23 mar 2010

Due parole su Higuain

E' giovane, talentuoso, gioca nella squadra più famosa del pianeta ed in pochi mesi è passato dall'essere un gregario qualunque con il vizietto del gol alle prime pagine dei quotidiani sportivi. Nonostante un'ottimo e promettente campionato disputato la scorsa stagione è soltanto con il ritorno di Florentino Perez e l'arrivo dei suoi campioni che Gonzalo Higuain accresce la sua popolarità, stravincendo il confronto diretto con il ben più sponsorizzato Benzema, diventando un titolare indiscusso del Real Madrid e guadagnandosi il posto anche nella Seleccion di Maradona. Un salto importante che il Pipita è riuscito ad attutire in modo esemplare, all'insegna della professionalità e dell'umiltà.

Indispensabile agli occhi di Pellegrini, ma anche già uomo-mercato, reo di non essere un'icona del merchandising o una stella conclamata, e soprattutto, a detta della stampa spagnola, principale indiziato per la tragicomica eliminazione in Champions League ad opera del Lione. Insomma, la strada intrapresa da Higuain è piuttosto movimentata e tortuosa, ricca di sali e scendi improvvisi quanto logicamente inevitabili, considerando la piazza con cui è costretto a confrontarsi di settimana in settimana. Madrid, si sa, non è il posto ideale per crescere e formarsi calcisticamente, vuoi per le pressioni con cui si è costretti a convivere quotidianamente, vuoi per la poca pazienza di pubblico e dirigenza: non è la prima volta che giocatori scartati frettolosamente e rivenduti a prezzo di saldo dalla Casa Blanca hanno fatto le fortune dei vari acquirenti, ne sono un esempio recente Sneijder e Robben, ora stelle indiscusse rispettivamente di Inter e Bayern Monaco.

La storia sembra ripetersi con l'ex-River Plate, non considerato giocatore da Real Madrid e già in rotta con la società per questioni meramente economiche legate al rinnovo del contratto. Inutile dire che Higuain farebbe le fortune di qualsiasi club, ma doveroso mettere le mani avanti e ridimensionare i tanti, esagerati, aggettivi che ne hanno accompagnato il nome in questi ultimi mesi. Il valore del giocatore è fuori discussione, di primo livello e potenzialmente da campionissimo, ma il Pipita ha ancora da lavorare molto su alcuni importanti aspetti. Nonostante colpi da fuoriclasse, ottima tecnica ed un senso del gol formidabile, fatica ancora molto nel gioco spalle alla porta, aspetto che lo limita come prima punta, tende ad intestardirsi fin troppo spesso in improbabili azioni solitarie e soprattutto, finora, ha denotato una certa difficoltà nell'affrontare partite di cartello.

Carenze gravi, certo, ma non per un giovane con le sue potenzialità e la sua testa, già capace di migliorare esponenzialmente dal suo arrivo a Madrid. Ora non resta che attendere fiduciosi un ulteriore salto di qualità, chiedendosi però se il Real sia veramente la squadra e l'ambiente migliore per un simile talento e per la sua definitiva consacrazione.

22 mar 2010

Il biondo che viene dall'Est

La sorpresa dei quarti di Champions League, il Cska Mosca, ha un giocatore di spicco assoluto, capocannoniere della squadra nella manifestazione con 4 gol: Milos Krasic.

Chi segue il calcio sente il suo nome già da qualche anno. Il serbo classe '84 si dimostra talento puro, precocissimo, esordendo nel 1999 nelle file del Vojvodina, storica prima squadra di un monumento del calcio serbo come Sinisa Mihajlovic. Resta nel campionato di casa fino al 2004, crescendo in qualità e personalità fino a diventare il capitano della sua squadra. A 20 anni passa quindi al Cska, di cui diventa negli anni un punto di riferimento importante. In particolare l'ultima stagione, pur non esaltante per la squadra di Mosca, vede un netto miglioramento nelle sue prestazioni a livello di gol (chiuderà il campionato a 9) e concretezza, fornendo l'impressione del salto di qualità decisivo.

Dicevamo che è un talento, anche se gli sono serviti diversi anni per arrivare alla maturità calcistica. Giocatore molto tecnico, destro naturale, esterno puro letale nell'uno contro uno. Velocissimo e con un cambio di passo assolutamente letale, ha un ottimo dribbling (con una certa tendenza al numero e all'azione personale) e un destro preciso nell'assist e potente nei tiri da lontanto, che prova spesso le volte che parte da posizione centrale. Tipicamente gioca esterno a destra, e a differenza di altri giocatori della sua caratura tecnica è in grado di coprire tutta la fascia (i primi anni a Mosca giocò spesso esterno a centrocampo nel 3-4-3), grazie a tanta corsa, spirito di sacrificio e un buon fisico (185 cm per 75 kg). L'impressione è che possa dare il meglio giocando esterno d'attacco nel 4-3-3, sfruttando al massimo estro, freschezza atletica e tecnica. I principali limiti stanno nella tendenza all'azione personale insistita e nell'egoismo specie quando parte centralmente. Tuttavia non parliamo certo di un individualista, in quanto si è dimostrato più volte capace di giocare con e per i compagni.

Per il calcio che è in grado di esprimere, sarebbe bello vederlo in un palcoscenico europeo di un certo livello.

18 mar 2010

Il Real vuole Mourinho?

Per il momento ovviamente è solo una voce, anche se uscita a più riprese negli ultimi anni (perchè Mou adesso allena l'Inter direbbe qualcuno), ma è una suggestione che merita qualche riflessione extra perchè l'acqua è più profonda di quel che sembra.

L'operazione è semplice: club più glamour del mondo + allenatore più mediatico del mondo. A fare 2+2 siam capaci tutti. Possiamo poi riprendere una vecchia dichiarazione di Josè in cui diceva di voler vincere anche la Liga dopo Premier e Serie A (e il poker sarebbe ovviamente storico) e andare a leggere la famosa clausola (bilaterale) del suo contratto che prevede lo svincolo dietro pagamento di una penale. Vediamo quindi che in Spagna di fatto di squadre ce ne sono solo due (controllare la classifica prego), e una delle due ha in panchina Guardiola fresco di triplete. La tavola è apparecchiata e il matrimonio fattibile.

E' proprio qui che inizia la nostra immersione. Josè Mario dos Santos Felix, detto Mourinho è un personaggio. Anzi, è IL personaggio nel mondo del calcio. Bello, intelligente, brillante, arrogante, vincente. Ha una personalità straripante e lo dimostra a ogni singola dichiarazione,mai banale o casuale. Spesso per gestire la sua squadra e la pressione su di essa esaspera questa sua caratteristica, col risultato che a fare notizia è più lui che i giocatori che allena. Basta vedere i titoli dei giornali quando parlano di Inter quanto spesso citino il suo tecnico. Su di lui si concentrano gli occhi di tutti.

Qui abbiamo il problema: nel Real Madrid esiste solo Il Real Madrid. Specie con Florentino Perez presidente, i tecnici sulla panchina sono mera estensione della volontà della dirigenza. La squadra la decidono le alte sfere e il marketing, in campo ci vanno certi nomi per forza, i giocatori sono i protagonisti (del resto sono loro che fanno salire il fatturato), le dichiarazioni sono "controllate", esiste solo un modo di vedere le cose. Una serie di restrizioni forzate che si sposano malissimo col tecnico di Setubal, che vuole la massima libertà anche per il mercato (tradotto: giocatori utili e non solo nomi) e la gestione del gruppo.

Moratti assumendo Mourinho sapeva benissimo che figura si portava in casa, e ha accettato il rischio che si prendesse lui visibilità e meriti. A Madrid potrebbe succedere?

17 mar 2010

TIPS, Ajax Trademark.

  • T= Tecnica
  • I= Intelligenza ed intuito
  • P= Personalità
  • S= Velocità (Speed)

Abilità tecniche raffinate, capacità di utilizzare alla perfezione entrambi i piedi, velocità di pensiero, lettura anticipata di ogni situazione di gioco, personalità, velocità, creatività, senso tattico, gioco di squadra e sacrificio. E' il manifesto del settore giovanile dell'Ajax, la culla di quel calcio totale figlio di Rinus Michels e Johann Cruijff, sintesi perfetta di tutte queste qualità, che ad Amsterdam è più di una rivoluzionaria idea calcistica: è una linea guida, un metodo di lavoro, una filosofia che si insegna nei suoi fondamenti ai bambini di 7 anni, per poi essere perfezionata ed affinata nel tempo. Non sono stati sufficienti dei decenni per cancellare l'impronta lasciata dal Tulipano d'Oro e dall'allenatore del secolo, anzi, il "semplice" concetto calcistico è stato espanso e trasformato in un autentico marchio di fabbrica.

"TIPS" è l'acronimo che riassume il tutto, è utilizzato dagli scout olandesi per scovare ed individuare con precisione i talenti del posto -solitamente i Lancieri pescano giovani leve nel raggio di massimo 60km, salvo rare eccezioni legate alle scuole calcio aperte negli Stati Uniti ed in Sud Africa- e guida per individuare con maggior accuratezza ed efficienza difetti e punti di forza dei giocatori già presenti nel vivaio. Non è certamente un caso se proprio la straordinaria prestazione di Wesley Sneijder contro il Chelsea può essere riassunta con queste quattro semplici lettere: TIPS.

La gara dell'ex-Real Madrid è un tributo all'Ajax e alla sua scuola calcio (è riduttivo definirlo un "settore giovanile"), una lezione di tecnica e tattica applicata su uno dei palcoscenici più importanti al mondo. La semplicità, la naturalezza e l'intelligenza di ogni giocata, con o senza palla, del ragazzo di Utrecht avranno fatto gongolare tutti i suoi vecchi allenatori, i suoi maestri, perchè questa è la dimostrazione che anche un grandissimo talento ha bisogno di essere smussato, affinato e rafforzato. Se a tutto ciò si aggiunge uno spirito di abnegazione e sacrificio esemplare, stimolato da un allenatore in grado di far remare tutti -o quasi- dalla stessa parte, che siano grandi campioni o ottimi giocatori, il resto viene da sè e la prestazione dello Stamford Bridge è un risultato pressochè inevitabile.

Ieri Sneijder ha coronato novanta minuti superlativi con un assist di sinistro millimetrico, sintesi di genio, visione di gioco e capacità tecniche sopra alla media. Il giusto premio per il miglior esponente attuale della scuola calcio dei Lancieri, l'unico in questo momento in grado di abbinare alla perfezione tutte quelle linee guida che l'hanno resa tanto celebre. Sottovalutato all'inverosimile, cacciato dal Real Madrid per fare spazio al leggermente più costoso e sponsorizzato Kakà, Wesley sembra aver trovato l'ambiente e le condizioni ideali per poter esprimere al meglio le sue qualità, emergendo per personalità, spirito di gruppo e soprattutto classe. Nel frattempo all'ombra dell'Amsterdam Arena gli addetti ai lavori stanno coccolando un altro Sneijder, Rodney, che su consiglio del fratello ha deciso di portare a termine lì la propria formazione calcistica, nonostante allettanti offerte provenienti dall'estero.

14 mar 2010

La tela di Penelope

Si fa riferimento alla tela di Penelope quando si vuol descrivere una situazione che in breve tempo vede passi avanti e passi indietro più o meno equivalenti. Nella mitologia greca Penelope era la moglie di Ulisse e attendeva il ritorno del marito dalla sua Odissea. Dato il procrastinarsi dell'evento vari pretendenti volevano la mano della regina di Itaca,che decise quindi di rimandare la scelta del pretendente a quando avrebbe finito di filare la sua tela. Tuttavia non avendo la minima intenzione di abbandonare il marito, di notte disfaceva il filato del giorno, cosìcchè il termine non arrivava mai. La fine della vicenda la lascio alla vostra lettura personale dell'Odissea, che non fa mai male. L'esempio di Penelope mi serve invece per parlare del più grande talento del calcio italiano, Mario Balotelli.

Nato il 12 Agosto 1990 (ricordiamolo, perchè Balotelli non è come altri giocatori che la stampa considera eternamente giovani), il ragazzo parte con le stimmate del predestinato e oggi, pur avendo appena iniziato ad esplorare il suo talento, è già un giocatore decisivo, e lo è stato per gli utlimi due scudetti dell'Inter. Il personaggio è tuttavia quantomeno controverso soprattutto agli occhi dei suoi tifosi. Difficile trovare un'opionione condivisa e soprattutto costante nel tempo, perchè nessuno come lui è capace di farti cambiare idea di settimana in settimana, di prestazione in prestazione, di dichiarazione in dichiarazione. In particolare fuori dal campo, sembra che faccia di tutto per creare discussione, pronta a sfociare in polemica. Tant'è che, a pensare male, non ci si mette molto a vedere il giovane campione "manovrato" ad arte da chi ne cura gli interessi per avere sempre la massima visibilità, e in questo senso va anche la scelta di un procuratore come Mino Raiola (agente tra gli altri di Zlatan Ibrahimovic,da molti dipinto come il regista di molte sceneggiate dello svedese e di certo non simpatico al popolo interista).

Balotelli stava nel punto di partenza ideale per entrare nel cuore dei tifosi interisti come pochi altri. Giovane, cresciuto in casa, italiano, decisivo, fenomeno. Ha fatto di tutto per perdere il suo status di giocatore speciale e a molti altri certi atteggiamenti, certe incostanze, non sarebbero stati perdonati. A quel che sembra, lui o chi per lui preferisce far vivere il suo personaggio sempre chiacchierato,su un piedistallo, al di là dei meriti sportivi, come ad allontanarlo dalla sua squadra.

09 mar 2010

Corsi e ricorsi

Adriano è sempre stato un gigante d'argilla, tanto potente quanto fragile.
Il talento calcistico immenso (chi ha visto giocare il vero Adriano sa di cosa parlo) è apparso subito abbagliante, la debolezza caratteriale nel tempo, purtroppo con effetti devastanti. Chi seguiva il tutto da fuori non riusciva a trovare spiegazioni per il percorso del giocatore, arrivato nei pressi della vetta assoluta in pochi anni e in altrettanto tempo precipitato. Bella vita si, magari poca voglia di allenarsi, ma ci doveva essere altro. E infatti tristemente c'era quell'alcolismo nato nel giorno della morte del padre (anche se proprio in quei giorni era nato il vero Imperatore), legato a una debolezza mentale che ogni tanto si ripresentava trascinandolo in un vortice da cui si è dimostrato incapace di uscire. Negli ultimi anni all'Inter si è visto un giocatore ancora con grandi colpi isolati, con una condizione fisica quantomeno approssimativa, totalmente inaffidabile a livello di testa in quanto capace di acquistare e perdere fiducia in poche settimane (con relative conseguenze su allenamenti, condizione fisica, ecc). Il ritorno in Brasile, a casa Flamengo, è stata la soluzione migliore per tutti.

Proprio li Adriano ha ritrovato serenità, calcio e gol. Idolo dei tifosi, capocannoniere, campione del Brasileirao dopo anni di digiuno per la sua squadra. Puntuali sono però arrivati i messaggi all'Europa. Frasi come "mi sono ritrovato, un giorno voglio tornare", "sono legato all'Italia e all'Inter", lasciano chiaramente intendere che al giocatore non dispiacerebbe confrontarsi ancora col calcio che conta. E' tuttavia chiaro (a chi lo vede giocare davvero) che la sua dimensione ideale, o forse ormai l'unica, sia proprio quella della sua nazione natale. Trattato come un eroe, lì può permettersi di tutto. Si allena quando e se vuole, e il suo rendimento in campo resta di spessore. In Brasile ha pochi rivali (come del resto Ronaldo al Corinthians), come testimoniano gol e successi. Che il calcio "vero" per lui sia purtroppo lontano si vede quando gioca nella ritrovata Selecao. Prestazioni incolori, senza gol alcuno. Un'involuzione immediata e radicale quando l'asticella si alza.

Purtroppo dal suo stesso club è arivata nei giorni scorsi la conferma del permanere dei suoi problemi con l'alcool. Una vita sregolata l'ha sempre avuta, e che avesse saltato la metà esatta (25 su 50) degli ultimi allenamenti là non fa certo notizia. Ma si possono chiudere gli occhi fino a un certo punto su problemi seri. Chissà se un nuovo medico riuscirà a fargli vincere la lotta contro se stesso.

Nel frattempo Adri, fidati di me, resta in Brasile che il tuo calcio è quello.

05 mar 2010

E' tornata l'Argentina?

Un Maradona molto battagliero si è spinto a dichiarare di recente di voler ripetere l'impresa del 1986, vincendo il Mondiale e portando in trionfo i suoi ragazzi in patria come nuovi eroi. Ha pensato bene di corroborare le sue parole con una vittoria sulla Germania (nazionale non esattamente allo zenit della sua potenza calcistica, ma con talento, fisico e personalità), che eliminò l'albiceleste al Mondiale 2006, grazie a un gol di Gonzalo Higuain al minuto 45. Trattasi sempre di amichevole con squadre ancora parzialmente sperimentali, ma la nazionale di Diego qualche mesi fa venne presa a pallonate dalla Bolivia, quindi dei passi avanti ci sono evidenti ed innegabili.

Ma attenti a parlare di rinascita. L'Argentina di Maradona è una squadra che si basa su pochi giocatori di grandissimo talento offensivo, una difesa decisamente bloccata e centrocampisti di corsa e quantità. Non esattamente una sintesi di calcio spettacolo. L'aggiunta recente è una difesa più alta con un pò di pressing. Ne risulta una formazione più portata alla distruzione del gioco altrui che alla creazione (il che suona paradossale quando puoi convocare nomi come Veron, Messi, Higuain, Di Maria, Riquelme, Aimar, Pastore, Cambiasso, Aguero, Tevez, Milito...), con delle difficoltà a portare il pallone dalla difesa all'attacco soprattutto palla a terra. L'azione ha delle accelerazioni grazie a giocate individuali dei più tecnici nel dribbling (contro la Germania, Di Maria, Messi o Higuain) o a tentativi di scambio nel breve di prima spesso dettati da Juan Sebastian Veron, vero faro del gioco in mezzo al campo. Il permanere della presenza in campo col 10 della copia sbiadita di Messi di certo non è un bene in questo senso. Malgrado l'atteggiamento difensivo a livello di nomi la solidità della difesa non è mai stata un marchio di questa nazionale,che anzi ha spesso amnesie, incomprensioni e difficoltà varie.

Di positivo ci sono il carattere e la garra che Maradona ha voluto trasmettere con la promozione di Mascherano a capitano e la titolarità assoluta di Gabriel Heinze e Jonas Gutierrez. Solo il campo potrà dire se questo basterà a Giugno. Citando Josè Mourinho, è meglio avere un allenatore fortunato che bravo. Diego fortunato lo è di sicuro.

03 mar 2010

Eterno Palermo

E con quello segnato al Velez sono 218. Esatto, duecentodiciotto reti con la maglia del Boca Juniors, che fanno di Martin Palermo il miglior marcatore di sempre al pari di Roberto Cherro, leggenda xeneizes degli anni '20 e '30, quando il calcio argentino passava dall'era "Amateur" a quella "Profesional". Altri tempi, altra storia, d'ora in poi il bomber per eccellenza in maglia azul y oro sarà il Titan, idolo incontrastato della Bombonera ad una sola marcatura dall'ormai inevitabile primato solitario.

Arrivato dall'Estudiantes nel 1997, la sua storia con la squadra di Buones Aires può essere divisa in due grandi capitoli: prima e dopo la sfortunata parentesi europea. Una carriera, quella di Palermo, contrassegnata da alcune gravi cadute e da altrettante risalite con tenacia, forza di volontà e personalità, ma soprattutto con un unico fattore comune: il gol. Non sono sono riusciti a fermarlo nè i tre gravi infortuni che lo hanno tenuto a lungo lontano dai campi di gioco, nè tantomeno la tragica e dolorosissima scomparsa del figlio nato prematuramente. Ogni volta Martin ha raccolto la sfida e ha risposto a modo suo, facendo parlare il campo e segnando reti, con rabbia, con gioia, con dolore, con le lacrime agli occhi.

Allora poco importa se in tutto il Mondo è famoso per aver sbagliato tre rigori in una stessa partita con la maglia della Nazionale. Correva l'anno 1999, dieci anni dopo Martin, che ha le spalle larghe, si è lasciato tutto dietro, ha continuato a testa alta per la sua strada, fino a diventare eroe nazionale grazie, guarda caso, ad un gol, non uno qualunque, ma quello che in una notte di tempesta ha portato con un piede e mezzo la Seleccion ai Mondiali.

La storia, si sa, è fatta di corsi, ricorsi e coincidenze, allora non ci si può dire sorpresi se il teatro di questa impresa è il Monumental, lo stadio dei suoi rivali di sempre, la casa del River Plate. Qui Palermo non è odiato quanto gli altri, non è un "bostero" qualunque, è sì del Boca, è temuto, ma è anche e soprattutto rispettato. Il rispetto non si guadagna a parole, ma sul campo come nella vita contano i fatti ed è con questi che lui ha sempre preferito parlare. Con il profilo basso che tanto lo contraddistingue è stato uno dei primi ad andare a trovare Buonanotte dopo il tragico incidente, ad offrirgli il suo aiuto, una parola, un consiglio da parte di chi ha già vissuto una situazione tanto difficile ed ha saputo trovare comunque la forza di rialzarsi, di andare avanti e di tornare più forte di prima, con la consapevolezza di avere un angelo custode in più.

Coincidenze, si diceva, e allora non sarà un caso se Martin ha scelto di segnare il suo 218° gol con la maglia Xeneizes contro il Velez, proprio contro la squadra cui segnò l'ultimo dei suoi pazzi gol: un colpo di testa da quasi quaranta metri a ribattere il rinvio di un attonito German Montoya. Perchè nonostante la lentezza, la non particolarmente rinomata grazia nei movimenti, Martin ci ha abituati a vederlo esultare dopo reti di ogni genere e fattura, tanto facili quanto impossibili.

In attesa di dover celebrare chissà quale altro record, non resta che levarsi il cappello ed inchinarsi di fronte a quella che ormai può essere considerata a tutti gli effetti una leggenda vivente del calcio argentino!

Brasile: "incognita" Daniel Alves

Maicon o Daniel Alves? Daniel Alves o Maicon? Chi al momento di scegliere la propria squadra ideale non è incappato nell'amletico dubbio legato al terzino destro? Meglio la potenza fisica dell'interista o la vivacità dell'esterno difensivo del Barcellona? In fondo poco importa, qualsiasi sia la scelta si cade sicuramente in piedi, affidando la fascia destra ad un'ala travestita da terzino, capace di creare in ogni momento superiorità numerica e di rivelarsi un pericolo costante per qualsiasi avversario. Tuttavia non è così facile per chi, con buona pace di qualsiasi altro allenatore al Mondo, deve affrontare realmente questo "problema": Carlos Dunga.

L'allenatore verdeoro, saggiamente, ha chiarito il prima possibile le gerarchie, preferendo evitare una concorrenza che alla lunga avrebbe rischiato di scoprire eccessivamente i nervi dei diretti interessati. Maicon è dunque l'indiscusso titolare, ruolo confermato anche grazie a prestazioni sempre ottime con la Seleção di cui è ormai leader e trascinatore. La straripanza fisica del laterale nerazzurro è una delle armi più pericoloso di un Brasile mai così europeo, tutto concretezza e cinismo, che fonda le basi dei propri successi su una difesa tanto impenetrabile quanto abile nel far ripartire l'azione con precisione e velocità.

Dov'è, dunque, il problema? Semplice, Dani Alves, pur partendo spesso dalla panchina, si è dimostrato più volte decisivo nell'economia delle partite, dando vivacità, profondità ed ampiezza ad un gioco che, in caso di giornata negativa degli gli assi offensivi, tende a diventare lento, impacciato e fin troppo prevedibile. Sta dunque a Dunga cercare di trovare una soluzione che possa permettere al Brasile di sfruttare nel migliore dei modi anche il potenziale dell'esterno di Juazeiro, evitando di confinarlo allo strettissimo ruolo di vice-Maicon.

Le idee sono fondamentalmente due: adattare il terzino blaugrana a sinistra, dove, alla luce delle prestazioni di Bastos e André Santos, manca un titolare veramente affidabile, oppure avanzarlo al posto di Ramires. La prima ipotesi, seppur intrigante, è piuttosto rischiosa, poichè avere due esterni difensivi così votati alla spinta su entrambe le fasce potrebbe scoprire eccessivamente la retroguardia brasiliana, mentre la seconda sembra essere la più realizzabile ed efficace. Daniel Alves andrebbe a sostituire un giocatore ancora inesperto ed acerbo, garantendo altrettanto dinamismo, corsa ed intensità, come dimostrato nelle rare occasioni in cui è stato chiamato ad occupare quel ruolo. Pur operando da terzino, il brasiliano alla corte di Pep Guardiola è infatti dotato del cambio di passo e della rapidità necessari per agire senza problemi anche in zona più avanzata.

L'ultima parola spetterà, ovviamente, al CT Carlos Dunga, ma una fascia destra composta da Maicon e Daniel Alves fa un certo effetto anche solo ad immaginarla ed è piuttosto difficile riuscire a pensare un metodo realmente efficace per arginare un simile duo.

01 mar 2010

Intangibles

Spesso l'importanza di un giocatore va al di là di ciò che si vede. Una serie di cose intangibili caratterizza il singolo atleta più di freddi numeri da videogioco, e determina di fatto la resa in campo sua e del gruppo di cui fa parte.

Oltreoceano riassumono questo concetto col termine intangibles (da cui la mia libera traduzione) per sottolineare come queste voci non rientrino in nessuna statistica. Proprio per questo sono aspetti meno considerati e più difficilmente comprensibili, ma ugualmente determinanti. E' così che un giocatore con doti modeste può rivelarsi decisivo, mentre uno con grandi numeri perdersi nel suo talento. Gli esempi più immediati nel calcio nostrano possono essere Gattuso e Cassano, ma la lista è lunga.

Non parliamo solo di professionalità, personalità e grinta. Leadership, capacità di stare in campo, di mettere la squadra davanti all'ego, movimenti, essere d'esempio e aiuto per i compagni, essere vincenti, ma anche tutte le piccole cose proprie del modo di giocare unico di un atleta che lo rendono speciale e spesso gli danno un qualche vantaggio in campo. Tanto per fare esempi, un giocatore determinante in questo senso è Samuel Eto'o. Protagonista di una stagione non all'altezza della sua fama, è ed è stato secondo me il giocatore determinante per la nascita dell'Inter attuale. Attraverso il suo esempio di professionalità e abnegazione, perchè è il giocatore più pagato e con più trofei della rosa, ma fa tutto quello che gli si chiede senza fiatare, e quindi i compagni lavorano il doppio per stare al suo passo. Ma anche attraverso la sua leadership, le sue parole, la sua aurea. Cose non immediatamente manifeste, ma che si notano in piccoli gesti tipo il discorso a Balotelli prima di entrare in campo domenica o l'invito ai compagni a salire durante una rimessa laterale in Inter-Chelsea. Esempio negativo l'attuale John Terry, che per le note vicende di gossip sta vedendo la sua corazza di leader sempre più erosa, con evidenti ripercussioni sul campo (come detto anche da Marcel Desailly).

Non è tutto oro quel che luccica, ma capita che ci sia dell'oro che non si vede.