26 mag 2011

Ricardo Gabriel Álvarez

Nel Velez Sarsfield, attualmente migliore squadra d'Argentina e tra le migliori del continente sudamericano, gioca col numero 11 Ricardo Gabriel Alvarez, detto Ricky.

Il ragazzo nato a Buenos Aires il 12 Aprile 1988 muove i primi passi calcistici nelle giovanili del Boca, sintomo di indubbia qualità, ma viene scartato a causa di un fisico troppo gracile.
Da quel giorno a oggi conosce solo la maglia del Fortin, esordendo in prima squadra nel 2008 sotto l'abile guida del Tigre Gareca. Dopo il debutto subisce un infortunio ai legamenti crociati del ginocchio che lo tiene fuori a lungo rallentando la sua crescita e l'inserimento tra i titolari, riducendolo al ruolo di comparsa nella conquista del titolo del Clausura 2009. La formazione del Velez è altamente competitiva grazie a giocatori come Maxi Moralez, Juan Manuel Martinez, Victor Zapata, Jonathan Cristaldo. L'accesso in Copa Libertadores costringe però l'allenatore a sfruttare il turnover, così l'ex ragazzo troppo gracile trova spazio a partire dal Clausura 2010, e il suo talento, pur ancora grezzo, non passa certo inosservato come testimonia l'aumento delle presenze nell'Apertura successivo, terminato dal Velez dietro all'Estudiantes campione.
Qui comincia la vera maturazione tecnico/tattica del giocatore, che inizia a sbocciare nel 2011. Ormai titolare si dimostra sempre più padrone del campo e di se stesso, pedina fondamentale in una squadra prima in campionato e in semifinale di Copa Libertadores.

Mancino assolutamente magico su un fisico da 188 centimetri, Ricky è un centrocampista decisamente completo.
Nasce come rifinitore/ala con tanto dribbling, progressione e tonnellate di classe (una sorta di Javier Pastore mancino, dicono in molti), con l'unico limite dei pochi gol segnati malgrado un buon tiro. Ultimamente però sta mettendo in mostra altro del suo repertorio, come testimoniano le scelte e le affermazioni di Gareca, che lo schiera quando può da regista in mezzo al campo aggiungendo di vederlo in quel ruolo come proiezione futura. Visione di gioco, capacità di dettare i tempi, grande raggio d'azione lo aiutano in questa sua nuova posizione, ma lo portano anche a giocare meglio quando viene schierato sulla trequarti. Meno lezioso e innamorato della palla, gioca veloce e pulito aiutando la squadra a girare al meglio e ci mette la corsa, il fisico (irrobustito) e l'intelligenza tattica che serve.

A 22 anni sembre essere arrivato alla consacrazione. A quando l'Europa?

23 mag 2011

Precisazione tattica

Leonardo ultimamente non fa che ripetere che la squadra è in crescita sotto l'aspetto fisico e tattico, a far intendere che i veri problemi esplosi durante la settimana maledetta sono ormai un ricordo, spazzato via dai risultati (7 partite, 5 vittorie, 1 sconfitta, 1 pareggio, più la finale di Coppa Italia conquistata).

Ma quanto la mano del tecnico ha influito su questo percorso?
Tralasciando il discorso sul valore e le motivazioni degli avversari affrontati (squadre dal nono posto in giu, escluse la Lazio sempre in difficoltà in trasferta e il Napoli alla ricerca di un solo punto per la Champions), dal punto di vista tattico c'è stato si un cambiamento, ma con un'importante analogia col recente passato.

Abbandonati i moduli principali usati dal brasiliano di Niteroi (4-3-1-2 e 4-2-3-1) la squadra è approdata a una disposizione tattica più conservativa e prudente. Un 4-4-2 in linea con due centrocampisti centrali abbastanza statici, una punta come ala sinistra, Zanetti come ala destra col compito principale di coprire il terzino di spinta e il trequartista del giorno (Kharja/Sneijder) come seconda punta in appoggio a Pazzini o Milito. Non esattamente un ricettacolo di calcio spettacolo, ma si fa di necessità virtù e si bada al sodo.

Tutto questo i tifosi dell'Inter l'avevano già visto.
Non parlo del 4-4-2 dei primi anni 2000, ma di Novembre-Dicembre 2010, con Rafa Benitez in panchina. Anche allora dopo un periodo di scarsi risultati il tecnico spagnolo aveva dovuto abbandonare il suo credo tattico (4-3-3 o 4-2-3-1) e la squadra era tornata a proporre un 4-4-2 in linea, tra l'altro criticatissimo dagli esigenti supporters nerazzurri, portando a casa risultati utili in campionato e Champions e la vittoria nel Mondiale per Club.
Allora però il cambiamento tattico era avvenuto dopo l'esonero de facto di Benitez. Prima di salutare consensualmente la società a fine Dicembre, Rafa aveva già smesso di contare qualcosa sulla panchina da tempo, e la squadra si era messa in condizioni di autogestione, di fatto rigettando tutte le novità tentate dal tecnico di Madrid. Col 4-4-2 in linea si viaggiava col pilota automatico, contando sulla vena del Maicon, Eto'o, Milito, Sneijder di turno, e si sono portati a casa i risultati che servivano.

Sulla base di cosa dovrei pensare che cinque mesi dopo sia cambiato qualcosa?

19 mag 2011

el Papu

Alejandro Dario Gomez arriva a Catania durante l'estate 2010 dopo la cessione di Jorge Martinez alla Juventus, l'ennesimo argentino della ricca colonia costruita da Pietro Lo Monaco.

Perfetto sconosciuto per il pubblico italiano, questo piccolo argentino aveva già dato ampie dimostrazioni del suo talento in patria.
Nato il 15 Febbraio 1988 arriva in prima squadra all'Arsenal di Sarandì nel 2005 e dall'anno successivo è un titolare. El Arse non è esattamente una grande del calcio argentino, ma grazie al quinto posto finale ottenuto nel 2006/2007 ottiene l'accesso alla Copa Sudamericana 2007. Partendo dai preliminari vinti contro il San Lorenzo, la squadra del Papu arriva fino in fondo battendo il Goias, il Guadalajara in cui esordiva un giovane chiamato Chicharito e il River Plate. Nell'andata della finale contro l'America Gomez segna una doppietta decisiva per la vittoria del torneo, la prima e momentaneamente unica grande conquista del club di Sarandì.

Sempre nel 2007 fa parte della fortunata seleccion albiceleste Under 20 che va in Canada a disputare e vincere i Mondiali di categoria, insieme a nomi come Mauro Zarate, Ever Banega, Maxi Moralez, Angel Di Maria e la stella assoluta Sergio Lionel Aguero.

Dopo 77 presenze e 16 gol, nel 2009 passa al San Lorenzo dove trova la sua annata migliore con 47 presenze complessive, 8 gol e a suon di prestazioni importanti attira l'attenzione degli scout rossoazzurri del Catania.
In Italia ci mette un pò a carburare. Si sa che il nostro calcio è complesso e il ragazzo pur facendo cose buone spesso si perde in tiri improbabili o giocate troppo articolate. Soprattutto da quando arriva in panchina Diego Pablo el Cholo Simeone il suo rendimento sale. Il talento, vedendolo giocare, non si poteva mettere in discussione, ma diventa molto più essenziale, utile e continuo. In stagione colleziona 33 presenze e 4 reti, tra cui quelle a Inter, Juventus e Roma (gol della vittoria all'ultimo secondo che porta il Catania al record di punti in Serie A).

Piccolo (164 centimetri), ma ben piazzato, fa di tecnica, dribbling e accelerazioni il suo pane. Abilissimo nel saltare l'uomo sia nello stretto che in progressione, unisce alla rapidità una grande destrezza nell'assist soprattutto filtrante palla a terra. In Argentina ha segnato molti gol con tiri spettacolari, mentre in Italia si è segnalato per la sua competenza nell'inserirsi senza palla. Capace di usare entrambi i piedi ama svariare su tutto il fronte d'attacco, risultando letale sia come ala che come rifinitore, mostrando una capacità tattica rara per un giocatore appena sbarcato in Europa. E' infine un lottatore, pronto a mettere sempre in campo la famosa garra argentina.

Avrà un futuro in Europa? Seguiamo il numero 17 del Catania e lo scopriremo.

16 mag 2011

Superclasico: le pagelle

Carrizo 3
Di fatto perde la partita da solo. Dopo tanti punti guadagnati per la causa, si suicida proprio nella gara più sentita.

Maidana 6,5
Finchè c'è si sente, fisicamente e tecnicamente. In difesa è il migliore dei 22 in campo.

Ferrero 5
Insicuro come tutta la difesa, soprattutto quando lasciano libero Palermo di colpire di testa da solo a un metro dalla porta. Il Titan sarà lento, ma è sempre stato abbastanza grosso da risaltare all'occhio.

Roman 5,5
La scommessa di Passarella in difesa balla un pò, cerca di proporsi in avanti nel finale.

Ferrari 4,5
Impalpabile in attacco, dove dovrebbe essere un'arma in più, lascia buchi preoccupanti in difesa.

Almeyda 7,5
Capitano e anima del River. Corre in lungo e in largo, lotta contro chiunque, recupera palloni su palloni e regala un'uscita dal campo di altri tempi, da vero cuore millonario.

Acevedo 5,5
Indispensabile per il gioco del River, si vede troppo poco e non gioca in verticale.

Pereyra 5
Nessuna traccia della solita spinta sulla fascia, nè della sua voglia di lottare.

Lamela 7
Voto premio per il suo primo superclasico alla Bombonera, tanta classe, giocate utili e di personalità. Tutto il gioco del River dipende da lui.

Funes Mori 4
Fantasma, sbaglia praticamente tutto e vanifica l'intero gioco offensivo. Ormai è così da mesi, la situazione si fa preoccupante.

Pavone 7
Gioca per se e per il compagno assente ingiustificato, lotta contro tutto e tutti, gli salvano un gol sulla linea.

Gonzalez Pirez 6
Entra per Maidana, ordinaria amministrazione con un brivido in disimpegno.

Lanzini 5,5
Ci prova, ma è troppo solo e toglie Lamela dal vivo del gioco.

All. JJ Lopez 6
La partita è stata ben preparata tatticamente, il River crea gioco (anche se è il peggior attacco del campionato) e subisce due gol per colpe assolutamente non imputabili al tecnico. Ma Funes Mori in campo per novanta minuti grida vendetta, era doveroso cercare un'alternativa.


Lucchetti 6,5
Para tutto quello che arriva nello specchio, molto sicuro in ogni situazione.

C.Rodriguez 6
Tanto lavoro in copertura su Pereyra.

Caruzzo 5,5
Perde il confronto con Pavone, ma in difesa è l'ultimo ad arrendersi.

Insaurralde 5
Inizio in panico totale, sbaglia anticipi e coperture ricorrendo a diversi falli. Prende fiducia (e ci mancherebbe) dopo il doppio vantaggio xeneize e prova a gestire la situazione.

Monzon 5,5
Senza infamia e senza lode fa il suo, lodevole la capovolta sull'esultanza.

Chavez 6,5
Uno dei più efficaci della mediana, corre e ha la tecnica per ripartire.

Somoza 6
Alterna momenti di grande condizione a momenti in cui rifiata e va in sofferenza. Soffre Lamela, ma è inevitabile.

Colazo 6
Porta acqua per JRR, uno col suo talento può fare di più, è giovane e crescerà.

Riquelme 6
Spento, limitato dal dolore agli addominali, cerca di gestire con qualche giocata di classe, lucido a lasciare a Mouche la punzione da cui nasce il 2-0. Da antologia l'abbraccio col Loco Palermo e la risata su un calcio d'angolo da ribattere.

Mouche 7
Si mangia un gol come al solito, ma batte il corner dell'1-0 e la punizione del 2-0. Manda in bambola l'intera difesa con il suo dribbling e le sue costanti accelerazioni, a destra o a sinistra non fa differenza.

Palermo 9
Come i suoi gol nei superclasicos, come il numero su una maglia che sarà per sempre sua. Ovazione meritatissima per chi ha scritto la storia del Boca. 4 gol nelle ultime 4 partite.

Viatri s.v.

Erviti s.v.

Noir s.v.

All. Falcioni 5,5
Baciato dalla fortuna. Il Boca trova due gol consecutivi abbastanza casuali e conferma tutti i limiti già visti nel corso della stagione, ma soffre e porta a casa la vittoria. Successo fondamentale per mantenere la panchina.

12 mag 2011

E' tempo di Superclasico

E' la settimana del Superclasico e ci sembra quindi doveroso introdurre una delle partite più attese dell'anno. River e Boca arrivano come sempre in situazioni completamente opposte e con stati d'animo estremamente differenti. Dopo un grande inizio di Clausura i ragazzi di JJ Lopez hanno lasciato intravedere qualche segno di difficoltà, perdendo due delle ultime tre partite e tornando bruscamente in vista della zona rossa del promedio, mentre la controparte Xeneizes è in netta crescita, trascinata da un Riquelme in costante miglioramento fisico e da un Palermo che, complice l'aria del Superclasico, ha magicamente ritrovato la solita implacabile vena realizzativa.

Nella speranza di recuperare due uomini chiave come Acevedo e Maidana -match winner nella sfida al Monumental-, i Millonarios affideranno le cariche offensive al talento di Erik Lamela e alla potenza del Tanque Mariano Pavone. Jota Jota non ha ancora lasciato capire chi completerà il trio d'attacco, ma al momento il favorito sembra essere Rogelio Funes Mori, talento inesploso all'ultima chiamata in un Clausura che lo ha mostrato sempre più in crisi d'identità. La partita della scorsa stagione alla Bombonera lo aveva visto protagonista in negativo, con un paio di errori sotto porta che i tifosi della Banda faticano ancora a dimenticare, rinfrescati nella memoria da una serie di imbarazzanti replay regalati dal numero nove nelle ultime uscite prima di questo Superclasico. Quale occasione migliore per abbandonare il periodo negativo e rilanciare prepotentemente la propria carriera?

Nel frattempo ecco il video del primo gol di un River Plate-Boca Juniors di qualche anno fa terminato 2 a 0 in favore dei Millonarios. Rete decisiva di Falcao, uno degli attaccanti del momento in Europa, autore di una stagione sensazionale nel Porto guidato da Villas Boas.
Qualcuno riconosce il raccattapalle che festeggia verso il minuto 0:44 assieme al Tigre, a Buonanotte, Belluschi e compagni? Esatto, è una delle stelle che fra pochi giorni scenderanno in campo alla Bombonera!


09 mag 2011

A lezione da Sir Alex

Sarà stata l'indigestione di clasicos spagnoli, sarà che ormai Barcellona è sinonimo di calcio e ciò che non è possesso palla, tiqui-taca, Lionel Messi e quattro-tre-tre è fuori moda e non ha più nulla a che vedere con il gioco del football, o soccer, come lo chiamano gli americani, ma trascorrere il tardo pomeriggio di domenica davanti alla tv a vedere Manchester United-Chelsea è stata una sorta di riconciliazione con l'essenza di questo sport. L'intero incontro è stato giocato ad un'intensità elevatissima, però sono stati i primi 45 minuti a mettere in mostra uno United a dir poco sensazionale.

Ferguson e i suoi uomini hanno disputato una prima frazione di gioco perfetta, controllando dal primo all'ultimo minuto un Chelsea in completa balia degli undici diavoli rossi. Mai soprannome è sembrato più azzeccato, perchè i Red Devils sono entrati in campo indemoniati, con una carica positiva che, complice anche il favorevole quanto meritato andamento degli eventi, ha trasmesso fin da subito ad un Old Trafford in piena simbiosi con i ragazzii in campo. Pubblico e giocatori sono sembrati un tutt'uno, annientando Ancelotti & Co. sotto qualsiasi punto di vista: tattico, tecnico e temperamentale.

Che cosa ha reso la prestazione del Manchester United tanto meritevole di lodi? Beh, avete presente il famoso Manuale del Calcio tanto caro a José Altafini e le sue migliaia di pagine citate in ogni telecronaca? Ecco, buttatelo via e munitevi soltanto di un foglio di carta, perchè Sir Alex ha vinto innanzitutto per la strordinaria, sorprendente ed organizzata semplicità del suo gioco. Nessun inutile giro palla, niente fantasiosi uno-due fra centrocampista e difensore con l'avversario più vicino distante almeno 20 metri, nessuna azione o giocata fine a se stessa e messa in mostra con irriverente compiacimento, nessuna melina e nessun secondo sprecato in uno sterile ed estenuante possesso palla. No, la partita dello United è stata forza bruta e pragmatismo allo stato puro.

Difesa solida, attenta e soprattutto altissima, distanze fra reparti e giocatori impeccabili, pressing totale portato con tutti gli effettivi, ripartenze a velocità supersonica, controllo assoluto del centrocampo e fasce dominate da cima a fondo. Da Vidic a Rooney, da Ferdinand a Park, da Valencia a Hernandez, da O'Shea a Giggs lo United ha stravinto, oltre al confronto fra squadre, ogni singolo duello, abbinando la solita superlativa qualità alla più attempata quantità tipica del calcio anglosassone. La vera straordinarietà dei Red Devils è tuttavia la concezione verticale del gioco, la ricerca costante e martellante del passaggio in avanti: una piacevole eccezione e una boccata d'aria fresca in un calcio che negli ultimi tempi è inevitabilmente evoluto verso una visione della manovra molto più orizzontale e riflessiva. Un capolavoro tattico di Ferguson interpretato nel migliore dei modi da un gruppo in grado di superare con facilità disarmante le cicliche ed inevitabili cessioni di alcune stelle, aggrappandosi a quelle emergenti e trovando il perfetto punto di riferimento in monumenti del calcio come il gallese Ryan Giggs.

La finale di Champions League nel nuovo Wembley si avvicina ed il Barcellona rimane il favorito di diritto, ma, nel frattempo, lo United ha messo in mostra una condizione scintillante, proponendo un gioco completamente diverso da quello dei catalani, ma non per questo meno piacevole o efficace, anzi...


07 mag 2011

Dortmund: l'ombelico del mondo (Parte 2)

Inizia ora il giro del mondo, perchè a completare l'undici titolare del Borussia Dortmund ci pensa una rappresentanza di giocatori provenienti da quasi tutti i continenti, un concentrato di diverse nazionalità, culture e soprattutto scuole calcistiche.
In difesa, assieme ad Hummels e Schmelzer, vi sono Lukasz Piszczek e Neven Subotić. Il primo è un terzino destro polacco, in Germania da quando aveva 19 anni e poco impegnato nell'ultima stagione fra le fila dell'Herta Berlino. Il BVB crede in lui ed approfitta della retrocessione della squadra della capitale per acquistarlo: i fatti danno subito ragione ai dirigenti dei gialloneri, perchè l'impronunciabile esterno difensivo polacco si rivela ben presto un ottimo innesto in grado di portare solidità e spinta alla manovra. Subotic è invece uno dei gioielli del Borussia Dortmund, assieme a Mats Hummels la colonna portante su cui Klopp ha basato la fase difensiva della sua squadra. Cittadino del mondo, nasce in Bosnia, si trasferisce fin da piccolo in Germania e dopo pochi anni attraversa l'oceano per seguire la famiglia negli USA. Lì inizia a giocare per l'Università di South Florida e in una tournée con la nazionale giovanile a stelle e strisce viene notato dagli osservatori del Mainz, all'epoca allenato proprio da Klopp. Il passo che lo porta a Dortmund a ricongiungersi con il suo vecchio allenatore è breve e in maglia giallonera dà vita ad una delle coppie difensive migliori d'Europa: uno straordinario concentrato di forza fisica, senso della posizione, anticipi, chiusure, ripartenze e tanta, tantissima classe.

Assieme a Bender, il centrocampo del Borussia Dortmund è orchestrato da Nuri Şahin, l'autentica mente della squadra. Trequartista di origine turca nato però a pochissimi chilometri da Dortmund, per la precisione Lüdenscheid, è stato il più giovane esordiente e realizzatore in Bundesliga: un predestinato. Mancino delizioso, inizia la carriera da trequartista, ma è Klopp ad intravederne le grandi doti da regista: lo arretra sulla linea dei mediani ed il nazionale turco accende la luce, dando il via a tutte le manovre dei gialloneri e rendendosi pericolosissimo anche in zona gol.
Sulla trequarti, coperto dalla coppia Bender-Şahin, c'è probabilmente la vera, grande sorpresa del Borussia Dortmund 2010/2011: Shinji Kagawa. Tuttologo giapponese scovato nella terra del Sol Levante dalla straordinaria rete di osservatori del club tedesco, è costato quasi meno del biglietto aereo per farlo arrivare nella Ruhr. I dirigenti del BVB si staranno già sfregando le mani al solo pensiero della plusvalenza in cantiere, ma nel frattempo a godere a pieno titolo delle prodezze del giapponese sono gli 80.000 del Westfalenstadion. Abilità nell'inserimento, dribbling nello stretto, movimento preciso e costante, senso del gol e duttilità fanno del giapponesino classe '89 un talento assoluto dal potenziale cristallino.

Ultimo elemento della formazione titolare è il centravanti di Buones Aires Lucas Barrios, il finalizzatore perfetto per la mole di gioco prodotta dai ragazzi di Klopp. Bomber di razza dal fisico devastante, vive per il gol ed in funzione del gol e la sua media realizzativa in Bundesliga rende perfettamente l'idea. Da buon giramondo in stile BVB, anche lui fa collezione di passaporti e dopo gli esordi più che positivi nel campionato argentino tenta una poco felice avventura europea fra le fila del Tottenham. L'adattamento alla Premier League non è dei migliori e prima di trasferirsi in Germania Barrios fa ritorno in Sud America, al Colo Colo, dove ricomincia a bucare i portieri avversari con continuità disarmante. Inspiegabilmente ignorato dalla Seleccion albiceleste, la Pantera decide di accettare la lunga corte del Paraguay, paese di nascita materno, esordendo agli ordini di Gerardo Martino con un gol, ovviamente.

A completare lo straordinario giro del mondo che da Dortmund e dall'Europa ci ha portati a visitare il lontano Oriente, le coste della Florida e il Rio della Plata ci pensa uno dei giocatori meno conosciuti della banda-Klopp: Mitchell Langerak, numero 20 e riserva di Roman Weidenfeller. Arrivato a Dortmund direttamente dal Queensland australiano, il ventiduenne ex-portiere dei Melbourne Victory è un'altra delle pazze invenzioni dei dirigenti del BVB. In questa stagione è stato chiamato in causa in una sola occasione, lasciando tuttavia intravedere ottimi segnali.

Ritornati in Germania, sembra doveroso chiudere con una piccola escursione nel Baden-Württemberg, a Stoccarda, la città natale di Jürgen Klopp, autentico arteficie della stagione e del progetto del Borussia Dortmund. Allenatore dalle qualità straordinarie, ha regalato ai tifosi del BVB una squadra dalle potenzialità uniche, spesso spettacolare per la qualità di gioco espressa e per la personalità messa in campo nonostante la media età dei suoi uomini chiave. Klopp ha fatto da allenatore, tutor e padre per dei ragazzi che mese dopo mese hanno stupito la Germania e l'Europa calcistica, fornendo prestazioni di livello assoluto anche contro avversari ben più quotati, come il Bayern Monaco vice-campione d'Europa di Van Gaal. La partita all'Allianz Arena nel girone di ritorno può essere un breve, seppur superficiale, riassunto dei gialloneri: difesa alta e sempre concentrata, centrocampo equilibrato, in grado di soffocare sul nascere la manovra avversaria e con la stessa facilità far ripartire degli attacchi veloci e letali finalizzati da un reparto offensivo completissimo e perfetto per il calcio moderno.
Con l'avvicinarsi dell'estate Dortmund diverrà probabilmente anche l'ombelico del mercato, perchè gli innumerevoli talenti messi in vetrina dal BVB saranno appetiti da tutta Europa e la dirigenza giallonera dovrà riuscire a resistere alla tentazione di smantellare un piccolo capolavoro in nome del denaro. Qualche sacrificato illustre ci sarà ed il primo nome sulla lista è quello della stella Nuri Şahin, vicinissimo al trasferimento a Madrid agli ordini di José Mourinho.

06 mag 2011

Dortmund: l'ombelico del mondo (Parte 1)

Chissà cosa avrà pensato un noto telecronista italiano reso celebre dalla trionfale avventura tedesca della Nazionale azzurra nel 2006 quando ha visto Jürgen Klopp portato in trionfo da una banda di ragazzini ed osannato da un intero stadio. E chissà se vedendo la Gelbe Wand, la parete gialla, idolatrare quel simpatico ragazzone un po' cresciuto gli sarà venuto in mente che proprio in quell'area di rigore Fabio Grosso lo faceva famoso andando a segnare uno dei gol più emozionanti della storia del calcio italiano. Ironia della sorte, o meglio, ironia del calcio, al Westfalenstadion di Dortmund Klopp si è preso la sua piccola grande rivincita, lui, che "di calcio non ne capisce proprio nulla". Avrà riso Jürgen, come fa spesso del resto: quando segna il suo BVB, quando l'arbitraggio non lo convince molto o quando la dea bendata sembra essersi voltata dall'altra parte a cercare qualcun altro.
Poco importa dunque dei giudizi insindacabili da parte di chi il calcio lo commenta a noi spettatori, perchè a parlare in fin dei conti ci pensa sempre il buon vecchio pallone e Klopp ha trovato l'alchimia giusta di vicende e personaggi per scrivere un racconto che vale la pena ricordare.

Dortmund è una città mineraria della Ruhr con poco più di mezzo milione di abitanti, storicamente famosa per il ruolo ricoperto nell'industria pesante ed ora uno fra i più importanti centri europei a livello di innovazione tecnologica. Per quanto riguarda il calcio è quasi superfluo citare Andy Möller, Lars Ricken e soprattutto Karl-Heinz Riedle, simboli, assieme a Matthias Sammer, del periodo d'oro del Borussia Dortmund culminato con la conquista della Champions League del 1997. Da quegli anni, eccezion fatta per un campionato, il BVB non ha più vinto nulla, risucchiato in una spirale di risultati negativi e condannato all'oblio da una gestione societaria ancora peggiore. Fino a quest'anno, fino a Jürgen Klopp.

Arrivato nel 2008, l'ex-tecnico del Mainz è riuscito nella proibitiva impresa di riportare i gialloneri alla vittoria del Maisterschale, plasmando una squadra a sua immagine e somiglianza: giovane, divertente, scaltra ed a tratti quasi irriverente. Alla guida di Klopp la compagine di Dortmund ha compiuto passi da gigante, crescendo partita dopo partita e sorprendendo chiunque per la maturità messa in campo nonostante una media età da far impallidire gran parte delle squadre dei principali campionati europei. La rosa del BVB è uno straordinario dipinto dell'evoluzione della sua città e del calcio tedesco: un mix di giovani rampanti provenienti dalle più svariati parti del globo, ognuno di essi con un proprio personalissimo background.

Pensi alla Germania, pensi ai Lothar Matthäus, ai Karl-Heinz Rummenigge, ai Beckenbauer e ai Gerd Müller. Oppure allo stereotipato tedescone, il calciatore teutonico tutto muscoli, forza e tenacia; poi vedi la formazione titolare del Borussia Dortmund e ti rendi conto che di tedeschi al 100% ce ne sono la metà e di questi forse uno o due rispondono alle vecchie caratteristiche del Made in Germany. C'è il portiere Roman Weidenfeller, presentatosi ad inizio stagione come il solito anello debole della catena e contro ogni aspettativa rivelatosi ben presto decisivo in più occasioni, e davanti a lui, a comporre metà della linea difensiva, ci sono Mats Hummels ed il terzino sinistro Marcel Schmelzer.
Hummels è uno dei simboli della squadra: scaricato troppo in fretta dal Bayern Monaco, trova in Klopp l'allenatore perfetto per far maturare tutto il suo talento, raggiungendo in breve tempo livelli di gioco impressionanti ed imponendosi come uno dei migliori centrali del campionato tedesco. Schmelzer, invece, è uno dei tanti prodotti dello straordinario settore giovanile del Borussia Dortmund: laterale instancabile, attento in fase difensiva e davastante nelle proiezioni offensive. Dribbling, cross e combinazioni velocissime con i compagni lo hanno aiutato a ricevere la prima convocazione per la Nazionale maggiore, dove, con ogni probabilità, andrà ad occupare un ruolo da protagonista, vista l'assenza di alternative di un certo spessore.

Davanti alla difesa agisce Sven Bender, mediano classe 1989. Anche lui, come Hummels, arriva dalla Baviera, ma è un prodotto del Monaco 1860, squadra con cui ha avuto modo di giocare più di 60 partite, maturando un'esperienza quasi unica in rapporto alla giovane età. Intelligenza tattica superiore alla media, capacità atletiche importantissime, buoni piedi e soprattutto tanto cuore lo hanno reso una delle colonne della squadra, fondamentale nel garantire la giusta copertura a Nuri Şahin e decisivo nel bilanciare gli equilibri. Altro tedesco è Kevin Großkreutz, esterno offensivo infaticabile e dai colpi alle volte sorprendenti. Nato a Dortmund, tifoso fin da piccolo del BVB, con la sua andatura a tratti goffa e scoordinata dà l'impressione di essere lì per caso: poi lo vedi correre ovunque, saltare gli avversari grazie alla straordinaria forza fisica e rendersi sempre pericoloso in ogni azione offensiva. E' probabilmente uno dei giocatori più sottovalutati della squadra, ma intanto ha già collezionato qualche presenza anche con la Nazionale maggiore.

L'ultimo tedesco titolare è il piccolo Mario Götze, 18 anni. Un concentrato di classe, tecnica e colpi di genio, il pupillo del Westfalenstadion. Al BVB da quando ha nove anni, lanciato senza alcuna paura da Jurgen Klopp, ha preso per mano la squadra trascinandola fino al titolo a suon di magie. Ala destra, sinistra, trequartista: può giocare ovunque e può farlo con un rendimento sensazionale. E' stato una miniera di assist per il fortunato Lucas Barrios ed ora mezza Europa è sulle sue tracce.

Un club esclusivo, parte terza

I cento gol sono un traguardo prestigioso
La tripla cifra è un segnale di consacrazione per attaccanti come Messi, Eto'o, Inzaghi, Raul o centrocampisti offensivi stile Lampard, Scholes, Giggs, Gerrard. Esiste però un caso particolare, che si manifesta dal 1992 a San Paolo, Brasile

Rogerio Ceni è arrivato a 100 gol in 950 presenze con la sua squadra. Media bassina, se non fosse un portiere.
Specialista in punizioni e calci di rigore al San Paolo, sua squadra da sempre, è un vero e proprio monumento. Capitano e leader, in carriera ha vinto praticamente tutto (compreso il Mondiale 2002 con la selecao) ed è anche il miglior marcatore di sempre del tricolor in Copa Libertadores.

Un caso più unico che raro, per un record storico che sa tanto di ricordo romantico di qualcosa che non ci sarà mai più.

03 mag 2011

Real Madrid - Barcellona, match 4 di 4

A far parlare di se è ancora una volta Josè Mourinho, assente forzato dopo l'espulsione dell'andata, per la scelta di vedere la partita in hotel. Una provocazione per un personaggio che proprio non ce la fa a non attirare l'attenzione.

In campo va un Real Madrid fatto di scelte forzate in difesa per le assenze di Sergio Ramos e Pepe. Per il resto Mou abbandona la tattica fin troppo conservativa delle partite precedenti mandando in campo titolari Kakà e Higuain insieme a Xabi Alonso, Ronaldo e Di Maria, tenendo stavolta come unico mediano difensivo Lass Diarrà. Un Real Madrid per costruzione finalmente molto simile alla sua vecchia Inter, capace si di difendersi in modo unico, ma con tutto il suo potenziale offensivo in campo.

La partita non è la guerra tattica e fisica dell'andata. Si gioca a calcio su entrambi i fronti e per una volta pure il possesso palla risulta equilibrato. Il Real con questi giocatori ha tutt'altra qualità e la gestione della palla ne guadagna sensibilmente. Il Barcellona è sempre il Barcellona, specie col rientro di Iniesta, e offensivamente è una macchina a cui deve opporsi ancora una volta Casillas.
Il risultato dell'andata è un macigno, e l'1-0 di Pedro (su filtrante splendido proprio di Iniesta) decreta di fatto la prima finalista di Wembley. Un fulmine a ciel sereno giusto a difesa schierata, grazie all'abilità del numero 17 di inserirsi e concludere e del numero 8 di snocciolare assist di puro genio. Il Real mostra però il carattere e l'orgoglio di chi non ci sta a perdere, arriva a produrre il pareggio di Marcelo dopo un palo di Di Maria (spaesato sulla destra) e a tenere ancora in apprensione la squadra di Guardiola fino alla fine. Proprio il giovane (classe 1988, malgrado sia a Madrid da diversi anni) terzino brasiliano gioca una partita di altissimo livello, con ottime chiusure difensive su Messi e Pedro e un sostegno determinante all'azione offensiva, confermandosi il giocatore blanco più cresciuto sotto la gestione Mourinho.
Finalmente inoltre non si sono viste sceneggiate pietose o proteste eccessive. A pensare male verrebbe da dire perchè il Barcellona aveva già il risultato in tasca, ma evitiamo simili pensieri.

Il bilancio finale di questi incontri vede dunque un risultato equilibrato, fatto di due pareggi e una vittoria per parte. Il Barcellona ha perso l'unico trofeo direttamente in palio, ma ha ipotecato la Liga ed è in finale di Champions League. Al Real resta il primo trofeo della gestione Mourinho, qualche rimpianto per il rosso a Pepe, per un gol annullato a Higuain e alcune scelte tattiche, ma anche la consapevolezza di aver dato un primo segnale. Arrivare a interrompere la tirannia catalana non sarà facile, ma i primi passi ci sono stati.

Una domanda a margine: come mai oggi niente idranti al Camp Nou?

01 mag 2011

Real Madrid - Barcellona, match 3 di 4

Ed eccoci qui, al piatto che conta veramente. Le partite precedenti erano solo un antipasto.
Semifinale di andata di Champions League a Madrid.

Il Real gasato per l'ultima vittoria, il Barcellona con la vendetta negli occhi per i due schiaffi consecutivi presi dall'uomo più odiato, Josè Mourinho. E anche il solitamente pacato Guardiola stavolta perde la calma di fronte alla dialettica dell'uomo di Setubal che l'ha pungolato per tutto l'anno, a testimonianza del fatto che il gioco si fa duro.
Di nuovo Mou propone la stessa squadra fatta di mediani, corsa, fisico e ripartenze. Una sorta di 4-1-4-1 molto accorto, senza un vero punto di riferimento in avanti, con Lass Diarrà e Pepe in mezzo a chiudere su tutti e le ali Ronaldo e Di Maria a ripartire. Il Barcellona si propone sempre uguale a se stesso, con la novità di capitan Puyol a sinistra per cercare di mettere il più possibile le briglie al miglior avversario. La squadra di Madrid vuole la palla giusto il tempo che serve per far male, difendendosi con ordine e la giusta cattiveria, mentre il Barcellona paga l'assenza di Iniesta, sostituito da Keità. Senza don Andres rimane il solo Xavi ad accendere la luce in mezzo al campo e questo favorisce il lavoro in pressing delle merengues, che devono occuparsi di un uomo in meno.

Il primo tempo è fatto di lotta a centrocampo, mischie, falli, qualche cartellino. In questo contesto di calcio lottato risulta sempre più stucchevole l'atteggiamento del Barcellona. Sempre a provocare, a protestare con tutti gli effettivi con l'arbitro, a buttarsi a terra a ogni minimo tocco. La squadra più forte di tutte potrebbe evitare di ricorrere a certi mezzucci che con la sportività hanno poco a che fare, ma ormai è questo il costume dei catalani.

La svolta arriva nel secondo tempo. Josè prova a dare spessore offensivo inserendo Adebayor al posto di uno spaesato Ozil, ma a cambiare indelebilmente la partita e forse la storia dell'intera semifinale è il rosso a Pepe al sessantesimo per un'entrata a gamba tesa su Daniel Alves. Provvedimento eccessivo, con classico carpiato del numero 2 blaugrana, a confermare la tradizione che vuole le squadre allenate dal portoghese con l'uomo in meno contro i catalani. A questo punto il Real pensa a difendersi e a lanciare lungo sul suo attaccante togolese, mentre il Barcellona prova ancora di più a esasperare scambi e inserimenti. Alves sulla destra è una spina nel fianco e serve un grande Marcelo per contenere lui e Pedro. Ma alla lunga la corsa viene leggermente meno da parte di Di Maria, e senza Pepe a correre in lungo e in largo qualche spazio si apre. E chi se non Messi, mister 50 gol in stagione, poteva approfittarne? Al settantaseiesimo da prima punta pura su cross del neo entrato Afellay (che salta secco un Marcelo alle corde) e all'ottantasettesimo saltando tre avversari (evidente l'assenza di Pepe sulle sue tracce).

Uno 0-2 che rappresenta il trionfo di Guardiola, l'ennesimo della sua giovane carriera. Il campo ha emesso un verdetto, anche se come ci tiene sempre a ricordare Mourinho la Champions è la competizione degli episodi. E quelli a favore del Barcellona sono proporzionali alla forza della squadra.