28 mag 2014

La società Milan e il ritorno dell'ancien regime

Pochi mesi fa, ai tempi dei saluti ad Allegri, sembrava che la società Milan fosse alla fine di un'era. Non il quadriennio del livornese, ma il quasi trentennale impero di Adriano. Il nuovo avanzante, la figlia del proprietario con trent'anni sì, ma considerando l'età, sembrava una forza inarrestabile, magari lenta, ma sempre intenta a erodere nuovo spazio e nuovo potere.
Oggi, al termine di un semestre di fuoco che ha mietuto le sue vittime, i nuovi rapporti di forza sembrano essere stati stabiliti. E assomigliano tanto a quelli vecchi, con buona pace dei tentativi di ribellione.

Un chiaro segno del cambiamento degli equilibri si riscontrava nel nuovo organigramma societario. Se prima infatti Barbara aveva un ruolo marginale, quasi ritagliato apposta, poi è stata elevata sostanzialmente allo stesso rango di Adriano. Vice Presidente Vicario e Amministratore Delegato uno, Vice Presidente e Amministratore Delegato l'altra. Balla giusto un aggettivo, che porta al varo di una società con due anime. In parallelo si registra l'addio di Ariedo Braida, storico braccio destro di Galliani, una mossa volta forse a privare il vecchio ad di un suo interlocutore fidato, forzandolo a cooperare con la sua nuova pari grado.
Il passo successivo è stato l'annuncio di Clarence Seedorf come nuovo allenatore. Un'altra coltellata di Bruto (Barbara) a Cesare (Galliani), che non solo si era impegnato a difendere Allegri fino allo stremo, ma in caso di successione aveva il suo nome, Pippo Inzaghi, mentre l'olandese pare fosse più nelle grazie del Presidente padre di Barbara, per quel suo carisma e quel fascino tutto particolare. In una mossa sola quindi venivano messi a segno due colpi in nome della rivoluzione. Il tavolo sembrava chiaramente apparecchiato, tutti gli indizi indicavano che, a breve, Galliani sarebbe stato messo in un angolo, privato del suo potere e infine scaricato.

Era tuttavia chiaro a tutti che una figura come la sua non potesse sparire nel nulla, e mentre un Braida avrebbe potuto trovare casa in altre società (tipo la Samp), risultava inimmaginabile slegare il dirigente con la cravatta gialla dalla società rossonera. Troppo lunga la militanza, ma anche troppo stretto il legame con la squadra, il Presidente e tutto ciò che riguarda il Milan. Non a caso si sono inseguite voci di approdi in altri ambiti dell'impero berlusconiano, dalla politica ad incarichi in società diverse.
Una cosa era chiara: dopo così tanto tempo e un'impronta tanto forte, Galliani non se ne sarebbe andato senza un'alternativa sicura e una cospicua bonuscita. Un paracadute per lui, una precauzione per la società anche per evitare che trascinasse altri con se e qualunque dichiarazione scomoda, nell'immediato come nel futuro, perchè uno con il curriculum del Vice Presidente Vicario ne ha viste a bizzeffe, e se decidesse di raccontare qualche aneddoto potrebbe risultare poco simpatico. Una situazione spinosa, difficile da prendere e forse sottovalutata sia da chi ha tentato la scalata al potere, sia da chi ha lasciato che succedesse, soprattutto perchè dilatava forzatamente i tempi dell'eventuale addio, tra dettagli legali e accordi da trovare.

Forse è stato dato troppo tempo a un vecchio leone come Galliani. Di sicuro è stata sottovalutata la sua capacità di sfruttare le difficoltà tecniche della squadra per il suo tornaconto.
Più Seedorf veniva messo in discussione più la sua figura tornava in auge. Se pensate che le voci sul commissariamento della squadra con proprio lui garante e certe critiche pubbliche anche troppo evidenti siano un caso non avete ben presente come funziona la comunicazione al Milan. L'olandese è stato tanto esaltato senza alcuna base all'arrivo quanto gratuitamente gettato sulla graticola per i motivi più vaghi nel corso della sua avventura. Ancora una volta l'allenatore diventava strumento di lotta politica.
Clarence Seedorf è stato esonerato dall'incarico dopo appena 22 panchine, con un fatturato non disprezzabile di 35 punti in campionato, malgrado un contratto pluriennale e un corteggiamento lungo due anni, portato avanti tra l'altro quando lui ancora giocava. Una mossa sorprendente sia per le abitudini di casa Milan, sia per la necessaria transazione economica, ma soprattutto perchè la decisione è stata presa da Galliani e Berlusconi Silvio, non Barbara. Una evidente mossa di potere che fa tornare tutto come è sempre stato.

Barbara Berlusconi da pasionaria combattente del nuovo Milan, pronta a prendersi responsabilità mediatiche e tecniche sospinta dalla forza evocativa del suo cognome, è stata pian piano spostata ad altri progetti, come la nuova sede, gli eventi, magari lo stadio. Questioni più vicine, paradossalmente, al suo vecchio ruolo, sicuramente lontane dagli interessi dell'altro ad, sicuramente meno influenti e visibili. La tigre che esonerava Allegri a mezzo Ansa si è trasformata in un sonnecchiante micio al massimo in braccio a chi prende le decisioni vere.
La scelta di Inzaghi come allenatore è solo il naturale passo successivo. Fino alla prossima puntata.

22 mag 2014

L'incidenza in Serie A degli attacchi e il mercato dell'Inter

Il calcio, bene o male, vive di mode dettate dalle squadre più forti del momento, un processo anche naturale, che tende a semplificare il gioco e concentrare tutta l'importanza su un determinato modulo, uno stile di gioco, persino un reparto. In epoca contemporanea grande enfasi sul centrocampo a livello internazionale è stata posta ovviamente dalla Spagna, il cui testimone a livello italiano è stato raccolto, a suo modo, dalla Juventus di Conte. Questo si riflette nelle discussioni tra tifosi, soprattutto per il mercato. Parlando dell'Inter ad esempio si parla quasi solo del reparto mediano come necessità fondamentale, con anche delle motivazioni plausibili.
Tuttavia un reparto offensivo decisivo, in grado di sbloccare le partite aiuta tutta la squadra e permette di semplificarsi la vita, soprattutto dovendo affrontare squadre arroccate. La stessa Juventus ha cercato di migliorarsi quest'anno proprio in questo senso, e dei risultati sono arrivati.

Ma qual è l'inicidenza precisa dei gol degli attaccanti rispetto al totale a livello di Serie A?
Considerando i migliori attacchi troviamo:
Juventus (80 gol): il totale dei soli attaccanti è 40; nello specifico Tevez 19,  Llorente 15, Quagliarella 1, Giovinco 2, Vucinic 2, Osvaldo 1.
Napoli (77): dagli attaccanti 53;  Higuain 17, Callejon 15, Mertens 11, Insigne 3, Hamsik 7, Zapata 5.
Roma (72): dagli attaccanti 42; Destro 13, Gervinho 9, Totti 8, Ljajic 6, Florenzi 6.
Inter (62): dagli attaccanti 32; Palacio 17, Icardi 9, Milito 2, Guarin 4.
Verona (62): dagli attaccanti 46; Toni 20, Iturbe 8, Juanito 5, Jankovic 2, Sala 1, Romulo 6, Martinho 2, Marquinho 2.
Ho considerato nell'elenco gli attaccanti effettivi, includendo in certi casi giocatori che nominalmente non sono attaccanti, ma che nei fatti sono stati sfruttati come tali (Hamsik, Florenzi, Guarin, quasi tutti quelli dell'Hellas). Ho escluso la Fiorentina perchè con gli infortuni di Rossi e Gomez diventa troppo personale considerare chi realmente ha giocato in attacco. Nell'Inter non ho incluso Alvarez perchè, paradossalmente, tutti i suoi 4 gol sono venuti quando giocava a centrocampo, sia da titolare che quando spostato per necessità tattiche.

L'incidenza squadra per squadra quindi è del 50%, 69%, 58%, 52% e 74%.
Una percentuale decisamente significativa, pur con molte differenze di caso in caso, anche in formazioni che hanno il loro principale punto di forza nel reparto centrale come Juve e Roma.
In generale l'ampiezza della rosa è un fattore, in quanto intuitivamente con più uomini si hanno più opzioni. Andando nello specifico, per la Juve è lampante il totale squilibrio tra i titolari e le riserve, il Napoli ha ben 3 giocatori in doppia cifra e affida evidentemente molte responsabilità ai 4 uomini davanti, la Roma ha un attacco molto ben distribuito sintomo di un'organizzazione collettiva, il Verona porta a giocare come esterni tattici un nutrito elenco di giocatori dando possibilità di marcare a tutti.
Soffermiamoci un attimo di più sull'Inter.
I nerazzurri in questo elenco sono la squadra che ha avuto il minore apporto complessivo dagli uomini più offensivi, anche perchè dal punto di vista numerico il reparto è evidentemente sottodimensionato. I 32 gol sono il totale più basso, staccati di ben 10 dal penultimo, e anche l'incidenza del 52% è la seconda minore. Tralasciando la questione rigori, Palacio ha tirato la carretta tutta la stagione, ricevendo supporto sostanzialmente alternato dagli altri. Icardi per problemi fisici ha giocato soprattutto negli ultimi 6 mesi, in cui sono arrivati 7 dei suoi gol totali. Nei primi 6 mesi invece Milito ha segnato entrambi i suoi gol nel famoso 7-0 al Sassuolo e pure Guarin ha prodotto 3 dei suoi 4 centri.  In rosa come attaccanti ci sono stati anche Belfodil e Botta, 6 mesi a testa con minutaggio comparabile, che però non hanno trovato la via del gol in campionato. Come nel recente passato il centro assoluto del reparto nelle idee iniziali era il Principe, inseguito a lungo dal suo allenatore, ma infine incapace di fornire un apporto significativo.

Non è un caso che l'Inter abbia spesso faticato a sbloccare le partite, soprattutto contro squadre chiuse.  Considerato che l'anno prossimo Palacio avrà un anno in più, Milito sarà a giocare altrove e soprattutto il numro di partite aumenterà a causa dell'Europa League, il mercato nerazzurro dovrà in buona sostanza ricostruire il reparto, se l'Inter vorrà essere realmente competiviva, fornendo alternative credibili sia come apporto effettivo che a livello numerico.
Rappresenta un'urgenza comparabile, se non superiore, a quella in mediana.

19 mag 2014

Confronto Stramaccioni-Mazzarri, in numeri

Tralasciando tutte le questioni ambientali, tecnico/tattiche, fisiche, societarie, di rosa un paragone puramente numerico tra l'Inter 2012-2013 e l'Inter 2013-2014 è un semplice esercizio di stile. Si possono cioè ottenere dei dati, ma senza la piena comprensione del contesto è difficile dargli il giusto peso. Tuttavia il tifo vive di confronti, quindi cerchiamo di eviscerare la questione.

Partiamo da un presupposto: l'algebra dà ragione a Mazzarri.
L'inter 2012-2013 infatti ha vissuto una stagione che definire disastrosa è un gentile eufemismo. 54 punti, nono posto finale, 55 gol fatti (settimo migliore attacco) e 57 subiti (addirittura seconda peggior difesa alla pari del Siena penultimo), per una differenza reti negativa assai difficile (sperano i tifosi) da ripetere. Uno score finale di 16 vittorie, 6 pareggi e 16 sconfitte.
L'inter 2013-2014 risponde con 60 punti, quinto posto finale, 62 gol fatti (quinto migliore attacco alla pari col Verona) e 39 subiti (terza miglior difesa alla pari del Napoli). 15 vittorie, 15 pareggi, 8 sconfitte.
Il tecnico di San Vincenzo ha indubbiamente migliorato il rendimento della squadra, che tuttavia con Stramaccioni aveva toccato uno dei punti più bassi della sua storia e quindi peggiorare risultava assai complesso, portando 6 punti in più e la differenza reti da -2 a +23. Un rendimento in un certo senso normalizzato, senza picchi straordinari tipo la vittoria 1-3 a Torino, ma anche senza i tanti crolli fragorosi (per dirne uno il 4-1 di Firenze). Un potenziale punto di partenza "neutro", col fondamentale ritorno in Europa conquistato.

Se si allarga un attimo l'ottica si notano cose interessanti.
Innanzitutto, tra un campionato e l'altro è cambiato il contesto della classe media della Serie A.
Nel periodo di Stramaccioni 60 punti valevano l'ottavo posto, dietro a Juventus, Napoli, Milan, Fiorentina, Udinese, Roma e Lazio. Dal secondo (Napoli, 78) al quarto posto (Fiorentina, 70) c'erano 8 punti, tra la sesta (Roma, 62) e la terza (Milan, 72) 10. La teorica lotta per il quinto posto vedeva 4 squadre (Udinese, Roma, Lazio, Catania) in 10 punti.
Con Mazzarri 60 punti valgono il quinto posto dietro a Juventus, Roma, Napoli e Fiorentina. La Roma seconda (85) sta 20 punti avanti alla Fiorentina quarta (65), tra il terzo posto del Napoli a 78 e il sesto del Parma a 58 passano 20 punti. La lotta per il quinto posto vede 7 squadre (Inter, Parma, Torino, Milan, Lazio, Verona, Atalanta) in 10 punti.
Deduciamo che i primi tre posti si sono decisamente staccati, mentre la lotta per l'europa minore si è fatta molto più affollata e livellata.
Curioso notare come l'Inter nona, con 54 punti, sia arrivata a 18 punti dal terzo posto del Milan che ne aveva 72. Oggi l'Inter quinta con 60 punti ha gli stessi 18 punti dal terzo posto del Napoli a 78.
Con 54 punti nel campionato attuale il Verona si colloca alla decima posizione, con lo stesso preciso score vittorie/pareggi/sconfitte dell'Inter di Stramaccioni.
Il miglior rendimento di attacco e difesa ha dimezzato le sconfitte, ma ha più che raddoppiato i pareggi e, paradossalmente, persino prodotto una vittoria in meno. Insomma, il più favorevole rapporto gol fatti/subiti è stato di sicuro distribuito male e la squadra ha ancora un problema con le vittorie. Quantomeno ha smesso di perdere contro chiunque, che è già un bene, ma i 6 punti in più a fronte delle 8 sconfitte in meno ricordano quanto sia pesante l'incidenza dei (troppi) pareggi nell'era dei 3 punti a partita. La Fiorentina quarta a 65 punti, per corroborare, ha messo insieme 19 vittorie, 8 pareggi e 11 sconfitte.

Nella stagione 2014-2015 è necessario un salto di qualità, soprattutto nella cultura della vittoria. Riuscirà Mazzarri a portare questa mentalità?

18 mag 2014

L'attacco della Juventus e l'Europa

Fin dalla sua prima stagione in bianconero è stato evidente che il principale punto di forza della Juventus di Antonio Conte si trovava nel reparto di centrocampo. Un insieme completo di forza fisica, tecnica, regia e capacità di inserimento che diventava il motore ideale della manovra, portando solidità alla difesa e opzioni concrete all'attacco.
Per dare un'idea dell'incidenza dei titolari, nel 2011/2012 dei 68 gol totali 9 li aveva segnati Claudio Marchisio, 7 Arturo Vidal e 3 Andrea Pirlo, che aggiungeva anche 13 assist. L'anno successivo la situazione si fece ancora più evidente, infatti dei 71 gol totali ve n'erano 6 di Marchisio, 5 di Pirlo (più 7 assist), 5 di Pogba e 10 di Vidal (più 8 assist). Numeri decisamente importanti.
L'apporto degli attaccanti ovviamente c'è stato, ma in misura subordinata. Difficilmente erano gli uomini più offensivi a fare la differenza effettiva e spesso si trovavano a brillare della luce dei loro compagni più arretrati. I vari Matri, Vucinic, Quagliarella e Giovinco, che si alternavano spesso, sono arrivati al massimo a 10 come numero di gol e solo nella prima stagione il capocannoniere della squadra era stato un attaccante, con Matri che staccava di 1 rete la coppia Vucinic-Marchisio.

Posto che il campionato si poteva dare per acquisito, il limite della Juventus eliminata dal Bayern Monaco non a caso era stato individuato proprio nella scarsa capacità di decidere le partite dei componenti del reparto d'attacco. Per questo alla vigilia della stagione attuale a Conte sono stati recapitati due titolari nuovi di zecca, Fernando Llorente e Carlos Tevez. Due giocatori esperti (rispettivamente classe '85 e '84), capaci di fare gol e di integrarsi a vicenda.
La prima conseguenza del loro arrivo è stata la scomparsa di sostanzialmente tutti gli altri uomini del reparto. Matri è stato ceduto in estate, i restanti si son dovuti accontentare delle briciole sia in termini di gol che di minutaggio.
La seconda è stata, alla lunga, un cambio netto dell'incidenza dell'attacco. La Juve ha segnato di più, 80 gol, e i due migliori marcatori stagionali sono i due nuovi arrivati. Tevez sfiora il titolo di capocannoniere con 19 gol,  Llorente lo segue a 15, per un totale che nella stagione 2012/2013 avevano ottenuto Giovinco, Quagliarella, Matri e Vucinic sommati.
I centrocampisti hanno sempre fornito il loro apporto, 4 gol di Marchisio, 5 di Pirlo, 7 di Pogba, 11 di Vidal, ma la loro importanza è stata di fatto pareggiata dall'apporto del reparto offensivo, per la prima volta nella gestione Conte. Una variazione nel gioco che ha portato a una capacità ancora maggiore di sbloccare le partite, grazie alle giocate di Tevez e alla forza fisica di Llorente, per un dominio totale sul campionato col terzo scudetto consecutivo.

C'è però un lato deficitario rappresentato nel rendimento nelle coppe.
La Juventus cercava senza mezzi termini un upgrade decisivo in ambito internazionale visti anche i buoni risultati del primo anno (quarti di finale eliminati dai futuri campioni). Invece ha trovato una dolorosa eliminazione ai gironi di Champions (con 1 sola vittoria in casa col Copenaghen) cui ha fatto seguito l'eliminazione in semifinale di Europa League.
In questo si può parlare di fallimento fragoroso del nuovo reparto offensivo, ma soprattutto dell'uomo più atteso, l'erede del numero 10 Carlos Tevez. L'argentino infatti non è stato in grado di trovare la via del gol fino alla semifinale di andata contro il Benfica. Un gol pure beffardo alla luce del risultato finale. Anche Llorente si è fermato a 2 gol nel girone (cui si aggiungono 2 di Quagliarella), per un rendimento generale del reparto offensivo insufficiente rispetto alle aspettative, specie se paragonato coi 5 gol messi a segno dal solo Vidal.

Avere un attacco forte, completo e risolutivo si è rivelato insomma decisivo per asfaltare un campionato già dominato negli ultimi due anni, ma in ambito europeo ha portato a un passo indietro.
Forse la squadra di Conte si è adagiata troppo sugli attaccanti, perdendo qualcosa in termini di collettività e organizzazione rispetto agli anni passati?

16 mag 2014

L'impatto di Yaya Tourè

Yaya Tourè è senza ombra di dubbio una delle chiavi dei successi recenti del Manchester City.
Era già forte quando è stato prelevato a peso d'oro dal Barcellona, ma nel corso degli anni ha saputo mettere in campo miglioramenti costanti che lo hanno portato oggi a diventare uno dei più forti centrocampisti del mondo, di sicuro il più completo.
Tutto questo trova conferma nei numeri. L'ivoriano a 31 anni ha vissuto una stagione scintillante in ogni singolo aspetto del gioco, un impatto sulla squadra a 360° da lasciare a bocca aperta.

Cominciando dalle cose più evidenti, la stagione 2013-2014 è stata per Yaya la più prolifica di sempre: 24 le reti messe a segno aggiungendo al conto anche 12 assist.
Parlando di Premier League, con 20 gol (6 rigori, 4 punizioni dirette, novità assoluta del repertorio) è terzo nella classifica marcatori dietro Suarez e Sturridge, unico centrocampista nei primi 10 e miglior marcatore del City davanti ad Agüero, essendo tra l'altro solo il quinto per tiri di media a partita. In più è al quarto posto nella classifica degli assist, con 9 passaggi decisivi alla pari di giocatori come Özil e Silva.
Come media voto è il terzo migliore della squadra dietro ad Agüero e Silva. Dei 3 però è quello che ha giocato di più (35 presenze contro 20 e 26), fatto più gol e più assist.
Si trova al terzo posto anche come dribbling riusciti a partita, dietro al solito argentino e a Nasri, ma in compenso tra i giocatori offensivi è uno di quelli che perde meno palloni di media. A conferma della sua pericolosità è anche il sesto giocatore ad aver subito più falli della rosa.
Con 71, 5 è il giocatore che fa più passaggi, con una percentuale di realizzazione del 90,1% che è la terza migliore in assoluto. In aggiunta è il migliore per precisione nei lanci lunghi.
Difensivamente è il sesto della rosa per tackle totali, secondo dietro a Fernandinho dei centrocampisti, settimo come media a partita. Come palloni intercettati è ottavo, dietro a Fernandinho e Javi Garcia come mediano e migliore dei giocatori più offensivi. Cosa da non sottovalutare per un centrocampista centrale, ha preso solo 4 gialli in tutto il campionato.

In sostanza Tourè in assoluto è il giocatore del City con più presenze, più influenza sul gioco, più efficienza e più impatto offensivo, risultando al contempo un importante supporto in fase difensiva.
Se Mancini ha l'indubbio merito di aver puntato forte su di lui, Pellegrini lo sta valorizzando al massimo.

14 mag 2014

Uruguay, la nazionale immutabile

L'Uruguay di Tabarez è stato senza ombra di dubbio la sorpresa dei Mondiali 2010, mentre la Copa America 2011 vinta in Argentina è stata la conferma della bontà del lavoro e il punto di arrivo di un gruppo capace di imporsi come principale realtà del continente.
Tabarez fin da subito è stato grande protagonista a causa delle sue scelte, tanto nette quanto vincenti. L'Uruguay è una squadra andata ben oltre i propri limiti individuali grazie a un'amalgama unica, probabilmente irripetibile. L'allenatore, il maestro tristo che ha plasmato il tutto, ne è perfettamente conscio, e questo si riflette chiaramente anche oggi nella scelta degli uomini.
Mondiale 2010-Copa America 2011-Confederations Cup 2013 hanno visto delle convocazioni talmente simili da poter essere definite immutabili:

- Sudafrica: Muslera, Castillo, Silva; Lugano, Godin, Victorino, Scotti, Maxi Pereira, Fucile, Caceres, Alvaro Pereira; Gargano, Arevalo Rios, Diego Perez, Eguren, Ignacio Gonzalez, Alvaro Fernandez, Lodeiro; Forlan, Suarez, Cavani, Sebastian Fernandez, Abreu

- Argentina: Muslera, Castillo, Silva; Lugano, Godin, Victorino, Scotti, Maxi Pereira, Coates, Caceres, Alvaro Pereira; Gargano, Arevalo Rios, Diego Perez, Eguren, Alvaro Gonzalez, Cristian Rodriguez, Lodeiro; Forlan, Suarez, Cavani, Abel Hernandez, Abreu

- Brasile: Muslera, Castillo, Silva; Lugano, Godin, Coates, Scotti, Maxi Pereira, Aguirregaray, Caceres, Alvaro Pereira; Gargano, Arevalo Rios, Diego Perez, Eguren, Alvaro Gonzalez, Cristian Rodriguez, Lodeiro; Forlan, Suarez, Cavani, Abel Hernandez, Gaston Ramirez

Elenchi perfetti per il copia-incolla. 4 cambi (Fucile per Coates, il Tata Gonzalez per Ignacio Gonzalez, Cristian Rodriguez per Alvaro Fernandez, Abel Hernandez per Sebastian Fernandez) dal 2010 al 2011, 1 (sanguinoso, Gaston Ramirez per il Loco Abreu) dal 2011 al 2013.

Per il Mondiale 2014 la lista vede 25 preconvocati:
- Brasile: Muslera, Muñoz, Silva; Lugano, Godin, Coates, Gimenez, Maxi Pereira, Fucile, Caceres, Alvaro Pereira; Gargano, Arevalo Rios, Diego Perez, Eguren, Alvaro Gonzalez, Cristian Rodriguez, Lodeiro, Alejandro Silva; Forlan, Suarez, Cavani, Abel Hernandez, Gaston Ramirez, Stuani
Con a disposizione 3 riserve: Scotti, Alvaro Fernandez, Castro

Dal 2013, considerando tutti i 25, cambiano 5 giocatori di cui 3 possiamo considerarli sostituti (il secondo portiere Muñoz per Castillo, Gimenez per Scotti, Fucile per Aguirregaray) mentre 2 sono semplicemente in più rispetto ai 23 dei convocati definitivi (Alejandro Silva e Cristian Stuani). In più Jorge Fucile è un ritorno visto che era già in rosa nel 2010 e tra le riserve figurano Scotti (sempre presente) e Alvaro Fernandez, anche lui convocato in Sudafrica. Da Mondiale a Mondiale vediamo sostanzialmente 6 cambi.
Si può insomma affermare che nell'ultimo quinquennio Tabarez si sia sempre affidato agli stessi uomini. Una strategia che ha di sicuro portato risultati, ma che sembra sul punto di mostrare tutti i suoi limiti proprio nell'attesissimo appuntamento brasiliano.

13 mag 2014

Matías Kranevitter

Matías Kranevitter nasce nel maggio del 1993 a San Miguel de Tucuman, capitale dell'omonima provincia nell'interior argentino. Affacciatosi in prima squadra già durante la gestione tecnica di Matias Almeyda, il Colorado -o più semplicemente "Colo"- ha trovato spazio e relativa continuità d'impiego con l'avvento in panchina di Ramon Diaz ed è la nota più lieta del River Plate, che domenica si appresta a giocare l'incontro decisivo per la conquista del Final 2014.

Acquistato dai Millonarios a 14 anni, Kranevitter non si può considerare uno che ha bruciato le tappe, pur essendosi tolto le soddisfazioni di vincere, tra le altre cose, una Copa Libertadores U20 e di aver fatto costantemente parte delle nazionali argentine giovanili. Il debutto in Primera è arrivato infatti soltanto a fine 2012 nella vittoriosa sfida contro il Lanus, quando la Banda era gestita ad interim da Gustavo Zapata, e nei mesi successivi il Colo ha collezionato 4 misere presenze, dando comunque la sensazione di poter essere un giocatore importante per il futuro. Nell'ultimo anno la crescita del ragazzo è stata imponente e Kranevitter è entrato in pianta stabile nel giro dei titolari, prendendo spesso il posto dei senatori Ponzio e Ledesma.

Meno tecnico di Lanzini, meno potente di Eder Alvarez Balanta e meno elegante di Quignon -centrocampista lasciato scappare con troppa facilità al San Lorenzo e da tenere d'occhio-, Matias tra i '93 del River è quello che c'è ma non si vede. Mediano d'ordine e di grande acume tattico, è arrivato in Primera in punta di piedi per completare con un po' di forze fresche il centrocampo millonario ed è bastato poco per intuire che le sue caratteristiche sarebbero ben presto tornate utili a Ramon Diaz. Questo perché pochi giovani sanno muoversi come lui tra centrocampo e difesa, leggere bene le situazioni di gioco e dare equilibrio a un sistema molto delicato e complesso come il 4312 studiato dal Pelado.

Alto poco meno di 1 metro e 80 per un peso di circa 75kg, Kranevitter non ha l'energia brutale di un Mascherano o di un Almeyda, né la qualità pura di un Fernando Redondo, però sa stare in campo, sa recuperare palla e la sa muovere con idee e tempi giusti. Il Colo ha senso della posizione, grinta e tempismo che gli permettono di essere un fattore importante in fase di non possesso, grazie all'ottimo senso tattico e alla predisposizione al sacrificio. La puntualità nelle coperture e l'abilità nel saper galleggiare tra le linee ne fanno infatti un perno davanti alla difesa di sicuro affidamento, che presenta il solo limite dello scarso peso nel gioco aereo.
Con la palla tra i piedi, come accennato, non siamo di fronte a un nuovo Veron, ma Kranevitter ha comunque messo in mostra buone doti di palleggio e lettura del gioco. Tocchi precisi, a volte ancora ritardati di qualche tempo complici i ritmi sudamericani, e aperture interessanti, sia in orizzontale che in verticale. Non a caso Ramon alle volte ha preferito la sua varietà "nell'offerta di passaggi" (per richiamare una celebre frase di Marcelo Bielsa rivolta a Carlos Tevez in un Peru-Argentina del 2004) al ritmo compassato e ai passaggi fin troppo prevedibili del Lobo Ledesma.

Ma al di là di tutto a colpire in queste prime stagioni di Kranevitter sono state la personalità e la sicurezza con cui il tucumano ha saputo inserirsi nei meccanismi (non troppo perfetti) del River Plate, senza soffrire minimamente l'insostenibile pressione del Monumental e di una delle maglie più pesanti del continente. Non a caso Sabella lo segue da tempo e il Colo potrebbe essere una delle sorprese nella lista dei 30 giocatori preconvocati in vista del Mondiale brasiliano.

07 mag 2014

Gli ignorati della cantera del Real

Al contrario del Barcellona, il Real Madrid è un club famoso più per i suoi acquisti stellari che per i talenti prodotti dalla cantera.
Se si esclude il periodo sponsorizzato come "Zidanes y Pavones", slogan coniato da Florentino Perez per indicare una rosa composta da campioni affermati comprati dall'esterno e talenti sviluppati dall'interno, i ragazzi delle giovanili negli ultimi anni sono stati più o meno ignorati, sfruttati al limite come giocatori di complemento.
Bisogna però ricordare che il Real è un club di grande tradizione per quanto riguarda le giovanili. Restando in epoca moderna gli esempi più immediati portano da la quinta del Buitre fino a Raul, Guti e Casillas. Anche nelle generazioni più recenti di talenti ne sono stati prodotti, ma o sono stati frettolosamente abbandonati o hanno vestito la camiseta blanca appena di passaggio.
Qualche nome?

Borja Valero (1985): nato a Madrid, il faro della Fiorentina segue la trafila delle giovanili fino alla squadra filiale (Real Madrid Castilla). 2 stagioni dal 2005 al 2007, con 2 presenze in prima squadra, prima di essere lasciato andare al Mallorca.
Filipe Luis (1985): il terzino sinistro dell'Atletico, uno oggi dei migliori in assoluto, nel 2005-2006 disputa una stagione nel Castilla prima di imporsi al Deportivo.
Alvaro Negredo (1985): passa al Castilla nel 2005 e vi resta fino al 2007. Viene ceduto all'Almeria per 3 milioni, ripreso a 5 nell'estate 2009 e rivenduto a 15 nel giro di un paio di mesi al Siviglia.
Roberto Soldado (1985): arriva nelle giovanili a 15 anni e mette insieme 120 presenze nel Castilla dal 2002 al 2006. Credono in lui, gioca 19 volte in prima squadra con 4 gol e lo mandano in prestito all'Osasuna a farsi le ossa. Al ritorno gli rinnovano il contratto e gli danno la maglia numero 9, ma trova solo 8 presenze in tutto il 2007-2008. Viene quindi ceduto al Getafe per 4 milioni.
Josè Manuel Jurado (1986): 95 presenze nel Castilla fino al 2006, con 5 presenze nel Real vero. Passa poi all'Atletico, con cui vince Europa League e Supercoppa. Ve lo ricorderete allo Schalke, anche in Champions League (soprattutto i tifosi dell'Inter).
Adam Szalai (1987): nome decisamente sorprendente. L'ungherese si trasferisce nel 2007 al Castilla, prelevato dallo Stoccarda, e vi resta fino al 2010. La sua carriera si svolge in Bundesliga tra Mainz e Schalke.
Javi Garcia (1987): entra nella cantera addirittura nel 1996, gioca 86 presenze nel Castilla ed esordisce in prima squadra nel 2004 a 17 anni. Viene ceduto all'Osasuna nel 2007 con opzione di riacquisto, esercitata l'anno dopo. Nel 2008-2009 gioca 19 partite col Real prima di trasferirsi definitivamente al Benfica. Dal 2012 al Manchester City.
Josè Maria Callejon (1987): arriva nelle giovanili nel 2002, nel 2007 esordisce col Castilla, diventa il capocannoniere della squadra nella successiva stagione da titolare. Passa all'Espanyol nel 2008 collezionando 97 presenze prima di tornare al Real nel 2011. A Napoli sta vivendo la sua migliore stagione.
Esteban Granero (1987): entra nel Real a 8 anni, nel 2006-2007 gioca nel Castilla per poi essere ceduto al Getafe. Lo riacquistano nel 2009, ma il suo minutaggio scende progressivamente fino alla cessione al QPR nel 2012.
Juan Manuel Mata (1988): entra nelle giovanili a 15 anni, fa la trafila fino alla squadra filiale e si mette in luce nelle nazionali giovanili. Non viene mai chiamato in prima squadra, nel 2007 si libera dal contratto e passa al Valencia.
Dani Parejo (1989): nelle giovanili dal 2003, gioca nel Castilla dal 2006 fino al 2008, quando passa al QPR in prestito per una stagione. Ritorna, pare, per volere di Alfredo Di Stefano e colleziona 5 presenze in prima squadra, prima di essere ceduto al Getafe nel 2009. Oggi fa bella impressione al Valencia.
Rodrigo Machado (1991): il brasiliano naturalizzato spagnolo, cugino dei fratelli Alcantara, nel 2009-2010 gioca nel Castilla dopo essere satato prelevato dal Celta Vigo. Il Benfica punta su di lui dalla stagione successiva, acquisendolo definitivamente nel 2011.
Pablo Sarabia (1992): entra nelle giovanili a 12 anni, dal 2009 al 2011 gioca 49 partite nel Castilla, dove ispira i gol di Alvaro Morata, e passa quindi al Getafe per 3 milioni. 59 presenze nelle nazionali giovanili spagnole.

02 mag 2014

Il Benfica di Jorge Jesus e l'Europa

Quando si parla di calcio portoghese si tende a identificare l'intero movimento col solo Porto, che per i successi nelle coppe, certi giocatori e soprattutto un paio di allenatori è senza dubbio la compagine più mediatica del luogo. Negli ultimi anni però i dragoes non sono stati l'unica squadra a mettersi in luce e in particolare ignorare i loro eterni rivali del Benfica è ingiusto e ingeneroso.

Lo Sport Lisboa e Benfica è, ovviamente, una delle tre grandi storiche del calcio portoghese. Ha una tradizione di spessore assoluto bilanciata da un recente passato decisamente più complesso. Il riscatto nel nuovo millennio è cominciato col lavoro di Giovanni Trapattoni nel 2004/2005, quando il club vince il campionato dopo un digiuno di 11 anni. Ma è con l'attuale allenatore Jorge Jesus che il rendimento si stabilizza a livelli alti.
Jorge Fernando Pinheiro de Jesus viene assunto nel 2009, quando ha già maturato un'esperienza da allenatore quasi ventennale. Il legame col club e con la piazza diventa immediatamente speciale, facendo sognare addirittura un exploit stile Mourinho.
Le aguias con lui ottengono 2 titoli (2009/2010, all'esordio, e 2013/2014) e 3 secondi posti, tutti ovviamente alle spalle del Porto. In 5 anni complessivamente subisce solo 14 sconfitte in campionato (di cui 7 nel 2010/2011), giocando un calcio moderno e propositivo che ha permesso di valorizzare tantissimi giocatori, molti partiti per vagonate di milioni (Ramires, Di Maria, David Luiz, Fabio Coentrao, Matic). Ma è il rendimento in ambito europeo a meritare particolare evidenza.

Nel 2009/2010 Jesus porta il Benfica ai quarti della prima Europa League, con Cardozo capocannoniere della competizione, venendo sconfitto dal Liverpool. Nel 2010/2011 pur essendo eliminato ai gironi di Champions League arriva fino alle semifinali di Europa League, in un'edizione famosa per la vittoria del Porto di Villas-Boas, ma anche per la presenza di 3 squadre portoghesi tra le 4 semifinaliste. Nel 2011/2012 pur partendo dal terzo turno preliminare gli encarnados non solo vincono il girone, ma arrivano fino ai quarti di Champions venendo eliminati dal Chelsea, una squadra in missione che andrà a vincere la coppa. Nel 2012/2013 si trova ancora retrocesso in Europa League dai gironi di Champions, ma arriva fino in finale perdendo ancora col Chelsea all'ultimo minuto. Infine in questa stagione 2013/2014 è di nuovo finale, eliminando stavolta la Juventus nello stadio che ospiterà l'ultimo atto della competizione.

Il cammino soprattutto in Europa League è da stelle assolute.
Manca una vittoria attesa da 50 anni, ma per quella bisogna convicere Bela Guttmann ad ammorbidirsi. Chissà che Eusebio non sappia toccare le giuste corde.