28 ott 2010

Risultato bugiardo

Psv Eindhoven - Feyenoord 10 - 0

Reis 24’, 47’, 59’; Afellay 39’; Toivonen 49’; Lens 55’, 87’; Dzsudzsák 62’, 77’ (rig.); Engelaar 69’

Titolo ovviamente ironico per una delle più sonore scoppole che io ricordi a livello europeo, specie se pensiamo che si confrontavano rispettivamente la seconda e la terza squadra più titolate d'Olanda.

Paradossalmente, c'è stata una partita.

Il Psv ci ha messo una ventina di minuti a prendere in mano il gioco, e il primo tempo si è chiuso sul 2-0 malgrado l'inferiorità numerica del Feyenoord (seconda ammonizione per Leerdam al 34esimo).

La squadra di Rotterdam tuttavia si è completamente sgretolata nei primi minuti del secondo tempo col letale uno-due firmato Lens e Toivonen, e da quel momento in campo si è visto solo bianco-rosso. Una superiorità fisica, tattica (pressing devastante) e tecnica senza alcuno scampo. La squadra di Eindhoven sfondava a piacimento sia sulle fasce che centralmente sulla profondità, guidata dai suoi giocatori offensivi (Toivonen, Lens, Afellay, Dzsudzsak e Reis non a caso andati tutti a segno) capaci di svariare su tutto il fronte d'attacco e di trovare la porta con facilità irrisoria. Il gol del 5-0 (il più bello del match) ne fornisce ampia dimostrazione, transizione da manuale da un'area all'altra con movimenti e passaggi semplicemente letali. In una prestazione collettiva di altissimo livello, con un Engelaar monumentale, è da segnalare Jonathan Reis. Questo brasiliano classe '89 è da anni nell'orbita del Psv, ma la sua crescita è stata frenata da una positività all'antidoping a Gennaio, che lo ha fatto finire senza contratto. A Luglio la squadra lo ha riaccolto tra le sue fila, e sembra puntarci forte.

Il Feyenoord? Semplicemente abominevole. Disunito, fragilissimo, incapace di reagire, senza una guida nè in campo nè in panchina, tecnicamente inidoneo a mettere in fila due passaggi...si salva solo il talentino classe '90 Georgino Wijnaldum, l'unico a lottare (contro i mulini a vento, ma almeno...), muoversi ovunque, proporsi, provare qualcosa. Purtroppo totalmente da solo. Quando troverà la giusta collocazione tattica e crescerà nel fisico ne sentiremo parlare.

26 ott 2010

Se questa è una lista...

Con l'approssimarsi di Dicembre, Fifa e France Football hanno diramato la lista dei 23 candidati al "nuovo" Pallone d'Oro Fifa (premio che da quest'anno unifica il vecchio Pallone d'Oro e il Fifa World Player in un unico riconoscimento).

Questo l'elenco dei 23 candidati: Xabi Alonso (Spagna), Daniel Alves (Brasile), Iker Casillas (Spagna), Cristiano Ronaldo (Portogallo), Didier Drogba (Costa d'Avorio), Samuel Eto'o (Camerun), Cesc Fabregas (Spagna), Diego Forlán (Uruguay), Asamoah Gyan (Ghana), Andrès Iniesta (Spagna), Jùlio Cèsar (Brasile), Miroslav Klose (Germania), Philipp Lahm (Germania), Maicon (Brasile), Lionel Messi (Argentina), Thomas Muller (Germania), Mesut Ozil (Germania), Carles Puyol (Spagna), Arjen Robben (Olanda), Bastian Schweinsteiger (Germania), Wesley Sneijder (Olanda), David Villa (Spagna), Xavi (Spagna).

Andiamo con ordine.
Il premio mira a dare un riconoscimento simbolico al miglior giocatore della stagione. Da sempre è determinante il rendimento nelle competizioni internazionali (Champions League, Mondiali ed Europei) al pari delle vittorie del club di appartenzenza.
Per questo questa specifica lista suscita più di una perplessità. Il peso dei Mondiali è chiaro ed evidente. Anzi, decisamente eccessivo. Miroslav Klose ha fatto di sicuro un grande Mondiale, ma nonostante le vittorie del suo Bayern la sua stagione non è stata per nulla da protagonista (6 gol in tutta la stagione...). Mesut Ozil è stato una delle rivelazioni dei Mondiali, ma la stagione del Werder Brema non è stata tale da giustificare un riconoscimento simile (soprattutto considerate certe esclusioni negli anni passati). Tanto per dire, perchè lui si e Lukas Podolski no a questo punto? Cesc Fabregas è di sicuro uno dei centrocampisti con più talento al mondo, ma oltre a non aver vinto nulla col suo Arsenal ha visto il campo poco o nulla pure ai Mondiali. Cristiano Ronaldo è uno dei migliori giocatori al mondo ed è di sicuro il trascinatore assoluto del Real Madrid, ma vittorie col club e rendimento con la nazionale?
Fin qui scelte opinabili, ma per lo meno nomi noti. Parliamo di Asamoah Gyan. Giocatore che un tifoso medio nemmeno sa dove gioca. Sfavillante stagione da 13 gol al Rennes, con le coppe europee viste giuste in tv, che l'ha portato ad approdare all'ambitissimo Sunderland (picco massimo della sua carriera, sia chiaro). Unica vaga motivazione della sua presenza il rendimento in nazionale, con l'argento in Coppa d'Africa e 3 gol ai Mondiali (2 su rigore). Ovviamente non considerando l'errore decisivo dal dischetto contro l'Uruguay...

L'assenza che grida vendetta è presto detta. Diego Alberto Milito anche solo come capocannoniere dell'Inter tripletista (30 gol di cui 6 in Champions, doppietta in finale), miglior attaccante e giocatore assoluto dell'ultima Champions League (e gli altri premiati Julio Cesar, Maicon e Sneijder ci sono tutti) doveva essere in questa lista, malgrado abbia giocato solo una partita ai Mondiali grazie a Maradona. Era il favorito di Sir Alex Ferguson...

Sembra di giocare a "trova l'intruso".

20 ott 2010

Mourinho è come Maradona

5 Luglio 1984: Diego Armando Maradona viene presentato al San Paolo di fronte a 70000 persone completamente impazzite.
31 Maggio 2010: Josè Mourinho viene presentato dal Real Madrid. Non allo stadio, non di fronte ad una folla festante, anche perchè non può certo intrattenere i tifosi palleggiando con delle arance.
Eppure, anche solo sentendolo parlare, lo si percepisce: Mourinho è un fenomeno. Fenomeno della dialettica innanzitutto. Ma fenomeno anche in campo, senza aver bisogno di intrattenere il pubblico con una serpentina o con una bordata da 50 metri. O con delle arance, appunto.
Maradona aveva tutto per fare la differenza: fantasia, velocità, tecnica, grinta. Mourinho raduna tutte le migliori caratteristiche dei migliori allenatori del passato unendoli in una sola persona, la sua. Estro, mentalità vincente, carattere da leader ma sopratutto un innata conoscenza di questo sport: sì, perchè prima di essere un grande comunicatore, Josè Mourinho è un grande stratega.
C'è un detto popolare lanciato dagli "Anti-Mourinhani": "Troppo facile vincere con squadre così potenti". Eppure, di squadre fortissime sulla carta, ma non sul campo, abbiamo esempi a bizzeffe. Quello più clamoroso è proprio quello del Real Madrid, l'attuale squadra del tecnico portoghese. Una squadra clamorosa, suggellata da colpi di mercato a ripetizione negli ultimi 10 anni. Ma poi in Champions da 6 anni non si va oltre agli ottavi, mentre ci si è dovuti "accontentare" soltanto di due campionati. Mourinho passerà alla storia come "il colpo dell'Estate 2010". Non è una premonizione, ce lo dice la sua storia. L'allenatore Galattico, messo fra i Galattici, può fare solo cose straordinarie, perchè lui è abituato così. Non sarà la consacrazione definitiva. Quella arriverà più tardi, quando avrà portato a termine l'ultima missione, la vittoria del Mondiale. L'ennesima certezza. Ma qualche domanda rimane: un nuovo Maradona, per il momento, non ci è ancora capitato.
In futuro avremo un nuovo Mourinho, o il fenomeno è destinato a rimanere tale?

17 ott 2010

Questione di ruolo, parte terza

Samuel Eto'o arriva all'Inter nell'estate 2009 nell'ormai celeberrimo scambio con Zlatan Ibrahimovic. Un'eredità pesante anche per un giocatore simile visto quanto lo svedese aveva dato alla sua squadra in termini di gioco, assist e gol, ma soprattutto perchè parliamo di giocatori totalmente diversi per caratteristiche.
L'Inter ha dovuto adattarsi a lui, e lui all'Inter.
Costretto a un terribile lavoro di sacrificio per il bene della squadra, il ragazzo si trovava a giocare da ala, ma sarebbe meglio dire terzino, coprendo chilometri e chilometri a inseguire gli avversari, per garantire un difficile equilibrio tattico. Tanto, troppo lavoro oscuro, poco visibile e comprensibile dagli esigenti spettatori. La stagione per la squadra è stata trionfale, i freddi numeri del camerunense molto meno. "Solo" 16 gol uniti a tanti errori sotto porta che lo hanno portato a perdere molta della considerazione pregressa agli occhi dei tifosi.
Buon giocatore (con ingaggio faraonico), ma le superstar sono altro.

Nell'estate 2010, Eto'o ha parlato chiaro. "Voglio giocare più vicino alla porta" il messaggio con destinatario il suo nuovo allenatore Rafa Benitez, che ha fatto in modo di accontentarlo.
Il risultato? 12 gol in 11 partite, con una pericolosità costante in ogni zona del campo e colpi da autentico fuoriclasse.
Del resto, qualcuno davvero credeva che il miglior marcatore del Mallorca nella Liga, uno dei migliori goleador della storia del Barcellona con 130 gol, nonchè capocannoniere della storia del Camerun e della Coppa d'Africa si fosse all'improvviso scordato come si segna?

13 ott 2010

Controlli disfuzionali

Non è nel mio interesse commentare nello specifico la totalità dei fatti avvenuti prima, dopo e durante la terribile partita Italia-Serbia.
Argomento troppo complesso, stratificato e con radici troppo lontane perchè si possa capire appieno senza esservi dentro.

Però, nel mio piccolo, so come funziona uno stadio, e in particolare il servizio di sicurezza all'ingresso. Superato il prefiltraggio e prima dei tornelli che portano alle scalinate si trovano vari addetti al controllo degli spettatori, a seconda della partita solo steward o anche forze dell'ordine. Una delle loro mansioni è controllare gli oggetti che entrano nello stadio, anche attraverso la perquisizione degli spettatori. A me personalmente sono stati fatti buttare ombrelli (di quelli piccoli pieghevoli), accendini e tappi di bottiglie di plastica, e ho visto perquisite persone di ogni sesso o età.

Com'è possibile che 1.600 tifosi serbi, evidentemente facinorosi visto quanto già successo in giornata (senza entrare nell'ambito del look e dell'aspetto fisico), siano stati fatti entrare al Ferraris senza il minimo controllo? Perchè è evidente che per entrare con tronchesi, fumogeni a profusione e bombe carta un'impercettibile falla nel sistema di controllo all'ingresso deve esserci stata per forza.
All'uscita in compenso sono stati tutti perquisiti uno per uno con metal detector.
Che fosse tardi non è venuto in mente a nessuno?

11 ott 2010

Josè Mourinho vs Rafa Benitez: ecco cosa cambia

Sono passati ormai 4 mesi e mezzo dall'addio di Josè Mourinho alla panchina dell'Inter e qualche giorno in meno dall'arrivo di Rafa Benitez sulla panchina nerazzurra. E' tempo di primi bilanci per il tecnico spagnolo, analizzando le principali differenze fra il tecnico ex Liverpool e l'attuale tecnico protagonista dell'ultima Champions ed ora al Real Madrid. Partiamo con qualche premessa molto importante: sono due persone che utilizzano metodologie di allenamento abbastanza differenti, che hanno una filosofia di calcio opposta e un approccio psicologico sul gruppo totalmente diverso.

Partiamo dalla filosofia calcistica dei due allenatori. Rafa Benitez è uno che impone il suo gioco e la sua filosofia. Può fare qualche piccolo aggiustamento (es. Eto'o con meno compiti difensivi) al suo sistema di gioco originario, ma di solito pretende che siano i calciatori ad adattarsi alle sue direttive e non il contrario. Josè Mourinho ha invece dimostrato, nella prima stagione all'Inter, di appartenere alla fazione opposta: dopo il fallimento del suo iniziale progetto tattico, ha cambiato il modo di giocare dell'Inter facendo in modo che tutti rendessero al meglio delle proprie caratteristiche (difesa solida + totale sfruttamento di Ibrahimovic, per sintetizzare), andando contro al suo pensiero iniziale, dimostrando di essere un allenatore più versatile. Il secondo anno ha potuto svolgere il gioco da lui preferito dopo che sono arrivati i giocatori giusti per la sua filosofia.

La seconda differenza è quella sulla metodologia di allenamento. Mourinho in questo caso è quasi unico al mondo, nel senso che i suoi metodi basati sulla periodizzazione tattica li utilizzano soltanto lui e pochi altri, quindi il cambiamento sotto questo punto di vista sarebbe stato inevitabile, anche con un altro tecnico. Benitez, nonostante sia spagnolo, è un tecnico che ha studiato molto la preparazione classica all'italiana e in questo senso è forse uno dei più "italiani" fra i tecnici stranieri. Vedendo infortuni e condizione atletica delle nostre squadre nei momenti topici della stagione, questa cosa non dovrebbe lasciare tranquilli.

La terza differenza sono i metodi nella gestione del gruppo. Mourinho fa continuamente da impermeabile fra la squadra e il mondo esterno, un vero e proprio psicologo. Benitez ha un aspetto più classico e sobrio che ha portato già nei primi mesi di stagione a qualche problemino.

Enormi differenze dal punto di vista tattico, anche se il modulo rimane lo stesso della passata stagione. A Benitez va dato atto, con gli stessi giocatori e lo stesso schieramento, di aver già dato un impronta nuova all'Inter in pochi mesi, anche se alcuni automatismi (che stanno migliorando partita dopo partita) mancano ancora. L'Inter dello Special One (prendiamo come riferimento quella degli ultimi mesi, già forgiata dopo il lavoro dei precedenti mesi) era una squadra che aspettava ed era letale nelle ripartenze. A San Siro, contro squadre che si chiudevano, andava un pò in difficoltà perchè poco abituata a fare la partita.
Con Benitez i cambiamenti sono tanti: il dettaglio che salta all'occhio per primo è il tentativo di alzare il baricentro della squadra. Il pressing, e di conseguenza la linea difensiva, sono molto più alti rispetto a qualche mese fa. Questo ha portato ad alcune situazioni di contropiede, abbastanza imbarazzanti, concesse agli avversari, ma sono cose destinate a migliorare nel giro di poche giornate.

Sono cambiate anche altre cose: Eto'o meno coinvolto nella fase di non possesso della squadra, con conseguente doppio lavoro del terzino e dell'interno sinistro (oltre a quello dell'esterno dall'altra parte) costretti a coprire la mancanza di un uomo in fase difensiva; la posizione di Sneijder è variata, con il tentativo di impostare l'olandese come incursore, a tratti quasi da seconda punta, più che come regista avanzato; c'è più libertà per i due mediani di provare l'inserimento senza palla.
Tutte cose che andranno ancora automatizzate ma in cui si vede chiaramente la mano del tecnico spagnolo, a cui va dato atto di avere delle idee chiare (su cui poi si può essere d'accordo o meno) e di aver dato un impronta alla squadra, ancora molto migliorabile, ma con margini di miglioramento molto buoni.
L'Inter di Mourinho è ormai storia, ma i tifosi nerazzurri possono stare tranquilli perchè l'Inter di Benitez ha un potenziale importante.

05 ott 2010

The next Iniesta

Col numero 8 nel centrocampo del Real Saragozza gioca un ragazzo che ha suscitato un paragone quantomeno scomodo. Sarà il numero, sarà un pò l'aspetto fisico, sarà il ruolo, sarà soprattutto il destro raffinato e la capacità di creare gioco, ma si dice che nella città aragonese, da Bilbao, stia sbocciando l'erede di Andres Iniesta.

Ander Herrera nasce il 14 Agosto 1989 appunto a Bilbao, ma calcisticamente la sua casa è il Real Saragozza, squadra in cui milita fin dalle giovanili.
Nel 4-2-3-1 gioca trequartista dietro l'unica punta, libero di dare qualità all'intero reparto offensivo. Perfetto continuatore della grande tradizione di centrocampisti spagnoli, possiede tecnica in quantità industriale e una grande visione di gioco abbinata a una capacità rara di servire i compagni con passaggi rasoterra. Molto veloce nelle giocate, sa gestire la palla specialmente negli scambi stretti, anche se l'impianto di gioco del Saragozza (diciamo non esattamente trascendentale) non lo valorizza. Buon fisico (182 cm), gran dribbling e buona progressione, deve crescere nel tiro in porta e nel lancio lungo, che sfrutta molto poco. Decisamente da educare in fase di non possesso, in cui si limita a un discreto pressing, pur mostrando spirito di sacrificio quando l'allenatore gli chiede di giocare più arretrato quasi da mediano.

Dietro la faccia da bambino, si nasconde un grande talento.

04 ott 2010

Il berbero olandese

Chiunque abbia seguito il PSV negli ultimi 6 anni non può non aver notato Ibrahim Afellay.
Il centrocampista olandese/marocchino classe 1986 entra in pianta stabile nella squadra di Eindhoven nel 2005/2006, per non uscirne più. E la sua maglia numero 20 (corredata anche dalla fascia di capitano) non passa certo inosservata.

Talento puro e giocatore tremendamente eclettico, si mette da subito in mostra per le sue grandi doti tecniche. Destro educatissimo, visione di gioco, ma anche ottimo dribbling, progressione e capacità di difendere palla. Non molto prolifico (esclusa una stagione da 13 gol), ma abile a inserirsi e con un gran tiro dalla distanza.
Forse, oggi come all'esordio, un pò magro per il calcio europeo ai massimi livelli, comincia la carriera da centrocampista. Interno del rombo, ma principalmente playmaker davanti alla difesa. Solo in seguito viene spostato più avanti il suo raggio d'azione, per sfruttare il grande dribbling e il tiro, da ala (sia a destra che a sinistra, ruolo ricoperto spesso anche in nazionale) o da centrocampista offensivo. Nell'ultimo anno il ritorno (forse definitivo) all'antico come centrale di centrocampo libero di impostare e inserirsi, con risultati ancora una volta pregevoli. Da questo tourbillon di ruoli si capisce il grande acume tattico di chiaro stampo oranje, ulteriore pregio di questo talento ormai pronto a lasciare casa sua (nato a Utrecht, ma al PSV dal 1996).
Magari in una grande d'Europa? Il suo contratto scade a Giugno 2011, il che lo mette in vetrina a un prezzo decisamente appetibile.

02 ott 2010

Guardiola e la sindrome da Eto'o

Nel calcio, come nella vita, giunge inevitabile un momento in cui si sente la necessità di cambiare, di voltare pagina e di rimettere tutto in gioco. Questo ha pensato Pep Guardiola quando, accompagnato dalle sue convinzioni tattiche, si è presentato nell'ufficio di Laporta chiedendo per la seconda estate consecutiva la cessione di Samuel Eto'o, bomber del triplete blaugrana. Una scossa per ripartire con nuove motivazioni, con quello Zlatan Ibrahimovic monarca indiscusso in Italia e bulletto di periferia in Europa, con i suoi centimetri, la sua imprevedibilità e la sua smisurata ambizione a rappresentare una sfida troppo intrigante per l'allenatore catalano e per lo stesso presidente, incapace di rimanere impassibile di fronte al capriccio dell'uomo che lo ha proiettato nella storia del calcio mondiale.

Il genio di Messi, le geometrie di Xavi, la classe di Iniesta e la bizzosa potenza dello spilungone di Malmö: è l'alba di un'altra memorabile e gloriosa cavalcata verso la conquista del mondo del pallone in nome del bel calcio inteso come una sinfonia di scambi stretti e precisi, movimenti continui e triangolazioni da far impallidire Pitagora eseguite a velocità supersoniche. Una corazzata invincibile quanto spettacolare guidata da Guardiola, il ragazzino catalano entrato in punta di piedi nella Masia a tredici anni che, dopo aver vinto tutto calcando l'erba del Camp Nou, è tornato a casa da allenatore, da filosofo della panchina e da maestro di calcio. Il Pep, quello che ha avuto il coraggio di indicare la porta a senatori come Ronaldinho e Deco per non tarpare le ali a Messi e agli altri ragazzini cresciuti nella cantera del distretto di Les Corts, quello che ora ha preparato le valige a Samuel Eto'o rimpiendole con cinquanta milioni di euro ed un biglietto di sola andata in direzione Milano.

Una mossa geniale? Un tremendo azzardo? Sono bastati pochi mesi per registrare le prime avvisaglie di quello che non si è rivelato il semplice scossone emotivo desiderato da Guardiola, ma un terremoto vero e proprio in grado di minare le certezza di una squadra apparsa fino ad allora imbattibile ed irraggiungibile. L'addio forzato di Eto'o ha lasciato spazio ad un ego troppo grande per uno spogliatoio già illuminato da diverse stelle ed incontrollabile per lo stesso Guardiola: un'arma a doppio taglio dentro e fuori dal campo. Addio ai movimenti del camerunense, alla sua freddezza sotto porta, alla straordinaria semplicità del suo calcio e benvenuto all'ostentazione fatta persona, al centravanti atipico con l'assoluta necessità di essere sempre al centro del gioco e inefficace se inserito in un contesto che non preveda un'intera squadra umilmente al suo servizio. Schiacciato dal peso della personalità e del talento di "una" pulce (l'onestà intellettuale consiglia di specificare che non si tratta di una pulce qualsiasi), il piccolo-grande Ibra ha comunque chiuso la stagione con l'onorevolissimo score di ventuno reti, non male per gli almanacchi, ma non abbastanza per l'esigente pubblico spagnolo, rattristato ripensando al precedente numero nove e avvilito vedendo lo stesso Eto'o esultare sotto ai loro occhi festeggiando la qualificazione alla finale di Madrid.

Colui che veniva chiamato "filosofo" in segno di apprezzamento e stima per gli ideali calcistici e per il livello intellettuale messo in mostra lontano dal terreno di gioco si è sentito battezzare in questo modo con una certa vena di disprezzo, quasi invitato ad una nuova carriera lontano dalla panchina a giostrare fra i salotti letterari di Barcellona, mentre l'acquisto più oneroso della storia blaugrana, fra una dichiarazione e l'altra, ha trovato sistemazione in un club in grado di soddisfare i capricci suoi e del suo rappresentante.

Scottato (ustionato?) dall'operazione Ibra, Guardiola non ha esitato ad investire pesantamente per un nuovo centravanti, ripiegando questa volta sul campione del Mondo David Villa: giocatore ben più simile ad Eto'o rispetto al predecessore svedese. Una sconfessione delle proprie convinzioni tecnico-tattiche, una tacita ammissione di colpe e soprattutto la consapevolezza di aver commesso un crimine oramai irreparabile verso il suo Barcellona. E' presto per esporsi in pericolosi giudizi sull'operato del Guaje al centro dell'attacco dei catalani, ma questo prime partite stagionali sono sembrate un inesorabile déjà vu, perchè, nonostante la bontà e l'assoluta qualità del numero sette della nazionale spagnola che con ogni probabilità si tradurranno in un'ottima quantità di gol, nè Villa, nè Ibrahimovic, nè nessun altro attaccante al Mondo è in grado di rappresentare ed emulare ciò che Samuel Eto'o è stato per la squadra di Pep Guardiola: una macchina da gol implacabile in grado di muoversi per il fronte offensivo con tempi, sapienza ed intelligenza da manuale del calcio, un'atleta infaticabile con la predisposizione al sacrificio di un mediano perfetto per il concetto di pressing totale del suo allenatore, una star mondiale in grado di valorizzare senza soffrire lo sconfinato talento di Messi, un giocatore da subito nel cuore dei tifosi, apprezzato da tutto lo spogliatoio blaugrana e soprattutto un catalano d'adozione legato al Camp Nou, a Barcellona e alla sua gente.
Troppo per cercarne un clone, troppo anche per un'alternativa.

01 ott 2010

Baby nerazzurri: può esistere un altro Balotelli?

La cessione di Mario Balotelli avvenuta nell'ultima sessione di calciomercato ha scatenato le opinioni più contrastanti da parte dei tifosi nerazzurri e non. Per alcuni è stato un affare, per altri il contrario. Alcuni si sono chiesti: quanto tempo passerà prima di trovare un altro Balotelli? Il vivaio nerazzurro riuscirà a far emergere qualche altro giocatore che si possa rivelare importante nel breve-medio termine come il bomber bresciano o Davide Santon, oppure è stato un colpo di fortuna? Analizzando diverse questioni, ci verrebbe da dire che in questo caso la fortuna c'entra poco: dietro ai successi del vivaio dell'Inter c'è una straordinaria programmazione iniziata 10 anni fa da Beppe Baresi, ex responsabile del settore giovanile, che verrà coadiuvato nel corso degli anni da Pierluigi Casiraghi (omonimo dell'attuale selezionatore dell'U21) e Piero Ausilio. Se l'Inter ha potuto disporre dei Balotelli e dei Santon, il merito è soltanto di questo terzetto. Baresi, una vita in nerazzurro, svolge fino al 2008 (prima di diventare allenatore in seconda di Josè Mourinho) il ruolo di responsabile, occupandosi quindi della fase di programmazione e gestione del gruppone che va dai giovanissimi alla Primavera. Casiraghi è una sorta di Marco Branca delle giovanili, ed è colui che osserva, sceglie, seleziona i giovani talenti. Ausilio si occupa maggiormente della fase di contrattazione, è entrato in orbita prima squadra, dopo che Moratti lo ha affiancato a Branca nella scorsa Estate.

Ma torniamo alla domanda iniziale: può esistere un nuovo Balotelli? Trovare uno con le caratteristiche di Mario, già forte tecnicamente e fisicamente a 17 anni è molto molto difficile. L'Inter ha in rosa o in prestito giocatori decisamente interessanti come Coutinho, Destro, Obiorah, Obi: nessuno di questi, chi per una questione tecnica, chi per una questione fisica, è in grado di fare quel che faceva Mario. Ma è bene chiarire che Balotelli è l'eccezione e non la regola. Ci sono tanti giocatori che si sono affermati in giovane età (anche se poi andrà valutato se ci sarà effettivamente una crescita oppure no) ma ce ne sono anche tanti altri che esprimono il loro valore soltanto dopo qualche anno, magari dopo alcuni anni giocati in provincia. Chi si ritrova ad essere un giocatore fenomenale a 17 anni ha sicuramente meno margini di miglioramento rispetto ad un altro giovane talentuoso ma ancora incompiuto, perchè nella maggior parte dei casi vuol dire che quel "fenomeno" è tale solo perchè ha già portato a compimento un processo di maturazione importante dal punto di vista tecnico e fisico che altri faranno più tardi (oppure non faranno proprio, ma questo è un altro discorso). Andando a pescare nella primavera dell'Inter, non esiste un giocatore estremamente talentuoso che ha già portato a termine (o quasi) il suo sviluppo tecnico-fisico. Quindi no, non può esistere un altro Mario Balotelli, perlomeno in questa stagione.

Spostando un pò il tiro, però, la primavera della società di Moratti si conferma una compagine in grado di dare ottime soddisfazioni sul lungo termine. L'elemento in rampa di lancio è Felice Natalino: quasi sempre da riserva lo scorso anno, il difensore ex Crotone e in comproprietà con il Genoa ha mostrato una crescita incredibile nella prima parte di stagione, dopo il ritiro con la prima squadra. Classe 1992, ha acquisito personalità, corsa e grinta che gli mancavano per poter emergere, Benitez l'ha voluto con se per seguirlo da vicino fino al termine della stagione. Rimane da capire la sua posizione in campo, se centrale o terzino destro. Altro elemento ben visto dai tecnici nerazzurri è Simone Benedetti, preso dal Torino nell'ultima campagna acquisti. Centrale difensivo, figlio d'arte, è un giocatore di grande prospettiva: è entrato nei meccanismi difensivi dimostrando subito una grandissima affidabilità. Anche lui, come Natalino, ha 18 anni è stabilmente nella nazionale U17 prima e in quella U19 poi. La difesa viene completata da altri due elementi di buone prospettive: Faraoni e Biraghi sono due terzini, uno destro e l'altro sinistro, con notevoli doti di corsa e spinta, unite a buone capacità tecniche. Il primo era ritenuto una grandissima promessa prima di infortunarsi gravemente ad un ginocchio, mentre Biraghi, come Natalino, sta attraversando una fase di crescita importante, dopo il ritiro estivo in prima squadra. Molto promettente quanto acerbo Galimberti, giocatore di ottimo spessore tecnico ma che si deve ancora potenziare dal punto di vista fisico. Discorso a parte per Marek Kysela, titolare accanto a Benedetti: giocatore che non ha prospettiva da Inter ma che è già pronto per giocare in un campionato professionistico.

Il fulcro del centrocampo è Lorenzo Crisetig, da ormai un paio d'anni sulla cresta dell'onda per via di alcuni dichiarazioni entusiastiche di un paio di dirigenti nerazzurri. Ex esterno, diventato soltanto da pochi anni un centrocampista centrale, è un giocatore completo, dotato di buon fisico e corsa, grandi capacità tattiche e di posizionamento e buona qualità in palleggio. Non ha ancora fatto il salto decisivo dal punto di vista della personalità e dell'intensità di gioco, potrebbe essere fondamentale un periodo di adattamento in prima squadra, fattore risultato decisivo nella maturazione di Natalino e Biraghi. Probabilmente lo vedremo il prossimo anno, essendo ancora un '93. Accanto a lui gioca Carlsen, per il quale vale lo stesso discorso fatto per Kysela. Altro giocatore di buon talento è Romanò, che è un incursore con le capacità fisiche e tecniche giuste. Andrà rivalutato fra 1-2 anni. Milan Jirasek è invece una mezzala offensiva con buone capacità tecniche ma ancora un pò troppo poco incisivo. L'elemento più talentuoso dal punto di vista tecnico è Daniel Bessa: italo-brasiliano, ex giocatore di calcio a 5, è un giocatore dalle grandissime capacità tecniche ma deve imparare a sacrificarsi per la squadra. Anche lui, come Romanò, potrà essere valutato meglio fra 1-2 anni. L'unico esterno puro in rosa è Lussardi, classe 1992, giocatore ben dotato dal punto di vista atletico e tecnico, ma che rischia di perdersi come tutti gli esterni bravini ma non fenomenali che sono transitati nelle giovanili nerazzurre (Siligardi, Lombardo, Rebecchi, Aloe...).

L'attacco dispone di più risorse: Alibec e Dell'Agnello sono considerati dagli addetti ai lavori i giocatori di maggior talento. Il giocatore rumeno transitava di tanto in tanto in prima squadra già lo scorso anno con Josè Mourinho. Ha un sinistro interessante, è molto potente ed è ben dotato ed educato con i piedi, ma gli manca ancora qualcosa per esplodere a grandi livelli. Dell'Agnello è un centravanti vecchio stampo, dotato di gran fisico, infallibile nel gioco aereo e bravo a giocare di sponda. Come tutti i centravanti di questo tipo, è destinato ad esplodere tardi, quindi è da aspettare con pazienza. Non è finita qui: si stanno giocando le proprie carte anche Longo e Thiam, rispettivamente classe '92 e '93, giocatori che stanno dimostrando buone capacità, anche se per giocare nell'Inter ci vuole forse un pò di più. Oggetto misterioso il '93 Vojtus, che dopo un ottima stagione con gli Allievi, non ha mai visto il campo in questa prima parte di stagione: andrà valutato meglio il prossimo anno (o magari in prestito da Gennaio da qualche parte). Da questa panoramica si può vedere che i ragazzi promettenti non mancano, ma nessuno di questi può dare nel breve termine quello che ha dato Mario Balotelli 3 anni fa quando esordì in prima squadra. Questo non vuol dire che alcuni di questi ragazzi non potranno rivelarsi, fra qualche anno, i fulcri di un Inter sempre più vincente.