27 set 2013

L'importanza di chiamarsi Campagnaro


L'arrivo di Hugo Campagnaro a parametro zero all'Inter è uno dei colpi di mercato più sottovalutati dell'anno. L'età non verdissima (parliamo di un classe 1980) e il basso profilo della carriera hanno fatto passare in sordina un acquisto che si sta rivelando fondamentale per le dinamiche della squadra nerazzurra.
In questo di sicuro ha una certa importanza la presenza di Walter Mazzarri, con cui Campagnaro lavora da 7 stagioni consecutive. La carriera del roccioso difensore argentino ha avuto dinamiche particolari, forse uniche, e il lavoro del tecnico toscano è stato fondamentale per il definitivo salto di qualità. A vederlo giocare oggi sembra impossibile che nasca attaccante nelle divisioni inferiori argentine e venga trasformato in difensore solo in Italia.
Nel 2007 la Sampdoria lo preleva dal Piacenza in Serie B e grazie a fisico, cattiveria agonistica e intensità si guadagna un posto nella difesa a 3 che con Mazzarri non perderà più. Il suo rendimento è tale da farlo esordire in nazionale Argentina nel 2012, a 31 anni, diventando un elemento fisso nelle convocazioni di Sabella.

Il reale impatto di Campagnaro nell'Inter va oltre ciò che è immediatamente percepibile.
Grande leadership difensiva, gestione della linea e personalità si sono viste dalla prima partita, e non a caso il reparto è cambiato totalmente rispetto alla scorsa stagione. Guardando le statistiche parliamo del primo in rosa per spazzate in area, del terzo per tackle a partita e per contrasti aerei vinti, del secondo per intercetti e per tiri bloccati. Le sue chiusure e i suoi recuperi sono negli occhi di tutti i tifosi.
Per questo l'Inter ha puntato su di lui a zero come difensore, ma è nella gestione della sfera che Campagnaro si rivela un elemento sorprendente. I trascorsi da attaccante evidentemente gli hanno lasciato in eredità una buona capacità tecnica. Regolarmente è il primo o al massimo il secondo giocatore per tocchi di palla a partita, di gran lunga quello con la maggior media di passaggi effettuati, il terzo per lanci lunghi accurati e il migliore per percentuale di passaggi riusciti tra i titolari. In un certo senso è il vero regista arretrato dell'Inter, l'uomo incaricato di far cominciare l'azione dalla difesa (un ruolo simile, ma più limitato, lo copre anche Juan Jesus). Curiosamente è anche il giocatore che subisce più falli a partita, a testimonianza della sua capacità di avanzare palla al piede. Del resto già col Napoli era stato il miglior difensore per dribbling riusciti in tutta Europa.

In totale, otteniamo il secondo giocatore di tutta la rosa per rendimento, dietro a uno stellare Ricky Alvarez. Non male per uno partito dal nulla.

25 set 2013

Diego Costa


L'Atletico Madrid di Simeone è una squadra con molti pregi, tra cui quella di avere giocatori giovani in evoluzione. Il contesto creato negli anni e raffinato dal tecnico argentino aiuta tutti a rendere al meglio, e in questo inizio di stagione è impossibile ignorare Diego da Silva Costa.

Attaccante brasiliano classe '88, è di proprietà dell'Atletico fin dal 2007 dopo gli inizi in Portogallo. Ceduto in prestito 4 volte, 2 in Liga adelante (Celta Vigo e Albacete) e 2 in Liga (Valladolid e Rayo Vallecano), con un totale di 34 gol, con l'Atletico inizia effettivamente a giocare nel 2010/2011, trovando 28 presenze e 6 gol. Ai tempi si presenta come una prima punta fisica con discreto senso del gol e molto lavoro da fare per sgrezzarsi tecnicamente.
Decisiva per la sua maturazione l'ultima esperienza al Rayo nel secondo semestre della stagione 2011/2012, sia perchè ha trovato continuità e titolarità (che con Falcao non poteva avere) sia perchè doveva recuperare da un infortunio ai legamenti. 16 presenze e 10 gol hanno restituito a Simeone un giocatore decisamente migliore e più convinto. Non a caso nel 2012/2013 il tecnico argentino punta chiaramente su di lui, lanciandolo da titolare fisso in tutti i gironi di Europa League e in Copa del Rey. In totale mette a segno 10 gol in campionato, 8 in Copa e 2 in EL.
Ceduto Falcao al Monaco, non c'erano dubbi su chi sarebbe stato il centravanti della squadra. Diego Costa per cancellare ogni scetticismo ci ha aggiunto 7 gol nelle prime 6 partite di Liga.

Centravanti vero, fisico, di quelli che oggi si vedono sempre meno. Alto 1.88, bravissimo a prendere posizione, a difendere palla e a muoversi sul filo del fuorigioco ha avuto un notevole miglioramento tecnico nelle ultime due stagioni, arrivando a trovarsi a suo agio anche fuori dall'area di rigore. Buono nel controllo, riesce a muoversi sapientemente negli ultimi 25 metri, sia attaccando la profondità che proponendosi per le sponde, in cui è un vero maestro. Impressionante la facilità con cui riesce a servire i compagni di prima sul taglio, dote grazie a cui realizza numerosi assist (ben 12 nella passata stagione). Non rapido ma capace di accelerare sull'allungo, non possiede un dribbling fulminante, ma sa spostare la palla al momento giusto. Svaria su tutto il fronte offensivo pur rivelandosi più pericoloso dalla sinistra, dove sa prendere il fondo e cercare il passaggio per i compagni. Non ha un tiro potente, il che lo limita nelle conclusioni da fuori, compensato da un grande fiuto della porta in area, che è il suo habitat naturale.

Un giocatore che ha saputo migliorarsi tanto negli anni, diventando un elemento cardine di una grande squadra. Tra i tanti che dovrebbero seguirlo, farebbe meglio a prestarci grande attenzione Felipe Scolari.

16 set 2013

Top Argentina - Tifoserie

Dopo una lunga pausa torna Top Argentina, la rubrica tutta albiceleste di Aguante Futbol. Questa volta affrontiamo uno dei temi più scottanti e allo stesso tempo più caratterizzanti del calcio di Buenos Aires e dintorni: le tifoserie. Le hinchadas argentine da sempre hanno un fascino tutto loro, per quel ritmo incalzante dei loro cori, per la fedeltà assoluta ai club con cui i tifosi vivono in simbiosi fin dalla culla e per quella sana follia che, purtroppo, a volte sfocia in folle violenza.
Misurare passione, rumore, colore è impossibile e il compito è dunque proibitivo, pertanto ci teniamo a sottolineare che abbiamo preferito affidarci a sensazioni e simpatie personali, con la consapevolezza di non riuscire ad accontentare tutti e di poter urtare la sensibilità di molti. Anzi, speriamo che questa breve classifica possa toccare l'orgoglio di qualcuno e rappresentare un'occasione per raccogliere diversi punti di vista e preziose testimonianze.


5. Racing Club de Avellaneda: la squadra più problematica da seguire di tutta l'Argentina, con un passato da grande assoluta e un presente enigmatico come pochi. Il titolo del 2001 con in campo Diego Milito, 45 anni dopo l'ultimo, è stato una specie di miracolo sportivo in mezzo a mille eventi incredibili, da talenti sprecati ad allenatori macinati a partite buttate. Eppure i suoi tifosi sono sempre nel Cilindro, pronti a far scattare la valanga umana al primo gol e soprattutto a punzecchiare gli eterni rivali dell'Independiente. Per loro anche un omaggio dal mondo del cinema, ne "Il segreto dei suoi occhi" di Campanella.


"Yo no se como explicar,
que te llevo hasta en la piel.
Sos la droga que en las venas
me inyectaron al nacer."



4. Newell's Old Boys: la squadra è un'autentica fucina di talenti e anche di allenatori, a giudicare da Bielsa e Martino. La tifoseria ha una forte identità anche grazie alla feroce rivalità interna a Rosario con il Central. Hanno cominciato a vincere quando gli altri hanno smesso, si identificano con un calcio bello e passionale a prescindere dai risultati.

"A todos lados yo voy contigo,
esta locura no va a parar."



Onde evitare sommosse popolari, River e Boca terze a pari merito.

3. River: passione infinita tra alti e bassi degli ultimi anni. Il Monumental è un simbolo come il Tano Pasman, che ha fatto capire a tutti il dolore della retrocessione. Loro sono del Gallinero e pur coi loro eccessi (vedi invasione di campo col Belgrano) non sono secondi a nessuno. Hanno lo stadio più capiente d'Argentina e ogni anno fanno il record di presenze.


"Esos colores que llevas,
son parte de la enfermedad,
de la que nunca,
me voy a curar."



3. Boca: la mitad más uno del país, secondo loro. Una curva storica, la Doce, conosciuta in tutto il mondo per la sua capacità di far tremare gli stadi. Un ventennio di trionfi per accendere ancora di più il tifo xeneize. Sono i più famosi di tutti, ci tengono a farlo sapere e a farsi sentire.



"Ni la muerte nos va a separar,
del cielo te voy alentar."



2. Rosario Central: fondata addirittura nel 1889 come squadra dei ferrovieri, vanta 28 titoli anche se quasi tutti arrivati prima degli anni '80. La sua tifoseria è riconosciuta come una delle più calde del mondo (classifica Olé del 2008), ma anche tra le più violente d'Argentina. Il lungo esilio in Segunda Division non li ha calmati.


"En el barrio de Arroyito,
hay una banda loca y descontrolada,
es la banda del Guerrero,
que va a todas partes y no entiende nada."



1. San Lorenzo: un popolo che ha subito di tutto, dallo sfratto dello stadio ai 21 anni di attesa per un titolo. Eppure sono tutti con il Cuervo, pronti a tornare a Boedo e a farsi sentire da tutti. Che il Papa sia uno di loro è un segnale divino che solo una squadra fondata in un oratorio poteva avere. Vengo del barrio de Boedo...


"Vengo del barrio de Boedo,
barrio de murga y carnaval.
Te juro que en los malos momentos,
siempre te voy a acompañar."




In collaborazione con G.D.C.

04 set 2013

Moyes e i primi mesi di United


Quando David Moyes ha accettato di sostituire Sir Alex Ferguson sapeva che occupare quella scrivania e sedersi sulla panchina più bramata d'Europa non sarebbero stati compiti agevoli. La sfida è irrinunciabile, ma ingrata e dall'elevata probabilità di insuccesso, perchè il calcio è cambiato e anche nella terra del football dirigenti e tifosi stanno lentamente perdendo aplomb e pazienza. Certo, la metà rossa di Manchester è un caso a parte, più unico che raro, ma la partenza dello scozzese più famoso nel mondo del pallone ha inevitabilmente lasciato dubbi, paure e una buona dose di diffidenza con cui l'ex-allenatore dell'Everton dovrà fare i conti per diverso tempo.

I primi mesi da allenatore dei Red Devils sono stato un assaggio di cosa aspetta Moyes in campo e fuori, a cominciare dalla bomba Wayne Rooney. Wazza da qualche stagione sembra aver improvvisamente scoperto il grigiume del North West inglese e ogni estate non perde occasione per ricordare a tutto Carrington la sua voglia di fuga. Finora, nonostante il rapporto altalenante, soltanto il carisma di Sir Alex ha saputo trattenere la stella dello United all'Old Trafford, ma l'improvviso addio della leggenda di Glasgow ha rigenerato le sue speranze di una fuga verso la capitale agli ordini di José Mourinho. Il rapporto tra Rooney e David, l'allenatore che lo ha fatto esordire in Premier League appena sedicenne, non è mai stato idilliaco e l'ombra di un altro tribolato addio ha accompagnato il primo mercato dell'era Moyes fino alla sua chiusura ufficiale.
Alla fine la punta inglese è rimasta a Manchester, ma con spirito e appartenenza alla cuasa tutti da ricostruire e la palla passa ora a Moyes, che dovrà riuscire a coinvolgere Wayne nel nuovo progetto cercando di trasformare rabbia e nervosismo in agonismo e voglia di rivalsa. La certezza è che lo United non può rinunciare a lui e averlo trattenuto è probabilmente stato il colpo più importante messo a segno dalla dirigenza. Rooney è un elemento in grado di fare la differenza a qualsiasi livello, grazie a doti tecniche, atletiche e caratteriali difficili da trovare in altri giocatori e senza di lui i Red Devils cambiano volto, come dimostrato nelle partite contro Chelsea e Liverpool.

Il nuovo Manchester United targato David Moyes ha iniziato dunque la Premier League con una vittoria, un pareggio e una sconfitta. Sebbene non favoriti dal calendario e giustificati dal doloroso cambio alla guida tecnica, i Red Devils hanno dato l'impressione di essere ben lontani dal livello di gioco degli scorsi anni, quando l'inizio di stagione veniva affrontato con il pilota automatico. Ritmo, totale dominio del campo, pressing chirurgico, manovra ariosa, tocchi veloci e ripartenze pennellate sono ancora un'utopia e l'idea di gioco del neo-allenatore sembra essere imbottigliata in coda nella M62 che porta da Goodison Park all'Old Trafford. Lo United non può permettersi di dipendere ancora a lungo da Ryan Giggs, l'unico giocatore in rosa con senso della manovra e visione verticale, e a tal proposito il mercato portato avanti in estate lascia più di una perplessità.

I Red Devils hanno vanamente inseguito il sogno Fabregas, rimbalzando più volte contro il muro catalano alzato da Zubizzareta, che non a caso faceva il portiere, trascurando altre opzioni con meno fascino ma altrettanta utilità.Tra Leighton Baines e Marouane Fellaini, gli altri due grandi obiettivi cerchiati in rosso nella lista consegnata da Moyes, soltanto il centrocampista belga è approdato alla corte del suo ex-allenatore e se il mancato acquisto del terzino sinistro non risulta così doloroso grazie alla presenza di Evra, il colpo in mediana suscita qualche legittimo dubbio. Fellaini porta infatti muscoli, agonismo e gol in un reparto in cui l'unico elemento di livello e di sicuro affidamento è Michael Carrick, rispetto al quale sembra più l'erede che il compagno ideale.
Lo United nell'ultimo tribolato giorno di mercato è stato vicinissimo anche ad Ander Herrera, centrocampista basco in forza all'Athletic, ma il trasferimento è saltato, accompagnato da un alone di mistero ancora poco chiaro. Il prezzo ritenuto improvvisamente eccessivo, tasse non calcolate o addirittura una truffa da parte di tre personaggi non meglio identificati: l'unica certezza è che i rossi di Manchester sono stati a un passo dal coprire il buco più importante nella rosa e al momento decisivo ci hanno ripensato. Ander avrebbe garantito qualità, visione di gioco e fantasia a un reparto che mai come quest'anno sembra essere un concentrato di corsa e muscoli lineare e prevedibile.

A onor del vero il problema legato al centrocampo dello United è gentile eredità lasciata dalla vecchia volpe di Sir Alex, che in tempi non lontani ha cercato soluzione staccando dalla parete le scarpe del figlioccio Paul Scholes e addirittura schierando in mezzo al campo Wayne Rooney. Eccezion fatta per il giovane e acerbo Nick Powell, Ferguson ha però rinunciato a qualsiasi investimento in mediana e per trovare gli ultimi veri innesti nel reparto bisogna risalire al biennio 2006/2008, quando i Red Devils spesero oltre 80 milioni di euro per Carrick, Hargreaves e Anderson. Dei tre il solo Carrick è riuscito a confermarsi come una colonna della squadra, mentre l'inglese ex-Bayern Monaco e il brasiliano hanno rispettivamente pagato infortuni e problemi caratteriali. Ora più che mai Moyes dovrà cercare di ottenere il massimo dai giocatori che finora non hanno lasciato tracce memorabili nella loro esperienza al Teatro dei Sogni, come ad esempio quel Shinji Kagawa che da solo potrebbe risolvere gran parte dei problemi della squadra in fase di costruzione.

Tuttavia l'esperienza di Sir Alex Ferguson e del suo Manchester United insegnano che pazienza, fiducia e lavoro pagano. Moyes, pur non essendo un nome di spicco, è un allenatore pragmatico, solido e con la giusta personalità per poter raccogliere un'eredità tanto pesante. Affrontare il suo Everton non è mai stato compito facile per nessuno e soltanto il tempo saprà dire se lo scozzese sarà in grado di dimostrare quella flessibilità e adattabilità all'evoluzione del calcio che ha permesso al suo illustre predecessore di dominare in patria e all'estero per più di vent'anni.

03 set 2013

Il mercato dell'Inter 2013


Il mercato dell'Inter è ufficialmente chiuso, ed è stato sicuramente al di sotto delle attese naturali di una tifoseria che ha subito un nono posto nell'ultimo campionato.
Altrettanto di sicuro gli operatori dell'Inter hanno dovuto muoversi in un contesto di serie difficoltà finanziarie. Fin dall'inizio, o meglio fin dalla matematica certezza dell'esclusione dalla Champions League, è stato chiaro che acquisti seri sarebbero arrivati solo in seguito alla cessione di giocatori importanti. I più nominati sono stati Handanovic, Guarin e Ranocchia, ma alla fine sono tutti rimasti e di sicuro saranno fatti passare per acquisti fondamentali
Valutando gli innesti effettivi. la campagna acquisti ha visto in definitiva l'arrivo di Campagnaro, Andreolli, Rolando, Wallace, Taïder, Icardi e Belfodil. 3 difensori centrali, 1 esterno, 1 centrocampista e 2 punte. A loro si può aggiungere il rinnovo di Samuel, che diventa il quarto difensore "reperito" dal mercato. Nei fatti però la rosa è stata ritoccata di poco, tranne per il reparto difensivo di fatto completamente ristrutturato per venire incontro sia alle necessità della difesa a 3 che alla contingenza del crollo fisico di Chivu, e per il rinnovamento soprattutto anagrafico del reparto offensivo, che ha visto l'innesto di 2 giovani.

Per valutare il mercato è imprescindibile rileggere le parole di Mazzarri nel giorno della presentazione, in particolare 2 passaggi significativi:
  •  Prima di tutto sono un allenatore che ha il dovere, quando accetta un incarico, nel rispetto di tifosi e della società, di far rendere i giocatori che la società ha a disposizione. In dodici anni di carriera ho sempre fatto così. Credo, nel caso specifico, che la rosa dell'Inter non possa essere quella che ha finito nel campionato passato come risultati e come rendimento. I valori tecnici dei ragazzi che c'erano sono sicuramente superiori rispetto a quello che, purtroppo, hanno fatto l'anno scorso.
    Mazzarri nella sua carriera ha sempre dimostrato di saper lavorare con giocatori di qualunque livello, ottenendo il massimo da ognuno di loro. Vista la sua militanza in squadre non di primissima fascia negli anni ha dovuto adattarsi a ciò che aveva a disposizione. Moratti l'ha scelto anche per questo, puntando fortemente sul suo lavoro per rilanciare una squadra che nella sua ottica non può essere tanto scarsa quanto è sembrata nel 2012/2013. Non è un caso che Mazzarri abbia uno stipendio da top player relativamente alle disponiblità nerazzurre. Gli si sta chiedendo un miracolo? Forse si, ma nelle prime giornate i migliori sono stati Alvarez e Jonathan, con Nagatomo autore di 2 reti.
  • Voglio fare una considerazione di base: è difficile giocare con tanti giovani e farli crescere, sapendo che non hanno grande esperienza, quando si parla di top club come l'Inter o come lo è diventato in questi 4 anni il Napoli. Avere tanti giovani e arrivare allo stesso tempo nei primissimi posti non è semplice, ci vuole quello piu esperto che va a vincere la partita perchè il giovane magari fa delle ingenuità. A me piacciono i giovani: se, ad esempio, mi chiedete di fare 50 punti in un campionato facendo giocare solo giovanissimi, penso che potrei. Se mi chiedete di arrivare a competere con Juventus, Milan, Napoli, Lazio, Fiorentina, è diverso. 
    Quando si dice mettere le mani avanti. I nuovi arrivati seguendo l'elenco precedente sono nati nel 1980, 1986, 1985, 1994, 1992, 1992 e 1993. I primi 3 sono difensori arrivati in un reparto che vede comunque Ranocchia (1988) e Juan Jesus (1991). Dalla metà campo in su tutti ventenni, che vanno ad aggiungersi a Kovacic (1994) e alla permanenza di Olsen (1994). L'età media della rosa, in passato la più vecchia del campionato, è sicuramente crollata, ma Mazzarri ha detto chiaramente cosa aspettarsi da lui se messo in certe condizioni. Certamente nell'Inter non mancano giocatori di esperienza come Zanetti, Cambiasso, Milito, Samuel, ma ormai il cambio generazionale è evidente. Un bene per l'allenatore o una difficoltà con annesse responsabilità in più?
Escludendo i sogni, il mercato non ha colmato delle evidenti lacune di organico. Per le necessità di Mazzarri servivano un giocatore davanti alla difesa, un esterno destro e probabilmente una punta.
Per il centrocampista si punta tutto su Taider. Per l'esterno fallita la pista Isla si è puntato a tamponare con Wallace facendo, di fatto, un favore a Mourinho. Per l'attacco si aspetta snocciolando il rosario il ritorno di Milito, il giocatore più pagato della squadra.
Una rosa costruita su numerose scommesse tra giovani, rilanci e ritorni da guai fisici. Quantomeno improbabile che tutto vada nel verso giusto, tutto passa in mano a Mazzarri che è il vero acquisto estivo dell'Inter.

Maligna postilla finale.
Sarà un caso, ma anche in questo mercato non è arrivato nessuno che possa fare concorrenza reale a Zanetti, Cambiasso e Milito.
Nel ruolo principale del capitano, attualmente infortunato, troviamo infatti Jonathan, giocatore in ripresa ma con uno status tale da non impensierire, e Wallace, arrivato in prestito secco dal Chelsea quindi precario assoluto. Nel ruolo del Cuchu ci sono Mudingayi, chiaramente una riserva, e Olsen, giovane appena arrivato dalla Primavera che nei piani non doveva nemmeno rimanere. Nel ruolo di Milito abbiamo Icardi e Belfodil, che per quanto abbiano già qualche esperienza alle spalle sono stati fino ad ora dosati con parsimonia da Mazzarri, che ha in compenso ribadito più volte di aspettare il rientro del Principe.
Coincidenze?

02 set 2013

Presente e prospettive di Esteban Cambiasso


La stagione 2013/2014 dell'Inter è appena iniziata e la squadra di Mazzarri ha già lasciato intravedere qualche segnale positivo. Poco saggio lanciarsi in giudizi affrettati -d'altronde sarebbe stato difficile non crescere rispetto al triste epilogo dello scorso campionato-, eppure alcuni miglioramenti a livelli tattico e caratteriale sembrano essere evidenti. In un contesto di squadra organizzato, con reparti ordinati, un livello minimo di sincronismi, coperture e un'idea di gioco definita, la valutazione del singolo assume allora un valore più razionale e oggettivo.

In queste prime partite diversi nerazzurri hanno dato l'impressione di poter essere giunti a un punto di svolta nelle rispettive carriere, beneficiando di una preparazione fisica adeguata e soprattutto di un impianto di gioco ben definito, con ruoli e compiti chiari sia in fase offensiva che in quella difensiva. Il rischio che si tratti di timidi fuochi di paglia rimane ancora piuttosto elevato, ma finora la crescita nel rendimento di giocatori come Jonathan e Ricky Alvarez è innegabile. L'argentino, in particolar modo, schierato da interno sembra essere un altro giocatore, o meglio, sembra essere l'elemento che Ricardo Gareca aveva plasmato per completare il suo splendido Velez: forza fisica e qualità al servizio della squadra.

Tuttavia c'è anche chi, come Esteban Cambiasso, in queste prime uscite ha confermato le difficoltà emerse prepotentemente negli ultimi anni. L'attuale capitano dell'Inter ha avuto un brusco calo già nella stagione successiva allo storico Triplete targato José Mourinho e, eccezion fatta per qualche raro scatto d'orgoglio, ha mantenuto un livello di gioco che poco ricorda il magnifico centrocampista acquistato a parametro zero dal Real Madrid. In grado di giocare mezzala, mediano e all'occorrenza anche trequartista, il numero 19 era uno splendido risultato di tecnica, sacrificio, agonismo e senso tattico: tutte caratteristiche che lo hanno portato a diventare uno dei migliori interpreti al mondo nel proprio ruolo. Ma oggi, se da un lato la sapienza tattica è rimasta immutata, il crollo atletico è impietoso ed evidente agli occhi di tutti, tanto da portare sotto i riflettori difetti più o meno gravi finora passati inosservati.

La velocità non è mai stata una specialità della casa, ma con la perdita di ritmo e intensità il Cuchu ha pagato dazio anche per quanto riguarda agilità e presenza nel breve, risultando molto meno efficace come recupera-palloni e diventando un ostacolo facilmente superabile, soprattutto in campo aperto. L'anno scorso, schierato mediano davanti alla difesa, tutti questi limiti sono stati messi a nudo dalle distanze siderali tra i reparti, ma l'impressione è che anche con una squadra più corta soffra il passo e gli inserimenti dei centrocampisti avversari. Problema simile si riscontra anche al momento di effettuare il pressing, quando idee e gambe non vanno di pari passo e il ritardo in uscita di una frazione di secondo può trasformarsi in un pericoloso contropiede.

In fase di possesso palla Cambiasso non si è mai distinto per geometrie o tempi -non è infatti casuale l'importanza di Thiago Motta nella conquista della Champions League-, ma per l'intelligenza nella giocata, la velocità di pensiero e la capacità innata negli inserimenti, retaggio dei trascorsi da trequartista. Di conseguenza non sono una sorpresa gli errori in fase di impostazione, soprattutto se costretto a giocare lungo, e l'incremento di palloni persi sotto pressione. Tuttavia il problema più grave è che un giocatore nel suo ruolo non può rifiutarsi di ricevere palla nascondendosi dietro all'avversario, nè può limitarsi e arrendersi alla costante del passaggio arretrato a uno dei tre difensori, come accaduto in diverse uscite recenti.

Quella legata a Cambiasso è dunque una questione che andrebbe affrontata il più presto possibile, mettendo in chiaro peso e ruolo del secondo giocatore più pagato nella rosa, secondo solo al connazionale Diego Milito. Un elemento fino a poco tempo fa imprescindibile e uno dei centrocampisti più forti nella storia dell'Inter, ma che a soli 33 anni sembra aver intrapreso un inesorabile declino: destino sorprendente e inimmaginabile, forse dovuto a quella stessa sapienza calcistica su cui Esteban può aver fatto eccessivo affidamento trascurando l'aspetto atletico, fondamentale nel calcio di oggi. Il Cuchu è ancora in grado di dire la sua, se utilizzato con intelligenza e, probabilmente, come interno di centrocampo, per poter sfruttare quei tempi di inserimento e quell'ultimo passaggio che ha sempre saputo mettere in mostra. Davanti alla difesa non garantisce con continuità nè sufficiente copertura, nè determinate geometrie, mentre un futuro nel reparto arretrato non sembra essere ipotesi percorribile e credibile.
La società nerazzurra finora non ha perso occasione per dimostrare fiducia totale nel giocatore argentino più vincente della storia,  non considerando prioritari investimenti significativi nel suo ruolo. Una strategia che inevitabilmente lascia quesiti e dubbi, a partire dalla scelta di costruire la squadra attorno a quello che è sempre stato un gregario. Magnifico, ma pur sempre gregario.