28 giu 2011

Copa Libertadores, finale: gli sconfitti

Partiamo dalla fine.
Il Peñarol ha perso 2-1 in casa del Santos dopo lo 0-0 di Montevideo e scatta la rissa generale sedata a fatica da un nutrito numero di poliziotti.
Gli uruguaiani non ci stanno a perdere contro nessuno, in nessun modo. La chiamano garra charrua, ed è stato il marchio di fabbrica di tutta la campagna in Libertadores della squadra aurinegra.

Il Peñarol è formazione di grandissima tradizione, con cinque Libertadores in bacheca, che però non si presentava a livelli così alti da qualche anno.
Il tecnico Diego la fiera Aguirre ha fatto una vera e propria magia nella fase a eliminazione diretta, trasformando la peggior difesa dei gironi in una squadra che riusciva a vincere grazie alla forza del proprio reparto arretrato, eliminando i campioni in carica dell'Internacional e la grande favorita Velez Sarsfield. E con un pò più di precisione sottoporta al Centenario, avrebbe potuto battere anche il Santos.

I grandi assenti della doppia sfida finale sono stati i centrali di centrocampo Nicolas Freitas e Luis Aguiar. Il primo, mediano difensivo implacabile, si è perso in mezzo a Ganso ed Elano, non riuscendo a trovare un punto di riferimento, dopo aver giocato una Copa da dominatore della mediana. Non certo un palleggiatore, ma un recupera palloni di efficienza rara. Il numero 14 Aguiar, con un recente passato anche in Portogallo, aveva invece il compito di fare gioco e organizzare le temibili ripartenze della squadra. Uno dei migliori nei gironi e sempre pericoloso nelle partite successive malgrado una fastidiosa pubalgia, in finale non ha trovato le chiavi per scardinare il sistema difensivo di Mauricy Ramalho, soffrendo molto corsa e fisicità dei mediani avversari.
A loro si aggiunge una grande promessa del carbonero, Matias Mier, esterno mancino classe 90. Il ragazzo è stato una delle rivelazioni della Libertadores, con un grande contributo tecnico e fisico al gioco di Aguirre, ma ha sentito troppo la pressione. Il tempo è dalla sua parte e personalmente spero di vederlo in Europa.

La principale nota positiva è stata la difesa. Impressionante la compatteza del reparto arretrato. Alejandro Gonzalez, Carlos Valdez, Guillermo Rodriguez e Dario Rodriguez hanno fatto paura a tutti. Grandissima fisicità, garra, tecnica difensiva, attenzione tattica. Anche un fenomeno come Neymar si sognerà ancora per qualche tempo la loro marcatura. Hanno sofferto al Pacaembu a causa dello scarso apporto della mediana, ma el patron Gonzalez, che nella finale di andata aveva cancellato dal campo il numero 11 del Santos, classe 88 e Guillermo Rodriguez classe 84 sono difensori solidissimi e di grande temperamento, farebbero benissimo in qualunque campionato.
A loro si aggiunge senza alcun dubbio Alejandro Martinuccio, uomo simbolo del "miracolo" di Aguirre che si è letteralmente caricato sulle spalle l'intera fase offensiva della squadra. In finale purtroppo si è trovato totalmente da solo a combattere contro tutti. Con una punta di livello al suo fianco chissà...

Infine assoluta nota di merito a Diego Aguirre, di sicuro il miglior allenatore di tutta la Copa. Ha riportato il Peñarol a vincere il campionato dopo sette anni nel 2009/2010 e a una finale di Libertadores, pur persa. Allenatore molto europeo per attenzione alla tattica, alla fase difensiva e alle ripartenza, merita un'occasione da questa parte dell'oceano.

27 giu 2011

L'incubo del River

Alla fine è accaduto l'impensabile: dopo oltre un anno trascorso in un limbo fatto di paura, speranza, delusioni e qualche gioia fugace, il River Plate ha messo piede all'inferno. 110 anni di storia sono stati spazzati via da un lungo incubo divenuto triste realtà, sconvolti dal dramma sportivo della retrocessione e pericolosamente minacciati da tutto ciò che aspetterà il club nelle prossime settimane. L'illusione dei primi mesi del Clausura ha presto lasciato spazio alla paura e ad una pressione che ha raggiunto livelli insopportabili per chiunque, dalle giovani stelle della squadra ai senatori più navigati come capitan Almeyda o Juan Pablo Carrizo. Ecco, proprio quel Carrizo che dopo aver fatto sognare i tifosi Millonarios con prestazioni superlative, ha ben pensato di perdere la testa nel momento più delicato della stagione, giocando un ruolo fondamentale nel disperdere e giustiziare le già ridotte certezze della squadra e del malcapitato DT Jota Jota Lopez.

L'ex-coordinatore delle Inferiores della Banda potrà sembrare, ora più che mai, uno dei massimi indiziati per la retrocessione del River Plate -dell'aspetto meramente tattico e soprattutto dei colpevoli, per quanto possa essere poco elegante, ci occuperemo prossimamente-, ma è giusto ricordare che ha assunto il ruolo per mancanza di alternative e senza percepire alcuno stipendio, accettando di diventare il capitano di una nave già in piena deriva. JJ ha provato a trasmettere cuore, grinta e passione, portando a Nunez una mentalità più provinciale ed improntata sulla necessità di fare punti a qualsiasi costo, ma dopo i primi ottimi mesi è stato a sua volta trascinato nella spirale negativa che ha coinvolto l'intero ambiente.

Nel frattempo, impassibile e quasi invisibile, Passarella, anzichè occuparsi della squadra, ha trascorso il primo periodo della sua presidenza dando l'impressione di essere più impegnato nella ricerca di prove per mostrare al mondo del calcio lo scempio ricevuto in eredità dall'ex-presidente Aguilar. La decisione di non fare mercato a gennaio rimarrà qualcosa di assolutamente incomprensibile: decidendo di non cedere Funes Mori ha infatti immobilizzato il mercato del River Plate, costringendolo ad affrontare il semestre più importante della propria storia senza alcun rinforzo di valore. Il Kaiser, purtroppo, si è mostrato molto più sensibile su altri temi, lanciandosi ad esempio in poco furbe ed improbabili crociate contro il dittatore del calcio argentino Julio Grondona, stringendo addirittura alleanza con lo storico nemico Maradona.

Mentre alla Boca si celebrava l'addio al calcio della leggenda Martin Palermo, Almeyda e compagni hanno giocato le ultime partite del Clausura in apnea, corrosi dalla pressione e dalla paura, divorati da uno spettro che partita dopo partita si faceva sempre più imponente. Dopo i già citati infortuni di JP Carrizo, il River si è sciolto, ha perso ogni sicurezza in fase difensiva ed ha ridotto ulteriormente la già ridotta incisività in attacco. La stellina Erik Lamela, dopo un intero torneo passato a predicare nel deserto, ha messo in mostra tutti gli inevitabili limiti legati alla sua giovane età, cercando inutilmente di ergersi a salvatore della patria. I giocatori di maggiore esperienza come Almeyda, Ferrari e Pavone hanno fatto, chi per un motivo, chi per l'altro, il minimo sindacale, incapaci di trascinare e far reagire anche i compagni più giovani. Lo spareggio della Promocion è stata soltanto l'inevitabile goccia che ha fatto traboccare il vaso e ormai servono a ben poco le recriminazioni verso l'operato di Pezzotta o verso altre situazioni a sfavore dei Millonarios verificatesi negli ultimi mesi.

E adesso? Purtroppo la sconfitta nello spareggio con il Belgrano è soltanto l'inizio di un periodo che si preannuncia ancora più nero di quanto appaia in questo momento, poichè verranno a mancare gli introiti provenienti dalla permanenza in Primera Division, con ogni probabilità vi sarà una fuga generale degli sponsor e risanare i già ingenti debiti della Banda si preannuncia come un'impresa non indifferente. Passarella, o chi per lui, dal momento che la permanenza ai vertici del club non appare così certa come il Kaiser vuole far credere, dovrà svendere i pezzi pregiati per fare cassa e ricostruire una squadra in grado di competere nell'imprevedibile Nacional B. Il vivaio dei Millonarios sta vivendo una rinascita importante, ma la lezione lasciata da questo campionato è che i giovani, per quanto bravi, hanno bisogno di riferimenti affidabili con cui crescere e maturare. Tuttavia, chi sarà disposto ad indossare la maglia del River? Pare che Cavenaghi si sia proposto per tornare alla base e che Ramon Diaz abbia già presentato la sua candidatura per allenare la Banda anche in serie B: soltanto i prossimi mesi sapranno dire quanta verità si nasconda dietro a queste voci. Nel frattempo la paura è che i duri scontri verificatisi al termine della partita con il Belgrano possano danneggiare ulteriormente i Millonarios: se il bilancio delle ultime ore dovesse aggravarsi ulteriormente, il River Plate potrebbe correre il rischio di presentarsi ai blocchi di partenza con dei pesantissimi punti di penalizzazione.

Dopo oltre cent'anni di glorie e trionfi, il River dovrà quindi affrontare la sfida più difficile di tutte, cercando di ritrovare il più in fretta possibile la strada maestra per poter tornare a regalare allegrie allo straordinario popolo del Monumental.

24 giu 2011

Chi è Gian Piero Gasperini?

Gian Piero Gasperini è il nuovo allenatore dell'Inter. Dopo tante chiacchiere e tanti inseguimenti, Moratti ha trovato il successore di Leonardo. I tifosi della beneamata, sul web, sono completamente spaccati in 2: c'è chi reputa buona la scelta fatta dal presidente e da Branca, e chi invece ha espresso il parere diametralmente opposto, bocciandolo senza appello.
Attraverso questo articolo cercheremo di far capire chi è davvero Gian Piero Gasperini e quali sono le sue idee dal punto di vista tattico, premettendo che nell'Inter tutto quanto potrà cambiare in base ai giocatori a disposizione.
Il sistema di gioco più utilizzato è il 3-4-3. Una caratteristica comune del suo gioco è quella di cambiare strategia a partita in corso, passando velocemente dalla difesa a 3 a quella a 4. Tuttavia, la base di partenza difficilmente cambia: Gasp ha cambiato il suo modulo preferito soltanto quando si è trovato in seria difficoltà (vedi stagione appena terminata).
Il Genoa delle stagioni scorse ha cambiato diversi giocatori ma difficilmente ha cambiato idea di gioco. Gian Piero ha sempre cercato di inculcare ai giocatori un modello di gioco fatto di grandissima intensità e mobilità, oltre ad applicare diversi concetti appartenenti al calcio totale olandese. Le posizioni dei giocatori sono interscambiabili attraverso movimenti ad alta velocità e concatenazioni sia centralmente sia, soprattutto, lateralmente.

In fase offensiva avviene ricerca del possesso palla e del gioco manovrato, mentre in quella difensiva si cerca di pressare l'avversario con buona aggressività.

I 3 centrali raramente ricorrono al lancio lungo, Gasp lavora molto sulla prima fase del possesso palla per permettere un uscita "corta" alla squadra. Sono i due difensori più laterali ad aprirsi, portare palla e iniziare l'azione di possesso palla, mentre il centrale difensivo si preoccupa soltanto di giocare la palla sui due laterali.

Una volta superato il primo pressing, il Genoa sapeva far male attraverso movimenti organizzati nei minimi dettagli. L'azione preferita era sicuramente quella sulle linee esterne dove andavano ad inserirsi, a turno e secondo le esigenze l'esterno offensivo, l'esterno di centrocampo, il centrocampista centrale e addirittura il difensore laterale. Questo portava naturalmente ad una grande superiorità numerica in quelle zone di azione.
Con palla al centrocampista centrale, la squadra rossoblu sfruttava spesso gli incroci fra centrocampista ed attaccante laterale. Spesso era quest'ultimo a fare il contromovimento verso l'esterno, lasciando lo spazio in diagonale per l'inserimento del centrocampista dietro lui. Spesso era Marco Rossi il centrocampista che si dilettava in questo tipo di movimenti.
L'esterno offensivo può effettuare anche un taglio verso l'interno e fra le linee ed in questo caso, nel caso in cui riceva palla, deve essere rapido a giocare la palla verso il centravanti o verso l'altro mediano che dovrà essere pronto a sfruttare lo spazio che si è creato con un cambio gioco.
Solitamente un esterno offensivo è maggiormente impegnato in questo tipo di movimenti verso l'interno o verso l'esterno che servono a liberare spazi per giocatori dietro di lui, mentre l'altro esterno si muove quasi esclusivamente su linee laterali favorendo le sovrapposizioni del centrocampista dietro di lui. Solitamente l'esterno puro del Genoa è stato Sculli, mentre l'attaccante che effettuava i tagli si può identificare in Rodrigo Palacio.

Le giocate centrali sono solitamente meno sviluppate e si basano quasi esclusivamente sull'inserimento di uno dei due centrocampisti e sulla ricerca della profondità da parte del centravanti (vedi Diego Milito).

Un difetto della squadra rossoblu negli ultimi anni sono stati i gol subiti su palla da fermo. Gasperini preferisce marcare a zona, anche se si è dimostrato piuttosto malleabile da questo punto di vista.
E quindi, come potrebbe giocare modulare la sua nuova creatura? E' possibile che il suo lavoro virerà in direzione diversa, magari su una difesa a 4 e un modulo che preveda la presenza del trequartista vista la presenza di Wesley Sneijder in rosa. Ma provando a giocare con la rosa a disposizione e tenendo per buono quanto visto a Genova, Gasp potrebbe giocare così: Julio Cesar in porta; difesa a 3 con Lucio e Ranocchia esterni, Samuel leader centrale; centrocampo composto da Maicon e Yuto Nagatomo stantuffi laterali, Sneijder (o Motta) e Cambiasso coppia centrale di centrocampo; davanti ci sarebbero Eto'o (o lo stesso Sneijder) sulla fascia sinistra, Milito (o Pazzini) come centrali, mentre mancherebbe l'esterno puro che Gasperini utilizzava a Genova. Teoricamente la rosa sembrerebbe non discostarsi troppo dalle idee del Gasp, ma ci sarà da valutare e da tenere conto della posizione di Wesley Sneijder. Alcuni dubbi, sicuramente, ce li toglieremo solo il giorno della presentazione.

Alejandro Martinuccio

Il giocatore di riferimento del Peñarol finalista sconfitto di Copa Libertadores è senza dubbio il suo numero 10 Alejandro el negro Martinuccio.

Argentino nato a Buenos Aires il 16 Dicembre 1987 ha fatto conoscere il suo nome mettendo in campo tutto il suo talento nella fase a eliminazione diretta della Copa, la più delicata. Una vera e propria esplosione improvvisa che ha travolto per primi i campioni in carica dell'Internacional di Porto Alegre, sconfitti al Beira Rio 1-2 grazie a un gol e un assist per Juan Manuel Olivera, e spinto il suo allenatore Diego Aguirre a farne il faro della squadra.
Nasce nelle giovanili del River per poi passare al Club Atletico Nueva Chicago, formazione minore di Buenos Aires che ha visto tra le sue fila l'attuale ct dell'Argentina Sergio Batista e Federico Higuain, fratello maggiore di Gonzalo. Qui fa il suo debutto da professionista nella Primer B Nacional nel 2007/2008 e l'anno successivo viene notato dal Peñarol.
Nel 2009/2010 vince il campionato in Uruguay mettendo a segno 8 gol, mentre nel 2010/2011 ne segna 6 più 3 in Copa Libertadores, pesantissimi per portare il carbonero in finale.

Mancino naturale, fa di corsa, tecnica e rapidità le sue doti principali.
Capace di giocare come ala e seconda punta è letale negli spazi grazie alla corsa instancabile, la progressione palla al piede e la capacità di muoversi negli spazi. Svaria su tutto il fronte offensivo a grande velocità senza dare punti di riferimento, per poi cercare l'uno contro uno in cui mettere a frutto il suo dribbling. Buon tiratore, anche se a volte manca di lucidità a causa del grande lavoro fisico che svolge, si distingue anche per la capacità di fare gioco e di trovare l'assist. Il paragone più immediato è con il numero 22 del Napoli Ezequiel Lavezzi.

Grazie a un passaporto italiano che evita i problemi per il tesseramento degli extracomunitari lo vedremo in Italia?

23 giu 2011

Copa Libertadores, finale: i vincitori

Hanno vinto i migliori.
La squadra più tecnica, più vincente, con più talenti.

Il Santos dopo due titoli paulisti e una Copa do Brasil vince il trofeo più pretigioso del Sudamerica imponendosi per 2-1 al Pacaembu contro il Peñarol, al termine di una doppia finale con tanto sapore di storia.
Vince grazie ai suoi due superfenomeni, Ganso e Neymar.
L'attaccante riscatta una finale d'andata indecorosa mettendo finalmente in campo più che il suo carattere terribilmente immaturo il suo talento, aggiungendoci pure una buona dose di sacrificio, diventa una spina nel fianco costante per la difesa aurinegra, segna il gol dell'1-0 (sesto nella competizione) e colpisce anche un palo.
Paulo Herique Ganso torna a giocare dopo l'ennesimo problema fisico della sua giovane carriera, ma si conferma subito direttore d'orchestra di livello superiore. Con lui (finale di ritorno) o senza di lui (finale d'andata a Montevideo) cambia completamente il volto offensivo della squadra. Sfruttando tocchi veloci e sapienti mette ordine nel caos crocifiggendo l'arcigna difesa del Peñarol, che fa una fatica immensa a chiudere su di lui lasciando spazi per tutti gli altri. Il numero 10 conferma il suo straordinario talento, ma fornisce soprattutto prova di grande personalità prendendo in mano la squadra in modo tanto evidente, al rientro, nella gara più importante.

C'è però di più nella squadra in maglia bianca. Il 10 e l'11 sono le gemme scintillanti di un tesoro molto più ampio.
Danilo dimostra tutta la sua duttilità tattica giocando la finale da terzino destro. Contro avversari che sfruttano molto il gioco sulle fasce non solo si dimostra difensivamente solido, ma si toglie la soddisfazione di segnare di sinistro il suo quarto gol nella competizione, una vera perla. Recupera molti palloni, corre per tutto il campo fino alla fine e sfrutta la sua grande progressione per aprire invitati spazi nella difesa avversaria. Non dimentichiamo che se il Santos è arrivato fin qui lo deve in gran parte a un suo gol pesantissimo ad Asuncion contro il Cerro Porteño nei gironi, nella partita in cui erano squalificati tutti i leader tecnici della squadra paulista. Leggere alla voce personalità.
Elano è stato tanto deludente nella partita di andata quanto decisivo in quella di ritorno. Qualche metro più indietro, senza la pressione di dover guidare la squadra, è ritornato il giocatore che tutti conosciamo (caponannoniere del paulistao, tra l'altro), capace di impostare, rifinire e concludere. Lui e Ganso sono stati un rebus irrisolvibile che ha fatto ammattire Aguiar e Freitas. Ingranaggio perfetto in un meccanismo vincente.
Il portiere classe 90 Rafael Cabral Barbosa è già una sicurezza sia tra i pali che nelle uscite, ne sentiremo parlare.

Ma le vere armi segrete per fermare il Peñarol sono stati Adriano e Arouca. I due mediani hanno giocato una doppia finale assolutamente straordinaria.
Il numero 15 è l'eroe silenzioso. Classico mediano difensivo ha messo in mostra una capacità tattica notevole coprendo sempre gli insidiosissimi movimenti dei giocatori offensivi uruguaiani, raddoppiando dove era necessario e recuperando quello che passava dalle sue parti. Un vero scoglio su cui si sono infrante tutte le ondate offensive degli avversati. In pratica tutto ciò che non è riuscito al suo omologo Nicolas Freitas.
Arouca con una progressione devastante impreziosita dalla collaborazione di tacco di Ganso ha originato il gol di Neymar. Ma la cosa veramente importante è stata la sua velocità, che gli ha permesso di contenere tutte le progressioni del pericolo pubblico numero uno Alejandro Martinuccio. Troppo veloce, troppo dinamico, troppo fisico per essere superato, maledettamente decisivo.

Infine l'allenatore, Mauricy Ramalho.
Il vero dominatore del calcio brasiliano degli ultimi anni (tre titoli consecutivi nel Brasileirao col San Paolo dal 2006 al 2008, più il titolo 2010 con al Fluminense) dopo essersi permesso il grande rifiuto alla nazionale ha portato il Santos sul tetto del continente (dopo aver curiosamente iniziato la competizione con la Fluminense). Gioco offensivo e palleggio sono le caratteristiche dominanti del suo credo calcistico, ma sa ottenere dai suoi sacrificio (chiedere al prossimo genoano Ze Eduardo), ordine tattico e personalità quando più serve. Se vince sempre riuscendo a valorizzare qualsiasi talento gli passi per le mani (da Hernanes a Dario Conca a Neymar) qualcosa vorrà pur dire.

Il Santos è una squadra che dopo l'epopea di Pelè ha visto la sua rinascita nei primi anni 2000, con giocatori come Diego, Robinho, Alex e Ricardo Oliveira. Quel primo, nuovo grande Santos dei giovani perse la Libertadores 2003 in finale contro il Boca Juniors.
La nuova generazione è riuscita nell'impresa che quella vecchia aveva fallito. Con Elano, giovane nel 2003, ad indicare ai giovani d'oggi gli errori da superare.

10 giu 2011

Carlos Henrique Casemiro

Il Brasile conferma sempre di essere particolarmente prolifico quando si tratta di calcio. E come se non bastassero talenti come Neymar (di cui abbiamo parlato qualche giorno fa) o Lucas (di cui parleremo a breve), attaccanti già nel giro della nazionale e già decisivi nei propri club, spunta un nuovo centrocampista che unisce tutte le caratteristiche dei migliori centrocampisti verdeoro del passato in un colpo solo.

Stiamo parlando di Carlos Henrique Casemiro, 19enne del Sao Paulo che ha esordito il 25 Luglio 2010 in prima squadra, divenendo fin da subito un perno del centrocampo della squadra rosso-bianco-nera.
Casimiro, questo il suo nome all'anagrafe, si è fatto tutta la trafila nelle nazionali Under brasiliane, giocando fianco a fianco con gente del calibro di Philippe Coutinho o dello stesso Neymar.

E' particolarmente difficile descrivere questo giocatore. Nel suo club gioca come interno destro o sinistro in un centrocampo a 3 oppure un pò più avanzato, come trequartista, ma può anche essere impiegato come volante classico. Un vero e proprio jolly. Questo perchè Casemiro è un giocatore dallo straordinario repertorio. E' dotato di un fisico potente (184 cm per 80 kg) che lo limita un pò nei primi metri ma che lo aiuta molto a liberare la sua eccellente progressione che utilizza sia con il pallone, che, sopratutto, senza il pallone. In possesso di ottime capacità tecniche, ha una buona propensione sia per l'assist che per la conclusione da fuori. La sua giocata caratteristica è l'inserimento fra la linea di difesa e quella di centrocampo dove poi effettua quasi sempre la giocata migliore con la necessaria creatività, dispensando spesso anche delle verticalizzazioni, da buon brasiliano qual'è. L'altro movimento che preferisce è il movimento in verticale in area di rigore visto che è in possesso di buoni tempi d'inserimento e un ottimo colpo di testa. Può migliorare ancora in fase di contrasto, anche se ha mostrato ottime qualità anche da questo punto di vista, pur non essendo certo un interditore come si è letto erroneamente su qualche giornale.

Dotato di eccellente personalità, Casemiro sembra pronto fin da subito per esprimersi a buoni livelli in Europa. Per le italiane il momento giusto per prenderlo è oggi. Domani potrebbe essere già troppo tardi.

09 giu 2011

Sfatiamo qualche mito

Girovagando per la rete mi sono ritrovato davanti un documento che analizzava la Champions League 2009-2010, quella vinta dall'Inter di Mourinho.
Mi sono ritrovato davanti dei dati molto interessanti, che in pratica smentiscono gran parte delle affermazioni che ci ritroviamo a leggere abitualmente.

3/4 delle reti arrivano da azioni di gioco. Le azioni più efficaci per arrivare al gol sono, nell'ordine: un cross dalla fascia, un passaggio in profondità dal centro e un tiro da lontano. Le reti da fuori area sono in netto aumento rispetto alle edizioni precedenti e questo può indicare una maggiore organizzazione difensiva e una migliore qualità di tiro da parte degli interpreti.
I gol su palla inattiva sono in diminunzione, per via dell'ottima organizzazione difensiva che stanno raggiungendo le squadre. A sorpresa, le punizioni indirette portano più segnature rispetto ai corner. Le squadre che sono andate più avanti durante la competizione non sono state quelle maggiormente efficaci su palla inattiva, ma quelle maggiormente organizzate quando ci si deve difendere in queste situazioni.

Spesso si è visto l'Inter come sinonimo di contropiede. Quest'ultima parola è stata spesso utilizzata in maniera impropria. Contropiede non equivale a catenaccio. Anche il Barcelona, quando ne ha l'opportunità, esegue fantastiche ripartenza. Ogni team di grande livello deve essere bravo a sfruttare queste situazioni. Come disse Josè Mourinho, non servono giocatori rapidi per eseguire buoni contrattacchi: conta molto la disposizione, il posizionamento e la circolazione rapida del pallone. I gol da contropiede sono in diminuzione rispetto alla Champions 2009, dimostrando che le squadre stanno iniziando a curare anche difensivamente queste situazioni, spesso letali in passato, magari bloccando davanti alla difesa un centrocampista in più.

Oltre alla tattica sono importanti i giocatori. il 26% dei gol su azione sono arrivati da percussioni individuali. In questo senso giocatori come Lionel Messi o Arjen Robben possono fare la differenza.

Un dato interessante riguarda Maicon, terzino considerato da tutti come molto offensivo. In realtà, se si va a confrontare con il giocatore del Barcelona e connazionale, Dani Alves, si può notare come quest'ultimo riesca a correre in media 2 km in più rispetto al compagno di nazionale. Cifra monstre, se si considera che lo spazio percorso è costituito per il 20% da sprint ad alta intensità che toccano i 30 km/h. Si può quindi sostenere che, mentre Dani Alves supporta l'azione in maniera continua e costante, il nerazzurro Maicon si preoccupa in primis della fase difensiva e si inserisce nello spazio con minor continuità.

Il dato più interessante riguarda proprio i km percorsi. I campioni dell'edizione 2009-2010, l'Inter, è stata una delle squadre che ha corso meno. 103 km contro i 108,5 di Bayern Monaco e Barcelona. Davanti a tutti c'è il Cska, con addirittura 118 km di media. E' un dato che indica come sia importante non correre, ma farlo bene, con qualità.

Le 5 squadre che hanno effettuato meno di 400 passaggi a partita di media, sono state tutte eliminate. Questo potrebbe far capire l'importanza della gestione della palla. Peccato che la squadra che ha vinto il torneo ne ha fatti soltanto 408, e fra le 16 finaliste è seconda soltanto alla Fiorentina sotto quest'aspetto. L'Inter ha una media del 45% di possesso palla (il Barcelona ha il 62%) ed è una clamorosa dimostrazione di squadra che è a suo agio senza il pallone fra i piedi. Nel ritorno della semifinale fra blaugrana e nerazzurri, Xavi ha effettuato 117 passaggi, l'Inter intera 160, Wesley Sneijder soltanto 12. Nella finale giocata il 22 Maggio 2010, il Bayern Monaco ha giocato il pallone 643 volte, contro le 289 giocate dell'Inter: risultato? 2a0 per i nerazzurri, senza neanche troppa fatica.

Le squadre come quella di Josè Mourinho, che preferiscono attaccare in contropiede, sono quelle che finiscono più spesso in fuorigioco. Questo per far comprendere i movimenti di Diego Milito che tenta con grandissima continuità di creare problemi nelle zone d'ombra.

Una cosa che va confermata è l'assoluta importanza del gol fuori casa. Quello che va smentito è il presunto vantaggio della squadra che gioca il ritorno in casa. I dati, infatti, pendono leggermente a favore delle squadre che hanno giocato il ritorno in trasferta.

Spero di aver sfatato qualche mito. Ad esempio quello dell'importanza del possesso palla e della gestione del pallone in un certo modo oppure del fatto che "chi corre di più, vince". Attenzione, non penso neppure il contrario. Non penso che adesso si debba cercare di tenere di meno il pallone per avere più possibilità di vittoria. Credo semplicemente che esistono diversi modi di giocare a pallone, e nessuno è migliore di un altro. Ciò che lo fa diventare migliore o peggiore sono gli interpreti a disposizione e quanti essi si leghino alla filosofia dell'allenatore ed al progetto tattico che si è cercato di condividere. Non ho mai espresso una preferenza verso il gioco basato sulle transizioni o sul tic-tac stile Barca. Entrambi i sistemi hanno i loro punti di forza e le loro debolezze. Ciò che non si deve fare è tentare di imitarli. Nessuna squadra può giocare uguale ad un'altra, ma ogni squadra ha un modo per esprimere le proprie potenzialità. E' per questo che il calcio da questo punto di vista è sempre in evoluzione. I tipi autoritari, che hanno una sola filosofia calcistica e cercano di inculcarla a tutti i costi, sono destinati a fallire miseramente.

07 giu 2011

Neymar

L'anno 1992 è stato estremamente prolifico per il calcio. No, non ci stiamo riferendo al trionfo della Danimarca agli Europei in Svezia. Nel 1992 sono nati giocatori destinati a fare la differenza negli anni a venire. Gente come Jack Wilshere, di cui si è già parlato in precedenza, o il centrocampista brasiliano Casemiro, venuto fuori con prepotenza in questa stagione, sembrano avere le caratteristiche per segnare in maniera concreta la nuova generazione.

Oggi parliamo di quello che è forse il miglior U20 del mondo, o perlomeno il più popolare: Neymar.
Il ragazzino ha soli 19 anni, ma è famoso già da 3 anni, visto che i grandi club europei gli fanno una corte serrata da molto tempo. Da Silva Santos Junior, questo il suo nome completo, esordisce nel 2009 nel Santos e brucia le tappe: 64 presenze e 27 gol, esordio in nazionale a 19 anni contro gli Stati Uniti, naturalmente con gol.

E' una seconda punta mobile che può essere impiegato anche come esterno in un tridente, come ha fatto spesso sia nel Santos che in nazionale.
Raramente si è visto un giocatore con un repertorio così vasto: Neymar ha tecnica smisurata, grande qualità nell'1vs1, ma sta migliorando sempre di più anche nella gestione della palla, dimostrando grande visione di gioco e capacità di smarcare il compagno davanti al portiere. Ed anche la media realizzativa è di alto livello.

Nonostante un carattere difficile, nell'ultimo anno è migliorato moltissimo dimostrandosi già pronto per far la differenza anche nel campionato europeo.
Questo è un giocatore destinato a segnare una generazione, sempre se non perde la sua strada dietro a donne facili, vizi e sfizi come hanno fatto tanti brasiliani in passato.
Il futuro è dalla sua parte.

02 giu 2011

Pre-convocati, Argentina

Sergio Batista, c.t. dell'Argentina, ha diramato la lista dei pre-convocati per la prossima sentitissima Copa America.

Portieri: Sergio Romero (AZ Alkmaar), Carrizo (River Plate) e Mariano Andujar (Catania).

Difensori: Javier Zanetti (Inter), Nicolas Burdisso (Roma), Gabriel Milito (Barcellona), Marcos Rojo (Spartak Mosca), Nicolas Pareja (Spartak Mosca), Luciano Monzon (Boca), Pablo Zabaleta (Manchester City) e Ezequiel Garay (Real Madrid).

Centrocampisti: Esteban Cambiasso (Inter), Ever Banega (Valencia), Fernando Gago (Real Madrid), Javier Mascherano (Barcellona), Javier Pastore (Palermo), Lucas Biglia (Anderlecht), Enzo Perez (Estudiantes) e Valeri (Lanus).

Attaccanti: Lionel Messi (Barcellona), Angel Di Mar¡a (Real Madrid), Ezequiel Lavezzi (Napoli), Sergio Aguero (Atletico Madrid), Gonzalo Higua¡n (Real Madrid), Diego Milito (Inter) e Carlos Tevez (Manchester City).

Lista che fa sorgere numerosi dubbi, in primis sul potere mistico della panchina albiceleste di far uscire di senno gli allenatori (fate mente locale sulle scelte di Perkerman e Maradona).

Procediamo ruolo per ruolo.
Sui portieri niente da dire, abbiamo nell'ordine il titolare di Maradona, il migliore d'Argentina pur con alti e bassi e il portiere col record di imbattibilità in Copa Libertadores, per una nazione che non ha mai espresso fenomeni assoluti nel ruolo.

L'elenco dei difensori già suscita notevoli perplessità. Gabriel Milito ha giocato 33 partite nelle ultime tre stagioni, non ha minimamente il ritmo di gara e fisicamente è più che un'incognita. Pareja è un centrale di 26 anni con eseperienze europee di medio livello. Monzon è il terzino sinistro del Boca, squadra da anni in rifondazione, e per quanto affidabile non è nemmeno il migliore d'Argentina. Garay è un ex grande promessa bruciata nel calderone del Real Madrid, con sole 8 presenze in stagione. Infine Marcos Rojo, talento classe 90 la cui convocazione è più che legittima, ma forse un filo rischiosa visti gli altri nomi.

Tra i centrocampisti troviamo scelte tanto, troppo conservative. Sembra che Batista si sia fermato ai tempi del suo insediamento in panchina, ignorando totalmente gli sviluppi tecnici dei giocatori. Non vi è altro modo per spiegare la convocazione di Gago, reduce da un infortunio e pochissime presenze con Mourinho, e Biglia, centrocampista dal 2006 all'Anderlecht che non ha mai dato particolari segni di miglioramento. Valeri e Perez sono nomi del campionato argentino, scelte di qualità anche se al posto del secondo si potevano trovare nomi più estrosi (Ricky Alvarez) o più adatti al ruolo (in nazionale gioca da enganche quando nell'Estudiantes fa l'esterno, Seba Blanco no?).

In attacco si sa che pescando in Argentina si ha solo l'imbarazzo della scelta. Convocare Milito dopo la peggior stagione della carriera però pare una soluzione azzardata, specie lasciando a casa un Lisandro Lopez all'apice assoluto della maturità, ben oltre quanto possono dire i suoi 16 gol in Francia. Se non altro Batista si è rimangiato la scelta di non convocare Carlos Tevez...

La Copa America si svolge in Argentina ed è un appuntamento fondamentale per un'intera nazione, stanca di perdere. Come abbiamo visto anche ai Mondiali, puntare sui cavalli sbagliati potrebbe rivelarsi fatale.