14 dic 2015

La Roma e la verticale perduta

La prima stagione di Rudi Garcia sulla panchina della Roma ha travolto il calcio italiano come un ciclone. Quella Roma veloce, tecnica e spettacolare in molte altre stagioni avrebbe accumulato abbastanza punti da vincere lo scudetto, ma ha dovuto arrendersi a una Juventus da record.
Malgrado campagne acquisti anche notevoli la squadra del tecnico francese non ha più raggiunto quel livello di gioco - l'anno dopo, per quantificare, quindici punti in meno in campionato -. Tra i tanti motivi tecnici, ambientali, di calendario ce n'è uno sottovalutato: la Roma non ha più avuto, o quasi, i giocatori chiave di quella squadra.

In generale nelle formazioni si può individuare una spina dorsale, idealmente rappresentata da una verticale di giocatori attorno cui gli altri si muovono. Sono gli uomini che vanno dal portiere al centravanti, che danno un'impronta tecnica ben definita.
Non si parla per forza dei giocatori più tecnici, più appariscenti o più celebrati, ma di quelli che permettono alla squadra di esprimersi. Per la prima Roma di Garcia la verticale era formata da Morgan De Sanctis, Leandro Castan, Kevin Strootman e Francesco Totti.
Tutti e quattro, per diversi motivi, sono usciti dalla formazione nel giro di due anni e spiccioli.

De Sanctis era chiaramente un portiere a tempo visto che quando è stato acquistato aveva già trentasei anni, ma il suo rendimento in quella prima stagione fu straordinario. Ha comunque continuato come titolare fino all'arrivo di Szczęsny, quindi possiamo considerarlo un caso a parte. Leandro Castan negli anni è stato l'elemento più sottovalutato della difesa della Roma. Molto più europeo che brasiliano è arrivato in sordina già esperto, dimostrandosi giocatore solido in marcatura e con un mancino più che apprezzabile in impostazione. Accanto a lui, forse non a caso, sono esplosi Marquinhos e Benatia, due giocatori certamente più appariscenti, ma che hanno grandemente beneficiato delle capacità di Castan in termini di leadership, capacità difensive e gestione della linea. Dal 2014/2015 sostanzialmente non ha più giocato per seri problemi di salute, la Roma non ha trovato un suo vero sostituto e la situazione nel reparto arretrato è andata peggiorando. Eppure in pochi ancora oggi pensano al peso dell'assenza di Castan.
Di Kevin Strootman invece si è parlato in lungo e in largo, quindi rimane poco da aggiungere. Sfortuna nera per un centrocampista che con Garcia stava letteralmente esplodendo. A centrocampo faceva sostanzialmente tutto, dalla prima impostazione alla rifinitura, agli inserimenti, all'apporto fisico, facilitando in modo incredibile il lavoro dei compagni - vedere il rendimento di De Rossi -. La Roma ha trovato suoi sostituti solo a tempo, sfruttando grandi momenti di forma - Keita e Nainggolan -, anche perchè si vive nell'attesa, o forse ormai speranza, del suo ritorno.
Infine Totti, altro nome che non ha bisogno di presentazioni. Sull'onda lunga dell'incredibile stato di forma regalatogli da Zeman il capitano nel primo periodo Garcia è stato fondamentale. Totti è uno di quei rarissimi giocatori capace di coniugare capacità da prima punta con qualità da rifinitore di livello assoluto, con anche un'abilità tattica unica nel muoversi per sfuggire alle difese e disorientare gli avversari. Lui per due anni malgrado età e infortuni è stato il centravanti ideale di Garcia, l'ago della bilancia indispensabile per accorciare i reparti, favorendo al contempo il possesso palla e gli inserimenti degli attaccanti - Gervinho, Florenzi quando faceva la punta -. Sul suo altare sono state sacrificate tutte le altre prime punte arrivate dal mercato - chiedete a Destro per informazioni -, ma per un classe '76 era inevitabile prima o poi la chiamata del tempo che passa. Dzeko oggi soffre, tra gli altri motivi, esattamente perchè non è Totti. Nessuno può esserlo, e la Roma lo paga.

Quest'anno De Sanctis e Totti sono stati ufficialmente sostituiti con nuovi titolari, mentre Castan e Strootman sebbene in perenne rientro non sembrano in grado di poter tornare con continuità.
La Roma di Garcia di fatto in due anni è diventata una squadra nuova, e questo cambia parecchie cose.

07 dic 2015

Gli eredi di Gabi e Tiago

Simeone nella sua avventura all'Atletico si è rivelato un tecnico molto attento anche al futuro oltre che al presente della sua squadra. In estate il mercato ha reso singolarmente evidente la cosa: il Cholo ha scelto di voltare pagina, avviando una rivoluzione della rosa improntata alla qualità e alla gioventù. Due leader come Miranda e Arda Turan hanno salutato ed è arrivata un'infornata di giovani che ha rivitalizzato soprattutto l'attacco.

C'è però un reparto che Simeone non ha toccato: la mediana.
Gabi e Tiago, rispettivamente un '83  un '81, sono rimasti titolari indiscutibili -18 presenze e circa 1500 minuti giocati-. Gli altri centrocampisti che avrebbero potuto prenderne il posto sono stati o ceduti -Mario Suarez- o dirottati sull'esterno -Saul e Koke-, sintomo che c'è fiducia assoluta in loro malgrado i chilometri accumulati in carriera.
In effetti è difficile trovare una coppia simile. Gabi e Tiago non sono giocatori singolarmente appariscenti, ma hanno il pregio di saper fare tutto. Fisico, grandi letture tattiche, capacità di gestire gioco e ritmi, lanci e rifinitura, soprattutto quintali di personalità imposta tackle dopo tackle. Entrambi si sono conquistati tutto sul campo, a suon di prestazioni, e questo li ha forgiati in una scorza durissima.
Simeone si fida ciecamente e probabilmente rispetta molto la loro storia calcistica, ma prima o poi sarà anche il loro turno di passare la mano. E l'allenatore argentino non vuole farsi trovare impreparato. L'eredità di Gabi e Tiago è nelle mani di due giocatori ben precisi, uno spagnolo classe '94 e un argentino classe '93.

Il primo risponde al nome di Saúl Ñíguez, è già in rosa da un anno e dal 2012 assaggia calcio professionistico. La sua storia lo avvicina al numero 14: nato nella cantera dell'Atletico, mandato in prestito a farsi le ossa, tornato per restare. Gabi ci ha messo quasi 150 presenze col Saragozza, ma sono dettagli e parliamo di altri tempi.
Per caratteristiche Saul ha tutto per raccogliere il testimone e forse un giorno pure la fascia, ed era evidente anche vedendolo giocare al Rayo Vallecano. Affiancare Gabi per qualche anno gli permetterà di acquisire carattere e quelle malizie che solo un vecchio filibustiere può insegnare, oltre ad assorbire tutto il pedigree colchonero.

Il secondo lo vedremo da Gennaio, e parliamo di Matias Kranevitter. L'argentino nella sua carriera al River ha dimostrato un livello di gioco altissimo, sia prima che dopo il fastidioso infortunio al piede, diventando referente assoluto di una squadra capace di fare incetta di coppe.
Se Saul punta a Gabi, Kranevitter chiaramente è una versione senza boccoli di Tiago, anche nel numero preferito e nel fatto di essere straniero. Di sicuro il Colorado avrà bisogno di tempo per adattarsi al calcio europeo e trovare riferimenti, ma il potenziale tecnico è chiaro. La sua capacità di regia, sottovalutata nella qualità, di cucire il gioco mantenendo anche l'equilibrio tattico lo colloca naturalmente al centro della squadra, ed è circa il lavoro che fa Tiago ormai da anni.

La coppia centrale Gabi-Tiago è stata il cuore dell'Atletico vincente degli ultimi anni e la loro sostituzione è una questione delicata, più di quanto si pensi per via dei nomi non così altisonanti.
L'idea di Simeone è chiara con Saul-Kranevitter, di grossa prospettiva e sicuramente intrigante.
Potrebbero essere anche migliori dei grandi giocatori attuali.

04 dic 2015

La crisi del River

Il trionfo in Copa Libertadores ha portato a sottovalutare alcune problematiche in casa River.
La vittoria della più grande competizione per club del Sudamerica, arrivata per di più a seguito della Sudamericana 2014, è stato un trionfo senza mezzi termini, ma dietro a tanta luce si sono nascoste delle ombre che adesso i Millonarios si trovano a pagare senza sconto alcuno.

La squadra di Gallardo ha chiuso abbastanza male la stagione, col nono posto in campionato - dietro a Belgrano e Banfield, per intenderci - a quindici punti dal Boca campione e finendo eliminato dall'Huracan in semifinale di Sudamericana.
Non c'è stato un vero e proprio crollo, perchè il River ha avuto dei piccoli problemi, dei sassolini negli ingranaggi, che nel tempo hanno rovinato una macchina estremamente efficiente, fino a farla ingolfare. Gallardo è riuscito a tenere il timone anche troppo bene nei mesi decisivi della Libertadores, ma per i miracoli si sta ancora attrezzando.
Fin da inizio stagione il River ha dimostrato dei problemi di tenuta. La squadra che aveva vinto la Sudamericana tra infortuni, un pizzico di appagamento e la testa già ai gironi di Libertadores in campo faticava a produrre risultati

Decisivo nel cambiamento in negativo dei Millonarios è stato il mercato
Il primo tassello tolto alle fondamenta del River è anche il più sottovalutato: Ariel Rojas. Magari non da Gallardo, ma dal sentore del pubblico e dei commentatori.
Rojas non è mai stato un giocatore particolarmente appariscente, pur avendo un mancino di ottima qualità. I pochi gol non gli hanno praticamente mai permesso di prendersi la luce dei riflettori, ma per Gallardo il Chino era una pedina tattica fondamentale. Rojas sapeva fare l'interno e l'ala, garantendo copertura tattica, qualità nell'impostazione, rifinitura sia nei passaggi che nei cross, il tutto mettendo in campo una certa fisicità. Sostanzialmente un lavoro molto simile a quello offerto da Carlos Sanchez sulla destra.
Non a caso insieme a Rojas si è trovato benissimo un terzino di spinta come Lionel Vangioni. I due collaboravano sulla sinistra, trovando scambi continui. Una coppia che, prima dell'esplosione definitiva agli ordini di Gallardo, aveva fatto le fortune anche di Ramon Diaz.
Ma la cessione di Rojas in estate è passata in secondo piano, essenzialmente per due motivi. Il primo è che insieme a lui è partito anche Teo Gutierrez, miglior giocatore della squadra, il secondo è che da lì a poco il River ha vinto la Libertadores. Sul breve periodo Gallardo ha trovato una quadratura che ha saputo compensare l'addio di Rojas, ma nel medio è tutto un altro discorso.
Anche perchè all'addio del Chino è seguito quello di Ramiro Funes Mori.

Il gemello del più famoso Rogelio con Gallardo si è trasformato da progetto di difensore a uno dei migliori centrali del panorama Sudamericano. Funes Mori è uno di quei giocatori destinati ad essere perennemente sottovalutati per motivi misteriosi, malgrado i successi, e di cui ci si accorge quando mancano. Messo in ombra da Balanta prima, in parte da Mammana poi, il Mellizo ha saputo apprendere l'arte da Maidana, aggiungendo alla capacità di impostazione uno strapotere fisico fondamentale per reggere la linea altissima pretesa dal Muneco. Sotto la guida dell'ex-10 millonario, Funes Mori ha compiuto un notevole salto di qualità anche e soprattutto a livello mentale, mettendo in mostra continuità e personalità da Seleccion.
Non a caso la sua cessione all'Everton ha sostanzialmente distrutto la linea difensiva del River.

Terzo ed ultimo tassello la prolungata assenza per infortunio di Vangioni, che ha privato il River del suo terzino sinistro titolare e di uno sbocco fondamentale per la manovra.

Passare da un triangolo allargato Vangioni-Funes Mori-Rojas a Casco-Balanta-Bertolo o chi per lui non è stato esattamente indolore per la squadra e i risultati raccolti dalla Banda ne sono un chiaro esempio. Gallardo per un breve periodo è riuscito a limitare i danni, puntando sulla qualità offensiva di giocatori come Driussi o il Pity Martinez e sull'incredibile stato di forma di Kranevitter -capace di reggere una mediana praticamente da solo-, ma l'addio di Funes Mori ha fatto crollare un castello già da tempo scricchiolante.
Casco e Balanta sono regolarmente tra i peggiori in campo, mentre per la posizione di Rojas Gallardo non ha ancora trovato una soluzione e probabilmente solo il mercato potrà dare risposte. Nella semifinale di ritorno contro l'Huracan il tecnico è ricorso addirittura a un 3-5-2 per cercare di coprire la falla, rilanciando titolare sulla sinistra un Vangioni fermo da mesi e spostando Casco sulla destra, una fascia che non copriva da anni.

Al crollo strutturale della fascia sinistra, si aggiungono ora gli addii di Sanchez e Kranevitter: una rivoluzione prevedibile che chiederà a Marcelo Gallardo un altro enorme sforzo per ricostruire dal nulla una squadra privata di tutti gli elementi fondamentali. Il Muneco finora ha sempre risposto presente, pescando giocatori sconosciuti capaci di sostituire più che degnamente i predecessori -Alario su tutti-, ma questa volta il lavoro sembra essere più proibitivo che mai.

02 nov 2015

Il Boca torna a vincere

Tanto tuonò che piovve.
Potrebbe essere questo il sottotitolo alla vittoria del campionato del Boca Juniors, a simboleggiare uno dei titoli più annunciati della storia recente del calcio argentino vista la qualità della rosa in mano ad Arruabarrena.
Vincere però non è mai scontato, e il primo campionato senza la formula a semestri è una conquista importante per il popolo xeneize.

Il Boca fin dalla partenza del campionato aveva un compito preciso: vincere, senza discussioni. Nessun'altra concorrente poteva infatti vantare una rosa con esperienza, leadership, profondità, qualità tecnica e fisica paragonabile. Un salto notevole per il tecnico Arruabarrena, che era arrivato al Boca per ricostruire e partire dal basso, forgiando talenti più che gestendo campioni.
Essere condannati a vincere non è mai semplice, soprattutto se a Buenos Aires hai la maglia azul y oro. In più il club non riusciva a imporsi in campionato dal 2011, un periodo di digiuno che non si vedeva dagli anni 80. Tutta la pressione era su Arruabarrena, che aveva la fortuna di allenare una corazzata, ma doveva anche gestirne ritmi e umori, cosa per nulla scontata per un allenatore classe '75 senza sostanzialmente alcuna esperienza di livello.
La verticale della squadra a inizio anno recitava Orion-Diaz-Gago-Lodeiro-Osvaldo. Qualcosa che in Argentina sembra più una selezione all-star che una squadra di club, a cui si aggiungevano giocatori prodotti in casa e ormai affermati (Colazo, Erbes, Chavez), un referente di centrocampo come Pablo Perez e pibes in rampa di lancio (Meli, Cubas, Betancur, Calleri). Non c'era un reparto che presentava particolari debolezze, qualità e fisicità erano diffuse e distribuite. Gli unici dubbi ammissibili erano la tenuta mentale di Osvaldo e, appunto, la capacità di Arruabarrena di gestire una rosa simile.
La situazione per le avversarie è anche peggiorata durante il mercato estivo. La partenza di Osvaldo è stata compensata dal ritorno di Carlos Tevez, e in difesa è arrivato ad affiancare Cata Diaz un giocatore come Fernando Tobio. Per chi non se lo ricordasse il difensore classe '89 è stato una colonna del Velez di Gareca, con cui ha vinto tre titoli.

Il Boca di fatto ha dominato il campionato, vivendo solo un periodo di crisi verso metà torneo a cavallo dall'eliminazione dalla Libertadores. Gestire il doppio impegno in Sudamerica non è mai facile, soprattutto se di mezzo c'è uno scontro col River, e gli xeneizes hanno pagato con un pari e due sconfitte consecutivi. L'eliminazione dalla Copa resta il capitolo peggiore di questa stagione sia per la squadra che per il lavoro del tecnico.
Il momento più complicato però è stato un altro. Alla giornata ventirè, a sette dalla fine, il Boca in casa aveva la possibilità di chiudere i giochi contro il San Lorenzo secondo. In un finale drammatico gli ospiti avevano trovato il gol con Matos su uno svarione incredibile del giovane Betancour. Improvvisamente il Boca non era più primo e tutto sembrava perduto. Da quel momento però in sette giornate gli xeneizes hanno messo insieme quindici punti contro gli otto dei rivali, rimontando lo svantaggio e dando una certa dimostrazione di carattere, ma soprattutto salvando la carriera di un giovane talento.
Il titolo è arrivato con una giornata d'anticipo grazie alla vittoria per 1-0 sul Tigre, con 64 punti totali e sei di vantaggio sul San Lorenzo secondo. Arruabarrena ha messo insieme una squadra capace di chiudere il torneo come migliore attacco e seconda miglior difesa.

Il Boca di Arruabarrena non ha fatto spettacolo, e infatti dieci delle venti vittorie attuali sono arrivate con appena un gol di scarto, ma semplicemente ha sempre trovato il modo per vincere attingendo alle mille risorse a disposizione. L'unico vero referente offensivo è stato Tevez, e ci mancherebbe altro, che è arrivato in estate. Per il resto gli uomini si sono alternati e non è un caso che nella classifica marcatori l'unico nome del Boca tra i top sia Jonathan Calleri. Una rosa importante, ma incredibilmente democratica nel distruibuire i gol e dividersi gli onori.
Arruabarrena ha scelto fin dall'inizio di gestire il gruppo senza cercare di strafare, seguendo inconsciamente il motto secondo cui l'allenatore migliore è quello che per prima cosa non fa danni. I suoi uomini anche solo come impatto fisico erano abbastanza superiori agli avversari da vincere quasi per inerzia. Il suo Boca tatticamente prevede una difesa a quattro, un mediano deputato alla fase difensiva e cinque uomini col compito di scardinare le difese avversarie. L'unica idea fissa è avere due riferimenti larghi per dilatare le maglie difensive, ma i movimenti di interni e trequartisti sono più liberi, soprattutto da quando c'è Tevez. Arruabarrena ha preferito lasciare qualche licenza ai suoi uomini piuttosto che cercare una grande organizzazione tattica, sfruttando estro, capacità individuali e impatto fisico.
In difesa il Boca ha sofferto soprattutto le ripartenze a causa della tendenza a riversarsi in forze in attacco. I difensori sono spesso stati esposti a rischi e cartellini, ma grazie alla fisicità generale e all'abilità di alcuni singoli il fortino ha retto nella maggior parte delle occasioni.
C'è da dire che quando hanno perso gli uomini del Vasco hanno perso abbastanza male. Escludendo il caso San Lorenzo le altre quattro sconfitte sono arrivate tutte con due o più gol subiti, compreso un incontro folle con l'Union di Santa Fe. 

Parlando di singoli, l'arrivo dell'Apache dalla Juventus ha dato una carica extra a tutto l'ambiente, ma soprattutto ha portato gol e punti. Forse ci si poteva aspettare ancora di più da un giocatore capace di segnare cinquanta gol in due anni in Italia, ma il titolo era l'unica cosa veramente importante. I suoi movimenti, il suo carisma, la sua leadership, la sua capacità di inventarsi gol e di dare qualità all'azione hanno trasformato il Boca in una macchina difficilmente arrestabile.
Un talento perennemente inespresso come Lodeiro è riuscito a trovare giocate decisive. Sempre alla ricerca di un ruolo, di una collocazione, di uno spazio, col suo mancino è in grado di regalare qualcosa di importante e la maglia del Boca sembra avergli dato una nuova dimensione. Supportato da una squadra di livello si evidenziano i suoi pregi e vengono coperti i difetti, soprattutto sul dinamismo.
In difesa in Argentina è singolarmente importante avere un referente che con carisma ed esperienza dia solidità e fiducia a tutti. Il Cata Diaz in questo è un esempio perfetto oltre che l'erede del Flaco Schiavi. Spesso al limite, sicuramente intimidatorio anche solo con la sua espressione scolpita nella pietra, per il Boca è un totem irrinunciabile. Da seguire la crescita di Tobio al suo fianco nel prossimo futuro.
Dei pibes quelli che si sono messi maggiormente in mostra sono Cubas e ovviamente Calleri. Il mediano classe '96, buttato nella mischia praticamente da subito, ha dimostrato ottime letture tattiche, buone geometrie e soprattutto una dose infinita di garra che gli permette di andare ben oltre il suo fisico minuto. L'attaccante classe '93 invece può essere considerato il grande protagonista del torneo. Si è imposto come minaccia costante e miglior marcatore della squadra con dieci reti, tra cui questa perla. Calleri è un giocatore importante per corsa, movimenti, impatto fisico e voglia, sa farsi sempre trovare pronto sotto porta ed è cresciuto tantissimo in fiducia. Tecnicamente è ancora da raffinare per poter giocare più esterno, ma dentro l'area è già letale anche grazie a un tiro potente e preciso, unito alla capacità di tagliare verso la porta e di leggere in anticipo dove finirà il pallone.

Prossimo appuntamento il 4 Novembre per la finale di Copa Argentina contro il Rosario Central.
Un double sarebbe un'affermazione locale importante.

19 ott 2015

I problemi dell'Argentina di Martino

In Sudamerica sono iniziati i gironi di qualificazione per i Mondiali 2018 (da quelle parti le cose si fanno con calma) e l'Argentina è tra le ovvie favorite. Non bastasse il blasone, non bastassero i nomi, l'albiceleste viene da due finali tra Mondiali e Copa America, e per quanto sia deludente arrivare secondo vuol dire che la squadra c'è.
Le prime due partite contro Ecuador e Paraguay hanno però gelato tutti i tifosi. Un solo punto, zero gol segnati con in più il trauma della sconfitta in casa contro la tricolor, la prima nella storia.
Cosa è successo alla squadra di Martino?

La prima cosa da ricordare quando si parla dell'Argentina è che Martino dalla metà campo in su sguazza nel talento. La seleccion ha senza ombra di dubbio il reparto offensivo migliore al mondo per qualità dei singoli e ricchezza di alternative considerando le nazionali, tanto che il Tata può permettersi di rinunciare a un giocatore come Higuain.
Il problema è che tutto questo talento non è per nulla valorizzato. Sabella nella sua avventura fino alla finale Mondiale aveva sacrificato la spettacolarità per puntare su corsa e garra, Martino invece vorrebbe tanto che la sua macchina offensiva girasse al massimo, ma proprio non riesce a trovare il modo.
In Copa America l'Argentina ha segnato dieci gol in sei partite, di cui otto (ripeto, otto) nei due confronti col Paraguay tra partita inaugurale e semifinale. Nelle restati quattro partite due 0-0 (nella fase a eliminazione) e due 1-0 (nel girone). Un po' poco per una squadra con Messi, Di Maria, Agüero e tutti gli altri.
L'approdo in finale ha nascosto il suono del campanello di allarme, ma il ritorno delle partite ufficiali ha confermato il problema. Tra Ecuador e Paraguay l'Argentina non ha trovato la via del gol e in generale ha prodotto molto poco. La squadra si basa troppo per non dire solo su iniziative individuali e ormai anche in Sudamerica a livello di nazionali le squadre sono abbastanza organizzate da controllare un gioco simile.
Martino già in Copa aveva declassato Higuain a riserva, ma nelle ultime convocazioni ha fatto un passo in più evitando proprio di chiamarlo. Lui come qualunque altra prima punta classica, soprattutto come fisico, da Icardi a Di Santo (non ridete, è già stato chiamato altre volte). Una scelta prima di tutto filosofica che vuole puntare su giocatori tecnici, veloci, ficcanti, che non danno punti di riferimento, ricalcando in qualche modo il calcio del suo Newell's. Bellissima sulla carta, nella reatà ci si deve lavorare e al momento si vedono solo i contro.
L'Argentina ha un attacco prevedibile, abbastanza statico e incapace di impegnare fisicamente le difese avversarie. Agüero, Di Maria, Pastore, Tevez si marcano sostanzialmente da soli aspettando sempre palla tra i piedi qualche metro prima dell'area per poi partire in dribbling. Tutti cercano di giocare fronte alla porta, le sponde sono rare come la difesa della palla. Per cercare spazi tutti tendono ad allargarsi e non a caso in fascia qualche scambio si vede. Il problema è che il risultato sono cross per attaccanti tutti attorno al metro e settanta.
Martino è stato tradito dalla fortuna con l'infortunio del Kun che si è aggiunto a quello di Messi. Nel corso delle partite è risultato chiaro che il giocatore del City è l'unico a poter ricoprire il ruolo di centravanti malgrado la stazza, soprattutto per attitudine a lottare coi difensori e tagliare in area. Tevez, uno dei grandi ripescati del Tata, doveva essere il suo alter ego, ma in campo ha dimostrato una forte allergia al ruolo che lo portava sempre ad arretrare ed allargarsi.
Ecuador e Paraguay hanno sofferto pochissimo contro l'Argentina, ed entrambe probabilmente si aspettavano invece una partita in trincea. Indovinate cosa sembra mancare? Un vero nueve che faccia da riferimento e dia sfogo al gioco. Una cosa già successa nell'Argentina tanto tempo fa.
L'abbondanza e la qualità del reparto offensivo sembra si stiano ritorcendo contro l'allenatore, che dovendo scegliere si sta perdendo tra le troppe opzioni disponibili. In più Martino sembra essere sulla stessa strada di Barcellona, quando invece di cercare un sistema di gioco in attacco preferì dare carta bianca al talento degli attaccanti, lasciandoli liberi. Con risultati deludenti.

Se l'Argentina fatica tanto a proporre gioco vuol dire che il centrocampo, in definitiva, non funziona. Il Tata ha scelto di puntare su un reparto con degli equilibri particolari.
La linea composta da Pastore, Mascherano e Biglia è stata varata dopo la prima partita di Copa America. In realtà non è praticamente mai a tre: il Flaco viene quasi sempre assorbito nella metà campo offensiva e in mediana rimangono Mascherano e Biglia a formare quello che in Spagna chiamano doble pivote o doble cinco in termini argentini. L'idea di Martino è di sfruttare Mascherano per la prima impostazione e la copertura profonda, Biglia per gestire la mediana e Pastore per collegare centrocampisti e attaccanti. Addirittura non è raro vedere i tre praticamente in verticale, ma questo invece di aiutare riduce tantissimo le opzioni di gioco e lascia pochi sbocchi al palleggio, che si deve rifugiare spesso in verticalizzazioni o lanci per le punte. Biglia e Mascherano poi sono giocatori più simili che complementari e sembrano togliersi spazi e palloni a vicenda. Forse anche perchè abituati da sempre a svolgere quel ruolo da soli.

Ma il vero grande problema di Martino si chiama spazio. La sua Argentina è lunghissima, tra tutti i reparti a seconda dei casi, e da questo nasce la permeabilità difensiva, la sterilità offensiva e l'incapacità di articolare il palleggio.
La difesa, soprattutto coi centrali, resta spesso bassa, con Mascherano che si schiaccia su di loro. Almeno un terzino sale sempre ad accompagnare l'azione fino a centrocampo. In mediana rimangono quindi Biglia e Pastore, che non è difficile come detto vedere in verticale tra loro. Gli attaccanti invece rimangono alti, il più delle volte sopra la trequarti avversaria.
Il campo è coperto malissimo e le uniche opzioni di gioco sono o lo scambio orizzontale corto tra difensori e mediani, o il lancio lungo per le punte che vanno in profondità, o la verticalizzazione verso un centrocampo con pochi uomini, o i tentativi personali. Tutti i giocatori non avendo opzioni immediate tendono a toccare molte volte la palla, favorendo la disposizione dei difensori avversari.
L'Argentina diventa chiaramente pericolosa quando il pallone riesce in qualche modo a superare la metà campo, ma anche in queste situazioni è evidente la mancanza di uno spartito comune. Gli uomini offensivi si distribuiscono su tutto il fronte d'attacco, ma restano fermi e fronte alla porta, cercano gli uno-due stretti, ma restano soluzioni estemporanee dettate dall'estro, esattamente come i tentativi di uno contro uno.
C'è poi il problema della copertura difensiva. Gli attaccanti contribuiscono poco in non possesso, soprattutto in termini di ripiegamento difensivo, abbandonando i mediani al loro destino. Solo Lavezzi, che non è un titolare, ha veramente la corsa e il fisico per coprire. A questo si aggiunge il fatto che Pastore, che già di suo non è un mediano di fisico, spesso è chiamato a spostarsi per il campo per cercare la posizione e collegare i reparti, cosa che complica di molto la fase di copertura. Biglia e Mascherano insomma sono abbandonati e anche i terzini sono brutalmente esposti agli uno contro uno in fascia.

Un ottimo compendio dei problemi dell'albiceleste si ha guardando la partita con l'Ecuador.
Martino ha estremizzato alcune sue idee tattiche schierando una sorta di 3-3-1-3 con Mascherano tra i due centrali, Biglia coi terzini a centrocampo e Pastore dietro agli attaccanti. Il modulo chiaramente non era fisso, ma soprattutto la composizione difensiva è stata insistita. L'Argentina però in questo modo ha consegnato di fatto il centrocampo in mano alla linea a quattro ecuadoregna e i terzini così alti e lasciati solo a coprire lo spazio sono stati divorati da velocissimi esterni come Valencia e Montero.
Una partita preparata male che ha mostrato tutti i limiti attuali di questa squadra, che senza Messi non ha l'unico vero solista nettamente sopra a tutti gli altri in grado di giocare da solo e prescindere da ogni schema.



10 set 2015

Daley Blind, il jolly

Daley Blind è l'unico giocatore della sua generazione ad essere riuscito ad andare oltre i confini dell'Ajax. Le giovanili del club di Amsterdam infatti sono rinomate per qualità e prolificità, ma dopo l'exploit dei talenti sbocciati negli anni '90 e la successiva generazione dei vari Sneijder, de Jong e Van der Vaart ha faticato a esportare prodotti di qualità. In compenso i nuovi prospetti nati negli anni '90 promettono tantissimo, ma non è questo il momento di parlarne.

Blind nasce nel 1990 ed è da sempre all'Ajax anche perchè figlio d'arte. Suo padre Danny infatti ha militato nel club per tredici anni, vincendo tutto il vincibile e mettendo insieme 372 presenze. Ha poi anche allenato l'Ajax, sia giovanile che non, e oggi è alla guida dell'Olanda.
Daley quindi fa tutta la trafila delle giovanili e si impone come elemento di spicco, tanto da arrivare in prima squadra nel 2008. Di ruolo è un terzino sinistro naturale, che ha come caratteristica principale un ottimo mancino. In sei stagioni con l'Ajax mette insieme 148 presenze, ma è la sua evoluzione tecnica ad essere interessante.
Blind infatti è un terzino da sempre, ma per il ruolo ha delle controindicazioni. Poco fisico, poca corsa, poco uno contro uno lo rendono un giocatore tattico molto diverso dai classici fluidificanti che riempiono gli highlights. Ciò nonostante de Boer non ci rinuncia praticamente mai, tanto che a un certo punto in diversi hanno pensato che pesasse soprattutto il cognome.
Invece il tecnico dimostra tutto il suo reale apprezzamento per Blind nel 2013/2014. Il ragazzo inizia la stagione come terzino titolare, ma finisce per giocare quasi tutto il resto dell'anno come mediano davanti alla difesa. Un ruolo scoperto in quell'Ajax, che de Boer ha deciso di affidare al suo giocatore migliore nelle letture tattiche, seguendo anche l'idea di Guardiola che praticamente in contemporanea varava l'esperimento Lahm centrocampista. Blind dimostra un ottimo adattamento al ruolo, sfruttando ancora una volta i suoi punti di forza: lettura del gioco, piede, scelte veloci.
È un mediano tattico, che sfrutta la sua capacità di leggere l'azione per sopperire ai limiti fisici e dinamici. Gioca molti palloni in un contesto molto organizzato dando ritmo ed equilibrio. Non è un regista tutto fantasia e verticalizzazioni, ma un elemento solido, continuo, capace di alimentare l'azione e quando serve cambiare gioco.

Blind disputa una stagione di alto livello e l'Ajax vince un titolo che in pochi si aspettavano a inizio anno, il quarto consecutivo. In estate si trasferisce al Manchester United, club dove si è appena insediato Van Gaal, suo allenatore al Mondiale brasiliano nell'Olanda fino a poche settimane prima. L'apprezzamento tecnico di Van Gaal per Blind è certo, e nel calderone che è il suo United l'allenatore sfrutta il giocatore come un vero jolly.
In una stagione e spiccioli Blind viene schierato terzino a quattro, terzino a tre, centrale a quattro e mediano davanti alla difesa. Praticamente qualunque ruolo in un triangolo di campo di una ventina di metri sul centro-sinistra, a seconda delle necessità.
Come mai questa ulteriore evoluzione?

In sostanza Blind ha delle qualità ben definite, legate principalmente al playmaking, e viene mandato in campo grazie a queste. Può ricoprire diversi ruoli perchè tatticamente legge bene il gioco e gli allenatori possono spostarlo a seconda del bisogno. I suoi limiti però hanno sempre delle controindicazioni, dei se e dei ma che portano a pensare che Blind non sia il giocatore ideale su cui fare affidamento come titolare in modo costante. Almeno non in un ruolo fisso.
Blind è un jolly, ma nel senso che non ha un ruolo. Sa ricoprirne diversi, ma in nessuno è veramente realizzato. Date le sue qualità pur da adattato risulta superiore a giocatori di ruolo scarsi, ma il suo apporto non è paragonabile a quello di un giocatore di ruolo vero e forte. Confrontato a uno specialista appare chiaramente diverso, con pregi diversi magari anche distanti dalle specifiche del ruolo.
Non a caso Van Gaal in questo inizio di 2015 lo sta schierando con continuità come difensore centrale. A sinistra infatti il tecnico sta finalmente puntando su Shaw, mentre a centrocampo tra Carrick, Scheiderlin e Schweinsteiger c'è concorrenza. A livello di centrali invece la penuria è evidente, sia numericamente che qualitativamente. Nessuno del pacchetto arretrato vede il gioco come Blind nè ha il suo piede. E quindi Blind gioca.

Il suo principale punto di forza gli si ritorcerà contro prima o poi? Verso i ventisei anni essere un jolly, un senza ruolo per definizione, è un pregio o un difetto?
Per quanto ancora Blind troverà un posto da titolare per mancanza di alternative di ruolo credibili?

03 set 2015

Lo strano mercato del Chelsea

Il Chelsea in questa sessione estiva ha condotto un mercato che possiamo definire strano, per non dire altro.
Nella sua seconda esperienza in blu Mourinho era finora stato chirurgico: lacune individuate, giocatori non graditi epurati, acquisti funzionali. Non a caso lo scorso anno il Chelsea era parso fin da subito una squadra da titolo, e poi puntualmente ha vinto.
Ma questa estate qualcosa è andato storto.

Malgrado la vittoria del campionato infatti il secondo Chelsea di Mourinho ha mostrato delle problematiche nel 2014/2015. Pochi ricambi, la necessità di ricorrere a Ramires nelle gare importanti, la scarsa condizione nella seconda parte della stagione, un problema chiamato Champions League. La squadra certamente era buona, ma c'era qualcosa da mettere a posto e ci si aspettava un certo lavoro sul mercato, viste anche le disponibilità.
Di fatto non è successo. Il Chelsea ha chiuso il mercato con quattro acquisti: Radamel Falcao, Asmir Begovic, Pedro e Abdul Rhaman Baba. Buoni o ottimi giocatori, ma che nel complesso spostano poco, troppo poco il livello della rosa dei blues. Soprattutto in proporzione al mercato delle concorrenti principali. Per il resto movimenti sui giovani, pescando come al soliti talenti tipo Nathan e Kenedy, ma troppo inesperti per avere un reale impatto immediato.

Chiariamo una cosa: i quattro arrivi principali rispondono a delle necessità. Begovic copre la cessione, pure redditizia, di Cech ed è un lusso assoluto come secondo. Falcao, alla ricerca del rilancio, prende il posto di Drogba come polizza sugli infortuni di Diego Costa. Baba sostituisce Filipe Luis, che di fatto al Chelsea ha fallito, andando a contendere il posto ad Azpilicueta, che non è un terzino sinistro naturale. Pedro porta nuova linfa e qualità a un attacco un po' a corto di alternative dopo il colossale flop di Cuadrado e le molte epurazioni di Mourinho nel tempo.

Il punto è che non basta.
Il Chelsea ha in rosa tre difensori centrali: Zouma, Cahill e John Terry. Il capitano, monumento del club, dopo una stagione di altissimo livello anche per continuità fisica - ha giocato tutti i minuti delle partite in cui è stato schierato - è partito in evidentissima difficoltà. Per un difensore classe 1980 il rischio era preventivabile, affrontarlo senza paracadute potrebbe rivelarsi alquanto imprudente.
Potrebbe adattarsi Ivanovic, ma anche nel reparto terzini i numeri sono ridotti. Anche qui gli effettivi sono tre: il serbo, Azpilicueta che può coprire entrambe le fasce e il neo arrivato Baba.
A centrocampo le cose non vanno meglio. Matic ha come unica riserva Obi Mikel, che il tecnico portoghese vede pochissimo. Fabregas invece non ha alcuna alternativa come centrocampista di regia e anche questo è un bel rischio per il Chelsea. Lo spagnolo infatti è insostituibile per il mix di qualità che possiede, ma già nella scorsa stagione ha mostrato cali di rendimento inquietanti che hanno influenzato molto il rendimento offensivo della squadra. Se dovesse nuovamente vivere una fase di appannamento nessuno potrebbe nemmeno in parte coprire il suo lavoro. Forse qualcosa potrebbe fare Oscar, ma il brasiliano non sembra esattamente ai vertici della classifica di gradimento di Mourinho. Anzi, se dovessi scommettere direi che entro un anno giocherà altrove.
Non è un caso che nel corso del tempo Zouma, in cui evidentemente Mou crede moltissimo, abbia giocato sia da centrale che da terzino su entrambe le corsie che da centrocampista difensivo. Ma per quanto Zouma si applichi e abbia talento non si può pretendere faccia tutto.
Si è parlato di offerte per Stones e Pogba, due nomi che certamente avrebbero coperto alla grande alcune lacune. Ma non sono arrivati, e per un club come il Chelsea, con appeal e disponibilità economiche, non chiudere certe trattative e non avere nemmeno alternative è un'aggravante più che una giustificazione.

In aggiunta il Chelsea ha iniziato la stagione in una condizione fisica terrificante, in negativo. Magari Mourinho voleva evitare il collasso a metà stagione come lo scorso anno, ma qualcosa non sembra essere andato per il verso giusto e ha messo in mostra senza pietà tutti i limiti di questa rosa.

15 ago 2015

Marc Bartra, una garanzia

Il Barcellona degli ultimi dieci anni non è esattamente una squadra che perde molto. Ancora di meno se consideriamo il periodo dell'età matura di Messi.
Le sconfitte si possono contare, di solito sono eventi ben evidenziati. Ma soprattutto hanno un elemento comune, con una regolarità quasi impressionante: la presenza in campo di Marc Bartra.

Bartra è un centrale difensivo prodotto della masia, classe 1991. Ha iniziato a trovare spazio dal 2012/2013 (sedici presenze, trenta l'anno dopo e venticinque nell'ultimo) pur essendo nell'orbita della prima squadra fin dal 2010. Il suo palmares personale fa invidia a molti club, vanta presenze anche nella Spagna e con l'ultimo rinnovo ha una clausola rescissoria di cinquanta milioni. È quel giocatore di cui si sente parlare come grande talento, difensore moderno tecnicamente abilissimo e spesso finisce nelle notizie di mercato nostrane. Ha anche un sito personale e un logo che unisce nome e numero (gioca col 15), manco fosse Neymar.

Tutto bene, non fosse che la sua titolarità aumenta esponenzialmente le probabilità di sconfiggere una macchina apparentemente perfetta come il Barcellona.
Il rapporto di Bartra coi momenti sbagliati della storia del club inizia già nel 2012/2013. Il catalano si trova a giocare titolare in Champions League nelle semifinali col Bayern Monaco. La doppia sfida finirà complessivamente 7-0 per i tedeschi, risultando sempre complessivamente la peggior sconfitta accumulata dal Barcellona nell'era moderna.
Bartra comunque era appena arrivato in prima squadra, il Bayern in quella stagione era inarrestabile e non è giusto scaricare le colpe sui giovani, soprattutto in una rosa come quella blaugrana. Il ragazzo si farà.
L'anno dopo il Barcellona viene eliminato dalla Champions dall'Atletico Madrid, in una doppia sfida molto dura. Bartra entra al dodicesimo nell'1-1 al Camp Nou ed è titolare nella vittoria dell'Atletico per 1-0 al Calderon al ritorno.
Sempre nel 2013/2014 il Barcellona perde anche la finale di Copa del Rey contro il Real Madrid. La partita finisce 2-1 per i blancos, Bartra è titolare e a dire la verità segna anche il gol del momentaneo pareggio catalano, ma ancora una volta sceglie di entrare nella storia dalla parte sbagliata guardando Bale fare questa cosa qui. E per quanto Bale sia forte e velocissimo in campo aperto questo è l'unico gol di questa fattura che ha trovato nella sua carriera al Real.
Nel dubbio, ma probabilmente è solo casualità, Bartra nel 2014/2015 non gioca nè la finale di Copa del Rey nè quella di Champions League, entrambe vinte dal suo club.
Arriviamo così a oggi, primi trofei ufficiali per il Barcellona post triplete.
Nella Supercoppa Europea vinta dal Barcellona sul Siviglia per 5-4 entra nel finale dei regolamentari per evitare i supplementari. Konoplyanka segnerà il 4-4.
Nella Supercoppa di Spagna l'Athletic Bilbao, che negli ultimi anni ha affrontato un'infinità di volte i balugrana perdendo praticamente sempre, ha vinto l'andata per 4-0. Titolare al centro della difesa Marc Bartra. Negli ultimi otto anni due volte il Barcellona ha perso con quattro gol di scarto, entrambe con lui in campo.

Se tifate Barcellona e vedete Bartra titolare in una partita importante siete autorizzati a partire con gli scongiuri.

10 ago 2015

La Copa Libertadores del River


Il River Plate ha vinto la Copa Libertadores 2015, diciannove anni dopo il trionfo del 1996.
In sé basterebbe questo a fare la notizia, visto che il club con la banda si trovava in B Nacional appena quattro anni fa, nel 2011. Ma come ogni storia sudamericana che si rispetti questa Copa porta sfumature, appuntamenti col destino, coincidenze e gesti eroici che vanno compresi ed assimilati per poter apprezzare il quadro nella sua interezza.

Per cominciare, il River ha vinto nell'anno sbagliato. La storia parla chiaro: la Banda ha giocato finali di Libertadores sempre in anni che finivano col numero sei. Fino ad oggi.
Le precedenti finali giocate - due vinte, due perse - sono arrivate nel 1966, 1976, 1986, 1996. Una coincidenza curiosa interrotta nel 2006. Adesso comincerà la dinastia del cinque o saremo liberi da ogni vincolo?

Il trionfo nella Copa viene da lontano, e tutto nasce dalle mani del Muñeco Gallardo, che ormai più che un bambolotto è un burattinaio. La cosa incredibile è pensare che l'ex numero 10 ha preso in mano il club appena un anno e spiccioli fa, a Giugno 2014. Da quel giorno di fatto tutto è cambiato.

I semi della vittoria sono stati sparsi nella Sudamericana 2014. Gallardo appena arrivato non ha dato solo una quadratura alla sua squadra, ma ha puntato sulla dimensione internazionale. Il campionato il River lo aveva già vinto con Ramon Diaz, scrollandosi di dosso la polvere accumulata nei campi della B Nacional, ma serviva un passo in più per tornare a essere El Mas Grande. Il River 2014 era una squadra solida e spettacolare, in cui già si vedeva la mano del tecnico sia per dettami tattici, che per qualità del fraseggio, che per intuizioni di mercato. Nessuno tranne Gallardo infatti avrebbe scommesso su Leonardo Pisculichi, uomo assolutamente decisivo che ha vissuto il grosso della carriera all'Al-Arabi.
Per non sbagliare Napoleon si è portato a casa anche la Recopa 2015, disputata contro il San Lorenzo. Entrambi gli incontri sono stati vinti per 1-0 dal River, con gol di Carlos Sanchez.

La magia però sembrava svanita nei successivi gironi di Copa Libertadores. Il River nella massima competizione continentale ha dovuto conquistarsi tutto lottando passo dopo passo.
La squadra non cambia ossatura, ma comincia subito perdendo 2-0 coi boliviani del San Josè, per poi pareggiare le successive tre partite, una contro i peruviani del Juan Aurich e due contro il Tigres.
La partita in Messico si rivelerà decisiva per le sorti della Banda e per la Copa intera. Il tabellino dice 2-2 per un pareggio finale che regala un punticino e una flebile speranza di passare il turno - il River è ultimo e nella giornata conclusiva deve battere i boliviani e sperare che il Tigres già qualificato vinca in Perù contro il Juan Aurich -, ma la rimonta dal 2-0 negli ultimi cinque minuti è il momento di svolta assoluto della manifestazione.
Nell'ultima giornata infatti la sorte si schiererà senza tentennamenti dalla parte del club di Nuñez. I ragazzi di Gallardo triteranno il San Josè per 3-0 dando il primo segnale di presenza, ma tra Juan Aurich e Tigres succederà semplicemente di tutto. I messicani vincono in rimonta per 4-5, salvando il River dall'eliminazione. Chissà cosa ne pensano oggi i tifosi di quella incredibile dimostrazione di professionalità.

Il River passa dunque alla fase a eliminazione come peggior seconda, dietro anche all'Universitario de Sucre, per il rotto della cuffia. Una posizione solitamente non invidiabile, perchè significa affrontare la miglior squadra dei gironi. Per aggiungere al danno la beffa come miglior prima si qualificano proprio gli arcirivali del Boca Juniors. Un altro capriccio del destino, un'altra prova da affrontare.

Sul Superclasico ci sarebbe da scrivere a parte. Boca-River è di suo partita sentitissima e aspra, ma a metà della gara di ritorno si è andati oltre, talmente oltre da avere giocatori in ospedale e la partita sospesa.
Il River ha passato il turno a tavolino per la squalifica dei rivali - formalmente per 3-0 con tripletta del capitano, Marcelo Barovero -, che sulla carta partivano favoriti e non solo per aver dominato i gironi con sei vittorie su sei, diciannove gol fatti e due subiti.
In tre tempi su quattro però erano gli uomini di Gallardo ad essere in vantaggio, seppur solo per 1-0 con gol di Carlos Sanchez, e il Boca non aveva dato l'impressione di poter vincere davvero l'incontro. Di questo ci si sta già dimenticando, trascinati dalla dialettica di una rivalità eterna. La prima partita a eliminazione è stata anche la prima grande dimostrazione della capacità del Muñeco di adattarsi alle necessità contingenti, prima ancora che agli avversari, e istruire la squadra a giocare di conseguenza. Una prova di forza fondamentale per ottenere la personalità, la convinzione, la fiducia sia nei mezzi che nel tecnico e la credibilità indispensabili per affrontare il turno successivo contro i brasiliani del Cruzeiro.

Per quanto non più la corazzata degli ultimi anni, la Raposa si presentava alla Copa con ambizioni e negli ottavi aveva eliminato il San Paolo. La vittoria per 1-0 al Monumental nella gara di andata arrivata nei minuti finali avrebbe ucciso il River in qualunque altro momento della stagione.
Ma non adesso, non dopo i mesi appena passati. Non a caso la squadra di Gallardo va a Belo Horizonte a giocare la partita perfetta.
Sconfigge il Cruzeiro per 3-0 con una dimostrazione di calcio straordinaria. I marcatori, Sanchez, Maidana e Teo, sono tre dei giocatori principali della squadra, soprattutto per leadership.
Se contro il Boca il River aveva acquisito convinzione, con questa vittoria cambia la percezione generale: la Banda diventa una delle favorite della Copa. A un mese e mezzo dall'essere stata quasi eliminata.

In semifinale il Guaranì, la miglior sorpresa della Copa, non sembrava poter impensierire questo nuovo River. E infatti il 2-0 dell'andata mette una seria ipoteca sul passaggio del turno. Un risultato troppo pesante per il piccolo club paraguagio - col secondo gol firmato da una magia di Rodrigo Mora -, che al ritorno non andrà oltre l'1-1, mandando il River alla sua prima finale di Copa Libertadores dal 1996.
Avversari della finale proprio i messicani del Tigres, compagni del girone e salvatori della squadra di Gallardo. Il Tigres dopo aver passato i gironi come seconda miglior squadra in semifinale ha dato una dimostrazione di forza notevole eliminando in semifinale l'Internacional di Porto Alegre, una delle squadre più competitive per qualità e profondità della rosa. La squadra è solida, ben allenata e soprattutto protagonista indiscussa del mercato.

Già, perchè dai quarti di finale alle semifinali sono passati due mesi a causa della Copa America. Due mesi che hanno cambiato le condizioni di forma delle squadre - in particolare dell'Internacional -, ma soprattutto che hanno visto l'apertura del mercato europeo. Il Tigres fiutando la possibilità di fare la storia non ha badato a spese. Arrivano Aquino, Uche, ma soprattutto il nuovo numero 10 Andrè-Pierre Gignac, uno dei parametri zero più ghiotti del mercato europeo. Una squadra già forte ha fatto così un ulteriore salto di qualità.
Gallardo invece riesce a dare un'altra dimostrazione sia della sua immensa capacità di scouting che dell'abilità nel plasmare la squadra. Il mercato priva il River di Ariel Rojas, un titolarissimo del Muñeco, fondamentale a livello tattico, e di Teofilo Gutierrez, senza mezzi termini il miglior giocatore della rosa e il punto di riferimento assoluto della fase offensiva. E in un primo momento pare in predicato di partire per l'Arabia anche Rodrigo Mora. Come rinforzi Gallardo sceglie Viudez, Alario, Bertolo, oltre ai ritorni emotivi del Comandante Lucho Gonzalez e di Javier Saviola - acquisti caldeggiati più dalla società che dalle reali esigenze dell'allenatore-. Un mercato non paragonabile a quello dei rivali, che però si rivelerà tremendamente efficace.

Il River per un paio di settimane sembra una squadra in crisi, orfana dei suoi eccellenti meccanismi, ma l'allarme durerà giusto il tempo di arrivare alla semifinale col Guaranì. In quella doppia sfida le scommesse di Gallardo pagheranno già i primi dividendi. Alario - un gol e due assist - e Viudez infatti saranno gli assoluti protagonisti della gara di ritorno e arriveranno alla finale di andata in Messico da titolari.

La finale per il River è l'ennesima prova da superare in questa Copa, come se gli dei del calcio volessero qualcosa in cambio dopo il rocambolesco passaggio dei gironi. Come detto il Tigres è squadra forte, solida, di qualità, ben allenata e con una rosa rinforzata e profonda. Sulla carta si possono considerare i favoriti. Per alzare al cielo il trofeo serve ancora una volta una dimostrazione di forza.

Gallardo per l'ennesima volta riesce a portare la doppia sfida sui binari che vuole lui, bloccando il gioco dei messicani all'andata per giocarsi tutto al ritorno in un Monumental incandescente. Ma a complicare ulteriormente i piani dell'allenatore ci si mette la sorte.
Oggi non ci pensa più nessuno, ma il River al ritorno si è presentato con assenze importanti. Mercado, terzino destro titolare senza una vera riserva di ruolo e uomo fondamentale per fisicità e personalità, è costretto a saltare il ritorno per somma di ammonizioni. La sua riserva adattata, il giovane Mammana, si infortuna la settimana prima della partita. Viudez, che ha chiuso la semifinale grazie a un assist sontuoso ed è partito titolare in casa del Tigres, e Mora, giocatore di riferimento per Gallardo per tutta la fase offensiva, ma anche per l'applicazione in non possesso, sono entrambi fuori per infortunio.
Ancora una volta è servita la magia del Muñeco, che ha dato fondo ai trucchi nel cilindro. A destra ha schierato Mayada, esterno uruguagio scelto da lui sul mercato, in fascia ha puntato sulla fisicità di Bertolo e in attacco si è giocato la carta del simbolo millonario Fernando Cavenaghi. Al solito la fortuna è andata dalla sua parte, e a un certo punto non può più essere considerato un caso.

Il 3-0 finale è un risultato eccessivo per il Tigres, che ha avuto diverse occasioni sulle due partite, senza però riuscire a concretizzare, ma è il giusto riconoscimento del livello di squadra raggiunto da questo River Plate. Una squadra in continua evoluzione, ma con una base talmente solida da poter sopperire a ogni mancanza.
Tra i marcatori si trova ancora una volta Alario, al secondo gol decisivo in poche settimane, e Carlos Sanchez, l'uomo dei gol pesanti, quello che risponde sempre presente quando l'adrenalina sale. Sarà la garra charrua, sarà che lui tiene veramente al River, ma vedere la decisione con cui ha preso il pallone per battere il rigore ha fatto impressione anche a diversi chilometri di distanza. Non a caso è stato eletto migliore in campo.
Anche il gol di Funes Mori, che ha chiuso ogni discorso, nasconde una storia. Per Ramiro è stato il coronamento di una doppia sfida di altissimo livello, ma l'assist su angolo è frutto di una delle velenosissime traiettorie del Piscu, Leonardo Pisculichi. Quello pescato dall'Arabia che nelle due finali di Sudamericana aveva prodotto un gol e due assist entrando in tutti i gol del River è stato rispolverato da Gallardo proprio nei minuti finali dopo mesi difficili per infortuni vari. L'obiettivo era gestire il gioco e, nel caso, piazzare una sapiente pennellata mancina. Che puntualmente è arrivata, perchè l'allenatore del River è stato il vero Re Mida di questa Copa 2015.


08 ago 2015

Intervista a Carlo Pizzigoni - Copa Libertadores 2015

Quando si incontrano persone che condividono una passione è difficile limitare il flusso di parole. Parlare di Copa Libertadores con Carlo Pizzigoni non è stata una vera e propria intervista, ma una lunga discussione che abbiamo cercato di mettere in ordine.

River

Non ho seguito con molta regolarità questa Copa. Sono riuscito a vederla molto all'inizio e molto alla fine, perdendomi qualcosa della parte centrale. Ma non si può parlare della Copa 2015 prescindendo dal magnifico River Plate di Marcelo Gallardo.
La squadra mi ha colpito davvero e per proposta di calcio la considero assimilabile alla U de Chile di Sampaoli che ha vinto la Sudamericana 2011. I nomi, in partenza, non erano chissà cosa, soprattutto se confrontati a quelli del Boca, ma la mano dell'allenatore ha trasformato tutti. C'è stata un'evidente costruzione nel tempo e il lavoro di Gallardo si inserisce perfettamente nel contesto storico del River, in cui si insegna e si fa calcio.
Gallardo come allenatore ha attirato la mia attenzione fin da subito, dalla Sudamericana 2014. Ha dato alla sua squadra un'impronta tattica rarissima da vedere in questo calcio, molto europea come si dice, ed è stato particolarmente bravo a farlo in un ambiente dove non si ha tempo. Gallardo ha messo in campo una squadra vera fin dai primi mesi della sua esperienza.

Del River mi hanno colpito le prestazioni, sia a livello di personalità che come dimostrazione di calcio.
Sono stato al Monumental quando la Copa della Banda sembrava già finita, alla vigilia della trasferta in Messico per giocare contro il Tigres. L'ambiente aveva poca fiducia, sembrava sull'orlo della depressione. Da quella rimonta nel finale c'è stata la svolta. Potrei avere anche portato fortuna vista la coincidenza con la mia visita.
La partita simbolo di questa Libertadores per il River è sicuramente la vittoria col Cruzeiro a Belo Horizonte. Un 3-0 tanto bello quanto inaspettato, con una dimostrazione di calcio semplicemente incredibile.
Un grande punto di forza di Gallardo è che riesce a produrre risultati anche quando gioca male, al contrario ad esempio di Bielsa. Il suo calcio è vario e può gestire situazioni differenti. In questa Libertadores, ancora più che nella Sudamericana, il Muñeco si è dimostrato bravissimo nel gestire le gare, cambiando profondamente atteggiamento tra andata e ritorno con gli stessi avversari, ma anche i singoli momenti delle partite.

Per chiudere su Gallardo, è stato molto bravo fino ad oggi ad allenare in ambienti che conosceva profondamente. Grazie a questo è riuscito a entrare perfettamente nelle dinamiche. Prima di arrivare in Europa aspetterà l'occasione giusta, studiando sia il calcio che l'ambiente giusto per lui.



Giocatori

Parlando di giocatori ancora una volta è impossibile non riferirsi al River. Con Gallardo tutti hanno reso al massimo e il tecnico è stato anche singolarmente bravo a gestirli. Spesso ha tirato fuori il giocatore giusto al momento giusto, da Viudez che pesca l'assist in semifinale a Cavenaghi titolare al ritorno.
Parlare di Kranevitter ormai è persino superfluo. Ponzio ha giocato delle grandissime gare nella fase a eliminazione. Maidana contro Gignac ha dato una dimostrazione di capacità di marcatura e leadership difensiva di livello assoluto, commettendo un solo errore su due gare.
Carlos Sanchez è un giocatore sottovalutatissimo e fondamentale per questa squadra. Tatticamente fa il centrocampista e l'ala, mettendoci chilometri di corsa, qualità e gol fondamentali. La personalità con cui si è preso la palla del rigore in finale, allontanando persino Cavenaghi, dice moltissimo.
A me piace molto Ramiro Funes Mori. Se ne parla poco, ma ha giocato una partita pazzesca contro il Tigres. Ha il difetto di farsi prendere dall'emotività, e quando poi va fuori giri non torna più a regime, ma è un centrale molto interessante.
Alario è stata la vera sorpresa del post Copa America. Gallardo l'ha pescato sostanzialmente dal nulla, mi ha colpito fin dalla prima partita per la sua maturità nel fare reparto. Sa lottare, usare il fisico, fare da riferimento, ma quando serve segna ed è bravissimo nelle sponde.
Una piccola delusione, se così si può dire, è stato Driussi, che mi aspettavo più coinvolto e impattante. Ma ha avuto problemi diversi e parliamo di un '96 di talento assoluto.

Uscendo finalmente dal mondo River Plate, Federico Santander merita sicuramente una citazione. Chi l'ha visto con la maglia del Racing non può che stupirsi dei progressi del giocatore. Nella favola Guaranì ha fatto benissimo. Non è solo un centravanti, è capace di segnare e far girare la squadra come riferimento offensivo. Grande difesa del pallone e capacità di smistare.
Valdivia dell'Internacional è da seguire perchè non è il classico dribblomane fumoso che cerca la giocata fine a se stessa. Ha un primo controllo fantastico, sempre produttivo, e forza nelle gambe per trovare lo spunto e saltare l'uomo.
Molto interessante è la trasformazione di Guido Pizarro. Il Tuca Ferretti lo ha plasmato come regista di prima costruzione e lui si è calato alla grande nel ruolo. È cambiato molto ed è cresciuto.
Rafael Sobis nel Tigres ha svolto un ruolo fondamentale. Non è appariscente, ma rappresenta uno sbocco fondamentale per la manovra in fase di costruzione col suo movimento continuo, specie contro difese schierate. Sa leggere benissimo gli spazi e adattarsi, trovando varchi. In più sull'esterno può far valere la sua tecnica nell'uno contro uno. Il suo limite è che segna poco. Nella finale di ritorno al Monumental ha sofferto il clima, ma non bisogna pensare abbia un problema di personalità. Al Beira Rio contro l'Internacional, sua ex squadra, ha fornito una prestazione di alto livello malgrado le bordate di fischi
Infine Gustavo Bou, il capocannoniere della Copa. Anche lui mi ha sopreso per la crescita. Tecnicamente ha trovato gol belli con soluzioni balistiche significative, ma il suo gioco non si limita a quello. Ha imparato a muoversi e giocare con la squadra, crescendo molto nelle letture tattiche e nella gestione delle diverse fasi, ad esempio la transizione. L'impatto emotivo che ha nel Racing è importante.

Giusto per evidenziare l'importanza del contesto di squadra, Bertolo e Arevalo Rios che hanno giocato la finale sono entrambi stati scaricati dal Palermo.


Racing

A livello personale il Racing è stata una piccola delusione in questa Copa.
Chiariamoci, la squadra ha evidentemente dei limiti di rosa e dipende da Milito. Il Principe è stato straordinario a tornare e a gestirsi per dare ogni goccia residua della sua immensa classe alla causa del Racing, ma stiamo arrivando veramente alla fine del serbatoio. La differenza anche solo con lo scorso semestre è evidente. Alla luce di questo parlare di delusione è improprio, ma l'uscita col Guaranì non è stata bella nel complesso. Si poteva fare un turno in più, soprattutto lo meritava il tifo straordinario che segue sempre l'Academia.




Un grazie a Carlo per la cortesia e la disponibilità

07 ago 2015

Intervista a Stefano Borghi - la Copa Libertadores 2015

Per celebrare l'emozionante conclusione della Libertadores, AguanteFutbol ha contattato Stefano Borghi, voce di Fox Sports che ha raccontato alcune tra le più belle partite del massimo torneo sudamericano per club, compresa la doppia finale tra River Plate e Tigres. Con questa competizione  Borghi ha un rapporto di lunga data che ne ha fatto il cantore per eccellenza per il pubblico italiano.

1- La Copa Libertadores è finalmente arrivata su Fox. Ti mancava? Sei soddisfatto di come è andata?

Sì, chiaramente sono contentissimo e onorato di questa grande opportunità. Fox ha allargato ancora l'offerta di calcio portando ai telespettatori il pallone di ogni angolo del mondo con trasporto e qualità. C'è stata anche fortuna perchè abbiamo trasmesso l'edizione più emozionante e spettacolare degli ultimi anni.
Su Fox martedì trasmetteremo uno speciale conclusivo sulla Libertadores, ma il calcio sudamericano non si ferma mai e giovedì inizia la Copa Sudamericana, che trasmetteremo.

2 - La Libertadores storicamente ha una grossa differenza tra gironi e fase a eliminazione. Avevi una favorita dopo i gironi? La squadra che ti ha deluso di più?

Dopo i gironi le grandi favorite erano Boca e Corinthians.
Il Boca ha pagato un accoppiamento col River veramente paradossale, ma nel superclasico ha fatto un disastro. Erano superiori, ma per i tre tempi in cui si è giocato non hanno trovato il modo di uscire dalla trappola preparata da Gallardo.
Il Corinthians è uscito proprio male, senza dar mai l'impressione di poter comandare la partita.

3 - Parlando di giocatori, chi è stato il migliore? E la rivelazione?

Il miglior giocatore della Copa per me è il Colorado Kranevitter. Ha rappresentato un pilastro per il River, dal punto di vista tattico, comportamentale e tecnico. Di tutta la squadra è stato il più continuo, non poco per un '93.
Come rivelazione invece voto Valdivia, il brasiliano, perchè su di lui c'erano meno aspettative, ma ha lo stesso giocato una Copa da protagonista, dimostrando una crescita vertiginosa.

4 - Lo stop per la Copa America quanto ha influito?

Tanto, sia a livello di condizione fisica che per l'apertura del mercato. Non a caso il Tigres finalista ha rifatto il reparto offensivo.
La squadra che più ha pagato la pausa è stata senza dubbio l'Internacional. Prima era in grandissima forma, poi si è trovata a dover recuperare e non ha più trovato quella condizione generale. Ma anche il River ha dovuto superare la difficoltà di perdere il miglior giocatore e assoluto riferimento offensivo, Teofilo Gutierrez.

5 - In finale abbiamo avuto la sorpresa del ritorno di Adani al calcio sudamericano. Come è andata?

Per me è stata la ciliegina sulla torta di una Copa fantastica. È stato molto emozionante ritrovare Lele, che per me più che un amico è un fratello.
La finale è stata un'esperienza stupenda, dall'avvicinamento al post partita, che speriamo di poter ripetere.


6 - Del Muñeco si è già parlato tanto. È forse il primo vero manager di stampo europeo che si vede in Sudamerica e assieme a Sampaoli è uno degli allenatori con la proposta di calcio più interessante del continente. Secondo te c'è qualche altro allenatore che si avvicina a loro? Entrambi sembrano pronti per l'Europa, dove li vedresti bene?

Da qualche anno i progressi degli allenatori in particolare in Argentina sono evidenti. Un tempo c'erano grandi strateghi e santoni locali, ma tatticamente più arretrati.
Sampaoli gioca un calcio tutto esplosività e capacità offensiva, che punta molto sul possesso costante e sul non dare punti di riferimento all'avversario. Gallardo fa un gioco diverso, più tattico in stile europeo. Ha dimostrato una grandissima capacità di preparare le partite, cambiando tattica a seconda degli avversari e delle necessità. Questo ha prodotto prestazioni clamorose a livello di display, su tutte l'incredibile vittoria a Belo Horizonte, dove il River arrivava avendo addirittura perso in casa.
In Europa potrebbero senza dubbio venire, e Sampaoli sembra il più vicino. Difficile a dirsi dove potrebbero trovarsi meglio. Gallardo ha le carte in regola per un top club europeo e da calciatore ha avuto un legame con la Ligue1, tra Monaco e Psg. Ma conoscendo il Muñeco non si muoverà dal River prima di aver compiuto tutti i passi necessari. La sua carriera da allenatore è fatta di campo, ma anche di studio e adattamento. È molto attento agli step e non avrà fretta, ma quando arriverà sarà di sicuro preparato.
In Argentina ci sono molti tecnici moderni e preparati. Da Bauza a Schelotto, ma se vuoi un nome fuori dal mazzo ti dico Eduardo Berizzo. Al Celta Vigo ha fatto un grande lavoro, e ha un passato da assistente con Bielsa.

7 - Quando si parla di futbol albiceleste sei ovviamente un po' di parte come noi... ma fino a poco tempo fa il calcio argentino sembrava destinato a un lungo periodo negativo, inevitabilmente influenzato dalle condizioni socio-economiche del Paese, al contrario dei rivali brasiliani. Negli ultimi due anni c'è stata un'inversione di tendenza quasi clamorosa, con le squadre argentine a vincere le ultime due Libertadores (più la Sudamericana del River) e la Seleccion a convincere ben più del Brasile. Come analizzeresti tutto ciò?

I dati sono inequivocabili. Dall'Argentina vengono i campioni delle ultime due edizioni di Copa Libertadores (San Lorenzo e River Plate), ma anche di Copa Sudamericana (Lanus e ancora River). Tutto questo malgrado un'evidente differenza ecnomica con le squadre brasiliane, che spesso si presentano ai blocchi di partenza ben più atterezzate a livello di nomi. In più ci sono i risultati della Nazionale, finalista al Mondiale e in Copa America. La capacità di mettere in campo squadre ben organizzate con giocatori funzionali e preparati fa una grossa differenza.
In Brasile vivono un momento calcistico delicato. Oltre a una certa difficoltà nel produrre e sviluppare talenti hanno un grosso problema coi fondi di investimento. In questa Libertadores le big hanno steccato, ma Cruzeiro e Internacional si sono trovate contro avversari in grandissima condizione.

06 ago 2015

Talenti di Tigres e River

Tigres e River non sono arrivate in finale di Copa Libertadores per caso. In entrambe le squadre si segnalano giocatori di spessore e qualità inseriti in contesti tattici ben sviluppati, sia giovani che d'esperienza.
Presentiamo tre giocatori futuribili per squadra, come consigli per gli acquisti.


River

Dei giovani del River si è parlato in lungo e in largo. Driussi, Mammana, Pity Martinez, Balanta qualche tempo fa. Ma di giocatori futuribili ce ne sono anche altri, solo meno pubblicizzati. Grazie all'ottima intelaiatura tattica di Gallardo in molti sono in grado di giocare sulle loro qualità, prendere fiducia e migliorare.

Ramiro Funes Mori: gemello di Rodrigo, che una volta era una sensazione del River oltre che il fratello più famoso, ha avuto un percorso di crescita quasi incredibile negli anni - praticamente opposto a quello del fratello -, che si sta completando proprio sotto Gallardo. Classe 1991, el Mellizo è un centrale mancino con tecnica, capacità di impostazione, fisico, cattiveria e pure qualche gol nel repertorio. Negli anni ha fatto costanti progressi come senso della posizione, abilità nel giocare la palla e soprattutto personalità. Nel River è un leader e ormai un centrale fisso, mentre nel passato veniva anche allargato a sinistra. Tende a esagerare sia in certe giocate che in confidenza, ma nelle difese moderne è un centrale utilissimo. Pur giocando difensore è arrivato a segnare circa la metà delle reti del fratello punta con la Banda.

Lucas Alario: l'ultimo capolavoro di Gallardo. Pescato nel Colon praticamente come un signor nessuno, il Muñeco in dieci partite con tre gol in Primera ha visto in lui il centravanti di cui aveva bisogno. Nato nel 1992 Alario è una prima punta vera per fisico e attitudine alla lotta coi difensori, ma soprattutto sa muoversi, definire in area e giocare coi compagni con qualità. Al River si è presentato con prestazioni solidissime impreziosite dai gol in semifinale e finale di Libertadores. Potrebbe essere solo l'inizio. Il 13 sulla maglia, per chi ha il romanticismo nelle vene, è il numero storico del Loco Abreu.
Camilo Mayada: anche lui del 1991, uruguagio prelevato dal Danubio. Uomo di fascia destra capace di coprire praticamente tutti i ruoli  - non a caso Gallardo ha scelto lui per sostituire lo squalificato Mercado e l'infortunato Mammana in finale come terzino destro - grazie alla sua grande corsa e buona capacità palla al piede. Vive di uno contro uno sia in attacco che in difesa, con tutti i rischi del caso, ma non molla mai e col fisico non si tira certo indietro visto il dna charrua. É un giocatore ancora in evoluzione, ma che un posto alla fine lo trova.


Tigres

I messicani del Tuca Ferretti sono un contesto abbastanza particolare. Il calcio messicano è ricco, soprattutto per gli standard del centro/sudamerica, e può permettersi giocatori di talento in età matura di ritorno dall'Europa. Nella rosa l'esempio più chiaro è Andrè-Pierre Gignac, ma non è il solo. Dietro questi nomi però si trovano giovani interessanti, che rischiano sempre di rimanere troppo legati al calcio locale.

Jürgen Damm: grande pupillo di Stefano Borghi e Carlo Pizzigoni, messicano classe 1992 con chiare origini tedesche da parte di nonno. Conosciuto per l'incredibile velocità palla al piede è un esterno che ha dimostrato capacità di giocare anche in spazi più stretti e soprattutto ottima tendenza all'assist. Non il classico velocista che abbassa la testa e lancia la palla insomma. Nelle due finali col River alcune delle migliori occasioni del Tigres sono partite da sue iniziative. In ottica europea il vero limite è che giusto grazie alla pioggia del Monumental può superare i 50kg di peso.

Guido Pizarro: centrocampista classe 1990 ormai con esperienza infinita tra Argentina e Messico, un tempo era sui taccuini di molti osservatori italiani. Ai tempi del Lanus sfruttava il fisico sugli inserimenti, al Tigres gioca regista davanti alla difesa. Fisico, tecnica, visione di gioco sia verticale che orizzontale, cambio di campo e capacità tattica lo rendono un ottimo elemento nel ruolo malgrado il ritmo compassato. Giocatore ideale da calcio spagnolo, ma chiunque voglia qualità in quella zona del campo dovrebbe aprire gli occhi.

Antonio Briseño: difensore centrale classe 1994, in molti scommettono sarà il futuro sia del Tigres che del Messico. Ha davanti due mostri sacri del club come Juninho e Ayala, ma per fisico e qualità Ferretti lo sta già testando il più possibile, anche se spesso gioca da sostituto.

05 ago 2015

Marcelo Gallardo, Napoleón

Sono trascorsi soltanto quattordici mesi, ma l’impressione è che sia passata un’eternità dall’impetuoso avvento di Marcelo Gallardo al River Plate. Un arrivo passato in sordina, tra ironie, dubbi e tanta perplessità per la scelta presa dalla società, rea agli occhi dei tifosi di non aver fatto nulla per trattenere Ramon Diaz, fresco vincitore dell’ennesimo titolo con i Millonarios. Pur essendo uno dei giocatori più rappresentativi della Banda negli ultimi vent’anni, il Muñeco si è dunque ritrovato su una delle panchine più bollenti del Sudamerica con un intero popolo ad avanzare critiche già prima dell’ufficialità.

Può sembrare strano, ma soltanto se non si è pratici di Nuñez e dintorni, posti in cui Ramon - che dalla propria valigetta può estrarre la bellezza di nove titoli con il River Plate, tra i quali sei campionati e una Copa Libertadores - è considerato assieme ad Angelito Labruna uno dei pochi grandi idoli del club. Un eroe del futbol, un portabandiera del riverplatismo più sfrenato e incondizionato, una delle figure da pregare prima di andare a letto e da salutare appena svegli di primo mattino. L’idolo in Argentina non è il campione che fa innamorare i bambini, è l’incarnazione del club in un giocatore, in un allenatore; è il punto di riferimento della passione, è la forma umana dell’amore che un tifoso può provare per la propria squadra, è la bandiera che ognuno segue sempre e comunque. Non c’è una regola per individuare le credenziali per poter essere considerato un idolo, lo si diventa e basta. Labruna è un idolo, Francescoli è un idolo, il Beto Alonso è un idolo e Ramon è un idolo.

Questa lunga premessa è doverosa per capire cosa significhi ritrovarsi sulla stessa panchina dell’attuale tecnico del Paraguay, con una squadra spremuta all’inverosimile, senza i partenti Ledesma, Carbonero e Lanzini, cardini di quel River, con diversi giocatori inutili rientranti da prestiti e con un’inevitabile rivoluzione tecnica alle porte. Il curriculum di Gallardo? Dodici mesi da allenatore del Nacional di Montevideo, un titolo di campione d’Uruguay e la benedizione di Enzo Francescoli. Abbastanza? Non per molti.

Ma al Muñeco è bastato davvero poco per rivoluzionare l’ambiente, la squadra e la società. Presentatosi senza particolari proclami, Gallardo in tempi sorprendenti ha saputo imporre la propria figura dentro e fuori dal terreno di gioco, ricucendo gli squarci lasciati da Ramon Diaz, portando una ventata di aria fresca sul piano tattico e nei rapporti tra staff tecnico e società. Astuzia, chiarezza e coerenza hanno permesso al tecnico di Merlo di ottenere la fiducia incondizionata da parte di D’Onofrio e Francescoli, fiducia costantemente ripagata sul terreno di gioco.

Se l’avvento di un allenatore ben lontano dai canoni tradizionali albicelesti era inaspettato, vedere la preparazione e l’evoluzione di Gallardo per quanto riguarda l’aspetto gestionale è stato sorprendente. A soli 39 anni il Muñeco è il primo vero manager europeo visto in Argentina e forse in tutto il Sudamerica, un allenatore in grado di farsi coinvolgere nella gestione della squadra a 360°, capace non solo di schierare in campo i propri giocatori, ma anche di tessere la tela delle proprie idee nei corridoi del Monumental, ottenendo una chiarezza e un’unità d’intenti difficile da incontrare nella maggior parte dei club del Vecchio Continente e lontana anni luce dal caos che avvolge le squadre argentine.

Il vero successo dell’ex-numero 10 della Banda è però rappresentato dalla facilità e dalla naturalezza con cui ha saputo riscrivere i canoni di gioco del River di Ramon Diaz. Ereditare una squadra di carattere e soprattutto vincente per cambiarne volto non è impresa facile, ma sono bastate poche, pochissime partite per vedere un impianto di gioco completamente rivoluzionato, con interpreti vecchi, nuovi e riciclati.
Mantenendo lo stesso assetto del predecessore, Gallardo ha instillato nei propri giocatori la feroce volontà di dominare il gioco e le partite, trovando in elementi quali Kranevitter, Sanchez, Mora e Pisculichi gli interpreti perfetti per abbinare qualità e intensità, mantenendo un’attenzione maniacale al pressing e al recupero veloce del pallone. Il primo River del Muñeco si è rivelata una splendida macchina da futbol, una squadra offensiva predisposta alla perfezione per soffocare il gioco avversario e ripartire con splendide azioni corali, dettate dall’estro di straordinari talenti come Teofilo Gutierrez.

Non a caso il primo semestre ha portato al club di Nuñez una storica Copa Sudamericana, condita dalla ciliegina del trionfo in semifinale contro i rivali del Boca, un secondo posto alle spalle del Racing di Milito nel Torneo di Transicion e la doppia vittoria nel Clasico contro il San Lorenzo in occasione della Recopa Sudamericana.

Se il secondo semestre doveva invece essere la prova decisiva per valutare l’abilità di Gallardo, il Muñeco ha superato l’esame a pieni voti e con lode. Perché durante la cavalcata che ha portato a una storica finale di Libertadores, l’ex-allenatore del Nacional di Montevideo ha messo in mostra un altro volto del proprio modo di interpretare il ruolo. Pur mantenendo un’idea di gioco impostata su possesso palla e pressing, ha dimostrato di essere un finissimo stratega, capace tanto di preparare quanto di leggere le partite, sapendo variare uomini e moduli con facilità quasi sorprendente. Lo stesso River, capace di schierare contemporaneamente quattro punte, ha saputo giocare partite d’attesa con ripartenze fulminee e blitz offensivi letali, mostrando una padronanza, una tranquillità e un controllo del proprio gioco a tratti disarmante.

Ma l’ode a Marcelo Gallardo non è finita qui, perché Napoleón - soprannome che sta oramai soppiantando quello di “Muñeco” - finora non ha sbagliato mezzo colpo di mercato. Tutti i giocatori richiesti espressamente da lui hanno avuto un impatto immediato sulla squadra, da Pisculichi al Pity Martinez, da Viudez ad Alario, sapendo calarsi con naturalezza assoluta in un nuovo impianto di gioco, nonostante eredità pesanti come ad esempio quella di Teofilo Gutierrez. A distruggere qualsiasi dubbio sulla capacità del tecnico di valutare un giocatore, è sufficiente pensare alla fiducia data a reietti come Mora e Sanchez, allontanati dal Monumental dopo annate incolori e ben presto tornati a essere eroi e simboli di una nuova era.

Di pari passo il Muñeco ha dimostrato intelligenza e sensibilità nella gestione degli innumerevoli talenti prodotti dalle Inferiores. Quando il materiale a disposizione è di primissima qualità tutto diventa più facile, ma la sicurezza e la fiducia data ai vari Kranevitter, Mammana, Driussi, Guido Rodriguez, Boye o Vega è inattaccabile per i tempi, per il controllo sulla pressione e per le soluzioni tattiche trovate. Emblematico è il caso di Driussi, annunciato come fenomeno e costretto fin da subito a dimostrare ben più del necessario: Gallardo gli ha dato lentamente minuti, senza chiedergli di essere il salvatore della patria e senza esporlo eccessivamente al critico pubblico del Monumental. A inizio 2015 Driussi ha trovato la sua collocazione ideale partendo dalla fascia sinistra, iniziando un percorso di crescita che, salvo possibili sorprese, lo porterà a diventare uno dei cardini del River dei prossimi mesi, grazie a doti tecniche sopra alla media e alla capacità di muoversi per il campo come un giocatore vero.

Gallardo si candida dunque a essere uno degli allenatori più interessanti a livello mondiale, il meglio che in questo momento può offrire il Sudamerica assieme al DT del Cile Jorge Sampaoli. Finora nessun giocatore si è schierato contro di lui e trovare critiche alla gestione dello spogliatoio è impresa ardua, a dimostrazione che oltre a essere un ottimo stratega e un manager a tutto tondo, il Muñeco è anche un grande leader carismato e un vero condottiero: Napoleón, mica per caso.

31 lug 2015

Martinez e Lamela, la differenza del percorso

Avvertenza: questo post è provocatorio, astenersi perditempo.

Erik "el Coco" Lamela e Gonzalo "el Pity" Martinez sono giocatori che istintivamente non vengono messi nella stessa categoria.
Uno è in Europa da anni mentre l'altro gioca in Argentina malgrado siano quasi coetanei. Uno era già alla Roma quando l'altro muoveva i primi passi nell'Huracan nella Primera B Nacional. Uno ha esordito nella Seleccion argentina a diciannove anni mentre l'altro ancora aspetta una chiamata. Si potrebbe andare avanti, ma in estrema sintesi parlando comunemente di Lamela si ha un riferimento preciso, mentre per Martinez ci si deve agrappare agli esperti di calcio locale.
Eppure ragionando su fatti ed evidenze tecniche il rapporto tra i due viene sorprendentemente ribaltato.

Partiamo da un presupposto: il Coco e il Pity sono giocatori tecnicamente simili. Mancini, capaci di giocare trequartisti o esterni, tecnici, con visione di gioco, tiro e progressione palla al piede. La differenza principale sta nel fisico, che è sempre stato il tratto distintivo di Lamela (per i canoni argentini). Altro elemento comune è la militanza nel River Plate. Entrambi col numero 10, con la differenza che Lamela è un pibe delle inferiores mentre Martinez è un'intuizione di Gallardo che l'ha prelevato dal Globo.
Da qui si può cominciare a paragonare i due.

L'esperienza di Lamela al River coincide col periodo più difficile della storia del club. Il Coco dimostra fin dalle inferiores di essere un talento fuori dal comune, ma di fatto al River non troverà mai un contesto che gli permetta di valorizzarsi davvero. Anzi, ad appena diciannove anni si trova ad essere la speranza di una squadra in ampie difficoltà e con pochissime certezze tecniche. Non a caso il River finirà per retrocedere e le prestazioni del giovane Erik vivranno di sprazzi di classe, singole giocate fuori dal comune che solitamente qualificano un giocatore come "talento".
In Europa dopo una prima stagione di ambientamento Lamela esplode sotto la guida di Zeman. Segna molto e sembra sulla strada giusta per diventare una certezza tecnica per una Roma in perenne ricostruzione. Nel mercato estivo viene però ceduto al Tottenham, in fase di pura bulimia sul mercato dopo la cessione di Gareth Bale. Tutta la squadra sarà un flop clamoroso e Lamela non mostrerà più quei picchi di resa che gli si attribuivano. Nella seconda stagione trova più spazio, ma resta comunque in un limbo di rendimento con pochi spunti assoluti.
Al sesto anno di carriera vera del classe 1992 la cosa che spicca, purtroppo, è che non ha ancora trovato la sua dimensione. Forse è un esterno, di sicuro lo si fa giocare a destra per rientrare, ma l'evoluzione tecnica di Lamela, in proporzione al suo immenso talento, è stata decisamente limitata. Ha imparato a fare certe cose grazie a Zeman, ma ne ha totalmente perse altre, stabilizzandosi in mezzo al guado. Incastrato tra quello che gli chiedono di fare e quello che potrebbe (almeno agli occhi di molti). Non a caso si parla di lui ancora come potenziale e talento, aspettando l'allenatore giusto e il contesto giusto.


Il Pity invece ha seguito una traiettoria quasi opposta. Nasce nelle giovanili dell'Huracan e se il Globo fosse rimasto quella macchina da futbol che nel 2009 sfiorò il titolo, svezzando un certo Javier Pastore, un talento come Martinez probabilmente sarebbe già in Europa. Invece il Pity si trova a sgomitare nei campi infuocati della B argentina. Le aspettative e le pressioni sono chiaramente diverse, ma il campionato è duro e c'è poco spazio per i funamboli. Tre stagioni da titolare che si chiudono in modo trionfale: non solo l'Huracan vince lo spareggio promozione, ma ai rigori conquista la Copa Argentina.
Marcelo Gallardo, un tecnico con una capacità unica di scovare talenti locali, lo sceglie a sorpresa per il suo River, altra squadra in perenne ricostruzione a causa delle necessità di mercato. E Gonzalo dimostra di aver imparato molto. In poco tempo si conferma uno dei migliori talenti della rosa, ma subito dopo aver notato la potenza e la qualità del suo mancino ci si stupisce per la sua applicazione tattica. Corre, copre, pressa, aiuta i compagni, è capace insomma di mettere il suo talento al servizio della squadra. Sia da trequartista che da esterno il suo apporto alla causa è sempre tangibile, tanto che Gallardo si permette il lusso di arretrarlo sulla linea dei centrocampisti in certe situazioni.
Al quarto anno di carriera vera il classe 1993 ha fatto qualche passo più avanti rispetto alla qualifica di "talento". Ha trovato negli anni fiducia, ha saputo lottare, farsi notare e oggi ha un tecnico come Gallardo che sa mettere i giovani nel giusto contesto. La sua esperienza è ancora limitata al Sudamerica, ma il Pity è già un giocatore credibile, che copre più ruoli, sa di non poter giocare solo sulle proprie qualità tecniche e comprende le necessità di squadra nelle due fasi.

Tornando quindi al pensiero iniziale, a un'analisi più approfondita la valutazione istintiva si rivela sbagliata. Ed è sorprendente.
Lamela a livello di talento probabilmente rimane superiore (e non solo a Martinez), ma su un campo da calcio oggi il Pity può dare qualcosa in più.

06 lug 2015

Copa America 2015, finale

Generali

Cile: una bellissima storia di calcio. Tutto parte dal lontano, andando a ritroso tra Sampaoli, Borghi e Bielsa (tutti argentini), arrivando fino al terzo posto al Mondiale Under 20 2007. Quel Cile sconfitto dall'Argentina in semifinale aveva in rosa Medel, Vidal, Isla e Alexis Sanchez. Questa generazione di sicuro talento è stata forgiata giorno dopo giorno, torneo dopo torneo. Sampaoli è stato magistrale nella gestione della rosa ed ha portato in finale una squadra sicurissima dei suoi mezzi, padrona del gioco anche contro i più forti di tutti. Il Cile ha puntato sul gioco, sul pressing, sugli scambi e sulla garra, arrivando al premio finale. La prima volta per tutti, per una bellissima storia.

Argentina: c'è chi entra nella storia dal lato sbagliato, e l'Argentina purtroppo si sta specializzando. Per il secondo anno consecutivo l'Argentina deve accontentarsi del secondo posto. Una generazione d'oro sta perdendo occasioni su occasioni per trovare compimento. Contro il Cile è mancato un po' di cinismo sotto porta, ma in generale l'albiceleste è sembrata un po' troppo contratta. Al contrario del Mondiale qui era la squadra più forte, eppure non ha tolto il pallino del gioco ai padroni di casa. L'infortunio di Di Maria e la scomparsa degli uomini di maggior talento ha dato il colpo finale.


Singoli

Higuain: Buenos Aires abbiamo un problema. Dal Mondiale alla Copa America, passando per i preliminari di Champions e la sfida con la Lazio, Higuain ha sbagliato tutte le partite decisive. Non solo incidendo poco, ma proprio con errori fondamentali per il risultato. Già Martino lo ha declassato a riserva, questo potrebbe significare la fine del suo rapporto con l'albiceleste, anche visto gli scalpitanti '93. Quanto peserà tutto questo sul suo futuro?

Messi: non ha colpe per la finale, ma nemmeno meriti. E se ti chiami Messi questo è un problema. In 120 minuti non ha regalato praticamente nulla del suo talento, se non una scodellata in area per Aguero. Ancora una volta con l'Argentina non riesce a incidere come tutti, lui per primo, vorrebbero. Il solco con Maradona sta tutto qui. In tutto il torneo 1 gol, su rigore. Sono stati 58 col Barcellona in stagione.

Tevez: detto in breve, cosa è stato convocato a fare? In attacco era la terza scelta come prima punta dopo il Kun e il Pipita, come esterno Martino ha preferito Di Maria e Lavezzi. Forse la sua personalità poteva servire anche in finale dopo il rigore in semifinale. Gestione curiosa, per non usare altri termini.

Di Maria: se Higuain ha la maledizione di sbagliare le partite decisive, lui ha quella degli infortuni che gliele fanno saltare. Dopo il Mondiale ancora non riesce a finire il torneo sano. E dire che sembrava in condizione, una grave perdita per la seleccion.

Demichelis: tutti pensano sia finito, ma alla fine arriva sempre a giocare titolare. Quasi incredibile come si sia conquistato anche in Copa il posto dopo aver convinto Sabella ai Mondiali. E non sbaglia niente, cosa non sempre garantita.

Mascherano: salvate il soldato Mascherano. Lui, veramente, non si merita tutto questo. In campo c'è sempre, tra difesa e centrocampo, pronto a recuperare e imbastire il gioco. Un pilastro dell'Argentina che meriterebbe di alzare un trofeo. Aiutatelo per piacere.

Sanchez: il rigore decisivo battuto a cucchiaio, davanti a tutta Santiago. Un gesto che rimarrà nella storia, sia per impertinenza che per importanza visto che ha portato alla vittoria. In Italia, per intenderci, parliamo ancora del cucchiaio di Totti per molto meno.

Silva:
il coniglio uscito dal cilindro di Sampaoli per la finale. Ha di fatto sostituito lo squalificato Jara, ma è stata una scelta a sorpresa visto che col Perù aveva giocato Rojas. Risposta di personalità e qualità, e contro avversari di livello assoluto.

Diaz: il riferimento assoluto della mediana del Cile è un uomo tatticamente fondamentale per Sampaoli tanto quanto poco appariscente. Detta i ritmi, copre, scala in difesa sia per favorire il possesso che per coprire e ci mette intensità e personaltà. Di fatto è il gemello di Medel, e non è poco.

Valdivia: il Mago si inceppa nella partita più importante. C'era da aspettarselo conoscendo il personaggio, ma era bello sognare una sua giocata decisiva. Ha preso con una certa filosofia anche la sostituzione nel secondo tempo, ma la vittoria ripaga di tutto. Ci vediamo in Arabia.