24 set 2014

Differenze tra Wenger e Mourinho nel mercato delle loro squadre

Wenger e Mourinho non sono esattamente amici. Oltre ad anni di rivalità i due manager sono divisi profondamente dalla loro personale visione del calcio, legata a concetti più ampi per uno e inscindibile dalle vittorie per l'altro.
Analizzando gli acquisti principali, il loro agire sul mercato nelle ultime due stagioni, cioè da quando il portoghese è tornato in Premier League, riflette con chiarezza le differenze caratteriali e di mentalità tra i due.

Arsene Wenger oggi incarna l'Arsenal, anche perchè è l'unico tecnico ad averne occupato la panchina nell'era moderna del club. L'approccio al gioco, la filosofia, il progetto giovani e una serie di altri fattori consolidati in quasi venti anni costituiscono un pacchetto chiaro quanto preconfezionato di quello che ci si aspetta da lui e dalla sua squadra, con uno spartiacque fondamentale dal 2004 in poi.
Nella passata stagione, forse stanco di leggere critiche e ironie, il francese decise di dare una svolta. La squadra aveva una sua ossatura costruita negli anni e finalmente sul mercato si potevano investire soldi veri su quei pochi giocatori veramente utili. Operazioni chirurgiche finalizzate a un salto di qualità atteso da dieci anni. La principale necessità tecnica era quella del centravanti, un nome che potesse portare personalità, gol, tecnica e pericolosità costante. Un nuovo Van Persie, capace di segnare, ma anche di svariare e giocare la palla. L'identikit portava a Luis Suarez, ma il corteggiamento cadrà nel nulla e un altro candidato come Higuain sceglierà la città che fu di Maradona. Wenger si trovò così in un'empasse storica, senza obiettivi e senza acquisti se non il ritorno di Flamini a parametro zero. All'ultimo giorno di mercato, forse consapevole di non poter reggere la pressione di un'estate di immobilismo, decise di investire tutto il budget nell'unico giocatore di spessore e pedigree disponibile, quel Mesut Özil scaricato dal Real Madrid. Un colpo mediatico importante per cifre e caratura tecnica, ma anche un giocatore non realmente necessario alla rosa. Preso perchè qualcuno doveva arrivare e lui tutto sommato nel gioco non stava male, al massimo bastava adattarlo un po'.
Un anno dopo, nel mercato appena concluso, l'Arsenal aveva ancora delle necessità tecniche principali ed evidenti. Il ruolo di centravanti era sostanzialmente coperto dal solo Giroud, reduce da un'ottima stagione, cui serviva una riserva credibile se non un titolare, ancora un grande nome che potesse mandarlo in panchina e elevare il livello dell'intera squadra. A centrocampo poteva servire un mediano difensivo, o un impostatore tecnico più giovane di Arteta o un giocatore fisico migliore di Flamini. Infine un difensore centrale affidabile. L'unico vero acquisto invece è stato Alexis Sanchez, ancora una volta un giocatore di talento e pedigree strappato a una spagnola arrivato in un reparto già notevolmente affollato. Tutto sommato nel gioco non stava male, bastava adattare un po' tutti gli altri. Gli altri arrivi sono stati un giovane (Chambers, che per quanto talentuoso è un '95) e un paio di sostituzioni necessarie (Debuchy per Sagna e Welbeck causa infortunio di Giroud).
Due anni di mercato anche dispendiosi, ma che non hanno risolto alcun problema tecnico (a meno che Welbeck non esploda fragorosamente, e comunque l'inglese è arrivato per coprire un infortunio) e anzi hanno ogni volta avviato una specie di rivoluzione tecnica. Non a caso oggi Wenger si trova con un progetto tattico diverso da quello che l'ha portato a vincere l'FA Cup lo scorso anno, in cui proprio Özil sembra di troppo. Poca determinazione, troppo amore per un certo tipo di giocatori, idee tattiche troppo variabili e assenza di riferimenti tecnici assoluti.

Josè Mourinho invece, non essendo legato a un unico club, ha dei tratti distintivi personali che più o meno impianta dove allena. E di solito portano a vincere titoli. La sua seconda avventura al Chelsea ha dei presupposti molto diversi dalla prima, infatti nel 2004 sia lui che il club avevano bisogno di imporsi nel calcio che conta, mentre oggi le aspettative si sono alzate visti i successi consolidati nel tempo e i soldi a disposizione. Tradotto, i risultati non possono aspettare troppo.
Più o meno dalla vittoria della Champions 2012 la rosa aveva cominciato il suo rinnovamento, uscendo dall'onda lunga del primo ciclo-Mourinho. I nuovi leader si potevano identificare in David Luiz e Mata, coadiuvato in attacco da altri giovani come Oscar e Hazard. L'allenatore portoghese nell'estate 2013 ha optato essenzialmente per un primo anno di studio, valutando il materiale disponibile, seminando le sue idee tattiche e puntellando gli uomini disponibili con Willian e Schürrle. Stranamente per le abitudini di Mourinho non sono arrivati titoli, ma il progetto è stato definito in modo chiaro e inequivocabile. La squadra ha trovato una sua base e confidenza nei risultati ottenuti, soprattutto contro le grandi.
Col mercato 2014 Mou ha voltato pagina, passando alla composizione della rosa più adatta ai suoi gusti. Le necessità tecniche individuate erano il terzino sinistro, il mediano difensivo, l'erede di Lampard come centrocampista di collegamento, la prima punta. Il mercato ha portato Filipe Luis, Matic (a Gennaio), Fabregas e Diego Costa, con l'aggiunta di Courtois in porta. Gli epurati sono stati Ashley Cole, David Luiz e Juan Mata, senza troppi complimenti e guadagnandoci pure bei soldi. 
Scelte nette, anche dure e impopolari, seguendo un'idea tattica molto precisa a cui bene o male i singoli devono adattarsi. Nessuna paura di chiudere col passato, immobilismo o scelte di ripiego dell'ultimo minuto. Una rosa nuova, giovane, pronta per avviare il secondo ciclo-Mourinho.

Nel 2013-2014 Wenger ha potuto rinfacciare a Mourinho i famosi zero tituli, consumando una vendetta freddissima. Scommettiamo che non si ripeterà a breve?

15 set 2014

Van Gaal tra nuovi acquisti, scelte e problemi di rosa

Per gli amanti delle alchimie tattiche ci sono due squadre da seguire ogni settimana: il Bayern Monaco di Guardiola e il Manchester United di Van Gaal.  L'olandese, facendo due conti, è de facto il maestro del catalano e il loro calcio vede una base originaria comune e un'evoluzione che oggi trova curiosamente diversi punti di contatto.
Per Van Gaal, da sempre, la tattica viene prima degli uomini. Pochi hanno bisogno come lui di tempo e lavoro per tradurre sul campo dettami estremamente precisi. A complicare ulteriormente la questione il maestro Aloysius dopo una vita di integralismo su 4-3-3 e 4-2-3-1 è stato fulminato sulla via verso Rio dalla dottrina della difesa a tre, e quanto sperimentato all'improvviso con l'Olanda è diventato la norma anche sulla sponda rossa di Manchester.

Senza mezzi termini il faraonico mercato dello United si rivelerà fondamentale per permettere all'allenatore di porre in essere le sue idee. Il più grosso vantaggio dell'avere in mano un club di questo livello è appunto la possibilità di realizzare a livello di rosa praticamente ogni desiderio, mentre con una nazionale serve fare di necessità virtù.
I discorsi sulla disposizione della difesa sono solo specchietti per allodole. Per dare fluidità al reparto difensivo, oltre a grinta e fisicità, Marcos Rojo ricopre un ruolo fondamentale. Può fare il terzo a sinistra e il terzino a quattro indifferentemente, permettendo a Van Gaal di cambiare schieramento a seconda dei momenti.
Il nucleo centrale del nuovo modulo del Manchester è il rombo di centrocampo, che non a caso vede tre nuovi acquisti come titolari. Gli altri gli effettivi in campo sono destinati a fare da satelliti attorno a loro. Daley Blind da vertice basso deve portare ordine tattico in fase difensiva e tocchi orizzontali rapidi e precisi per favorire la circolazione, Di Maria e Ander Herrera come interni qualità, trattamento di palla, dribbling e playmaking, Mata pressing, inserimenti in area e rifinitura negli ultimi metri. Di sicuro hanno qualità da vendere, attorno a loro e in base alla loro condizione il gioco è destinato a svilupparsi e crescere. Sarà molto difficile sostituirli in caso di assenza. La principale alternativa, Adnan Januzaj, dovrà faticare parecchio e crescere moltissimo tatticamente per diventare l'alter ego dell'argentino col numero 7. Mi immagino un anno complicato per lui, ma fondamentale per la sua crescita.
Davanti ai centrocampisti il modulo prevede due punte, di cui una deve invariabilmente essere il nuovo capitano Wayne Rooney. Il capitano tatticamente e fisicamente potrebbe ricoprire ogni ruolo dall'interno in su, ma per non disperderne il talento è meglio farlo agire davanti. Proprio nel reparto offensivo la disponibilità economica unita alla smania di acquistare a causa delle prime difficoltà ha però portato a Van Gaal anche un evidente problema di gestione, che si traduce nella scelta del partner del suo numero 10. Robin Van Persie, il vecchio titolare nonchè protagonista assoluto dell'ultimo titolo, si trova infatti improvvisamente a subire la pesantissima concorrenza di Radamel Falcao. Il numero 20 appare in grossa difficoltà fisica, mentre il nuovo 9 dovrà abituarsi alla Premier, all'allenatore e riprendere confidenza dopo l'infortunio che gli ha fatto saltare i Mondiali. Oggi possono partire sostanzialmente alla pari, prima o poi però toccherà all'allenatore scegliere il titolare e gestire un nome ingombrante in panchina, specie in una stagione con solo campionato ed FA Cup da affrontare. Alle nostre latitudini si direbbe ad averne di questi problemi, nella realtà comunque è più scomodo di quanto si ammetta, specie col carattere di Van Gaal.

I milioni spesi in ogni caso non hanno risolto tutto. Le criticità più evidenti sono nel terzino destro e nel portiere.
David De Gea non è mai stato sul mercato e non mi risulta lo si voglia sostituire, tuttavia è quanto di più lontano ci sia dalle richieste di Van Gaal per un portiere. Bravo in porta, grandi riflessi, approssimativo nelle uscite, non del tutto a suo agio col pallone tra i piedi. Se avete visto Cillessen ai Mondiali, semplicemente l'esatto opposto. Riuscirà ad adattarsi o risulterà un pericolo costante?
Il terzino destro invece è un ruolo che può essere ricoperto da Rafael da Silva in chiave più difensiva e da modulo a quattro o da Antonio Valencia. Il brasiliano è un giocatore non all'altezza del ruolo da titolare nello United, il secondo di sicuro non è un terzino pur avendolo già fatto in emergenza (sempre tra il male e il malissimo), può avere un senso giusto da esterno a tutta fascia con difesa a tre. Niente di tragico, ma di sicuro non un punto di forza della rosa.
Un terzo problema è in generale nella linea difensiva, che ha perso tutti i suoi leader storici e deve ricostruirsi a livello sia tecnico che di personalità. Unendo questo e qualche incertezza sugli esterni il reparto diventa decisamente il più enigmatico, anche vista l'evidente vocazione offensiva degli ipotetici titolari. Rojo e il disegno tattico dovrebbero fornire nuove certezze quantomeno nel medio periodo, ma servirà anche una crescita dei vari Evans, Jones, Smalling e pure Blackett. La fisicità c'è, bisogna trovare testa e movimenti collettivi.

Nel contesto della Premier, lo United per competere avrà bisogno di un anno di lavori in corso sia per integrare i nuovi che per assimilare la tattica di Van Gaal. L'andamento potrebbe risultare erratico ed altalenante, ma la certezza è che ovunque abbia allenato Louis ha sempre vinto e lasciato terreno fertilissimo per il gioco del calcio.

04 set 2014

Il River Plate di Marcelo Gallardo

Succedere a Ramon Diaz sulla panchina del River Plate non è compito agevole, soprattutto se si ereditano il titolo di campione, uno spogliatoio che scricchiola, qualche spinoso caso di mercato da gestire e una dirigenza con pochi mesi di esperienza che naviga a vista. Il tutto amplificato dallo scetticismo generale dell'ambiente millonario, innamorato perdutamente del Pelado e delle sue crociate contro tutto e tutti in favore della Banda. Ma Gallardo, il successore scelto da D'Onofrio e Francescoli, in questi primi mesi ha saputo sorprendere chiunque, regalando al popolo del Monumental un River rivoluzionato nel corpo e nello spirito: una squadra capace di soffrire come quella di Ramon, ma nata e plasmata per impossessarsi ferocemente del gioco (primo posto in classifica dopo 5 partite, 13 punti, altrettanti gol fatti e 2 subiti).
 
Se a stupire è proprio il cambiamento radicale che il Muñeco ha saputo portare nello stile dei Millonarios in così poco tempo, a meravigliare è il fatto che ci sia riuscito nelle condizioni ambientali di cui sopra. Tra grane interne e difficoltà legate al calciomercato, l'ex-numero 10 del River Plate è stato in grado di focalizzare la propria attenzione e quella dei giocatori soltanto sul rettangolo verde, restituendo al gruppo quell'entusiasmo e quella coesione che con la gestione di Ramon stavano inesorabilmente scemando.
Privo di capitan Cavenaghi -costretto in tribuna fino al 2015 da una borsite al piede destro-, orfano di Carbonero, Ledesma e Lanzini, Gallardo ha atteso con pazienza e basso profilo i movimenti della società, ottenendo in risposta molta confusione, una rosa sovraffollata dal ritorno dei prestiti, la conferma di Teofilo Gutierrez, gli acquisti di Chiarini e Pisculichi, la risoluzione dai contorni gialli del contratto di Trezeguet e l'infinita telenovela relativa alla cessione di Eder Alvarez Balanta, conclusasi con un nulla di fatto e un giocatore da recuperare.
Non le migliori premesse per un intenso semestre di impegni su tre diversi fronti: campionato, Copa Argentina e Copa Sudamericana.
 
Al Muñeco, tuttavia, sono bastate due partite di transizione ed esperimenti per trovare l'assetto e gli uomini ideali, aiutato da qualche avversario non irresistibile e da un'euforia generale sempre più dilagante. Con sorprendente facilità l'ex-tecnico del Nacional di Montevideo ha infatti saputo stravolgere l'impianto di gioco di Ramon Diaz, confermando il 4312 del Pelado, riuscendo però a modificarne il patrimonio genetico a favore di una ricerca spasmodica del gioco offensivo: un piano realizzabile attraverso palleggio preciso e sicuro, pressing esasperante e capacità di cambiare ritmo in una frazione di secondo. Decisive in questo processo di restyling della Banda sono state le scelte a livello di uomini dal centrocampo in su, con Kranevitter e soprattutto Teo leader assoluti dei rispettivi reparti.
 
In queste prime partite del Transicion 2014 il River ha messo in mostra idee chiare e unità d'intenti, trovando soluzioni d'attacco entusiasmanti e la parvenza di una buona solidità difensiva, nonostante la costante proiezione offensiva di interni di centrocampo e terzini. In pieno stile bielsista, la parola d'ordine del Muñeco è "pressing": una pressione asfissiante e selvaggia dettata dalle punte Mora e Teo, con il supporto del trequartista Pisculichi e della linea di centrocampo Sanchez-Kranevitter-Rojas, guidata dai tempi perfetti del volante classe '93. Allo stesso tempo Gallardo ha chiesto alla difesa (Mercado, Maidana, Ramiro Funes Mori e Vangioni) di avere la personalità per avviare la manovra palla a terra, correndo determinati rischi se necessario, al fine di essere in costante controllo della sfera.
Ma questo River ha anche dimostrato di saper soffrire, grazie a un grande portiere -Barovero-, a vecchi -Maidana, Mercado, Vangioni- e nuovi -Kranevitter, Funes Mori, Pisculichi- leader, giocatori ritrovati -Sanchez e Mora- e un fenomeno: Teofilo Gutierrez.
 
Teo sembra infatti aver sposato con tutto sè stesso la causa di Marcelo Gallardo, che fin dal primo giorno lo ha indicato come l'unico giocatore insostituibile della rosa, confermando di essere uno dei migliori attaccanti al mondo, se concentrato solo ed esclusivamente sul gioco. Il colombiano quando è in giornata si trasforma in un incrocio letale tra un centravanti e un trequartista, in grado di segnare e allo stesso tempo dettare i tempi dell'intera manovra offensiva, con un movimento costante su tutto il fronte d'attacco e l'innata capacità di rendersi pericoloso da ogni posizione e in qualsiasi momento. A 30 anni, dopo aver gettato al vento una possibile carriera ai massimi livelli mondiali a causa di numerose bizze dentro e fuori dal campo, Teo è forse pronto per maturare e trovare la giusta continuità di rendimento. O forse no, ma nel frattempo il Monumental è ai suoi piedi e dopo cinque reti in quattro partite è diventato il pericolo pubblico numero uno per le difese argentine.

02 set 2014

Il mercato di Inter e Milan

Per parafrasare un famoso proverbio, il mercato è morto evviva il mercato. L'inutilmente lunga sessione estiva di calciomercato si è chiusa lasciando i tifosi con nuove speranze o con cupe certezze, pronte a essere confermate o smentite dall'inflessibile giudizio del campo.
Vediamo come stanno le squadre milanesi, due realtà in evidente difficoltà economica, ma pur sempre con un blasone da onorare.


Inter
Chiunque a qualunque livello nella squadra nerazzura ha detto e ripetuto per gran parte della scorsa stagione che con Giugno 2014 si sarebbe chiusa un'era coi definitivi cambi societari e un monte di contratti in scadenza, soprattutto dei giocatori chiave degli ultimi anni di successi. La rosa andava di fatto rifondata, trovando nuovi titolari e nuovi equilibri.
L'organico è composto da venticinque giocatori, così suddivisi:

Portieri: Samir Handanovic (1), Juan Pablo Carrizo (30), Tommaso Berni (46)Cambio solo nel terzo, con un nome utile per le liste UEFA in quanto vivaio italiano. Handanovic è l'indiscusso titolare, ormai al terzo anno, anche se il suo rendimento nello scorso campionato è stato discutibile. Carrizo è il secondo designato, con qualche problema di troppo in termini di affidabilità. Reparto comunque completo, senza particolari necessità nel breve.

Difensori: Ibrahima Mbaye (25, se valgono i numeri delle amichevoli), Jonathan (2), Juan Jesus (5), Marco Andreolli (6), Hugo Campagnaro (14), Nemanja Vidic (15), Dodô (22), Andrea Ranocchia (23), Danilo D'Ambrosio (33), Isaac Donkor (54), Yuto Nagatomo (55)
Numericamente abbiamo quattro esterni, cinque centrali e Mbaye, rimasto a sorpresa, come jolly per entrambi i ruoli. Un reparto quindi completo che ha visto come nuovi innesti Vidic per portare leadership, esperienza e indubbie qualità e
Dodô come esterno mancino, ruolo totalmente scoperto. Le incognite stanno nell'affidabilità delle riserve dei centrali, che vedono un Campagnaro totalmente da recuperare a livello di rapporto col tecnico, Andreolli che non convince del tutto e viene da una stagione quasi senza giocare e Donkor che è un classe '95 senza alcuna esperienza di calcio vero. Mbaye, che nei piani doveva giocare altrove, saprà ritagliarsi un suo spazio? Tecnicamente è un giocatore interessante, su cui lavorare anche come ruolo e che potrebbe scalare le gerarchie. Il grande assente è il miglior centrale della passata stagione, anche come gol segnati, ovvero quel Rolando rimasto da emarginato al Porto. Ne riparleremo tra 6 mesi?

Centrocampisti: Mateo Kovacic (10), Fredy Guarin (13), Zdravko Kuzmanovic (17), Gary Medel (18), Joel Obi (20), Renè Krhin (44), Anderson Hernanes (88), Yann M'Vila (90)
Il reparto che vede più novità in assoluto, di cui più si è parlato nel campionato passato e da cui dipendono molte delle fortune dell'Inter.
L'età media è di venticinque anni, quattro giocatori sono nati dal 1990 in poi e nessuno tocca le trenta primavere. Dovendo categorizzare si può dividere i giocatori in mediani posizionali (M'Vila, Krhin, Kuzmanovic), mediani di corsa (Obi, Medel) e giocatori di qualità, adattabili anche a giocare sulla trequarti (Hernanes, Kovacic, Guarin). Mazzarri ha libertà di scelta, ma deve scendere a patti con le caratteristiche dei singoli e trovare un giusto equilibrio tra attenzione difensiva e qualità offensiva. Dei nuovi la grande scommessa è il francese M'Vila, chiamato a tornare la promessa di Rennes dopo anni difficili, mentre Krhin e Obi sono principalmente carne da lista UEFA. Medel è un giocatore dal rendimento sostanzialmente certo, il mediano difensivo puro che manca da anni fondamentale per l'allenatore. Hernanes è chiamato a prendere per mano tutti facendo il vero salto di qualità che gli è sempre mancato mentre Kovacic dopo un anno di apprendistato deve riuscire a imporsi come realtà del calcio almeno italiano. La vera, grandissima incognita è il colombiano Guarin, in lista cessioni fino all'ultimo minuto. Va ricostruito il rapporto umano e tecnicamente va inquadrato in una squadra che, per come è strutturata, ha un bisogno estremo dei suoi strappi offensivi.

Attaccanti: Pablo Daniel Osvaldo (7), Rodrigo Palacio (8), Mauro Icardi (9)
Numericamente il reparto è chiaramente incompleto. I tre sono circa sullo stesso piano come considerazione e potete scegliere la coppia che più vi stimola. Il leader designato è senza dubbio Palacio che viene da due anni ottimi dal punto di vista personale, ma i riflettori sono tutti puntati su Icardi che è la punta del futuro, il nuovo Crespo/Batistuta. Dalla sua crescita e dal riscatto di Osvaldo dopo un anno ai margini passano sostanzialmente tutte le speranze dell'Inter, almeno fino al prossimo mercato. Il "vecchio" Palacio dal canto suo riuscirà a garantire il solito rendimento dopo un anno da stakanovista, un Mondiale giocato da infortunato e una preparazione saltata? L'azzardo è chiaro ed è triplice, situazione veramente al limite per un reparto assolutamente decisivo nelle sorti della squadra. Vista la scarsezza di alternative Mazzarri darà spazio a Bonazzoli e Puscas, almeno nelle coppe?

L'Inter si è mossa sul mercato guardando alle necessità tecniche, ma anche se non principalmente al bilancio. Spese poche, movimenti assai oculati, nessuna cessione remunerativa hanno portato a una rosa interessante dalla metà campo in giù, ma estremamente limitata dalla metà campo in su. La colpa vera e grave è l'assenza di una quarta punta in grado di completare il reparto offensivo, quel giocatore tecnico, veloce e con dribbling capace di giostrare tra le linee per aprire le difese chiuse che tanto si sono sofferte nella passata stagione. Il grosso del lavoro spetta ancora una volta al tecnico Walter Mazzarri, a cui è stata rinnovata fiducia con anche un nuovo contratto. La squadra nerazzurra deve trovare una svolta offensiva attraverso il gioco, visto che a livello di singoli l'attacco è ridotto all'osso e il centrocampo ha il solo Hernanes come realizzatore credibile a meno di imprevedbili exploit di Guarin. In molto è stato assecondato, ora deve dare quel plus che il suo stipendio e la sua considerazione richiedono. Aspettando, magari, Gennaio (sicuro mantra della dirigenza per i prossimi mesi, tifosi siate pronti). La squadra deve assestarsi, trovare nuovi titolari e gerarchie, mi aspetto di vedere alternanza nelle scelte almeno nel primo periodo. La gestione del girone di Europa League sarà fondamentale per mantenere un certo passo in campionato e sarà un vero test per la preparazione fisica del famoso preparatore Pondrelli.



Milan
La sponda rossonera di Milano viene da una insolita stagione con due allenatori e un cumulo di macerie da ripulire. Si è iniziato appuntando Inzaghi come nuovo tecnico e si è proseguito sostanzialmente rivoluzionando la rosa, soprattutto nel reparto offensivo. Senza coppe europee il mister avrà più tempo per plasmare la sua squadra, indubbiamente un bene dopo tanta confusione recente.
L'organico è composto da ventotto elementi:

Portieri: Diego Lopez (23), Christian Abbiati (32), Michael Agazzi (1)
Reparto di fatto rifatto ex novo che vede tre portieri "firmati" in questo mercato, tramite acquisto o rinnovo. Diego Lopez dal Real Madrid è l'indiscutibile titolare, alla prima vera esperienza da numero uno di spessore dopo una carriera di secondo piano e una chiamata inattesa dalla casa blanca, fruttuosissima. Abbiati scala a fare il secondo mentre risulta quantomeno particolare la questione Agazzi. Arrivato a parametro zero e col numero 1 sono bastate poche settimane per farlo finire addirittura nella lista cessioni. Non il terzo portiere a cui siamo abituati, in un reparto affidabile dopo tanto tempo.

Difensori: Ignazio Abate (20), Pablo Armero (27), Michelangelo Albertazzi (14), Daniele Bonera (25), Alex (33), Mattia De Sciglio (2), Phillippe Mexes (5), Cristian Zapata (17), Cristian Zaccardo (81), Adil Rami (13)
10 uomini senza le coppe sono numericamente anche troppi. I terzini vedono una coppia di pura potenza in Abate e Armero, entrambi tecnicamente rivedibili e difensivamente permeabili, e la coppia "delle giovanili", con De Sciglio chiamato a riscattare una stagione complicata magari alternandosi tra destra e sinistra. La batteria dei centrali vede un evidente esubero (Zaccardo) in un insieme di giocatori che partono più o meno alla pari e andranno scremati da Inzaghi. Fisicità tanta, velocità solo in Zapata, conterà anche lo stato di forma.

Centrocampisti: Nigel de Jong (34), Michael Essien (15), Riccardo Montolivo (18), Sulley Muntari (4), Andrea Poli (16), Riccardo Saponara (8), Giacomo Bonaventura (89),  Marco van Ginkel
Un reparto fondato, senza mezzi termini, sulla fisicità di de Jong, chiamato a dare solidità a mediana e difesa. Nel reparto a tre voluto da Inzaghi come interni si possono avvicendare sostanzialmente tutti gli altri, a seconda di voler avere surplus di fisicità o di tecnica. La scommessa potrebbe essere l'invenzione di Saponara, uno che per mille motivi non è ancora uscito da Empoli, o un tentativo col nuovo acquisto Bonaventura, da sempre giocatore eclettico capace di adattarsi e che presumibilmente vedremo anche in attacco. Van Ginkel viene da una stagione di sostanziale fermo, al Vitesse prometteva bene, ma vale la pena puntare su giocatori di altri da sviluppare? Leader emotivo del gruppo Sulley Muntari, che nel suo disordine trova spesso gol fondamentali per le economie rossonere. Montolivo al ritorno dall'infortunio cosa farà? Un ruolo per il capitano del nuovo corso andrà trovato, con un compromesso tra le sue caratteristiche e le idee tattiche in quanto il suo dinamismo si sposa poco col ruolo di interno. Per rendere il Milan una squadra davvero pericolosa qualcuno qua in mezzo dovrà fare un salto di qualità.

Attaccanti: Fernando Torres (9), Giampaolo Pazzini (11), Jeremy Menez (7), Keisuke Honda (10), Mbaye Niang (19), Stephan el Shaarawy (92), Hachim Mastour (98)
Sei elementi effettivi più l'inserimento di Mastour, uno che in teoria dovrebbe stare ancora negli Allievi, con un cambiamento totale di impostazione dovuto alla cessione di Balotelli. Pazzini e Torres sono le punte pure, Menez è stato scelto come loro sostituto di emergenza in una soluzione ardita quanto inedita su cui è meglio stare prudenti. Il 7 e gli altri saranno chiamati a giostrare sulle fasce cercando giocate e qualità. El Shaarawy liberato dal peso di Balotelli e, si spera, dai guai fisici è chiamato a tornare se stesso, Honda dopo mesi di apprendistato e la preparazione fisica adeguata può portare geometrie e playmaking che nessun altro ha, mentre se ci si aspetta da lui le classiche giocate da esterno rapido ed esplosivo inevitabilmente si finirà delusi . Niang è quasi l'opposto del giapponese, tutto corsa e fisicità, ma ha l'età e una nuova fiducia generale dalla sua, che tuttavia dureranno poco se non riuscirà a trovare la via del gol. Tra tante scommesse le fortune del reparto e del Milan tutto passano dalle resurrezioni del 9 e del 92, o di almeno uno dei due.

Inzaghi porta già di suo speranze, freschezza e nuove idee, in più la squadra è stata rifatta per metterlo nelle condizioni di lavorare al meglio, nei limiti delle ristrettezze economiche. La cessione di Balotelli oltre a portare soldi freschi stravolge le gerarchie tecniche e permette di liberarsi da fastidiosi compromessi. Si perde un talento, ma presumibilmente ora tutti gli altri sono un attimo più liberi di giocare secondo le loro capacità non dovendo assecondare un solista simile. La rosa è ampia specie non avendo le coppe europee e fornisce una certa varietà di idee, che fa spesso rima con scommesse di cui vanno sempre tenuti in considerazione i risvolti negativi. Il nuovo tecnico dovrà stare attento a non perdersi in troppe alchimie, una tentazione abbastanza comoda per chi è chiamato a stupire e vola sulle ali dell'entusiasmo. I dubbi veri sono sulla tenuta difensiva nel lungo periodo e su un ambiente che negli ultimi anni si è rivelato insospettabilmente un vero tritacarne. Il modo migliore per non avere problemi è macinare risultati, nascondendo tutto lo sporco possibile sotto il tappeto. Stona nel contesto generale la cessione di Bryan Cristante, centrocampista classe '95 già da tempo nel giro della prima squadra, investito a più riprese come talento del futuro, ma nelle condizioni attuali ai soldi (anche pochi) non si comanda.

01 set 2014

Un Liverpool di prospettiva

L'anno scorso il Liverpool di Brendan Rodgers è stato indubitabilmente la sorpresa della stagione, per risultati e qualità di gioco. In due anni il tecnico nordirlandese ha completamente trasformato la squadra, portandola ai vertici della Premier pur senza contare sugli investimenti degli altri top team.
La cessione di Luis Suarez però era destinata a portare un cambiamento netto.
L'uruguaiano in due stagioni con Rodgers ha prodotto 61 gol in 81 presenze più una trentina di assist. Un fattore tecnico semplicemente devastante, impossibile da sostituire con un singolo a meno di chiamare in causa Cristiano Ronaldo. La sua cessione, per certi versi obbligata e sicuramente ben pagata, chiudeva di fatto un'era e apriva il problema di impostarne una nuova.
Tecnicamente serviva di sicuro un innesto in attacco per colmare questo immenso vuoto lasciato dal mercato. In più rispetto al 2012-2013, quando il club non giocava coppe europee, la partecipazione in Champions nella stagione attuale portava come necessità primaria un infoltimento della rosa un po' in tutti i reparti per avere ricambi affidabili.

Le operazioni sono state molte e tutte mirate a portare ad Anfield giocatori funzionali, ma un particolare occhio di riguardo è stato dato alla data di nascita dei nuovi acquisti. Su nove arrivi ben otto sono nati dal 1988 in poi, sei addirittura dal 1990 in poi.
La rosa oggi si presenta abbastanza completa, ma coglie l'attenzione l'età media sia dei titolari che delle prime alternative.
Guardando la formazione scesa in campo contro il Tottenham, quindi non in un match di secondo livello, troviamo queste date di nascita:


Un undici titolare con 24 anni di media, sulla carta forte e completo già oggi, ma con un'idea di sviluppo mostruosa. A conferma della profondità di questo processo la panchina vedeva solo tre giocatori toccare i trent'anni compreso il secondo portiere. I cambi sono stati Emre Can (1994), Lazar Markovic (1994) e Josè Enrique (1986), lasciando Gerrard come unico giocatore utilizzato senza il due nella decina dell'età.

Il Liverpool ha evidentemente deciso di puntare su una squadra forte oggi, ma potenzialmente fortissima domani, probabilmente facendo anche due conti sull'età media degli avversari e scommettendo ad occhi chiusi sulla qualità del suo allenatore, che può portare la crescita dei vari Henderson, Coutinho, Sterling e Sturridge come elementi a suo favore.
Il lavoro di sviluppo dei singoli anche tramite il gioco collettivo sarà fondamentale per portare a compimento tutto il potenziale ammassato nella rosa dei reds.