09 giu 2014

Dario Conca, l'argentino do Brasil

La recente amichevole Italia-Fluminense, contrariamente alle aspettative, è stata una partita capace di suscitare diversi spunti di interesse: il rendimento e la fame dei giovani, l'impronta di Zeman (diretta sugli attaccanti, indiretta su difensori e portiere), i molti gol fatti, i troppi gol subiti, la preparazione fisica, il clima. Tra le pieghe del gioco i più attenti avranno notato l'impatto e il peso di un piccolo trequartista mancino. E la sua squadra non era l'Italia.
Quel trequartista si chiama Dario Conca, ed è un altro stupendo rappresentante della classe dei prestigiatori.

Dario Leonardo Conca nasce a Buenos Aires l'11 Maggio 1983, ma di fatto il suo rapporto con l'Argentina andrà poco oltre la nazionalità.
Cresce nel Tigre esordendo in B ad appena 15 anni e nel 2000 passa al River, convincendo l'attento ingegnere Pellegrini a provarlo in prima squadra. Pur rimanendo formalmente di proprietà della banda fino al 2009 la sua parentesi nel club di Buenos Aires finirà qui. Col cambio di tecnico viene mandato in prestito prima all'Universitad Catolica, dove vince un titolo e si impone tra i protagonisti della squadra, e poi al Rosario Central, ma il rapporto dura appena 13 partite malgrado il buon rendimento. Nel 2007 da Rosario lo strappa il Vasco da Gama, per quella che sarà la chiamata deputata a indirizzare la sua storia. Come molti grandi talenti baciati dal dono dell'assoluta incostanza tecnica nel suo destino c'era il Brasile. Al Vasco mette insieme in campionato 30 presenze e 6 gol che valgono le attenzioni della Fluminense. Dal 2008 al 2011 l'argentino legherà indissolubilmente il suo nome a quello del club di Rio. In 25 anni Conca aveva cambiato tre nazioni e sei squadre, senza però avere mai una stabilità. Un ragazzo sostanzialmente apolide portato a vagare di porto in porto sulla zattera, enorme, del suo talento. Nel 2009 verrà acquistato definitivamente dalla Flu, segno tangibile dell'approdo finalmente trovato. Conca nel tricolor carioca troverà la culla ideale per spargere i semi del suo calcio.
Alla sua prima stagione nel 2008 la Fluminense darà grande spettacolo in Copa Libertadores, dominando i gironi e superando nettamente Santos e Boca nei turni a eliminazione, perdendo però la finale ai rigori contro la LDU di Quito. Nel 2009 la squadra arriva ancora in finale, questa volta di Copa Sudamericana, perdendo ancora contro la LDU. A causa della partenza di altri giocatori nel corso del tempo il ruolo di Conca sarà sempre più centrale. Passa infatti da 56 presenze e 8 gol a 63 (sì, in Brasile si gioca tanto) e 13, per quanto i numeri raccontino solo una minima parte del suo gioco. In continuo crescendo, il 2010 sarà l'anno del suo ingresso nell'Olimpo del calcio verdeoro. La Fluminense infatti vincerà il Brasileirao, titolo che mancava dal 1984, Conca produrrà 9 gol in 38 presenze (in totale 14 in 59) vincendo la Bola de Prata come miglior giocatore nel suo ruolo la Bola de Ouro come miglior giocatore in assoluto, terzo argentino nella storia a riuscirci, secondo in epoca moderna dopo Carlos Tevez. Il tutto con la fascia di capitano al braccio.
In questo momento Conca raggiunge l'apice della parte romantica della sua carriera. L'argentino in un certo senso rinnegato, che per vivere la meraviglia del suo talento ha dovuto guadagnarsi ogni pallone, ogni tocco di suola, in una terra storicamente nemica. Una storia di crescita, riscatto e ricerca di un luogo da chiamare casa che ha come unico filo conduttore una straordinaria sensibilità nel piede sinistro.

Prima di entrare nella seconda fase della storia, parliamo un attimo del giocatore.
Conca risulta un giocatore tutto sommato facile da descrivere. Nell'era del calcio che possiamo definire dopo Maradona l'identikit dell'enganche albiceleste è fortemente influenzata dalla figura di Diego. Piccolo, mancino, capace di produrre esplosioni di potenza e genialità trascinato dalla vitalità del suo estro. Il numero 11 tricolor, nei suoi anni migliori, è stato esattamente questo per la Flu.
Rifinitore più che finalizzatore, a testa sempre alta vede cose che a noi umani restano spesso precluse. E gli attaccanti ringraziano. Oltre a una capacità seduttiva quanto insolubile per gli avversari di accarezzare il pallone Conca mette in campo personalità e voglia di vincere. Chi ha lottato tanti anni per emergere, specie negli infiniti campionati del Brasile, non è disposto a mollare tanto facilmente.

Il romanticismo, spesso, ha però un prezzo.
Quello pagato da Dario è la scarsa visibilità, che lo ha portato a passare forse troppi anni in Sudamerica. Le etichette, se a 27 anni si è ancora in Brasile, pur avendo il potere di accendere e spegnere la luce sul campo, vengono molto in fretta. Così in assenza di particolari stimoli sportivi, resta la necessità di monetizzare. Nel 2011 passa al Guangzhou Evergrande per la cifra record di 10 milioni di dollari, ma soprattutto per uno degli stipendi più alti del mondo (12,5 milioni di dollari l'anno fino al 2014). Un trasferimento clamoroso, sia per la linea diretta Rio-Cina ai tempi innovativa, sia perchè l'entità dell'assegno mensile fa parlare di Conca anche in Europa, per la prima volta in assoluto e spesso con una certa ironia. Abbastanza beffardo per un giocatore del suo talento. In Cina il rapporto con l'ambiente non sarà idilliaco, ma la qualità non può sparire. Conca produrrà 54 gol in 99 partite vincendo sei titoli e diversi premi come miglior giocatore.
Malgrado i gol, le vittorie e i soldi tenterà a scadenze regolari di tornare alla Fluminense, arrendendosi solo di fronte alle richieste economiche del Guangzhou. Una curiosa forma di saudade, considerando la nazionalità di origine. Dopo il Mondiale per Club chiuso con due gol, farà finalmente ritorno, in una situazione tecnica non facilissima.
Perchè al cuore, in fondo, non si comanda e il vecchio capitano ha ancora voglia di lottare per la sua squadra.

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