14 mar 2017

Lanús – River Plate, 4 febbraio 2017

Scritto da @HaRagioneNonno

Nel calcio succede, a volte, che Davide sconfigga Golia, proprio come nella leggenda biblica. Succede anche che, se Golia è il River Plate di Buenos Aires, la vittoria di Davide appaia ancora piú sorprendente. Bisogna peró essere onesti e dire che il Lanús non è più una squadra piccola del campionato argentino e del panorama sudamericano in generale. Dopo parecchi decenni passati nelle categorie minori, una volta raggiunta la Primera División, il Lanús ci è rimasto costantemente. Negli ultimi anni, poi, ha vinto quasi tutte le competizioni in cui ha giocato. Basta andarsi a vedere il palmarés per vedere la crescita impressionante di questo club di quartiere che ormai è diventato grande.

 Da qualche tempo a questa parte un gruppo di tifosi del Lanús mi ha praticamente adottato e mi porta a vedere tutte le partite. Era quindi impossibile rifiutare l’invito ad andare a vedere la finale della Supercopa Argentina, che si è giocata nel bellissimo stadio di La Plata.
Dopo aver accettato l’invito, ovviamente, nella settimana precedente alla partita, ho vissuto con fremente attesa il giorno dell’incontro. Il mio amico Gastón, tifosissimo del Lanús (e anche del Toro) ha voluto passare la giornata con me, e ho così potuto vivere pienamente l’atmosfera.
Partiamo in macchina da Buenos Aires a metà pomeriggio, passiamo a prendere un altro amico, e affrontiamo il viaggio verso La Plata, a una sessantina di chilometri dal centro della capitale. Il viaggio è carico di tensione, i ragazzi parlano delle altre finali, fanno i loro scongiuri, e percepisco che abbiano un po' di timore verso il River Plate. O forse è solo verso la storia del River Plate. La realtà di questi anni dice che anche il Lanús ha vinto tanto. Inizio a rendermi conto che vedrò una grande partita.

Arriviamo nei pressi dello stadio e dopo aver parcheggiato ci dirigiamo verso l’ingresso. Le stradine nei dintorni dello stadio sono già piene di gente granate che sta iniziando la sua festa. Quello che mi ha sempre colpito delle tifoserie argentine è il livello di festa che riescono a mettere in piedi in ogni situazione. Si nota davvero che per loro quei momenti sono magici. La loro squadra li rappresenta. È una comunione di persone che provengono quasi tutte dallo stesso quartiere, che sono cresciute insieme nel loro stadio. Che hanno vissuto momenti brutti, e che ora, quindi, si godono quelli belli con una gioia invidiabile. Si aprono i cancelli ed entriamo.

Lo stadio è diviso esattamente in due. Il nostro settore si va riempiendo velocemente. Più lentamente, invece, si riempie quello dedicato ai tifosi del River Plate. La tensione sale, e iniziano i cori da parte nostra. Sono circondato dal colore che amo e la cosa mi fa sentire a mio agio. Il settore continua a riempirsi velocemente e ben presto mi trovo in mezzo ad una vera e propria moltitudine di persone. L’arrivo della barrabrava è uno dei momenti più emozionanti. Tamburi, trombe e tanta gente. Sono il gruppo piú numeroso di tifosi. Quello organizzato. Scendono tutti insieme in mezzo al resto del pubblico e prendono posto in mezzo alla curva. La Barra 14 è il gruppo organizzato dei tifosi del Lanús. Colore e canzoni a non finire.
Nel frattempo la barra del River, Los Borrachos del Tablón, tarda ad arrivare. Il loro settore, invece, si sta ora riempiendo all’inverosimile. Riempiono anche i due settori laterali a loro dedicati. Noi siamo sicuramente meno dal punto di vista numerico, ma la battaglia di cori prima della partita è davvero emozionante. Le squadre escono per il riscaldamento e le due tifoserie esplodono di gioia. Passano vari minuti e la tensione a questo punto è alle stelle.

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Come dicevo, il tifo del Lanús è un tifo ben delineato. Quello del River Plate è invece difficile da definire. Essendo uno dei club più grandi del mondo, il suo tifo è trasversale. Nel frattempo si scatena un temporale di proporzioni bibliche, per rimanere in tema. Una pioggia incessante che rende, se possibile, ancora piú mistico il momento. Sicuramente, almeno per me, mistico lo è davvero. Le squadre scendono in campo appena dopo l’arrivo della barra del River, che ora canta in maniera incessante. Non me ne vogliano gli amici del Lanús, però è un momento magico. Credo di non aver mai visto, dal vivo, un tifo del genere. Quelli del River cantano in maniera incredibile ed è difficile, per noi, farci sentire. Vista la grande amicizia che lega il Toro e il River Plate devo dire che mi sento comunque a casa. Da un lato il colore granate, per cui oggi farò il tifo. Dall’altra parte il River, squadra a cui voglio bene e che rispetto tantissimo.

Il primo tempo della partita è ricco di occasioni per il Lanús, che si mangia due gol proprio sotto il nostro settore. Lo spettacolo delle tribune è altrettanto bello. Noi non smettiamo mai di cantare e altrettanto fanno loro. Il tempo scorre veloce e finisce il primo tempo. Finalmente un attimo di pausa. La gente si guarda perplessa. Un primo tempo molto ben giocato contro un River che non smette un attimo di pressare. Due gol falliti. La scaramanzia comincia a prendere piede. Il secondo tempo comincia e ora i tifosi del River fanno impressione. Cantano e saltano senza tregua. 25.000 persone circa che non mollano un momento. Il Lanús, però, non smette di giocare e si avvicina alla porta. Al 25’ minuto, poi, Lautaro “Laucha” Acosta, uno dei massimi idoli del granate, insacca il pallone con una sassata da dentro l’area di rigore. È il delirio. Da quel momento in poi è un monologo granate.
Arrivano il secondo ed il terzo gol e ormai il risultato è in cassaforte.

Come spesso accade in Argentina, la tifoseria della squadra che perde non ci sta. Quelli del River, adesso, si alzano tutti in piedi e cantano i loro cori piú forte di prima. Innalzano i loro colori e non mollano un secondo. Noi facciamo davvero fatica a farci sentire, nonostante il Lanús stia dominando la partita e abbia praticamente vinto la Supercopa e, di conseguenza, la sua sesta stella. Va in scena uno spettacolo meraviglioso. Due tifoserie che gridano con orgoglio e passione, con amore ai loro colori e per onorare uno sport. Per onorare lo sport piú bello del mondo. Perché anche se il terreno di gioco non è perfetto, anche se in campo non ci sono gli idoli palestrati del calcio da Playstation, o forse proprio per questo, lo spettacolo di oggi assume i contorni dell’autenticità. Qull’autenticità che tanto si va perdendo in altri posti.

Finisce la partita e noi esplodiamo di gioia. La gente si abbraccia e canta. Il trofeo andrà a Lanús e il miracolo di questa società continua. Mentre i giocatori vengono sotto la curva a festeggiare, dall’altra parte dello stadio nessuno se ne va. È festa anche fra chi ha perso, oggi. Per me è un’emozione enorme. Come dico sempre, di questo si tratta il calcio. Di questi momenti e di queste sensazioni. In fretta e furia viene organizzata la premiazione e i giocatori portano la coppa sotto il settore. Passano vari minuti e la festa continua. Ora sì il settore del River si svuota, mentre noi dobbiamo attendere dentro lo stadio. Ricomincia il diluvio mentre attendiamo di uscire. Poco importa se ci bagneremo, se dovremo camminare vari isolati sotto la pioggia per tornare alla macchina. Siamo felici e va bene così. Finalmente ci lasciano uscire e un fiume di gente si riversa nelle vie circostanti.

Il ritorno in macchina è una lunga carovana di auto e pullmini con bandiere granata ai finestrini. Attraversiamo vari quartieri e partono i cori verso la squadra di turno. Arriviamo a Lanús che sono ormai le 2 del mattino. La piazza della stazione è piena di tifosi che festeggiano e, come di rito, mi portano a mangiare in una pizzeria della stazione. È un covo storico di tifosi e ritrovo per il dopopartita.
Ancora una volta ho avuto la fortuna di vivere un giorno indimenticabile. Una bella partita, la vittoria di una coppa, due tifoserie magnifiche. Posso andare a dormire contento, sperando che presto mi possa ricapitare un giorno così.  


18 gen 2017

Dybala come Messi, nel bene e nel male

Tra le cose che Messi ha emulato di Maradona c'è la tendenza a veder nascere suoi eredi a cadenza più o meno regolare.
Basta che siano argentini, mancini (ma non è indispensabile), fisicamente compatti, con il dribbling nel sangue e una tecnica di un certo livello e il paragone sorge spontaneo, esattamente come succedeva con Diego nei decenni precedenti.
Per lo storico 10 del Napoli hanno ricevuto l'investitura, tra gli altri, Aimar, Ortega, D'Alessandro e Buonanotte, fino ad arrivare appunto a Messi. 
Per il 10 del Barcellona personaggi come Defederico, Iturbe e in tempi recenti, forse con qualche motivazione più solida, anche Dybala (poi ci sono tutti quelli nel resto del mondo, ma non divaghiamo).

La base tecnica del paragone Messi-Dybala è indiscutibile.
Oltre alle similitudini fisiche e all'avere il mancino come piede preferito, l'attaccante della Juventus è cresciuto esponenzialmente negli ultimi due anni, unendo un livello tecnico raro a un'ottima capacità di gioco, sia come movimenti, sia a livello di rifinitura, sia nelle conclusioni a rete.
L'approdo in nazionale argentina ha aggiunto un altro mattoncino alla costruzione e la consacrazione definitiva è arrivata con le parole di Bauza: "Dybala può sostituire Messi. Per come è cresciuto può prendere il suo posto". Poco importa che nella partita successiva (con Messi assente) si sia fatto espellere.
Fin qui solo cose positive. Il fatto è che in questa stagione, forse, sta emergendo che il paragone è ancora più profondo, arrivando a toccare la caratteristica di Messi che più fa discutere: la collocazione tattica.

Leo infatti, per quanto straordinario, non è un giocatore così facile da mettere in campo. Tendenzialmente a Barcellona ci sono riusciti, pur con degli anni di intermezzo da prima punta, ma soprattuto nell'Argentina, dunque in un contesto meno "perfetto" e coordinato, l'erede di Maradona è finito a giocare un po' ovunque. Esterno, prima punta, rifinitore, trequartista, l'unica cosa sicura era che al suo talento non si poteva rinunciare. Il percorso però si è rivelato più difficoltoso del previsto e i risultati, altalenanti per non dire deludenti al momento decisivo, hanno finito per alimentare discussioni di ogni genere ad ogni latitudine.
Dybala in questa stagione si trova in una situazione simile a quella che Messi vive con l'Argentina, ed è qui che subentra il lato negativo del paragone.

Il talento di Paulo non è in discussione, ma il suo rendimento ha risentito dei nuovi equilibri della squadra di Allegri. La Joya si è trovato nella condizione di dover modificare il suo modo di giocare, correndo di più, abbassandosi verso i centrocampisti, cucendo il gioco più che puntando la porta. Proprio come Messi in albiceleste. E allo stesso modo i suoi numeri sono crollati (per intenderci Messi col Barcellona ha 326 gol in 363 partite, con l'Argentina 57 in 116), aprendo la discussione sul ruolo: deve giocare più vicino alla porta? Deve fare il trequartista? Non può giocare con X e Y? Viene troppo limitato?
Probabilmente la Juventus deve ancora trovare il modo ideale di collocare Dybala. La squadra di Allegri non è certo cucita attorno a lui, e anzi per certi versi al suo posto starebbe ancora benone uno come Carlitos Tevez, più fisico, più abituato a svariare per il campo.
L'attuale Juventus in un certo senso è ancora la squadra di Conte, col 3-5-2 come modulo di riferimento. Senza però la qualità a centrocampo dei vari Pirlo, Vidal e Pogba la sofferenza di Dybala è evidente, e da seconda punta si trova a correre indietro per cercarsi palloni giocabili. Con la difesa a 4 invece, modulo che Allegri alterna, ma che non ha ancora una dimensione definitiva, da esterno non ha il fisico, da prima punta non può giocare vista la concorrenza e da trequartista appare limitato, troppo lontano dalla porta.
Un dilemma tattico di non così semplice soluzione, anche se Dybala con le sue qualità il modo di fare qualcosa di utile lo troverà sempre.
In futuro troverà una squadra che lo metta al centro e gli permetta di esaltare le sue caratteristiche?

18 nov 2016

Lucas Alario

“El Pipa vieja, el Pipa vieja!”, perché scomodare illustri autori, quando bastano le parole di un tifoso in preda al delirio pochi secondi dopo uno dei più memorabili gol della storia del River Plate? Lucas Alario, el Pipa, con quella rete ha impresso il proprio autografo sulla vittoria della Copa Libertadores e sulla storia di uno dei club più celebri del Sudamerica, trasformandosi tutto d’un tratto da meteora semi-sconosciuta ad attaccante dal pedigree di primo livello. Non male, per chi pochi mesi prima lottava per salvare il Colon dal purgatorio della B Nacional.

Nato nel nord della provincia di Santa Fe, di Alario si può dire molto, ma non che sia un predestinato, perché un ventiduenne classe ’92, che segna 12 gol in 58 apparizioni con il Colon, non rientra propriamente nella categoria. Dopo l’esordio a 19 anni il centravanti di Tostado colleziona infatti soltanto 11 presenze in tre stagioni tra le fila del Sabalero. Confinato in Reserva e dimenticato dalla prima squadra, nel 2013 trova inaspettatamente la titolarità nella Primera Division argentina grazie alla moria delle punte a disposizione di Osella, segnando 3 reti in 21 presenze. Un modesto contributo, vano nel tentativo di far risalire il Colon nella classifica del promedio, nonostante la rete allo scadere dell’ultima giornata contro l’Olimpo, che regala il jolly dello spareggio, poi perso, contro l’Atletico Rafaela.


L’anno successivo ottiene piena fiducia, ma è la B Nacional e Alario è costretto a saltare buona parte della stagione causa infortunio, rientrando soltanto per l’ultima partita contro il Boca Unidos, decisiva per la promozione del club.
Nel ritorno in Primera Division il centravanti santafesino, complice un altro infortunio, riesce a giocare soltanto 10 partite, mettendo a segno 3 reti. Cifre normali, quasi tristi per un giovane attaccante, ma non abbastanza per spaventare Marcelo Gallardo, che vede in lui il sostituto ideale per la punta di diamante del suo River: Teofilo Gutierrez. Un compito ingrato, soprattutto alla vigilia delle semifinali di Libertadores.

In Argentina in molti si sono interrogati riguardo a cosa abbia visto Gallardo in quell’attaccante semisconosciuto, un po’ sgraziato e poco efficace. C’è chi racconta che se ne sia invaghito nel 2014, durante un River-Colon agli albori della sua avventura millonaria, chi dice che sia arrivata una sponsorizzazione da un certo Cesar Luis Menotti, vecchia conoscenza del vice-presidente Patanian, al quale avrebbe riferito: “Lucas Alario è il miglior giocatore del futbol argentino, l’ideale per il River”. Con Teo su un volo intercontinentale diretto a Lisbona, scegliere Alario non si può definire una scelta coraggiosa, quanto piuttosto una scelta folle. Ma il Muneco nella sua esperienza sulla panchina del River Plate ha abituato a colpi ad effetto da trequartista, sorprendendo tutti con richieste all’apparenza insensate e rivelatesi in seguito scommesse vinte a mani basse. Alario, in questo senso, è stato l’erede di Pisculichi, il primo vero grande colpo del Gallardo manager a tutto tondo.

Il resto è storia ormai nota: a pochi giorni dall’approdo a Buenos Aires il centravanti ex-Colon risulta decisivo per la conquista della Copa Libertadores, grazie a prestazioni solide quanto sorprendenti, condite da 2 assist e altrettanti gol nelle quattro partite finali della competizione.

Effetto Gallardo? O più semplicemente la maturità? Chissà, ma da quando veste la maglia della Banda, Alario si è trasformato in uno dei centravanti più interessanti dell’intero panorama sudamericano, mettendo in mostra un bagaglio tecnico, tattico e atletico di tutto rispetto, valorizzato da gol e personalità. Si legge spesso di attaccanti moderni e, se la categoria effettivamente esiste, la punta del River è senza ombra di dubbio tra questi.

Sembra lento, poco mobile, tecnicamente ruvido, senza spunti, però ogni tanto fa gol. Anzi, segna con una certa frequenza. Tutto sommato non è molto lento e forse a livello tecnico non è così male. Qualche sponda in effetti gli riesce. Guarda, anche un dribbling. Questa l’ha spizzata ancora lui? Ma il numero tredici, quello che pressa adesso, è Alario? Come? Ha segnato Alario? Ancora?

Non è il Bichi Fuertes, l’attaccante di riferimento per qualsiasi aspirante centravanti nato in provincia di Santa Fe e tifoso del Colon, è decisamente meglio. Non è neppure Lewandowski, il giocatore europeo a cui viene accostato spesso in patria, ma in effetti il paragone può essere calzante. È un giocatore dal potenziale ancora inespresso, un po’ in ritardo sulla tabella di marcia, ma che in carriera ha dimostrato di avere la testa e le qualità per ambire all’Europa e al calcio che conta del vecchio continente.
Sotto la saggia guida di Gallardo ha compiuto passi da gigante, affinandosi come punta a tutto tondo, capace con la stessa facilità di giocare sapientemente spalle alla porta e aggredire gli spazi. È un maestro nel “pivotear”, come un vecchio centravanti, e ha l’intelligenza per muoversi con e senza palla, riuscendo ad adattarsi a seconda del compagno di reparto. Senza abusarne, ha dribbling, anche nello stretto, ed è molto più veloce di quanto dia a vedere. Sotto porta è una sentenza e, nonostante arrivi a fatica al metro e ottanta, nel gioco aereo è un pericolo costante. Ma a fare la differenza sono la personalità e la capacità di dare il meglio sotto pressione, come dimostrato in Copa Libertadores.

L’impressione è che sia un giocatore nato per essere sottovalutato, sempre lontano dai riflettori e da apprezzare innanzitutto per intelligenza, personalità e applicazione messe costantemente in campo. Proprio per questi motivi, non stupisce il crescente interesse da parte dei club europei, così come non sorprende la convocazione nella Seleccion da parte di Bauza. Una chiamata criticata, anche aspramente, in Italia e in Europa, ma mai messa in discussione in patria. Ora che Alario sembra aver trovato continuità anche dal punto di vista fisico (i continui infortuni sembrano un lontano ricordo), il trasferimento dall’altra parte dell’Oceano è ormai questione di tempo, prezzo permettendo. Perché è lo stesso tifoso in tribuna durante la finale contro i messicane del Tigres ad aver fissato la cifra, pochi secondi dopo il boato del gol: “Lo vendemo’ a 50 millone’ de dolaré… 80 millone’ de dolaré vieja!”.

15 nov 2016

L'Argentina e la necessità di voltare pagina

Ci sono dei momenti nella vita, o meglio nella storia di una squadra di calcio in cui è importante avere la forza di girare pagina invece di sperare nell'ultimo guizzo. Non è facile per affetto, ottica, voglia di rivalsa di un gruppo che ha personalità e mezzi per imporsi, ma osservando il tutto in modo più freddo e distaccato risulta chiaro come i rischi del rimanere attaccati al passato superino di molto i benefici, specie se si deve lavorare per un obiettivo lontano qualche anno.
L'Argentina si trova esattamente in un momento in cui è necessario girare pagina, tagliare col passato e ricominciare. Anzi, il momento è passato da poco, l'occasione era servita sul tavolo, e si è scelto invece di attaccarsi a questo passato, imboccando una china pericolosissima.

Oggi è facile dare a Edgardo Bauza le colpe per un'Argentina inguardabile, in una crisi di gioco prima ancora che di risultati che non si vedeva da almeno vent'anni. La squadra che con Sabella è arrivata alla finale del Mondiale 2014, in primis per spirito e coesione, è lontana anni luce dal vuoto simulacro che va in campo oggi, Ma il Paton è un bersaglio sbagliato visto che è in carica dal primo Agosto 2016: impensabile che sia un tecnico con la sua storia professionale ad aver distrutto in così poco tempo una squadra che, pur perdendo, si è dimostrata ai vertici del calcio sudamericano e mondiale negli ultimi tre anni.
Semplicemente, tralasciando i discorsi sulla gestione dell'AFA, questo gruppo della Seleccion è arrivato alla fine della corsa, e insistere a chiamarli per l'importanza del cognome (perché sono cognomi importanti, non c'è dubbio) è solo accanimento terapeutico. L'espressione inglese "beating a dead horse" rende bene l'immagine.
Tre sconfitte in finale in tre anni, per di più con dinamiche simili, minerebbero l'ambiente di ogni gruppo. Troppo cocenti, troppo concentrate nel tempo, troppo segnate dalla presenza o meglio dall'assenza non effettiva, ma a livello di incisività di certi giocatori. Per di più subirle in un periodo storico in cui l'Argentina non vince nulla dal 1993, con l'esclusione degli ori olimpici, malgrado abbia spesso avuto selezioni con un tasso medio di talento altissimo (non ultima la generazione attuale), e con in campo l'erede designato di Maradona, che coi club fa incetta di titoli ogni anno, rende il tutto un picco negativo sostanzialmente leggendario. Non sempre si fa la storia dal lato che si vorrebbe, e questi giocatori lo stanno imparando a loro spese.

Quello che serve all'Argentina è un taglio netto con i protagonisti degli ultimi anni. Magari non tutti, perché Messi comunque serve come elemento di riferimento, ma quasi. Un ambiente nuovo, giocatori affamati sia di vittorie che di presenze con la maglia albiceleste, può solo portare cose positive, a ricostruire una squadra e soprattutto una nuova speranza in ottica 2018.
Perché, tra le altre cose, va ricordato che l'ottica attuale dell'Argentina come di tutte le nazionali del mondo è il Mondiale in Russia. La generazione delle sconfitte è figlia degli anni '80 in tutti i suoi elementi principali: significa che nel 2018 sarebbero tutti ultratrentenni all'ultima corsa appesantiti dal fardello di avere un unico risultato, la vittoria, per di più covato dentro per lunghi, lunghissimi anni con le partite di qualificazione da giocare. Un do or die con spiccata propensione verso la seconda scelta.
L'occasione per chiudere un capitolo era servita dopo la Copa America Centenario. Lo scoramento della terza sconfitta in tre anni aveva portato i vari Messi, Agüero, Higuain, Di Maria e Mascherano a pensare al ritiro dalla nazionale, proprio loro che ne sono gli elementi più rappresentativi. Ecco in quel momento invece di movimenti popolari per richiamarli serviva un tecnico con la forza di escluderli, per voltare pagina e fondare una nuova Seleccion. Una cosa che, forse, solo Marcelo Bielsa avrebbe potuto prima concepire e poi portare avanti.
Si è continuato a insistere e oggi l'Argentina si è sgonfiata come un soufflé venuto male.

Il più grande esempio di squadra, anzi di nazione che ha deciso in modo netto di tagliare col passato e chiudere un capitolo viene dai rivali di sempre degli albiceleste. Il Brasile del '50 è il modello della squadra passata alla storia dal lato sbagliato, e che appunto per questo è stata rigettata, smembrata e maledetta, come ha scoperto sulla sua pelle il portiere Moacir Barbosa. Tanto che la Seleção ha persino cambiato maglia dopo la "finale" con l'Uruguay.
Un caso sicuramente estremo, che però ha permesso al Brasile di rinascere, di scoprire una nuova generazione casualmente composta da fenomeni e nel giro di poco tempo di diventare la squadra che conosciamo noi, cioè coloro che non hanno vissuto il '50, ma solo l'epopea successiva della nazionale pentacampeão (che vincerà le edizioni '58, '62 e '70).
Un esempio, il più clamoroso, ma non l'unico. Per citarne un altro la Germania nel 2002 perde la finale del Mondiale (contro il Brasile) e rivede completamente il suo sistema calcio a livello federale, rivoluzionando la struttura della nazionale dalle radici ai giocatori convocati. La nuova generazione ha vinto il Mondiale 2014, inutile che vi ricordi contro chi.

L'Argentina oggi è una squadra di grandi nomi, totalmente svuotati della personalità. Questione di testa, voglia, fame.
Nelle ultime partite è risultato tristemente evidente che anche Mascherano, il capitano morale, ha mollato. Non a parole, ma con l'atteggiamento in campo: mai visto così remissivo, rassegnato alla sconfitta e all'impossibilità di opporsi al destino. Del resto proprio lui, nelle sue oltre 130 presenze, ha perso ben 5 finali con la maglia albiceleste. Un peso enorme, che ha finito per schiacciarlo.
Senza un cambiamento netto di uomini e quindi mentalità il 1993 rimarrà ancora l'ultimo anno vincente per l'Argentina. Il capitano era Oscar Ruggeri, un nome ormai da googlare per la maggior parte degli appassionati di calcio, e i giovani si chiamavano Redondo, Simeone e Batistuta. Per intenderci, nel calcio non c'erano ancora le maglie personalizzate. Sarebbero state introdotte due anni dopo. Praticamente un'era fa.

10 nov 2016

Intervista a Carlo Pizzigoni - Locos per el Futbol

Dopo Storie Mondiali, Carlo Pizzigoni torna in libreria con Locos por el futbol, un volume che è molto più di quello che promette in copertina.
Carlo, noto giornalista, in poco più di 300 pagine racconta la storia calcistica, ma non solo, del continente sudamericano paese per paese, fornendo agli appassionati un punto di riferimento semplice, completo e ricchissimo.
AguanteFutbol l'ha intervistato per cogliere qualche sfumatura in più di un libro che meriterebbe un approfondimento ad ogni pagina.

 - Da dove nasce la tua passione per il Sudamerica? Come molti hai cominciato con un campione per poi allargarti a città, paesi e tessuto socio-culturale?

In realtà no, perché da piccolo non ero affascinato da un campione sudamericano in particolare. Ce n'erano ovviamente tanti, ma nessuno che mi colpisse in modo speciale ecco. C'era un fascino generale per il Sudamerica, questo sì, che nel tempo ho coltivato, fatto germogliare e sbocciare.
La passione è nata in un certo senso per tutto il subcontinente, sviluppandosi poco alla volta con viaggi e visite specifiche mosse dalla curiosità. Argentina e Brasile ovviamente sono stati i primi riferimenti, ma poi ho scoperto molto altro.


 - Leggendo il libro ci si rende conto che gli argomenti trattati sono tanti e meriterebbero ancora più approfondimento visto che si spazia dal calcio in generale, alle varie squadre, ai singoli protagonisti, agli eventi di storia. E questo per ogni paese. Come hai fatto a fare una selezione in così tanto materiale?

Il percorso è stato davvero difficile. Se penso a come mi sono sentito durante la stesura il concetto che mi viene in mente è di aver fatto fatica, fatica fisica a riassumere un insieme clamoroso di informazioni.
Dopo Storie Mondiali la casa editrice mi ha proposto di scrivere di nuovo, e alla fine l'idea è stata una storia del calcio sudamericano che ha come riferimento la Storia critica del calcio italiano di Gianni Brera. C'è voluto tempo per trovare coerenza narrativa, un filo conduttore per il lettore, in modo che il libro non fosse solo un insieme di episodi slegati o curiosi aneddoti fini a sè stessi.
Oltre al materiale accumulato negli anni tra ricordi, racconti, appunti e libri letti ho fatto un viaggio tra Uruguay, Argentina, Brasile e Colombia per arricchire ulteriormente il mio bagaglio di conoscenze. Ne è uscita una mole complessa da scremare, con scelte difficili ad ogni angolo. La stesura è stata travagliata: per fare un esempio, la prima versione del solo Brasile era di 180.000 battute. Un libro a sè stante, da cui ho dovuto per forza di cose tagliare alcune storie, come per esempio il percorso del Santos di Pelé in Libertadores, che ho lasciato come accenno. L'editore del resto, conoscendomi, mi aveva avvisato subito: "Carlo per piacere, non facciamo enciclopedie".
Il problema raccontando del Sudamerica è non cadere nei cliché, non perdersi nei personaggi e ricostruire la realtà dei fatti senza indulgenze o giustificazioni. Ho cercato di restituire un punto di vista realistico puntando alla veridicità, per quanto possibile. Per fare un esempio, la famosa partitella di Garrincha contro Nilton Santos è una bella favola, ma non è mai avvenuta. Eppure se ne parla quasi da settant'anni. Parlando anche di fatti di storia politica e sociale ho riportato soprattutto cronaca, senza approfondimenti che rischiavano di diventare parziali. L'importante era fissare dei punti precisi e dare informazioni fruibili agli appassionati.

- Visto il titolo e la diffusione dell'apodo "Loco" dicci qual è il tuo "Loco" preferito. Anzi, visto che il primo sappiamo già chi è
(Marcelo Bielsa) passa pure al secondo.

La mia passione per Bielsa è nota, e va ben al di là delle sue qualità come allenatore. Nel suo campo è un genio e non lo dico io, ma gente che di cognome fa Puyol, Simeone, Zanetti, Milito e Guardiola. Però tutti quelli che lo conoscono lo definiscono persino superiore come persona. Una figura unica per spessore umano, tecnico e limpidezza. Tanto che avrei quasi paura di incontrarlo viste le aspettative che ormai mi sono creato.
Per citare quindi il secondo scelgo Orestes Corbatta, ala del Racing Avellaneda che per certi versi è stato la risposta argentina a Garrincha, seppur a livelli differenti. Talento straordinario con una parabola clamorosa che lo ha visto finire in miseria a vivere in una stanza proprio dentro al Cilindro di Avellaneda, lo stadio del Racing, in una stanza con solo un materasso e appese al muro le due medaglie delle due edizioni della Copa America vinte con l'Argentina.

- C'è un personaggio di cui volevi parlare e hai invece escluso?

In realtà no, ma per un motivo ben preciso. Di storie singole in Sudamerica se ne trovano all'infinito, ci sono mille suggestioni. Un ottimo esempio è el Trinche Carlovich: una bella curiosità, perfetta da far raccontare a un narratore come Buffa. Volendo se ne trovano anche di più divertenti, ma il mio obiettivo non era un libro di aneddoti.
Ho lasciato solo alcune storie singole in favore degli eventi importanti, quelli generali, per dare importanza alla storia del calcio e alla nascita dei singoli movimenti nazionali. Meno sensazionalismo, più Sudamerica. Il calcio va oltre i personaggi e la mia idea era creare un libro che facesse da trampolino per i lettori verso approfondimenti ulteriori, dando una certa linearità a un complesso notevole di fatti che si intrecciano.

- Un capitolo che mi ha singolarmente colpito è quello sul Cile, un paese con una storia calcistica particolare, segnata dall'incontro con Marcelo Bielsa (ancora lui) nel 2007.
Una tematica importante che emerge da questo libro è che attraverso il calcio i singoli paesi in Sudamerica hanno ottenuto una forma di identità nazionale. La particolarità del Cile è che non l'ha avuta fino al 2007, pur avendo avuto i suoi momenti e i suoi campioni. Prima di Bielsa però non c'era uno stile cileno in cui si identificasse il popolo o che fosse immediatamente riconoscibile dall'esterno, ci è voluto un tecnico argentino con idee forti e una capacità unica di seminare calcio per portare tutto questo. Un tratto che si ritrova anche in altri casi.
In realtà l'identità calcistica cilena avrebbe potuto svilupparsi già negli anni '20 grazie all'opera di Arellano, attaccante e fondatore del Colo-Colo. La sua morte prematura però interruppe il processo, e di fatto nessuno si dimostrò in grado di raccoglierne il testimone fino all'arrivo di un argentino con idee tanto particolari da essere preso per pazzo. Bielsa ha preso in mano una generazione di talenti, li ha uniti con un'idea ben precisa e gli ha indicato una strada. Poi Sampaoli e Pizzi (altri due argentini) hanno condotto in porto la barca portanto al Cile i primi titoli della sua storia.


Si ringrazia Carlo Pizzigoni per la cortesia e la disponibilità.

03 nov 2016

Gallardo ha sempre un piano

Ci sono allenatori che restano alla guida di un club per diversi anni, portando avanti un progetto ed entrando nel dna della squadra per idee, approccio, metodo di allenamento, auspicabilmente anche titoli vinti. Di solito però sono legati a un ciclo ben definito, con giocatori plasmati nel tempo che rimangono portavoci di certi concetti in alcuni casi anche dopo l'addio del tecnico.
El Muñeco Gallardo al River ha indubitabilmente dato un'impronta chiara, netta, sublimata da vittorie pesanti. La differenza rispetto al caso tipico è che ha continuamente rifondato la sua squadra, cambiando uomini, stile di gioco, approccio e referenti trovando sempre un modo per andare avanti e raggiungere livelli di spicco.

Gallardo si è dovuto adattare per necessità. In Argentina anche il River, il club soprannominato millonario per i fasti passati, vive la crisi economica e ormai da anni si trova nelle condizioni di dover gestire la propria rosa, valorizzando talenti da vendere e sfruttando al meglio i grandi di ritorno. A dire la verità l'ex numero 10 ha avuto la fortuna (o forse la bravura) di evitare il periodo più nero, vale a dire quello della gestione Passarella, ma in ogni caso vive alla guida di un club che spesso si trova a fare di necessità virtù: dal 2014 ad oggi Napoleon ha visto partire Funes Mori, Balanta, Vangioni, Mercado, Barovero, Kranevitter, Rojas, Carlos Sanchez e Teofilo Gutierrez per limitarci ai titolari, riuscendo quasi sempre a sostituirli tenendo in piedi la baracca, magari dopo un periodo di transizione per assimilare i cambiamenti.

Ecco, questo va detto chiaramente: Gallardo ha vissuto dei periodi difficili, con risultati costantemente negativi più che altalenanti, ma è sempre rinato grazie a due fattori. Il primo è il credito acquisito con le vittorie, che gli ha permesso di far valere sempre la sua idea con la società, il secondo la sua abilità a trovare nuovi referenti, reinventando la squadra in tempi brevi.

Ragionando per cicli, il primo River di Gallardo è quello che vince la Copa Sudamericana 2014. Il modulo di riferimento è il 4-3-1-2, interpretato con giocatori di qualità, ma con tanta attenzione anche alla quantità. Gli interni, Rojas e Sanchez, un po' centrocampisti e un po' ali, sono elementi fondamentali nelle due fasi e garantiscono l'equilibrio di tutta la formazione. In questa versione del River c'è il primo grande nome pescato dal nulla da Gallardo rivelatosi decisivo: l'enganche della squadra, Leonardo Pisculichi, l'uomo deputato a svoltare le partite con le sue giocate. Piscu, classe '84, è un classico trequartista argentino con un mancino meraviglioso, che ha passato la maggior parte della carriera in Arabia. Gallardo lo vede all'Argentinos Juniors e ci punta senza battere ciglio anche se ha già compiuto 30 anni. Non a caso nella finale della Copa i gol arriveranno dalle sue pennellate piazzate. Altro tratto che diventerà tipico il coraggio nel lanciare i giovani, come Kranevitter e Mammana, che giocherà la finale contro l'Atletico Nacional da terzino destro. Il tecnico infine si dimostra da subito bravo a gestire uno spogliatoio non semplice, con diverse prime donne (tipo Teo Gutierrez) e grandi totem del club (Cavenaghi).

Il semestre successivo, il primo del 2015, è quello della Libertadores. Il percorso iniziale più che difficile è infernale: il River non gira e per qualificarsi alla fase ad eliminazione serve un miracolo di coincidenze. Gallardo, dopo la cessione del suo titolare Rojas, trova una nuova quadratura col 4-2-3-1, puntando chiaramente sulla qualità e sul gioco offensivo. Il primo nome nuovo della formazione è quello di Gonzalo el Pity Martinez, trequartista/esterno mancino classe '93 prelevato dall'Huracan e subito lanciato titolare, fondamentale nel cambio di modulo in quanto più offensivo di Rojas. A centrocampo esplode Kranevitter, che prende in mano la mediana e coniuga regia ed equilibrio con personalità rara. Carlos Sanchez sulla destra fa praticamente tutto e lascia un segno decisivo in ogni partita che conta. L'intuizione di Gallardo di metà stagione si chiama Lucas Alario: per sostituire Teo Gutierrez, attaccante di riferimento della squadra, il Muñeco sceglie un classe '92 del Colon di Santa Fé con una decina di gol in curriculum, quasi tutti segnati in B. Alario lo ripagherà con le reti decisive in semifinale e finale di Copa, e in poco tempo si imporrà come uno dei migliori centravanti locali. Altra intuizione, seppure di brevissima durata, la scommessa su Tabaré Viudez: un fuoco di paglia di poche partite, ma fondamentale per vincere questa Libertadores.
L'abilità di Gallardo come stratega si evidenzia anche in un fatto, non a caso fondamentale per vincere gli scontri diretti nelle coppe: è straordinario nel preparare le gare ad eliminazione. Il suo lavoro di studio e adattamento agli avversari è certosino e porta sempre frutti.

A questo punto per Gallardo inizia una lunga fase di transizione, legata a una vera e propria diaspora di praticamente tutti i suoi titolari. Il River macina giocatori e moduli, non trovando però una dimensione vera e continua fino al campionato 2016/2017.
Oggi l'idea nuova e a quanto pare funzionante è il 4-2-2-2 alla brasiliana, quello del quadrato magico. Alla fine è un 4-4-2, ma dalla metà campo in su ci sono due mediani, due rifinitori e due punte. Gallardo ha scelto di puntare su un gruppo a forte stampo River, tra giovani formati nel vivaio ed elementi di riferimento: Maidana, Ponzio, D'Alessandro insieme a Batalla, Andrade e Driussi. La nuova via piace, è divertente da vedere e sta trovando i primi risultati. Aspettando le coppe, che da sempre sono il vero tavolo da lavoro del Muñeco.

Infatti nel valutare Gallardo e i suoi piani va fatta una riflessione anche sul campionato. Finora nessun titolo è arrivato dai tornei lunghi, e la gestione generale della squadra è sembrata nettamente diversa. Durante Sudamericana e Libertadores il torneo locale era di fatto declassato a laboratorio per effettuare le prove tattiche, che poi hanno portato titoli, ma ora, al quarto campionato da tecnico, serve fare un salto di qualità anche in patria.

13 set 2016

Il trio di centrocampo del Siviglia

Per quanto sarebbe interessante trattare le idee di Sampaoli, questo post mira a fare un passo indietro, parlando ancora di Unai Emery e della struttura del suo centrocampo.
L'allenatore basco è il principale fautore della rinascita (o nascita, dipende da quanto volete essere cattivi) di Ever Banega, e il miracolo è accaduto costruendo attorno all'argentino un reparto che ne assorbisse i limiti, permettendogli di giocare sul talento. Tutto questo rappresenta un tassello importante nell'eterna querelle circa il ruolo del giocatore dell'Inter.

Spiego subito una cosa: il Siviglia di Emery ha sempre giocato col 4-2-3-1, anche prima che arrivasse Banega. Quando parlo di trio di centrocampo mi riferisco quindi al triangolo formato dai due mediani e dal trequartista, che trattandosi del nativo di Rosario è in tutto e per tutto un centrocampista in più piuttosto che una mezza punta.

Dovendo inserire Banega nella sua squadra Emery aveva di fronte un problema: l'argentino rispetto al suo predecessore Rakitic è molto meno propenso all'inserimento in area avversaria e alla conclusione. Senza qualche accorgimento specifico insomma la squadra poteva rischiare di chiudersi troppo su se stessa, su un palleggio difensivo senza sbocchi. Emery è stato bravo a leggere questa eventualità, correndo subito ai ripari.
Parlando per archetipi, l'idea di Emery è più o meno sempre stata fissa e chiarissima. Tre centrocampisti, tre compiti diversi: un mediano difensivo, di posizione, con compiti prettamente difensivi appunto, che desse equilibrio; un regista deputato a tessere la manovra e innescare gli inserimenti; un centrocampista di corsa, qualcuno direbbe box-to-box o shuttler secondo le definizioni più moderne, pronto a fare le due fasi correndo in difesa e inserendosi in area dando peso offensivo. Poi si poteva variare a seconda delle partite e delle necessità tattiche, ma come base i principi erano questi.
Facendo i nomi, i tre erano Krychowiak, Banega e Iborra/N'Zonzi.

Tre ruoli precisi e complementari.
I compiti di Krychowiak sono i più intuitivi (che non vuol dire semplici). Il polacco era il giocatore deputato a dare equilibrio alla squadra, coprendo la zona davanti alla difesa in ogni momento in modo da non lasciare voragini per le transizioni avversarie. In più chiaramente aveva la responsabilità della prima costruzione, a meno che non si abbassasse Banega.
Il rosarino era il motore di tutto. Banega è un giocatore atipico, un regista offensivo di costruzione con qualità superiori. I problemi sono due: come tutti i giocatori di qualità tende a prendersi le sue pause, che vanno coperte; ha un ottimo istinto per smarcarsi in modo da ricevere palla, ma il suo raggio d'azione, a spanne, va dalla trequarti offensiva a quella difensiva. Tradotto non è un giocatore che attacca la profondità e tende ad accorciare verso i mediani piuttosto che andare in verticale allungando la difesa avversarie. Questo rappresenta un vantaggio per certe cose (più qualità nella zona nervalgica del campo, più facilità nel palleggio) e uno svantaggio per altre (squadra con poca profondità, area vuota).
La soluzione di Emery è stata l'evoluzione di Iborra (successivamente sostituito da N'Zonzi). Lo spagnolo era un "semplice" mediano dal gran fisico, ottimo di testa. Il tecnico gli ha avanzato il raggio d'azione, chiedendogli inserimenti e verticalità (un po' come successo anni fa a Roma con Perrotta) per compensare il gioco di Banega. Iborra non a caso in due anni ha segnato più che in tutto il resto della carriera (e anche N'Zonzi ha pareggiato il suo record di gol in una stagione): nello schema del Siviglia era fondamentale per riempire l'area, dare peso offensivo e contemporaneamente il suo dinamismo serviva per aiutare in copertura. Alzato sulla trequarti poteva anche dar manforte al pressing offensivo, portando ovviamente più fisicità rispetto a Banega. Un ruolo molto dinamico, per cui serve sì il fisico, ma anche una certa intelligenza tattica per non squilibrare tutto il sistema.

I movimenti dei tre erano in parte coordinati da Emery, in parte dipendenti dalla contingenza e dall'intesa reciproca. Un equilibrio sottile, che però a Siviglia ha portato grandi risultati, valorizzando tutti gli interpreti come mai prima.