30 ago 2010

Foto ricordo

Argentina Campione Mondiale U-20 2007
Prima fila in alto, da sinistra: M.Zarate, Fazio, Romero, Sigali, E.Insua, Aguero
Seconda fila: Mercado, Sanchez, M.Moralez, P.Piatti, Banega
Panchina: Garcia, Cahais, Yacob, D.Escudero, Vaboril, Cabral, Gomez, Di Maria, Acosta, Centeno
DT: Hugo Tocalli


Toronto, 22 Luglio 2007. Mancano pochi minuti al fischio iniziale della finale del Campionato Mondiale under 20 tra Argentina e Repubblica Ceca quando le due squadre, effettuati i convenevoli, posano per la foto di rito. Gli occhi degli spettatori sono tutti per il capitano dei futuri campioni, il numero 10, Sergio Aguero, capocannoniere e stella più scintillante di una competizione che ha permesso al mondo del pallone di conoscere giovani del calibro di Pato, Cavani, Mata, Pique, dos Santos, Suarez, Alexis Sanchez e tanti altri provenienti da ogni parte del globo. Una concentrazione di talenti in erba memorabile, una parata di stelline che soltanto tre anni dopo sono state fra le sorprese del Mondiale dei grandi, quello giocato in Sud Africa. Fra loro ha tuttavia brillato incontrastata una sola squadra: la Seleccion di Hugo Tocalli, troppo superiore alle avversarie dal punto di vista tecnico, completa in ogni reparto, solida e dotata di una straordinaria mentalità vincente.

Raramente si sono viste nazionali giovanili tanto dotate qualitativamente, composte da giocatori già affermati nei rispettivi club nonostante la giovanissima età e quasi tutti potenzialmente titolari nell'undici della Seleccion. Basti pensare ad un'altra Argentina titolata, quella del 2005, trascinata alla vittoria esclusivamente dal genio di Leo Messi, predicatore nel deserto più assoluto, salvo rare eccezioni quali Zabaleta o Gago. Ma quanti dei ragazzi ritratti nella foto hanno mantenuto le aspettative e tenuto fede all'infinità di buone parole spese prima, durante e dopo il Mondiale canadese?

Buona parte ha tentato con successo l'avventura nel vecchio continente, conquistando facilmente i nuovi tifosi e attirando fin da subito le attenzioni dei club più blasonati, come nel quasi scontato caso di Aguero, oppure sorprendendo un po' tutti e raggiungendo palcoscenici allora inimmaginabili come Di Maria, acquisto del Real Madrid fortemente voluto da José Mourinho. L'ala di scuola rosarina appariva allora troppo bizzosa ed incostante per poter avere un serio impatto sul calcio europeo, ma la positiva avventura al Benfica ed il procuratore giusto lo hanno sorprendentemente proiettato all'ombra del Bernabeu.

Zarate, altro gioiello del reparto offensivo dell'Argentina di Tocalli, ed il suo gemello del Velez Damian Escudero hanno avuto a loro volta percorsi completamenti diversi. Il primo, dopo una sciagurata avventura in Qatar, ha ritrovato fama e fortuna alla Lazio, il secondo ha invece fallito il primo tentativo di approcio al calcio europeo, rispedito in Argentina a prendere lezioni da Riquelme tra le fila del Boca Juniors. Altra sorte è invece toccata a Pablo Piatti, trequartista acquistato a sorpresa dall'Almeria ed al momento apparentemente destinato ad un carriera non proprio nell'elite del calcio europeo. Peggio sta andando a Lautaro Acosta, riserva del Siviglia che fatica ad imporsi nel club andaluso, sorpassato nelle gerarchie anche dal connazionale Perotti. Diversa la situazione del suo compagno di club, Fazio, centrale difensivo roccioso con ancora buoni margini di miglioramento.

Ever Banega, faro e leader della squadra, grazie alla ritrovata fiducia è finalmente tornato ad esprimersi sugli straordinari livelli messi in mostra nel Mondiale canadese ed in Sud America. Assieme ad Aguero è probabilmente stato il giocatore che nella manifestazione giovanile ha riscosso il maggior numero di consensi, esibendo un repertorio di prim'ordine. Il suo compagno di reparto, Claudio Yacob, ha invece preferito maturare in patria, dove è diventato capitano del Racing Club di Avellaneda ed uno dei centrocampisti più interessanti del torneo locale. Dotato di buona tecnica, fisicità e senso tattico, è sul taccuino di molti club europei ed in particolare italiani; difficilmente rimarrà in Argentina, dove invece sembra essersi definitivamente stabilito Maxi Moralez, trequartista tanto di talento quanto fisicamente inadatto al calcio fisico del vecchio continente.

Un altro giocatore accostato in estate a squadre italiane è invece Emiliano Insua, terzino sinistro della Seleccion affermatosi con pazienza e tanto lavoro sulla fascia sinistra del Liverpool nel dopo-Riise. A sorpresa, tuttavia, uno dei giocatori ad aver finora incontrato maggiori fortune è il portiere, quel Sergio Romero, nella foto irriconoscibile con i capelli corti, scelto da Maradona come titolare dell'Argentina al Mondiale sudafricano e destinato ad essere un punto fermo dell'Albiceleste per parecchi anni.

Insomma, una squadra dall'immenso potenziale che fra qualche anno potrebbe costituire la spina dorsale della Seleccion dei grandi, dove, con ogni probabilità, ci sarà anche Gonzalo Higuain, altro talento che avrebbe potuto prendere parte al Mondiale U-20, ma ignorato dal DT per motivi tuttora poco chiaro. Soltanto il tempo saprà dire se si tratta di una generazione d'oro o meno, ma raramente guardando la foto di una nazionale giovanile potremo riconoscere tanti volti noti.

E' tornato Ever Banega

Prima giornata della Liga e gli occhi di tutti i tifosi sono stati inevitabilmente per Barça e Real, le regine del mercato europeo che anche quest'anno si contenderanno il titolo a medie punti da record. Nessun problema per i catalani, qualche difficoltà invece per gli uomini di José Mourinho, incapaci di andare oltre lo 0-0 contro il sempre ostico Maiorca. Una delle note più liete arriva tuttavia dalla Rosaleda di Malaga, dove è sceso in campo il Valencia e dove soprattutto ha brillato ancora una volta la stella di Ever Banega, giovane regista argentino dimenticato troppo in fretta dal calcio che conta dopo il difficile adattamento alla Liga e all'Europa.

Centrocampista sublime con innata capacità nel dettare i tempi e nella lettura del gioco, soltanto con l'arrivo di Emery sulla panchina del Valencia ha iniziato a riproporsi sugli straordinari livelli messi in mostra nel Boca Juniors, quando aveva stupito tutti per qualità e personalità, tanto da rubare il posto ad un mostro sacro dalle parti della Bombonera come Sebastian Battaglia. Tecnica ed eleganza da trequartista, visione verticale del gioco, dribbling raffinato e capacità di usare con estrema precisione entrambi i piedi fanno di lui un regista squisito e con margini di crescita enormi. Si tratta probabilmente del giocatore più simile a Redondo prodotto negli ultimi quindici anni dal calcio argentino.

Dopo l'ottima annata del rilancio, la partita contro il Malaga ha così confermato la costante crescita di Banega, leader del centrocampo e faro della manovra, abile a non lasciare punti di riferimento al marcatore di turno e pericoloso anche dalla distanza. Emery non è stato tuttavia l'unico a rendersi piacevolmente conto dei progressi di Ever, convocato infatti anche dal Checho Batista per le prime amichevoli post-Mondiale della Seleccion e già autore di un'ottima prova contro l'Irlanda del Trap, quando, assieme a Gago, ha finalmente aiutato Mascherano a dare solidità ed efficacia al centrocampo e un'identità ben delineata alla manovra argentina.

Orfano dei due idoli Silva e Villa, il Valencia sembra aver trovato in Banega e Juan Manuel Mata i degni sostituti in grado di conquistare il Mestalla. Coetanei, dotati di grande personalità e soprattutto estremamente talentuosi, i due cercheranno di far dimenticare gli ex-compagni di squadra passati al Manchester City e al Barcellona, consapevoli a loro volta di quanto sarà difficile rimanere ancora a lungo nella Comundidad Valenciana.

28 ago 2010

Super Atletico Madrid

Il 23 Ottobre 2009 Quique Sanchez Flores è salito sulla panchina dell'Atletico Madrid.
Da quel giorno ha di fatto spremuto più o meno il massimo ottenibile dalla formazione rojiblanca. La rosa non è di certo di primo spessore (tolti Diego Forlan, Sergio Aguero e il talentuoso De Gea), e l'Atletico è da sempre squadra capace di imprese e crolli alternati senza regola, ma con l'allenatore di Madrid ha trovato nelle coppe la sua dimensione ideale. Finalista di Copa del Rey (sconfitta dal Siviglia), vincitrice di Europa League sul Fulham e della Supercoppa Europea sull'Inter. Un'affermazione internazionale soprendente e storica, ma nata dal talento, dal lavoro del tecnico e da un pizzico di fortuna (vittorie ai supplementari e grazie ai gol in trasferta ad esempio), sempre necessaria in certe competizioni.

In campionato le cose cambiano (e il nono posto dell'ultima Liga lo conferma) a causa di una difesa troppo spesso incerta, a clamorosi cali di attenzione o errori nell'approccio alla partita che pregiudicano un rendimento un minimo costante, ma sulla gara secca la musica decisamente è diversa. Quique conosce la sua rosa in vizi e virtù, e di conseguenza gioca. Squadra compatta, centrali di centrocampo di grande sostanza e fisicità a totale supporto della difesa e fase offensiva affidata alla velocità e alla tecnica di Simao, Reyes, Forlan e Aguero. Quattro giocatori capaci di mettere in croce qualsiasi difesa, che hanno sviluppato una buona capacità di giocare insieme.

Complimenti a tutti, a Madrid non si vive di solo Real.

26 ago 2010

Storico en-plein

A degno coronamento di una stagione trionfale, l'Inter fa incetta degli Uefa Club Football Awards, i premi assegnati dall'Uefa ai migliori giocatori della Champions League. 5 categorie (miglior portiere, difensore, centrocampista, attaccante e migliore assoluto), 5 trionfi nerazzurri per un en-plein storico mai verificatosi nei 13 anni di vita del premio.

Julio Cesar, Maicon, Wesley Sneijder e Diego Milito hanno ricevuto i meritatissimi riconoscimenti nelle singole categorie. A quel punto non poteva che essere un interista il miglior giocatore della competizione: incoronato re è stato il Principe Milito, che coi suoi 6 gol (fondamentale il primo a Kiev nei gironi, poi negli ottavi col Chelsea, nei quarti col Cska, in semifinale col Barcellona e doppietta al Bayern) ha indicato alla squadra la strada verso la gloria.

Complimenti a tutti loro, e a tutta la squadra che li ha aiutati ad arrivare così in alto.

25 ago 2010

Manuel Lanzini

Si potrebbero sprecare aggettivi e tessere infinite lodi per la joya delle Inferiores del River Plate, ma è probabilmente sufficiente dire che si tratta del nuovo pupillo di Angel Cappa, ex-allenatore e mentore di Javier Pastore. Prima di lavorare assieme a lui il Flaco era infatti una sorta di talento inespresso, troppo incostante ed anarchico per il calcio che conta, mentre la cura del Filosofo lo ha trasformato in un giocatore completo, un genio sempre alla ricerca della giocata di fino ma mai egoista, costantemente attento all'interesse della squadra.

Ecco da dove si potrebbe partire per descrivere Manuel Lanzini, l'Ojon, come è stato ribattezzato nei sette anni trascorsi tra le fila delle giovanili della Banda, un talento cristallino al servizio della squadra. Enganche tutta classe, tecnica e soprattutto personalità: non è facile esordire da titolare a diciassette anni davanti ad un Monumental stracolmo di gente e di aspettative in una delle stagioni più importanti della storia del River Plate, così come non è facile due settimane dopo sostituire e non far rimpiangere lo squalificato Ortega nel Clasico contro l'Independiente.
Ordinato e intelligente nelle giocate, sorprendono la straordinaria facilità con cui distribuisce palla e legge l'azione. Il fisico da mezzapunta ne fa un trequartista tanto abile nella costruzione della manovra quanto imprevedibile palla al piede, grazie ad un dribbling secco e preciso che gli permette in ogni frangente di creare situazioni di superiorità numerica. Destro delicatissimo e pericoloso dalla distanza, grazie all'eccellente visione di gioco può fare le fortune di qualsiasi attaccante e lo splendido assist a Funes Mori nella sfida contro il Rojo ne è un fulgido esempio.

Un paragone? Probabilmente il giocatore cui somiglia maggiormente per ruolo e caratteristiche è proprio il suo idolo Pablo Aimar, ma il potenziale lasciato intravedere finora da Manu sembra essere di un altro livello e la possibilità di lavorare con un allenatore tanto attento quanto abile nel valorizzare i giovani come Cappa gioca a suo favore. Buonanotte lo ha definito "un fenomeno" e i tifosi se ne sono già innamorati, conquistati dalla sfacciataggine, in senso positivo, con cui scende in campo e dall'umilità con cui al contempo si mette al completo servizio della squadra sia in fase offensiva che difensiva.

16 ago 2010

Il caso Balotelli

Dopo tre anni, 86 presenze e 28 gol si è chiusa la parentesi nerazzurra di Mario Balotelli, che ha scelto di continuare la sua carriera in Inghilterra al Manchester City fortemente voluto dal suo ex allenatore Roberto Mancini.
Cosa ci resta del più grande talento del calcio italiano?
Luci e tante, tantissime, assolutamente troppe ombre, specie per un ragazzo tanto giovane.

Il rapporto di Balotelli con l'Inter è andato peggiorando di anno in anno, arrivando alla rottura con la squadra prima di Chelsea-Inter e con tutto l'ambiente dopo Inter-Barcellona.
In principio ci fu l'insufficiente impegno in allenamento, che portava alla sua esclusione dalle partite vere. E invece di capire e dare tutto, la reazione fu di puntare i piedi e chiedere la cessione (Gennaio 2009), in nome di un atteggiamento da superstar che non poteva accettare di allenarsi come tutti. Solo dopo si notò l'atteggiamento indolente in campo, con continui rimproveri ai compagni, zero concentrazione agonistica e passeggiate sul terreno di gioco. Ma la situazione precipitò da Gennaio 2010. Prima due presenze allo stadio per vedere il Milan in nome di una fede rossonera sempre ostentata, poi la maglia del Milan indossata per colpa di un sapiente raggiro di Striscia la Notizia (in cui lui cadde in pieno, molto furbamente). Infine dicevamo, la rottura totale con la squadra, con l'esclusione dai convocati per (a quei tempi) la partita più importante della stagione. Perchè questo? Atteggiamento infantile in allenamento con insulti a tecnico e collaboratori per richiami tattici, sfottò alla squadra sulla rimonta del Milan, insomma dimostrazioni di non avere alcun rispetto per tutta l'Inter. Tanto per completare l'opera, la scelta di Mino Raiola come procuratore, figura di certo non amata nè dalla società nè dai tifosi.
E quando sembrava che anche questa situazione si fosse ricomposta, ci fu Inter-Barcellona. Una partita stellare, unica per sempre nei ricordi dei cuori nerazzurri. Con solo una nota stonata, un giocatore totalmente avulso dal contesto tecnico agonistico col numero 45. Un ragazzino che entra in campo a San Siro per la semifinale di Champions League e si permette di non giocare passeggiando per il campo, in barba alla fatica eroica messa in campo dai suoi compagni. E ciliegina sulla torta, la maglia gettata a terra dopo i meritati fischi del suo pubblico.

L'unica scelta possibile della società è stato cederlo, all'unico acquirente possibile. Per 28 milioni più bonus, Balotelli è così sbarcato in Inghilterra. Per giocare titolare (come vuole lui) con meno vincoli tattici possibili (come promessogli, così si dice, da Roberto Mancini). Insomma per fare la superstar in campo, senza faticare troppo. Contento lui, contenta la società, che realizza una plusvalenza incredibile vendendo a una simile cifra la prima riserva dell'attacco (costata 350.000 euro a 16 anni) e si libera del maggior elemento di rottura di uno spogliatoio altrimenti granitico. Il regista di questa operazione non poteva che essere il suo nuovo procuratore Raiola, abilissimo a convincere il ragazzo ad accettare questo nuovo mondo dorato.
Di sicuro a Raiola sono andati dei bei soldi. Balotelli si trova in una squadra senza alcun blasone, in Europa League e totalmente da inventare dal punto di vista tecnico/tattico. In bocca la lupo.

Tanto gli è stato perdonato e tanto gli è stato concesso da dirigenti, allenatori, compagni di squadra e tifosi. Tante parole sono state spese in sua difesa da parte di tutto il mondo Inter in molti momenti difficile, al contrario della gran parte della stampa pronta a sparare a zero su un adolescente alla prima occasione, salvo poi farne una specie di martire una volta lasciata l'Inter e l'Italia, con tonnellate di stucchevole demagogia sulla fuga dei talenti e sull'errore societario commesso dalla sua squadra. Pensarci prima? Provare a proteggere quello che si aveva in casa invece di cercare di demonizzarlo?

Talento enorme, in un minuscolo spazio vitale.


In collaborazione con G.B.

13 ago 2010

Usa-Brasile

Anche il Brasile, la nazionale pentacampione, si è trovata di fronte alla necessità di voltare pagina dopo i Mondiali 2010. Il criticatissimo calcio di Dunga (troppo difensivo ed europeo per i gusti verdeoro) non ha portato i risultati sperati, e l'unico modo per andare avanti era cambiare, a cominciare dall'allenatore.
La federazione ha scelto Mano Menezes (o meglio,ha ripiegato su di lui dopo il rifiuto della Fluminense di liberare Mauricy Ramalho) per la ricostruzione della squadra, e fin dalla sua prima partita si è visto cosa ha in testa il nuovo c.t.. Convocati tutti giovani (i più vecchi Andrè Santos e Daniel Alves, 27 anni), molti alla prima presenza, tutti con grandi doti, pescati dall'inesauribile miniera di talenti brasiliana. Calcio meno fisico, con più tecnica e gestione del pallone come da dna do Brasil. Ma non tutto di Dunga è stato buttato, perchè la fase difensiva è troppo importante nel calcio moderno.
Vedremo se Menezes riuscirà a coniugare davvero i principi del calcio brasiliano con una fase difesiva solida come appare da questa prima amichevole, ovviamente in vista dei sntitissimi Mondiali 2014.

Dicevamo dei giocatori, schierati con un classico 4-2-3-1.
Impressionante in difesa David Luiz, centrale del Benfica classe '87, gran fisico, imperioso di testa, tecnicamente fortissimo e ben coadiuvato dal milanista Thiago Silva. Completano la difesa Daniel Alves a destra (ovviamente già noto, non brillantissimo) e Andrè Santos (ripescato dopo essere scomparso nella gestione Dunga). Proprio per la bravura tecnica e nel'impostazione del reparto arretrato, i due mediani Ramires (ottimo da mediano) e Lucas Leiva si sono maggiormente concentrati sulla rottura del gioco, fornendo pressing e fisicità. Tecnicamente non di primo livello, ma capaci di tanto lavoro oscuro utile alla squadra. Come da copione, il grosso del talento sta nel reparto offensivo. Neymar-Paulo Henrique Ganso-Robinho a supporto di Alexandre Pato. Quattro nomi richiestissimi dall'opionione pubblica, che non hanno per nulla tradito le aspettative. Neymar dal Santos(classe '92) ha dimostrato di essere maturato rispetto al recente passato, ora è meno giocoliere e più giocatore. Gol all'esordio (ma potevano essere due o tre) e tante giocate col suo "gemellino" Robinho. Ganso ('89), altra stellina del Santos, si dimostra già all'esordio giocatore dal sicuro avvenire. Trequartista con tecnica e visione da vendere, il classico giocatore che permette a tutti attorno a lui di fare meglio grazie a una superiore comprensione del gioco. Ne sentiremo parlare. Pato ('89 anche lui, ricordiamolo) dal canto suo è stato provato da prima punta, buona prova con gol, ma è da testare contro difese più serie in ambiti più sentiti.
Tanta circolazione della palla, scambi stretti, poche, ma proficue azioni personali.
Il Brasile è tornato.

11 ago 2010

Irlanda-Argentina: le pagelle

Sorride Batista e sorridono (quasi) tutti gli argentini, perchè contro l'Irlanda, nella prima uscita dopo la disastrosa disfatta Mondiale, si è finalmente rivista la vera Seleccion. E' infatti bastata la mano sapiente del tecnico dell'Albiceleste under-20 per ridare identità, forma e vita ad una squadra apparsa fin dai primi minuti rigenerata rispetto a quella confusionaria, fragile e spaccata vista all'opera in Sudafrica.

La ricetta del Checho Batista è semplice quanto efficace: addio al 442 estemporaneo di Maradona per un 433 più moderno e dinamico, costruzione del gioco semplice e ragionata, giocatori messi nelle condizioni di rendere al massimo e soprattutto particolare attenzione agli equilibri tattici. A giovarne sono in particolar modo i giocatori di maggior impatto come Javier Mascherano e Leo Messi, finalmente schierati in un modulo con una propria logica e liberi di interpretare nel migliore dei modi i loro compiti, senza dover reggere da soli il peso di un'intera squadra dal punto di vista tattico e mentale. Nel complesso la prova della Seleccion è stata più che positiva, grazie ad un gioco fluido, sicuro e ad una prova tatticamente ottima da parte dei centrocampisti e della difesa, guidata da un gigantesco Walter Samuel. Per un'ora la squadra di Batista è stata l'autentica padrona del campo, controllando in continuazione il possesso della sfera e mettendo in difficoltà l'Irlanda grazie ad accelerazioni improvvise e ad un pressing sempre preciso e costante.


Di seguito le pagelle:

Romero 5,5
Parte bene, ma nel finale è black-out e si salva soltanto grazie alla buona sorte.

Burdisso 5,5
Qualche sbavatura di troppo, ma ha l'attenuante di essere fuori ruolo.

Demichelis 7
Ottima prova da parte del centrale del Bayern, sempre sicuro e puntuale in chiusura, insuperabile sulle palle alte. Sembra essersi lasciato alle spalle le pessime prestazioni del Mondiale sudafricano.

Samuel 8
Il migliore in campo assieme a Mascherano. Non sbaglia nulla, conquista qualsiasi pallone circoli dalle sue parti e trasmette incredibile sicurezza a tutto il reparto arretrato. Eppure c'era chi si permetteva il lusso di relegarlo in panchina.

Heinze 5,5
Parte male, leggero, eccessivamente deconcentrato e poco propositivo. Alla lunga cresce soprattutto in fase difensiva, ma senza convincere.

Gago 6,5
Schierato titolare dopo la cocente delusione dell'esclusione Mondiale non delude Batista, giocando una buonissima partita sia in fase di contenimento che di impostazione.

Mascherano 8
Gara sontuosa da parte del capitano dell'Argentina, sempre nel posto giusto al momento giusto e prezioso anche nel costruire la manovra con aperture veloci e precise per gli esterni. Sradica agli irlandesi palloni su palloni, aiutato finalmente da qualche altro centrocampista di ruolo.

Banega 6,5
Come Gago è prezioso in entrambe le fasi, dimostrando di meritarsi un posto in rosa anche nelle prossime uscite. Sale in cattedra soprattutto nel finale, quando è ora di nascondere palla agli avversari e rallentare sapientemente la manovra.

Messi 7
Schierato finalmente nel suo ruolo naturale Leo diventa un altro rispetto a quello visto all'opera in Sudafrica. Non è più quel solista irritante, ma un giocatore che cerca sempre il dialogo con i compagni e che scatena tutta la sua fantasia soltanto nei pressi dell'area di rigore. Geniali alcuni palloni in verticale per i tagli dei compagni.

Di Maria 6
Premio per la rete messa a segno. Per il resto buoni alcuni movimenti ed apprezzabile l'impegno, ma un po' troppo poca la sostanza.

Higuain 5
Male il Pipita, apparso fuori forma e mai in grado di trovare il guizzo decisivo. Non gli capitano palloni invitanti e fatica ad entrare realmente in partita.


Zabaleta 5
Non appena entrato inizia a soffrire con troppa facilità la spinta degli esterni irlandesi e non punge neanche in fase offensiva, sbagliando qualche controllo e cross di troppo.

Lavezzi 5,5
Ci mette voglia ed impegno, ma è troppo sconclusionato e confusionaro.

Milito 5
Negativo anche il Principe, in evidente ritardo di condizione e sulle gambe fin dai primi minuti. Spreca una buona chance per rimettere in discussione le gerarchie con Higuain.

Coloccini, Insua e Jonas S.V.


Batista 7,5
E' fra i candidati alla successione di Maradona e si gioca questa prima chance nel migliore dei modi, schierando una squadra solida e compatta come non la si vedeva da tempo. Tatticamente non sbaglia nulla e questa sua Argentina "temporanea" ha già le idee molto chiare.


In collaborazione con G.D.C.

10 ago 2010

Comunque vada, sarà un rinnovamento

Nasce oggi in amichevole contro la Costa d'Avorio la nuova Italia di Cesare Prandelli.
A lui è stato affidato il non facile compito di ricostruire una nazionale sulle macerie della spedizione partita per Sudafrica 2010
Del resto un rinnovamento totale o quasi era necessario e auspicabile. Uno dei problemi più evidenti della seconda gestione Lippi è stato proprio l'eccessivo attaccamento al ricordo, grandioso, di Germania 2006. Al suo ritorno post-Euro 2008 l'ormai ex c.t. si è di fatto comportato come se i due anni di gestione Donadoni non fossero mai esistiti e nemmeno pesassero anagraficamente su molti suoi fedelissimi (che, per inciso, già nel 2006 non erano proprio degli Under 21). Si parla tanto della mancanza di giovani nei club, ma la fiducia data loro negli ultimi 10 anni di nazionale è stata poca (e in questi pochi casi, molti sono scomparsi dal giro) o nessuna, malgrado diverse annate di nazionali giovanili vincenti a livello europeo. Non c'è bisogno che ricordi come sia finita l'ultima edizione dei Mondiali, che ha aperto nel modo più doloroso possibile gli occhi a tutti, Lippi compreso, costretto a una pietosa conferenza stampa di addio. La verità è che la sua arroganza e il suo attaccamento ai vecchi eroi e ai giocatori del blocco-Juventus (malgrado i verdetti del campionato dicessero ben altro su chi si dovesse convocare) ha portato a uno sfibrante declino partita per partita.
Così Prandelli si trova nella condizione di partire da zero. Come uomini di carisma ed esperienza, gli rimangono solo Buffon (fuori per infortunio per un pò), Pirlo (ma ancora per quanto?) e De Rossi (considerato un giovane anche se ha 27 anni, facciamoci delle domande). Il resto, è a sua libera discrezione. Le prime convocazioni sembrano promettere decisamente bene, sia come nomi, sia come modulo. Il taglio col passato è netto e deciso, col c.t. pronto a puntare su giovani, qualità e pure oriundi (si, anche se non si chiamano Amauri e non giocano nella Juventus).
Senza più lo spettro della nazionale 2006, si riparte finalmente con una nuova speranza.

06 ago 2010

Prove tecniche di nuova Inter

Nell'itinerante ritiro americano l'Inter ha disputato le prime gare agli ordini di Rafael Benitez.
Tre amichevoli in sei giorni, ritmo serratissimo, per riprendere confidenza con pallone e avversari in vista dei trofei di fine mese. Sono amichevoli estive, quindi test da prendere con le pinze, ma delle prime indicazioni si possono trarre.

Abbiamo una linea di demarcazione netta tra la prima partita col Manchester City (vinta 3-0) e le successive con Panathinaikos (persa 3-2) e F.C. Dallas (2-2), senza stare a guardare il risultato che conta poco o nulla vista la differenza di condizione fisica paurosamente evidente nelle ultime due.
Contro i Citizens di Roberto Mancini (in 10 per 70 minuti) si sono viste al meglio le novità che il tecnico spagnolo vuole portare a questa squadra. Difesa più alta, pressing fin dalla difesa, squadra di conseguenza molto corta e tanto possesso palla alimentato da un gioco a due tocchi quasi a memoria. Di certo ha aiutato l'inferiorità numerica degli avversari, ma l'impressione è stata di un progetto davvero ottimo, una sorta di evoluzione del grande lavoro di Josè Mourinho (e le sue ripartenze fulminee sono rimaste come marchio di fabbrica).
Nelle successive due uscite, forse eccessivamente ravvicinate, l'Inter ha pagato anche troppo la scarsa condizione fisica, il caldo e la stanchezza. Puntualmente i giocatori più impiegati nella partita precedente si trovavano a corto di energie in pochissimo tempo, finendo spesso alla mercè di avversari più in palla (chiedere a Cissè). Il pressing si è visto troppo poco, per altro con buoni risultati, e il gioco si è arenato tra tanti errori e troppa stanchezza che portava scarsa lucidità nelle giocate (in questo ammirevole l'applicazione di Cambiasso nel provare sempre e comunque a seguire i dettami del mister). La squadra faticava a stare corta e accompagnare l'azione, finendo spesso divisa in due tronconi collegabili solo da lanci lunghi, sempre preda degli avversari. Anche il reparto difensivo, assoluto punto di forza sulla carta, si è rivelato in pieno rodaggio fisico/tattico anche con le coppie più affiatate (Lucio-Samuel e Materazzi-Cordoba). Insomma un'Inter in pieni lavoro in corso di fatto giudicabile solo nelle intenzioni. I più in forma si sono dimostrati un sorprendente Mariga, cresciuto tantissimo in personalità, presenza gigantesca in mezzo al campo, Stankovic, Eto'o goleador ritrovato e un Maicon travolgente in fase offensiva.

La vera nota positiva è l'impiego dei giovani aggregati. Tanti, utilizzati abbastanza, e tutti con grande personalità. E' ovviamente presto per dire chi ha già un futuro davanti (trattandosi in gran parte di '91), ma la base è davvero ottima.
Cristiano Biraghi si è candidato addirittura come il terzino del futuro, Nwankwo Obiorah ha dimostrato di essere già oggi pronto per giocare ad alti livelli anche più del suo predecessore Krhin, Felice Natalino ha sofferto più degli altri giocando fuori ruolo contro avversari in grande forma, ma ha lottato e si è impegnato parecchio, Joel Obi si è dimostrato completamente cambiato rispetto a un anno fa, ora molto più solido e concreto.
A parte Philippe Coutinho, il più giovane di tutti (1992), ma anche il più talentuoso. Fisicamente da crescere (e ci mancherebbe), ma con già tanto calcio in testa e anche più qualità nei piedi. Trequartista o ala sinistra, si è dimostrato una scelta azzeccata pur commettendo errori nella gestione della palla o perdendo l'attimo di certe giocate. Tanta personalità, voglia di gestire il pallone e di provare numeri, tiri e assist.
Giovane, ma ormai sulla scena da un pò è anche Davide Santon, finalmente tornato a giocare e già protagonista di discese da slalom gigante. Bentornato, e che la fortuna ti assista.
Il futuro è suo, anzi loro.

04 ago 2010

Forza Stevan!

Rottura del legamento crociato del ginocchio destro, sei-sette mesi di stop e stagione quasi completamente compromessa. L'infortunio di Jovetic è un fulmine a ciel sereno che colpisce il ritiro viola di San Piero a Sieve, lasciando nello sconforto più totale la tifoseria e scombussolando i piani societari. Questo doveva essere infatti l'anno della consacrazione del talento montenegrino, chiuso finora dal compagno di squadra Mutu e dall'eccessivo temporeggiare di Prandelli.

Dopo una prima inevitabile stagione di adattamento al calcio nostrano, Stevan ha dimostrato a più riprese di avere tutto per meritare la più assoluta fiducia, iniziando a trovare la porta con più continuità e lasciando da parte vani preziosismi fini a se stessi. Tuttavia soltanto gli infortuni, prima, e le tristi vicende personali, dopo, di Adrian Mutu gli hanno permesso di giocare con una certa continuità, mettendo in mostra un bagaglio tecnico-tattico di prim'ordine e sfoderando alcune prestazioni memorabili, come la sfida al Franchi contro gli inglesi del Liverpool. Questo non è tuttavia bastato a convincere completamente Prandelli, apparso troppo spesso eccessivamente prudente nel conferirgli fiducia e responsabilità.

La chiamata azzura per il tecnico di Orzinuovi e il conseguente arrivo di Mihajlovic avrebbero dovuto rappresentare il definitivo cambio di rotta: una nuova Fiorentina costruita soprattutto attorno al talento cristallino di Jovetic, al suo genio e alle sue giocate. Lui più di chiunque altro avrebbe infatti avuto le carte giuste per caricarsi la squadra sulle spalle, forte della sua immensa classe e di una personalità che non gli fa tremare le gambe quando la posta in palio si alza considerevolmente (vedi il suo capitano). Peccato che come spesso accade il fato si diverta a giocare brutti scherzi e quella che per Jo-Jo doveva essere la stagione della definitiva esplosione si è trasformata in un attimo in un autentico incubo.

Firenze, consapevole del clamoroso ridimensionamento provocato dalla defezione di Jovetic, trema ed ora è tutto nelle mani della società e del DS Corvino, che dovranno decidere come intervenire sul mercato, ben consapevoli dell'impossibilità di trovare un altro giocatore tanto completo quanto decisivo. Nonostante la giovane età il montenegrino si è infatti sempre dimostrato un giocatore maturo, serio ed intelligente: qualità che abbinate al repertorio tecnico degno della vecchia scuola slava e ad un fisico di tutto rispetto fanno di lui uno dei migliori talenti prodotti dal calcio europeo negli ultimi anni.

Purtroppo non lo vedremo in azione per molto tempo ed a rimetterci non saranno soltanto la Fiorentina e i suoi tifosi, ma anche qualsiasi appassionato amante del bel calcio e dei suoi migliori interpreti. Non ci resta che augurargli una buona guarigione!