26 feb 2014

I migliori in attività a non aver mai disputato la Champions League

La Champions League è la massima competizione europea per club, il sogno di ogni tifoso e di ogni giocatore, la certificazione di una carriera di successo. Tuttavia, per strane coincidenze del destino, può capitare che ottimi nomi siano costretti a guardarla in tv più o meno per tutta la vita, mentre di anno in anno vediamo improbabili carneadi avere l'onore di calcare i prati più prestigiosi d'Europa.

Abbiamo provato a immaginare una formazione composta dai migliori nomi che ricadono in questa particolare casistica, ossia giocatori conosciuti, magari anche nazionali, ma con all'attivo zero presenze dai gironi in poi.
Ovviamente si potrebbe fare anche con Moscardelli, Mastronunzio, Sforzini o con giovanissimi o ancora con giocatori che hanno speso la carriera in altri continenti, ma sarebbe barare.


A disposizione: Jääskeläinen, Krul, Leandro Castan, Ander Herrera, Noble, Candreva, Herrmann, Muniain, Cuadrado, Diamanti, Benteke

Giocatori più o meno importanti, alcuni molto a gusti personali, ma tutti con carriere abbastanza solide alle spalle. Provate a pensarci la prossima volta che vedete il Bate Borisov,  il Copenaghen, l'Anorthosis Famagosta o il Nordsjælland.

In più si possono trovare anche tanti grandi nomi arrivati alla Champions solo in avanti con gli anni o per periodi decisamente limitati.
Emblematico il caso di Diego Milito, con solo due partecipazioni all'attivo entrambe dopo i trenta anni, o di Borja Valero, centrocampista decisamente di livello che assomma appena cinque presenze, o di Luca Toni che arriva a dieci. Clamoroso infine realizzare che Radamel Falcao abbia visto la coppa più importante solo nel 2009-2010, appena sbarcato dall'Argentina.
Capricci del fato.

12 feb 2014

I ruoli della seleção brasiliana (ovvero perchè non c'è posto per Hernanes)

Il Brasile è da sempre una nazionale piena di talento, che lascia ai suoi selezionatori semplicemente l'imbarazzo della scelta. La costante negli ultimi anni (facciamo dal 2002 a oggi), pur in squadre molto diverse per impianto generale, è stata quella di concentrare quanto più potenziale possibile negli uomini più avanzati, lasciando al centrocampo e specificamente ai centrocampisti centrali un ruolo più di equilibrio e contenimento.

Guardando le formazioni delle competizioni principali infatti troviamo:
- Mondiali 2002, Scolari, modulo 3-4-1-2 con questi nomi: Marcos; Lucio-Edmilson-Roque Junior; Cafu-Gilberto Silva-Kleberson-Roberto Carlos; Ronaldinho; Rivaldo-Ronaldo
- Copa America 2004, Parreira, 4-4-2: Julio Cesar; Maicon-Luisão-Juan-Gustavo Nery; Edu-Kleberson-Renato-Alex; Luis Fabiano-Adriano
- Confederations Cup 2005, Parreira, 4-4-2: Dida; Cicinho-Lucio-Roque Junior-Gilberto; Kakà-Ze Roberto-Emerson-Ronaldinho; Robinho-Adriano
- Mondiali 2006, Parreira, 4-4-2: Dida; Cafù-Lucio-Juan-Roberto Carlos; Kakà-Ze Roberto-Emerson-Ronaldinho; Ronaldo-Adriano
- Copa America 2007, Dunga, 4-4-2: Doni; Maicon-Alex-Juan-Gilberto; Elano-Josuè-Mineiro-Julio Baptista; Robinho-Vagner Love
- Confederations Cup 2009, Dunga, 4-2-3-1: Julio Cesar; maicon-Lucio-Luisão-Andrè Santos; Gilberto Silva-Felipe Melo; Ramires-Kakà-Robinho; Luis Fabiano
- Mondiali 2010, Dunga, 4-4-2: Julio Cesar; Maicon-Lucio-Juan-Michel Bastos; Daniel Alves/Elano-Felipe Melo-Gilberto Silva-Kakà; Robinho-Luis Fabiano
- Copa America 2011, Mano Menezes, 4-2-3-1: Julio Cesar; Maicon-Thiago Silva-Lucio-Andrè Santos; Lucas Leiva-Ramires; Robinho-Ganso-Neymar; Pato
- Confederations Cup 2013, Scolari, 4-2-3-1: Julio Cesar; Daniel Alves-Thiago Silva-David Luiz-Marcelo; Luiz Gustavo-Paulinho; Hulk-Oscar-Neymar; Fred
I vari 4-4-2 sono a volte declinati a rombo, altre nel famoso quadrato magico di stampo tipicamente sudamericano. Tutti questi allenatori hanno portato a casa dei trofei, tranne Mano Menezes, e tutti si sono affidati a una mediana composta principalmente da due uomini, entrambi tipicamente difensivi.
I nomi sono ovviamente cambiati negli anni, ma la scelta tattica è chiara e continua, con due casi più particolari che sono Ze Roberto e Paulinho. Il primo, giocatore dalla carriera apparentemente infinita (esordio nel 1994), nel Brasile ha trovato posto unicamente come mediano e ha coperto il ruolo con straordinaria abnegazione, soprattutto se si pensa che tra Germania e Brasile ha sempre svolto mansioni offensive, come l'esterno (Bayer Leverkusen, Bayern Monaco), la seconda punta (Santos) o il trequartista (Gremio). Il secondo è un giocatore che vive di inserimenti senza palla, ma tatticamente e fisicamente capace di coprire, soprattutto se affiancato da un compagno con attitudini più posizionali. Non a caso ha trovato un suo spazio nell'ultimo anno, segno del calcio che evolve.

Sorprendentemente non si vedono giocatori di regia e inventiva, un ruolo in teoria immediatamente collegato con l'immagine classica della nazionale brasiliana. Oggi il compito è interamente affidato qualche metro più avanti ai vari giocatori che hanno occupato le maglie numero 7, 10 o 9 e fatto sognare un numero incalcolabile di appassionati.
Giocatori che in definitiva sono più attaccanti che altro ed esprimono il loro calcio sulla trequarti offensiva. Per questo motivo nel Brasile faticano a trovare collocazione quei centrocampisti che hanno più qualità dei mediani veri, ma meno incisività effettiva dai trequartisti moderni.
Per esemplificare la cosa, Juninho Pernambucano ha visto la maglia verdeoro solo perifericamente, mentre un giocatore come Thiago Motta ha dovuto optare per l'azzurro dell'Italia. Tecnicamente avrebbero potuto comodamente giocare al posto di qualcuno dei nomi elencati poco sopra, ma la scelta tattica è stata netta: in mediana fisico e corsa, inventiva e qualità in zone più vicine all'area avversaria. 

A questo punto della discussione si inserisce perfettamente il caso Hernanes.
Fin dai tempi del San Paolo il neo interista ha dimostrato di essere in grado di ricoprire diversi ruoli in mezzo al campo, dal playmaker basso, al mediano offensivo, al numero 10. Un giocatore senza dubbio con molte qualità, ma senza una vera specializzazione. Troppo offensivo per occupare unicamente il centro del campo, non abbastanza da fare l'attaccante. Lui stesso ha detto di trovarsi particolarmente a suo agio come interno nel centrocampo a tre, dove può galleggiare tra mediana e attacco dando il suo contributo in entrambe le fasi. Una duttilità sfruttabile a livello di club, ma limitante per la sua carriera in verdeoro.
Non a caso malgrado una carriera da dominatore nel campionato locale (tre campionati vinti, due volte miglior centrocampista e una volta miglior giocatore assoluto) e buoni numeri in Serie A è stato poco considerato a livello di seleção. Dal 2008 ad oggi ventitre le presenze totali, di cui cinque nel 2011 con Menezes in un periodo di tentativi di rinnovamento e nove nel 2013 con Felipão Scolari. Tutte in amichevoli tranne cinque in Confederations Cup 2013, in assoluto solo tre da titolare (una nella stessa Confederations, contro l'Italia). Come ruolo si è trovato ovviamente tra i mediani, quindi qualche metro più indietro rispetto alle sue abitudini, col compito di gestire il gioco. Cosa che può fare, ma con qualche controindicazione soprattutto in termini di copertura, vista anche la sua tendenza a cercare il dribbling.
Il nome di Hernanes è stato tuttavia escluso dalle ultime convocazioni del ct, che ha preferito puntare su Luiz Gustavo, Paulinho, ormai nomi classici, e l'esordiente Fernandinho, ingiustamente dimenticato per lungo tempo e che al City è un equilibratore fondamentale, affiancati da un Ramires sfruttabile in più zone grazie a corsa, letture tattiche e capacità di portare palla.

Giocatori certamente più in linea con l'idea di gioco tipica del Brasile, con un profilo più netto e un ruolo preciso. Una scelta che, se dovesse diventare definitiva per i Mondiali, sarebbe davvero sorprendente?

05 feb 2014

Marcelo Bielsa e una questione di eredità

Dopo aver presentato la crescita esponenziale nel rendimento dei giocatori dell'Atletico Madrid grazie alla mano del Cholo Diego Pablo Simeone, proseguiamo nell'analisi dell'importanza del lavoro svolto da un allenatore. Troppo spesso ci si limita infatti a guardare esclusivamente i nomi dei giocatori scesi in campo, lasciando in disparte l'influenza che può avere il tecnico nell'evoluzione tecnica, tattica e mentale di una squadra. Molte volte sono gli stessi allenatori, in tutta la loro falsa modestia, a sminuire il ruolo ricoperto o, in alternativa, a far notare la differenza tra le rose a disposizione. Certo, potere scegliere tra Xavi o Nestor Ortigoza -che, sinceramente, per noi è un fenomeno- non è la stessa cosa, ma laddove non arriva il singolo, può riuscire in molti casi il collettivo. Senza proseguire nel paragone tra giocatori prediletti del dio del pallone e pippe sesquipedali, è sufficiente pensare ai numerosi esempi di squadre assemblate con una miriade di talenti che hanno miseramente fallito o a club modesti in grado di sorprendere tutti, senza alibi di alcun genere.

Dalla capitale spagnola, oggi ci spostiamo un po' più a nord, a Bilbao, in pieno territorio basco. Al pari dell'Atletico Madrid capolista, l'Athletic è infatti una delle grandi sorprese della Liga 2013/2014: classifica alla mano, i Leoni occupano la quarta posizione, la prima per le squadre "normali", staccati di 11 punti dal Real di Ancelotti e dal Barcellona del Tata Martino, in piena corsa per un posto nella prossima Champions League, con 3 punti di vantaggio sul Villarreal e 7 sugli acerrimi rivali di San Sebastian, la Real Sociedad.
Il girone di andata dei baschi ha stupito un po' tutti e riportato prepotentemente in auge il nome di Ernesto Valverde, che, a 8 anni dalla sua ultima partita alla guida degli zurigorri, è tornato a Bilbao con con un curriculum senz'altro arrichito dalle diverse esperienze tra Spagna e Grecia (dove ha collezionato tre titoli con l'Olympiakos).
Chiamato in estate dal Presidente Urrutia per sostituire l'argentino Marcelo Bielsa, Valverde ha trovato un Athletic profondamente cambiato nello spirito e nell'anima, con il delicato trasferimento nel nuovo San Mamés a fare da cornice al suo secondo insediamento.

Il tecnico di Viandar de la Vera ha però dimostrato fin da subito idee chiare, umiltà e astuzia, impiegando poco ad analizzare e pesare la situazione della squadra e individuando immediatamente i giusti correttivi da apportare. Correttivi, esattamente, perché l'Athletic messo a sua disposizione non era più la squadra tutta grinta e lanci lunghi al faro basco di turno, ma un undici in grado di esprimere un gioco arioso e moderno, incentrato sul possesso palla e lo sviluppo della manovra partendo dalle retrovie. E il merito di questa rivoluzione operata in terra vazcaina è facilmente attribuibile a Marcelo Bielsa, che in due stagioni sulla panchina degli zurigorri ha saputo imporre con fermezza e passione la sua idea di calcio.

Doveroso premettere che su questo blog Bielsa è un idolo: per il suo essere visionario, la sua personalità, le idee all'avanguardia, la passione e le ormai famose pazzie che gli sono valse il soprannome "El Loco". Del Marcelo Bielsa uomo e allenatore ci sarebbe da parlare per ore e prima o poi lo faremo, ma per il momento limitiamoci a tornare alla sua tappa all'Athletic.
A Bilbao il tecnico di Rosario ha trovato tutti i migliori ingrendienti necessari per dare vita alla sua ricetta di futbol: un ambiente caldo e compatto, una bandiera per cui lottare e una squadra tutta da formare, ma con tanti giocatori giovani e acerbi su cui lavorare. In pochi mesi Bielsa ha saputo dare il via a una rivoluzione che ha portato l'Athletic a esprimere con ogni probabilità il miglior calcio d'Europa, regalando autentiche lezioni di gioco in Spagna e all'estero -memorabile, a tal proposito, la prestazione offerta in Europa League all'Old Trafford-. Un gioco fatto di fraseggi a velocità folli, pressing a tutto campo, movimenti studiati al millimetro, un'occupazione degli spazi maniacale e una ricerca selvaggia della verticalità.

Il lavoro del Loco nella testa dei giocatori è stato impressionante e la crescita di molti di loro ne è la conferma: Javi Martinez ha trovato la consacrazione definitiva, Llorente -il faro basco di cui sopra- ha dimostrato di poter diventare un centravanti completo sotto ogni punto di vista e la batteria di giovani (Muniain, De Marcos, Iturraspe...) lanciati con fiducia cieca ha risposto presente senza esitazione. Oltre a loro hanno compiuto progressi degni di nota anche giocatori come il neo-acquisto Ander Herrera -uno dei migliori interni di Spagna, in questo momento-, il terzino Andoni Iraola e l'ala Markel Susaeta.

Tuttavia Bielsa è un'idealista e in quanto tale non accetta il compromesso. Non accade sul terreno di gioco e non accade fuori, dove sono nati i primi veri attriti con la dirigenza che hanno minato l'empatia tra il club e il tecnico. La seconda stagione nei Paesi Baschi ha portato infatti alla luce i problemi strutturali in società e in campo: l'undici di Don Marcelo può esprimersi solo se le gambe e la testa funzionano a giri massimi, altrimenti l'ingranaggio si inceppa e i difetti emergono prepotentemente. La ricerca ossessiva del gioco in verticale sbilancia la squadra e le infilate in contropiede sono all'ordine del giorno. L'Athletic, dopo una prima annata a un passo dalla leggenda -10° in Liga, sconfitto in finale di EL dall'Atletico del Cholo e in Copa del Rey dal Barça- chiude la seconda stagione al 12° posto nel campionato spagnolo, uscendo prematuramente sia dall'Europa League che dalla Coppa del Re.

Malgrado il rendimento altalenante della seconda stagione e la decisione di abbandonare la panchina degli zurigorri, Bielsa ha saputo condurre la squadra a un approdo sicuro, lasciando in eredità a Valverde una rosa cresciuta esponenzialmente rispetto al suo arrivo a Bilbao, orfana di due colonne come Javi Martinez e Llorente, ma preparata a interpretare nel migliore dei modi qualsiasi dettame tattico del nuovo allenatore. I giovani talenti cresciuti dal rosarino hanno compiuto un'importante evoluzione e tanto Valverde quanto i vertici del club potranno trarne i benefici, in campo e in sede di mercato. Javi Martinez è stato ceduto al Bayern per 40 milioni di Euro e le valutazioni di giocatori come Herrera, Muniain, Susaeta, De Marcos e Iturraspe hanno registrato un notevole incremento.

Valverde, come detto in precedenza, ha avuto l'accortezza di non compiere ulteriori e inutili rivoluzioni, ma ha aggiustato e corretto l'opera iniziata da Bielsa, portando maggiore attenzione in fase difensiva e mettendo le briglie alla ricerca spasmodica della verticalità, a favore di un possesso palla più spagnolo: orizzontale e, se necessario, compassato.
Fatte le dovute proporzioni, è quanto accaduto a Monaco di Baviera con Louis Van Gaal e Jupp Heynckes, dove il primo ha tracciato la rotta per gli straordinari successi del secondo.

In conclusione, un allenatore non deve necessariamente vincere e trionfare per assumere un ruolo determinante nella nascita di un ciclo, ma deve essere in grado di gettare delle basi solide a ogni livello. Non è facile riuscire in un'impresa simile e non a caso Bielsa e Van Gaal sono due dei massimi esponenti di quella corrente idealista secondo la quale il primo passo per il successo è la capacità di trasmettere il proprio credo calcistico, senza compromesso alcuno. Il tecnico argentino a Bilbao ha rivoluzionato squadra e, probabilmente, ambiente, regalando momenti emozionanti e altri più duri, ma tutti vissuti alla massima velocità, con un'empatia assoluta tra squadra e giocatori.
Il successo di Bielsa non può essere misurato con i semplici risultati, ma attraverso l'eredità lasciata al club e al suo successore: il Loco all'Athletic ha lasciato un futuro.

04 feb 2014

La rosa dell'Atletico Madrid

L'Atletico Madrid è senza dubbio la squadra dell'anno. Definirla semplicemente sorpresa vorrebbe dire sminuire il paziente lavoro di Simeone, che negli anni ha portato una squadra di seconda fascia ad affacciarsi nel mondo dorato dei top club assoluti.
Oggi tutti ne parlano per l'incredibile rendimento di 28 vittorie, 7 pareggi e 1 sconfitta in 36 partite considerando tutte le competizioni, comprese 3 sfide col Barcellona (tutti pareggi) e 1 col Real Madrid. Nella Liga 18 vittorie, 3 pari e 1 sconfitta per 57 punti con 56 gol fatti e 14 subiti.
Ma i numeri diventano ancor più sbalorditivi quando si analizza la rosa della squadra. Tutti conoscono i fenomeni della generazione da sogno catalana o i regali galattici di Florentino Perez. La rosa dell'Atletico è diversa e analizzarla permetterà di capire la profondità dell'operato di Simeone, dando una specifica di quanto si può leggere qui e qui su Bauscia Cafè circa l'importanza della cosiddetta mano dell'allenatore.
L'Atletico oggi possiede un insieme di 22 giocatori. Siete pronti?

Partiamo dai titolari.
Thibaut Courtois (1992, portiere): di proprietà del Chelsea, è arrivato nel 2011 per sostituire David De Gea. Al terzo anno consecutivo di prestito è ormai una certezza, tra i migliori al mondo nel ruolo.
Juanfran (1985, terzino): canterano del Real, esordisce nella Liga 10 anni fa e costruisce la sua carriera all'Osasuna, dove mette insieme 168 presenze. Arriva nel 2011, con Simeone è arrivato alla nazionale, aggiungendo alla solidità difensiva un contributo significativo in fase offensiva. 
João Miranda (1984, difensore): 128 presenze al San Paolo con 3 campionati vinti, regolarmente tra i migliori giocatori del Brasileirao, cambia sponda dell'Atlantico nel 2011. Il suo rendimento è in vertiginosa crescita da due anni, unisce solidità a pulizia tecnica. Momento più alto il gol ai supplementari in finale di Coppa del Re contro il Real, decisivo.
Diego Godin (1986, difensore): oltre 90 presenze al Villarreal prima di cambiare casacca nel 2010, colonna dell'Uruguay, per fisicità e garra è il complemento ideale di Miranda.
Filipe Luis (1985, terzino): curiosamente anche lui passato dal Real Madrid B prima di spendere 4 anni con oltre 130 presenze al Deportivo La Coruña. Arrivato nel 2010 ha faticato a imporsi, ma oggi è un'arma affilata sulla sinistra. Nel 2013 è andato alla Confederations Cup col Brasile.
Koke (1992, centrocampista): il vero grande talento esploso in questa stagione da 4 gol e 10 assist. Centrocampista eclettico in grado di ricoprire ogni ruolo, ha esordito nel 2009 ed ha già 143 presenze col club. Inutile dire che non ha mai giocato così bene, anche per personalità.
Tiago (1981, centrocampista): il vicecapitano della squadra arriva nel 2009 con già un lungo curriculum alle spalle tra Benfica, Chelsea, Lione e Juventus. Chi se lo ricorda a Torino potrebbe rimanere fortemente sorpreso. Uomo di supporto del centrocampo, tanta sapienza tattica e capacità di lettura.
Gabi (1983, centrocampista): alla sua seconda esperienza a Madrid dopo il biennio 2005-2007, nel mezzo 135 presenze e la fascia di capitano del Saragozza. Torna nel 2011 e Simeone lo vuole anche qui capitano. Lui risponde alzando di molto il livello del suo gioco. Tattica, copertura, ma anche regia illuminata e piazzati pericolosi (Koke permettendo).
Arda Turan (1987, centrocampista): rifinitore spostato in fascia, 6 anni e 194 presenze col Galatasaray prima di sbarcare a Madrid nel 2011. Tecnica sempre avuta, è diventato elemento tattico capace di gestire il pallone come pochi nel corso degli anni. Da quando ha cambiato look gioca ancora meglio.
David Villa (1981, attaccante): nome che si presenta da solo, valanghe di presenze e gol ovunque, Spagna compresa. Rinforzo estivo di pedigree per sostituire il partente Falcao.
Diego Costa (1988, attaccante): acquistato a 18 anni, Simeone dal 2012 gli ha dato fiducia con pazienza. Cresciuto all'ombra di Falcao è arrivata, all'improvviso, l'esplosione. 25 gol stagionali, 20 nella Liga, e una capacità di fare reparto da solo d'altri tempi.

Di quanti avreste saputo dire la carriera? Un gruppo di titolari solidissimo composto da giocatori che si conoscono da 3-4 anni, tutti più o meno nel pieno della maturità calcistica. Nessuno di loro, tranne Villa, si può definire giocatore di nome, le loro carriere lo dimostrano. L'ex Barcellona, peraltro, malgrado i gol è uno dei peggiori dell'intera rosa per rendimento. Il contesto tattico della squadra, la fiducia reciproca e in quello che fanno permette a tutti di rendere anche oltre i propri limiti. Giocano bene perchè giocano insieme in una squadra organizzata.

Oltre a loro, sono esemplificative le principali risorse della panchina.
Raul Garcia (1986, centrocampista): se esistesse un riconoscimento al dodicesimo uomo più decisivo vincerebbe a mani basse. 12 gol in stagione, da centrocampista subentrante, e una fisicità spesso determinante in entrambe le fasi. E dire che la sua carriera in maglia biancorossa sembrava chiusa nel 2011, anche per un cattivo rapporto coi tifosi.
Josè Sosa (1985, centrocampista): è appena arrivato, ma Simeone ha già dimostrato di sapere come usarlo. Fallimento al Bayern, meteora a Napoli, probabile risorsa a Madrid (già un assist a referto) per far rifiatare Villa o Turan.
Diego Ribas da Cunha (1985, centrocampista): anche lui appena arrivato. O meglio tornato ,visto che con l'Atletico e con Simeone ha già vinto l'Europa League 2012. La sua storia parla di Brasile e Germania come terre promesse, con fallimenti tra Portogallo e Italia. Circa stessa funzionalità del Principito Sosa, col vantaggio di conoscere già tutti. Per dare un segnale 1 presenza e 1 gol.
Javier Manquillo (1994, difensore): terzino destro senza paura chiamato a sostituire Juanfran malgrado la giovane età, è andato in campo con personalità, candidandosi per il futuro.

Sono solo esempi per far capire come tutti riescano a portare un contributo, a prescindere dal curriculum, sintomo ancora una volta di un'organizzazione assai elaborata.
Manquillo inoltre ci aiuta a ricordare che la squadra ha sicuramente un presente, ma anche un futuro. 12 giocatori torneranno da prestiti a Giugno, molti sono giovani, e quantomento di Oliver Torres (1994), Saul Ñíguez (1994) e Leo Baptistão (1992) potremmo sentire parlare.

03 feb 2014

Luis Aragonés: il ricordo di Xavi

Sabato 1 febbraio il mondo del calcio è stato scosso dalla notizia della morte di Luis Aragonés, l'Abuelo della Spagna calcistica. Sulle pagine del quotidiano El País il centrocampista del Barça e della Roja Xavi Hernandez ha voluto ricordarlo con delle parole toccanti, che meritano di essere lette e che abbiamo deciso di tradurre (in modo del tutto amatoriale) per chi non conosce lo spagnolo.
 
Per tutti gli altri lasciamo il link all'articolo originale: Míster, nunca fuimos japoneses


Mister, noi non siamo mai stati giapponesi

"Non sei giapponese, quindi capisci quello che ti sto dicendo". Me lo disse una notte. Lo sto guardando in una camera d'albergo e so che mi mancherà. Molto. Perché a Luis Aragonés io volevo molto bene. E con lui ho parlato davvero molto.

Sapevo che non stava bene, ma non avrei mai pensato fosse qualcosa di tanto grave, che se ne sarebbe andato così presto, così veloce, in questo modo. "Sto bene, sto bene", mi rispondeva sempre quando glielo chiedevo. Parlavo spesso con lui, perchè dal giorno in cui lo conobbi per me ha sempre rappresentato un punto di riferimento assoluto. Probabilmente è l'allenatore con cui ho trascorso più tempo a discutere di calcio. Andavo a casa sua e parlavamo per ore, alle volte di stile "quella è la chiave, Xavi, sapere a cosa vogliamo giocare", sempre invece dell'importanza di schierare in campo quelli bravi e sempre di quanto fosse importante non temere nessuno, nessuna squadra, per quanto potesse correre più di noi. "Tu e io sappiamo che il pallone corre più di loro. E che noi siamo capaci di farlo correre meglio di loro", mi disse. I ricordi migliori Luis me li ha lasciati nelle chiacchierate, negli incontri nei corridoi, nelle sue comparse in sala di pranzo, perché ti sapeva trasmette sempre qualcosa. E aveva sempre ragione, sempre.

Luis non guardava in faccia a nessuno; ti seguiva durante l'allenamento, si avvicinava e ti diceva: "Oggi stai cazzeggiando, sei venuto ad allenarti e non si nota. A me non piacciono gli scansafatiche!". E se ne andava. Luis non mentiva mai, era diretto. "Tu non giochi, perché hai fatto pena questa settimana", "Cos'hai? Sei stanco?", "Oggi sei stato fantastico, questa settimana spacchi tutto". "Pensi che sia qui a perdere tempo, che sono una mezzasega?". Questo era il vero Luis, da vicino.

L'altro giorno mi è tornato alla mente un aneddoto relativo alla prima volta in cui mi convocò in nazionale. Non mi aveva chiamato la volta precedente e in settembre, al momento della diramazione della lista, stavo aspettando. "Cosa pensavi? Che quel vecchio figlio di puttana non ti avrebbe chiamato, eh?". E io, spaventato a morte, gli dissi: "No no, non ho mai pensato qualcosa di simile, mister". E lui, da vero Luis, mi rispose: "Sì sì, certo. A me la vai a raccontare. Vieni, e parleremo". Parlammo, quel giorno e altre mille volte.

Luis è stato fondamentale nella mia carriera e nella storia della Roja. Senza di lui niente sarebbe stato lo stesso, questo è certo. Con lui tutto ebbe inizio, perché mise assieme i piccoletti, Iniesta, Cazorla, Cesc, Silva, Villa... Con Luis iniziò una rivoluzione, sostituimmo la fisicità con il pallone e dimostrammo a tutto il mondo che era possibile vincere giocando bene. Se non avessimo vinto l'Europeo, non avremmo vinto il Mondiale, anche se in questo caso fu altrettanto importante l'arrivo di Del Bosque, un altro fenomeno.

Luis è stato spesso messo alla gogna, però è stato colui che ci ha indicato il cammino, che ha regalato alla Spagna lo stile di gioco di cui ora può vantarsi. Su questo aspetto l'abbiamo sempre pensata allo stesso modo. È stato Luis a intravedere le potenzialità e puntare sui piccoletti. "Non mi importa del fisico, metto quelli bravi, perché sono talmente bravi che vinceremo l'Europeo". E lo vincemmo. Fu una mossa tanto intelligente quanto coraggiosa.

Personalmente, Luis mi ha fatto sentire importante anche quando la mia autostima era disastrosa. Mi ha dato il comando della nazionale, quando non lo avevo neanche nel Barça. "Qui comandi tu", mi disse, "e se vogliono, che critichino me". Decisi di ripagare quella fiducia sul campo. È merito suo se venni nominato miglior giocatore dell'Europeo, anche se lui lo ha sempre negato. Con me ha avuto un legame indimenticabile. In Germania non arrivai al massimo della condizione fisica, ma lui mi aspettò. Veniva a trovarmi a Barcellona, preoccupato per il mio ginocchio. Paredes -il suo preparatore fisico- venne fino a La Mola a seguire il mio recupero dall'infortunio... Luis mi chiamava in continuazione. "Stringi i denti Xavi, e datti una mossa che ti sto aspettando".

Nel dizionario dovrebbe esserci una sua foto a fianco alla parola "calcio". Luis è il calcio fatto uomo.

Addio, mister. Grazie di tutto. E sia chiaro: né io né lei siamo mai stati giapponesi.
 
Xavi Hernandez

02 feb 2014

Ever Banega al Newell's

Banega è a un passo dal Borussia Dortmund di Jurgen Klopp. L'Inter è sulle tracce di Ever Banega. Milan: l'obiettivo è Banega. Moyes studia il colpo Banega. L'Atletico Madrid di Simeone vuole Banega.
Si sa, ogni nome è buono per fare un po' di ascolti, ma il centrocampista del Valencia è stato probabilmente uno dei più chiacchierati nella finestra di mercato conclusasi poche ore fa. Accostato a mezza Europa, il giocatore argentino ha tuttavia sorpreso tutti finendo per accasarsi al... Newell's. Una decisione a dir poco sorprendente, ma in perfetta linea con il suo modo di interpretare il gioco: ti aspetti uno scarico laterale semplice ed elementare, invece Ever prova un dribbling in un metro d'erba al limite della propria area di rigore, a testa alta e con qualche tocco impercettibile. Anche in questo caso soltanto il tempo saprà dirci se l'azione terminerà con una palla avvelenata regalata al pressing avversario, oppure se la giocata porterà a un contropiede micidiale orchestrato con tempi perfetti e il giusto pizzico di follia per scuotere la noia della partita. La sensazione, in ogni caso, è che questa sia destinata a essere la giocata decisiva per la carriera del Tanguito scuola Boca Juniors.

Il feeling tra Banega e il nuovo allenatore del Valencia Juan Antonio Pizzi non è mai sbocciato, complice il carattere difficile del giocatore e quello duro del tecnico ex-San Lorenzo. Con il Mondiale brasiliano alle porte i problemi sono emersi fin da subito e la soluzione migliore, a detta di entrambi, era un addio temporaneo. A sorprendere, tuttavia, è stata la destinazione scelta da Banega: Rosario, la sua Rosario. Cercato in tutta Europa, bocciato dal Boca Juniors su incomprensibile richiesta di Carlos Bianchi, Ever ha deciso di tornare in patria per giocare con la sua squadra del cuore a soli 25 anni. Una scelta quantomeno singolare e azzardata, soprattutto per un giocatore chiamato al salto di qualità decisivo per il prosieguo della propria carriera.

Sia chiaro, il Newell's Old Boys è con ogni probabilità il meglio che possa offrire il povero futbol argentino di questi tempi: campione del Final 2013, vicinissimo al titolo anche nell'Inicial conclusosi poche settimane fa proprio con la vittoria del Ciclon di JA Pizzi, pretendente di lusso per la Copa Libertadores. A Rosario, agli ordini di Berti, Banega potrà avere le chiavi della squadra e la giusta visibilità a livello nazionale e continentale per conquistarsi un posto nei 23 di Sabella, selezionatore solitamente affezionato al campionato locale. Il tutto accompagnato da una tifoseria già in delirio per l'arrivo di un leproso come loro, perchè Ever, nato nel barrio Saladillo, Rosario sud, il NOB lo ha sempre avuto nel cuore e sulla pelle: come testimonia l'ormai famoso tatuaggio con lo scudo del club.
Con una simile situazione ambientale sembra impossibile che Banega possa fallire questa chance e il giocatore stesso sa che è l'ultimo treno per rilanciare la propria carriera, per ripartire in contropiede e raccogliere i riconoscimenti che un talento sconfinato come il suo merita.

Per il campionato argentino si tratta ovviamente di un colpo sensazionale: Banega è infatti uno dei primi giocatori a tornare in patria con ancora ottime prospettive di carriera. Non va tuttavia dimenticato che per ora il prestito è semestrale e il trasferimento difficilmente rappresenterà il punto di partenza di un'inversione di tendenza, come accaduto in Brasile negli ultimi anni. La situazione economica del Paese albiceleste è infatti tragica e soltanto l'avvicinarsi di un evento come il Mondiale può spingere giocatori del calibro di Ever a prendere determinate decisioni. Ma il Tanguito porterà comunque un'insperata ventata di qualità e interesse di cui il movimento calcistico nazionale era orfano da troppo tempo.

01 feb 2014

I problemi burocratici di Hernanes

Anderson Hernanes è stato tesserato dall'Inter, ma non potrà essere in campo domenica nella sfida Juventus-Inter a causa di questioni burocratiche. Il mercato si è infatti chiuso alle 23 di venerdì, il contratto è stato depositato intorno alle 22.40, ma per ratificare l'operazione e dare il permesso definitivo serve un'ultima autorizzazione che si può avere solo in giorni non festivi e in orario di ufficio. Tutto rimandato insomma a lunedì.
Posto che Hernanes è stato messo sotto contratto all'ultimo momento, quindi sicuramente Mazzarri avrà preparato la partita e fatto delle scelte non considerando l'apporto del brasiliano.
Posto che il giocatore stesso dopo un singolo allenamento non sarebbe stato nelle migliori condizioni tecniche per esordire vista la scarsa conoscenza dei compagni e del sistema di gioco.
Posto che la stessa Inter nella sua interezza attraversa un momento non felice dal punto di vista fisico, mentale e anche degli schemi di gioco, il che rischierebbe di mandare allo sbaraglio anche un giocatore come Hernanes.
Un intoppo simile nel 2014 tende a farmi venire delle perplessità sui meccanismi di funzionamento della Lega Calcio. Parlando in generale, usando solo il caso Hernanes come esempio.

Fosse stato un affare tra il Ungmennafélagið Víkingur (Islanda) e l'Inter Club Brazzaville (Congo) avrei capito difficoltà di comunicazione e lungaggini sui tempi per il transfer e la spedizione dei documenti. Parliamo invece di un'operazione tra Inter e Lazio, due club non solo entrambi europei, ma proprio italiani appartenenti alla stessa Federazione.
La chiusura del mercato alle ore 23 è stata una scelta precisa, sapendo che alcuni trasferimenti e specificamente quelli ratificati dopo le 22 non avrebbero ricevuto l'autorizzazione non si poteva organizzare diversamente?
Non si potevano prevedere degli straordinari per gli ultimi cavilli burocratici, anche se di sabato (parliamo di un sabato qualunque, non una festa nazionale)?

Mi pare che ci sia persi in un bicchiere d'acqua, nel menefreghismo generale per una situazione che poteva presentare dei problemi immediatamente evidenti per gli addetti ai lavori.