30 gen 2013

Willpower

Nel mercato "parlato" malgrado siano passati quasi 20 anni dalla sentenza Bosman si continua a non dare il giusto peso alla volontà dei giocatori.

Due esempi nell'ultimo periodo sono stati lampanti, con sempre protagonista l'Inter:

- discutere la possibilità dell'acquisto dell'ormai famosissimo Paulinho con un'operazione lampo dal Brasile senza avere la preferenza espressa del ragazzo. Già interazioni burocratiche con un oceano di mezzo sono lente di loro, se l'oggetto del desiderio non vuole muoversi non hai proprio speranze.

- la famosa clausola di prelazione per Balotelli. Anche se a parità di offerta il City avrebbe dovuto cederlo all'Inter, poi a firmare il contratto è il giocatore. Se sceglie di andare in un'altra squadra, la clausola è totalmente inutile.



18 gen 2013

Marco Benassi, primo tassello della Nouvelle Vague interista



Quando, all'annuncio delle formazioni ufficiali di Inter-Pescara, è apparso il nome di Marco Benassi, sono sicuro che tanti tifosi siano rimasti colti di sorpresa. "Benassi? Un ragazzo della Primavera?". Sorpresa sicuramente mista a curiosità, perchè per un tifoso vedere esordire un giovane calciatore è sempre una bella scoperta. Benassi, in verità, non era alla sua prima apparizione in nerazzurro: già due erano state le sfide ufficiali disputate in prima squadra, quelle contro Rubin Kazan e Nefci Baku, con prestazioni tutt'altro che insufficienti, tra l'altro. Il campionato, però, è ben altra cosa, soprattutto quando la squadra sta attraversando un momento difficile e le pressioni sono sempre più opprimenti.

Benassi non ha pensato a nulla se non a giocare il calcio che conosce: giocate semplici, sia in verticale che in orizzontale, spesso e volentieri a uno o due tocchi (segno di personalità, non di insicurezza, come mi è incredibilmente capitato di leggere), incursioni in attacco e senso della posizione in fase di interdizione. Benassi ha confermato le attese che riponevano in lui coloro che già lo conoscevano: un centrocampista moderno capace di impostare e interdire, con un buon fisico e spiccato senso della posizione. Quello che più ha colpito i tifosi è stata la personalità con cui ha affrontato la gara: ha guidato un intero reparto con autorevolezza, giocando tanti palloni e cercando scambi anche ostici con i compagni d'attacco. Tutto questo a 18 anni compiuti a settembre. Una vera e propria boccata d'aria fresca per un reparto in difficoltà come il centrocampo interista.

L'entusiasmo generato da Benassi, ovviamente, ha portato a frasi eccessive e troppo ottimistiche: "il regista ce l'abbiamo in casa", "i giovani vanno fatti giocare", "titolare fisso" sono affermazioni che mal si coniugano con la situazione di Benassi. Marco ha appena 18 anni e deve ancora rinforzarsi fisicamente senza perdere agilità nè facilità di corsa prima di poter diventare un elemento inamovibile dell'11 titolare. Intanto godiamoci il suo ingresso nelle rotazioni del centrocampo, sapendo di avere un ragazzo di notevolissimo potenziale ad un costo praticamente irrisorio. Il settore giovanile dell'Inter, tanto apprezzato all'estero quanto snobbato in Italia, soprattutto dal tifo interista, è pieno di giocatori promettenti quanto e forse più di Benassi: potrei farvi tanti nomi in proposito, da Bonazzoli a Tassi, da Sciacca a Taufer, da Palazzi a Pedrabissi, Spaviero e Garritano. Un'autentica nouvelle vague nerazzurra, composta da ragazzi che, se manterranno le attese che tanti appassionati e addetti ai lavori ripongono in loro, potranno creare il fulcro delle Inter del futuro.

17 gen 2013

La scelta è stata fatta

Dopo il suo periodo sabbatico, dopo essere andato in USA a imparare l'inglese, dopo essersi rigenerato dal'immenso stress di Barcellona, Pep Guardiola ha infine apposto la sua desideratissima firma su un nuovo contratto.
A sorpresa diventerà l'allenatore del Bayern Monaco, lasciando a rosicare mezza Inghilterra e la stampa italiana tutta, che perde il suo specchietto per le allodole preferito (ma adesso è facile parlare di Mourinho, tranquilli).

La scelta è sorprendente quanto affascinante. 
Il Bayern rappresenta il prototipo del top club moderno. Economicamente solidissimo, gestione delle risorse oculata, settore giovanile all'avanguardia, progetto tecnico ben definito, ambizioni sportive massime in Germania e in Europa.
Non ha la pubblicità e la copertura mediatica delle big inglesi o spagnole anche per colpa della scarsa considerazione che a torto si riserva alla Bundesliga, ma il livello sportivo ed economico è quello.
L'arrivo di Guardiola rappresenta quel plus a livello di immagine e visibilità che proietta definitivamente il club nell'Olimpo. Vale come il migliore giocatore al mondo che cambia squadra dopo aver vinto tutto, senza nemmeno il rischio di non vederlo in campo per infortunio.
Parliamo del secondo avvento di Guardiola su un panchina, la prima fuori da casa sua, dopo aver scritto pagine di storia del calcio condite da 14 titoli. Gli occhi di tutto il mondo che mastica di pallone, prima o poi, dovranno rivolgersi a Monaco nell'immediato futuro.

Interessante è cosa c'è dietro a questa scelta decisamente spiazzante.
Guardiola ha scelto il Bayern per il progetto tecnico più che per i soldi, che sarebbero stati senza alcun dubbio moltiplicati in un contratto in sterline o foraggiato da uno sceicco. La filosofia gestionale del Bayern ha infatti molti punti di contatto con quanto mostrato dal Barcellona 2008-2012.
Punto più evidente è la base della squadra formata con giocatori provenienti dalle giovanili, con un paio di nazionali, in questo caso tedeschi, in aggiunta. Un gruppo dal forte stampo Bayern come forte era il marchio della masia catalana.
Altro elemento è l'eredità di Van Gaal. L'allenatore olandese ha lasciato una forte impronta a Barcellona col suo 4-3-3 e il suo possesso palla a fine anni '90 (con Pep in campo) ed è il padre calcistico del Bayern di oggi. Dal suo arrivo nel 2009/2010 si è radicata a Monaco un'idea di calcio basata sul gioco, sul possesso, sull'ampiezza, sul segnare e fare spettacolo.
Fattori che si sposano decisamente bene con le idee di calcio fondamentali del giovane allenatore spagnolo e lo favoriscono nella nascita del suo nuovo e attesissimo progetto.

La differenza sta tutta nel nuovo paese, nella lingua, nella cultura, nel dover veicolare concetti a individui con un bagaglio di esperienze diverse.
I giocatori del Barcellona sono programmati fin da bambini, ce lo ripetono tutti i giorni. Guardiola era uno di loro che si è affidato in tutto e per tutto al dna catalano.
Come parlerà ai bavaresi?

07 gen 2013

Imparare dagli errori altrui

Si diceva a queste coordinate del progressivo arenarsi della crescita tattica di Boateng dovuta a determinate scelte del suo allenatore. All'Inter si sta sviluppando una situazione molto simile con Fredy Guarin.

Il colombiano è decisamente un centrocampista con attitudini offensive, e il principale limite alla sua esplosione è sempre stata la mancanza di applicazione mentale nella fase difensiva. Fisicamente non ha problemi nè di forza nè di dinamismo nè di velocità, ogni tanto semplicemente perde concentrazione e si lascia andare.
Chiaro che le sue qualità principali si vedano in attacco, ma schierarlo trequartista significa semplicemente evitare un certo lavoro sul ragazzo e sui suoi compagni. Esattamente come per Boateng nell'immediato può anche funzionare, ma sul medio periodo si può perdere un'occasione per rendere un giocatore migliore e aumentare il potenziale della sua squadra.