30 mag 2016

Il Lanus dei due Almiron

"Con el odio que le tengo a Lanus, otro a que le hice la macumba e no saliron campeon. Si Banfield tiene que perdier que pierda, ma no que salga Lanus campeon" diceva la signora Marta, un punto di riferimento per tutti noi che amiamo il futbol argentino. Ed evidentemente la sua fattura ha avuto un certo peso visto che il Granate pur essendo stabilmente tra le migliori squadre d'Argentina non è mai riuscito ad arrivare alla vittoria. Almeno fino ad oggi, perchè il Lanus ha battutto 4-0 il San Lorenzo nella finale del campionato 2016.
La macumba è finita, e immaginiamo che la signora Marta nel suo salotto stia scagliando altre, numerose, maledizioni.

I tornei brevi possono sempre portare sorprese, e l'unione di un semestre di transizione con gli impegni di Libertadores ha ancora di più sparigliato le carte.
Per prima cosa infatti va detto che il Lanus ha approfittato al meglio dei passaggi a vuoto di praticamente tutte le rivali più accreditate al titolo: Boca, River, Rosario Central, volendo Racing, ma pure le altre grandi storiche tipo Independiente e Newell's. Restava il San Lorenzo, una squadra di qualità notevole capace di battere 4-0 il Boca nel primo impegno stagionale in Supercoppa, regolata senza appello nella sfida decisiva. Una serie di coincidenze che potrebbero portare a identificare il Lanus come il Leicester d'Argentina, ma per fortuna non lo dirà nessuno.
La squadra guidata da Jorge Almiron dopo l'addio di Schelotto finalmente ha trovato un semestre di continuità, che l'ha portata a dominare il suo raggruppamento. Su 16 partite il Lanus ne ha vinte 12, pareggiate 2 e perse 2, ma un pareggio e una sconfitta sono arrivate nelle ultime due giornate, quando la squadra era già sicura di disputare la finale. Quando contava il Granate ha perso solo una volta, alla settima giornata contro il Racing con uno degli ultimi colpi di coda di Milito e il primo pareggio risaliva alla giornata numero cinque. Numeri raggiunti grazie al fatto di avere il secondo miglior attacco del campionato (28 gol fatti) e la miglior difesa (10 subiti, di cui 4 nelle ultime 2 giornate).

Jorge Almiron, al primo titolo in carriera, è uno dei protagonisti del titolo visto che ha dato la sua impronta alla squadra. Il tecnico è stato bravo a non rinnegare il lavoro di Schelotto, normalizzando però alcune delle ultime derive dell'attuale allenatore del Boca e aggiungendoci un paio di intuizioni personali.
Il gioco del Lanus infatti vive ancora sui cardini di quanto portato da Schelotto, un tecnico decisamente influente sulla storia recente e forse anche futura del club visto che ha seminato una certa cultura. Almiron ha mantenuto il 4-3-3/4-1-4-1, cambiando solo alcuni interpreti, cercando sempre di arrivare alla rete attraverso il gioco collettivo. Grandi movimenti di squadra impreziositi da una tecnica diffusa rendono la squadra piacevole da vedere, ma soprattutto efficace.
Ed è proprio l'efficacia che in realtà è spesso mancata ai tempi di Schelotto. El Mellizo aveva sviluppato derive guardioliste/spagnole che lo portavano a imbottire la squadra di centrocampisti di rifinitura praticamente in ogni ruolo. Molto bene per lo sviluppo della manovra, meno per l'efficacia sotto rete. Non è un caso che il Lanus abbia invece vinto il titolo 2016 col capocannoniere del torneo, il grande monumento di ritorno José "Pepe" Sand, autore di 15 gol e letteralmente rinato in maglia granata.
Del resto Sand ha un rapporto speciale col Lanus. La sua storia ha dei punti in comune con quella di Milito, anche se a noi europei interessa meno. Nato nelle giovanili del River Pepe era considerato un talento di spessore assoluto. Per lui parlavano i 138 gol marcati nelle inferiores che lo rendevano il migliore di sempre con la maglia con la Banda. Il salto nel calcio dei grandi però non è stato tenero, e Sand praticamente ha vissuto una carriera da giramondo, con ben 16 squadre cambiate. Il club con cui ha reso al meglio è stato, ovviamente, il Lanus: 59 gol nella prima esperienza tra il 2007 e il 2009, 15 nel 2016 al ritorno a 35 anni. Ma perché dovrebbe collegarsi a Milito? Semplice, il Lanus nella sua storia ha vinto due campionati, nel 2007 e nel 2016. Il trait d'union è la presenza di Sand come centravanti, come successo a Milito col suo Racing.

La squadra di Almiron si schiera con una difesa a quattro con due terzini abili in fase di spinta, fisici e di buon piede, il cui movimento è fondamentale per lo sviluppo della manovra. José Luis Gomez sulla destra è la scoperta del semestre: il numero 4 è un classe '93 da tenere d'occhio, chiamato anche el Cafu santiagueño. Vicino a lui come centrale di destra è da segnalare Gustavo Gomez, paraguaiano anche lui del '93, che in questo semestre è molto cresciuto in personalità e rendimento.
Il centrocampo è il reparto nevralgico della squadra, e questa è la principale eredità di Schelotto. Davanti alla difesa, da classico numero 5 argentino, gioca Ivan Marcone, un classe '90 che al Lanus sembra sul punto di fare un deciso salto di qualità. È l'elemento tattico e di equilibrio della squadra e viene da una carriera all'Arsenal di Sarandì. Di fianco a lui come interno giostra Roman Martinez, un referente assoluto della formazione anche per questioni di esperienza (è del 1983 e ha giocato in Liga). Martinez è fondamentale per la sua capacità di muoversi senza palla box-to-box, andando sia a segnare a rimorchio delle punte (è il secondo miglior marcatore dietro a Sand) sia tornando a coprire gli spazi. Il suo movimento trasforma il modulo della squadra a seconda delle necessità.
Il terzo elemento del centrocampo è la vera intuizione del tecnico Almiron. Curiosamente ha lo stesso cognome (nessuna parentela): si tratta del paraguaiano Miguel Angel Almiron, classe 1994. Mancino, rapido, estremamente sgusciante, con un fisico asciutto, l'Almiron giocatore giocava da esterno d'attacco, ruolo in cui spiccava per qualità nell'1vs1 tanto da meritarsi il soprannome di "Di Maria paraguayo", ma mancava un po' di concretezza per spiccare davvero. L'Almiron allenatore lo ha spostato qualche metro più indietro seguendo l'esempio di quanto fatto dal Di Maria argentino quando il Real Madrid ha vinto la decima, e ha ottenuto un giocatore nuovo. Almiron non solo ha dimostrato di avere la resistenza e il senso tattico per disimpegnarsi da interno, ma in quella posizione è risultato imprendibile per gli avversari, sfruttando gli spazi in modo letale grazie alla sua accelerazione. Rischiava di diventare uno qualunque, questo semestre potrebbe cambiargli le prospettive future.
La verticalità di Roman e Almiron in mezzo al campo, anche in ripartenza, ha cambiato il gioco del Lanus, che con Schelotto era molto più compassato e orizzontale, alla spagnola. In questo il lavoro del nuovo allenatore può ricordare quanto fatto da Luis Enrique al Barcellona: ha ridato stimoli e cambiato leggermente lo spartito dell'idea di calcio, senza stravolgerla.
Come tocco finale (e ricalcando sempre le ultime trasformazioni catalane), Almiron è tornato a schierare un tridente vero in attacco, puntando su Laucha Acosta (un indispensabile del Lanus), il ritorno di Sand e Pablo Mouche, vecchia conoscenza xeneize. L'unico affidabile in temini di gol è Sand, ma gli altri due sono esterni con ottima tecnica, esperienza, sacrificio, abilità in dribbling e soprattutto propensione all'assist. Un reparto funzionale, in cui le qualità individuali si amalgamano bene e si sommano.

Il titolo del Lanus è il compimento di un lavoro iniziato anni fa, ma potrebbe rappresentare un nuovo inizio per il club e anche per il tecnico Almiron, che non aveva mai trovato una simile alchimia.
In Argentina i commenti sono di ammirazione per una macchina da calcio in cui si vedono undici giocatori muoversi insieme, pronti a scambiarsi di ruolo, a coprirsi l'un l'altro, tutti sincronizzati sulla stessa idea tattica.
Una dedica speciale per questo titolo in casa Granate va sicuramente a Diego Barisone, scomparso un anno fa in un incidente stradale.


24 mag 2016

La "despedida" di Diego Milito

Scritto da @HaRagioneNonno


Premessa: in questo articolo troverete un po’ di retorica. Me ne scuso ma non sono riuscito a tenerla lontana.

Buenos Aires è una voragine. Una città pressoché sconfinata in cui vivono circa 14 milioni di abitanti e le distanze sono enormi. 
È per questo che se sei un giovane calciatore e qualche squadra professionista ti dà la possibilità di entrare nelle sue fila, quello che sei disposto a fare è incredibile. 
Sono moltissime le storie di giovani giocatori argentini che raccontano di quando da bambini attraversavano il centro della città o la attraversavano da una parte all’altra per andare ad allenarsi.
Diego Milito è un ragazzo di Quilmes, una delle periferie più complicate del Gran Buenos Áires. È un bambino quando il Racing gli dà l’opportunità di diventare calciatore, nel 1989. Milito non è un predestinato. Non è uno di quei talenti che spiccano su tutti gli altri. Non è una forza della natura. Deve lavorare sodo per diventare un campione, perché sa che il fisico e la tecnica non gli basteranno. Bisogna mettercela tutta. Giorno dopo giorno. Migliorare la condizione fisica e imparare, ascoltare. Apprendere qualcosa da chiunque, ogni giorno. 

La storia di Diego Milito, però, è ormai conosciuta e non starò qui ad annoiarvi raccontandola di nuovo. Parto quindi dal suo ultimo capitolo. 
Senza scomodare la cabala, possiamo dire con certezza che il 22 è il numero della vita per questo ragazzo. Gli interisti che leggeranno questo racconto, sanno perché. Il 22 maggio 2010 Milito segna quelli che sono senza dubbio i suoi due gol piú importanti (due capolavori) portando l’Inter alla conquista della Champions League. Il 22 è il numero di maglia che Milito sceglie per la sua carriera. Sabato scorso si è giocata la su ultima partita da professionista. Inizialmente era prevista proprio per il 22 maggio, domenica, e per motivi logistici è stata poi spostata, ma questo non cambia le cose.


Per nulla al mondo mi sarei perso questa partita. Il Racing è la squadra argentina per cui faccio il tifo da parecchi anni e ho colto l’occasione per andare al Cilindro, in cui non entravo da parecchio, e in più vedere la “despedida” dell’idolo assoluto di questa società. 
Già dal mattino sentivo la solita emozione che sento ogni volta che devo andare allo stadio, nonostante sia la cosa che ho fatto piú volte in vita mia. È il primo pomeriggio quando decido che l’attesa è finita. Prendo il pullman sotto casa e dopo un lungo viaggio arrivo nei pressi del Cilindro di Avellaneda. Scendo e mi rendo conto che, nonostante manchino tre ore all’inizio della partita, c'è già un’inifinità di persone con la maglia del Racing, con bandiere e cappellini. Quando arrivo di fronte allo stadio ovviamente l’emozione è grande. 

Dopo una lunga coda, finalmente entro e la festa può iniziare. Nonostante lo stadio sia ancora quasi vuoto, si respira un’atmosfera da grande occasione. In pochi minuti si riempie il settorino in cui sono sistemato e piano piano anche il resto dell’impianto. La gente è triste. Glielo leggo negli occhi. Felice per essere lí tutta insieme, ma triste per il motivo. Amano Milito come fosse uno di loro. O meglio amano Milito perché è uno di loro. Sono molte le foto di Diego ancora giovane che andava a vedere la prima squadra con la Guardia Imperial, il gruppo di tifosi piú numeroso. Milito è uno di loro. Perché in fondo credo che di questo si tratti il calcio. Dell’amore per qualcosa che ti rappresenta, che rispecchia quello che sei e a cui decidi di dedicare una larga fetta della tua esistenza come giocatore, come tifoso, come semplice simpatizzante. Un amore che si costruisce attraverso gli anni, attraverso i momenti belli e soprattutto quelli brutti. 
Con tanto lavoro, con perseveranza e dignitá. Milito, non me ne vogliano gli amici granata, visto che ci ha purgati più volte, rappresenta secondo me perfettamente questi valori e li ha rappresentati sempre. Si è fatto largo a spallate nel mondo del calcio che idolatrava altri personaggi, molto meno rispettabili, secondo me, prendendosi quello che era giusto che si prendesse. Non è un caso che sia letteralmente adorato in tutte le squadre in cui ha giocato. Gli occhi della gente intorno a me mi dicono questo. Amore, tenerezza e gratitudine.

Quando qualche anno fa Milito è tornato a Buenos Aires (primo fra tanti, visto che ora sembra essere diventata una moda) ha voluto assicurarsi di stare bene e di poter dare ancora tanto all’istituzione Racing. La squadra ha vinto l’anno scorso il suo diciassettesimo titolo di campione in una stagione in cui nessuno lo dava per favorito. Quest’anno è uscito agli ottavi della Libertadores in una partita sfortunata che avrebbe dovuto vincere. In men che non si dica, Milito ha preso per mano la squadra riversando in essa tutta l’esperienza accumulata in Europa. Soprattutto, come dice lui, ha portato la cultura del lavoro. Perché una cosa è vincere costruendosi le vittorie giorno dopo giorno, un’altra è comprare il campione di turno, pagarlo una fortuna, vincere e arrivederci e grazie.

Mentre penso queste cose lo stadio si va riempiendo sempre più. Sono previste 50.000 persone più i bambini, che entrano gratis. E ce n’è un’infinità. Durante il riscaldamento c’è la prima grande ovazione dello stadio. Lui è giá emozionato e si vede. Interrompe varie volte il riscaldamento per salutare tutti, visibilmente commosso.
Le squadre entrano in campo e il ricevimento da parte dello stadio è da brividi. Tutti cantano a squarciagola. Ovazione per svariati giocatori che probabilmente lasceranno la squadra. Il portiere Saja su tutti, altro idolo della curva.
Comincia la partita e dopo circa 15 minuti viene assegnato un rigore al Racing. Milito lo trasforma e si scatena la festa. Dopo pochi minuti un altro rigore per il Racing. Questa volta Milito sbaglia, ma sulla ribattuta interviene Romero che mette dentro. Il calcio giocato finisce praticamente qui. Al minuto '22 scatta la festa vera e propria. Viene issato un bandierone che raffigura il volto di Milito e da ogni angolo dello stadio i cori sono per lui. Si ferma e quasi non riesce a continuare. 
Ho quasi le lacrime io, figurarsi come deve essersi sentito lui. La sua gente lo sta ringraziando. Gli dice che lo ama e che lo amerà sempre.
La stessa gente di cui ha fatto, fa e sempre farà parte. 

Finisce il primo tempo ma lo stadio non si placa. Potete trovare molti filmati su internet. Il secondo tempo è una formalità. La gente attende solamente la fine della partita per il giro di campo di addio. Nessuno smette di cantare i cori per il Racing. L’Academia da sempre si contraddistingue per avere un tifo che lascia sbalorditi e posso confermarlo ancora una volta.
Milito è ormai commosso in maniera non più controllabile. L’arbitro fischia la fine e lui si lascia andare. Al mattino è diventato papá e ora questo. I compagni lo circondano per salutarlo e lui ormai è una cosa sola con lo stadio.
Effettua il giro di campo ringraziando tutti. Lo fa piangendo a dirotto, consapevole che nessuno delle persone presenti dimenticherá mai né lui né un pomeriggio che è già entrato di diritto nella storia di questo club.
I giornalisti lo circondano e viene risucchiato da inteviste e addii ai compagni. Il giro di campo finisce e finisce anche la storia di Diego Milito, campione vero. Ragazzo del Racing soprattutto.
Qui dicono che è tornato “Príncipe” dall’Italia per diventare Re in patria.

Uscire dallo stadio è un’impresa vista la quantitá di persone che lo hanno riempito e visto che i dintorni dell’impianto sono delle strettissime strade piene di abitazioni e traffico.
Mi scuso ancora se non ho saputo tenere lontana la retorica. Non c’è alcuna volontà di idolatrare un giocatore né di tesserne le lodi in maniera smisurata. Chi mi conosce appena sa che sono solito fare l’esatto contrario. Credo però che, in questo caso, la retorica non rovini per niente il racconto di una giornata indimenticabile che mi porterò dentro per sempre.

Diego Milito è uno di quei giocatori che ho sempre ammirato, soprattutto, come ho detto prima, per la consapevolezza e l’umilità di non sentirsi un predestinato, un eroe, un campione nato, e per aver voluto fortemente diventare quello che è diventato, raggiungendo dei risultati incredibili con le squadre dove ha giocato.
Poco importa se ha combinato quasi nulla nella nazionale argentina. Qui dicono che è più facile diventare Papa che avere un posto da titolare nella “Selección” e io non mi sento di dar loro torto, visti i nomi che anno dopo anno si leggono nelle formazioni. Milito ha fatto quello che ha potuto, diventando un idolo nelle squadre in cui ha giocato e diventando il simbolo della societá che ama e che è la sua vita. Non è diventato campione del mondo, ma siamo davvero sicuri che sia cosí importante?



20 mag 2016

Il tempismo di Reyes

Il tempismo è definito come accortezza e decisione nello scegliere il momento opportuno per agire. Per molti soggetti è una dote innata, che viene raffinata con l'esperienza.
José Antonio Reyes nel particolare ambito dello scegliere le sue squadre si può considerare un maestro di tempismo.

Reyes, classe '83, è un giocatore di notevole talento che ha iniziato a far parlare di sè molto presto. Impossibile non notare quel ragazzo così pieno di visioni calcistiche in un Siviglia che ai tempi era una realtà minore. L'etichetta di predestinato ha portato sul mancino di Utrera una certa pressione, che per certi versi ha finito per schiacciarlo, tanto che di media lo si considera un talento incompiuto. Tutto un problema di aspettative, anche se in realtà Reyes ha avuto una carriera solida e di un certo livello. Gli è mancato l'ultimo step, imporsi ad altissimi livelli.
Sul talento ci siamo, ma il tempismo? Presto detto: Reyes ha vinto in tutte le squadre in cui ha giocato. Mere coincidenze, ma il ragazzo soprannominato la Perla ha avuto l'istinto di cogliere praticamente tutte le occasioni giuste. E questo rientra esattamente nel concetto di tempismo.

In realtà il primo trasferimento di Reyes fuori da quella Siviglia che oggi possiamo considerare casa sua avviene appena prima che il club, con la guida di Juande Ramos, arrivi ad imporsi con le prime vittorie in Europa League. A discolpa della Perla va detto che nel Gennaio 2004 va all'Arsenal, vale a dire in una squadra che ai tempi era al massimo la numero due della Premier League. Non a caso quello è il campionato degli invincibili, l'ultimo vinto nell'era Wenger. E Reyes vince anche il Community Shield e la FA Cup nella stagione successiva, titoli che l'Arsenal non vedrà per quasi un decennio. Nel 2006, suo ultimo anno a Londra, arriverà anche alla finale di Champions League persa col Barcellona.
Titoli a parte però Reyes non riuscì mai a imporsi veramente in maglia Gunners, ritagliandosi più che altro il ruolo di riserva di lusso. Nel 2006 finì quindi in prestito al Real Madrid, curiosamente in cambio di un altro ex pilastro del Siviglia come Julio Baptista. Anche a Madrid con Capello la sua esperienza non è indimenticabile, ma Reyes riesce a vincere la Liga segnando anche nella partita che consegna matematicamente il titolo alla Casa Blanca.
I passaggi da Arsenal e Real minarono la considerazione generale del talento di Utrera. Nei top club aveva fallito e l'etichetta del talento senza la giusta personalità/continuità era arrivata inesorabile. Come accettando questo, Reyes si trasferì all'Atletico Madrid, che anche in questo caso non era la squadra che abbiamo in mente oggi. Solo al contrario rispetto all'Arsenal. Una mossa curiosa per un giocatore che aveva appena regalato il titolo all'altra metà di Madrid, e infatti tutta la stagione sarà condizionata da un difficile rapporto coi tifosi. Non arriveranno titoli, ma è solo una parentesi.
In prestito al Benfica nel 2008-2009 vince la prima Coppa di Lega della storia del club, un trofeo da quel momento sostanzialmente monopolizzato dalle Aquile.
Il ritorno all'Atletico nel 2009-2010 apre l'era "moderna" della squadra biancorossa di Madrid. Arrivano la vittoria in Europa League e pure in Supercoppa Europea contro l'Inter tripletista. Reyes riesce a diventare un titolare della squadra, ma nel 2011 a causa di diverse incomprensioni sostanzialmente finì ai margini della rosa. A nemmeno 29 anni Reyes era già un giocatore dimenticato, bollato in ogni modo: da discontinuo a sempre rotto, a incapace di segnare. Poteva solo tornare a Siviglia per dare un senso alla sua carriera.
E ancora una volta il destino era con lui. Nel 2012 la squadra era ancora in una fase di transizione, ma l'alba di un nuova era, anche qui, si affacciava con l'annuncio di Unai Emery come nuovo tecnico. Il resto, come si dice è storia: Reyes ha messo in bacheca tre Europa League consecutive, coronando al meglio il ritorno a casa con un nuovo ciclo vincente per il club. Nelle finali del 2013-2014 e del 2014-2015 ha anche giocato titolare, a testimonianza della sua utilità tecnica. Non solo un ritorno romantico, ma anche una rinascita personale.

José Antonio Reyes, la Perla di Utrera, non è un giocatore che entrerà nella storia del calcio. In quella di Siviglia probabilmente sì, ma al di fuori della città in molti si dimenticheranno di lui.
Tra i dimenticati però non tanti possono vantare il palmares di Reyes, un giocatore con la rara capacità di trovarsi al posto giusto nel momento giusto, pur cambiando maglia e non scegliendo realtà di massimo livello. A volte il tempismo è veramente tutto.

11 mag 2016

L'Empoli di Giampaolo

Un anno fa l'Empoli di Sarri è stata la rivelazione della Serie A. Una macchina da calcio rara da vedere soprattutto in un contesto simile, plasmata da un tecnico con idee precise e la forza di farle applicare. Non a caso per Sarri si sono spalancate le porte del Napoli, una delle big di questo campionato, e insieme a lui sono partiti anche diversi titolari. Per fare i conti parliamo di Sepe, Hysaj, Rugani, Valdifiori, Vecino e Tavano. Nessuno dice che siano fenomeni, ma pur sempre sei titolari su undici in una squadra che sostanzialmente non ha soldi da investire sul mercato.
L'Empoli insomma, privata della guida tecnica e di gran parte dell'ossatura, si affacciava al campionato 2016-2017 come una serissima candidata alla retrocessione.
Ad aggravare una situazione già vista come precaria c'è stato l'annuncio del nuovo allenatore. Il club sceglie praticamente subito dopo la fine della stagione Marco Giampaolo come erede di Sarri. Una scelta precisa, convinta e assolutamente coraggiosa.
Il curriculum del tecnico infatti parla chiaro: le sue ultime tre esperienze in A si sono concluse con delusioni ed esoneri, in B col Brescia non è andata meglio e nel 2014 è arrivato ottavo con la Cremonese in Lega Pro. Non esattamente un profilo stellare e una specie di colpo di grazia alle aspettative per la stagione, tanto da far esporre noti commentatori televisivi. Ed eccoci all'oggi.
Ad una giornata dalla fine del campionato l'Empoli è undicesimo con 43 punti. Un anno fa il miracolo di Sarri portò la squadra al quindicesimo posto con 42 punti complessivi.
Giampaolo si è adattato in modo sorprendente alla realtà dell'Empoli. Il tecnico è stato bravo a capire che nel club ormai grazie agli anni passati con Sarri si era radicata una certa mentalità di gioco e di lavoro, anche a prescindere dagli uomini, e ha avuto il coraggio di portarla avanti malgrado i rischi. Senza guardare ai nomi ha puntato sulla qualità degli interpreti e su un'idea tattica, creando un nuovo contesto efficace.
La squadra di Giampaolo segna meno (38 reti contro 46), ma evidentemente distribuisce meglio i gol visto che sono aumentati sia i punti che le vittorie (11 contro 8). Tutto questo mantenendo un'idea di gioco forte e precisa, sfruttando ovviamente le basi del lavoro del suo predecessore.

Le conferme tra la squadra di Sarri e quella di Giampaolo non sono state tante, ma hanno avuto peso.
In difesa Tonelli ha perso il ruolo di "vecchio" - curioso per un classe '90 -, ma è rimasto un referente del reparto. Agli occhi di chi scrive è uno dei difensori più sottovalutati del campionato, per età, capacità di guidare il reparto e tecnica. Aggiungere al tutto anche 2 gol, una conferma della sua pericolosità in area avversaria dopo i 5 dello scorso anno.
La coppia d'attacco Pucciarelli-Maccarone ha reso decisamente più del previsto. Il numero 20 da Prato ha segnato 6 gol e realizzato 3 assist, ma è il grande vecchio di casa ad aver vissuto una stagione di gloria. Maccarone, classe '79, ha messo insieme 4 assist e ben 12 gol. Senza i rigori parliamo del secondo miglior marcatore italiano in Serie A.
A metà strada tra un nuovo acquisto e una conferma c'è Saponara. Il trequartista di Forlì infatti è tornato nel club che lo ha lanciato a Gennaio scorso, e dopo sei mesi di livello con Sarri si è confermato anche con Giampaolo. Saponara oggi è probabilmente il miglior trequartista italiano, e con 5 gol e 10 assist - tra i migliori del campionato - è stato una colonna della stagione azzurra.

La squadra è cambiata soprattutto a centrocampo.
La rivelazione della stagione - non dell'Empoli, di tutta la Serie A - risponde al nome di Leandro Paredes. Il classe '94 argentino è stato trasformato da Giampaolo in regista davanti alla difesa, e ha disputato un'annata di spessore assoluto, che lo proietta su realtà ben superiori all'Empoli e forse pure al nostro campionato. Un'intuizione tanto inaspettata quanto geniale, che potrebbe cambiare la carriera al giovane che una volta doveva essere l'erede di Riquelme. Paredes con quasi 60 passaggi a partita è il motore di questo Empoli. Sa farsi trovare smarcato, gioca veloce sia in orizzontale che in verticale e fa correre il pallone preferibilmente a livello dell'erba.
Alla sua destra come interno del centrocampo a tre ha trovato una consacrazione il polacco Piotr Zielinski. Qualità, corsa, inserimenti, 4 gol e 4 assist: un centrocampista moderno anche lui del '94 destinato ovviamente ad altri palcoscenici.

Tonelli, Paredes, Saponara, Maccarone. Questa è la nuova verticale dell'Empoli di Giampaolo. Scommettiamo che l'anno prossimo ne rimarrà soltanto uno?


05 mag 2016

Il Bayern: fine dell'era Guardiola e arrivo di Ancelotti

Si è scritto e si scriverà a lungo dell'ultima partita di Guardiola alla guida del Bayern in Champions League, perché ormai l'allenatore catalano è il simbolo del tiki-taka e di quello che è, a detta di molti, il bel calcio. La gara nel ridimensionamento del guru ex-Barcellona è già iniziata, così come la guerra santa tra talebani del possesso palla e fedelissimi della più feroce concretezza, che in Simeone hanno trovato un nuovo generale. Tuttavia fermarsi un attimo e riflettere sull'operato di Pep in Baviera è quantomeno doveroso.

Guardiola è sbarcato a Monaco probabilmente nel periodo meno ideale per lui, per l'ambiente e per i giocatori. Perché? Facile, perché è arrivato in una squadra perfetta e mettere mano a un ingranaggio impossibile da migliorare richiede inevitabilmente di compiere scelte tanto difficili quanto rischiose.
Heynckes aveva ereditato da Van Gaal una squadra con diverse lacune, ma anche profondamente cambiata nella mentalità e nella predisposizione a un determinato stile di gioco: per l'allenatore tedesco il passo da compiere è stato piuttosto naturale, valorizzando alcuni giovani di talento assoluto e mettendo nelle condizioni ideali le stelle già presenti in rosa. Un breve ciclo conclusosi in gloria con la vittoria della Champions League contro il BVB di Jurgen Klopp. Ma se i risultati non sono tutto, è giusto ricordare il calcio splendido espresso dal suo Bayern: una squadra capace di mantenere il possesso palla, ma in grado di squarciare il terreno di gioco con commoventi azioni in verticale; incontenibile sugli esterni, solida e scaltra in mezzo al campo, letale nella trequarti offensiva (chiedere al Barcellona).

In poche parole, il Bayern di Heynckes, che nel 2012-2013 conquistò il Triplete, ha portato a compimento un progetto di rilancio estetico del Bayern iniziato da Louis Van Gaal. Un progetto che nel quadriennio 2010-2013 ha portato i bavaresi a giocare tre finali di Champions League, una cosa che da quelle parti si aspettava dal 2001. Perché a Monaco, in fin dei conti, le stagioni si misurano dal percorso compiuto nella massima competizione europea, visto l'indiscusso dominio locale. Ed è questo il principale elemento da prendere in considerazione quando si cerca di analizzare l'operato di Guardiola nei tre anni sulla panchina del Bayern, soprattutto se alcuni tra gli acquisti di punta della sua era sono stati Mario Goetze e Robert Lewandowski, le due stelle dell'unica possibile concorrente in Germania.

Pep ha raggiunto per tre volte la semifinale di Champions, venendo eliminato prima dal Real Madrid, poi dal Barcellona di Luis Enrique, e infine dall'Atletico del Cholo Simeone. Squadre agli antipodi, ma tutte capaci di mettere in difficoltà il Bayern, ognuna in modo differente e con le proprie armi. Certo, quando si arriva a quel punto della competizione, un dettaglio può cambiare le sorti della doppia sfida (tipo la scelta di lasciare Thomas Müller in panchina nella gara di andata), ma risulta difficile pensare che nelle stanze segrete del club bavarese si possano accontentare di dire addio a due possibili finali per qualche "dettaglio". Hanno messo sotto contratto il numero uno della panchina, dandogli carta bianca su uomini, modulo e filosofia di gioco: il dettaglio fuori controllo non è contemplato tra le voci di bilancio, eccezion fatta per il difficile rapporto con il corpo medico e per l'incessante pioggia di infortuni. Tre semifinali in assoluto sono un grande risultato, ma Guardiola con questo Bayern era chiamato a fare di più. E lo sapeva, fin dal giorno del suo arrivo.

Guardiola a Monaco lascia un'eredità enigmatica.
Indubbiamente il tecnico catalano ha dato un'impronta tattica alla squadra. E non era nè facile nè scontato. Ha portato in Germania la sua rinnovata idea di gioco, spingendo moduli e letture dei giocatori al limite del visionario. Gli esperimenti tattici non si contano, le soluzioni alternative neppure: il calcio del Bayern è un tomo di codici del guardiolismo portati oltre i limiti estremi. Un laboratorio di idee possibile solo in quel determinato contesto, con una rosa talmente superiore alle altre da potersi permettere rischi ed esperimenti ogni fine settimana. Guardiola non è un tecnico che si accontenta nel suo lavoro. Pur con titoli e risultati il suo calcio è in costante evoluzione. Il problema è che questa evoluzione non ha limite, e Pep è pronto ad abbracciarne ogni deriva. Il confine tra genio e follia è sottilissimo e si gioca sui dettagli, esattamente come le semifinali di Champions.
Le sue continue prove in campo internazionale hanno pagato fino a quando non ha affrontato squadre che hanno portato il livello tattico e qualitativo alla loro massima espressione: Atletico Madrid, Barcellona e Real.

Per quanto riguarda i singoli Pep è arrivato ad abusare della duttilità dei suoi giocatori, perché ad esempio schierare Lahm, il miglior terzino destro al mondo, costantemente a centrocampo - tanto da spingere Loew a tentare un breve quanto poco convincente plagio - non è un'idea rivoluzionaria. E neanche visionaria, nè tantomeno brillante: è una cazzata. Gigantesca.
Come in fin dei conti lo è la gestione di Alaba, (tuttora) il miglior prospetto europeo tra i terzini sinistri, ritrovatosi a dover improvvisare da mediano e da centrale difensivo, con un paio di interpretazioni suo malgrado difficilmente spiegabili senza ricorrere al turpiloquio. Il viennese poteva diventare il top assoluto in un ruolo, è diventato un talento poliedrico capace di fare tutto, ma niente veramente al massimo. Consola invece che l'esperimento Lewandowski ala sia durato poco (sempre troppo, per i gusti di chi scrive), ma il vero punto interrogativo rimane quello legato a Mario Goetze. Il talento tedesco, a detta di molti, doveva essere il Messi del Bayern di Guardiola, ma con Pep non è mai scattata la scintilla e a Monaco, nonostante tutto, è ben distante dall'aver soddisfatto le notevoli aspettative. La concorrenza nel ruolo è esagerata, ma si parla di un potenziale fuoriclasse che a Dortmund a soli diciannove anni ha fatto innamorare chiunque, con colpi di classe e intelligenza calcistica che pochi al mondo possono vantare di avere. E non dimentichiamo che in questa stagione Guardiola gli ha messo davanti senza mezzi termini anche Kingsley Coman.
Non un successo, soprattutto considerando il lavoro che Heynckes aveva saputo fare con Toni Kroos e proprio David Alaba.
Un giocatore indubbiamente valorizzato, almeno nei numeri, da Guardiola è stato di sicuro Müller. Però parliamo di un giocatore già a un livello altissimo. Col calcio del catalano è sicuramente cresciuto invece Jerome Boateng, riferimento assoluto della retroguardia del Bayern. Non tanto per le sue doti in marcatura magari, ma la sua abilità nel far partire il gioco ha raggiunto livelli di eccellenza nel ruolo.


Ora arriverà Ancelotti, che, al contrario di Guardiola, trova l'ambiente perfetto per inserirsi: come già accaduto con Chelsea, PSG, Real e, sotto certi aspetti, pure con il Milan negli ultimi anni. Il tecnico italiano è un normalizzatore perfetto per riportare la quiete tattica e l'equilibrio di cui il Bayern e i suoi giocatori sembrano avere estremo bisogno.
In Baviera troverà il suo contesto preferito: una rosa stellare e una squadra già impostata per un gioco fatto di possesso palla, cui serve solo una scossa in termini di motivazioni. Inoltre assieme a lui ha già prenotato l'aereo per Monaco Mats Hummels: in questo Bayern un difensore era la priorità assoluta e l'addio del capitano indebolisce ancora una volta il BVB, quindi, salvo sorprese clamorose, la Bundes è già in tasca anche per l'anno prossimo.
Poiché la vittoria del campionato tedesco non può essere fonte di pressione, Ancelotti avrà di fatto tutto il tempo per concentrarsi sulla Champions, competizione con cui ha un feeling particolare, se non unico.
In poche parole, l'allenatore italiano troverà a Monaco le stesse condizioni ambientali incontrate a Madrid. E cosa ha vinto col Real non c'è bisogno di ricordarlo. 



In collaborazione con G.D.C.