25 dic 2013

Intervista a Stefano Borghi - La squadra del cuore di Papa Francesco San Lorenzo de Almagro


Stefano Borghi, noto telecronista oggi su Fox Sports, ha scritto il suo primo libro: La squadra del cuore di Papa Francesco - San Lorenzo de Almagro.
Come recita un classico adagio, a Natale siamo tutti più buoni. Per questo AguanteFutbol ha deciso di contattare nuovamente Stefano, cercando di dare una cornice a un'opera che non può mancare nella libreria di ogni appassionato di calcio.

Al contrario di altri tuoi colleghi, tu non sei mai stato un personaggio "invasivo" in cerca di particolare visibilità. Come ti è venuta l'idea di scrivere un libro? E l'argomento come lo hai scelto, tra tante storie disponibili?
L'idea nasce dalla casa editrice Imprimatur, che mi ha contattato a fine Aprile per raccontare questa passione del Papa. Il San Lorenzo è una squadra poco conosciuta che grazie alla sua figura ha trovato grande pubblicità e una certa curiosità che si poteva soddisfare. L'idea mi è sembrata interessante, scrivere si è rivelato stimolante e bello.

La raccolta del materiale per raccontare passo per passo 105 anni di storia non deve essere stata comoda. Come ti sei orientato tra racconti, aneddoti e dati certi? Quanto materiale hai dovuto
scartare?
Ho optato per uno sviluppo e una ricerca cronologica, più semplice e fruibile. Per le informazioni ho scelto di sfruttare solo internet che è un mezzo comodo, ma anche molto potente. Le ricerche sono state accurate, ho trovato molto materiale e analizzato documenti e testimonianze. Avevo già una conoscenza di base, ma molte cose le ho approfondite e ho cercato di dire tutto nel libro, soffermandomi sulle parti più interessanti e cercando di comunicare le figure e il contesto con quello che avvolgeva il San Lorenzo. Trovati i dati il lavoro più importante è stata la rielaborazione divulgativa, per rendere il libro più accessibile. La storia del club è significativa e merita di essere letta da tutti, anche da chi non segue il calcio. Il risultato è la mia interpretazione di questa storia. 

C'è un personaggio della storia del Ciclon che ti stuzzica particolarmente?
Ce ne sono veramente tanti e scegliere è per forza riduttivo. Una figura da analizzare da ogni punto di vista è quella del Bambino Veira, che è stato giocatore e a più riprese allenatore. Tanti aspetti, anche quelli di personaggio pubblico fonte di aneddoti, molte luci, ma anche un grande buio per un fatto di cronaca che lo riguarda. Oltre a lui si può nominare Sanfilippo, il terceto de oro, il fondatore Don Lorenzo Massa. C'è l'imbarazzo della scelta. In più c'è la vicenda della perdita del Gasometro sotto la dittatura, una storia con poche certezze ufficiali, ma tantissimo materiale, in cui ognuno trova la sua verità. La mia l'ho scritta nel libro, unendo i puntini. 

Per una curiosa coincidenza il San Lorenzo ha vinto il campionato a pochi giorni dall'uscita del libro. Dato che tu segui quel calcio, quando hai iniziato a pensare che sarebbe potuto succedere? Come l'hai presa?
Io ero convinto che il San Lorenzo avrebbe vinto questo campionato. Ad Agosto ho detto chiaramente al mio editore di fare attenzione alla data di pubblicazione perchè la vittoria avrebbe richiamato attenzione. Una buona squadra, niente coppe, una mistica avvolgente portata avanti dalla figura di Papa Francesco. 

Come si legge nel libro, il San Lorenzo ha determinate tradizioni sui giocatori offensivi, che ritengo rispettate nella formazione attuale. Troviamo il talento del vivaio (Correa), l'idolo di ritorno (Romagnoli), il centravanti agile e rapace (Cauteruccio), il falso nueve che fa sia da rifinitore che da realizzatore (Piatti). A prescindere dal valore dei singoli ti sembra un'analisi corretta?
Assolutamente, seguendo la storia il San Lorenzo ha sempre vinto con formazioni così costruite. Aggiungo una difesa dura, formata da veri gauchos, e la sofferenza finale della partita contro il Velez, col portiere Torrico a ergersi eroe. Il calcio ci regala sempre storie di questo genere, che vanno raccontate e approfondite anche nella loro ciclicità. 

Vinto l'Inicial si riaprono le porte della grande ossessione del club, quella Copa Libertadores tanto inseguita. Come pensi possa andare il San Lorenzo? La formazione attuale ha abbastanza margini di crescita o si deve passare necessariamente dal mercato?
La Copa è l'ossessione assoluta del popolo di Boedo. La seguiranno con grande trasporto, prevedo trasferte oceaniche. Bisogna ricordarsi però che la Libertadores è imprevedibile e ad oggi non abbiamo nemmeno il quadro completo. Sarà fondamentale il mercato ovviamente, sia in entrata che in uscita. Bisogna crederci anche perchè le brasiliane, che sono le più forti, non sembrano in un grande momento e saranno distratte dal Mondiale di casa. Il fermento è per quella manifestazione, non per la Copa. 

Vista la tua passione e la tua abilità di narratore, questo libro rimarrà un episodio isolato o possiamo sperare sia solo l'inizio di una serie? In Argentina ci sono molte storie interessanti da scoprire.
Ora ho altre cose, ma l'esperienza mi ha divertito. Se ci sarà l'occasione non mi tiro indietro. Intanto c'è già l'idea di una seconda edizione aggiornata. Ho lasciato apposta un finale aperto, in divenire, pronto a svilupparsi con l'evolvere dei fatti. Qualcosa sull'Inicial 2013 va detto. 


Si ringrazia immensamente Stefano Borghi per la cortesia e la disponibilità

17 dic 2013

La crisi del Tottenham di Villas Boas


I 5 gol subiti dal Liverpool hanno segnato la fine dell'era Villas Boas nella parte bianca di Londra. Troppo pesante il risultato, che rappresenta però solo la classica goccia che ha fatto traboccare un vaso già pieno.
Villas Boas è al suo secondo esonero consecutivo e la sua carriera rischia di essere seriamente compromessa, anche se un rifugio sicuro come la panchina del Porto resterà sempre disponibile. Al Chelsea si era scontrato con questioni ambientali troppo dure, chiedere a Scolari per informazioni, pagando anche gioventù e una certa intransigenza sia tattica che nei rapporti. Che Di Matteo abbia poi vinto Champions e FA Cup è più che altro una beffa. Questo suo secondo esonero inglese ha una matrice del tutto diversa.

Il Tottenham punta forte su di lui a luglio 2012. Gli Spurs hanno da tempo l'ambizione di diventare definitivamente una grande d'Inghilterra, magari coltivando anche sogni di titolo. Il giovane portoghese rappresenta la figura ideale per dare un senso di svolta verso il moderno. L'andamento della prima stagione sembra dare ragione alle speranze del club.
Quinto posto finale con record di punti del club (72, solo 1 meno dell'Arsenal quarto), mettendo in mostra un buon calcio che ha fruttato anche 66 gol (quarto miglior attacco alla pari del City). Protagonista assoluto è Gareth Bale, portato dal suo allenatore a vette di rendimento assolute che lo condurranno al Real Madrid con una cessione da tripla cifra. In Europa League si ferma ai quarti contro il Basilea dopo aver eliminato Lione ed Inter. Momento più alto della stagione la vittoria per 2-3 contro il Manchester United in una partita epica e combattutissima che ha portato il Tottenham a espugnare Old Trafford dopo 23 anni.
Su queste buone premesse la società ha innestato un mercato faraonico, quasi barocco per abbondanza, contando sui soldi (arrivati all'ultimo) derivati dalla vendita dell'asso gallese. Chiriches, Paulinho, Soldado, Lamela, Chadli, Eriksen, Capoue sono i nomi di una campagna acquisti da oltre 100 milioni e vanno a rinforzare una rosa già di livello, assecondando i desideri di un allenatore desideroso di qualità. Però poi comincia il campionato e subentrano da subito delle difficoltà che non saranno mai risolte e porteranno all'odierno esonero.
Per quanto attualmente sesto in campionato, in 16 giornate il Tottenham ha segnato appena 15 gol, 2 in meno del capocannoniere Suarez da solo, subendone 21, di cui 14 da West Ham, Manchester City e Liverpool. Contro le squadre che la precedono in classifica sono arrivati 2 pareggi e 3 sconfitte. In totale sono già 5 le partite perse, quando in tutto lo scorso campionato sono state 8.
Si è persa insomma quella mentalità che aveva stupito nel primo anno, come anche la capacità di andare in rete con continuità. In più Villas Boas è sembrato più in difficoltà che in vantaggio nel gestire una rosa tanto varia ed ampia. Moduli e uomini spesso nuovi, poca chiarezza nelle gerarchie, giocatori dimenticati, poche idee su come sviluppare il gioco.

Troppi cambiamenti tutti insieme? Si è sottovalutata la perdita di due uomini chiave come Bale e Parker? Villas Boas tra campionato e coppe non ha avuto tempo di dare alla squadra la sua impronta?
Di sicuro ci resta l'idea di una gigantesca occasione sprecata, per un tecnico si giovane e di talento, ma che forse si sta perdendo nella stessa immagine che si è costruito.
Andrè Villas Boas è un personaggio particolare e affascinante. Bella presenza, parenti di sangue blu, una carriera nata con un aneddoto da film e indissolubilmente legata a Mourinho nello sviluppo. Contando però 4 titoli e 3 esoneri (uno come ct delle Isole Vergini a 23 anni) rischia  di rimanere solo questo.
Una meteora (perchè comunque il suo nome negli almanacchi rimane) bella da raccontare che non ha mantenuto tante, forse troppe promesse.

16 dic 2013

San Lorenzo campeon


L'ultima giornata della primera Argentina era aperta a ogni risultato.
Le due attesissime partite si sono chiuse con altrettanti pareggi (Velez Sarsfield - San Lorenzo 0-0, Newell's Old Boys - Lanus 2-2), ma lo svolgimento è stato ben più emozionante di quanto raccontano i tabellini. C'è stata tanta paura che ha bloccato le squadre, ma anche emozioni, parate e gol. Una successione di eventi che nello svolgersi ha dato una crudele speranza ai tifosi di ogni squadra coinvolta, premiandone alla fine solo una. Quella probabilmente più aiutata dall'alto vista la fede dichiarata di Papa Bergoglio.
Il San Lorenzo infatti, malgrado i tentativi di suicidio, si è laureato campione dell'Inicial mantenendo il vantaggio di 2 punti sulle inseguitrici. Una vittoria importante e significativa a 6 anni dell'ultimo titolo vinto con in campo una serie di grandi nomi locali (Augustin Orion, Gaston Fernandez, Ezequiel Lavezzi, Cristian Tula, Jonathan Botinelli, Cristian Ledesma, Osmar Ferreyra e Diego Rivero).

La giornata finale dell'Inicial 2013 è iniziata in pieno stile argentino, con importanti ritardi e il rischio di non poter giocare la sfida tra Velez e San Lorenzo per l'intromissione di un magistrato che chiedeva la chiusura almeno parziale dello stadio José Amalfitani, a causa del ritrovamento durante l'ultima ispezione di alcolici, materiale pirotecnico e oggetti contundenti. Accantonato il giallo, la partita di Buenos Aires e quella di Rosario hanno regalato un'altalena di emozioni, con le squadre impegnate nell'Interior ad affrontarsi a viso aperto, consapevoli della necessità di fare bottino pieno, e Pizzi a giocare una sfida a scacchi con Gareca, forte del vantaggio in classifica. Un pareggio, nel peggiore dei casi, avrebbe infatti garantito al Cuervo almeno un biglietto per lo spareggio contro l'eventuale vincente di NOB-Lanus.

La battaglia tra Lepra e Grana, alla fine, ha favorito la prima in classifica, permettendo al Ciclon di giocare per 90' con attenzione e ordine, senza la necessità di sbilanciarsi e offrire il fianco al Velez di Gareca. In un Fortin di Liniers stracolmo, con la Pandilla a fare da colonna sonora, la squadra di casa ha faticato a trovare ritmo e precisione, nonostante l'ottima regia di un Lucas Romero sempre più in crescita, permettendo agli ospiti di gestire tempi e gioco senza troppe difficoltà. Nei primi 75 minuti le occasioni più chiare sono state infatti del San Lorenzo, con qualche buono scambio in velocità sull'asse Piatti-Ruiz-Correa, poi l'emozione, la fatica e i nervi hanno preso il sopravvento e il peso offensivo del Velez è uscito allo scoperto. I cambi di Gareca hanno scombussolato la fase difensiva dell'undici di Boedo e soltanto il palo è riuscito a opporsi ad una splendida iniziativa individuale di Allione, il più pericoloso dei suoi. Ed è proprio sui piedi del giovane esterno del Fortin che, al 90', si è trovata la palla del titolo: rimbalzo perfetto dopo un salvataggio disperato della difesa del San Lorenzo, stadio immobile e tempo fermo per qualche secondo, ma alla sua conclusione si è opposto con un riflesso straordinario Sebastian Torrico. San Sebastian di Mendoza.
Gli ultimi secondi sono stati attimi di sofferenza pura, raccoglimento e lacrime, come quelle del Pipi Romagnoli, monumento e capitano del Ciclon.

Il percorso del Cuervo è partito da lontano, con una ristrutturazione generale fondata su una nuova generazione di talenti giovani/giovanissimi e un'intelaiatura di gioco precisa data dall'allenatore Juan Antonio Pizzi. Alla freschezza e imprevedibilità del classe '95 Angel Correa, del ventenne Alan Ruiz e dei vari Veron, Navarro e Villalba, il tecnico spagnolo ha saputo affiancare l'esperienza e solidità di giocatori come Nestor Ortigoza, Leandro Romagnoli, Juan Mercier e Nacho Piatti. Proprio l'ex-Lecce, con 8 reti, è stato fondamentale per sopperire al grave infortunio del centravanti uruguaiano Cauteruccio, che aveva iniziato il torneo trovando la via del gol con impressionante continuità (6 gol in 5 partite). La prolificità del reparto offensivo, tuttavia, è stata ben accompagnata da una difesa solida e arcigna, sempre ben protetta da uno straordinario Mercier. L'esperienza di giocatori come Cetto e Gentiletti ha fatto la differenza e nel momento di maggiore difficoltà è emerso l'eroe mendocino Seba Torrico. Tra gli altri vale la pena menzionare un giocatore che meriterebbe sicuramente una chance in Europa, ovvero Julio Buffarini (classe '88): infaticabile esterno destro con buoni piedi, resistenza fuori dalla norma, duttilità e, finalmente, un taglio di capelli presentabile.

Il 2013 del Ciclon, già entrato nella storia per la nomina di Papa Francesco e l'ufficialità della Vuelta a Boedo, si chiude dunque in modo straordinario, con un titolo arrivato un po' a sorpresa, ma che è un risultato meritato per il lavoro svolto dal club a tutti i livelli: sportivi e amministrativi.


 (in collaborazione con G.B.)

12 dic 2013

Lanus campeon


La favola della Ponte Preta si è spenta proprio all'ultimo atto. Per una squadra piccola andata avanti a suon di miracoli già l'1-1 casalingo nella finale d'andata era stato un ottimo risultato che lasciava tutto aperto nel ritorno. Ma alla Fortaleza il Lanus ha imposto il suo maggior spessore tecnico dominando anche oltre il 2-0 conclusivo. Coi gol di Ayala al minuto 25 e di Blanco al 45 la partita era già chiusa e il secondo tempo è stata tutta gestione degli argentini.

Il Lanus conquista il terzo titolo della sua storia, il secondo internazionale, consolidando un cammino che vede da anni la squadra a ottimi livelli. L'unico campionato vinto è del 2007, ma successivamente il club si è sempre trovato a lottare per i primi posti. Tuttavia nell'ultimo anno e mezzo è forte la sensazione che si sia avviata una nuova fase con Guillermo Barros Schelotto, allenatore (in coppia col fratello gemello Gustavo) giovane (classe 1973) con un passato da leggenda del Boca e secondo argentino più vincente della storia con 17 titoli di cui 10 internazionali (4 Libertadores, 2 Sudamericane, 2 Intercontinentali). Si è presentato fin da subito con uno stile moderno e decisamente europeo, ha portato la sua squadra in finale eliminando U de Chile, River Plate e Libertad rimanendo lo stesso altamente competitivo in campionato, dove è secondo con 30 punti. La finale di ritorno è stata vinta grazie alla sua scelta di schierare Ismael Blanco, autore di un assist e un gol. Anche da allenatore ha un futuro scritto al Boca, ne sentiremo parlare.
La Ponte Preta dal canto suo rappresentava un piccolo miracolo sportivo. Arrivata alla Copa malgrado il quattordicesimo posto in campionato per il rifiuto di sostanzialmente tutte le altre a partecipare, sembrava spacciata appena arrivata alla fase a eliminazione. Se con il Deportivo Pasto ci poteva anche stare passare il turno, eliminare Velez (una delle favorite) e San Paolo (campione in carica) con risultati anche netti è stata un'impresa, ancora di più per una squadra dal rendimento pessimo in campionato. Il primo titolo in 113 anni di storia sembrava scritto nel cielo, ma dopo una gara d'andata gagliarda al ritorno anche i principali protagonisti di questa grande cavalcata sono sembrati scarichi. L'espulsione del tecnico Jorginho a fine primo tempo col risultato già sul 2-0 probabilmente ha spento del tutto il furore agonistico.

Lo scontro tra queste due squadre aveva similitudini con altre due finali recenti di Copa Sudamericana.
Come nel 2010 vedeva affrontarsi un'argentina e una brasiliana giunta in finale malgrado la retrocessione in campionato. Allora l'Independiente si impose ai rigori sul Goias dopo una grande rimonta e tornò per una notte a far valere il suo soprannome di rey de copas. Restava quello tra l'altro l'ultimo successo argentino in campo internazionale.
Come nel 2012 invece si affrontavano una squadra di nome evidentemente più forte e tecnica e un'outsider assoluta giunta fino in fondo con un percorso sorprendente fatto di difesa e contropiede. Curiosamente anche la sfida tra San Paolo e Tigre vide un pareggio nella gara d'andata e un 2-0 al ritorno, seppur in circostanze a dire poco particolari.

Schelotto si porta a casa il suo primo titolo da allenatore. Per uno col suo curriculum poteva essere solo un trofeo internazionale, da dedicare al maestro Carlos Bianchi. Il Lanus avrebbe anche la possibilità di lottare per il campionato, se i risultati si incastrano bene.
Riuscirà una storica doppietta?

10 dic 2013

Il semestre del River Plate


Il triplice fischio dell'arbitro German Delfino ha decretato il termine del semestre sportivo del River Plate. La Banda ha chiuso l'Inicial 2013 sulla stessa lunghezza d'onda dell'intero torneo, pareggiando con grande fatica una partita giocata solo a tratti, con la forza dei nervi e tanta, troppa confusione. L'epilogo inevitabile di una prima parte di stagione da lasciarsi alle spalle il più in fretta possibile, vissuta tra polemiche arbitrali, flop di mercato, delusioni sportive e le sempre più imminenti elezioni per la presidenza del club.

Tracciare un bilancio della gestione Passarella non è particolarmente difficile, pur tenendo presente la tragica situazione in cui ha ereditato la società. Tanti buoni intenti, aspetto da non sottovalutare dopo la scellerata epoca di Aguilar, qualche discreta idea in sede di mercato, poca professionalità nella gestione di dissapori personali e soprattutto l'onta della retrocessione in serie B. Incolpare soltanto il Presidente uscente per la caduta nel baratro sarebbe miope, ma Passarella ha una discreta percentuale di colpe e il suo nome rimarrà per sempre scritto a fianco a quello dell'infausto spareggio contro il Belgrano. D'altronde sono stati quattro anni di gestione al limite dell'amatoriale, tra scambi di favori con procuratori e agenti di fiducia e qualche timido quanto isolato accenno di gioia sportiva regalato al pubblico del Monumental. Il tutto condito da una situazione economica sempre più allo sbando, figlia di debiti, bilanci fantasiosi e cessioni mancate.

Sul piano calcistico il semestre della Banda ha messo in evidenza un Ramon Diaz sconosciuto ai più: confuso e incerto ai margini del terreno di gioco, quanto spavaldo e sicuro di sé nel rapporto con i media. Se quest'ultima parte non presenta nulla di nuovo, il Ramon visto in panchina è il lontano parente di quello ammirato lo scorso Final, quando prese una squadra disastrata e la trasformò da cima a fondo. Dopo aver vinto il braccio di ferro con Passarella e ottenuto i tanto agognati Fabbro e Teo Gutierrez, il Pelado ha fallito nel trasmettere sicurezza e fluidità di gioco, perdendo inspiegabilmente i punti fermi del semestre passato. 

Balanta ha mostrato i primi inevitabili segni di inesperienza, distratto dalle sempre più insistenti sirene catalane, Vangioni e Rojas non hanno saputo riproporre il tandem letale sulla fascia sinistra, Ledesma ha perso continuità e leadership e Lanzini, la stella del Final 2013, si è letteralmente inceppato. Ma i problemi più gravi si sono registrati davanti, dove i neo-acquisti (incluso Mora) hanno brillato ben poco e gli addii di Trezeguet e Funes Mori si sono rivelati più pesanti del previsto. Ramon ha provato a lanciare qualche giovane promessa, come il Cholito Simeone, Federico Andrada, Juan Cruz Kaprof e Sebastian Driussi, ma l'inesperienza non ha permesso loro di evitare il record negativo di reti segnate dal club in un torneo: con 12 centri in 19 partite questo è infatti stato il peggior attacco della storia del River Plate.

L'anno di Ramon Diaz alla guida dei Millonarios si è dunque chiuso in modo deludente, ma il tecnico di La Rioja ha dimostrato di poter essere l'uomo giusto da cui ripartire e con cui ricostruire la squadra. L'Inicial chiuso al sedicesimo posto ha evidenziato certezze, speranze e delusioni, confermando la bontà di diversi talenti provenienti dalle Inferiores di Nunez e l'inadeguatezza di alcuni senatori, capitan Ponzio su tutti, incapaci di trascinare squadra e tifosi. 
Ramon, in attesa di capire chi sarà il nuovo Presidente e quali saranno le aspettative di mercato, dovrà puntare sui quei giovani che ha in parte coinvolto nel torneo appena concluso, dando loro spazio e fiducia. Sebastian Driussi ha conquistato una maglia da titolare nelle ultime due partite a suon di gol in Reserva, ma anche altri talenti sono ormai pronti al salto di categoria: su tutti l'attaccante Kaprof e il difensore Mammana. Nel frattempo le chiavi del centrocampo della Banda sono ormai proprietà di Matias Kranevitter, tucumano classe '93 di cui non si parla (per fortuna) abbastanza. È lui infatti la sorpresa dell'Inicial 2013, iniziato da riserva di Ledesma e Ponzio e concluso da titolare indiscusso. Tempi di gioco, grinta, piedi educati e tanta personalità: mancano solo un po' di esperienza e continuità, poi sarà pronto per il calcio che conta.

05 dic 2013

Un problema offensivo dell'Inter


L'Inter di Mazzarri malgrado l'atteggiamento prudente e i problemi delle sue punte è tra le squadre più prolifiche del campionato. C'è però un aspetto del gioco offensivo particolarmenre carente, che va migliorato e non è stato sufficientemente evidenziato.

Non tutte le azioni d'attacco riescono a produrre gol o tiri in porta. Oltre che per le reti segnate la presenza nei pressi dell'area avversaria si può notare anche dal numero di calci d'angolo battuti. Un dato che, in qualche modo, raccoglie tutte quelle azioni in cui i giocatori sono arrivati a disturbare la difesa, ma si sono trovati bloccati e si sono dovuti accontentare del minimo.
Nelle 15 partite stagionali l'Inter ha battuto 107 corner per una media di oltre 7 a partita. Un dato che conferma la trazione anteriore della squadra.
Da questa particolare situazione però sono nati solo 4 gol, e tutti con una certa componente di casualità: 3 contro l'Hellas Verona, di cui 1 autogol e 2 tap-in dopo rimpalli, e 1 contro l'Udinese con Ranocchia lesto ad approfittare di un'uscita a vuoto di Brkic. Un bottino utile sui singoli risultati, ma esiguo sul numero totale.

Percentualmente l'Inter ha trovato gol nel 3,74% degli angoli a disposizione. Un dato veramente esiguo, soprattutto considerando l'importanza dei calci piazzati nel calcio moderno.
I problemi ovviamente possono essere vari, dall'incapacità dei battitori, a un errore nella scelta degli stessi, ai pochi saltatori fino alla sfortuna. Tuttavia per una squadra che produce così tante situazioni simili non trovare un modo per renderle utili sembra veramente un peccato.




04 dic 2013

L'ultima giornata della Primera Argentina


La Primera Division argentina ci ha regalato negli anni combattutissimi finali a sorpresa.
Dal Velez che sotto la grandine e tra le polemiche batte e supera in classifica l'Huracan di Cappa, all'incredibile unione di risultati che ha portato a far vincere l'Arsenal, fino a uno storico triplo spareggio Tigre-San Lorenzo-Boca.

Il torneo di questo semestre è stato fin dall'inizio particolarmente combattuto. Tra le favorite in partenza si sono perse River e Racing, relegate addirittura agli ultimi posti, mentre ha saputo ripartire da zero il Boca di Bianchi. La scorsa giornata ha visto Lanus e proprio Boca pareggiare 2-2 malgrado la doppia inferiorità numerica degli uomini di Schelotto, mettendo forse fine ai sogni di titolo degli xeneizes, e il San Lorenzo non andare oltre lo 0-0 con l'Estudiantes, perdendo la chance di chiudere il torneo. Si è arrivati a una giornata dalla fine ad avere in 5 punti le prime 7 squadre, addirittura in 3 le prime 5. La classifica recita San Lorenzo 32, Lanus-Velez-NOB appaiate a 30, Arsenal 29, Boca 28.

La cosa incredibile, quasi da copione preparato, è che l'ultima giornata vede Newell's Old Boys - Lanus e Velez Sarsfield - San Lorenzo, praticamente un doppio confronto diretto per decidere il primo posto.
Tutto è nelle mani del cuervo che ha 2 punti di vantaggio e vedrebbe premiato un percorso abbastanza continuo e un grande lavoro sui giovani tipo Angel Correa. Ma queste cose in Argentina riservano sempre molte sorprese, con intrecci di risultati sorprendenti per alcuni e dolorosi per altri.
In caso di arrivo a pari punti non si guarderanno gli scontri diretti o i gol, ma si giocherà una nuova partita che sancirà il nuovo campione. Con più di 2 squadre a pari punti si realizzerà un mini-girone, come nel 2008. Che vinca il migliore. 



28 nov 2013

Intervista a Carlo Pizzigoni

A inizio novembre la finale tra Nigeria e Messico, vinta dalla squadra africana, ha rappresentato l'atto conclusivo del Mondiale Under-17 organizzato negli Emirati Arabi. Si tratta di una delle manifestazioni più interessanti a livello giovanile e ogni due anni è possibile avere un'anteprima di ciò che il calcio potrà presentare a livello globale in un futuro più o meno prossimo. Avendo seguito con grande curiosità l'intero evento, abbiamo deciso di contattare il giornalista Carlo Pizzigoni, esperto e appassionato di calcio giovanile e sudamericano.


 
Partiamo dalla nazionale italiana e dal caso Bonazzoli. L’attaccante dell’Inter è stato escluso a sorpresa dal CT Zoratto ed è difficile credere si tratti soltanto di una scelta tecnica.
No, non si tratta assolutamente di una scelta tecnica, ma di una decisione presa a livello federale. Ovviamente l’esclusione di Bonazzoli mi ha colpito molto, perché stiamo parlando di quello che a mio avviso è il miglior under-17 italiano: un talento che meriterebbe già di giocare qualche spezzone in prima squadra.

In questa competizione l’Italia ha espresso un gioco carente, improntato sulla solidità e sull’ordine tattico. Ritieni accettabile che una squadra giovanile punti innanzitutto al risultato, dimenticandosi della qualità del gioco?
No, soprattutto se questo va in aperto conflitto con quanto dichiarato dal coordinatore tecnico delle Nazionali giovanili Arrigo Sacchi, che nel suo “manifesto” parlava apertamente dell’importanza delle prestazioni rispetti al risultato.
In ogni caso, vorrei fare una premessa: il Mondiale U-17 è la prima competizione di un certo livello che questi ragazzi affrontano, quindi è impossibile quanto ingiusto nei loro confronti dare giudizi trancianti. Proprio per questo motivo tendo a preferire le competizioni under-20, perché i giocatori si conoscono, hanno già esperienze significative ed è possibile iniziare a giudicare e valutare.
Tuttavia l’Italia U-17 ha espresso un gioco insufficiente, mettendo in campo lo stesso modulo sia all’Europeo che al Mondiale, costringendo molti giocatori ad adattarsi a ruoli e compiti poco nelle loro corde. La mia idea è che a questo livello i ragazzi debbano innanzitutto essere liberi di giocare. Prendiamo la Nigeria: nel corso di tutto il torneo i ragazzi di Manu Garba hanno dato l’impressione di divertirsi, hanno espresso un calcio “felice” e propositivo, commettendo diversi errori, ma interpretando il gioco per ciò che dovrebbe essere a livello giovanile. L’Italia invece era una squadra bloccata, in cui ognuno giocava con il freno a mano tirato.

Gran parte dei media e degli addetti ai lavori erano d’accordo nell’indicare Alberto Cerri, centravanti del Parma, come la stella della squadra azzurra. Il capitano degli azzurrini secondo te ha deluso le aspettative?
Come dicevo prima, è sempre molto difficile valutare un giocatore di diciassette anni soltanto per quanto mostrato in occasione di alcuni tornei internazionali. A mio avviso Cerri ha giocato un Mondiale sotto tono, ma si tratta di un ottimo giocatore e di un prospetto di sicuro valore. Credo abbia futuro e sia necessario avere un po’ di pazienza prima di poterlo giudicare.

L’Argentina di Humberto Grondona si è presentata al Mondiale come squadra campione del Sudamerica, ma nel corso della manifestazione anche l’Albiceleste non ha brillato per il livello di gioco espresso. Questo è un problema che si registra ormai da tempo a livello giovanile, qual è il tuo punto di vista a riguardo?
L’aspetto che più mi ha deluso e indignato è l’attitudine della nazionale argentina. I ragazzi di Grondona nel corso del torneo hanno tenuto un atteggiamento intimidatorio nei confronti degli avversari e non si tratta di una casualità, perché anche in occasione del Sudamericano di categoria avevano dato questa impressione. È inaccettabile e la trovo una cosa disgustosa: la semifinale giocata contro il Messico rappresenta il punto di non ritorno. Tutto questo non può che partire dall’allenatore, Grondona, che anche sul piano del gioco non si è certo distinto. La Seleccion, non un concentrato memorabile di talento, è l’immagine del degrado del futbol albiceleste. La società argentina sta vivendo un brutto momento e questo si ripercuote inevitabilmente sul calcio. Ne è un chiaro esempio l’inarrestabile spirale di violenza che si registra dentro e fuori il calcio.

A livello di singoli talenti, chi ti ha impressionato oltre alla stellina Driussi?
Non si tratta di una delle migliori U-17 che io ricordi, ma qualche giocatore interessante si è sicuramente visto. Oltre a Driussi, a me è piaciuto molto anche il suo compagno di squadra al River Plate, Emanuel Mammana. Guardando le partite in televisione è molto più facile che balzi all’occhio il giocatore offensivo, perché non è possibile apprezzare a pieno i movimenti, le coperture, la leadership, ma Mammana mi ha dato l’impressione di essere un difensore tosto, rapido ed elegante. Lui e Driussi sono senza dubbio i giocatori di maggior prospettiva. Leonardo Suarez invece ha talento, però è troppo lezioso e fisicamente non c’è proprio.

A differenza di Italia e Argentina, il Brasile, pur essendo stato eliminato in modo sorprendente ai quarti di finale, ha espresso un ottimo gioco, dando l’impressione di essere una squadra già matura.
Al Brasile manca solo un po’ di determinazione, perché a livello giovanile le squadre verdeoro non hanno mai raccolto i risultati meritati dal punto di vista della qualità di gioco espressa. La loro eliminazione è stata a dir poco sorprendente, considerati i talenti e l’organizzazione messa in mostra. È stupefacente vedere quanti giocatori di talento abbia potuto chiamare in ogni ruolo il CT Alexandre Gallo. In particolare sono stato felicissimo di vedere molti ragazzi provenienti dal Nordest, una terra straordinaria popolata da bravissima gente.

Come hai accennato, la Seleçao ha messo in mostra una quantità impressionante di talenti. Quali sono quelli che più ti hanno colpito?
In questo caso limitarsi a due o tre nomi è impossibile. Partendo dalla difesa, il portiere della Fluminense Marcos e il difensore Lucas mi piacciono molto, così come entrambi i terzini Abner e Auro. Il primo è già abbastanza conosciuto, un cavallo di razza finito sotto i riflettori dopo un Sudamericano giocato ad altissimi livelli, mentre il secondo è meno potente, ma più raffinato e tattico. Poi ci sono i due centrocampisti Danilo e Gustavo, più il pacchetto offensivo con i vari Nathan, Boschilia e Kenedy, che in questo momento preferisco a Thiago Mosquito.

A proposito di Nathan…
È spuntato dal nulla, quando l’ho visto in campo al Mondiale ho pensato: “E questo?! Da dove sbuca?!”. Fin dal primo pallone toccato ha dimostrato di essere un talento straordinario. Ho cercato di ottenere qualche informazione da fonti brasiliane e mi è stato riferito che il suo club, l’Atletico Paranaense, fino a poco tempo fa lo ha letteralmente tenuto nascosto per non perderlo a una cifra irrisoria, non facendolo giocare in nessuna competizione di categoria.

Indio: da stella dell’Under-15 a riserva, cosa ne pensi del suo percorso?
Indio purtroppo gioca nel Vasco da Gama, una società disastrata in mano a un folle, e questo sicuramente non ha contribuito a favorire la sua crescita. Mi sono innamorato di lui quando giocava nel Brasile U-15, ma in questo momento è ancora quello stesso identico giocatore: non è cresciuto, non è decisivo e inoltre sta iniziando a pagare dazio anche da un punto di vista fisico, non avendo particolari doti né sul breve né tantomeno sul lungo. Un altro talento di scuola vascaina che non sta confermando le magnifiche doti messe in mostra due anni fa è Thiago Mosquito. Il Vasco, proprio a causa di questa gestione scellerata, lo ha perso per due lire, ma anche lui non è cresciuto molto fisicamente e non sembra più essere quella macchina da gol della Seleçao Under-15.

Auro, Lucas, Gustavo e Boschilia provengono invece tutti dalle giovanili del San Paolo.
Il Tricolor, nonostante problemi rilevanti al settore giovanile, si conferma una società in grado di produrre talenti di livello con grande continuità. A volte può capitare che qualcuno di questi goda di immeritata pubblicità e non rispetti le attese venutesi a creare, come ad esempio nel caso di Bruno Uvini, ma la loro capacità di costruire giocatori “veri” è indiscussa. Lucas, Gustavo e Boschilia -quello che più ha sorpreso, crescendo moltissimo- ritengo siano chiari esempi di giocatori da San Paolo: solidi e di grande qualità.

Nonostante il terzo posto della Svezia, le selezioni europee hanno faticato molto. Può aver pesato l’assenza di squadre come Spagna e Germania?
In generale si è trattato di un Mondiale molto povero da un punto di vista tecnico. La Svezia non ha messo in mostra nulla di clamoroso e lo stesso Messico finalista ha espresso un livello di gioco mediocre. Proprio per questo motivo il rammarico per il torneo disputato dagli azzurrini è notevole. L’assenza della Spagna è stata sicuramente un brutto colpo per il livello medio, ma non è giusto togliere meriti alle squadre che si sono qualificate conquistando l’accesso agli Europei di categoria. Va invece fatto un discorso diverso per quanto riguarda la Germania, che recentemente non ha poi così brillato nella produzione di talenti nelle varie Under.

Ultima domanda: le squadre africane?
A mio avviso le due africane, Nigeria e Costa d’Avorio, hanno fatto molto bene. Le ho seguite in occasione della Coppa d’Africa Under-17 e il Mondiale ha confermato le mie impressioni: sono due gruppi che rappresentano alla perfezione gli stili di gioco storici delle due nazionali. Nella Nigeria meritano una menzione particolare Kelechi Ihaeanacho, votato Pallone d’Oro della competizione, e il terzino destro Musa, a mio avviso il miglior laterale del torneo. Tra gli ivoriani segnalo invece il potente difensore Kessie e Aboubakar Keita, centrocampista molto elegante.


In collaborazione con G.D.C.
Si ringrazia ancora Carlo Pizzigoni per la disponibilità e la cordialità. Trovare addetti ai lavori con la sua competenza e passione non è cosa facile né scontata.

27 nov 2013

Diego Costa e i suoi fratelli (ovvero i brasiliani ignorati dal Brasile)


Diego Costa sembra una mia personale ossessione (e in parte lo è), ma è semplicemente un giocatore attorno a cui viene naturale sviluppare diversi discorsi. Uno di questi è la tendenza della CBF di ignorare certi giocatori che potrebbero essere utili alla nazionale perchè di formazione europea.
Brasiliani di nascita, ma calcisticamente cresciuti ed educati lontani da casa per mille motivi, di fatto vengono ignorati finchè o cambiano passaporto o maturano completamente, mentre al contrario i giocatori "locali" accumulano molta esperienza di selecao fin da giovani.
Per entrambi i casi si possono fare diversi esempi.

Tralasciando Diego Costa di cui si è già parlato, negli ultimi anni diversi giocatori eleggibili per il Brasile sono andati a rinforzare altre nazionali.
L'ultimo in ordine di tempo è Thiago Motta. Nato in Brasile, trasferitosi in Spagna a 17 anni, dopo essersi rilanciato al Genoa e aver vinto tutto con l'Inter ha deciso di vestire la maglia azzurra senza troppi rimpianti, diventando un elemento importante nello scacchiere di Prandelli.
Ha trovato discreta fortuna con la Spagna Marcos Senna. Nato in Brasile, si trasferisce a Vilareal a 26 anni e qui passa tutta la sua carriera europea. Nel 2006 la nazionale roja lo chiama e Marcos si rivela un giocatore fondamentale per la conquista dell'Europeo 2008, il primo tassello del dominio spagnolo all'alba dell'era tiqui-taka.
Anche Pepe, che per quanto sempre discusso è alla sua settima stagione al Real Madrid, nasce in Brasile e si trasferisce in Portogallo a 18 anni. Maritimo, Porto e appunto Real le sue squadre, che lo hanno portato alla nazionale portoghese nel 2007 (pare rifiutando una chiamata di Dunga per il Brasile).
Prima di loro è il caso di citare Deco, giocatore rivelazione del Porto di Mourinho e protagonista assoluto del Barcellona di Rijkaard. Nato in Brasile, arriva in Portogallo a 19 anni ed esordisce col Portogallo nel 2003 proprio contro la sua nazionale di nascita segnando pure un gol decisivo.
No, non ho intenzione di citare Amauri.
In tutti questi casi è da segnalare il silenzio della federazione brasiliana. Evidentemente solo il numero 19 dell'Atletico merita certe attenzioni.
Ovviamente si trovano anche casi simili per le giovanili, ma a quel livello indubbiamente i selezionatori hanno il vantaggio di poter contare su un bacino di talenti pressochè illimitato in loco. Tuttavia qualcosa di buono sboccia anche all'estero, per citarne due Rodrigo e Jorginho.
Rodrigo del Benfica nasce in Brasile, cresce nelle giovanili del Celta Vigo, arriva al Real Madrid a 19 anni e diventa un titolare nel Benfica. Comincia con la Spagna nel 2009 con la selezione Under 19, mettendo insieme 37 presenze e 26 gol nelle varie giovanili.
Jorginho è la rivelazione dell'Hellas Verona. Nato in Brasile, cresciuto nel vivaio gialloblu, dopo essersi imposto in Serie B ha ricevuto la convocazione per l'Under 21 italiana.

Altri giocatori non hanno "tradito", attendendo con pazienza un'occasione.
Di recente Maxwell e Dante hanno vista premiata una lunga attesa. Il terzino dopo 12 anni di carriera in Europa fa il suo esordio col Brasile a 32 anni. Il centrale, che ha sviluppato la sua carriera tra Francia, Belgio e Germania, fa il suo esordio in nazionale a 30 anni dopo aver vinto tutto col Bayern Monaco.
Un altro ritardatario che adesso ha un posto è Hulk. L'ex Porto dopo una carriera particolare arriva compiutamente alla nazionale (l'esordio vero è nel 2009, ma poi il nulla) nel 2012 come fuoriquota per le Olimpiadi, a 27 anni.
Willian, ex Shakthar ora al Chelsea, è un caso abbastanza emblematico: giocatore dell'Under20 finchè è rimasto in Brasile, viene convocato per un'amichevole a 23 anni e rivede la nazionale solo a 25 dopo ottime prestazioni nel girone di Champions. Il suo ex compagno Fernandinho, malgrado grandi stagioni in Ucraina e un trasferimento record al City dove gioca titolare, invece aspetta ancora di tornare tra i convocati dopo le presenze raccimolate nel 2011 (a 26 anni). Entrambi si sono trasferiti allo Shakthar da giovani.
Ci sono poi i compagni di Diego Costa, Filipe Luis e Joao Miranda. Il terzino sbarca in Europa a 20 anni e sviluppa la sua carriera in Spagna tra Deportivo e Atletico. Oggi è uno dei migliori mancini del campionato eppure non vede la nazionale dal 2009. Miranda, decisivo addirittura in finale di Coppa del Re, giocava in nazionale con Dunga quando faceva ancora parte del San Paolo, mentre oggi viene ignorato.
Infine c'è il caso di Fernando Reges. Pescato dal Porto a 19 anni nella terza divisione brasiliana, gioca da sempre nella Primeira Liga e ha collezionato 11 titoli in 6 stagioni con la sua squadra. Nessuno dal Brasile l'ha mai cercato dopo un Sudamericano Under20.

Presunzione? Snobismo verso un calcio diverso? Troppi talenti da gestire? Semplice miopia?

18 nov 2013

Lucas Romero


Il Velez oltre ad essere protagonista sul campo nell'era Gareca lo è stato anche sul mercato esportando in Europa diversi giocatori, dalla prima generazione dei vari Nicolas Otamendi, Jonathan Cristaldo, Maxi Moralez, Ricky Alvarez, Augusto Fernandez fino ai più recenti Gino Peruzzi e Facundo Ferreyra. Il Fortin ha sempre dimostrato di saper produrre talenti, Lucas Romero è l'esponente più in vista della nuova generazione.

Nato il 18 Aprile 1994 gioca in pianta stabile con la prima squadra dalla stagione 2012/2013, con esordio il 9 Settembre 2012 contro l'Estudiantes. Gareca si fida molto di questo ragazzo e lo schiera diverse volte da titolare, in particolare nelle coppe dove serve più palleggio, come regista davanti alla difesa.
Fisicamente piccolo (172cm di altezza), compensa la scarsa fisicità con un'ottimo posizionamento, sia nel coprire le linee di passaggio che nell'andare a contrastare. Tatticamente molto disciplinato, si propone sempre ai compagni per ricevere palla e far partire l'azione. A quanto dice l'indicazione principale del suo allenatore è stata di alzare la palla solo quando non c'è nessun'altra opzione, quindi il suo stile di gioco è molto da tiqui-taca, con scarichi veloci palla a terra sul compagno smarcato più vicino. Tende abbastanza al possesso e all'orizzontalità, ma quando il Velez deve alzare i ritmi dimostra di non aver problemi a giocare in verticale velocizzando i tempi.
Tecnicamente presenta un destro raffinato nel controllo, continuità e precisione nei passaggi e visione. Non usa praticamente mai il sinistro. Malgrado il fisico sa eludere il pressing con la tecnica e un buon dribbling sullo stretto. Non ha progressione nè particolare propensione a spingersi in avanti, si fa trovare però spesso pronto al tiro sui palloni ribattuti appena fuori area. Ha una buona personalità e non ha paura di cercare il tiro da lontano, che però deve ancora migliorare.
Oltre alle esperienze nel club, vanta anche la convocazione nella selezione Under 20 dell'Argentina nel 2013.

Come idea è un giocatore che può ricordare Marco Verratti, pur avendo uno stile di gioco differente e dovendo ancora crescere. Il suo impatto in Europa dipenderà anche dallo sviluppo fisico. Per com'è oggi potrebbe diventare un ottimo elemento o migliorando nella rapidità e quindi in fase difensiva o aggiungendo fosforo al suo possesso palla.
L'età e la serietà sono dalla sua, servirà una squadra che creda in lui e gli fornisca il contesto migliore per esprimersi.

04 nov 2013

Il Milan e le faide societarie


Un vecchio detto recita che piove sempre sul bagnato e le dichiarazioni di Barbara Berlusconi post Milan-Fiorentina non fanno che confermare la lungimiranza della saggezza popolare.
L'Ansa riporta che Barbara, in un colloquio col padre Silvio Berlusconi, ha chiesto un deciso cambio di rotta nella gestione della società, notando che nelle ultime due campagne acquisti il club non ha speso poco ma male. I motivi dell'attuale crisi rossonera sarebbero stati individuati nella mancata programmazione, nell'assenza di una moderna rete di osservatori e in una campagna acquisti e cessioni estiva errata, che non ha tenuto conto delle indicazioni della proprietà.
Parliamo di cose evidenti a chiunque segua il campionato con un'infarinatura di luoghi comuni sempre comodi sullo scouting e sui giovani.

Ciò che mi lascia perplesso è che Barbara Berlusconi non è esattamente elemento esterno al Milan. Fa parte dell'organigramma societario dall'Aprile 2011, risultando Consigliere Incaricato con Delega ai Progetti Speciali, e ha per forza di cose un rapporto diretto se non privilegiato col proprietario e Presidente onorario nonchè col Vice Presidente.
Ha preso atto di tutti questi errori di gestione all'improvviso una notte di Novembre 2013? Non è mai stata interpellata nelle scelte malgrado il ruolo? Non ha mai trovato il modo di discutere coi dirigenti nonostante il peso del suo cognome? Alternativamente, è stata la Cassandra degli ultimi 2 anni di gestione (a spanne), unica a ergersi contro una dirigenza allo sbando, inascoltata per motivi insondabili, o meglio per la miopia e l'arrogante chiusura ai consigli esterni?
Difficile credere alla sua totale estraneità, di sicuro si vuole costruire a Barbara un'immagine pulita. Chi si ricorda della famosa ricerca che spinse il padre a trattenere Thiago Silva? Anche quella notizia volta a dare un ruolo positivo a una figura fino a quel momento più da gossip che altro. Lei, emanazione di Silvio, è il bene del presente e del futuro del Milan. Altri, che fanno danni, sono il male e probabilmente hanno fatto il loro tempo.
La divisione interna è evidente dalla chiusura della notizia precedente. Le indicazioni della proprietà sono state corrette, hanno sbagliato tutto gli esecutori. Per quanto poi arrivino smentite difficile pensare che non ci si riferisca al Vice Presidente Vicario e Amministratore Delegato Adriano Galliani col fido Direttore Sportivo Ariedo Braida. Altrettanto difficile pensare che quanto dice la figlia non sia concordato col proprietario Berlusconi, che magari certe cose non può dirle per motivi personali.

In un momento tecnico difficilissimo forse l'ultima cosa che poteva servire era il mettere in piazza gli scontri in atto (da qualche anno, pare) dietro le quinte. Allegri, uomo di Galliani, che già aveva pochi motivi di stare sereno, adesso è definitivamente sulla graticola.

30 ott 2013

Tre considerazioni sull'Inter di Mazzarri


Tre rapide considerazioni sull'Inter, due legate a certe contingenze e una più universale.
  • I tifosi chiedono a gran voce l'inserimento di una punta vera insieme all'eccellente Palacio per trovare nuovi sfoghi al gioco offensivo. Desiderio più che logico, ma da rimandare a tempi più propizi. La prima contingenza riguarda infatti lo stato del reparto d'attacco nerazzurro. Dei quattro giocatori in rosa Milito è infortunato e Belfodil (che per anarchia tattica non sembrava in ogni caso tra i preferiti) squalificato. Alle loro assenze si aggiunge una condizione fisica quantomeno precaria di Icardi, che fino a oggi si è dimostrato tanto incisivo sotto porta quanto incapace di fornire un apporto fisico sufficiente. Lo stesso Mazzarri ha voluto sottolineare che Mauro non ha più di 20-30 minuti nelle gambe per non meglio specificate noie fisiche. Anche volendo considerare i Primavera, ad oggi l'allenatore ha preferito convocare Donkor, un difensore, che uno degli attaccanti a disposizione. Impossibile pensare oggi di schierare le uniche due punte disponibili da titolari, soprattutto sapendo che una delle due non fornisce garanzie fisiche. 
  • La seconda contingenza riguarda il ruolo di Kovacic. La scelta è residuale, deriva diciamo logicamente da una catena di altre opzioni. Innanzitutto il croato è un talento con degli ovvi limiti di maturità , ma evidentemente considerato più pronto mentalmente di Belfodil e fisicamente di Icardi. Il suo ruolo naturale sarebbe nel centrocampo (dove di preciso è materia di dibattito), ma il tecnico toscano chiede un grande lavoro fisico ai suoi centrocampisti soprattutto in fase difensiva. In questo si fida evidentemente di più sia di Taider che di un Alvarez che ha sia maggior fisicità che maggior esperienza che tutt'altra condizione psicologica. Resta scoperto solo lo spot da seconda punta, anche per via dei problemi di cui sopra. Mazzarri può tranquillamente non pensare che quello sia il ruolo migliore del giovane croato, ma oggi può schierarlo solo in quella zona, confidando che il ragazzo nel frattempo guadagni condizione e convinzione.
  • Passando a un concetto più generale, le partite con Verona e Atalanta dimostrano che oggi il baricentro del gioco dell'Inter è Ricky Alvarez. A prescindere dal ruolo in cui è schierato l'argentino è il giocatore che tocca più palloni, in un certo senso il regista della manovra nerazzurra. Ne consegue che se schierato più avanti il gioco dell'Inter tende a scavalcare il centrocampo per cercarlo più velocemente possibile e fargli cucire la trama, mentre se schierato da interno tutto il reparto mediano tende a gestire più palloni e a far partire l'azione da più dietro.

16 ott 2013

Il caso Diego Costa (ovvero i problemi dei ricchi)


Dato il livello di prestazioni che sta fornendo e i risultati del suo Atletico Madrid, non sono stato esattamente l'unico a notare Diego Costa. Il centravanti ha infatti il doppio passaporto (brasiliano di nascita, spagnolo acquisito) ed è finito al centro di una disputa tra federazioni: la Spagna lo prenderebbe volentieri, il Brasile non ci sta a perderlo. L'ultima parola spetta proprio a lui, e ogni nazionale ha pro e contro da valutare.

Innanzitutto specifichiamo che se si può parlare di una contesa è tutta colpa della CBF e di Luis Scolari. Il ct lo ha totalmente ignorato per 2 anni convocandolo solo per 2 amichevoli e lasciandolo a casa per la Confederations Cup. In quell'occasione la riserva di Fred era Jo, e a livello di rosa gli sono stati preferiti in altri ruoli Jadson e Bernard. Motivi di risentimento può averne e solo lui può stabilire se concede più soddisfazione cambiare squadra o vedere ammesso l'errore. 
Tecnicamente poi è da vedere se Scolari è disposto a panchinare il "suo" Fred capocanonniere della Confederations, accantonando anche Jo e scartando definitivamente altri giocatori nel giro della nazionale come Leandro Damião e Pato. E occhio che c'è già chi chiede di mettere Neymar nel ruolo di punta centrale.
Diego Costa sarebbe il terminale perfetto per una squadra con tanti rifinitori leggeri come il Brasile attuale, ma il Brasile è disposto a risconoscergli il ruolo che merita?

La Spagna dal canto suo è, semplicemente, la Spagna. Per quanto un centravanti con le sue capacità di gioco possa sembrare lo sfogo ideale del possesso palla, Fernando Torres, Roberto Soldado, Alvaro Negredo, David Villa e Fernando Llorente sanno benissimo che essere attaccanti spagnoli nel post 2010 significa bene o male raccogliere le briciole. Diego Costa sarebbe un nome in più in una rosa già fin troppo affollata (considerando solo le punte, senza nemmeno iniziare a parlare dei rifinitori).
Una sua convocazione suonerebbe molto come uno sgarbo fatto sull'onda emotiva del grande successo spagnolo del giocatore. Col rischio concreto di veder finire tutto dopo una manciata di presenze.

Una guerra tra ricchi, ma anche un'innegabile opportunità per il numero 19, che ha in mano una scelta rara quanto importante per il suo futuro.

14 ott 2013

Top Argentina - Nomi delle tifoserie

Quante volte durante la telecronaca di una partita avete sentito nominare la Doce? E i Borrachos del Tablon? Le barra bravas argentine, al pari dei giocatori, hanno un loro soprannome e in questa puntata di Top Argentina abbiamo deciso di stilare la nostra classifica.
La grande esclusa è proprio la Doce xeneize, che, pur essendo una delle tifoserie più famose a livello mondiale, ha un nome comune a qualsiasi latitudine. Le sorprese invece non mancano e sono rappresentate dalle hinchadas di club sconosciuti ai più e non militanti nella massima serie del campionato albiceleste. In particolare le ultime tre della classifica sono state premiate per la  stravaganza del loro nome.


15. Sportivo Desamparados - La Guardia Puyutana: il nome fa riferimento al quartiere di origine. Lo stadio si trova vicino al barrio Puyuta e anche se non esattamente al suo interno tutta la zona dei Desamparados era chiamata puyuta, che significa terre povere e aride. Grazie al nome di Guardia Puyutana hanno stretto amicizia con l'hinchada del Racing.

14. Ferro Carril Oeste - La Banda 100% Caballito: porta questo nome l'hinchada del Club Ferro Carril Oeste, squadra storica del calcio argentino fondata nel 1904. Con questo nome i tifosi intendono rivendicare le proprie origini e il legame col loro quartiere, anche Caballito infatti è il nome del barrio in cui si trovano la sede sociale e lo stadio del club, considerati tanto importanti da essere dichiarati sito di interesse culturale dalla città di Buenos Aires.

13. Aldosivi - La Pesada del Puerto: il nome pare sia dovuto al peso di un sonaglio di grandi dimensioni che i tifosi di Mar del Plata erano soliti portare con loro e al legame con il porto della "città felice", culla del club. La tifoseria, tuttavia, per anni si è chiamata "Numero 12" a causa di una parentela tra il capo dei vecchi squali e quello della ben più famosa Doce del Boca Juniors. Soltanto dopo anni la hinchada del Tiburon è riuscita tornare al vecchio soprannome.

12. San Martin de San Juan - La Banda del Pueblo Viejo

11. Independiente Rivadavia - Los Caudillos del Parque


10. Rosario Central - Los Guerreros

9. Talleres - La Fiel

8. Belgrano - Los Piratas Celestes de Alberdi: detta anche La Primera Barra perchè fondata per prima nella provincia di Cordoba, la versione più ricorrente dell'origine del nome fa riferimento all'abitudine dei tifosi del club negli anni sessanta di saccheggiare letteralmente i paesi che visitavano in trasferta. Fieri delle loro origini ancora oggi i tifosi del Belgrano sono noti per rubare stemmi e bandiere.

7. Newell's Old Boys - La Hinchada Mas Popular

6. River Plate - Los Borrachos del Tablon: il nome dello zoccolo duro della barra brava del River Plate, una delle più conosciute anche nel Vecchio Continente, non ha origini particolari. La traduzione letterale è "gli ubriachi della tribuna", del tablon, la tavola, poichè inizialmente gran parte delle tribune erano costruite con assi di legno. Curiosità: il numero 14, ricorrente su striscioni e tamburi della barra, nella smorfia argentina rappresenta il borracho.

5. Gimnasia Jujuy - Los Marginados

4. Gimnasia de Mendoza - Los Famosos 33: "Vediamo, ora li conto. Trentuno, trentadue e... trentatré! Sì, nella tribuna del Gimnasia non ci sono più di trentatré tifosi". Chissà se Marcelo Houné, cronista di Radio Libertador, immaginava di aver appena segnato il nome di un'intera tifoseria quando, in un gelido e umido pomeriggio invernale a pochi chilometri dal confine cileno, contò i pochi eroici tifosi presenti allo stadio.


3. San Lorenzo - La Gloriosa Butteler: il nome completo è La Gloriosa Plaza Butteler, poichè la maggior parte dei fondatori viveva nei pressi di Plaza Butteler, barrio di Boedo, dove erano soliti incontrarsi prima di dirigersi al Gasometro, il Wembley Porteno, casa del Club Atletico San Lorenzo de Almagro.

2. All Boys - La Peste Blanca: il nome fa riferimento alla malattia incurabile che colpisce i sostenitori del Club Atletico All Boys. Propriamente con peste blanca si intende la tubercolosi, e il colore richiama la camiseta della squadra, completamente bianca.

1. Racing - La Guardia Imperial: la tifoseria in generale del Racing Club de Avellaneda è identificata come "La Numero 1", ma il gruppo più celebre e conosciuto è senza ombra di dubbio La Guardia Imperial. L'origine è da attribuire agli anni '30 e al giornalista Americo Barrios, che però non ci ha lasciato in eredità la sua fonte di ispirazione: c'è chi dice l'esercito spartano, chi la Guardia Imperiale di Napoleone Bonaparte. La certezza è che il solo nome mette i brividi.


In collaborazione con G.D.C.

02 ott 2013

Un Superclasico di fantasia


Questa è la settimana del Superclasico e, come ogni semestre, ci si ritrova a scrivere di un intero Paese che si ferma, di una metropoli paralizzata e di milioni di cuori che per novanta minuti interrompono il loro battito. Ma mai come negli ultimi tempi si è fatta sentire l'assenza di spunti tecnici e di stelle di cui parlare, perchè River-Boca è sempre stata una sfida cruenta, di garra e di nervi, ma anche di classe, di grandi giocate e di magnifici giocatori.

L'impoverimento del Superclasico è il riflesso di quanto accade più in generale per il movimento calcistico argentino, sempre fascinoso per tradizione e costante imprevedibilità, quanto orfano dei talenti che anni fa imperversavano su tutti i campi della capitale e dell'interior. I giocatori migliori resistono in patria soltanto il tempo necessario a essere esposti in vetrina e prenotare il biglietto per l'Europa. C'è chi entra dalla porta principale passeggiando su un tappeto rosso, come Aguero e Erik Lamela, c'è chi sceglie la porta di servizio, come Gaitan, Blanco e Ferreyra e c'è chi se ne va in tenera età, come Icardi e Leo Messi. Le fortune sono alterne, ma l'emigrazione calcistica del futbol argentino è una certezza che in fondo anche l'Italia, meta predestinata, conosce molto bene.

Che cosa potrebbe essere allora River Plate-Boca Juniors se i talenti che hanno calcato l'erba del Monumental e della Bombonera fossero rimasti in Argentina? Per puro divertimento abbiamo provato a schierare delle formazioni composte da giocatori che sono cresciuti nei vivai dei due club o che hanno avuto dei trascorsi più o meno di rilievo nelle due squadre, lasciando da parte qualsiasi velleità di trovare una parvenza di credibilità ed equilibrio tattico.
 


Partiamo dai padroni di casa: per il River le numerose opzioni hanno portato a un 4231 a trazione iper-offensiva e di cui il maestro Marcelo Bielsa sarebbe indubbiamente orgoglioso. Tra i pali confermatissimo Barovero, saracinesca del River di Ramon Diaz e portiere che da anni si esprime a ottimi livelli. Davanti a lui una linea a quattro con Roberto Pereyra, Demichelis, Mascherano e Vangioni, l'altro giocatore della Banda attuale riproposto in questo undici. In mediana Esteban Cambiasso e Lucho Gonzalez, i capitani di Inter e Porto. Il quartetto offensivo però è la ciliegina sulla torta, con Lamela, Higuain -nel River ha iniziato da trequartista e la scelta di riproporlo in quel ruolo è votata al romanticismo- e Alexis Sanchez alle spalle del Tigre Radamel Falcao.
 


Per il Boca, come per gli avversari di sempre, la scelta è di optare per un 4231, con una difesa arcigna a coprire una mediana e un'attacco tutti genio e sregolatezza. Tra i pali anche in questo caso confermato il portiere attuale: Agustin Orion. In difesa, da destra a sinistra, Facundo Roncaglia, Nico Burdisso, il Muro Walter Samuel e Clemente Rodriguez -giuriamo che Riquelme non ha avuto voce in capitolo-. La mediana non brillerà per fosforo, ma Guarin e Banega garantiscono forza fisica e talento a volontà. Sulla trequarti ecco Nico Gaitan, Juan Roman Riquelme e Carlitos Tevez a formare un trio meraviglioso alle spalle dell'unica punta Rodrigo Palacio.
 
Per quanto tatticamente improbabili, non male, eh?


In collaborazione con G.D.C.

27 set 2013

L'importanza di chiamarsi Campagnaro


L'arrivo di Hugo Campagnaro a parametro zero all'Inter è uno dei colpi di mercato più sottovalutati dell'anno. L'età non verdissima (parliamo di un classe 1980) e il basso profilo della carriera hanno fatto passare in sordina un acquisto che si sta rivelando fondamentale per le dinamiche della squadra nerazzurra.
In questo di sicuro ha una certa importanza la presenza di Walter Mazzarri, con cui Campagnaro lavora da 7 stagioni consecutive. La carriera del roccioso difensore argentino ha avuto dinamiche particolari, forse uniche, e il lavoro del tecnico toscano è stato fondamentale per il definitivo salto di qualità. A vederlo giocare oggi sembra impossibile che nasca attaccante nelle divisioni inferiori argentine e venga trasformato in difensore solo in Italia.
Nel 2007 la Sampdoria lo preleva dal Piacenza in Serie B e grazie a fisico, cattiveria agonistica e intensità si guadagna un posto nella difesa a 3 che con Mazzarri non perderà più. Il suo rendimento è tale da farlo esordire in nazionale Argentina nel 2012, a 31 anni, diventando un elemento fisso nelle convocazioni di Sabella.

Il reale impatto di Campagnaro nell'Inter va oltre ciò che è immediatamente percepibile.
Grande leadership difensiva, gestione della linea e personalità si sono viste dalla prima partita, e non a caso il reparto è cambiato totalmente rispetto alla scorsa stagione. Guardando le statistiche parliamo del primo in rosa per spazzate in area, del terzo per tackle a partita e per contrasti aerei vinti, del secondo per intercetti e per tiri bloccati. Le sue chiusure e i suoi recuperi sono negli occhi di tutti i tifosi.
Per questo l'Inter ha puntato su di lui a zero come difensore, ma è nella gestione della sfera che Campagnaro si rivela un elemento sorprendente. I trascorsi da attaccante evidentemente gli hanno lasciato in eredità una buona capacità tecnica. Regolarmente è il primo o al massimo il secondo giocatore per tocchi di palla a partita, di gran lunga quello con la maggior media di passaggi effettuati, il terzo per lanci lunghi accurati e il migliore per percentuale di passaggi riusciti tra i titolari. In un certo senso è il vero regista arretrato dell'Inter, l'uomo incaricato di far cominciare l'azione dalla difesa (un ruolo simile, ma più limitato, lo copre anche Juan Jesus). Curiosamente è anche il giocatore che subisce più falli a partita, a testimonianza della sua capacità di avanzare palla al piede. Del resto già col Napoli era stato il miglior difensore per dribbling riusciti in tutta Europa.

In totale, otteniamo il secondo giocatore di tutta la rosa per rendimento, dietro a uno stellare Ricky Alvarez. Non male per uno partito dal nulla.

25 set 2013

Diego Costa


L'Atletico Madrid di Simeone è una squadra con molti pregi, tra cui quella di avere giocatori giovani in evoluzione. Il contesto creato negli anni e raffinato dal tecnico argentino aiuta tutti a rendere al meglio, e in questo inizio di stagione è impossibile ignorare Diego da Silva Costa.

Attaccante brasiliano classe '88, è di proprietà dell'Atletico fin dal 2007 dopo gli inizi in Portogallo. Ceduto in prestito 4 volte, 2 in Liga adelante (Celta Vigo e Albacete) e 2 in Liga (Valladolid e Rayo Vallecano), con un totale di 34 gol, con l'Atletico inizia effettivamente a giocare nel 2010/2011, trovando 28 presenze e 6 gol. Ai tempi si presenta come una prima punta fisica con discreto senso del gol e molto lavoro da fare per sgrezzarsi tecnicamente.
Decisiva per la sua maturazione l'ultima esperienza al Rayo nel secondo semestre della stagione 2011/2012, sia perchè ha trovato continuità e titolarità (che con Falcao non poteva avere) sia perchè doveva recuperare da un infortunio ai legamenti. 16 presenze e 10 gol hanno restituito a Simeone un giocatore decisamente migliore e più convinto. Non a caso nel 2012/2013 il tecnico argentino punta chiaramente su di lui, lanciandolo da titolare fisso in tutti i gironi di Europa League e in Copa del Rey. In totale mette a segno 10 gol in campionato, 8 in Copa e 2 in EL.
Ceduto Falcao al Monaco, non c'erano dubbi su chi sarebbe stato il centravanti della squadra. Diego Costa per cancellare ogni scetticismo ci ha aggiunto 7 gol nelle prime 6 partite di Liga.

Centravanti vero, fisico, di quelli che oggi si vedono sempre meno. Alto 1.88, bravissimo a prendere posizione, a difendere palla e a muoversi sul filo del fuorigioco ha avuto un notevole miglioramento tecnico nelle ultime due stagioni, arrivando a trovarsi a suo agio anche fuori dall'area di rigore. Buono nel controllo, riesce a muoversi sapientemente negli ultimi 25 metri, sia attaccando la profondità che proponendosi per le sponde, in cui è un vero maestro. Impressionante la facilità con cui riesce a servire i compagni di prima sul taglio, dote grazie a cui realizza numerosi assist (ben 12 nella passata stagione). Non rapido ma capace di accelerare sull'allungo, non possiede un dribbling fulminante, ma sa spostare la palla al momento giusto. Svaria su tutto il fronte offensivo pur rivelandosi più pericoloso dalla sinistra, dove sa prendere il fondo e cercare il passaggio per i compagni. Non ha un tiro potente, il che lo limita nelle conclusioni da fuori, compensato da un grande fiuto della porta in area, che è il suo habitat naturale.

Un giocatore che ha saputo migliorarsi tanto negli anni, diventando un elemento cardine di una grande squadra. Tra i tanti che dovrebbero seguirlo, farebbe meglio a prestarci grande attenzione Felipe Scolari.

16 set 2013

Top Argentina - Tifoserie

Dopo una lunga pausa torna Top Argentina, la rubrica tutta albiceleste di Aguante Futbol. Questa volta affrontiamo uno dei temi più scottanti e allo stesso tempo più caratterizzanti del calcio di Buenos Aires e dintorni: le tifoserie. Le hinchadas argentine da sempre hanno un fascino tutto loro, per quel ritmo incalzante dei loro cori, per la fedeltà assoluta ai club con cui i tifosi vivono in simbiosi fin dalla culla e per quella sana follia che, purtroppo, a volte sfocia in folle violenza.
Misurare passione, rumore, colore è impossibile e il compito è dunque proibitivo, pertanto ci teniamo a sottolineare che abbiamo preferito affidarci a sensazioni e simpatie personali, con la consapevolezza di non riuscire ad accontentare tutti e di poter urtare la sensibilità di molti. Anzi, speriamo che questa breve classifica possa toccare l'orgoglio di qualcuno e rappresentare un'occasione per raccogliere diversi punti di vista e preziose testimonianze.


5. Racing Club de Avellaneda: la squadra più problematica da seguire di tutta l'Argentina, con un passato da grande assoluta e un presente enigmatico come pochi. Il titolo del 2001 con in campo Diego Milito, 45 anni dopo l'ultimo, è stato una specie di miracolo sportivo in mezzo a mille eventi incredibili, da talenti sprecati ad allenatori macinati a partite buttate. Eppure i suoi tifosi sono sempre nel Cilindro, pronti a far scattare la valanga umana al primo gol e soprattutto a punzecchiare gli eterni rivali dell'Independiente. Per loro anche un omaggio dal mondo del cinema, ne "Il segreto dei suoi occhi" di Campanella.


"Yo no se como explicar,
que te llevo hasta en la piel.
Sos la droga que en las venas
me inyectaron al nacer."



4. Newell's Old Boys: la squadra è un'autentica fucina di talenti e anche di allenatori, a giudicare da Bielsa e Martino. La tifoseria ha una forte identità anche grazie alla feroce rivalità interna a Rosario con il Central. Hanno cominciato a vincere quando gli altri hanno smesso, si identificano con un calcio bello e passionale a prescindere dai risultati.

"A todos lados yo voy contigo,
esta locura no va a parar."



Onde evitare sommosse popolari, River e Boca terze a pari merito.

3. River: passione infinita tra alti e bassi degli ultimi anni. Il Monumental è un simbolo come il Tano Pasman, che ha fatto capire a tutti il dolore della retrocessione. Loro sono del Gallinero e pur coi loro eccessi (vedi invasione di campo col Belgrano) non sono secondi a nessuno. Hanno lo stadio più capiente d'Argentina e ogni anno fanno il record di presenze.


"Esos colores que llevas,
son parte de la enfermedad,
de la que nunca,
me voy a curar."



3. Boca: la mitad más uno del país, secondo loro. Una curva storica, la Doce, conosciuta in tutto il mondo per la sua capacità di far tremare gli stadi. Un ventennio di trionfi per accendere ancora di più il tifo xeneize. Sono i più famosi di tutti, ci tengono a farlo sapere e a farsi sentire.



"Ni la muerte nos va a separar,
del cielo te voy alentar."



2. Rosario Central: fondata addirittura nel 1889 come squadra dei ferrovieri, vanta 28 titoli anche se quasi tutti arrivati prima degli anni '80. La sua tifoseria è riconosciuta come una delle più calde del mondo (classifica Olé del 2008), ma anche tra le più violente d'Argentina. Il lungo esilio in Segunda Division non li ha calmati.


"En el barrio de Arroyito,
hay una banda loca y descontrolada,
es la banda del Guerrero,
que va a todas partes y no entiende nada."



1. San Lorenzo: un popolo che ha subito di tutto, dallo sfratto dello stadio ai 21 anni di attesa per un titolo. Eppure sono tutti con il Cuervo, pronti a tornare a Boedo e a farsi sentire da tutti. Che il Papa sia uno di loro è un segnale divino che solo una squadra fondata in un oratorio poteva avere. Vengo del barrio de Boedo...


"Vengo del barrio de Boedo,
barrio de murga y carnaval.
Te juro que en los malos momentos,
siempre te voy a acompañar."




In collaborazione con G.D.C.

04 set 2013

Moyes e i primi mesi di United


Quando David Moyes ha accettato di sostituire Sir Alex Ferguson sapeva che occupare quella scrivania e sedersi sulla panchina più bramata d'Europa non sarebbero stati compiti agevoli. La sfida è irrinunciabile, ma ingrata e dall'elevata probabilità di insuccesso, perchè il calcio è cambiato e anche nella terra del football dirigenti e tifosi stanno lentamente perdendo aplomb e pazienza. Certo, la metà rossa di Manchester è un caso a parte, più unico che raro, ma la partenza dello scozzese più famoso nel mondo del pallone ha inevitabilmente lasciato dubbi, paure e una buona dose di diffidenza con cui l'ex-allenatore dell'Everton dovrà fare i conti per diverso tempo.

I primi mesi da allenatore dei Red Devils sono stato un assaggio di cosa aspetta Moyes in campo e fuori, a cominciare dalla bomba Wayne Rooney. Wazza da qualche stagione sembra aver improvvisamente scoperto il grigiume del North West inglese e ogni estate non perde occasione per ricordare a tutto Carrington la sua voglia di fuga. Finora, nonostante il rapporto altalenante, soltanto il carisma di Sir Alex ha saputo trattenere la stella dello United all'Old Trafford, ma l'improvviso addio della leggenda di Glasgow ha rigenerato le sue speranze di una fuga verso la capitale agli ordini di José Mourinho. Il rapporto tra Rooney e David, l'allenatore che lo ha fatto esordire in Premier League appena sedicenne, non è mai stato idilliaco e l'ombra di un altro tribolato addio ha accompagnato il primo mercato dell'era Moyes fino alla sua chiusura ufficiale.
Alla fine la punta inglese è rimasta a Manchester, ma con spirito e appartenenza alla cuasa tutti da ricostruire e la palla passa ora a Moyes, che dovrà riuscire a coinvolgere Wayne nel nuovo progetto cercando di trasformare rabbia e nervosismo in agonismo e voglia di rivalsa. La certezza è che lo United non può rinunciare a lui e averlo trattenuto è probabilmente stato il colpo più importante messo a segno dalla dirigenza. Rooney è un elemento in grado di fare la differenza a qualsiasi livello, grazie a doti tecniche, atletiche e caratteriali difficili da trovare in altri giocatori e senza di lui i Red Devils cambiano volto, come dimostrato nelle partite contro Chelsea e Liverpool.

Il nuovo Manchester United targato David Moyes ha iniziato dunque la Premier League con una vittoria, un pareggio e una sconfitta. Sebbene non favoriti dal calendario e giustificati dal doloroso cambio alla guida tecnica, i Red Devils hanno dato l'impressione di essere ben lontani dal livello di gioco degli scorsi anni, quando l'inizio di stagione veniva affrontato con il pilota automatico. Ritmo, totale dominio del campo, pressing chirurgico, manovra ariosa, tocchi veloci e ripartenze pennellate sono ancora un'utopia e l'idea di gioco del neo-allenatore sembra essere imbottigliata in coda nella M62 che porta da Goodison Park all'Old Trafford. Lo United non può permettersi di dipendere ancora a lungo da Ryan Giggs, l'unico giocatore in rosa con senso della manovra e visione verticale, e a tal proposito il mercato portato avanti in estate lascia più di una perplessità.

I Red Devils hanno vanamente inseguito il sogno Fabregas, rimbalzando più volte contro il muro catalano alzato da Zubizzareta, che non a caso faceva il portiere, trascurando altre opzioni con meno fascino ma altrettanta utilità.Tra Leighton Baines e Marouane Fellaini, gli altri due grandi obiettivi cerchiati in rosso nella lista consegnata da Moyes, soltanto il centrocampista belga è approdato alla corte del suo ex-allenatore e se il mancato acquisto del terzino sinistro non risulta così doloroso grazie alla presenza di Evra, il colpo in mediana suscita qualche legittimo dubbio. Fellaini porta infatti muscoli, agonismo e gol in un reparto in cui l'unico elemento di livello e di sicuro affidamento è Michael Carrick, rispetto al quale sembra più l'erede che il compagno ideale.
Lo United nell'ultimo tribolato giorno di mercato è stato vicinissimo anche ad Ander Herrera, centrocampista basco in forza all'Athletic, ma il trasferimento è saltato, accompagnato da un alone di mistero ancora poco chiaro. Il prezzo ritenuto improvvisamente eccessivo, tasse non calcolate o addirittura una truffa da parte di tre personaggi non meglio identificati: l'unica certezza è che i rossi di Manchester sono stati a un passo dal coprire il buco più importante nella rosa e al momento decisivo ci hanno ripensato. Ander avrebbe garantito qualità, visione di gioco e fantasia a un reparto che mai come quest'anno sembra essere un concentrato di corsa e muscoli lineare e prevedibile.

A onor del vero il problema legato al centrocampo dello United è gentile eredità lasciata dalla vecchia volpe di Sir Alex, che in tempi non lontani ha cercato soluzione staccando dalla parete le scarpe del figlioccio Paul Scholes e addirittura schierando in mezzo al campo Wayne Rooney. Eccezion fatta per il giovane e acerbo Nick Powell, Ferguson ha però rinunciato a qualsiasi investimento in mediana e per trovare gli ultimi veri innesti nel reparto bisogna risalire al biennio 2006/2008, quando i Red Devils spesero oltre 80 milioni di euro per Carrick, Hargreaves e Anderson. Dei tre il solo Carrick è riuscito a confermarsi come una colonna della squadra, mentre l'inglese ex-Bayern Monaco e il brasiliano hanno rispettivamente pagato infortuni e problemi caratteriali. Ora più che mai Moyes dovrà cercare di ottenere il massimo dai giocatori che finora non hanno lasciato tracce memorabili nella loro esperienza al Teatro dei Sogni, come ad esempio quel Shinji Kagawa che da solo potrebbe risolvere gran parte dei problemi della squadra in fase di costruzione.

Tuttavia l'esperienza di Sir Alex Ferguson e del suo Manchester United insegnano che pazienza, fiducia e lavoro pagano. Moyes, pur non essendo un nome di spicco, è un allenatore pragmatico, solido e con la giusta personalità per poter raccogliere un'eredità tanto pesante. Affrontare il suo Everton non è mai stato compito facile per nessuno e soltanto il tempo saprà dire se lo scozzese sarà in grado di dimostrare quella flessibilità e adattabilità all'evoluzione del calcio che ha permesso al suo illustre predecessore di dominare in patria e all'estero per più di vent'anni.