16 lug 2014

L'addio di Conte e la sua eredità

La rescissione consensuale di Conte è arrivata come un fulmine a ciel sereno nel tronfio ambiente Juventus. La situazione in realtà era in una sorta di tregua armata fin dal giorno dopo la vittoria dello scudetto (o meglio, dall'eliminazione in Europa League), quando l'allenatore aveva già espresso ampiamente le sue perplessità ed erano stati avviate trattative per un rinnovo contrattuale mai sbocciate. Il problema c'era già, si è deciso di andare avanti ugualmente, probabilmente tra mezze promesse e malesseri celati, in nome di questo ciclo bianconero.
Ma perchè andarsene sbattendo la porta dopo un giorno di ritiro?

Conte è un allenatore estremamente emotivo e vocale, che ha un coinvolgimento totale nelle vicende della squadra che in quel momento è sua. Uso questa perifrasi perchè spesso ci si dimentica che l'allenatore di Lecce ha una carriera precedente alla Juve, pure corposa tutto sommato, e certi elementi sono sempre stati costanti del suo modo di allenare. Questo tipo di legame con squadra e ambiente è dispendioso e difficile da portare avanti per lungo tempo.
Non a caso il tecnico a maggio parlava chiaramente di stanchezza, dovuta sicuramente a un triennio molto intenso anche emotivamente. In un certo senso Conte sentiva di aver dato tutto alla Juve e per la Juve, soprattutto nel motivare la squadra nell'ultimo campionato. Per ripartire verso la quarta stagione serviva qualcosa di diverso. Insieme alla stanchezza parlava infatti di valutazioni da fare.
Probabile che all'allenatore per primo servissero nuovi stimoli, che spesso si traducono in investimenti sul mercato. Difficile infatti motivare i giocatori del triennio vincente a fare un ipotetico passo in avanti, in particolar modo dopo l'ultimo campionato. Nuovi giocatori, magari più giovani, potevano portare freschezza, concorrenza, fame e stimoli, regalando nuovi impulsi a tutto l'ambiente, tecnico compreso.
Conte probabilmente sentiva di aver spremuto il massimo da questo ciclo juventino e chiedeva sostanzialmente una nuova base per poter avviare un lavoro diverso. Divergenze sul mercato ci sono state di sicuro, e l'allenatore facilmente ieri ha capito come sarebbero andate avanti le cose.
Non dimentichiamo che la Juve durante questo regno vittorioso ha sempre messo sul piatto cifre molto importanti a ogni mercato, quasi inimmaginabili per gli altri club italiani. Oggi si trova nelle condizioni di aver vinto tanto, ma anche di dover pagare certi conti, il che spesso si traduce in necessità di plusvalenze da reperire. Perdere elementi cardine della squadra senza avere in mano sostituti graditi probabilmente ha fatto scattare qualcosa.
Non va dimenticato infatti che Conte è l'anima e il grande architetto della Juventus di Andrea Agnelli. La sua figura di ex calciatore di successo unita al suo spirito porta un legame unico con la tifoseria, cementato dal dominio sportivo in italia. Nel 2011/2012 ha preso in mano una rosa buona, da piazzamento, e l'ha progressivamente trasformata in una macchina da guerra, portando un sistema di gioco, estrema fisicità e una condizione mentale forse irripetibile. Non è un caso che quasi tutti gli elementi passati per le sue mani abbiano reso al massimo, ma lui per primo è stato bravo a rinnegare i suoi principali dettami tattici per trovare lo schema in cui tutti potessero mettere in mostra le loro caratteristiche migliori nascondendo i difetti, al prezzo del giusto sacrificio in nome del collettivo. Oggi quindi Conte si sente di essersi già accollato il lavoro sporco, in un certo senso, e per ricostruire non ha avuto le garanzie che chiedeva.

Chiunque voglia raccogliere la sua eredità rischia di trovarsi per le mani una rosa a fine ciclo, difficile da gestire per personalità dei singoli e recente passato, con equilibri tattici molto delicati. Si sono viste al Mondiale le difficoltà dei giocatori juventini in uno schema diverso dal 3-5-2, senza un mercato di un certo tipo rinnovare veramente e varare una nuova tattica rischia di essere addirittura impossibile.
Conte lo sapeva, e ha salutato.

15 lug 2014

Brazil2014 Top11/Flop11

Top 11

Neuer: è difficile escludere dalla Top11 Keylor Navas, ma Neuer in questo Mondiale ha confermato di essere il miglior portiere in circolazione per distacco. A volte dà l'impressione di esagerare con le coperture da libero (vedi l'intervento su Higuain in finale), ma tra i pali e in uscita trasmette tranquillità e sicurezza fondamentali per tutta la squadra.

Lahm: è il più forte terzino al Mondo e ormai un monumento del calcio tedesco e internazionale. Purtroppo le prime partite è stato dirottato in mediana, ma tornato nel suo ruolo naturale si è rivisto il piccolo fenomeno bavarese. Un concentrato di tecnica, intelligenza e umiltà unico.

Vlaar: la controfigura di Jason Statham spiega a tutti cosa vuol dire fare il difensore centrale. Fisico, duro quando serve, attento in marcatura, capace di leggere le situazioni, bravo a comandare una inedita linea a tre. Considerata la sua condizione tricotica, l'esatto opposto di David Luiz.

Garay: conferma la crescita esponenziale nell'ultima stagione in Portogallo, questa volta però senza la guida di Luisão. Diventa il leader difensivo dell'Argentina, dominando in marcatura e nel gioco aereo. Un delitto che vada allo Zenit.

Rojo: è la sorpresa dell'Argentina vice-campione. Criticatissimo all'estero e soprattutto in patria, il giocatore dello Sporting ripaga la fiducia totale di Sabella, arando la fascia sinistra con sorprendente qualità. PS: sarebbe stato comunque nella Top11 dopo il rinvio in rabona nella partita contro la Bosnia.

Mascherano: indiscutibilmente il vero capitano della seleccion argentina, lui che con Maradona non voleva la fascia. Da esempio in campo e leader silenzioso è evoluto in leader emotivo e vocale, dimostrando uno status accresciuto negli anni anche grazie all'esperienza vincente a Barcellona. Da centrocampista è uno spettacolo per la sua capacià di leggere gli spazi ed essere sempre dove deve, mettendoci anche pulizia in impostazione.

Schweinsteiger: c'è ma non si vede. Ha meno qualità di Kroos e meno strapotere fisico di Khedira, eppure è fondamentale per dare equilibrio e personalità ai campioni del Mondo. Lui e Lahm sono i pilastri sui cui Bayern e Germania hanno costruito la propria gloria recente.

Kroos: è il Mondiale della sua consacrazione e, pur steccando la finale, Toni conferma di essere uno dei migliori centrocampisti del pianeta. Ha tempi di gioco perfetti, invenzioni da trequartista e senso del gol, difficile pretendere di più. Il Bayern rischia di rimpiangerlo a lungo.

James Rodriguez: probabilmente in assoluto il miglior giocatore visto al Mondiale per leadership e completezza tecnica. Si toglie lo sfizio di chiudere da capocannoniere, con una nuova consapevolezza che può portarlo a un passo avanti verso l'Olimpo dei più grandi.

Robben: di fatto l'uomo su cui si reggeva l'organizzazione dell'Olanda, con la sua capacità di fare tutto da solo supportata da una condizione scintillante. Imprendibile nel girone, decisivo col Messico con un guizzo da campione vero. Fosse stato in queste condizioni nel 2010 l'Olanda avrebbe una stella sulla maglia.

Müller: due Mondiali, dieci gol, un terzo e un primo posto, feeling straordinario con la competizione. Il calcio gli scorre naturalmente nelle vene, tanto che è impossibile assegnargli un ruolo vero. Lui semplicemente sa dove andare e di conseguenza come giocare, oltre a intuire molto spesso dove sarà il pallone. Può anche sbagliare tutto, ma prima o poi si troverà sempre al posto giusto al momento giusto. Provvidenza.



Flop 11

Casillas: il simbolo del tracollo spagnolo a quattro anni di distanza dal trionfo, lui che era stato eroe. Mentalmente distrutto, tecnicamente inaffidabile in ogni situazione. Nella partita d'esordio commette errori addirittura imbarazzanti, che chiudono di fatto il suo torneo. Un declino lento e costante che non sembra avere nessuna intenzione di arrestarsi.

David Luiz: i brasiliani lo hanno eletto beniamino e leader della Seleçao. Lui per un attimo dà l'impressione di poter mantenere un buon livello di gioco e concentrazione in un torneo breve, invece crolla nel momento decisivo mostrando gli enormi limiti di sempre.

Piqué: un altro spagnolo in un tunnel complicatissimo. Fisicamente in perenne difficoltà, spesso deconcentrato, incapace di gestire gli spazi. senza alcun feeling coi compagni. Lontano anni luce dal centrale completissimo che dominava nel Barcellona.

Chiellini: timido, impacciato e sempre a terra. Nella difesa a quattro perde tutti i riferimenti andando in bambola totale contro la Costa Rica. Non è un giocatore tecnico, ma raramente lo si è visto tanto in difficoltà nella gestione della palla. Sarebbe uno dei leader dell'Italia.

Dani Alves: un terzino famoso per qualità, inserimenti e gestione del gioco che non si vede una singola volta in attacco. Ci si ricorderà di lui solo per i capelli tinti, ed era la sua grande nonchè unica occasione di imporsi col Brasile. Malgrado sia un classe '83 mentalmente potrebbe essere finito. 

Gerrard: il nome più difficile da inserire tra i Flop, ma paga per la fallimentare spedizione inglese. Il doppio impegno Liverpool-Inghilterra sembra ingestibile alla sua età, soprattutto se l'ingrato piano tattico (o presunto tale) di Hodgson lo costringe a esporre il fianco agli avversari. Come in Premier, ha inoltre la sfortuna di commettere l'errore decisivo nel momento decisivo.

Xavi: come per Gerrard, vedere un giocatore del suo livello tra i Flop fa malissimo. Purtroppo il centrocampista di Terrassa conferma di essere ormai prossimo al capolinea a certi livelli e tutta la Spagna crolla attorno a lui.. Ha segnato un'epoca d'oro e per Barcellona e Furie Rosse non sarà impresa facile trovarne l'erede.

Paulinho: una delle grandi novità di Scolari, che è naufragata col suo principale sponsor. I mesi difficilissimi al Tottenham hanno lasciato il segno. Fisicamente c'è, ma di fatto non riesce a portare alcun contributo concreto alla causa del Brasile. Non si vede mai nè in impostazione, nè negli inserimenti, nè in iniziative personali. Un fantasma, malgrado l'ostinazione di Felipão.

Cavani: con quattro partite e un misero gol su rigore, il Matador conferma il suo difficile rapporto con la maglia della Celeste. Senza Suarez e con un Forlan in pre-pensionamento, sembrava fosse la volta buona per l'affermazione definitiva in campo internazionale, ma l'attaccante del PSG ha gettato l'opportunità al vento, sbagliando facili occasioni e estraniandosi per lunghi tratti di partita.

Balotelli: se sei il punto di riferimento della squadra diventi il simbolo del fallimento, anche se tutto è da ascrivere ad altri. Lui che aveva trascinato l'Italia di Prandelli agli Europei fa sostanzialmente scena muta al Mondiale, crollando come spesso gli accade quando la pressione si alza. Gol mangiati, interpretazione del ruolo totalmente sbagliata e un'arroganza francamente fuori luogo quando ha segnato il 2-1 all'Inghilterra. Serve un bagno di umiltà, ma non fa proprio parte del suo carattere.

Fred: c'è poco da dire quando sei il più criticato da tifosi e stampa di tutto il Mondo. Sicuramente non meritava una simila gogna, ma in tutto il torneo non fa nulla per far cambiare idea e zittire le critiche. Avulso dal gioco, non tiene palla, sbaglia quasi tutti i movimenti e non crea occasioni da gol. Verrà ricordato come uno dei più scarsi attaccanti ad aver indossato la maglia da titolare della Seleçao.

14 lug 2014

Brazil2014 - finale: Germania-Argentina

GERMANIA - ARGENTINA 1-0
Marcatori: 113' Götze (G)

La Germania ce l'ha fatta. Con la vittoria del suo quarto titolo porta a compimento un ciclo iniziato nel lontano 2004 dalle ceneri di una nazionale vecchia e sconfitta e frustrato ripetutamente dalla invincibile Spagna.

Il Mondiale è il capolavoro di Joachim Löw, colui che ha posto le prime pietre di questa costruzione e oggi può sentirsi arrivato. Nel corso della competizione ha attinto a tutte le risorse disponibili, cambiando impostazione a seconda delle necessità: nel girone è stato più guardiolista e conservativo, nella fase a eliminazione ha rispolverato l'impostazione classica di stampo 2010 che l'ha portato alla vittoria.
La Germania vista in finale però non è stata la macchina da calcio che forse ci si aspettava. In principio la fortuna non è stata esattamene dalla sua con Khedira, pedina fondamentale, infortunato nel riscaldamento e il suo sostituto Kramer messo ko da una spallata. Costretto a varare una formazione ultra-offensiva Löw è stato ulteriormente beffato dal palo di Höwedes a fine primo tempo. In generale però la Germania non è stata dominante ed è sembrata in più momenti impaurita e abbastanza sterile. La differenza alla fine l'hanno fatta la profondità e la qualità della panchina, con Schürrle e Götze decisivi con un gol di pregevolissima fattura da subentrati, e la maggiore freschezza atletica rispetto agli avversari.
Il lampo al minuto 113 è forse eccessivo, ma premia in definitiva la squadra con più talento, tenacia e capacità di agire da collettivo.

Sabella dal canto suo ha fatto un mezzo miracolo ad arrivare alla finale col materiale a disposizione, ma non ha convinto nella gestione del match decisivo. L'Argentina ha eseguito alla perfezione il suo piano partita, chiudendo benissimo gli spazi per poi ripartire, la colpa del ct sta soprattutto nelle scelte sui cambi.
Il canovaccio è stato lo stesso di tutta la fase a eliminazione, con la sola novità dello scambio di fascia tra Enzo Perez e Lavezzi, rispettivamente per contenere meglio Lahm e attaccare Höwedes. Il giocatore del PSG nel primo tempo è stato il migliore dei suoi per la capacità di eludere le marcature e partire in verticale ribaltando il fronte, creando diversi problemi a centrocampo e difesa tedeschi. Cambiarlo all'intervallo per scelta tecnica è sembrato decisamente prematuro, anche perchè il 4-3-1-2 si poteva fare anche con lui in campo.
Il giocatore che comunque avrà sulla coscienza questa partita è Gonzalo Higuain. Per l'ennesima volta nella sua carriera post River sbaglia completamente una partita decisiva, con il gol divorato a inizio partita solo davanti a Neuer che grida vendetta. Un Mondiale da un solo gol, per quanto importante, non è in alcun modo quello che ci si aspettava da lui.
Messi, premiato beffardamente Pallone d'Oro del Mondiale, ha giocato una partita in linea con quelle post girone, e non è un complimento. Statico in fase di non possesso, con la tendenza a strafare quando in possesso di palla. La massima sintesi della sua poca lucidità la punizione nei recupero del secondo supplementare, tirata alle stelle da distanza improbabile.
Tanto quanto la panchina di Löw è stata decisiva così la panchina dell'Argentina non è stata all'altezza. Agüero è sembrato in condizioni fisiche ancora precarie, prevedibile e poco lucido nelle giocate decisive, come del resto anche Palacio, che ha anche lui sulla coscienza un gol divorato nel corso dei supplementari su gentile omaggio di Hummels e una serie di giocate sbagliate su diversi contropiedi.
L'Argentina ha avuto le occasioni per vincerla, ma non ha avuto la forza nei singoli di portare il destino dalla sua parte.Un po' come l'Olanda nel 2010.

Top


Bastian Schweinsteiger:

corre 15 km e si dimostra letteralmente pronto al sacrificio fisico pur di portare a casa questo titolo. Lui e il capitano Lahm sono i simboli del nuovo corso tedesco, le fondamenta del progetto nato nel 2004. A 29 anni ha 108 presenze con la Germania, Pirlo con l'Italia 112. Uno dei più forti centrocampisti della sua generazione.

Andre Schürrle e Mario Götze: al minuto 113 confezionano un capolavoro. Il giocatore del Chelsea ha la forza di partire in fascia in azione personale, saltare l'uomo e pennellare di sinistro un cross delizioso, il giocatore del Bayern finalizza con stop di petto e tiro al volo di sinistro da campione. E dire che fino a oggi il suo Mondiale era stato abbastanza anonimo, con tanto di panchinamento.

Ezequiel Lavezzi: un primo tempo di pura garra, cui ha saputo unire giocate di tecnica. Ha dato tutto e si è totalmente messo a disposizione della sua nazionale, pedina fisica e tattica fondamentale per tutta la fase a eliminazione.


Flop


L'attacco dell'Argentina:

doveva essere il punto di forza assoluto, è stato surclassato dall'intensità difensiva. 8 gol segnati in tutta la competizione, 2 dopo i gironi. Higuain poco presente in area e Agüero semplicemente assente. Tutti devono portare acqua per Messi, e la pagano amaramente. Dal canto suo la pulce non ha più segnato nella fase a eliminazione.

Toni Kroos: il metronomo della Germania poteva lasciare la sua impronta nella finale, ma al momento decisivo stecca. Due ottime occasioni sul destro, due tiri fiacchi. E dire che balisticamente ha dei colpi notevoli.


Benedikt Höwedes:

a sinistra non è cosa sua, finisce sempre per impacciarsi nei momenti decisivi. Curioso che capitino a lui due delle migliori occasioni della Germania, inevitabilmente sbagliate.

Rodrigo Palacio: la partita della vita coincide con una delle peggiori prestazioni in carriera. Movimento senza palla e sacrificio ci sono sempre, ma con la palla è un disastro e si divora pure un'occasione clamorosa, come già contro l'Olanda. Non è stato decisamente il suo Mondiale.

13 lug 2014

Brazil2014 - finale terzo-quarto posto Brasile-Olanda

BRASILE-OLANDA 0-3
MARCATORI: 3' Van Persie rig. (O), 17' Blind (O); 90'+1 Wijnaldum (O).

La finale che nessuno vuole giocare ha confermato vizi (del Brasile) e virtù (dell'Olanda). Il risultato è sicuramente punitivo per i padroni di casa, ma meritato per quanto detto, stradetto e ripetuto fino a oggi.

Van Gaal presenta la sua solita squadra, togliendo il solo Sneijder dai titolari a favore di De Guzman, probabilmente per seguire meglio i giocatori offensivi del Brasile. L'Olanda è ordinata in difesa, ferrea nelle marcature e riparte seguendo l'estro di un Robben ancora in condizioni scintillanti. Per mettere in crisi la difesa avversaria bastano un paio di movimenti e scambi corti ben fatti, come dimostra ampiamente l'azione che porta al rigore. Una vittoria ottenuta senza nemmeno sforzarsi troppo.
Il cambio Clasie-Veltman conferma la filosofia del tecnico, che mette i compiti tattici davanti alle caratteristiche dei singoli. Il giocatore dell'Ajax infatti è un centrale, per quanto bravo a impostare, ma prendendo il posto di Clasie va a giocare davanti alla difesa senza storie. La squadra, l'idea tattica prima di tutto. Chiedere a Kuyt e Sneijder.

Il Brasile invece si presenta in campo con diverse novità. Psicologicamente questa partita era di sicuro la peggiore di tutte da preparare, ci si poteva anche aspettare turnover integrale da Scolari che invece sceglie probabilmente di punire alcuni suoi uomini. Escono Marcelo, Hulk, Fernandinho e Fred, entrano Maxwell, Willian, Paulinho e Jo, ma soprattutto ritorna il capitano Thiago Silva. La partita, pur con le delicate condizioni psicologiche citate prima, conferma che il giocatore del PSG, per quanto bravo, da solo non può cambiare proprio nulla.
Anche con l'Olanda gli avversari sfondano con sorprendente facilità e in area non c'è alcuna marcatura. Thiago Silva riesce a mettere delle pezze sulle azioni in campo aperto o nei raddoppi, ma a seguire l'uomo non c'è mai nemmeno lui. In tutti e tre i gol le amnesie difensive dei brasiliani sono evidenti e ripetute, ma in particolare il terzo gol di Wijnaldum è la fotocopia di cento azioni viste fare dalla Germania. La fascia sinistra verdeoro è un disastro, tra terzini che non marcano, David Luiz perennemente a farfalle e avversari lasciati costantemente soli in area. Se prendi dieci gol in due partite il problema è davvero grave.
La fase offensiva vive ancora di lanci lunghi più o meno a caso (spesso di David Luiz, perchè fare impostare ai centrocampisti proprio non gli piace) e iniziative personali. Oscar è il più attivo e Willian si segnala per la capacità di giocare di prima nello stretto, ma i movimenti sono pochi e spesso fuori tempo. Riesce a giocare qualche minuto Hernanes, il giocatore meno considerato dal ct dopo i portieri e Henrique.
Bordate di fischi per Paulinho, ancora un fantasma nel suo personale tunnel, e Scolari.

Top

Ron Vlaar: ennesima partita di livello in un Mondiale per lui spettacolare. Comanda la difesa a tre con grande piglio, è feroce in marcatura e gioca la palla bene. Difensore vero e maturo.

Daley Blind: magari non sarà un vero esterno di fascia, ma tatticamente è un professore. Dopo gli assist si toglie il gusto di trovare il suo primo gol, pure di destro, ringraziando David Luiz. Per il possesso palla è un metronomo fondamentale

Arjen Robben: l'uomo che ha trascinato l'Olanda, e su cui Van Gaal in definitiva ha costruito il gioco. Con gli spazi e le marcature dei brasiliani va a nozze.


Flop


David Luiz: il simbolo di questo Brasile. Gioca sempre da solo, tenta di strafare, urla, si agita, piange e prega. In una linea difensiva, in queste condizioni, è una maledizione. Sempre fuori posto, spesso metri più avanti dei compagni, in perenne tentativo di recupero da un suo errore di posizionamento. In più pretende di impostare come fosse un regista, cercando sempre la giocata decisiva. Ah, e tenta anche il tiro dai venticinque metri.

Fernandinho: lui che dovrebbe aiutare i centrali è in costante ritardo. Pare aver perso la freschezza fisica delle prime partite, e senza quella tanti saluti anche alle giocate di tecnica. Molto falloso (c'era un rigore su Robben), decisamente spaesato, travolto da forze molto più grandi di lui.

Thiago Silva: il salvatore della patria contro la Germania, perchè gli assenti hanno sempre ragione, è costretto a farsi carico di tutti gli errori dei suoi compagni. Vita dura, ma lui ci mette del suo facendosi scherzare dalla coppia Van Persie-Robben. E prima di dire "vabbè, ma loro sono fenomeni" pensate a cosa hanno prodotto contro Castro-Umaña-Borges o Demichelis-Garay.  In più gli viene risparmiato il secondo rosso di questo Mondiale. Anche su secondo e terzo gol non marca l'uomo facendosi solo assorbire dalla porta, come tutti i suoi compagni. In difficoltà come non gli capitava da anni.

10 lug 2014

Brazil2014 semifinali - Brasile-Germania

Brasile - Germania 1-7
Marcatori
: 11' Müller, 23' Klose, 24' Kroos, 26' Kroos, 29' Khedira, 69' Schürrle, 79' Schürrle (G); 90'+1' Oscar (B)

Semplicemente, la partita di cui parleremo tutti per i prossimi cento anni.
La sfida è sostanzialmente la più affascinante possibile, con in campo otto titoli Mondiali e quattordici finali compessive. Dal 1950 al 2002 solo una volta la finale non ha visto in campo nè la Germania nè il Brasile.
Nei fatti si è rivelata una partita tra una squadra vera, affiatata, con idee precise e un insieme di singoli, alcuni sopravvalutati, altri lontani dalla miglior forma. La Germania ci mette appena venticinque minuti a far crollare, senza appello, il posticcio castello di carte eretto da Scolari, che paga in un colpo solo tutti i regali del fato.
La partita ha avuto diversi spunti, che per comodità saranno presentati eccezionalmente giocatore per giocatore.


Citazioni che rimarranno:

dopo uno scoppiettante inizio a suon di Fregi, Danci e Hulki, Caressa prova a dare una speranza ai tifosi brasiliani "il calcio è strano, ho visto tante partite cominciare male per poi avere rimonte anche clamorose". Tranne questa.


Brasile
Julio Cesar: difficile dare a lui le colpe, come invece era accaduto nel 2010, ma la prima parata la fa nel secondo tempo a risultato già ampiamente compromesso.

Maicon: ancora titolare, offre una prova a dire poco incolore. In attacco si vede una volta con una bella azione, poi il nulla. In difesa i problemi maggiori sono sull'altra fascia, ma come tutti i suoi compagni è assente in marcatura. In pratica è uno dei migliori solo perchè non si è visto mai. La sensazione che sia alla fine è stata veramente forte.

Dante: nel Bayern è anche un centrale affidabile, ma chiamato a tamponare l'assenza di Thiago Silva collassa con tutti i suoi compagni, a testimonianza di quanto possa aiutare un sistema di gioco organizzato. Forse la leadership non va chiesta a lui, che se non altro prova ogni tanto a seguire l'uomo. La sua aggravante è che con una carriera passata in Germania certi avversari dovrebbe conoscerli bene.



David Luiz: sono bastate alcune partite senza errori grossolani e un gol su punizione per giustificare, a detta di molti, la folle cifra sborsata dal PSG poco tempo fa. Peccato che l'ex-Chelsea, chiamato a guidare da leader il Brasile orfano di Thiago Silva, abbia messo in mostra tutto il suo infinito repertorio di difetti. Svagato, poco concentrato e con zero cognizione tattica si è fatto trasportare qua e là dai tedeschi, rincorrendo palloni inutili, abbandonando la linea difensiva e cercando inutile gloria offensiva. Oltre al folklore c'è altro?

Marcelo: difensivamente del tutto assente, come già successo in questo Mondiale. Giocando contro il miglior terzino destro al mondo e giocatori che si inseriscono viene letteralmente demolito. Non marca nessuno, non copre la fascia, spesso sale sugli uomini senza motivo diventando facilissima preda degli scambi tedeschi. Il giocatore sbagliato nel posto sbagliato, non a caso tutte le azioni più pericolose della Germania nascono dalla sua parte.

Luiz Gustavo: era l'arma tattica, ha finito per non capirci più niente nemmeno lui, tipo Speroni col 5-5-5. La sua peggiore partita al Mondiale, non riesce a proteggere i fragilissimi centrali nè a far iniziare l'azione. Disperso nei turbinii dell'attacco tedesco.

Fernandinho: crolla miseramente come e peggio di Luiz Gustavo, con l'aggravante di aver commesso un paio di singoli errori che hanno causato in modo evidente alcuni gol della Germania. Anche lui disperso nel nulla del centrocampo brasiliano, contro tutti.

Bernard: la mossa a sorpresa di Scolari, che lo sceglie per il suo feeling con l'ambiente vista la fresca esperienza con l'Atletico Mineiro. Peccato che lo mandi sostanzialmente allo sbaraglio. Corre un sacco, quasi sempre totalmente a vuoto, ma non riesce a portare nemmeno una goccia di qualità. E doveva sostituire Neymar. Un pesce fuor d'acqua, sia per il contesto tattico che per il livello di gioco, inadeguato a una semifinale mondiale.

Oscar: è intoccabile, ma non basta di certo il gol al 90' per salvare l'ennesima prestazione insufficiente del suo Mondiale. Contro la Germania non vede palla e si muove senza senso in cerca di palloni giocabili. Sull'1-0 addirittura è davanti alla difesa a cercare di improvvisarsi regista, ma con risultati nulli. In questo torneo l'unico avversario che è riuscito a impensierire rimane il croato Vrsaljko.



Hulk: un fedelissimo di Felipão che ha fallito l'ennesima competizione con la sua nazionale. Il fisico c'è, ma tutto il resto? Che fine ha fatto il giocatore del Porto? Scarsa mobilità, scarso spunto, in più giocando a sinistra non riesce mai a sfruttare il suo tiro. La pensione anticipata in Russia ha di fatto chiuso la sua carriera ad alti livelli, peccato.

Fred: se il Brasile è uscito con un tonfo storico non è certo solo colpa sua, pur essendo il giocatore meno amato di questa Seleçao. Nel dubbio lui non fa nulla neanche questa volta per cercare di zittire le critiche feroci.

Dani Alves: non ha giocato, e appunto per questo va nominato. Ha passato quasi dieci anni, dieci, nell'ombra di Maicon in nazionale malgrado delle qualità forse uniche. In questo Mondiale di casa sembrava godere della preferenza assoluta di Scolari, la fascia destra finalmente assegnata a lui senza discussione alcuna. Invece alla prima occasione il ct lo ha panchinato senza troppi complimenti, malgrado non avesse colpe particolari, e si è perso le ultime partite. Panchinato dal peggior Maicon di sempre. Una vita di sofferenze, almeno in verdeoro.

Felipe Scolari: il miracolo non è successo, il Brasile non ha trovato per magia un gioco nella notte, e contro questa Germania non basta un colpo singolo e un po' di fisicità. Veramente pensava di poter ottenere qualcosa dalle spazzate dei centrali? Scegliendo Bernard spacca completamente in due la squadra, lasciando a centrocampo infiniti varchi che consegnano prima il possesso palla e poi la partita agli avversari. Mossa geniale abbandonare la mediana in mano agli attuali maestri del palleggio. La fascia di capitano affidata a David Luiz per il personaggio che è il numero 4 è un azzardo da testa o croce, e questa volta è andata veramente male. La pochezza del suo lavoro emerge inoltre dalle inesistenti marcature su tutti e sette i gol e dai movimenti sempre più casuali di giocatori come David Luiz, Marcelo, Bernard e Oscar. Hulk a sinistra rimarrà un mistero della fede, come la fiducia cieca in un Fred reduce da otto gol nella sua stagione col Fluminenese.
Passa per un grande motivatore, ma i brasiliani non hanno prodotto molto più che lacrime dagli ottavi in poi, se non quando aiutati dall'arbitro. Saluti alla psicologa, avrà da lavorare.





Germania

Manuel Neuer: c'è poco da dire sul portiere tedesco in una partita simile. L'ex-Schalke trasmette la solita sicurezza a partita aperta e poi si limita all'ordinaria amministrazione, compiendo qualche intervento di rilievo soltanto in apertura del secondo tempo. Il povero Bernard fa tenerezza quando si schianta sulla sua spalla.



Philipp Lahm: schierato a destra fa esattamente quello che ci si aspetta da lui, e cioè gioca come il miglior terzino del mondo. Ara la fascia, tocca mille palloni ed è tremendamente incisivo in area avversaria, sbugiardando tutte le incertezze brasiliane con tagli e appoggi. Un cursore assolutamente fondamentale per il gioco tedesco.



Jerome Boateng: resta l'anello debole della difesa della Germania. Il gol di Oscar è tra le sue colpe, sia per la posizione di partenza che per la marcatura in 1vs1. Nella gestione della palla a volte continua a sembrare impacciato

Per Mertesacker: sarà lento e sgraziato, ma di testa è insuperabile ed è uno dei pochi difensori a sapere ancora cosa voglia dire marcare l'uomo. Comanda bene una linea molto mobile.

Benedikt Höwedes: la partita è facile e lui si "limita" a coprire le spalle a Özil, garantendo copertura e solidità. D'altronde è pur sempre un centrale difensivo adattato in fascia.
Bastian Schweinsteiger: è lui il miglior mediano tedesco (ciao Guardiola) e gioca con il pilota automatico, mettendo in campo grinta e decisione quando il Brasile prova l'arrembaggio iniziale. Con la partita in discesa si limita all'ordinaria amministrazione e a tenere i compagni in partita.

Sami Khedira: il suo livello di gioco con la maglia bianca è spesso altissimo, fin dal Mondiale 2010, ma questa volta regala una prestazione addirittura superiore. Gioca in verticale e in orizzontale, riesce a coprire il campo, fa girare palla con precisione e si inserisce. Coi suoi movimenti taglia a fette la "difesa" del Brasile, che non riesce mai a marcarlo. Ritorno fondamentale per Löw.

Thomas Müller: parte male, sbagliando praticamente ogni pallone che tocca. Però, tanto per cambiare, è al posto giusto al momento giusto e sblocca la partita, complici le marcature allegre della difesa brasiliana. Da segnalare soprattutto lo splendido tocco in occasione del 2-0 di Klose e la grinta con cui interviene su ogni pallone, nonostante il risultato.



Toni Kroos: uno straordinario tessitore di gioco. Tocca un'infinità di palloni gestendo totalmente il ritmo della gara e il baricentro della sua squadra. In più quando serve sa cambiare gioco coi lanci,  è letale nelle verticalizzazioni e segna, sia da fuori che da dentro l'area. Visto in nazionale sembra l'evoluzione di Xavi.

Mesut Özil: trabocca classe, ma confinato sull'esterno sinistro soffre, anche per la sua cronica mancanza di spunto. In compenso nel possesso il pallone risponde alla sua volontà, riesce sempre a portare velocità e qualità mandando in confusione gli attoniti brasiliani. Incredibile che uno coi suoi piedi veda così poco la porta, anche quando gliela spalancano davanti (sull'occasione del mancato 0-8 bel taglio da falso nueve).

Miroslav Klose: decisamente non il migliore degli uomini di Löw, ma la sua sola presenza mette in apprensione. A livello di movimenti risulta abbastanza lento e macchinoso, ma se servito in area la porta la trova sempre. Diventa il miglior marcatore della storia dei Mondiali proprio davanti a Ronaldo, in tribuna, in casa sua.

Andre Schürrle: Löw lo manda in campo esattamente quando serve, col Brasile (ancora più) allungato. Negli spazi è letale, soprattutto con così tanti uomini che possono servirlo, ha una capacità di attaccare l'area da punta vera. David Luiz ci ha giocato insieme un anno e non ci ha capito niente. Il secondo gol è un regalo degli dei del calcio.

Joachim Löw: la Germania gioca come una squadra di club e il merito è anche suo. Dopo alcune scelte di stampo "guardiolistico" torna a moduli e posizioni classiche, ritrovando solidità, efficacia e bel calcio. Si parla molto di una nazionale tedesca in versione tiqui-taka, ma in realtà l'11 di Löw ricorda molto lo splendido Bayern di Jupp Heynckes: una squadra quadrata, capace di leggere le partite, tenere palla e accelerare al momento giusto, senza essere eccessiva allo sfinimento nel possesso.

Brazil2014 semifinali - Olanda - Argentina

Olanda - Argentina 0-0 (2-4 dcr)

Un tabellino un po' triste, me ne rendo conto, soprattutto se confrontato con l'altro.
Olanda-Argentina doveva essere una partita soprattutto tattica e così è stata, a scapito di gol e spettacolo. La semifinale meno "nobile", due titoli e sette finali in campo, è stata quasi l'opposto di Brasile-Germania.

Sabella e Van Gaal sono stati coerenti con le loro recenti evoluzioni.
L'Argentina ha sempre riposto tutte le sue speranze nel reparto offensivo, ma con gli infortuni di Agüero e Di Maria Pachorra ha deciso di puntare su corsa e intensità quanto possibile. Un 4-4-2 classico a intasare gli spazi e ripartire con gli esterni, puntando sull'estro di Messi e sulla presenza in area di Higuain. Enzo Perez  a destra e Lavezzi a sinistra fanno i tornanti, riversando in campo ogni stilla di energia. Ammirevoli per intensità e applicazione inevitabilmente perdono qualità quando arrivano nei pressi dell'area avversaria. La scelta di Perez è dovuta sia al suo legame col ct, che lo allenava all'Estudiantes, sia alla sua capacità tattica di giocare esterno (come in Argentina) e mediano (come in Portogallo).
L'Olanda continua con la sua inedita veste da 3-4-1-2 in cui Van Gaal mescola uomini e ruoli. Oltre al blocco difensivo di tre centrali veri, coadiuvati da Blind a sinistra e De Jong in mediana, le marcature sugli uomini avversari e il pressing sono continui e ferrei. In questo è stata semplicemente incredibile per tutto il Mondiale l'applicazione di Sneijder, trasformato di fatto nel più classico dei trequartisti di quantità che in Italia abbiamo visto a bizzeffe. Anche per gli oranje la qualità è affidata al reparto offensivo, e in particolare a Robben, l'uomo più in forma.

Vista quindi la veste tattica, era facile aspettarsi una partita da aree intasate e ripartenze, in cui potevano essere decisivi i colpi dei singoli, i calci di punizione o i palloni recuperati sulla trequarti.
L'attenzione sugli uomini più pericolosi, Messi da una parte e Robben dall'altra, è stata ai limiti del maniacale, sia nel rendergli la vita più difficile possibile nel ricevere palla che nei raddoppi successivi. Entrambi hanno cercato di risolvere la partita con giocate individuali, finendo inevitabilmente a schiantarsi contro un muro. A causa della fatica in copertura non sempre i loro compagni sono riusciti a dargli sostegno.
Purtroppo per l'Olanda Van Persie ha deciso di fare ancora una volta scena muta, dimostrando di soffrire tantissimo quando deve giocare più sul fisico che sulla tecnica anche a causa del suo limitato dinamismo. Tolto lui sostanzialmente rimaneva solo il numero 11 o un tiro estemporaneo di Sneijder, specialmente quando Kuyt è passato sulla sinistra nel secondo tempo. Finalmente Van Gaal ci ha fatto vedere Clasie, ma stavolta si è giocato i tre cambi prima dei rigori. Possiamo solo immaginare lo stato d'animo di Cillessen, conteso tra la voglia di dimostrare e la consapevolezza della scarsa fiducia del suo allenatore (e senza aver mai parato un rigore in carriera).
Nell'Argentina, che si è mangiata due discrete occasioni nel finale, l'eroe che nessuno, ma proprio nessuno, si sarebbe aspettato è stato Romero, estremamente reattivo nel parare i rigori e con sguardo spiritato. Anni di fiducia di Sabella, contro tutto e tutti, hanno pagato nel momento più importante. Nella pausa tra supplementari e rigori si è capito indiscutibilmente che Javier Mascherano è il leader emotivo della squadra, con buona pace della fascia sul braccio di Messi. Lo stesso numero 14 ha svolto un ruolo fondamentale in copertura per la sua capacità di scalare tra i centrali, portando di fatto l'Argentina a  replicare il modulo dell'Olanda.
La giocata più bella della partita è stato il tacco di Sneijder su inserimento di Robben, con recupero in scivolata di Mascherano.

Van Gaal a inizio Mondiale ha deciso di varare un'Olanda inedita, sicuramente difficile da digerire per i suoi tifosi, ed è inevitabile che finirà massacrato per l'eliminazione. La soluzione è stata di emergenza visti gli infortuni e gli uomini a disposizione, una scelta estremamente conservativa e pragmatica (non a caso quarti e semifinale finite ai rigori) che ha dimostrato una sorprendente capacità del ct di trovare soluzioni in relazione al materiale umano. Scelte così particolari ed estreme sono forzatamente legate ai risultati.
Sabella invece è a un passo dal sogno di un popolo intero. Vincere il Mondiale in Brasile sarebbe un avvenimento oltre lo storico, soprattutto per come vanno le cose in Sudamerica, ma oggi di sicuro non è l'Argentina a essere favorita.

09 lug 2014

Felipe Scolari post 2002

Luiz Felipe Scolari, per tutti Felipão, è un allenatore con un'esperienza infinita, iniziata nel 1982, che ha avuto una svolta, è il caso di dirlo, mondiale nel 2002. Se prima la sua fama era limitata al solo Brasile, il Mondiale vinto in Corea e Giappone, quello delle cinque stelle, gli ha concesso un credito sostanzialmente infinito agli occhi di tutti, che è resistito indenne a qualunque cosa.
Oggi tuttavia, con l'umiliante 1-7 subito dalla Germania, si chiudono per Scolari dodici anni di fallimenti e forse è ora di cominciare a dare un occhio allo sporco accumulato sotto al tappeto.

Il Mondiale 2002 è per il Brasile una campagna trionfale. Nessuna sconfitta, appena quattro gol subiti contro i diciotto segnati. È il Mondiale dell'attacco atomico di Ronaldo (otto gol), Rivaldo (cinque) e della scoperta di un Ronaldinho semplicemente illuminante, ma dietro di loro giocano anche Lucio, Cafu, Roberto Carlos e Gilberto Silva, che qualcosa al calcio hanno regalato.
È una Seleçao fortemente plasmata da Scolari, che punta tutto sul Fenomeno, lancia Dinho e si inventa una difesa a tre molto solida. Va comunque detto che il Brasile vive una generazione di assoluto splendore, è alla sua terza finale Mondiale consecutiva e vanta talenti di livello siderale.

Dopo il titolo è naturale che Felipão acquisica fama internazionale, che decide di investire in un'impresa tanto difficile quanto affascinante: far vincere il Portogallo. I "cugini poveri" dei verdeoro si trovano nella loro classica condizione di avere talento diffuso, ma pagano una cronica incapacità di concretizzare. Scolari sembra l'allenatore ideale per cambiare il corso delle cose, per la sua carica emotiva capace di galvanizzare un intero popolo e il suo pedigree di fresco vincente, soprattutto dovendo affrontare un evento come gli Europei del 2004 in casa.
La competizione infatti si tiene in Portogallo, ma il primo campanello d'allarme scatta proprio all'esordio. La Grecia sconfigge 1-2 (con gol portoghese al minuto 90) all'Estadio do Dragão i padroni di casa, malgrado un livello di talento clamorosamente inferiore. La squadra supera lo stesso il girone, pur con solo quattro gol segnati, battendo poi Inghilterra (ai rigori) e Olanda nella fase a eliminazione. La finale si gioca a Lisbona, nuovamente contro la Grecia, e Scolari non riesce a superare il muro eretto da Re Otto Rehhagel neanche questa volta. Col più beffardo degli 0-1 (gol di Charisteas) gli ellenici salgono sul tetto d'Europa e il Portogallo entra forse definitivamente nel tunnel degli eterni perdenti. L'occasione è tanto clamorosa da essere storica, il classico treno perso per sempre, un colpo leggendario da incassare, nonchè il peccato più grave da ascrivere al tecnico basiliano, che ha il merito di tenere in mano la squadra ancora per quattro anni.
I tornei successivi del suo Portogallo sono di discreto livello, ma sempre senza risultati finali. Il Mondiale 2006 porta un'ottima semifinale, persa con la Francia, a cui segue la sconfitta nella finale di consolazione contro la Germania, per un quarto posto conclusivo dal sapore agrodolce, Euro 2008 una sconfitta ai quarti sotto i colpi della stessa nazionale tedesca.

Considerata conclusa la sua esperienza con la nazionale, Scolari decide di tornare ai club e firma per il Chelsea di Abramovic, innamorato della sua filosofia e del suo spirito brasiliano. I maligni sostengono che il vero motore di Felipão siano i soldi, lui dice di essere preoccupato dell'educazione del figlio. Anello di collegamento tra il tecnico, il Portogallo e il Brasile è Deco, appena sbarcato al Chelsea e nuovo top player della rosa blu. La mistica del tecnico tuttavia inizia a scricchiolare e non sembra sufficiente a portare avanti un club, che ha notoriamente logiche diverse da una nazionale. L'esonero arriva a Febbraio 2009 a causa degli scarsi risultati in un momento chiave della stagione.
Forse, a testimonianza del suo reale interesse, a Giugno 2009 firma un contratto di un anno e mezzo con gli uzbeki del Budyonkor. I motivi per trasferirsi in un luogo sperduto del mondo? Rivaldo in rosa e 13 milioni l'anno. Poco sorprendentemente porta a casa il titolo (che il Budyonkor aveva vinto anche l'anno prima, vincerà nei due anni successivi e ancora nel 2013, aggiungendo nel 2008, 2010 e 2012 anche la Coppa di Uzbekistan), con Rivaldo capocannoniere. Nel Maggio 2010 lascia il club dopo l'eliminazione dalla Champions League asiatica, adducendo motivi personali per la scelta legati ancora all'educazione del figlio.
Ritorna quindi in Brasile in uno dei suoi grandi amore, il Palmeiras, firmando nel 2010 per due anni e mezzo. Nel Brasileirao 2010 conduce la squadra al decimo posto, nel campionato successivo all'undicesimo. L'anno 2012, l'ultimo, porta luci e ombre. Scolari vince a Luglio la Copa do Brasil nella doppia finale contro la sorpresa Coritiba, arrivata a un passo dal sogno grazie a sorteggi favorevoli e al suicidio del San Paolo, ma perde completamente le redini della squadra in campionato. Viene esonerato a Settembre e a Dicembre il Palmeiras chiuderà il campionato diciottesimo, arrivando a una storica retrocessione.

Ma il suo carisma di santone è semplicemente troppo forte, e può ancora trovare una culla prediletta in un particolare contesto. Mano Menezes ha infatti appena fallito la Copa America, demolendo la sua credibilità come tecnico, e serve un nome per salvare la Seleçao in vista dei Mondiali di casa (letto oggi mi rendo conto sia fortemente amaro). L'importanza dei nomi, della tradizione e della mistica per la CBF è testimoniata anche dalla scelta nello stesso anno di Carlos Alberto Parreira, altro campione del mondo, come direttore tecnico.
La scelta sembra pagare alti dividendi, visti i grandi risultati della Confederations Cup 2013. Il Brasile impressiona tutti con risultati e spettacolo, vincendo tutte le cinque partite con quattordici gol totali, sorprendendo soprattutto col 3-0 in finale alla Spagna. In quel momento sembra che Scolari abbia veramente posto i semi per la nascita di un nuovo grande Brasile.

Com'è andata a finire tuttavia lo sappiamo tutti. Al Mondiale il Brasile non ha mai convinto, scontrandosi con clamorosi limiti di gioco e incapacità delle stelle offensive di incidere in qualunque modo, Neymar escluso. I nodi sono venuti al pettine tutti insieme, sorprendendo quanti si attaccano solo ai risultati. La Germania ha smascherato un bluff clamoroso, esattamente come quattro anni fa smascherò Maradona sconfiggendo 4-0 la sua Argentina, infliggendo al Brasile la peggior sconfitta della sua storia, per di più in casa dove non perdeva dal 1975, declassando l'attuale Felipão a un motivatore dal forte e sopravvalutato impatto di immagine. Tra l'altro con un pessimo rapporto nel guidare la nazionale di casa, visto il secondo fallimento storico a dieci anni dall'Europeo.
Questo chiuderà definitivamente la parentesi di Scolari? Il più fragoroso dei suoi recenti fallimenti basterà o i suoi baffetti e gli occhi vispi riusciranno ancora una volta a vendersi a qualcuno?

07 lug 2014

Brazil2014: Top&Flop Generali - Quarti di finale

Top

La scelte di Löw:il miglior terzino del mondo a fare il terzino, due mediani a fare i mediani, una punta a fare la punta. Il dio del calcio ringrazia con tutti gli spettatori, la Germania sembra una squadra molto più quadrata e logica.

La fisicità del Brasile: decisiva per i gol su piazzato come nel recupero palla e nelle progressioni individuali. In pratica ciò su cui si basa tutto il gioco di Scolari, e ha ampiamente pagato contro Cile e Colombia. Se gli arbitri poi sono conniventi tutto fila liscio.

L'ordine tattico dell'Argentina: la squadra di Sabella non brilla per spettacolarità, ma i giocatori contro il Belgio avevano un piano e l'hanno seguito pedissequamente. Ordine, corsa, raddoppi, marcature precise e tanto, tantissimo sacrificio da parte di tutti, meno il numero 10 che aspettava la palla. Hanno scommesso sull'incapacità dei diavoli rossi di imbastire una manovra collettiva e hanno vinto. Simbolo di tutto questo Ezequiel Lavezzi, mai come oggi in versione Jonas Gutierrez (gli amanti del bel calcio ricorderanno).

Il commento di Sky:
in Francia-Germania al minuto 3.30 dei 4 di recupero, Compagnoni ci informa che "o succede qualcosa entro 30 secondi o la Germania è in semifinale". Grazie capitan Ovvio.

Il cambio di Krul: un lampo di genio, una mossa di cui si parlerà più o meno per sempre. Tecnicamente discutibile all'infinito, psicologicamente spiazzante come poche altre cose.

Flop

Francia: l'ottima macchina di Deschamps si inceppa sul più bello.  Ci è voluto del tempo per sentire l'assenza di Ribery, e già è un merito, ma contro la Germania i vari Valbuena e Griezmann non sono mai riusciti a trovare la giocata risolutiva. In compenso giocatori come Matuidi hanno cercato di prendersi responsabilità non nelle loro corde, creando un senso generale di confusione ed apprensione. 

Colombia, primo tempo: Pekerman cambia la sua formazione ideale e si trova a dover sistemare un pasticcio. Saltano le coperture e la capacità della mediana di fare filtro, mentre i giocatori offensivi non riescono mai a ripartire. Approccio generale troppo molle e interpretazione successiva basata unicamente sugli spunti individuali, come se si stesse giocando un gigantesco 1vs1. La squadra ha perso tutte le idee e i riferimenti, dando l'impressione che se certi giocatori sono chiamati a pensare troppo inevitabilmente si chiudono in se stessi e perdono il concetto di collettivo. 

Brasile-Colombia: la aprtita più attesa delude clamorosamente le aspettative. Nessuna delle due squadre è in grado di presentare un gioco tatticamente impostato e in fretta la partita si trasforma in un insieme di sfide individuali, in un'atmosfera da duello incoraggiata da un arbitro sostanzialmente assente. Molto sudamericano, molto da campetto, poco da quarti di un Mondiale.

Carlos Velasco-Carballo: l'arbitraggio dello spagnolo è finito sotto la luce dei riflettori soltanto per l'infortunio di Neymar, ma per l'intera partita il direttore di gara è parso lontanissimo dall'avere il controllo. La decisione di non ammonire nessun intervento è insensata e alcune singole decisioni lasciano a dir poco basiti: su tutte il mancato rosso a Julio Cesar.

L'impunità di cui gode Fernandinho: il mediano del City è stato rispolverato da Scolari soltanto nelle ultime partite e, dopo aver superato i gironi, il Brasile non ha più potuto fare a meno della sua fisicità e del suo ordine tattico in mezzo al campo. Nel frattempo Fernandinho ha randellato (con ordine e diligenza) qualsiasi cosa osasse passare nella sua zona di campo senza vedere neanche l'ombra di un giallo. Oltre ad alcuni singoli interventi lasciati impuniti, sorprende soprattutto la leggerezza con cui gli arbitri hanno concesso la reiterazione di infiniti falli tattici. Facile fare il mediano se non esistono i cartellini.

David Luiz al fischio finale: sportiva, certo, ma la scenetta di David Luiz che consola James Rodriguez e chiama gli applausi del pubblico al fischio finale pare tutto tranne che spontanea. Nel frattempo ha guadagnato prime pagine e titoli su giornali, tv, siti internet e social network.

Belgio: i diavoli rossi, la squadra più giovane e per certi versi affascinante del Mondiale è anche la maggior delusione. La partita con l'Argentina  riassume tutti i limiti della squadra di Wilmots, ottime individualità sostanzialmente incapaci di trovare una sublimazione nel gioco collettivo. In questa ottica non deve stupire il fallimento di Lukaku, ragazzo del '93 che per caratteristiche è un ottimo finalizzatore di quanto prodotto da quelli dietro di lui. Se i creativi sono spenti fisicamente e mentalmente c'è poco da chiedergli. Troppo individualismo, troppa voglia di avere il pallone tra i piedi, poca cooperazione, pochissimi movimenti.

Brazil2014: Top&Flop Giocatori - Quarti di finale

Top

Manuel Neuer: dopo una grande partita da libero contro l'Algeria ricorda a tutti di essere anche un eccellente portiere. Copre benissimo la rete e legge come nessuno gli spazi, producendosi in uscite spesso spettacolari. Benzema se lo sognerà per qualche mese. Numero 1 al mondo.

Mats Hummels: torna al centro della difesa e se ne impossessa. Difensivamente è in giornata positiva e copre in ogni situazione possibile (di testa, in anticipo, in marcatura, 1vs1), in attacco si toglie la soddisfazione di segnare il gol decisivo. Per personalità e spessore tecnico fondamentale.

Karim Benzema: riesce a crearsi dal nulla occasioni da rete con giocate di pura classe. Vederlo giostrare dentro l'area è un piacere, specie vista la sua tendenza a uscirne praticamente sempre. Forse ha sofferto l'assenza di Giroud, ma ha fatto tutto quello che poteva per la Francia.

James Rodriguez: è scontato dirlo, ma è stato l'anima della Colombia, l'unico a giocare anche quando tutto attorno a lui sembrava crollato. Lotta e produce giocate di classe malgrado venga picchiato senza alcun limite per tutta la partita. Ammirevole il suo autocontrollo negli abbracci finali che è costretto a subire dal buonismo del tutto fuoriluogo di certi giocatori brasiliani.

Mario Yepes: monumentale. È il cuore della Colombia, il primo a mettere la gamba e l'ultimo ad arrendersi. Telecomanda Zapata e si prende il lusso di chiudere Neymar in 1vs1 per ben due volte.

Gonzalo Higuain: lui che in Europa ha sempre fallito le partite importanti decide il quarto di finale contro il Belgio con un gran gol e una prestazione solidissima. Evidentemente galvanizzato dalla rete corre come un indemoniato, pressa tutti, lotta su ogni pallone e regala giocate di classe a ripetizione. L'azione in cui colpisce la traversa è una perla. Sembra abbia ritrovato la condizione, da vero nueve fondamentale per l'Argentina.

Ezequiel Garay: deve marcare Fellaini, Lukaku, Van Buyten e domina nel gioco aereo. Il muro su cui si infrange ogni idea del Belgio, cancella dal campo chiunque passi dalle sue parti. Soffre solo nel concitato finale trovandosi mille persone in area, ma arriva lo stesso su ogni pallone. Personalità da vendere.




Flop

Paul Pogba: flop soprattutto in proporzione alle smisurate aspettative create per lui dai media italiani. Essendo un '93 ha tutte le attenuanti del mondo, ma in una partita di questo spessore è sembrato spento e spaesato. Spesso impreciso, senza idee, fisicamente poco presente.

Raphaël Varane: che fisicamente sia dominante lo sappiamo, ma imparare a marcare l'uomo pare brutto? Hummels (che di mestiere fa il difensore) lo porta in giro dove vuole.

Pablo Armero: l'anima spensierata e festosa della Colombia si perde completamente. Corre del tutto a caso sbagliando una marea di palloni, ma anche idee e tempi di movimento. Fisicità sprecata se non riesce a mettersi a servizio del gioco, come gran parte degli 11 di Pekerman.

Juan Cuadrado: il valore aggiunto della Colombia stecca la partita più importante a causa della sua voglia di strafare. Gioca sempre da solo, punta a saltare tutto e tutti, sbaglia troppi palloni anche importanti, è pigro in copertura, spreca più energie a buttarsi a terra e protestare che altro. E' il suo lato peggiore che non riesce a sopprimere, peccato che sulle sue qualità si basasse gran parte dell'idea di gioco.

Victor Ibarbo: c'è qualcosa che sa fare? Non porta fisicità, non riesce a ripartire, non taglia, non tira, non punta l'uomo. Risulta semplicemente inutile. Probabilmente siamo a un livello troppo alto per lui.

Paulinho: il fisico, la corsa, e poi? Continua a risultare assente a questi Mondiali, lui che per Scolari è fondamentale coi suoi inserimenti. Sembra in crisi tecnica e psicologica dopo l'annata da incubo al Tottenham, finchè è rimasto in Brasile mostrava tutt'altro livello di gioco.

Lionel Messi: alla quinta partita si riposò. Nel primo tempo gioca pur non sembrando brillantissimo, nel secondo semplicemente sparisce dal campo. Passeggia nel cerchio di centrocampo aspettando che un pallone graviti dalle sue parti, è l'unico di tutti gli argentini in campo a non dannarsi l'anima in pressing e copertura, in più sbaglia alcune giocate facili per uno del suo talento che potevano chiudere la partita.

04 lug 2014

L'Inter, il capitano e il vuoto di potere

Abbiamo sentito mille volte Mazzarri dire che la stagione 2013/2014 è stata per l'Inter di transizione, per motivi sia societari che di rosa. Senza voler concedere particolari alibi a nessuno, è agli atti che nel corso dell'ultimo anno è subentrato il nuovo presidente e proprietario Erick Thohir (vi prego, due h nel nome, non è così complicato) e contemporaneamente sono scaduti tutti quei contratti dei calciatori che prevedevano stipendi da tempi d'oro.
Si può effettivamente dire che dal 30 Giugno 2014 l'Inter è entrata in una nuova era, sia societaria che tecnica.

La conseguenza diretta di tutto questo è che nella rosa dell'Inter oggi abbiamo una sorta di vuoto di potere. All'improvviso infatti lo spogliatoio nerazzurro si trova senza leader storici.
Il colpo di spugna è cominciato dal post triplete per motivi economici e anagrafici e si è concluso non a caso proprio quest'anno con l'addio senza rinnovo di tutti i senatori residui. I giocatori di maggior spessore sia tecnico che di personalità dell'ultimo decennio, quello delle vittorie di Moratti Massimo, sono tutti altrove, compreso l'eterno capitano Zanetti che allunga la sua influenza all'intero ventennio del figlio di Angelo.
La lunga militanza di Zanetti, paradossalmente, ha fatto trovare l'Inter abbastanza impreparata alla sua successione, condizione aggravata dalla perdita sostanzialmente contemporanea di tutti i suoi vice storici (Cordoba, Cambiasso, Samuel) malgrado gli anni di differenza. Si è perso quindi sia il capitano che tutto il gruppo di riferimento, sostanzialmente chiunque abbia vinto qualcosa.
Chi comanda oggi nello spogliatoio? E chi sarà il nuovo capitano?

La scelta del capitano nerazzurro è sempre dipesa dalle presenze in anni recenti, a parte pochi casi particolari (per dire Figo nel giorno dell'addio). Per questo dietro al recordman si sono sempre avvicendati uomini di lungo corso nerazzurro.
I giocatori con maggiore esperienza di Inter oggi sono, paradossalmente, Ranocchia e Nagatomo, arrivati a Gennaio 2011 in era Leonardo, che sono anche gli unici giocatori oltre le 100 presenze con la maglia nerazzurra. Questo fa capire quanto profondo sia il rinnovamento in atto, e consegna idealmente la fascia a uno di loro due, come già successo nel recente passato. Subito dietro di loro, nell'ordine, arrivano Alvarez, Guarin, Handanovic, Palacio e Juan Jesus.
Guardare solo alle presenze rappresenta però a mio avviso un limite nell'attuale condizione della rosa, perchè la "capitaneria" serve anche inquadrare nuovi rapporti di leadership. Sarebbe quindi il caso di cercare una figura che conosca il calcio, ma abbia anche lo spessore a livello di personalità e influenza tecnica di ereditare la fascia. Ranocchia sarebbe credibile con le sue continue titubanze ed essendo stato sul mercato ogni semestre negli ultimi due anni? E Nagatomo col suo perenne stato di giocatore-mascotte? Considerando solo questo aspetto i candidati più autorevoli sarebbero Handanovic, Juan Jesus, Palacio, Hernanes e il neo acquisto Vidic.
Il portiere ha un carattere abbastanza chiuso e scontroso, non ha grande esperienza internazionale e tende troppo a criticare pubblicamente i suoi compagni creando alibi per se stesso. Juan Jesus ha presenze, freschezza e sfrontatezza, ma appare ancora troppo immaturo e impulsivo. Palacio ha sicuramente il pedigree sia per carriera generale che per apporto alla causa nerazzurra, ma è un leader silenzioso e forse in questo momento servirebbe una figura più portata a imporsi anche come immagine. Hernanes è stato indicato da tutti come leader tecnico del nuovo corso, ma è qui da appena sei mesi ed è abbastanza incostante come giocatore, la fascia potrebbe rientrare in un più ampio discorso di crescita generale a lui richiesta per dimostrarsi da Inter, ma rappresenterebbe una scommessa. Il serbo invece entra nel lotto dei candidati pur essendo digiuno di nerazzurro in virtù del suo curriculum da oltre 400 presenze nel calcio europeo con 18 titoli e la fascia indossata a Manchester sponda United. Non c'è dubbio che oggi sia lui l'uomo di riferimento dello spogliatoio, quello forzatamente con più influenza e personalità, ed è una questione che va considerata. Chi può permettersi di dirgli qualcosa? Potrebbe fare lui da capitano nell'immediato aspettando che cresca qualcun altro con meno pressione? Va considerato anche il fatto che è intenzione precisa della dirigenza farne uomo marketing.
Un terzo aspetto forzatamente influente è l'effettiva presenza in campo del neo-capitano. Chiunque venga scelto deve avere la ragionevole certezza di giocare da titolare, altrimenti tutto il discorso è vano. Su questo si potranno fare previsioni più chiare a rosa completata.

Francamente è difficile indicare la scelta migliore. Ogni candidato ha un aspetto che stride nel quadro generale e richiede una deroga personale, rendendo la scelta abbastanza dipendente dai gusti.
L'unica certezza è che questa scelta inaugura ulteriormente la nuova era nerazzurra.

02 lug 2014

Brazil2014: Top&Flop Generali - Ottavi di finale

Top

Il commento di Sky: in Brasile-Cile Compagnoni commenta così una rimessa con le mani cilena battuta da Luis Mena, "Mena con le mani"

L'inno brasiliano a Belo Horizonte: tutto lo stadio partecipe, giocatori visibilmente emozionati e gasati. Un trasporto collettivo abbastanza raro da vedere nel calcio, un bellissimo spettacolo anche toccante.

Cile: cosa dire della Roja? La prestazione contro il Brasile è stata commovente per applicazione e passione. Pur correndo qualche inevitabile rischio, Sampaoli e i suoi sono stati a un passo dal compiere il delitto perfetto, fermati soltanto all'ultimo minuto dalla traversa. La sconfitta ai rigori non cancella un Mondiale in cui il Cile ha dimostrato di essere una delle nazionali sudamericane più in crescita, già pronta a dare battaglia nella prossima Copa America. Il rientro da eroi in patria è il giusto tributo a una squadra che ha saputo dare vita a un'empatia totale con i propri tifosi.

Il rigore di Aranguiz: pressione, tensione e paura spazzati via da uno dei rigori più folli che si ricordino. Altro che il cucchiaio, il missile di collo esterno a mezzo centimetro dalla traversa è un'opera d'arte.

Howard Webb: l'arbitro inglese, chiamato a dirigere la partita più delicata del turno, dimostra per l'ennesima volta di essere un fuoriclasse della categoria. Non subisce la pressione ambientale, gestisce perfettamente la partita e nelle chiamate decisive non sbaglia nulla.

Miguel Herrera: è il personaggio rivelazione del Mondiale, ma alle espressioni e alla gestualità che scaturiscono inevitabile simpatia, il tecnico messicano ha saputo abbinare un gioco sorprendente. Il suo Messico, dopo aver messo in difficoltà il Brasile, fa tremare anche l'Olanda ed è costretto ad arrendersi soltanto all'ultimo secondo. Herrera schiera in campo una difesa a 3 lontanissima dai canoni italiani, affidandosi alla qualità nelle letture di Marquez e valorizzando giocatori come Guardado e Hector Herrera. La squadra messicana corre molto e lo fa davvero bene: avrebbe meritato il passaggio del turno.

Il calcione di Gaston Ramirez ad Armero: è vero che Armero stava perdendo tempo e rallentando la battuta della punizione ed è vero che il colombiano sposta la palla all'ultimo andandosela a cercare, ma Ramirez non fa proprio nulla per rallentare. E se riesci a rifilare una pedata del genere senza farti ammonire, meriti di stare tra i Top.

Algeria: una delle migliori squadre viste al Mondiale. Vahid Halilhodžić ha scelto 23 uomini veramente funzionali alle sue idee e a seconda delle necessità li ha mandati in campo, mantenendo però sempre uno schema e un impianto di gioco ben collaudati. Condizione fisica scintillante, movimenti continui e precisi, intesa, ricerca dei compagni, costante aiuto, attenzione tattica e tecnica diffusa hanno fatto soffrire persino la quotatissima Germania. In più tanto, tanto cuore e quella genuina voglia di lottare che solo le nazionali con la voglia di stupire possono mostrare.



Flop

Gli esterni del Brasile: la squadra di Scolari mostra ancora i soliti pesantissimi limiti nel gioco collettivo, vivendo sostanzialmente solo di lanci lunghi e spunti individuali, ma in particolare contro l'ostico Cile deludono per l'ennesima volta gli esterni, sia difensivi che offensivi. Marcelo sembra aver esagerato con la cachaca, mentre Dani Alves dall'inizio del Mondiale è sorprendentemente timido sulla destra, proprio lui che è diventato famoso al Siviglia gestendo una marea di palloni. In attacco Hulk e Oscar messi sulle fasce corrispondenti al piede (rispettivamente sinistra e destra) si vedono pochissimo, sono tremendamente prevedibili nella giocata e ulteriormente limitati dalla perdurante assenza di Fred. Qualcosa di meglio dal numero 7 anche grazie al fisico, ma entrambi risultano complessivamente lenti, fermi e incapaci di fornire guizzi di qualità. La totale mancanza di un sistema di gioco organizzato impedisce qualunque combinazione e questo non fa che accentuare i limiti individuali. 

I finali di partita della Colombia: quella che probabilmente è la formazione più forte vista finora per insieme di talenti individuali e capacità di gioco ha un'incredibile capacità di complicarsi la vita nei finali di partita. La Colombia vive di entusiasmo e si vede a miglia di distanza, ma quando stacca la spina rischia di rilassarsi troppo. A volte i giocatori (specie quelli più di corsa) appaiono in evidente apnea fisica e non vengono sostituiti, altre volte (vedi con l'Uruguay) i cambi di Pekerman risultano cervellotici e abbassano troppo il baricentro. Ok cercare il contropiede, ma compromettere la partita magari no.

Le alchimie di Van Gaal: l'allenatore degli Oranje continua con la sua linea ferrea. Difesa a 3, tre quarti di partita in attesa affidandosi soltanto alle incursioni di Robben, cambio di modulo e assedio finale approfittando della stanchezza avversaria. Finora è una strategia che ha pagato, ma contro il Messico Van Gaal ha rischiato di soccombere, schierando qualche giocatore di troppo fuori ruolo e faticando a trovare la chiave per mettere in difficoltà la difesa comandata da Rafa Marquez. Gli episodi questa volta hanno sorriso all'Olanda, ma da uno come Louis è lecito aspettarsi di più.

La difesa della Germania: i quattro centrali in linea sorprendentemente non funzionano. Faticano a marcare in area e soprattutto a coprire quando la squadra si riversa in attacco, visto che nessuno brilla per corsa, ma il vero dramma è nella fase di possesso. I due "terzini" infatti, pur essendo adattati, sono chiamati a giocare da esterni veri, ma non ne hanno le caratteristiche, col risultato che rallentano la circolazione della palla facendo perdere tempo di gioco e malgrado l'impegno non hanno attitudine ad attaccare lo spazio, puntare l'uomo e crossare, sopratutto Höwedes (destro di piede) piazzato a sinistra. In pratica la manovra non trova sfogo sugli esterni, perdendo di fatto due uomini e aiutando la difesa avversaria. 

Il commento di Sky, parte uno: in Argentina-Svizzera Trevisani sottolinea un fantascientifico 85% di possesso palla albiceleste. Peccato fossero passati 2.35 minuti.

Il commento di Sky, parte due: stessa telecronaca, all'inizio dei supplementari Trevisani ci informa che i giocatori dovranno inventarsi qualcosa in fretta perchè "la partita su 30 minuti è più corta che su 90"

Brazil2014: Top&Flop Giocatori - Ottavi di finale

Top

Marcelo Diaz: non fa mai un passo indietro, ha un senso della posizione straordinario, resta lucido e gioca a due tocchi. Sa sempre dove sono i compagni e non ha paura di affondare il tackle. Prova di grandissima sostanza contro avversari fisicamente più imponenti di lui. Mi ha ricordato Gabi, in questa stagione vuol dire davvero tanto.

Gary Medel: eroico. Soffre la velocità di Neymar, che riesce ad arginare portando l'asso brasiliano sul sinistro, poi chiude qualsiasi cosa passi dalle sue parti. Pur non essendo un difensore, guida la linea difensiva con sicurezza e personalità, ringhiando quando necessario e uscendo con ammirabile pulizia in altre occasioni. È l'anima e il cuore del Cile, decide di giocare nonostante i fastidi muscolari e rimane in campo zoppicando per chissà quanti minuti. Esce stremato, con mezzo chilometro di bende e nastri sulla coscia, oltre al rispetto e alla gratitudine a vita da parte di un'intera nazione.

Luiz Gustavo: l'unico giocatore tatticamente istruito dell'intero Brasile, ingranaggio fondamentale del "gioco" di Scolari coi suoi movimenti ad alzarsi e abbassarsi. Sbroglia un sacco di situazioni intricate, aiuta chiunque, lotta e riparte pure con bello stile e buona tecnica. Ammonito salterà i quarti, un'assenza decisamente pesante per un uomo che non ha vere alternative nella testa del suo ct.

Egidio Arevalo Rios: brutto, sgraziato e cattivo, ma l'Uruguay intero si regge su di lui da quasi un quinquennio. Tabarez si fida ciecamente. Di solito si dice per gli attaccanti, ma sostanzialmente fa reparto da solo. Copre tutta la metà campo difensiva,  legge tatticamente in anticipo dove si creano situazioni pericolose, si fa trovare pronto a contrastare qualunque essere in giallo che si presenti nella sua metà campo. E tutto sommato non gioca nemmeno male il pallone.

Dirk Kuyt: l'uomo tattico di Van Gaal, che è un modo per dire l'uomo mandato allo sbaraglio da Van Gaal. Alla fresca età di 34 anni lui che nasce centravanti prima fa l'esterno a sinistra nel 3-5-2, poi il terzino destro di difesa a quattro quando si passa alla formazione d'assalto. Tocca un'infinità di palloni, è sempre lucido e regala pure la giocata che porta al corner del primo gol. Per la corsa, credo non si sia ancora fermato adesso. L'ultimo immortale.

Klaas-Jan Huntelaar: la sua foto sarà inserita nei vocabolari alla voce "personalità". Vede finalmente il campo in una partita maledetta, sostituisce uno degli uomini simbolo di questa Olanda e si toglie la soddisfazione di risolvere un ottavo chiusissimo. Assist di sponda aerea per Sneijder, rigore battuto col piglio di chi non ha paura di niente (al contrario del suo capitano Robben). Un segnale fortissimo a Van Gaal, che finora lo aveva totalmente ignorato. Il Cacciatore c'è ed è pronto a lasciare il segno.

Bryan Ruiz: il suo tiro lento e preciso è un colpo da biliardo che sa tanto di beffa. L'uomo della provvidenza per la Costa Rica visto il gol all'Italia che indirizza il girone, il gol alla Grecia nei regolamentari degli ottavi e il rigore segnato nella lotteria che porta ai quarti. E' il giocatore più conosciuto e non si tira indietro. Numero 10 e capitano vero.

Marcos Rojo: un Mondiale a mille all'ora. Sulla fascia è un pendolino instancabile, si propone sempre e produce anche cross tesi interessanti. In fase difensiva chiude le diagonali e ci mette il fisico senza paura. Un'energia inesauribile, una corsa e una continuità mostruose, che hanno presentato il conto fisicamente nei supplementari con la Svizzera (sostituito per infortunio). Ammonito, salterà i quarti e sarà molto dura per Basanta dimostrarsi alla sua altezza. L'Argentina perde una risorsa fondamentale. 

Tim Howard: l'eroe assoluto degli ottavi per gli Stati Uniti. 15 parate, un posizionamento al limite dell'incredibile, una reattività da campione. La partita giusta al momento giusto, peccato non sia bastato.


Flop

Oscar: continua il suo Mondiale totalmente anonimo. Tocca pochi palloni, non trova mai spunti nè al tiro nè nella gestione. Troppo isolato, troppo fermo, troppo esterno. Soffre tantissimo sia a destra che a sinistra, gli manca brillantezza, velocità, iniziativa. Ci si aspettava molto, ma molto di più.

Marcelo: ogni tanto ha le sue partite in cui entra in difensivamente in versione telepass. Col Cile totalmente svagato e distratto, spesso si trova a vagare per il campo attratto dal pallone come nemmeno i pulcini. Giocando pure dalla stessa parte di David Luiz è un azzardo notevole.

Alexis Sanchez: è il giocatore di riferimento della Roja, segna, corre molto e gestisce un sacco di palloni ricamando dribbling su dribbling. Ma appunto questo è anche il suo limite, spesso rallenta il gioco per cercare la giocata finendo con l'essere circondato e perdere palla. Forse il Cile avrebbe avuto bisogno di un filo di incisività in più.

Edinson Cavani: coi problemi di Forlan e Suarez aveva una grossa chance di prendersi il suo spazio con la Celeste. Si trova però ad essere utilizzato solo come uomo di corsa giocando dietro alla prima punta, finendo inevitabilmente per perdere lucidità e sbagliare spesso quando chiamato a gestire palla. Vista la squalifica del coniglio mannaro avrà molto spazio nell'immediato futuro, ma siamo veramente all'ultima occasione di imporsi con l'Uruguay.

Robin Van Persie: ha intenzione di vivere di rendita per il gol alla Spagna? Totalmente impalpabile col Messico, incapace di smarcarsi e di entrare in partita in qualunque modo, fermo, lento e impreciso. L'Olanda ha bisogno di ben altro nello spot di numero 9.

Jerome Boateng:
il fratello tedesco di Kevin-Prince è in evidente difficoltà. Difensivamente è inaffidabile, non ha alcuna intesa con Mertesacker, non gli fornisce mai copertura, gestisce con fatica gli 1vs1.  Con la palla risulta impacciato e tende a ritardare la giocata. Fisicamente non appare in gran forma, risultanto soprattutto lento sia nel breve che nell'allungo. Un bel rischio per la difesa tedesca.

Angel Di Maria (escluso l'ultimo tiro): di sicuro è uno che crede molto in se stesso. Tenta sempre la giocata e corre moltissimo fino al minuto 120, peccato che parta spesso bene per poi perdersi regolarmente nella giocata decisiva. Forse proprio per questo segna tirando di prima. Sbaglia passaggi e cross a pioggia.


A parte

James Rodriguez:
su di lui viene ormai prodotto un pezzo al minuto, che stia dominando il Mondiale lo sapete, quindi sarà nominato il meno possibile su questo blog