04 set 2014

Il River Plate di Marcelo Gallardo

Succedere a Ramon Diaz sulla panchina del River Plate non è compito agevole, soprattutto se si ereditano il titolo di campione, uno spogliatoio che scricchiola, qualche spinoso caso di mercato da gestire e una dirigenza con pochi mesi di esperienza che naviga a vista. Il tutto amplificato dallo scetticismo generale dell'ambiente millonario, innamorato perdutamente del Pelado e delle sue crociate contro tutto e tutti in favore della Banda. Ma Gallardo, il successore scelto da D'Onofrio e Francescoli, in questi primi mesi ha saputo sorprendere chiunque, regalando al popolo del Monumental un River rivoluzionato nel corpo e nello spirito: una squadra capace di soffrire come quella di Ramon, ma nata e plasmata per impossessarsi ferocemente del gioco (primo posto in classifica dopo 5 partite, 13 punti, altrettanti gol fatti e 2 subiti).
 
Se a stupire è proprio il cambiamento radicale che il Muñeco ha saputo portare nello stile dei Millonarios in così poco tempo, a meravigliare è il fatto che ci sia riuscito nelle condizioni ambientali di cui sopra. Tra grane interne e difficoltà legate al calciomercato, l'ex-numero 10 del River Plate è stato in grado di focalizzare la propria attenzione e quella dei giocatori soltanto sul rettangolo verde, restituendo al gruppo quell'entusiasmo e quella coesione che con la gestione di Ramon stavano inesorabilmente scemando.
Privo di capitan Cavenaghi -costretto in tribuna fino al 2015 da una borsite al piede destro-, orfano di Carbonero, Ledesma e Lanzini, Gallardo ha atteso con pazienza e basso profilo i movimenti della società, ottenendo in risposta molta confusione, una rosa sovraffollata dal ritorno dei prestiti, la conferma di Teofilo Gutierrez, gli acquisti di Chiarini e Pisculichi, la risoluzione dai contorni gialli del contratto di Trezeguet e l'infinita telenovela relativa alla cessione di Eder Alvarez Balanta, conclusasi con un nulla di fatto e un giocatore da recuperare.
Non le migliori premesse per un intenso semestre di impegni su tre diversi fronti: campionato, Copa Argentina e Copa Sudamericana.
 
Al Muñeco, tuttavia, sono bastate due partite di transizione ed esperimenti per trovare l'assetto e gli uomini ideali, aiutato da qualche avversario non irresistibile e da un'euforia generale sempre più dilagante. Con sorprendente facilità l'ex-tecnico del Nacional di Montevideo ha infatti saputo stravolgere l'impianto di gioco di Ramon Diaz, confermando il 4312 del Pelado, riuscendo però a modificarne il patrimonio genetico a favore di una ricerca spasmodica del gioco offensivo: un piano realizzabile attraverso palleggio preciso e sicuro, pressing esasperante e capacità di cambiare ritmo in una frazione di secondo. Decisive in questo processo di restyling della Banda sono state le scelte a livello di uomini dal centrocampo in su, con Kranevitter e soprattutto Teo leader assoluti dei rispettivi reparti.
 
In queste prime partite del Transicion 2014 il River ha messo in mostra idee chiare e unità d'intenti, trovando soluzioni d'attacco entusiasmanti e la parvenza di una buona solidità difensiva, nonostante la costante proiezione offensiva di interni di centrocampo e terzini. In pieno stile bielsista, la parola d'ordine del Muñeco è "pressing": una pressione asfissiante e selvaggia dettata dalle punte Mora e Teo, con il supporto del trequartista Pisculichi e della linea di centrocampo Sanchez-Kranevitter-Rojas, guidata dai tempi perfetti del volante classe '93. Allo stesso tempo Gallardo ha chiesto alla difesa (Mercado, Maidana, Ramiro Funes Mori e Vangioni) di avere la personalità per avviare la manovra palla a terra, correndo determinati rischi se necessario, al fine di essere in costante controllo della sfera.
Ma questo River ha anche dimostrato di saper soffrire, grazie a un grande portiere -Barovero-, a vecchi -Maidana, Mercado, Vangioni- e nuovi -Kranevitter, Funes Mori, Pisculichi- leader, giocatori ritrovati -Sanchez e Mora- e un fenomeno: Teofilo Gutierrez.
 
Teo sembra infatti aver sposato con tutto sè stesso la causa di Marcelo Gallardo, che fin dal primo giorno lo ha indicato come l'unico giocatore insostituibile della rosa, confermando di essere uno dei migliori attaccanti al mondo, se concentrato solo ed esclusivamente sul gioco. Il colombiano quando è in giornata si trasforma in un incrocio letale tra un centravanti e un trequartista, in grado di segnare e allo stesso tempo dettare i tempi dell'intera manovra offensiva, con un movimento costante su tutto il fronte d'attacco e l'innata capacità di rendersi pericoloso da ogni posizione e in qualsiasi momento. A 30 anni, dopo aver gettato al vento una possibile carriera ai massimi livelli mondiali a causa di numerose bizze dentro e fuori dal campo, Teo è forse pronto per maturare e trovare la giusta continuità di rendimento. O forse no, ma nel frattempo il Monumental è ai suoi piedi e dopo cinque reti in quattro partite è diventato il pericolo pubblico numero uno per le difese argentine.

2 commenti:

  1. O forse no, ed è per questo che è inevitabile amare Teo

    RispondiElimina
    Risposte
    1. È quello che ho pensato ma non ho scritto! :D

      Elimina