e il pescarese si è trovato catapultato ai Mondiali.

Prandelli si è trovato quindi a ridisegnare la squadra che aveva in mente a pochi giorni dall'esordio.
I suoi leader tecnici, i giocatori imprescindibili, erano Barzagli, Pirlo e Balotelli. Attorno a loro andavano adattati gli altri.
L'idea principale era puntare sulla difesa a quattro, sfruttando l'alternativa a tre solo in partite singolarmente ostiche come agli Europei, anche perchè questa volta rispetto al 2012 nei convocati non c'erano esterni abituati a fare tutta la fascia. In mezzo al campo ogni scelta era condizionata dalla presenza di Pirlo e dalla conseguente necessità di proteggerlo, non fisicamente come avviene alla Juve, ma attraverso il possesso insistito. Serviva in mezzo al campo un giocatore che potesse garantire circolazione palla e tecnica al posto di Montolivo, quindi o Verratti o Thiago Motta (non a caso alternati con Inghilterra e Costa Rica). I due del PSG però, soprattutto se schierati insieme alla coppia Pirlo-De Rossi, fornivano poche garanzie a livello di corsa e dinamismo. Marchisio fin da subito era chiaro che sarebbe stato il giocatore deputato a portare fisicità, inserimenti e sacrificio, ma pensare che potesse farlo da solo era più sintomo di incoscienza che di fiducia.
Per completare la formazione bisogna spostarsi un attimo sul reparto d'attacco. Prandelli nella qualificazioni chiedeva corsa, pressing, ma anche profondità al partner di attacco di Balotelli, che non a caso è spesso stato uno come Osvaldo. Il 9 azzurro ha talento e colpi, ma tende ad aspettare la palla e a fare poco movimento, richiedendo quindi un certo lavoro al suo compagno di reparto.
Il tecnico si è quindi trovato a metà strada tra la necessità di dare una spalla a Balotelli che si accollasse questi compiti e un aiuto a Marchisio che condividesse il lavoro sporco a metà campo. Candreva deve essergli sembrato l'ibrido ideale, vista la sua capacità di corsa, inserimento e tiro.

Questo modulo ha retto per una partita e mezzo, in gran parte grazie alla connivenza di Hodgson.
La coperta si è rivelata in fretta estremamente corta sia per i limiti tattici di Balotelli, sia per i problemi difensivi, sia per la pessima condizione atletica di gran parte dei centrocampisti, sia per l'inadeguatezza dei terzini.
Tutte cose di cui Prandelli doveva essere conscio e sperava in qualche modo di nascondere con un insistito possesso palla. Un po' debole come piano partita.
La scarsa convinzione nel neo-varato contesto tattico si evince anche dai cambi effettuati contro la Costa Rica. Per quanto fosse evidente che la squadra non si stesse trovando in campo, mettere in campo giocatori offensivi più o meno a caso sperando si inventino una giocata difficilmente è la soluzione.

Il passaggio al 3-5-2 nell'ultima decisiva partita con l'Uruguay era sostanzialmente una necessità. Prandelli ha dimostrato di essere influenzabile e influenzato dalle critiche e ha deciso, di fatto, di abbandonare ogni scelta e responsabilità affidandosi al blocco (soprattutto difensivo) Juventus, cioè la retroguardia che offriva più garanzie e automatismi estranei al suo lavoro dopo i disastri visti nella linea a quattro. In attacco si sono riviste le due punte, con Immobile, cioè l'uomo richiesto a gran voce da media e tifosi, gettato all'improvviso nella mischia come partner di Balotelli. Scelte populiste di comodo buttate dentro sperando, sostanzialmente, in un miracolo, sintomo di pura improvvisazione.

Nessuno ha però risposto alle preghiere, e l'Italia è finita vittima dei suoi limiti tattici, difensivi (tutti gol subiti con chiare responsabilità singole) e atletici (il caldo vale anche per gli altri).
Ma soprattutto dei limiti del suo ct, incapace di selezionare 23 giocatori utili e di scegliere un sistema di gioco definito.


P.S.:
Il discorso è volutamente incentrato sulla tattica, e tocca solo marginalmente la questione delle convocazioni perchè entrare in quel ginepraio avrebbe reso il tutto troppo lungo e pesante.
Ma, detto in breve, dei 23 uomini scelti da Prandelli quelli realmente compresi nelle idee tattiche erano circa 13.

23 giu 2014

Brazil2014: Top&Flop Generali - Seconda Giornata

Top

Cile: presenza tra i Top di giornata scontata, visto che la loro vittoria sulla Spagna ha fatto un paio di giri del Mondo. Non una sorpresa, tuttavia, perché Sampaoli ha proseguito in modo splendido sul sentiero indicato dal suo connazionale e maestro Marcelo Bielsa. Il Cile ha annichilito le fonti di gioco dei Campioni del Mondo grazie a corsa, grinta e un'organizzazione tattica pregevole, trovandosi di fronte la vittima perfetta per perpetrare il delitto. Ripetere questa intensità non sarà facile e altre squadre potrebbero mettere ben più in difficoltà la difesa cilena, a partire dall'Olanda di Van Gaal, ma intanto la Roja ha lanciato un importante segnale al mondo del calcio.

Australia: due partite e zero punti, però i Socceroos meritano un applauso per il calcio mostrato nella partita contro l'Olanda. I ragazzi di Postecoglou hanno infatti affrontato gli Oranje a viso aperto, ingabbiando il gioco di Van Gaal con attenzione ed equilibrio, mettendo inoltre in mostra ottime trame offensive. L'Australia ha raccolto molto meno di quanto meritato, ma d'altronde ottenere la qualificazione in un gruppo simile sarebbe stato qualcosa da annoverare alla voce "miracoli".

Francia: la più snobbata delle grandi, eppure quella che sta mettendo in mostra il miglior calcio, soprattutto come collettivo. L'infortunio di Ribery non solo sembra assorbito, ma potrebbe aver responsabilizzato tutti gli altri a fare un passo in più. 8 gol nelle prime 2 partite, e darne 5 alla Svizzera non era così scontato.

Costa Rica: continua la favola dei Ticos e questa volta a farne le spese è stata un'arrendevole Italia. I centroamericani hanno corso di più e meglio rispetto agli azzurri, lottando su ogni pallone e chiudendo bene tutti gli spazi. La linea difensiva altissima è stata un rischio, ma è stata una delle armi decisive per neutralizzare la maggior parte dei tentativi italiani. La qualificazione agli ottavi con un turno di anticipo è il giusto premio a una squadra che ha saputo affrontare gli avversari senza nessun timore e senza badare ai palmarès.
 
Partite da rivedere: Germania-Ghana, soprattutto nel secondo tempo, è stata una delle partite più spettacolari del torneo, con continui ribaltamenti di fronte. La qualità tedesca da una parte, la corsa e l'intensità ghanesi dall'altra. Corea-Algeria invece è la partita a sorpresa. 3 gol per tempo, corsa, fisicità e anche giocate di una certa qualità. Chi si aspettava noia, catenaccio e botte non poteva sbagliarsi di più.

Il commento di Sky: Marchegiani commentando il gol di Ayew dice che i giocatori pelati sono più bravi nel colpo di testa, perchè la palla prende più velocità e la direzione è imprevedibile.

Momenti di bel calcio: Ecuador-Honduras, partita che potrete vantarvi di aver visto integralmente coi vostri nipoti, si presenta subito al top. Calcio di inizio dei sudamericani, fallo di 2 giocatori dell'Honduras sul portatore di palla. Minuti di gioco 0.03.

Flop

Brasile: Scolari prosegue sulla via del disastro. Sceglie Ramires come titolare castrandosi da solo la manovra offensiva e insiste su uomini palesemente inadeguati. A centrocampo Luiz Gustavo ha un compito ben preciso, ma tende a schiacciarsi troppo sulla difesa allungando i reparti, mentre Paulinho è stato un fantasma in entrambe le prime partite. Hernanes non ha visto il campo quando dovrebbe essere ormai titolare, in quanto unico a poter collegare i reparti con qualità. Insistere su un Fred immobile e abulico toglie ulteriori risorse a una squadra che vive solo degli spunti di Neymar e Oscar. La strada è molto più in salita del previsto.

Spagna: servirebbe un pezzo a parte per parlare di loro, perché hanno dominato gli ultimi anni e anche a questo Mondiale si sono presentati da favoriti, con una rosa impressionante per profondità e qualità. Eppure qualcosa non ha funzionato e il calo di alcuni giocatori chiave ha fatto crollare il rendimento generale, mettendo in mostra limiti e difficoltà di uno stile di gioco difficile da interpretare se non si è al massimo della condizione. Il materiale per ripartire fin da subito c'è, ma questo è un tonfo che farà rumore per parecchio tempo.

La gestione di Pekerman: intendiamoci, la Colombia sta ampiamente facendo il suo dovere. Ma Pekerman sembra essersi abbastanza fossilizzato sulle sue scelte e con la Costa d'Avorio non è riuscito coi cambi a mantenere l'intensità fisica, finendo la partita in pesante apnea. Mettere in campo Jackson Martinez e Guarin non è reato.

Il commento di Sky, parte 1: Fabio Caressa nei primi minuti di Italia-Costa Rica parla di una difesa a 5 dei centrocamericani schiacciatissima verso la sua area. Pochi secondi dopo si vede la linea oltre la trequarti e a Marchisio viene fischiato il primo degli 11 fuorigioco che in serata saranno chiamati agli azzurri. Nel successivo corso della cronaca Bergomi non farà che ripetere quanto sia alta la difesa dei costaricani.

Il commento di Sky, parte 2: durante Colombia-Costa D'Avorio il duo Trevisani-Marocchi si lamenta più volte delle iniziative di Yaya Tourè, accusandolo di voler tirare i calci di punizione per manie di protagonismo, togliendoli a compagni più capaci. Peccato che l'ivoriano in stagione abbia segnato 4 gol su punizione con la maglia del City, dimostrandosi uno specialista.

Il commento di Sky, parte 3: nella presentazione di Italia-Costa Rica Bergomi dice che in Italia Andrea Pirlo non è abbastanza considerato ed esaltato come giocatore. Nulla da dire sul talento e sulla longevità del regista di Brescia, ma su che pianeta ha vissuto Bergomi negli ultimi 3 anni? Mancano solo le petizioni per farlo Papa.
 
Giappone: la squadra di Zaccheroni non è al top della forma, non riescono a produrre quel possesso ipercinetico che sembrava essere il loro marchio di fabbrica, a volte i giocatori si trovano troppo isolati e c'è troppa tendenza al passaggio in più in nome del collettivo. Il risultato è una enorme fatica a creare occasioni anche contro la Grecia in 10, mentre in difesa si ha una sensazione di affanno, specie contro giocatori fisici.
 
Inghilterra: altro Mondiale, altra eliminazione per i Tre Leoni. Hodgson insiste con la mediana leggera Gerrard-Henderson e la decisione non porta grandi risultati, così come la volontà di continuare a proporre l'abulico Welbeck. L'Inghilterra in generale non ha giocato così male come si è detto in questi giorni e contro l'Uruguay ha pagato dazio per la presenza in campo di Luis Suarez, ma se esci dopo due partite e zero punti, finisci inevitabilmente tra i Flop. Soprattutto se sei l'inventore del gioco e tendi ancora a guardare tutti dall'alto verso il basso.

Le scelte di Löw: il 4-3-3 scelto contro il Ghana fa acqua da tutte le parti. La difesa composta da 4 centrali puri non aiuta lo sviluppo del gioco e si dimostra pure incapace di marcare su entrambi i gol degli africani (in particolare il primo, di testa, è inaccettabile). A centrocampo Lahm (cioè il miglior terzino della squadra, sia a destra che a sinistra) playmaker è ormai una necessità, ma unito a Khedira in veste di incursore toglie qualità e velocità al giro palla. In questo modo i 3 davanti per quanto fenomenali incontrano troppe difficoltà nel trovare spazi. Nonostante una partita evidentemente bloccata a causa delle scelte, il primo cambio di Löw è Mustafi per Boateng, cioè un cambio sprecato e inutile. La Germania dimostra di poter vincere dal minuto 70 in poi, quando entrano Klose e Schweinsteiger. A volte il calcio è semplice, la Germania deve stare attenta a non giocare contro se stessa.

Brazil2014: Top&Flop Giocatori - Seconda Giornata

Top

Guillermo Ochoa: il portiere disoccupato che divenne eroe. Una partita perfetta per posizionamento e reattività, Neymar se lo sognerà ancora per qualche giorno.

Rafa Marquez: padre spirituale di tutti i centrali chiamati ad impostare, a 35 anni gioca solo di classe e senso della posizione, ma basta e avanza. Sagacia tattica da vendere, per il Messico i suoi movimenti sono fondamentali per passare dalla difesa a 5 a quella a 4. Potrebbe leggere il "gioco" di Scolari anche durante la siesta.

Arjen Robben: è arrivato al Mondiale caricato a pallettoni. Pochi si ricordano del suo infortunio alla vigilia di Sudafrica 2010 che ne limitò il rendimento, ha un conto in sospeso dopo gli errori in finale, Van Gaal lo sa e canalizza la sua furia mettendolo seconda punta libero di svariare. Che abbia preso ispirazione dal suo omologo capelluto Cerci? Pericolo costante, in accelerazione semplicemente imprendibile.

Tim Cahill: inventato punta per necessità, mette esperienza e capacità di inserimento al servizio dell'Australia. Vede la porta meglio di molti attaccanti moderni e segna un gol da antologia, al volo col piede debole. Prendere appunti, l'attaccante si fa così.

Ivan Perisic: forse il più sottovalutato dei giocatori di qualità della Croazia, contro il Camerun mette in campo un talento a 360°. Corsa, piedi, visione di gioco, tiro, capacità di adattarsi. Magari non sarà mai il go-to-guy, ma è un elemento di complemento di livello assoluto.

Edu Vargas: può essere il simbolo del Cile di Sampaoli, insieme ad Aranguiz e Diaz. La U de Chile si è vestita di rosso e ha ancora voglia di travolgere tutti. Contro la Spagna si muove costantemente sgusciando via da ogni marcatura e segna un gol solo apparentemente semplice.

James Rodriguez: segna di testa la rete che sblocca la partita e col suo pressing fa partire la transizione che porta al secondo gol. Due cose in teoria non nel suo repertorio, tanto per far capire quanto talento ha questo ragazzo. Tecnicamente bravissimo ad adattarsi alle necessità della squadra, proponendosi come regista arretrato o come rifinitore più avanzato, regalando sempre giocate di qualità. Leader vero.

Luis Suarez: quest'anno è semplicemente incontenibile. A mezzo servizio segna 2 gol all'Inghilterra che fanno tornare la celeste nei radar di questo Mondiale. La sua sola presenza cambia tutto.

Yacine Brahimi: un giocatore che fa esattamente la partita che ogni tifoso chiede a un suo eroe. Corre più di tutti, pressa chiunque, segna e trova pure il tempo di dare qualità alla manovra. Forse la miglior partita della carriera, nel momento più importante.



Flop

Ramires: è Scolari a mandarlo in campo, quindi il grosso della colpa va al ct. Come ala può essere utile in partite totalmente difensive, contro la solida difesa del Messico servirebbe qualità e inventiva. Il keniota (e già se sei un brasiliano soprannominato così un motivo ci sarà) risulta addirittura dannoso alla causa del Brasile, facendo collassare nei suoi limiti tecnici una manovra già farraginosa di suo.

Sergio Busquets: simbolo di un sistema di gioco ormai arrivato al tramonto. Vaga per il campo senza costrutto, imbambolato dalle trottole cilene, trovando solo appoggi semplici senza tentare mai nulla. In più sbaglia pure un gol semplice davanti alla porta. Personalità cercasi, magari insieme a nuovi compagni che facciano tutto.

Andres Iniesta: l'eroe di Sudafrica 2010 sbatte contro i limiti dei compagni attorno a lui. Deve improvvisamente fare tutto, si perde spesso in mille dribbling sul posto, per quanto sia l'ultimo a mollare i suoi sforzi sono costantemente frustrati. Anche lui dovrà affrontare il ricambio dei compagni di mille battaglie, diventando l'uomo di riferimento.

Danny Welbeck: come sempre possibilità di fare tutto per non concludere nulla. Il perenne equivoco in campo finisce per trasformarsi in un limite troppo grande per una squadra non amalgamata e con evidenti problemi di leadership. Tende a giocare da solo, a cercare spunti individuali, a ritardare le scelte. Un lusso che non ci si può permettere, almeno in questa Inghilterra.

Steven Gerrard: ok, siamo severi, ma quello visto nelle prime due partite non è il magnifico capitano del Liverpool. Anche per colpa dei disastri di Hodgson si trova solo in balia di molti, troppi avversari e non sembra avere le energie per lottare. Peccato debba chiudersi così la sua carriera in bianco.

Giorgio Chiellini: la difesa a 4 porta alla luce tutti i limiti di un difensore e il centrale della Juve ne ha diversi, indipendentemente dall'andamento della partita contro i Ticos. Errori di posizione e cattive letture sono ben più gravi dei vistosi lisci e del fallo da rigore non visto dal direttore di gara. Purtroppo in alcune situazioni ha pure la brillante idea di impostare il gioco.

Valon Behrami: la Francia passa un tempo intero a passeggiare su difesa e centrocampo svizzeri senza trovare opposizione alcuna, Il giocatore del Napoli in più partecipa attivamente al gol del 2-0, demolendo le speranze della sua squadra. Fisicamente sembra abbastanza limitato, e senza il fisico è meglio che non stia in campo (infatti è sostituito dopo 45 minuti).

Emir Spahic: non riesce in alcun modo ad opporsi al numero 9 della Nigeria. Fisicamente viene sovrastato, in velocità non ne parliamo, non lo aiuta il senso della posizione, non riesce nemmeno a metterci cattiveria. Prestazione non da capitano, che riflette una certa mollezza di tutta la Bosnia.

20 giu 2014

Il futuro dell'Atletico Madrid

Che l'Atletico di Simeone sia una grande squadra ormai non ci sono più dubbi. Ha vissuto una stagione forse irrripetibile portando tutti i suoi componenti a vette di rendimento difficili da mantenere soprattutto per applicazione fisica e mentale, ma resta un club con cui ci sarà da fare ancora i conti.
E se il presente dell'Atletico è certamente di livello, il futuro promette ancora meglio.

La rosa del colchoneros campioni di Spagna infatti, ricordiamo per l'ennesima volta, è composta quasi interamente da giocatori "minori" a livello di nome, rivalutati da allenatore, contesto e motivazioni. L'unico appunto che si può muovere riguarda l'età media, specialmente dei titolari.
I grandi architetti che stanno dietro a questa squadra però lo sanno meglio di noi e hanno già un'idea su come rinnovare la rosa. L'Atletico sta infatti producendo, acquistando e sviluppando diversi giovani interessanti che auspicabilmente saranno i protagonisti del prossimo ciclo.
Qualche nome?

In difesa Javier Manquillo (classe 1994) è l'erede designato di Juanfran (1985). Ha già dimostrato solidità e personalità, può diventare una scelta affidabile per quanto sia difficile trovare spazio nel ruolo.
Josè Gimenez (1995) viene invece dal Danubio, ha trovato pochissimo spazio in stagione, ma è stato convocato per i Mondiali dal suo Uruguay, e sta giocando forse non per caso in coppia con Godin (1986). A sensazione ne sentiremo parlare a breve, o insieme al suo compatriota o con Miranda (1984).

A centrocampo la scelta si fa più ampia, sia perchè l'Atletico ha mandato diversi giovani in prestito (ben 6 centrocampisti) sia perchè i casi Gabi e Raul Garcia insegnano che certi giocatori si possono recuperare anche più avanti negli anni.
Saul
Ñíguez (1994) si inserisce nella tradizione dei vari Gabi (1983) e Mario Suarez (1987). Centrocampista posizionale, capace di agire da vertice basso, ma con idee da regista e piedi educati. Elemento di spicco anche delle nazionali giovanili, che fanno esperienza.
Oliver Torres (1994) è un talento di un altro livello, tanto da entrare nella considerazione di Simeone già nella passata stagione e presenza fissa nelle varie Under spagnole. Ottimo rappresentante della moderna linea di interni spagnoli, tutti tecnica e visione di gioco, ci aggiunge una interessantissima abnegazione tattica. Sarebbe come idea l'erede di Koke (1992), giocheranno insieme.
Thomas Partey (1993) viene da una stagione da titolare in Segunda Division col Mallorca, è un centrocampista difensivo di fisico, ma capace di trovare anche 5 gol.

In attacco Simeone sarà chiamato a un altro grande lavoro, dopo l'invenzione Diego Costa. Oltre al brasiliano è partito infatti anche David Villa, che malgrado il rendimento resta un punto di riferimento per nome e personalità.
Come seconda punta o esterno, la scommessa si chiama Angel Correa (1995). Viene dal San Lorenzo ed è il nuovo talento del futbol argentino. Giovane, ma con alte aspettative.
Al posto di Costa invece l'idea era di puntare su Leo Baptistão (1992) già da quest'anno, ma problemi fisici e difficoltà di adattamento hanno frenato il progetto. Attaccante particolare, dal talento poliedrico, è chiamato a crescere molto visti gli standard degli attaccanti rojiblancos degli ultimi anni.
Il nome dal vivaio è invece Borja Gonzalez Baston (1992) prima punta di fisico (191 cm) stella dell'Under 17. Negli ultimi tre anni è stato in Segunda Division, tornando sempre a fare il ritiro. Magari stavolta si ferma.

Il caso portiere va trattato a parte, vista la condizione di perenne prestito in cui versa Thibaut Courtois (1993). L'Atletico negli ultimi anni in quanto a portieri è stato una garanzia avendo sviluppato prima De Gea e poi il belga. Potrebbe tornare Sergio Asenjo (1989), che doveva essere De Gea prima che esplodesse De Gea, ha girato in prestito ed è ancora giovane nel ruolo.

Tutti questi ragazzi andranno inseriti in un contesto in cui i leader tecnici sono esperti, ma tutt'altro che al tramonto.
Juanfran, Godin, Miranda, Filipe Luis, Raul Meireles, Gabi, Arda Turan sono tutti nati tra il 1983 e il 1987, Koke è del 1992, e altri elementi come il nuovo acquisto Siqueira (1986), Alderweireld (1989), Mario Suarez (1987) e Adrian (1988) completano un'ossatura ancora con qualche anno davanti.
I giovani, sapientemente gestiti, porteranno nuova linfa e facendo qualche conto dovrebbero essere pronti alla successione con ottimo tempismo.

18 giu 2014

Brazil2014: Top&Flop Generali - Prima Giornata

Top

Olanda: Van Gaal ha stupito tutti, ingabbiando i campioni in carica con una formazione sulla carta di molto inferiore. La padronanza tattica degli oranje fa impressione, interpretano la difesa a 3 in chiave moderna e totale malgrado Vlaar, De Vrij, Martins Indi, De Guzman e De Jong non siano fenomeni coi piedi. Qualcuno alla latitudine dell'Italia prenda appunti. 

Costa Rica: complice un Urugay irriconoscibile i ragazzi di Jorge Luis Pinto sono la vera sorpresa di giornata. Organizzazione, voglia, incoscienza e la consapevolezza di non aver nulla da perdere hanno permesso ai Ticos di raggiungere un risultato storico, trascinati dal giovane Campbell.

Honduras: hanno perso 3-0 contro la Francia, ma la sana ignoranza con cui hanno affrontato i galletti è pura poesia. Novanta minuti di interventi decisi, spesso fuori tempo e una base tattica che definire limitata è riduttivo. Era da tempo che non si vedeva una squadra così. Grazie Honduras.

Colombia: al di là dell'ottimo risultato, preme sottolineare la soluzione ideata da Pekerman per sostituire la stella Falcao. Teofilo Gutierrez è meno prima punta, ma ha una capacità naturale nel giocare di sponda e nell'aprire spazi per gli inserimenti dei compagni, senza tuttavia disdegnare il gol.

Bomboletta spray: in Sudamerica viene utilizzata da anni e ha dimostrato di essere la soluzione migliore per evitare di battere punizioni con la barriera a mezzo metro dal pallone, eppure in Europa c'è chi è ancora scettico.

Brazuca: dopo l'incubo Jabulani Adidas decide di produrre finalmente un pallone da calcio e lo spettacolo ringrazia.

L'esultanza colombiana al gol di Armero: pretendere che Teofilo sparasse qualche colpo in aria era troppo, quindi ci accontentiamo del balletto di gruppo di mezza rosa dei cafeteros!

Goal line technology: finalmente la tecnologia inizia a essere applicata anche al calcio, per la disperazione di moviolisti e giornalisti.


Flop

Brasile: nonostante la vittoria contro l'ostica Croazia, arrivata soprattutto grazie a Pletikosa e a un rigore a dir poco fantasioso, la Seleçao non ha convinto. Scolari ha schierato in campo un non-modulo con molti giocatori che vagavano per il campo senza alcuna logica, a partire dai centrali di difesa fino ad arrivare alle punte.

Spagna: la più grossa delusione della prima giornata. In una sola partita prendono più gol che negli ultimi 3 tornei principali sommati e all'improvviso perdono tutte le certezze consolidate in 6 anni di dominio. Molti dei giocatori chiave sembrano stanchi, svagati, fuori forma, il proverbiale possesso è lento e sterile e la difesa va in ansia a ogni pallone verticale. Forse servirebbero cambi, ma potrebbe essere tardi.

Inghilterra: dal 1966 la storia è la stessa. Nomi e talento individuale appena indossano la maglia coi leoni si perdono, diventando incapaci di giocare insieme. Contro l'Italia Hodgson si è limitato a scegliere 11 giocatori, senza leggere quello che succedeva in campo. Scegliere qualcuno del Liverpool non basta.

Arbitri: troppi gli errori decisivi per chiudere un occhio. Speriamo si cambi già dalla prossima giornata.

Joachim Loew: puoi vincere anche 4-0, ma se schieri quattro difensori centrali, il miglior terzino destro al Mondo in mediana e il falso nueve, noi ti odiamo.

Tabarez e il suo Uruguay: certo, presentarsi senza uno dei giocatori più forti al Mondo non aiuta, ma la Celeste vista in campo contro la Costa Rica è stata irriconoscibile. Svagata e prevedibile, la nazionale uruguayana rischia di pagare la staticità nelle scelte di Tabarez. Manca un giocatore in grado di fare gioco (prima ci pensava Forlan, quello vero) e soprattutto non si è visto un briciolo della celeberrima garra charrua: sequestrata alla frontiera per motivi storici?

Il modulo di Sabella: l'Argentina ha vinto, ma sicuramente non si è distinta per il bel gioco proposto. Dopo il modulo con quattro difensori centrali, marchio di fabbrica della Seleccion targata Maradona, Pachorra decide di varare un inedito 352 con un solo centrocampista di ruolo: il povero Mascherano. Ma la formazione non è tutto e lo ha dimostrato Van Gaal, peccato che l'Albiceleste abbia messo in mostra la versione "Mazzarri 2013/14" del 352, quella con reparti distanti all'inverosimile, movimenti senza palla limitati e una pochezza di idee raggelante.

Scarpe: il trend purtroppo è quello e i giocatori non hanno molta voce in capitolo nei confronti degli sponsor, ma vedere tutti quegli evidenziatori ai piedi dei giocatori fa male agli occhi e al cuore. E l'alternativa sono le scarpe bicolore.

I servizi di Sky: ok, siamo in Brasile, ma possibile che ogni servizio debba iniziare con un primo piano sul sedere di qualche passante (nda: se proprio devono farlo, almeno scelgano con più accuratezza) e ogni collegamento/opinione debba contenere qualche battutina a doppio senso? Lungi da noi voler fare i bacchettoni, ma non c'è proprio qualcosa di più interessante da dire?

Il jingle di Emis Killa: è più fastidio di Massimo Mauro e sta insidiando Blatter nella classifica delle cose più odiate nel mondo del calcio.


A parte

I baffi di Luiz Gustavo e Hugo Almeida: direttamente dagli anni 80, stiamo ancora decidendo se inserirli tra i Top o i Flop.

Brazil2014: Top&Flop Giocatori - Prima Giornata


Top

Matteo Darmian: la vera sorpresa dell'Italia, il terzino che non ti aspetti. Corsa continua, fisico e inserimenti, con ottima personalità. Considerato il livello nel ruolo una bella sorpresa.

Alexis Sanchez: il riferimento offensivo del Cile dimostra subito di voler mettere un bel po' di pepe su questi Mondiali. Diverte e si diverte, lampi di classe, ma anche concretezza (gol e assist).

Marcos Rojo: tecnicamente già è tanto vederlo terzino, figuriamoci esterno di centrocampo. Ma uno che spazza nella sua area in rabona è un pazzo, un genio, un rivoluzionario. Altrochè mettere la Terra a girare attorno al Sole.

Joel Campbell: l'anima e probabilmente la speranza di tutta la Costa Rica. Si presenta senza paura e con la chiara intenzione di spaccare il mondo, mettendo in mostra tutto il repertorio contro il più quotato uruguay. L'esperienza in Grecia sembra averlo maturato molto.

Daley Blind: il figlio d'arte ha una enorme chance di dimostrare di non essere il classico raccomandato e si mette a pennellare assist di 30 metri. Resta un giocatore con caratteristiche particolari, ma il piede è decisamente educato e la comprensione tattica raffinata.

Arjen Robben: nel 2014 dobbiamo ancora spendere parole su di lui? A prescindere da eventuali rivincite, accelerazioni e mancino da alieno. Seconda punta è veramente difficile da tenere, perchè sa anche tagliare.

Robin Van Persie: potrebbe averci già regalato il gol più bello dei Mondiali. Quel colpo di testa lo rivedremo per tutta la vita. Al massimo della maturità, sia tecnica che nel ruolo di prima punta, al suo ultimo Mondiale (presumibilmente) sembra voglia lasciare il segno.

Thomas Müller:
dove eravamo rimasti? 5 gol nel 2010 quando era appena nato come giocatore, 3 all'esordio oggi. Feeling mica da ridere con la porta e coi Mondiali, occhio Klose.


Flop

Diego Forlan: il biondo numero 10 appare proprio a fine corsa. Non che sia una novità visto che è in calo dal 2011 (compreso), ma non ha nemmeno lo satus di battere i rigori ormai. Affonderà con tutta la nave?

Edinson Cavani: in nazionale continua ad essere irriconoscibile. Con Suarez fuori aveva un'occasione forse unica, ma produce solo corsa a vuoto e tiri sbucciati. Certo, in un contesto ignobile, ma parliamo di uno qualunque o di uno dei giocatori più pagati al mondo?

Gabriel Paletta: una volta si diceva che per reggere in certi contesti serve l'esperienza internazionale. Appare decisamente inadeguato al livello, soprattutto in quello che dovrebbe saper fare meglio. E non parlo del pettinarsi.

Hulk: un altro che con la maglia del Brasile si è visto poco o nulla. A sinistra dire che non si trova è riduttivo, ma sembra anche lento e impacciato. Tanto vale mettere in campo il Doriforo.

Gerard Pique: il simbolo assoluto del progressivo calo del Barcellona, di anno in anno peggiora costantemente. Distratto, lentissimo, incapace di marcare e anche con scarsa intesa coi compagni.

Iker Casillas: se il gol di Godin poteva essere un segnale, la prestazione contro l'Olanda ha confermato il suo disastroso stato tecnico. E dire che con la Spagna era sempre stato una sicurezza. Quegli occhi da gattino bagnato poi non aiutano a dare l'impressione che possa riprendersi a breve.

Joe Hart: continua la sua personale lotteria, il problema per l'Inghilterra è che non si può sapere cosa esce. Buone parate ed errori inspiegabili (la mezza uscita su Balotelli, per dire il più ricordabile), se si deprime il Mondiale di Hodgson è già finito.

Stipe Pletikosa: con un portiere e un arbitro la Croazia poteva pure vincere. Poco reattivo, lentissimo a buttarsi, in definitiva incapace di coprire la porta.

Lionel Messi: il gol è fenomenale e decisivo. Ma il suo stato fisico e mentale condiziona troppo tutta la squadra. La gestione tattica del fenomeno del Barcellona non è mai stata facile, ora sembra anche psicologicamente in sofferenza. Basta vedere quanto forzatamente lo cerchino i compagni pur di farlo segnare.

Pepe: rosso fiscale, paga la fama, tutto quello che volete. Un giocatore della sua esperienza e col suo curriculum non può compiere due ingenuità simili di fila, compromettendo la partita e forse l'intero girone. Del resto, conoscere Pepe è più che sufficiente per aspettarsi questo e altro.

Igor Akinfeev: qualche anno fa era considerato un talento assoluto nel ruolo. Oggi fa di tutto per non far sentire il suo collega della Corea inadeguato, riuscendo dopo diversi tentativi a regalare il gol.

09 giu 2014

Dario Conca, l'argentino do Brasil

La recente amichevole Italia-Fluminense, contrariamente alle aspettative, è stata una partita capace di suscitare diversi spunti di interesse: il rendimento e la fame dei giovani, l'impronta di Zeman (diretta sugli attaccanti, indiretta su difensori e portiere), i molti gol fatti, i troppi gol subiti, la preparazione fisica, il clima. Tra le pieghe del gioco i più attenti avranno notato l'impatto e il peso di un piccolo trequartista mancino. E la sua squadra non era l'Italia.
Quel trequartista si chiama Dario Conca, ed è un altro stupendo rappresentante della classe dei prestigiatori.

Dario Leonardo Conca nasce a Buenos Aires l'11 Maggio 1983, ma di fatto il suo rapporto con l'Argentina andrà poco oltre la nazionalità.
Cresce nel Tigre esordendo in B ad appena 15 anni e nel 2000 passa al River, convincendo l'attento ingegnere Pellegrini a provarlo in prima squadra. Pur rimanendo formalmente di proprietà della banda fino al 2009 la sua parentesi nel club di Buenos Aires finirà qui. Col cambio di tecnico viene mandato in prestito prima all'Universitad Catolica, dove vince un titolo e si impone tra i protagonisti della squadra, e poi al Rosario Central, ma il rapporto dura appena 13 partite malgrado il buon rendimento. Nel 2007 da Rosario lo strappa il Vasco da Gama, per quella che sarà la chiamata deputata a indirizzare la sua storia. Come molti grandi talenti baciati dal dono dell'assoluta incostanza tecnica nel suo destino c'era il Brasile. Al Vasco mette insieme in campionato 30 presenze e 6 gol che valgono le attenzioni della Fluminense. Dal 2008 al 2011 l'argentino legherà indissolubilmente il suo nome a quello del club di Rio. In 25 anni Conca aveva cambiato tre nazioni e sei squadre, senza però avere mai una stabilità. Un ragazzo sostanzialmente apolide portato a vagare di porto in porto sulla zattera, enorme, del suo talento. Nel 2009 verrà acquistato definitivamente dalla Flu, segno tangibile dell'approdo finalmente trovato. Conca nel tricolor carioca troverà la culla ideale per spargere i semi del suo calcio.
Alla sua prima stagione nel 2008 la Fluminense darà grande spettacolo in Copa Libertadores, dominando i gironi e superando nettamente Santos e Boca nei turni a eliminazione, perdendo però la finale ai rigori contro la LDU di Quito. Nel 2009 la squadra arriva ancora in finale, questa volta di Copa Sudamericana, perdendo ancora contro la LDU. A causa della partenza di altri giocatori nel corso del tempo il ruolo di Conca sarà sempre più centrale. Passa infatti da 56 presenze e 8 gol a 63 (sì, in Brasile si gioca tanto) e 13, per quanto i numeri raccontino solo una minima parte del suo gioco. In continuo crescendo, il 2010 sarà l'anno del suo ingresso nell'Olimpo del calcio verdeoro. La Fluminense infatti vincerà il Brasileirao, titolo che mancava dal 1984, Conca produrrà 9 gol in 38 presenze (in totale 14 in 59) vincendo la Bola de Prata come miglior giocatore nel suo ruolo la Bola de Ouro come miglior giocatore in assoluto, terzo argentino nella storia a riuscirci, secondo in epoca moderna dopo Carlos Tevez. Il tutto con la fascia di capitano al braccio.
In questo momento Conca raggiunge l'apice della parte romantica della sua carriera. L'argentino in un certo senso rinnegato, che per vivere la meraviglia del suo talento ha dovuto guadagnarsi ogni pallone, ogni tocco di suola, in una terra storicamente nemica. Una storia di crescita, riscatto e ricerca di un luogo da chiamare casa che ha come unico filo conduttore una straordinaria sensibilità nel piede sinistro.

Prima di entrare nella seconda fase della storia, parliamo un attimo del giocatore.
Conca risulta un giocatore tutto sommato facile da descrivere. Nell'era del calcio che possiamo definire dopo Maradona l'identikit dell'enganche albiceleste è fortemente influenzata dalla figura di Diego. Piccolo, mancino, capace di produrre esplosioni di potenza e genialità trascinato dalla vitalità del suo estro. Il numero 11 tricolor, nei suoi anni migliori, è stato esattamente questo per la Flu.
Rifinitore più che finalizzatore, a testa sempre alta vede cose che a noi umani restano spesso precluse. E gli attaccanti ringraziano. Oltre a una capacità seduttiva quanto insolubile per gli avversari di accarezzare il pallone Conca mette in campo personalità e voglia di vincere. Chi ha lottato tanti anni per emergere, specie negli infiniti campionati del Brasile, non è disposto a mollare tanto facilmente.

Il romanticismo, spesso, ha però un prezzo.
Quello pagato da Dario è la scarsa visibilità, che lo ha portato a passare forse troppi anni in Sudamerica. Le etichette, se a 27 anni si è ancora in Brasile, pur avendo il potere di accendere e spegnere la luce sul campo, vengono molto in fretta. Così in assenza di particolari stimoli sportivi, resta la necessità di monetizzare. Nel 2011 passa al Guangzhou Evergrande per la cifra record di 10 milioni di dollari, ma soprattutto per uno degli stipendi più alti del mondo (12,5 milioni di dollari l'anno fino al 2014). Un trasferimento clamoroso, sia per la linea diretta Rio-Cina ai tempi innovativa, sia perchè l'entità dell'assegno mensile fa parlare di Conca anche in Europa, per la prima volta in assoluto e spesso con una certa ironia. Abbastanza beffardo per un giocatore del suo talento. In Cina il rapporto con l'ambiente non sarà idilliaco, ma la qualità non può sparire. Conca produrrà 54 gol in 99 partite vincendo sei titoli e diversi premi come miglior giocatore.
Malgrado i gol, le vittorie e i soldi tenterà a scadenze regolari di tornare alla Fluminense, arrendendosi solo di fronte alle richieste economiche del Guangzhou. Una curiosa forma di saudade, considerando la nazionalità di origine. Dopo il Mondiale per Club chiuso con due gol, farà finalmente ritorno, in una situazione tecnica non facilissima.
Perchè al cuore, in fondo, non si comanda e il vecchio capitano ha ancora voglia di lottare per la sua squadra.

06 giu 2014

Jorge Valdivia, futbol y magia

Il Sudamerica è terra promessa per chi venera talenti cristallini sbranati dal vizio, dall'incostanza, dall'assenza di professionalità e da comportamenti costantemente sopra le righe. Calciatori dotati di colpi sensazionali, in grado di far innamorare senza distinzione persone di ogni razza e ceto sociale, ma incapaci di adattarsi ai ritmi e ai requisiti di un calcio in costante evoluzione. Giocatori non disposti a conformarsi all'idea dell'atleta perfetto alla Cristiano Ronaldo, portati inconsapevolmente a una carriera di alti e bassi, con picchi di gloria assoluta e passaggi a vuoto inspiegabili per un comune mortale.

Jorge Luis Valdivia Toro è soltanto uno dei molti esponenti di questa corrente calcistica votata alla dilapidazione del talento, ma in questo momento è l'unico, assieme a Cassano, a essere riuscito a conquistare un posto in Brasile. Croci e delizia degli impotenti tifosi, condannati ad amarli, sapendo che la loro sorte sarà legata indissolubilmente all'estro dei prestigiatori. O del Mago, il soprannome di Valdivia, giocatore tanto incostante quanto prezioso per la nazionale cilena allenata da Sampaoli, che non ha pensato neanche per un secondo di lasciare in patria il suo numero 10, fondamentale per ovviare ai limiti di costruzione del gioco della Roja emersi dall'addio di Marcelo Bielsa.

Nato nel 1983 a Maracay, stato venezuelano di Aragua dove il padre si trasferì per lavoro, Jorge è cresciuto calcisticamente nel Colo-Colo, una delle massime istituzioni del Paese e unica fede dell'intera famiglia Valdivia. Trequartista estroso e imprevedibile, fin dalle giovanili ha pagato gli eccessi di un carattere difficile da inquadrare, tanto che nel 2003, senza neanche un minuto in Primera Division, il club di Santiago decide di dirottarlo alla neopromossa Universidad de Concepciòn. Nel capoluogo della Regione del Biobio, Valdivia trova l'ambiente ideale per dare uno scossone al torneo locale, trascinando il Campanil a una storica qualificazione alla Copa Libertadores, con un campionato da esordiente impreziosito da 30 presenze e 7 reti.
Non abbastanza per convincere i dirigenti del Colo-Colo, che scelgono per lui la strada dell'Europa: prima al Rayo Vallecano, poi a un Servette sull'orlo del baratro finanziario, dove Valdivia ritrova il compagno dell'Universidad de Concepciòn Jean Beausejour. Due parentesi anonime prima del ritorno all'Albo nel 2005, squadra in cui il Mago si ferma un solo anno, togliendosi però la soddisfazione di guidare il club alla conquista dell'Apertura 2006, consacrando il proprio talento grazie all'arrivo in panchina di Claudio Borghi.

Pochi mesi dopo Valdivia si trasferisce in Brasile, al Palmeiras di San Paolo, dove dopo un inizio difficile si impone come uno dei migliori talenti del campionato, giocando oltre 100 partite, intervallate soltanto da una parentesi biennale all'Al Ain, in risposta al richiamo irresistibile del denaro degli Emirati Arabi. Soldi e magie, perché, nonostante il poco tempo trascorso nella penisola araba, il Mago diventa un vero e proprio idolo locale, tanto da essere votato dai tifosi stessi miglior giocatore della storia del club. Ma è al Verdao che Valdivia ottiene i risultati più significativi: un campionato Paulista, una Copa do Brasil (accompagnata però da una clamorosa retrocessione), innumerevoli premi individuali e soprattutto l'affermazione tra i più forti giocatori dell'intero continente.
Un'ottima carriera, frenata però da troppe bizze caratteriali: litigi con allenatori e dirigenti, qualche espulsione di troppo, uscite serali oltre i limiti, decisioni, come quella di trasferirsi negli Emirati Arabi, difficilmente condivisibili e un'indimenticabile perla alla Jens Lehmann.

Un'incapacità di controllarsi che accompagna e macchia anche il rapporto tra il Mago e la Nazionale cilena, perché le 55 partite giocate dal numero 10 sono segnate da due episodi entrati a gamba tesa nella storia della Roja. Il primo durante la Copa America del 2007 -il famoso Puerto Ordazo-, quando Valdivia e altri giocatori danno vita a uno scandalo dai contorni poco chiari nell'hotel dove alloggia la Seleccion: sei giocatori verranno squalificati dalla Federazione per 20 partite, poi ridotte a 10. L'altro nel 2011 agli ordini di Claudio Borghi, quando Jorge e altri 4 compagni (tra i quali Vidal) si presentano all'allenamento con 45 minuti di ritardo, dopo una notte dall'elevata gradazione alcolica per festeggiare il battesimo della figlia dello stesso Mago. Un gesto di indisciplina che, sommato al periodo difficile attraversato dal Palmeiras, costano a Valdivia un lungo esilio dalla Nazionale, ritrovata soltanto nel 2013, con Sampaoli già approdato sulla panchina cilena per sostituire il Bichi Borghi.

Tuttavia, nonostante il carattere indomabile e una carriera sempre lontano dall'Europa, il Cile non ha mai rinunciato definitivamente al Mago di Maracay, perché in fin dei conti si trattata di uno dei numeri 10 più forti nella storia della Roja: un giocatore indisponente quanto sublime, irritante quanto creativo. Ed è proprio quel suo essere agli antipodi del giocatore moderno che fa di lui un jolly indispensabile, per la sua capacità di distruggere gli equilibri, di interpretare il gioco a un livello inarrivabile per la stragrande maggioranza dei suoi colleghi e la naturalezza con cui tutto gli riesce con un pallone tra i piedi. Tatticamente Bielsa, il padre calcistico della rinascita cilena, gli ha spesso preferito Mati Fernandez, ma neanche il Loco ha voluto rinunciare all'imprevedibilità di Valdivia e alla sua capacità di danzare tra le linee nemiche, armando un attacco tutto velocità e movimenti negli spazi come quello della Roja.

"Jorge è un talento insostituibile per noi. In questo momento è l'uomo chiave per il gioco che proponiamo, perché è di un'altra categoria, come Messi per l'Argentina, Ronaldo per il Portogallo e Ribery per la Francia. Ci serve ai suoi massimi livelli." (J.Sampaoli)

Le parole dell'attuale DT della nazionale, Sampaoli, parlano da sè: in una squadra che impronta il proprio gioco su possesso palla, velocità e verticalizzazioni, avere un playmaker come Valdivia è di vitale importanza, perché pochi giocatori al mondo riescono a leggere gli spazi come il numero 10 cileno, capace di giocate surreali quando giunge il momento di cercare la profondità. Con lui in campo tutto può accadere e attaccanti come Alexis Sanchez ed Edu Vargas non possono che beneficiarne.

Visione di gioco, piedi sopraffini, tiro preciso, controllo di palla delicato e la capacità naturale di liberarsi della pressione avversaria: a Jorge non mancherebbe nulla per essere nell'elite del calcio mondiale. Ma se non avesse un carattere e una personalità tutte sue, non sarebbe il Mago, non avrebbe dilapidato tutto il suo talento e probabilmente non gli vorremmo così bene.

05 giu 2014

Il vero escluso dell'attacco di Prandelli

In un paese con svariati milioni di commissari tecnici è naturale avere discussioni circa le convocazioni della nazionale. In particolare quest'anno si è rinverdita la tradizione che vede ognuno, compreso Prandelli, schierarsi col suo attaccante preferito per questo o quel motivo, fisico o tattico che sia.
Ma c'è un nome che, per quanto sorprendentemente, possiamo considerare il grande escluso, non solo dall'effettiva lista dell'Italia, ma dalle discussioni in generale: Graziano Pellè.
Il ragazzo di San Cesario di Lecce, classe 1985, avrebbe delle credenziali semplicemente perfette per ambire a un posto da attaccante in nazionale, ma inevitabilmente è penalizzato dal particolare andamento della sua parabola sportiva.

Il nome di Pellè infatti non può che essere indissolubilmente legato alla Eredivisie. L'Olanda gli ha dato le sue prime chance, l'ha fatto crescere, l'ha di fatto adottato quando è esploso come protagonista vero del campionato.
La sua prima esperienza a quelle latitudini risale al 2007, quando passa dal Lecce all'AZ Alkmaar su espressa richiesta di un certo Aloysius Paulus Maria, detto Louis, van Gaal. Ai tempi Graziano era un promettente centravanti da Under 21 reduce da due stagioni consecutive di prestito in Serie B con 16 gol. In quattro stagioni trova titolarità, minuti, qualche gol (in totale 14 in 78 partite), una base di esperienza che sembra costituire un buon viatico per un ritorno in Italia.
Tuttavia nel destino di Pellè non c'è la Serie A. Il Parma, che lo acquisisce, non ha fiducia in lui e il prestito alla Sampdoria in B porta pochi frutti. Dopo appena 24 presenze  con cinque gol in tre stagioni, la maggior parte con minutaggio ridotto, torna in Olanda in prestito facendo di fatto la miglior scelta possibile.

Approda infatti al Feyenoord, storica grande del calcio oranje, e trova a Rotterdam la sua vera casa sportiva, risultando da subito cruciale all'interno del team, ed in breve uno degli attaccanti più determinanti dell'intero campionato. Agisce come vero e unico centravanti, dimostrando una crescita fisica e tecnica vertiginosa. In due stagioni con 57 presenze trova 50 gol e 15 assist, finendo in entrambi i campionati come vicecapocannoniere (27 e 23 gol).
Dall'alto dei suoi 193 cm uniti a un'ottima capacità di difendere palla e a una formazione tattica chiaramente olandese diventa un importantissimo punto di riferimento per tutto lo sviluppo dell'azione. Non solo lotta su ogni pallone con forza e personalità, ma dimostra anche tecnica e visione di gioco nelle sponde, agendo di fatto come pivot offensivo perfetto nel 4-3-3. Inutile dire che nella finalizzazione in area è letale sia di testa che di piede. Idolo dei tifosi, il suo peso in campo e nello spogliatoio è testimoniato dalla fascia di capitano che gli viene assegnata. Di personalità e agonismo ne dimostra pure troppi, cadendo in qualche eccesso (tipo questo, o certe espulsioni) che comunque non scalfisce il suo status locale.
In estrema sintesi, un vero bomber.

Capacità di giocare con e per la squadra, personalità, fisico. Interpretazione da manuale del ruolo di centravanti dettata anche dalla piena maturità tecnica visti i 29 anni da compiere. 50 gol in due anni, con la terza miglior media realizzativa in Europa dietro solo a Messi e Cristiano Ronaldo.
Sicuri che non meritasse nemmeno un'occasione?