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6 nov 2017
La mediana perfetta, scartata dal Bayern
Premessa: il Bayern Monaco è una squadra forte. Anzi, una delle più forti d'Europa. E non da oggi, ma in epoca recente circa dal 2010. Cioè ai tempi della prima delle tre finali di Champions League disputate dalla squadra bavarese in quattro anni tra il 2010 e il 2014, prima che il Real Madrid imponesse il suo terzo ciclo vincente sulla coppa dei campioni.
E non per caso: in questo lasso di tempo gran parte degli elementi migliori della rosa della squadra tedesca, a prescindere dal tecnico in panchina, hanno raggiunto la loro maturità calcistica. Robben, Ribery, Boateng, Lahm, Schweinsteiger, Neuer, Müller, Alaba, insieme a Mandzukic, Lewandowski, Xabi Alonso, Javi Martinez e tutti quelli che hanno voluto comprare: stiamo parlando di gran parte della Germania campione del mondo nel 2014 assemblata a giocatori di spessore assoluto.
Il Bayern è un esempio di capacità gestionali, marketing, risultati sportivi e qualunque altra cosa voi vogliate aggiungere. Ma ha commesso degli errori sul mercato che forse avrebbero potuto cambiare il panorama anche in una società abituata a stazionare a un livello così alto. In particolare due.
Per due errori si intende la cessione di due giocatori, entrambi tedeschi con presenze nelle selezioni giovanili ad ogni livello, che hanno in comune l'essere stati formati nelle giovanili della più prestigiosa squadra di Germania e, curiosamente, un'esperienza formativa in prestito al Bayer Leverkusen.
Parliamo di Toni Kroos del Real Madrid ed Emre Can del Liverpool.
Kroos, classe 1990, non ha bisogno di presentazioni. Il suo palmares personale oggi assomma 22 titoli, una quantità che, se va bene, di solito hanno squadre intere. Un talento da sempre evidente ci ha messo, ad essere onesti, qualche anno a sgrezzarsi. Di sicuro quattro, vale a dire quelli tra l'esordio col Bayern, la maturazione col Bayer (senza la n finale, quello a Leverkusen) e il ritorno in Baviera. Nel frattempo da "semplice" trequartista e potenziale erede di Ballack l'uomo di Greifswald è diventato uno dei pochi centrocampisti capaci di fare davvero tutto, fuor di retorica. Regista basso, interno, mediano nel centrocampo a due, non fa differenza per Kroos: lui gioca ovunque e ovunque garantisce un rendimento stellare sia tecnico che fisico. Nel 2014, dopo un triplete col Bayern e un Mondiale con la Germania, passa al Real Madrid.
I motivi non sono mai stati del tutto chiari, ma è molto probabile che un giocatore dello spessore di Kroos cercasse una considerazione maggiore di quella che, fino a quel momento, gli stavano concedendo in terra tedesca.
Che anche Emre Can venga dalle giovanili del Bayern però se lo ricordano in meno. Il turco-tedesco classe 1994 sembrava proprio uno dei candidati a raccogliere il testimone lasciato da Kroos in terra bavarese, ma poi le cose sono andate diversamente.
Nasce addirittura centrale difensivo, si sviluppa da centrocampista e arriva ad esordire proprio nel 2012-2013, anno del triplete per i tedeschi. Poi passa, anche lui, alla succursale senza la n finale (dove indossa il 10, per una combinazione numero-nome che in italiano e fingendo che i numeri siano lettere può suonare discutibile) per trovare minuti e crescere. Il Bayern si tiene inizialmente un'opzione di recompra, che però poi abbandona. Così Emre Can nel 2014, anche lui, passa al Liverpool.
Oggi è una delle colonne della squadra, una presenza fissa nella nazionale tedesca e in generale un centrocampista centrale completo, che farebbe comodo a qualsiasi squadra in Europa.
Come detto, il Bayern è una squadra forte. Tipo tra le prime quattro d'Europa. Quindi non solo forte, ma al top assoluto. Quindi stiamo parlando di sfumature, dettagli, vale a dire esattamente quelli che dividono una squadra dal vincere la Champions League al semplice essere eliminati. Una mediana Can-Kroos sarebbe una garanzia per qualunque rosa al mondo, e quindi pure a Monaco. Dove avrebbero potuto averla gratis, invece di inseguire continuamente giocatori di altre squadre da pagare a peso d'oro.
15 lug 2014
Brazil2014 Top11/Flop11
Top 11
Neuer: è difficile escludere dalla Top11 Keylor Navas, ma Neuer in questo Mondiale ha confermato di essere il miglior portiere in circolazione per distacco. A volte dà l'impressione di esagerare con le coperture da libero (vedi l'intervento su Higuain in finale), ma tra i pali e in uscita trasmette tranquillità e sicurezza fondamentali per tutta la squadra.
Lahm: è il più forte terzino al Mondo e ormai un monumento del calcio tedesco e internazionale. Purtroppo le prime partite è stato dirottato in mediana, ma tornato nel suo ruolo naturale si è rivisto il piccolo fenomeno bavarese. Un concentrato di tecnica, intelligenza e umiltà unico.
Vlaar: la controfigura di Jason Statham spiega a tutti cosa vuol dire fare il difensore centrale. Fisico, duro quando serve, attento in marcatura, capace di leggere le situazioni, bravo a comandare una inedita linea a tre. Considerata la sua condizione tricotica, l'esatto opposto di David Luiz.
Garay: conferma la crescita esponenziale nell'ultima stagione in Portogallo, questa volta però senza la guida di Luisão. Diventa il leader difensivo dell'Argentina, dominando in marcatura e nel gioco aereo. Un delitto che vada allo Zenit.
Rojo: è la sorpresa dell'Argentina vice-campione. Criticatissimo all'estero e soprattutto in patria, il giocatore dello Sporting ripaga la fiducia totale di Sabella, arando la fascia sinistra con sorprendente qualità. PS: sarebbe stato comunque nella Top11 dopo il rinvio in rabona nella partita contro la Bosnia.
Mascherano: indiscutibilmente il vero capitano della seleccion argentina, lui che con Maradona non voleva la fascia. Da esempio in campo e leader silenzioso è evoluto in leader emotivo e vocale, dimostrando uno status accresciuto negli anni anche grazie all'esperienza vincente a Barcellona. Da centrocampista è uno spettacolo per la sua capacià di leggere gli spazi ed essere sempre dove deve, mettendoci anche pulizia in impostazione.
Schweinsteiger: c'è ma non si vede. Ha meno qualità di Kroos e meno strapotere fisico di Khedira, eppure è fondamentale per dare equilibrio e personalità ai campioni del Mondo. Lui e Lahm sono i pilastri sui cui Bayern e Germania hanno costruito la propria gloria recente.
Kroos: è il Mondiale della sua consacrazione e, pur steccando la finale, Toni conferma di essere uno dei migliori centrocampisti del pianeta. Ha tempi di gioco perfetti, invenzioni da trequartista e senso del gol, difficile pretendere di più. Il Bayern rischia di rimpiangerlo a lungo.
James Rodriguez: probabilmente in assoluto il miglior giocatore visto al Mondiale per leadership e completezza tecnica. Si toglie lo sfizio di chiudere da capocannoniere, con una nuova consapevolezza che può portarlo a un passo avanti verso l'Olimpo dei più grandi.
Robben: di fatto l'uomo su cui si reggeva l'organizzazione dell'Olanda, con la sua capacità di fare tutto da solo supportata da una condizione scintillante. Imprendibile nel girone, decisivo col Messico con un guizzo da campione vero. Fosse stato in queste condizioni nel 2010 l'Olanda avrebbe una stella sulla maglia.
Müller: due Mondiali, dieci gol, un terzo e un primo posto, feeling straordinario con la competizione. Il calcio gli scorre naturalmente nelle vene, tanto che è impossibile assegnargli un ruolo vero. Lui semplicemente sa dove andare e di conseguenza come giocare, oltre a intuire molto spesso dove sarà il pallone. Può anche sbagliare tutto, ma prima o poi si troverà sempre al posto giusto al momento giusto. Provvidenza.
Flop 11
Casillas: il simbolo del tracollo spagnolo a quattro anni di distanza dal trionfo, lui che era stato eroe. Mentalmente distrutto, tecnicamente inaffidabile in ogni situazione. Nella partita d'esordio commette errori addirittura imbarazzanti, che chiudono di fatto il suo torneo. Un declino lento e costante che non sembra avere nessuna intenzione di arrestarsi.
David Luiz: i brasiliani lo hanno eletto beniamino e leader della Seleçao. Lui per un attimo dà l'impressione di poter mantenere un buon livello di gioco e concentrazione in un torneo breve, invece crolla nel momento decisivo mostrando gli enormi limiti di sempre.
Piqué: un altro spagnolo in un tunnel complicatissimo. Fisicamente in perenne difficoltà, spesso deconcentrato, incapace di gestire gli spazi. senza alcun feeling coi compagni. Lontano anni luce dal centrale completissimo che dominava nel Barcellona.
Chiellini: timido, impacciato e sempre a terra. Nella difesa a quattro perde tutti i riferimenti andando in bambola totale contro la Costa Rica. Non è un giocatore tecnico, ma raramente lo si è visto tanto in difficoltà nella gestione della palla. Sarebbe uno dei leader dell'Italia.
Dani Alves: un terzino famoso per qualità, inserimenti e gestione del gioco che non si vede una singola volta in attacco. Ci si ricorderà di lui solo per i capelli tinti, ed era la sua grande nonchè unica occasione di imporsi col Brasile. Malgrado sia un classe '83 mentalmente potrebbe essere finito.
Gerrard: il nome più difficile da inserire tra i Flop, ma paga per la fallimentare spedizione inglese. Il doppio impegno Liverpool-Inghilterra sembra ingestibile alla sua età, soprattutto se l'ingrato piano tattico (o presunto tale) di Hodgson lo costringe a esporre il fianco agli avversari. Come in Premier, ha inoltre la sfortuna di commettere l'errore decisivo nel momento decisivo.
Xavi: come per Gerrard, vedere un giocatore del suo livello tra i Flop fa malissimo. Purtroppo il centrocampista di Terrassa conferma di essere ormai prossimo al capolinea a certi livelli e tutta la Spagna crolla attorno a lui.. Ha segnato un'epoca d'oro e per Barcellona e Furie Rosse non sarà impresa facile trovarne l'erede.
Paulinho: una delle grandi novità di Scolari, che è naufragata col suo principale sponsor. I mesi difficilissimi al Tottenham hanno lasciato il segno. Fisicamente c'è, ma di fatto non riesce a portare alcun contributo concreto alla causa del Brasile. Non si vede mai nè in impostazione, nè negli inserimenti, nè in iniziative personali. Un fantasma, malgrado l'ostinazione di Felipão.
Cavani: con quattro partite e un misero gol su rigore, il Matador conferma il suo difficile rapporto con la maglia della Celeste. Senza Suarez e con un Forlan in pre-pensionamento, sembrava fosse la volta buona per l'affermazione definitiva in campo internazionale, ma l'attaccante del PSG ha gettato l'opportunità al vento, sbagliando facili occasioni e estraniandosi per lunghi tratti di partita.
Balotelli: se sei il punto di riferimento della squadra diventi il simbolo del fallimento, anche se tutto è da ascrivere ad altri. Lui che aveva trascinato l'Italia di Prandelli agli Europei fa sostanzialmente scena muta al Mondiale, crollando come spesso gli accade quando la pressione si alza. Gol mangiati, interpretazione del ruolo totalmente sbagliata e un'arroganza francamente fuori luogo quando ha segnato il 2-1 all'Inghilterra. Serve un bagno di umiltà, ma non fa proprio parte del suo carattere.
Fred: c'è poco da dire quando sei il più criticato da tifosi e stampa di tutto il Mondo. Sicuramente non meritava una simila gogna, ma in tutto il torneo non fa nulla per far cambiare idea e zittire le critiche. Avulso dal gioco, non tiene palla, sbaglia quasi tutti i movimenti e non crea occasioni da gol. Verrà ricordato come uno dei più scarsi attaccanti ad aver indossato la maglia da titolare della Seleçao.
Neuer: è difficile escludere dalla Top11 Keylor Navas, ma Neuer in questo Mondiale ha confermato di essere il miglior portiere in circolazione per distacco. A volte dà l'impressione di esagerare con le coperture da libero (vedi l'intervento su Higuain in finale), ma tra i pali e in uscita trasmette tranquillità e sicurezza fondamentali per tutta la squadra.
Lahm: è il più forte terzino al Mondo e ormai un monumento del calcio tedesco e internazionale. Purtroppo le prime partite è stato dirottato in mediana, ma tornato nel suo ruolo naturale si è rivisto il piccolo fenomeno bavarese. Un concentrato di tecnica, intelligenza e umiltà unico.
Vlaar: la controfigura di Jason Statham spiega a tutti cosa vuol dire fare il difensore centrale. Fisico, duro quando serve, attento in marcatura, capace di leggere le situazioni, bravo a comandare una inedita linea a tre. Considerata la sua condizione tricotica, l'esatto opposto di David Luiz.
Garay: conferma la crescita esponenziale nell'ultima stagione in Portogallo, questa volta però senza la guida di Luisão. Diventa il leader difensivo dell'Argentina, dominando in marcatura e nel gioco aereo. Un delitto che vada allo Zenit.
Rojo: è la sorpresa dell'Argentina vice-campione. Criticatissimo all'estero e soprattutto in patria, il giocatore dello Sporting ripaga la fiducia totale di Sabella, arando la fascia sinistra con sorprendente qualità. PS: sarebbe stato comunque nella Top11 dopo il rinvio in rabona nella partita contro la Bosnia.
Mascherano: indiscutibilmente il vero capitano della seleccion argentina, lui che con Maradona non voleva la fascia. Da esempio in campo e leader silenzioso è evoluto in leader emotivo e vocale, dimostrando uno status accresciuto negli anni anche grazie all'esperienza vincente a Barcellona. Da centrocampista è uno spettacolo per la sua capacià di leggere gli spazi ed essere sempre dove deve, mettendoci anche pulizia in impostazione.
Schweinsteiger: c'è ma non si vede. Ha meno qualità di Kroos e meno strapotere fisico di Khedira, eppure è fondamentale per dare equilibrio e personalità ai campioni del Mondo. Lui e Lahm sono i pilastri sui cui Bayern e Germania hanno costruito la propria gloria recente.
Kroos: è il Mondiale della sua consacrazione e, pur steccando la finale, Toni conferma di essere uno dei migliori centrocampisti del pianeta. Ha tempi di gioco perfetti, invenzioni da trequartista e senso del gol, difficile pretendere di più. Il Bayern rischia di rimpiangerlo a lungo.
James Rodriguez: probabilmente in assoluto il miglior giocatore visto al Mondiale per leadership e completezza tecnica. Si toglie lo sfizio di chiudere da capocannoniere, con una nuova consapevolezza che può portarlo a un passo avanti verso l'Olimpo dei più grandi.
Robben: di fatto l'uomo su cui si reggeva l'organizzazione dell'Olanda, con la sua capacità di fare tutto da solo supportata da una condizione scintillante. Imprendibile nel girone, decisivo col Messico con un guizzo da campione vero. Fosse stato in queste condizioni nel 2010 l'Olanda avrebbe una stella sulla maglia.
Müller: due Mondiali, dieci gol, un terzo e un primo posto, feeling straordinario con la competizione. Il calcio gli scorre naturalmente nelle vene, tanto che è impossibile assegnargli un ruolo vero. Lui semplicemente sa dove andare e di conseguenza come giocare, oltre a intuire molto spesso dove sarà il pallone. Può anche sbagliare tutto, ma prima o poi si troverà sempre al posto giusto al momento giusto. Provvidenza.
Flop 11
Casillas: il simbolo del tracollo spagnolo a quattro anni di distanza dal trionfo, lui che era stato eroe. Mentalmente distrutto, tecnicamente inaffidabile in ogni situazione. Nella partita d'esordio commette errori addirittura imbarazzanti, che chiudono di fatto il suo torneo. Un declino lento e costante che non sembra avere nessuna intenzione di arrestarsi.
David Luiz: i brasiliani lo hanno eletto beniamino e leader della Seleçao. Lui per un attimo dà l'impressione di poter mantenere un buon livello di gioco e concentrazione in un torneo breve, invece crolla nel momento decisivo mostrando gli enormi limiti di sempre.
Piqué: un altro spagnolo in un tunnel complicatissimo. Fisicamente in perenne difficoltà, spesso deconcentrato, incapace di gestire gli spazi. senza alcun feeling coi compagni. Lontano anni luce dal centrale completissimo che dominava nel Barcellona.
Chiellini: timido, impacciato e sempre a terra. Nella difesa a quattro perde tutti i riferimenti andando in bambola totale contro la Costa Rica. Non è un giocatore tecnico, ma raramente lo si è visto tanto in difficoltà nella gestione della palla. Sarebbe uno dei leader dell'Italia.
Dani Alves: un terzino famoso per qualità, inserimenti e gestione del gioco che non si vede una singola volta in attacco. Ci si ricorderà di lui solo per i capelli tinti, ed era la sua grande nonchè unica occasione di imporsi col Brasile. Malgrado sia un classe '83 mentalmente potrebbe essere finito.
Gerrard: il nome più difficile da inserire tra i Flop, ma paga per la fallimentare spedizione inglese. Il doppio impegno Liverpool-Inghilterra sembra ingestibile alla sua età, soprattutto se l'ingrato piano tattico (o presunto tale) di Hodgson lo costringe a esporre il fianco agli avversari. Come in Premier, ha inoltre la sfortuna di commettere l'errore decisivo nel momento decisivo.
Xavi: come per Gerrard, vedere un giocatore del suo livello tra i Flop fa malissimo. Purtroppo il centrocampista di Terrassa conferma di essere ormai prossimo al capolinea a certi livelli e tutta la Spagna crolla attorno a lui.. Ha segnato un'epoca d'oro e per Barcellona e Furie Rosse non sarà impresa facile trovarne l'erede.
Paulinho: una delle grandi novità di Scolari, che è naufragata col suo principale sponsor. I mesi difficilissimi al Tottenham hanno lasciato il segno. Fisicamente c'è, ma di fatto non riesce a portare alcun contributo concreto alla causa del Brasile. Non si vede mai nè in impostazione, nè negli inserimenti, nè in iniziative personali. Un fantasma, malgrado l'ostinazione di Felipão.
Cavani: con quattro partite e un misero gol su rigore, il Matador conferma il suo difficile rapporto con la maglia della Celeste. Senza Suarez e con un Forlan in pre-pensionamento, sembrava fosse la volta buona per l'affermazione definitiva in campo internazionale, ma l'attaccante del PSG ha gettato l'opportunità al vento, sbagliando facili occasioni e estraniandosi per lunghi tratti di partita.
Balotelli: se sei il punto di riferimento della squadra diventi il simbolo del fallimento, anche se tutto è da ascrivere ad altri. Lui che aveva trascinato l'Italia di Prandelli agli Europei fa sostanzialmente scena muta al Mondiale, crollando come spesso gli accade quando la pressione si alza. Gol mangiati, interpretazione del ruolo totalmente sbagliata e un'arroganza francamente fuori luogo quando ha segnato il 2-1 all'Inghilterra. Serve un bagno di umiltà, ma non fa proprio parte del suo carattere.
Fred: c'è poco da dire quando sei il più criticato da tifosi e stampa di tutto il Mondo. Sicuramente non meritava una simila gogna, ma in tutto il torneo non fa nulla per far cambiare idea e zittire le critiche. Avulso dal gioco, non tiene palla, sbaglia quasi tutti i movimenti e non crea occasioni da gol. Verrà ricordato come uno dei più scarsi attaccanti ad aver indossato la maglia da titolare della Seleçao.
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14 lug 2014
Brazil2014 - finale: Germania-Argentina
GERMANIA - ARGENTINA 1-0
Marcatori: 113' Götze (G)
Bastian Schweinsteiger:
L'attacco dell'Argentina:
Benedikt Höwedes:
Marcatori: 113' Götze (G)
La Germania ce l'ha fatta. Con la vittoria del suo quarto titolo porta a compimento un ciclo iniziato nel lontano 2004 dalle ceneri di una nazionale vecchia e sconfitta e frustrato ripetutamente dalla invincibile Spagna.
Il Mondiale è il capolavoro di Joachim Löw, colui che ha posto le prime pietre di questa costruzione e oggi può sentirsi arrivato. Nel corso della competizione ha attinto a tutte le risorse disponibili, cambiando impostazione a seconda delle necessità: nel girone è stato più guardiolista e conservativo, nella fase a eliminazione ha rispolverato l'impostazione classica di stampo 2010 che l'ha portato alla vittoria.
La Germania vista in finale però non è stata la macchina da calcio che forse ci si aspettava. In principio la fortuna non è stata esattamene dalla sua con Khedira, pedina fondamentale, infortunato nel riscaldamento e il suo sostituto Kramer messo ko da una spallata. Costretto a varare una formazione ultra-offensiva Löw è stato ulteriormente beffato dal palo di Höwedes a fine primo tempo. In generale però la Germania non è stata dominante ed è sembrata in più momenti impaurita e abbastanza sterile. La differenza alla fine l'hanno fatta la profondità e la qualità della panchina, con Schürrle e Götze decisivi con un gol di pregevolissima fattura da subentrati, e la maggiore freschezza atletica rispetto agli avversari.
Il lampo al minuto 113 è forse eccessivo, ma premia in definitiva la squadra con più talento, tenacia e capacità di agire da collettivo.
Sabella dal canto suo ha fatto un mezzo miracolo ad arrivare alla finale col materiale a disposizione, ma non ha convinto nella gestione del match decisivo. L'Argentina ha eseguito alla perfezione il suo piano partita, chiudendo benissimo gli spazi per poi ripartire, la colpa del ct sta soprattutto nelle scelte sui cambi.
Il canovaccio è stato lo stesso di tutta la fase a eliminazione, con la sola novità dello scambio di fascia tra Enzo Perez e Lavezzi, rispettivamente per contenere meglio Lahm e attaccare Höwedes. Il giocatore del PSG nel primo tempo è stato il migliore dei suoi per la capacità di eludere le marcature e partire in verticale ribaltando il fronte, creando diversi problemi a centrocampo e difesa tedeschi. Cambiarlo all'intervallo per scelta tecnica è sembrato decisamente prematuro, anche perchè il 4-3-1-2 si poteva fare anche con lui in campo.
Il giocatore che comunque avrà sulla coscienza questa partita è Gonzalo Higuain. Per l'ennesima volta nella sua carriera post River sbaglia completamente una partita decisiva, con il gol divorato a inizio partita solo davanti a Neuer che grida vendetta. Un Mondiale da un solo gol, per quanto importante, non è in alcun modo quello che ci si aspettava da lui.
Messi, premiato beffardamente Pallone d'Oro del Mondiale, ha giocato una partita in linea con quelle post girone, e non è un complimento. Statico in fase di non possesso, con la tendenza a strafare quando in possesso di palla. La massima sintesi della sua poca lucidità la punizione nei recupero del secondo supplementare, tirata alle stelle da distanza improbabile.
Tanto quanto la panchina di Löw è stata decisiva così la panchina dell'Argentina non è stata all'altezza. Agüero è sembrato in condizioni fisiche ancora precarie, prevedibile e poco lucido nelle giocate decisive, come del resto anche Palacio, che ha anche lui sulla coscienza un gol divorato nel corso dei supplementari su gentile omaggio di Hummels e una serie di giocate sbagliate su diversi contropiedi.
L'Argentina ha avuto le occasioni per vincerla, ma non ha avuto la forza nei singoli di portare il destino dalla sua parte.Un po' come l'Olanda nel 2010.
Top
Bastian Schweinsteiger:
corre 15 km e si dimostra letteralmente pronto al sacrificio fisico pur di portare a casa questo titolo. Lui e il capitano Lahm sono i simboli del nuovo corso tedesco, le fondamenta del progetto nato nel 2004. A 29 anni ha 108 presenze con la Germania, Pirlo con l'Italia 112. Uno dei più forti centrocampisti della sua generazione.
Andre Schürrle e Mario Götze: al minuto 113 confezionano un capolavoro. Il giocatore del Chelsea ha la forza di partire in fascia in azione personale, saltare l'uomo e pennellare di sinistro un cross delizioso, il giocatore del Bayern finalizza con stop di petto e tiro al volo di sinistro da campione. E dire che fino a oggi il suo Mondiale era stato abbastanza anonimo, con tanto di panchinamento.
Ezequiel Lavezzi: un primo tempo di pura garra, cui ha saputo unire giocate di tecnica. Ha dato tutto e si è totalmente messo a disposizione della sua nazionale, pedina fisica e tattica fondamentale per tutta la fase a eliminazione.
Flop
L'attacco dell'Argentina:
doveva essere il punto di forza assoluto, è stato surclassato dall'intensità difensiva. 8 gol segnati in tutta la competizione, 2 dopo i gironi. Higuain poco presente in area e Agüero semplicemente assente. Tutti devono portare acqua per Messi, e la pagano amaramente. Dal canto suo la pulce non ha più segnato nella fase a eliminazione.
Toni Kroos: il metronomo della Germania poteva lasciare la sua impronta nella finale, ma al momento decisivo stecca. Due ottime occasioni sul destro, due tiri fiacchi. E dire che balisticamente ha dei colpi notevoli.
Benedikt Höwedes:
a sinistra non è cosa sua, finisce sempre per impacciarsi nei momenti decisivi. Curioso che capitino a lui due delle migliori occasioni della Germania, inevitabilmente sbagliate.
Rodrigo Palacio: la partita della vita coincide con una delle peggiori prestazioni in carriera. Movimento senza palla e sacrificio ci sono sempre, ma con la palla è un disastro e si divora pure un'occasione clamorosa, come già contro l'Olanda. Non è stato decisamente il suo Mondiale.
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25 apr 2013
Le due idee offensive del Bayern di Heynkes
Sulla qualità del lavoro di Jupp Heynkes a Monaco c'è poco da dire talmente è evidente. La squadra è giovane e talentuosa, ma l'allenatore ha prima creato e poi costantemente sviluppato un sistema di gioco che fa rendere al massimo sostanzialmente chiunque, dai pilastri come Schweinsteiger ai giovani come Alaba ai parvenu come Dante ai nuovi arrivati come Mandžukić.
Il contesto funziona a 360 gradi, ma la fase offensiva rapisce l'osservatore. Il Bayern è la seconda squadra in Europa per percentuale media di possesso palla e di passaggi riusciti, dietro ovviamente al Barcellona, segna tanto (89 gol fatti in campionato) e in generale segue uno spartito ben chiaro. Il suo allenatore però non si è limitato a creare un ottimo contesto, si è inventato anche delle alternative. Heynkes ha sviluppato due versioni intercambiabili e alternative dell'attacco del Bayern. La squadra gioca col 4231 come modulo base (dal 2009-2010), ma a seconda della scelta dei trequartisti e della punta può variare l'interpretazione della fase offensiva.
La versione più orientata al possesso palla prevede Müller-Kroos-Ribery e Mandžukić.
Thomas Müller non è una vera ala, parte da destra per tagliare sfruttando la sua capacità di lettura tattica e i movimenti dei compagni. Kroos gestisce il pallone, organizza il gioco e crea spazi abbassandosi verso i mediani, inoltre spesso si scambia con Schweinsteiger per togliere riferimenti. Ribery sfrutta la circolazione di palla per ritagliarsi la possibilità di puntare i difensori in dribbling. Chiave di volta del sistema è Mandžukić, bravissimo a giocare di sponda e a muoversi continuamente per fornire opzioni di passaggio. Ne viene fuori un insieme molto fluido, che sfrutta la grande abilità tattica di praticamente tutti gli interpreti per far girare il pallone continuamente e velocemente e sbilanciare la difesa avversaria.
La versione da calcio verticale prevede Robben-Müller-Ribery e Gomez.
Rispetto a quanto detto prima si cerca molto di più la verticalità per mettere rapidamente Robben e Ribery nelle condizioni di puntare i difensori avversari (singolarmente o schierati per loro cambia poco). La squadra punta meno al fraseggio insistito, lascia sempre una delle due ali alta per ricevere palla subito e ribaltare in fretta il fronte di gioco. Müller copre qui un ruolo più "semplice" per movimenti, ma potenzialmente letale per le sue qualità da incursore. Gomez in verità non è scelto spesso da titolare, ma essendo per caratteristiche meno manovriero e più finalizzatore estremizza quest'idea di gioco. Non a caso contro il Barcellona sono stati scelti loro.
Ovviamente i nomi sono indicativi, ma in partite recenti sono stati proprio loro a interpretare i dettami di Heynkes a seconda delle necessità. Il Bayern è una grande squadra anche perchè sa adattarsi.
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