Visualizzazione post con etichetta juventus. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta juventus. Mostra tutti i post

23 ott 2017

La Juventus è di nuovo tatticamente a metà



Una costante della Juventus di Allegri sembra essere la mancata definizione tattica, almeno a livello definitivo. Anche quest'anno infatti, quando la scorsa stagione sembrava aver segnato la via definitiva del 4-2-3-1, i bianconeri si trovano ancora a cercare la quadra e discutere di moduli e giocatori. Questo a prescindere dai risultati, che sono comunque sempre arrivati derubricando il discorso tattico a poco più di una curiosità.

Andiamo per sommi capi. Fin dal primo anno in cui il tecnico livornese ha raccolto il testimone di Antonio Conte si parla di moduli. Ai tempi sembrava intenzionato a impostare subito la difesa a 4, ma il modulo a 3 dava più certezze e solidità e allora la squadra è tornata al 3-5-2 lavorando progressivamente su altro.
Mandando avanti il nastro fino al 2016/2017 Allegri fin dal mercato sembrava voler puntare su un rombo, ancora un 3-5-2 o al massimo un 4-3-3, ma non trovando un assetto accettabile per il centrocampo ha deciso di varare il 4-2-3-1 inventando Mandzukic esterno di sinistra, modulo che poi lo ha portato a sfiorare un triplete. Resta però una soluzione estemporanea, nata da una situzione in un certo senso di emergenza, per cui la squadra non era stata costruita. E nel finale di stagione, soprattutto il Champions League, il tecnico è tornato a una difesa a tre più o meno mascherata sfruttando Dani Alves come pendolo e allargando Barzagli all'occorrenza come terzino destro.

Arrivati al mercato estivo del 2017 la strada sembrava a tutti abbastanza chiara: la Juventus avrebbe cercato uomini per il 4-2-3-1, in particolare esterni d'attacco. I ricambi sulle fasce infatti in rosa mancavano visto che la squadra era costruita per tutt'altro modulo, nello specifico per un attacco a due punte, e Dybala progressivamente era stato spostato in posizione centrale. Invece, ancora una volta, Allegri ha scelto di mettere in discussione il suo modulo tattico, cercando in particolare il 4-3-3.
L'acquisto simbolo di quest'idea è Blaise Matuidi. Il francese è un arrivo di spessore, ma il suo ambiente ideale è un centrocampo a tre, per quanto viste qualità ed esperienza poi possa adattarsi a tutto. Resta un innesto sintomatico del tarlo nella testa dell'allenatore, uno che, per dire, ha presentato a Coverciano una tesi proprio sui movimenti degli interni in un centrocampo a tre.

La Juventus insomma ha una rosa ampia in tutti i reparti, ma che sembra fatta apposta per tenere aperte più porte possibili. In ogni modulo si può trovare qualcosa che funziona bene e qualcosa che stona a seconda della direzione in cui si guarda. Una situazione che si protrae da un po' troppo tempo per essere del tutto casuale.

31 ago 2017

Il bivio di Claudio Marchisio


Claudio Marchisio è indubbiamente un giocatore importante per la Juventus. Ma a questo punto della sua carriera, che pure certamente non è al tramonto, va fatta una distinzione chiara tra l'utilità tecnica effettiva, di campo, e quella di leadership, di immagine ed emotiva.

La carriera di Marchisio infatti è in un momento critico in bianconero. Il Principino ha avuto una crescita impressionante nel corso degli anni, passando da elemento rimasto in rosa quasi per caso in seguito a Calciopoli a titolare fisso con peso sempre crescente. Gli anni di Conte hanno portato la consacrazione come carrillero, per dirla alla spagnola, ma il suo sviluppo sia tecnico, che di personalità, che di comprensione del gioco hanno portato a promuoverlo come nuovo fulcro del gioco della Juventus dopo l'addio di Andrea Pirlo. Un'investitura non di poco conto. Certo, avere accanto Pogba e Vidal aiutava, ma questo non toglie i meriti del numero 8.
L'anno scorso però le cose sono cambiate. Marchisio ha culminato un 2015-2016 piagato dagli infortuni con la rottura del legamento crociato e questo ha chiaramente lasciato un vuoto nel centrocampo di Allegri per il 2016-2017. Non a caso il tecnico ha impiegato mesi prima di sistemare la sua formazione, optando infine per il varo di un nuovo modulo.
Nel 4-2-3-1, come ovvio, c'è però spazio per soli due centrocampisti. E qui nasce un problema, perché tra la necessità di recupero fisico post rottura dei legamenti e l'ottimo rendimento di Khedira, sorprendentemente anche come continuità fisica, e Pjanic all'improvviso non c'era più un posto da titolare per il vicecapitano bianconero. E questa situazione, di fatto, prosegue ancora oggi, una stagione dopo.
Il nodo è che Marchisio è un centrocampista completo, capace di fare tutto, ma che non ha delle qualità tanto spiccate da superare Khedira o Pjanic in qualcosa di specifico tanto da giustificarne il panchinamento costante. E ora ha la concorrenza anche di Matuidi e e il giovane Bentancur alle spalle. Di conseguenza gioca nei ritagli che gli trova Allegri.

Marchisio però non è il Rincon o il Lemina di turno. A livello di leadership e spogliatoio è una figura importante, forse anche decisiva per gli equilibri. Tifoso bianconero, cresciuto nelle giovanili, simbolo della rinascita e delle vittorie post 2006, ha uno status tale che rende la sua presenza in panchina una nota decisamente stonata. E qui subentra il lato emotivo, di immagine. Marchisio non è un giocatore come tutti gli altri soprattutto per i tifosi della Juventus, soprattutto dopo l'addio di Bonucci. Infatti quando ogni tanto escono delle suggestioni di mercato non sono prese bene dalla piazza. Lasciano il tempo che trovano, ma sono un sintomo chiaro: Marchisio in panchina è una storia strana, che non può durare troppo a lungo.

Il lato emotivo, legato a quanto il centrocampista fa presa sul pubblico, e di immagine è totalmente su una via opposta rispetto a quello tecnico. E in queste condizioni una cessione di Marchisio, magari dopo un buon Mondiale 2018, non sarebbe sorprendente da parte di una società come la Juventus. Che non a caso sta cercando ancora altri centrocampisti. 


6 giu 2017

La Juventus e il centrocampo


Partiamo da un riassunto estremamente sintetico: la Juventus ha un problema a centrocampo.
La cosa non è percepibile a livelli "normali" perché i bianconeri sono superiori agli avversari appunto "normali" (leggi, principalmente, la Serie A al completo), ma quando si alza il livello la tassa si paga. Chiedere a Casemiro, Modric e Kroos.

Il problema, come spesso capita, nasce da lontano. Negli ultimi anni il club ha dovuto ovviare alle partenze di Pirlo, Vidal e Pogba, tutti giocatori di grande spessore anche se per motivi diversi. Colmare un simile vuoto non è semplice nemmeno per una squadra molto solida sul campo e altrettanto preparata a livello dirigenziale.
In particolare Pjanic, uno dei grandi acquisti della scorsa estate, pur con alcuni colpi indubbiamente di alta qualità, non ha mostrato il livello necessario, e infatti ha peregrinato per il campo alla ricerca del ruolo più congeniale (una costante della sua carriera).
Non a caso nel corso di questa stagione Allegri ha preso una decisione precisa: cambiare modulo passando come riferimento principale dal 3-5-2 al 4-2-3-1. Il motivo non era unicamente di sfruttare il potenziale offensivo al meglio, ma soprattutto di risolvere il problema del centrocampo.
Nei primi mesi di stagione infatti il tecnico ha faticato non poco ad assemblare i vari Khedira, Marchisio (quando disponibile), Pjanic e compagnia di secondo piano, scegliedo a un certo punto di risolvere il problema semplicemente eliminandolo. La Juventus ha spostato il suo baricentro, e di conseguenza i dilemmi della fase difensiva altrui, dalla propria mediana alla propria trequarti offensiva. L'intuizione di Allegri è stata per certi versi geniale.
Ha funzionato, ma in realtà la questione centrocampo è rimasta aperta, per quanto mascherata.

Giocare a 2 o a 3 in mediana non è la stessa cosa, specie cambiando anche l'assetto difensivo. Khedira e Pjanic, i titolari di Allegri, si sono disimpegnati anche bene fino al secondo tempo della finale di Cardiff, sfruttando gli spazi e l'attenzione che la nuova linea offensiva pesante gli ha concesso. Meno attenzioni, più rendimento. Ma proprio su loro due la Juve deve riflettere: vanno bene o vanno cambiati per cercare un upgrade? E se sì, con chi?
La questione non è affatto semplice. Khedira nella sua carriera è sempre stato un magnifico role player sia in nazionale che nei club, ma Allegri quest'anno, con questo modulo, gli ha chiesto qualcosa in più. Nel breve ha anche funzionato, ma in futuro? Il tedesco è un classe '87 e questa stagione senza infortuni è un'eccezione nella sua carriera. Prenderà in mano lui il reparto? E come?
Pjanic dal canto suo semplicemente è Pjanic. Un magnifico talento, che vive di colpi, sprazzi, intuizioni, singole partite. Può essere acceso o spento, e non c'è modo di saperlo prima. Nemmeno il più organizzato, solido e in definitiva forte sistema bianconero è riuscito a normalizzare il suo rendimento. I lampi singoli possono bastare in partite di minor livello (e ripeto, questo basta per vincere il campionato allo stato attuale delle cose), ma per cercare un salto di qualità non si può vivere di scommesse continue. Chiaramente non sarà ceduto, ma è difficile che un giocatore così possa prendere in mano il reparto.
Ci sarebbe poi un certo Marchisio, per certi versi il grande assente della Juventus 2016-2017. Il numero 8 è stato il grande sacrificato di Allegri sull'altare del nuovo modulo: lui che nel 3-5-2 doveva essere, mutatis mutandis, l'erede di Pirlo con solo due posti non è più stato la prima scelta, magari anche per i problemi fisici. Di fatto è stato retrocesso, e anche questa situazione richiederà una scelta precisa: si ripartirà da Marchisio? Togliendo chi? Diventerà definitivamente un'alternativa? 
Proprio per le lacune di loro tre, fisiche, tecniche o di altro genere che siano, Allegri ha deciso di cambiare modulo rimandando il problema. Ma in estate qualcosa dovrà succedere.

Gli avversari poi, dopo aver sofferto per mesi la nuova struttura tattica, naturalmente lavoreranno per adattarsi, e allora la vita dei due mediani potrebbe diventare all'improvviso più difficile.
La coperta è più corta di quello che sembra, e vive di un ulteriore fattore esterno al centrocampo in senso stretto: il lavoro fisico di Mandzukic lo può fare solo Mandzukic. Ma anche il croato è un punto interrogativo per il futuro, almeno come titolare, soprattutto se la Juve cercasse più qualità offensiva. Con Mario fuori dal campo il lavoro dei due mediani potrebbe essere ancora più tassante, lasciando un buco imprevisto, e troppo grande, nel centrocampo bianconero.

18 gen 2017

Dybala come Messi, nel bene e nel male

Tra le cose che Messi ha emulato di Maradona c'è la tendenza a veder nascere suoi eredi a cadenza più o meno regolare.
Basta che siano argentini, mancini (ma non è indispensabile), fisicamente compatti, con il dribbling nel sangue e una tecnica di un certo livello e il paragone sorge spontaneo, esattamente come succedeva con Diego nei decenni precedenti.
Per lo storico 10 del Napoli hanno ricevuto l'investitura, tra gli altri, Aimar, Ortega, D'Alessandro e Buonanotte, fino ad arrivare appunto a Messi. 
Per il 10 del Barcellona personaggi come Defederico, Iturbe e in tempi recenti, forse con qualche motivazione più solida, anche Dybala (poi ci sono tutti quelli nel resto del mondo, ma non divaghiamo).

La base tecnica del paragone Messi-Dybala è indiscutibile.
Oltre alle similitudini fisiche e all'avere il mancino come piede preferito, l'attaccante della Juventus è cresciuto esponenzialmente negli ultimi due anni, unendo un livello tecnico raro a un'ottima capacità di gioco, sia come movimenti, sia a livello di rifinitura, sia nelle conclusioni a rete.
L'approdo in nazionale argentina ha aggiunto un altro mattoncino alla costruzione e la consacrazione definitiva è arrivata con le parole di Bauza: "Dybala può sostituire Messi. Per come è cresciuto può prendere il suo posto". Poco importa che nella partita successiva (con Messi assente) si sia fatto espellere.
Fin qui solo cose positive. Il fatto è che in questa stagione, forse, sta emergendo che il paragone è ancora più profondo, arrivando a toccare la caratteristica di Messi che più fa discutere: la collocazione tattica.

Leo infatti, per quanto straordinario, non è un giocatore così facile da mettere in campo. Tendenzialmente a Barcellona ci sono riusciti, pur con degli anni di intermezzo da prima punta, ma soprattuto nell'Argentina, dunque in un contesto meno "perfetto" e coordinato, l'erede di Maradona è finito a giocare un po' ovunque. Esterno, prima punta, rifinitore, trequartista, l'unica cosa sicura era che al suo talento non si poteva rinunciare. Il percorso però si è rivelato più difficoltoso del previsto e i risultati, altalenanti per non dire deludenti al momento decisivo, hanno finito per alimentare discussioni di ogni genere ad ogni latitudine.
Dybala in questa stagione si trova in una situazione simile a quella che Messi vive con l'Argentina, ed è qui che subentra il lato negativo del paragone.

Il talento di Paulo non è in discussione, ma il suo rendimento ha risentito dei nuovi equilibri della squadra di Allegri. La Joya si è trovato nella condizione di dover modificare il suo modo di giocare, correndo di più, abbassandosi verso i centrocampisti, cucendo il gioco più che puntando la porta. Proprio come Messi in albiceleste. E allo stesso modo i suoi numeri sono crollati (per intenderci Messi col Barcellona ha 326 gol in 363 partite, con l'Argentina 57 in 116), aprendo la discussione sul ruolo: deve giocare più vicino alla porta? Deve fare il trequartista? Non può giocare con X e Y? Viene troppo limitato?
Probabilmente la Juventus deve ancora trovare il modo ideale di collocare Dybala. La squadra di Allegri non è certo cucita attorno a lui, e anzi per certi versi al suo posto starebbe ancora benone uno come Carlitos Tevez, più fisico, più abituato a svariare per il campo.
L'attuale Juventus in un certo senso è ancora la squadra di Conte, col 3-5-2 come modulo di riferimento. Senza però la qualità a centrocampo dei vari Pirlo, Vidal e Pogba la sofferenza di Dybala è evidente, e da seconda punta si trova a correre indietro per cercarsi palloni giocabili. Con la difesa a 4 invece, modulo che Allegri alterna, ma che non ha ancora una dimensione definitiva, da esterno non ha il fisico, da prima punta non può giocare vista la concorrenza e da trequartista appare limitato, troppo lontano dalla porta.
Un dilemma tattico di non così semplice soluzione, anche se Dybala con le sue qualità il modo di fare qualcosa di utile lo troverà sempre.
In futuro troverà una squadra che lo metta al centro e gli permetta di esaltare le sue caratteristiche?

16 lug 2014

L'addio di Conte e la sua eredità

La rescissione consensuale di Conte è arrivata come un fulmine a ciel sereno nel tronfio ambiente Juventus. La situazione in realtà era in una sorta di tregua armata fin dal giorno dopo la vittoria dello scudetto (o meglio, dall'eliminazione in Europa League), quando l'allenatore aveva già espresso ampiamente le sue perplessità ed erano stati avviate trattative per un rinnovo contrattuale mai sbocciate. Il problema c'era già, si è deciso di andare avanti ugualmente, probabilmente tra mezze promesse e malesseri celati, in nome di questo ciclo bianconero.
Ma perchè andarsene sbattendo la porta dopo un giorno di ritiro?

Conte è un allenatore estremamente emotivo e vocale, che ha un coinvolgimento totale nelle vicende della squadra che in quel momento è sua. Uso questa perifrasi perchè spesso ci si dimentica che l'allenatore di Lecce ha una carriera precedente alla Juve, pure corposa tutto sommato, e certi elementi sono sempre stati costanti del suo modo di allenare. Questo tipo di legame con squadra e ambiente è dispendioso e difficile da portare avanti per lungo tempo.
Non a caso il tecnico a maggio parlava chiaramente di stanchezza, dovuta sicuramente a un triennio molto intenso anche emotivamente. In un certo senso Conte sentiva di aver dato tutto alla Juve e per la Juve, soprattutto nel motivare la squadra nell'ultimo campionato. Per ripartire verso la quarta stagione serviva qualcosa di diverso. Insieme alla stanchezza parlava infatti di valutazioni da fare.
Probabile che all'allenatore per primo servissero nuovi stimoli, che spesso si traducono in investimenti sul mercato. Difficile infatti motivare i giocatori del triennio vincente a fare un ipotetico passo in avanti, in particolar modo dopo l'ultimo campionato. Nuovi giocatori, magari più giovani, potevano portare freschezza, concorrenza, fame e stimoli, regalando nuovi impulsi a tutto l'ambiente, tecnico compreso.
Conte probabilmente sentiva di aver spremuto il massimo da questo ciclo juventino e chiedeva sostanzialmente una nuova base per poter avviare un lavoro diverso. Divergenze sul mercato ci sono state di sicuro, e l'allenatore facilmente ieri ha capito come sarebbero andate avanti le cose.
Non dimentichiamo che la Juve durante questo regno vittorioso ha sempre messo sul piatto cifre molto importanti a ogni mercato, quasi inimmaginabili per gli altri club italiani. Oggi si trova nelle condizioni di aver vinto tanto, ma anche di dover pagare certi conti, il che spesso si traduce in necessità di plusvalenze da reperire. Perdere elementi cardine della squadra senza avere in mano sostituti graditi probabilmente ha fatto scattare qualcosa.
Non va dimenticato infatti che Conte è l'anima e il grande architetto della Juventus di Andrea Agnelli. La sua figura di ex calciatore di successo unita al suo spirito porta un legame unico con la tifoseria, cementato dal dominio sportivo in italia. Nel 2011/2012 ha preso in mano una rosa buona, da piazzamento, e l'ha progressivamente trasformata in una macchina da guerra, portando un sistema di gioco, estrema fisicità e una condizione mentale forse irripetibile. Non è un caso che quasi tutti gli elementi passati per le sue mani abbiano reso al massimo, ma lui per primo è stato bravo a rinnegare i suoi principali dettami tattici per trovare lo schema in cui tutti potessero mettere in mostra le loro caratteristiche migliori nascondendo i difetti, al prezzo del giusto sacrificio in nome del collettivo. Oggi quindi Conte si sente di essersi già accollato il lavoro sporco, in un certo senso, e per ricostruire non ha avuto le garanzie che chiedeva.

Chiunque voglia raccogliere la sua eredità rischia di trovarsi per le mani una rosa a fine ciclo, difficile da gestire per personalità dei singoli e recente passato, con equilibri tattici molto delicati. Si sono viste al Mondiale le difficoltà dei giocatori juventini in uno schema diverso dal 3-5-2, senza un mercato di un certo tipo rinnovare veramente e varare una nuova tattica rischia di essere addirittura impossibile.
Conte lo sapeva, e ha salutato.

18 mag 2014

L'attacco della Juventus e l'Europa

Fin dalla sua prima stagione in bianconero è stato evidente che il principale punto di forza della Juventus di Antonio Conte si trovava nel reparto di centrocampo. Un insieme completo di forza fisica, tecnica, regia e capacità di inserimento che diventava il motore ideale della manovra, portando solidità alla difesa e opzioni concrete all'attacco.
Per dare un'idea dell'incidenza dei titolari, nel 2011/2012 dei 68 gol totali 9 li aveva segnati Claudio Marchisio, 7 Arturo Vidal e 3 Andrea Pirlo, che aggiungeva anche 13 assist. L'anno successivo la situazione si fece ancora più evidente, infatti dei 71 gol totali ve n'erano 6 di Marchisio, 5 di Pirlo (più 7 assist), 5 di Pogba e 10 di Vidal (più 8 assist). Numeri decisamente importanti.
L'apporto degli attaccanti ovviamente c'è stato, ma in misura subordinata. Difficilmente erano gli uomini più offensivi a fare la differenza effettiva e spesso si trovavano a brillare della luce dei loro compagni più arretrati. I vari Matri, Vucinic, Quagliarella e Giovinco, che si alternavano spesso, sono arrivati al massimo a 10 come numero di gol e solo nella prima stagione il capocannoniere della squadra era stato un attaccante, con Matri che staccava di 1 rete la coppia Vucinic-Marchisio.

Posto che il campionato si poteva dare per acquisito, il limite della Juventus eliminata dal Bayern Monaco non a caso era stato individuato proprio nella scarsa capacità di decidere le partite dei componenti del reparto d'attacco. Per questo alla vigilia della stagione attuale a Conte sono stati recapitati due titolari nuovi di zecca, Fernando Llorente e Carlos Tevez. Due giocatori esperti (rispettivamente classe '85 e '84), capaci di fare gol e di integrarsi a vicenda.
La prima conseguenza del loro arrivo è stata la scomparsa di sostanzialmente tutti gli altri uomini del reparto. Matri è stato ceduto in estate, i restanti si son dovuti accontentare delle briciole sia in termini di gol che di minutaggio.
La seconda è stata, alla lunga, un cambio netto dell'incidenza dell'attacco. La Juve ha segnato di più, 80 gol, e i due migliori marcatori stagionali sono i due nuovi arrivati. Tevez sfiora il titolo di capocannoniere con 19 gol,  Llorente lo segue a 15, per un totale che nella stagione 2012/2013 avevano ottenuto Giovinco, Quagliarella, Matri e Vucinic sommati.
I centrocampisti hanno sempre fornito il loro apporto, 4 gol di Marchisio, 5 di Pirlo, 7 di Pogba, 11 di Vidal, ma la loro importanza è stata di fatto pareggiata dall'apporto del reparto offensivo, per la prima volta nella gestione Conte. Una variazione nel gioco che ha portato a una capacità ancora maggiore di sbloccare le partite, grazie alle giocate di Tevez e alla forza fisica di Llorente, per un dominio totale sul campionato col terzo scudetto consecutivo.

C'è però un lato deficitario rappresentato nel rendimento nelle coppe.
La Juventus cercava senza mezzi termini un upgrade decisivo in ambito internazionale visti anche i buoni risultati del primo anno (quarti di finale eliminati dai futuri campioni). Invece ha trovato una dolorosa eliminazione ai gironi di Champions (con 1 sola vittoria in casa col Copenaghen) cui ha fatto seguito l'eliminazione in semifinale di Europa League.
In questo si può parlare di fallimento fragoroso del nuovo reparto offensivo, ma soprattutto dell'uomo più atteso, l'erede del numero 10 Carlos Tevez. L'argentino infatti non è stato in grado di trovare la via del gol fino alla semifinale di andata contro il Benfica. Un gol pure beffardo alla luce del risultato finale. Anche Llorente si è fermato a 2 gol nel girone (cui si aggiungono 2 di Quagliarella), per un rendimento generale del reparto offensivo insufficiente rispetto alle aspettative, specie se paragonato coi 5 gol messi a segno dal solo Vidal.

Avere un attacco forte, completo e risolutivo si è rivelato insomma decisivo per asfaltare un campionato già dominato negli ultimi due anni, ma in ambito europeo ha portato a un passo indietro.
Forse la squadra di Conte si è adagiata troppo sugli attaccanti, perdendo qualcosa in termini di collettività e organizzazione rispetto agli anni passati?

6 gen 2012

Venerdì con Aguante Futbol

Buon anno a tutti!
Assieme ai redattori di Aguante Futbol, facciamo il punto sull'attualità attraverso 4 domande.

1) Borriello alla Juve: extra o necessità?
Pile: Per me è assolutamente un extra. Marco Borriello è un giocatore che ha sempre fatto benissimo quando aveva una squadra che giocava per lui ed era al centro del progetto. In questa Juventus si dovrà alternare con altri attaccanti. Un po' la situazione di Roma e Milan, dove non ha fatto bene. E' un giocatore estremamente umorale.
Però posso capire l'idea della società juventina che si dimostra ancora una volta decisamente ambiziosa: hanno visto Matri, che dopo un buon inizio è andato decisamente in fase calante, ed hanno subito cercato un centravanti nel caso in cui l'ex Cagliari continuasse a deludere. Certo, bisogna vedere se Borriello sarà l'uomo giusto o meno.


A.L.: L'acquisto di Borriello da parte della Juve, mi ha nei primi giorni -della trattativa- sorpreso. Intendiamoci, a prescindere dal valore del giocatore -potrebbe tranquillamente prendere il posto da titolare fisso- che in relazione all'organico della Juve -appunto- è indiscutibile.
E' indubbio che la bilancia penda più verso "l'Extra": alla Roma considerato come superfluo, dalle parti di casa Agnelli si è avvertita la situazione con le sfumature più di un affare su cui speculare e di un'occasione da provare a sfruttare, più che una necessità.

G.D.C.: A me più che altro stupisce il fatto che lui, per l'ennesima volta, accetti di essere un extra. A quasi 30 anni forse era meglio andare a giocare finalmente titolare, cosa che tra l'altro ha dimostrato di saper fare bene tra Genoa e Milan. L'ennesimo semestre di transizione della carriera potrebbe trasformarsi in una sentenza per lui.

G.B.: In questo momento è da considerare assolutamente un extra. Mi chiedo se Borriello sia convinto di poter conquistare il posto da titolare oppure se sia soltanto l'ennesima scelta priva di ambizione nella sua carriera.

2) Ancelotti al PSG è l'allenatore giusto?
G.D.C.: In linea col restyling della squadra iniziato in estate. Kombuarè era troppo low profile, con le strategie societarie non ci azzeccava nulla, e nonostante il primo posto ha allenato peggio della scorsa stagione. Ancelotti ha il nome e il curriculum giusti, oltre al suo amico Leonardo come sponsor. In quel campionato con risorse immensamente superiori agli altri non può che vincere dominando, per l'Europa ne riparliamo tra un anno. Curioso di vedere che farà con Pastore, lui che ha creato Kakà.

G.B.: Giulio ha detto praticamente tutto. Soldi, un grande allenatore, soldi, un progetto faraonico, soldi: non credo avranno problemi a muoversi ancora più pesantemente sul mercato attirando giocatori di prima fascia.

Pile: C'è curiosità per questo progetto PSG. Da una parte vedo un maggior freno alle spese rispetto al City di turno (tolti Pastore e appunto Ancelotti), più razionalità. Però forse deve prima acquisire una credibilità, fare un passo che potrebbero fare già in questi 5 mesi, cioè vincere. Ancelotti è un grande allenatore, straordinaria esperienza, è l'uomo giusto per poter aprire un nuovo ciclo vincente.

A.L.: Annunciato, un ingaggio già presente nella storia del PSG ancor prima che si verificasse (ovviamente il tutto relativo a Leonardo).
Aggiungo che se gli acquisti e gli 'unici' -come si fa ad utilizzare un simile termine parlando di PSG- obiettivi sono quelli su cui si vocifera da settimane, criticherei il contesto -Ancelotti- accusandolo di piattezza, dimostrebbe un po' di mediocrità; con quel Budget fossilizzarsi sempre su quei giocatori dal passato Milan, robe ritrite, scelte, ma banali.


3) Sempre in tema allenatori, Simeone torna in Europa, all'Atletico Madrid. Prospettive?
G.D.C.: Simeone lo vedo come un tecnico al bivio. Vive di rendita per quanto fatto ormai troppo tempo fa con Estudiantes e River, ma dopo il titolo coi millionarios in Argentina ha sempre fallito. E l'ultimo semestre col Racing è stato abbastanza clamoroso, con annessi litigi vari coi giocatori. Positiva invece l'esperienza in Italia. Sembra essere un tecnico troppo tattico per il Sud America, andrà bene per la Spagna?

G.B.: A Catania ha fatto abbastanza bene, ma nelle ultime esperienze in Sud America il Cholo ha lasciato qualche perplessità di troppo. Ora arriva in una squadra discretamente disastrata, ma conosce l'ambiente e forse il suo carisma potrebbe essere sufficiente per rimettere almeno un po' di ordine.

Pile: El Cholo è una persona che mi ispira grandissima simpatia. Personalmente, però, non sempre l'ho trovato credibile nel ruolo di allenatore. Non ho abbastanza elementi per poter dare delle prospettive, dipende sopratutto da cosa si aspettano all'Atletico Madrid. Diciamo che la Spagna, per un allenatore bravo, non sarebbe un campionato difficile...ma è difficile esportare una propria cultura, un proprio credo, specie se è tanto diverso dal loro.

A.L.: Sottoscrivo e quoto totalmente il parere di Giulio, che fa da specchio al mio pensiero, uguale. Unica dissonanza la valutazione dell'esperienza in Italia, a mia opinione non pienamente positiva.

G.D.C.: Ma Anto, che doveva fare di più a Catania? E' partito anche male e ha saputo correggersi, adattarsi alla rosa. E a tempo perso ha fatto nascere la carriera in A di Lodi, che senza Simeone sarebbe disperso tra i cento giocatori dell'Udinese.

4) Gilardino saluta Firenze e sceglie il Genoa, come vedete il trasferimento?
Pile: Un cambio necessario. Personalmente però, non so se Genova sia la piazza più giusta. Gila è un finalizzatore, un giocatore che ha bisogno di una squadra che pratica calcio dietro di lui e per lui. La Fiorentina di Prandelli lo era, quella di Mihajlovic/Rossi no. Il Genoa di Malesani assolutamente no. Quello di Marino non so, ma per me i rossoblù hanno le carte in regola per fare un calcio migliore: Palacio avrà una prima punta accanto, forse si vedrò di più l'interessante Jorquera, e Kucka e Constant sono stati troppo brutti per essere veri, possono solo migliorare il loro rendimento.

A.L.: Arriva in un parco attaccanti già foltissimo, in cui però si è tentato di sopperire e di coprire la qualità con la quantità, e Gilardino è una panacea in questo senso.
La sua carriera aveva bisogno di nuova linfa, nuovo vigore, e seppur il Genoa non è il massimo a livello di Club -come blasone-, a Firenze stava lentamente ingrigendosi. Il cambio magari potrà portare stimoli, entusiasmo. Sul prezzo d'acquisto -a prescindere se lo si vede positivo o negativo, da che parte- si potrebbe aprire una bella discussione a parte, che durerebbe non meno di una giornata, sarebbe l'introduzione a una più generale sul CalcioMercato moderno in generale.
Sono curioso di vedere come verrà rimpiazzato, e le scelte da parte della Fiorentina.

G.D.C.: Per lui era assolutamente necessario andarsene da Firenze, era evidente da un anno. A Firenze è finito un ciclo e prima tutti lo ammettono meglio sarà. Il Genoa per contro aveva assoluto bisogno di una prima punta vera che desse garanzie anche minime dopo le scellerate scelte estive. Per il gioco, come dice Pile, vedremo.

G.B.: Avete detto tutto, non c'era una valida motivazione per rimanere a Firenze e il trasferimento era assolutamente inevitabile. Vediamo come si troverà a Genova e soprattutto come lo sostituirà la Fiorentina, a patto che la dirigenza viola abbia ancora un minimo di voglia di competere.