26 mag 2010

La Masía ti mette le ali!

Dopo la recente esplosione di Pedro le rinomate giovanili blaugrana stanno preparando un altro futuro campioncino da lanciare nel calcio che conta, un'altra ala offensiva, come appunto la rivelazione di questa stagione, Pedrito, come il meno utilizzato Jeffren e come il prodotto della Masia per eccellenza, Leo Messi. Stiamo parlando del sedicenne catalano che in questi giorni si sta mettendo in mostra fra le fila della Spagna U-17: Gerard Deulofeu.

Un anno più giovane della stragrande maggioranza dei giocatori presenti all'Europeo di categoria in corso in Liechtenstein, Gerard ha impiegato pochissimo a conquistare un posto da titolare, dando vita assieme a Jese Rodriguez (Real Madrid) e Paco Alcacer (Valencia) ad un tridente offensivo assolutamente spettacolare ed efficace. Capace di giocare indistintamente sia sulla fascia destra che su quella sinistra, il talento del Barcellona classe '94 ha messo in mostra un repertorio di tutto rispetto, confermando quanto di buono si era detto di lui in questi anni.

Imprevedibile, è letale nell'uno contro uno ed impressionante negli spazi stretti, grazie ad un controllo di palla e ad una rapidità nei movimenti nettamente di un'altra categoria. Dotato di un piede destro educatissimo in grado di sfornare cross sempre precisi e pericolosi, non disdegna le conclusioni dalla lunga distanza, soprattutto quando può partire da sinistra ed accentrarsi alla ricerca del gol. Sorprendenti sono la facilità e la velocità di corsa palla al piede, che ne fanno una costante spina nel fianco delle difese avversarie, nonchè un incubo per il terzino di turno, chiedere ad esempio al capitano della Svizzera e giocatore dell'Inter Mattia Desole. La sua innata insistenza nel puntare l'avversario per creare la superiorità numerica è quasi asfissiante, ma spesso efficace ed indispensabile per il gioco della nazionale spagnola.
A livello di manovra corale deve ancora migliorare, ma considerando la visione di gioco messa in mostra nel servire i compagni d'attacco ed i movimenti tatticamente più che positivi, i margini di miglioramento sono importanti anche sotto questo punto di vista.

Non resta che attendere ancora qualche stagione, ma ora come ora è difficile non prevedere un brillante futuro per questa joya della cantera blaugrana!

La grandezza di tre titoli

Triplete, treble, grande slam, tripletta, chiamiamolo come ci pare. L'impresa di vincere in un'unica stagione sportiva Campionato, Champions League/ Coppa dei Campioni e Coppa Nazionale è riuscita fino a quest'anno solo a 5 squadre: Celtic Glasgow (1967), Ajax Amsterdam (1972), PSV Eindhoven (1988), Manchester United (1999), Barcellona (2009). Già questo fa capire di che tipo di impresa stiamo parlando, qualcosa di spessore storico che consegna una squadra alla leggenda.

La finale di Champions League 2010 ha rappresentato un caso particolare, in quanto chiunque avesse vinto tra Bayern Monaco e Inter avrebbe completato il sesto treble della storia (e uno tra Mourinho e Van Gaal sarebbe entrato nella storia come uno dei pochi allenatori capaci di vincere due Champions con due squadre diverse), essendosi entrambe già laureate campioni nazionali rispettivamente davanti a Schalke04 e Roma e avendo vinto le rispettive Coppe Nazionali contro Werder Brema e sempre Roma. L'appuntamento con la storia ha premiato la squadra di Milano grazie alla doppietta del bomber argentino Diego Milito. Andando a vedere le squadre eliminate nel corso della competizione dalla squadra di Josè Mourinho si nota poi come il cammino dell'Inter sia singolarmente adeguato alla conquista di un premio una volta chiamato Coppa dei Campioni. Nella fase a gironi il raggruppamento che comprendeva Inter, Barcellona, Rubin Kazan e Dinamo Kiev era l'unico composto da sole squadre campioni dei rispettivi Campionati 2009(italiano, spagnolo, russo, ucraino). Con l'eccezione del CSKA ai quarti, nella fase a eliminazione diretta l'Inter ha poi incontrato Chelsea, Barcellona e appunto Bayern Monaco, campioni dei rispettivi Campionati 2010. Una prova di forza, un cammino che corrobora ancora di più la portata storica di quest'impresa nerazzurra.

Ideale anello di congiunzione tra 2009 e 2010 è Samuel Eto'o. Il fuoriclasse venuto dal Camerun è il comune denominatore tra Barcellona e Inter, nonchè un vero e proprio uomo dei record avendo completato due treble in due stagioni successive, impresa ovviamente unica viste le poche squadre che hanno centrato un tale obiettivo. Che sia solo fortuna, non ci crede veramente nessuno.

20 mag 2010

I giovani Millonarios

Per un River che continua a deludere ce n'è uno che invece sorprende e lascia ben sperare per il futuro. Stiamo ovviamente parlando della squadra Reserva, l'ultimo passo per i talenti dei Millonarios prima di raggiungere la prima squadra. I giovani del vivaio, nonostante un avvio difficile e il cambio di ben tre allenatori negli ultimi 10 mesi, sono riusciti a compiere un fenomenale recupero sui rivali del Boca Juniors, arrendendosi soltanto nello scontro diretto ad una giornata dal termine del campionato. La sconfitta nel Superclasico non deve tuttavia mettere in secondo piano quanto di buono si è visto nel corso della stagione: molti ragazzi, nonostante la media età di gran lunga inferiore rispetto ai rivali, sono riusciti a mettersi in luce, acquisendo importante esperienza per un futuro agli ordini di Cappa.
Ecco di seguito una breve panoramica sulla stagione dei talenti del River Plate, dai già conosciuti Villalva e Funes Mori a quelli meno noti e non ancora nel giro della prima squadra.

Daniel Villalva ('92): dopo un inizio sfolgorante tutti si attendevano la consacrazione definitiva del Keko nel torneo di Clausura. Il fantastico Superclasico amichevole di Mar del Plata lasciava presagire sei mesi di grandi soddisfazioni, che in realtà si sono rivelati difficilissimi fin dalle prime battute. Perso in fretta il posto da titolare con Astrada, Villalva non è riuscito a conquistare neppure Cappa, ritagliandosi soltanto qualche scampolo di partita e pagando il salto probabilmente troppo affrettato dalle giovanili alla prima squadra. Questo è sicuramente un momento cruciale in cui dovrà riprendersi dimostando personalità e forza di volontà, per il bene del River e soprattutto della sua carriera.

R.G. Funes Mori ('91): come Villalva ha sofferto fin troppo il salto in prima squadra, evidenziando esageratamente lacune già piuttosto evidenti. E' riuscito a riscattare un Clausura difficilissimo segnando quattro reti nelle ultime due partite, un bottino che lascia ben sperare per la prossima stagione. Il giudizio su di lui rimane sempre positivo, perchè i margini di miglioramento ci sono e danno l'impressione di essere molto importanti. A tal proposito bisogna sperare che rimanga in Argentina ancora qualche anno, per limare difetti ad ora troppo marcati per il calcio europeo, come l'incapacità di muoversi sul filo del fuorigioco e la rivedibile freddezza sotto porta.

Facundo Affranchino ('90): esterno destro di centrocampo, aveva ben impressionato già sotto gli ordini di Astrada, quando aveva segnato il gol vittoria contro il San Lorenzo pochi minuti dopo il suo ingresso. Con l'arrivo di Cappa è diventato un titolare inamovibile, formando con Ferrari un duo costantemente pericoloso sulla fascia destra. Instancabile, dinamico e tatticamente intelligente, da lui ci si aspettano ottime cose nella prossima stagione.

Roberto Pereyra ('91): ai margini con Astrada dopo un discreto torneo di Apertura, con Cappa è diventato il padrone della fascia sinistra della prima squadra. Giocatore estroso e di gran corsa, assieme ad Affranchino rappresenta il presente ed il futuro per le fasce del River.

Maximiliano Coronel ('89): ha esordito e trovato spazio in uno dei peggiori momenti della storia del River, dimostrando ben poco e risultando spesso uno dei peggiori in campo. Non è sicuramente uno dei colpevoli di questa situazione, ma anche al centro della difesa della Reserva ha faticato ad imporsi, commettendo errori talvolta decisivi.

Gustavo Bou ('90): ai tempi della Reserva sembrava destinato ad un futuro roseo, ma finora in prima squadra ha messo in mostra ben poco del suo talento. Lento ed impreciso, soltanto in rare occasioni è sembrato in grado di fare la differenza, per il momento troppo poco vista la concorrenza per il ruolo di trequartista.

Mauro Diaz ('91): mezzapunta giovanissima ma già con molte presenze in prima squadra, è probabilmente arrivato ad un momento decisivo per la sua carriera. Le qualità tecniche non si discutono, quello che però lascia perplessi è la personalità, perchè Maurito sembra fatichi a prendere in mano il gioco della squadra e ad assumersi responsabilità dalla trequarti in avanti. Avere Ortega al suo fianco è sicuramente un aiuto e proprio per questo gli si chiede di osare qualcosa in più, non estraniandosi troppo spesso dal gioco. Relegato in Reserva da Astrada, con Cappa ha ritrovato la titolarità, mostrando una certa predisposizione per il gioco rapido e palla a terra chiesto dall'ex-allenatore dell'Huracan. La prossima stagione sarà probabilmente decisiva per capire dove possa realmente ambire ad arrivare il giovane di Concepción.

Lucas Orban ('89): dei tanti difensori visti all'opera recentemente con la maglia della prima squadra è sicuramente quello con i margini migliori. In grado di disimpegnarsi sia come centrale che come terzino sinistro, è dotato di ottima fisicità, discreta tecnica, buon senso della posizione e tempismo negli interventi. Ritornato in Reserva dopo la parentesi agli ordini di Gorosito e per un breve periodo Astrada, fra un po' di tempo potrà sicuramente ambire ad un ritorno in prima squadra.

Fabio Gimenez ('90): mediano, ha trovato un po' di spazio durante l'ultimo periodo della gestione Astrada, senza tuttavia brillare. Il certo arrivo di un nuovo "volante", il rinnovo di Almeyda e la recente esplosione di Cirigliano per il momento chiudono qualsiasi spazio nella sua zona di campo.

Gustavo Fernandez ('90): il Tortuga sembrava ormai destinato definitivamente alla prima squadra, ma dopo un periodo piuttosto difficile ha fatto ritorno fra le fila della Reserva, diventando uno dei due attaccanti titolari. Anche per lui è difficile prevedere un prossimo approdo fra i "grandi".

German Pezzella ('91): difensore paragonato spesso al nuovo presidente del River, Passarella, deve ancora esordire in prima squadra, ma è un punto fermo della Reserva e spesso convocato dalle varie nazionali giovanili. Nelle amichevoli giocate qualche mese fa con la prima squadra ha messo in mostra grande personalità e buone qualità, oltre ad una certa ruvidità negli interventi!

Erik Lamela ('92): del Coco abbiamo già parlato in precedenza, ma va comunque sottolineato il suo ottimo rendimento in Reserva, dove spesso è risultato uno dei migliori in campo, trovando anche con una certa frequenza la via del gol. Il suo approdo in prima squadra è ormai questione di tempo.

Leandro Chichizola ('91): giovane portiere messosi in mostra sia nelle giovanili che in amichevole con la prima squadra, è considerato un giocatore in prospettiva molto interessante.

Diego Ortega ('91): Orteguita, nonostante il cognome, ricorda poco il ben più celebre Ariel. Trequartista in grado di disimpegnarsi anche come interno di centrocampo, fa della rapidità e del dribbling secco le sue qualità più importanti. Paga molto a livello fisico, ma ha già collezionato qualche convocazione in primera.

Ezequiel Cirigliano ('92): fa parte dell'ormai famosa annata dei '92 del River Plate e recentemente ha trovato sempre più spazio, conquistando Angel Cappa. Mediano, nonostante un fisico di certo non imponente riesce a farsi sentire in fase di interdizione, sorprendendo soprattutto per la sua personalità. Ha preso in mano fin dalle prime battute le chiavi del gioco del River, chiedendo palla e smistandola con ottimi tempi ed intelligenza. E' probabilmente la sorpresa più grande di questi ultimi mesi e la prossima stagione ci si aspetta una sua riconferma a questi buonissimi livelli. Da segnalare l'interesse della Fiorentina ed un suo possibile inserimento in una trattativa per portare Mario Bolatti a Nunez. Perderlo così presto sarebbe sicuramente un vero peccato e potrebbe rivelarsi anche un grande rimpianto.

Gonzalo Olid Apaza ('92): piccolo trequartista in grado di giocare anche più arretrato, finora si è diviso fra Reserva e la 5° Division, dove è il leader della squadra e addirittura il capocannoniere. Rapiditià, cambio di passo e buona visione di gioco gli hanno permesso di ben figurare anche fra le fila della Seleccion U-17 nei Mondiali di categoria disputati ad inizio stagione.

Esteban Espindola ('92): capitano dell'Argentina U-17, giocatore di grande personalità, gioca sia come difensore centrale che come mediano davanti alla difesa. In Reserva non ha ancora trovato molto spazio a causa della grande concorrenza, ma in molti hanno speso buone parole su di lui.

Altri '92: Luis Vila, Espinoza, Bitancourt, Solari e Gonzalez Pirez. Quasi tutti nel giro delle varie nazionali giovanili e titolari in Reserva, hanno messo in mostra ottime qualità e non è difficile pensare ad un futuro approdo in prima squadra.

Manuel Lanzini ('93): è lui il volto nuovo fra le fila della Reserva. Aggregatosi nelle ultime partite, ha messo a segno due splendide reti partendo sempre dalla panchina. Si tratta di un trequartista dal fisico piuttosto minuto e dalle qualità tecniche ottime, in grado di creare costantemente la superiorità numerica grazie ad una facilità di dribbling disarmante. La prossima stagione farà parte della Reserva a tutti gli effetti, ma non è da escludere anche qualche convocazione fra i grandi!

19 mag 2010

Totti e la tattica

Stranamente, almeno ai miei occhi, da anni si continua a parlare di un centravanti per la Roma. Dico stranamente non per motivi economici, di appeal o altro, ma banalmente tattici.

Eppure gli ultimi 6 mesi dovrebbero essere stati molto chiari in proposito. A gennaio, sulla scia del motto "serve un centravanti", la Roma prese in prestito dal Bayern Monaco Luca Toni. Indiscutibilmente il prototipo del centravanti di peso anche se in la con gli anni. In un primo periodo il suo rendimeno fu anche oltre le aspettative, sia in termini di gol che di apporto al gioco. La Roma di Ranieri grazie a lui poteva infatti giocare a lanci lunghi sulla boa centrale, per poi far partire incursori come Taddei, Perrotta o gli attaccanti Vucinic e Menez. Con Toni in campo, il gioco della Roma è sempre stato questo (palla lunga e pedalare), con buona pace delle leggende alimentate dai giornali sul bel calcio e affini. Un gioco adattissimo alla serie A e di sicuro molto efficace, come dimostrano i punti guadagnati dalla squadra giallorossa. Tuttavia ad un certo punto Toni è sparito, malgrado gol anche pesanti (vedi 2-1 all'Inter), e la causa è una sola: il ritorno in campo dall'ennesimo infortunio di Francesco Totti.

Torniamo indietro di qualche anno. Sulla panchina abbiamo ancora Luciano Spalletti, che creò una Roma nuova e spettacolare (questa per davvero). Pochi punti fondamentali: tanta corsa soprattutto senza palla, gioco palla a terra, un solo modulo, il 4-2-3-1, che come facilmente intuibile prevede una sola punta. E qui si inserisce nel discorso il capitano della Roma. Giocatore di indiscussa classe e tecnica, abilissimo rifinitore, ma anche con un grandissimo tiro e fiuto del gol. Gli anni iniziano a passare, e con loro la corsa diminuisce e i problemi fisici aumentano (specie pre Mondiale 2006). Da trequartista gli era richiesto ormai un gioco che il suo fisico non reggeva più, così il tecnico toscano decise di mettere il suo capitano in quella casella libera da centravanti, con tutta la squadra dietro a correre per lui, per dargli palloni e sfruttare la sua capacità di creare gioco anche da fermo. Il suo raggio d'azione venne avanzato di qualche metro, e il risultato furono gol a grappoli (capocannoniere e Scarpa d'Oro 2007). Totti era diventato il centravanti ideale per quella Roma proprio per la sua atipicità nel ruolo.

Siamo nel 2010, e di certo Totti o i medici della Roma non hanno trovato negli ultimi anni la fonte dell'eterna giovinezza. Son passati altri 4 anni e tanti altri infortuni. Il capitano si è sempre più specializzato nel suo "nuovo" ruolo, diventando un maestro nello sfruttare il fazzoletto di campo che copre. E qui nasce il problema: come gestire lui e Luca Toni? Dopo qualche tentativo di coppia e di tridente con Vucinic la soluzione è stata chiara: o Totti o Toni. Troppo pesante per la squadra sostenere due giocatori così statici, con un gioco così poco compatibile tra loro. Ovviamente tra i due a Roma la scelta nemmeno si pone,e così Toni ha finito la stagione in panchina con tanti saluti alle chances mondiali.
Senza dimenticare che, sempre nell'era Spalletti, un altro centravanti si è sacrificato in nome e per conto di Totti. Per Mirko Vucinic reinventarsi esterno non è stato facile all'inizio, col rischio concreto di bruciarsi la carriera. Giocando più vicino alla porta il suo contributo alla causa romanista è nettamente migliorato.

Oggi si parla di Adriano o altri centravanti per la Roma, e si continuerà così per tutta l'estate. Perchè tapparsi gli occhi di fronte all'ovvio? La Roma un centravanti l'ha avuto negli ultimi 4 anni, e l'avrà finchè Francesco Totti non si ritirerà dal calcio giocato.

09 mag 2010

El Comandante

C'è un centrocampista argentino che da quando ha messo piede in Europa non fa che vincere campionati. Eppure il suo nome non è tra le grandi stelle e il mercato delle cosiddette grandi l'ha sempre più o meno ignorato.

Luis Oscar Lucho Gonzalez inizia la sua carriera nell'Huracan prima di passare a 21 anni nel River Plate. Qui personalmente inizio a seguire questo centrocampista che come pochi altri sa unire quantità e qualità, ricoprendo in mezzo al campo qualunque ruolo e supportato da un buon fisico (186 cm). Interno del rombo a destra e a sinistra principalmente, ma all'occorrenza enganche dietro alle punte o volante davanti alla difesa, semplice mediano e volendo esterno del centrocampo a 4. Due titoli di campione d'Argentina coi millionarios e un oro olimpico con la nazionale che vide esplodere il talento cristallino di Carlos Tevez.

Ma anche allora il suo nome era in secondo piano. Tevez, Mascherano e altri dominavano la scena, e così Lucho arrivò in Europa al Porto quasi in sordina. Co Adrianse prima e Jesualdo Ferreira poi si resero subito conto di avere per le mani un giocatore speciale. Dal 2005 al 2009 ha vinto 4 campionati consecutivi e una Coppa di Portogallo, da capitano della squadra. Qui hanno inizato a chiamarlo el Comandante per la grinta e le doti da leader dimostrate in mezzo al campo. Nel Porto ha sempre giocato a centrocampo nel 4-3-3, sfruttando appieno le sue ampie qualità. Impostazione, rifinitura, inserimenti, gol, ma anche fase difensiva e come detto tanta, tanta personalità. Un centrocampista completo, capace di prendere sulle spalle la squadra.

Malgrado prestazioni pregevoli e gol decisivi anche in Champions League, l'unico vero interessamento per lui arriva dall'Olympique Marsiglia, nobile decaduta del campionato francese. Così Lucho nell'estate 2009 lascia la città e la squadra che tanto ha amato (e che tanto lo ha amato) per una cifra tra 18 e 24 milioni a seconda del rendimento, e va nella Ligue 1 agli ordini di Didier Deschamps. Squadra ambiziosa, che vorrebbe tornare a vincere il campionato che manca dal 1992, quando il suo allenatore ancora giocava. E guardacaso, proprio il Marsiglia si è laureato campione di Francia per la stagione 2009/2010.

Un campionato un pò anomalo, senza una vera dominatrice e con due sorprese come Montpellier e Auxerre a fare da contraltare alle difficoltà di Lione soprattutto e Bordeaux, campione uscente, nel finale di stagione. Il Marsiglia era partito male, e con lui Lucho con una serie di problemi fisici. Poi el Comandante è tornato a giocare, un pò più avanzato che in passato, da vero trequartista ispiratore. E con 43 presenze e 8 gol, ha riportato il Marsiglia in vetta. Al quinto scudetto consecutivo (settimo in carriera) non è più un caso.

06 mag 2010

C'era una volta un re...

C'era una volta un giocatore col numero 10 a Roma, considerato un idolo da tutti. Capitano, simbolo di Roma e del "romanismo", protagonista di pubblicità varie, ambasciatore Unicef, ottavo re di Roma (anche se, tanti anni fa, fecero una statua con questa dicitura a tale Falcao, ma devo ricordarmelo solo io a quanto pare) "una delle poche bandiere del nostro calcio, un modello positivo per tanti bambini conquistati dal suo modo di giocare e dai suoi comportamenti fuori del terreno di gioco" (tratto da dichiarazioni di Rosella Sensi, suo presidente).
Dietro questa bella patina da grande si cela ben poco. Un gigante d'argilla? Molto meno, alla luce dei fatti. Come altro definire uno che trasforma una finale di Coppa Italia in una caccia all''uomo, mettendo se stesso e il suo presunto onore davanti alla sua squadra e al suo lavoro?

Totti una volta di più (perchè episodi del genere sono stati diversi nella sua luminosa carriera, chiedere a Poulsen per dirne uno noto) si è mostrato al mondo per quello che è: poco più di un bullo nemmeno di quartiere, di cortile. Capace di fare il grosso tra le sue quattro mura, solo contro qualcuno più perseguitato o più debole di lui che non può reagire. Dico al mondo perchè ovviamente a Roma le giustificazioni sono già scattate. Di vedere la realtà, il re nudo, nemmeno se ne parla. Le provocazioni sono una cosa normale nel calcio che si gioca pagando per partecipare, figuriamoci con dei trofei in palio. Cosa può aver detto di tanto terribile Balotelli? E anche se lui avesse davvero parlato, Motta e Milito (reo di aver tolto palla a questo fenomeno da baraccone)? Ovviamente tutti cattivi contro l'eroe vessato.
Zidane avrebbe dovuto imparare (come si dice da dove viene Totti) di più dalle parti di Roma, e dire che il Mondiale 2006 l'ha vinto anche questo ragazzo qui.
Che una volta di più si è dimostrato un uomo piccolo piccolo.

02 mag 2010

I cambiamenti del giovane Pep

Retrospettiva: il Barcellona 2008/2009 è entrato di prepotenza nella storia del calcio, e con lui (anzi di più essendo all'esordio) il suo allenatore. La squadra ha semplicemente vinto tutto quello che si poteva vincere centrando l'ormai famoso triplete, mostrando inoltre un calcio altamente moderno e spettacolare. Il mercato estivo aveva portato al cambiamento del centravanti, da Eto'o a Ibrahimovic, più qualche movimento di contorno, mentre la squadra ha continuato a vincere (Supercoppe e Mondiale per club), giungendo ai 6 trofei nell'anno solare. Cambiati i nomi, il risultato è rimasto lo stesso.

Nel 2010, qualcosa è successo. Eliminati dal Siviglia in Coppa del Re, eliminati dall'Inter in Champions League. Improvvisamente il Barcellona si è scoperto vulnerabile, fuori da due competizioni e col Real a 1 punto nella Liga. Un brusco ritorno alla realtà (specie a giudicare da certe dichiarazioni pre e post Inter), con delle motivazioni da trovare tra le righe, nascoste nelle pieghe dei grandi nomi e del calcio spettacolo.
La squadra, sia chiaro, resta sulla carta ancora superiore a tutte le altre senza discussione. Troppa qualità, troppa capacità di creare gioco, troppa abitudine a giocare insieme. Ma qualcosa è cambiato, e gli avversari ne hanno approfittato.

Il Barcellona di Guardiola era una macchina perfetta. Pep è stato bravissimo ad intervenire con decisione ed intelligenza sulle ceneri del Barcellona dell'era Rijkaard, squadra ormai stanca, demotivata e con dei campioni giunti alla fine del loro ciclo. Lo spagnolo ne aveva identificati 3 da epurare in quanto dannosi in qualche modo al gruppo: Ronaldinho, Deco e Samuel Eto'o. Il brasiliano (accusato di troppa rilassatezza negli allenamenti e vita notturna, che si traduceva in un pessimo esempio ai compagni, con un rendimento in calando) è andato al Milan, il portoghese (vista l'età aveva concluso il suo ciclo e c'era da lanciare Iniesta) al Chelsea. E' rimasto contro il parere dell'allenatore solo il camerunense, un pò per troppe pretese economiche, un pò per mancanza di acquirenti reali. Oltre a questo, Guardiola si concentrò su tattica, voglia e atteggiamento, troppo trascurate da Rijkaard nel corso della sua gestione. Piena responsabilità e fiducia ai canterani, identificati come la colonna portante della squadra, come Xavi, Iniesta, Messi, Pique e Puyol, ma anche Busquets nel corso della stagione (e Pedro e Jeffren l'anno successivo), e valorizzazione di giocatori quali Henry, Yaya Tourè e Daniel Alves, perfetto complemento ai giocatori cresciuti in casa. Il risultato l'abbiamo visto tutti, ma è da sottolineare l'ironia della sorte, che ha regalato a Guardiola un Samuel Eto'o da 35 gol stagionali, compresa la perla dell'1-0 in finale di Champions League contro il Manchester United. Senza di lui, sarebbero di certo cambiate molte cose.
Ulteriore testimonianza della grandezza della formazione catalana, la classifica del Pallone d'oro 2009. Nei primi 6 posti, 5 sono occupati da giocatori blaugrana. Rispettivamente Messi vincitore, Xavi terzo, Iniesta quarto, Eto'o quinto (sempre la sorte...), ma in classifica troviamo anche Henry quindicesimo e Yaya Tourè ventinovesimo. Praticamente tutta la squadra dal centrocampo in su.

Squadra che vince non si cambia. Eppure Guardiola la pensa diversamente. Ancora Samuel Eto'o è il suo grande problema, finalmente risolto con il famoso scambio con Zlatan Ibrahmovic. E da qui partono i "problemi" del secondo Barcellona di Pep.
Lo svedese e il camerunense sono giocatori completamente diversi, non serve un grande osservatore per capirlo. Ma proprio Eto'o, con tutto il suo modo di giocare, era il finalizzatore ideale della mole di gioco creata da Guardiola. Chiedere certi movimenti e quell'interpretazione del ruolo a Ibrahimovic era impossibile, e i risultati dicono che lo è tutt'ora. Si pensava che dopo un periodo di ambientamento il Barcellona si sarebbe abituato a Ibra e Ibra al Barcellona, trovando un nuovo stile di gioco e un nuovo equilibrio. A 9 mesi di distanza, siamo ancora in alto mare. Malgrado un buon numero di gol segnati da Zlatan, la squadra si è dimostrata molto più pungente con altri in campo al posto suo. E non è un caso che quando si doveva vincere e segnare, sia stato sempre lui il cambio designato. Perchè errare è umano, ma a perseverare Pep non ci sta (e le voci che vogliono Villa al Camp Nou l'anno prossimo lo confermano ampiamente).
Altro desaparecido è stato Thierry Henry. Terza freccia di un arco micidiale, ha chiuso la scorsa stagione a 26 gol, più 12 assist e tanto, ma tanto lavoro di corsa e copertura per la squadra. Vuoi per l'età, vuoi per l'esplosione di Pedro, nella stagione in corso il suo apporto è stato minimo.
Del favoloso tridente da 99 gol stagionali (Henry-Eto'o-Messi), è quindi rimasto il solo argentino. Che, da fenomeno, ha risposto presente, prendendosi spesso sulle spalle l'intera squadra e superando quota 40 gol stagionali.
Ma il passaggio da tre punte straordinarie e un singolo fenomeno, per quanto fortissimo, ha portato dei cambiamenti. Fermare un singolo è più semplice, giocando di squadra, che fermare tre campioni che giocano insieme. L'eplosione di Pedro, per quanto favolosa e importantissima per le sorti delle vittorie blaugrana coi suoi gol decisivi, non è bastata a compensare un tale depotenziamento dell'arsenale offensivo. Lo spagnolo è ancora giovane e deve crescere per essere davvero un fattore a certi livelli. E Ibrahimovic spesso si marca da solo, scomparendo dal gioco.

Secondo passaggio fondamentale del cambiamento, gli infortuni di Andres Iniesta. Il ragazzo di Albacete nel 2008/2009 fu semplicemente straordinario per coninuità a livelli altissimi. Tra lui e Xavi il pallone in mezzo andava solo nella direzione che voleva il Barcellona. Dopo la finale di Champions sono iniziati i suoi guai fisici, che non sono ancora terminati. Il suo sostituto nella rosa del Barcellona è Keità, a cui però non si può chiedere nemmeno lontanamente il lavoro di Don Andres. Il Barcellona si è trovato così con un solo creatore di gioco in mezzo, Xavi, che però non può impostare e rifinire allo stesso tempo. Le percussioni, i dribbling, gli inserimenti,i palloni filtranti, i lanci, gli scambi nel breve che garantiva Iniesta sono un vuoto incolmabile, specie contro squadre molto attente alla fase difensiva. L'imprevedibilità di un simile talento non si può perdere senza conseguenze nel lungo periodo.

A margine altre scelte discutibili come l'abbandono di Yaya Tourè davanti alla difesa per fare spazio a Busquets (che ha il solo pregio di essere un canterano) o la scarsa fiducia in Bojan Krkic, accantonato per gran parte della stagione, o scelte di mercato dispendiose quanto inutili (Caceres e Chygrynskiy, ma anche lo stesso Ibra) o infine la rosa molto corta per favorire i ragazzi della masia.

Il Barcellona è cambiato e sta cambiando. Cosa sarà l'anno prossimo?

01 mag 2010

Erik Lamela

Il nome a qualcuno potrebbe non suonare nuovo, stiamo infatti parlando del ragazzino argentino che qualche anno fa aveva provocato una sorta di guerra diplomatica fra River Plate e Barcellona. Allora l'accostamento con il già conosciuto Leo Messi per il piccolo funambolo di Buenos Aires era stato inevitabile. Fisico gracile rispetto ai coetanei, serpentine ubriacanti e numeri di alta scuola avevano fatto impazzire gli osservatori blaugrana, disposti a tutto pur di portarlo alla Masia. Convinta la famiglia del ragazzo, il Barcellona non ha però fatto i conti con il River Plate, proprietario del cartellino ed intenzionato a tutto pur di non rinunciare al giovanissimo talento dodicenne. Soltanto la minaccia di una denuncia alla FIFA ha fatto desistere i dirigenti spagnoli, riportato un po' di calma e spento le luci dei riflettori sul ragazzo.

A distanza di anni Erik Lamela è riuscito, nonostante l'inevitabile pressione portatagli da una fama incontrata troppo presto rispetto a qualsiasi altro compagno, a non perdersi e a proseguire la sua crescita calcistica ed umana all'ombra del Monumental. Assieme ad altri giovani e promettenti talenti del calibro di Villalva, Cirigliano ed Espindola è parte della nidiata del 1992 che tanto fa gonfiare il petto ai dirigenti del River Plate: una squadra capace di dominare i tornei locali ed internazionali, come la Cobham Cup organizzata a Londra dal Chelsea, grazie a talenti importanti in qualsiasi zona del campo, destinati ad un futuro roseo nelle fila della prima squadra.

Sei anni dopo le interviste in televisione e l'attenzione dei giornali il Coco è tornato alla ribalta grazie alle magie fra i coetanei, alle prime convocazioni e all'esordio fra i "grandi". Abbastanza per mettere da parte l'etichetta di ennesimo "nuovo Messi", perchè il piccolo e gracile ragazzino adesso è un trequartista di 183cm, una piacevole eccezione per una nazione che negli ultimi tempi ci ha ormai abituati a mezzepunte rapide e sguscianti difficilmente sopra il metro e settanta. L'importante crescita a livello fisico non ha tuttavia ridotto la genialità e l'abilità palla al piede di Erik: doni ereditati sicuramente dal padre, autentica leggenda del calcetto amatoriale. José "El Panadero" Lamela era infatti considerato nella zona nord di Buenos Aires una sorta di Maradona del calcetto, un talento incredibile che per chissà quale motivo non ha mai tentato l'avventura da giocatore professionista.

A differenza del padre il giovane talento Millonario è mancino e con il suo sinistro ora sta guidando la Reserva del River alla rincorsa dei rivali del Boca Juniors. Dotato di una tecnica decisamente fuori dal comune, di una visione di gioco che gli permette di dialogare con grande facilità assieme ai compagni e di innescare con assoluta imprevedibilità le punte, è pericolosissimo su palla inattiva e dalla distanza. Riesce a creare la superiorità numerica in qualsiasi momento grazie ad una facilità di dribbling disarmante, ma deve crescere sicuramente da un punto di vista attitudinale. I miglioramenti sotto l'aspetto del sacrificio, del lavoro senza palla, della continuità e del ritmo negli ultimi mesi sono stati piuttosto evidenti, ma c'è ancora molto da lavorare ed il periodo fra le file della Reserva è stato e sarà sicuramente utile. Giocatori dal talento indiscutibile come Mauro Diaz e Villalva, dopo gli esordi trionfali in prima squadra, hanno infatti evidenziato enormi limiti legati alla continuità e alla personalità, problemi senz'altro legati ad un salto troppo affrettato dal settore giovanile all'esigente palcoscenico del Monumental.

L'impressione è che il Coco stia imparando a sfruttare maggiormente anche il fisico, crescendo sia da un punto di vista della forza che della rapidità. Nelle ultime uscite è stato talvolta schierato come interno di centrocampo, ruolo in cui non riesce ad esprimersi ancora al meglio per ovvi limiti nella fase difensiva, ma è sicuramente da trequartista che riesce a sfruttare tutto il suo enorme potenziale ed è proprio in questa posizione che ricorda per classe, movenze ed una certa tendenza nel prediligere la giocata ad effetto Javier Pastore, il fantasista del Palermo ex-Huracan.
Coincidenza vuole che da poche settimane sia arrivato alla guida del River Plate Angel Cappa, mentore del Flaco ed allenatore alla continua ricerca del bel gioco, conosciuto per il suo famoso tiki-tiki. Con buone probabilità Lamela la prossima stagione sarà aggregato alla prima squadra e sicuramente potrà crescere ed affinare il suo talento sopraffino agli ordini di un ottimo maestro come l'ex tecnico del Globo, già consapevole di avere a disposizione un autentico progetto di grande giocatore.