25 giu 2018

Il Mondiale, le barricate e il problema di attaccarle



Il Mondiale 2018 ha un tratto caratteristico tecnico-tattico ben chiaro: le squadre, che siano grandi o medio-piccole, hanno imparato a giocare in difesa. Le notizie parlano di pochi gol, di big in crisi, di grandi giocatori assenti, ma tutto deriva da questo semplice fatto. Le squadre scarse, o quantomeno più deboli nel contesto, non sono più scarse a 360°, ma hanno imparato a fare una cosa. Difendersi. Magari solo quella, ma intanto.

La conseguenza è che la "big" di turno (tra virgolette perché, ripeto, può anche solo essere la più forte nel contesto) si trova davanti sempre la stessa situazione. Sulla carta il modulo della formazione che sceglie di difendersi (sempre per capirci, lo ha fatto anche la Croazia contro l'Argentina) è sempre con la difesa a tre, poi nei fatti si vede una linea a cinque se non a sei, bassa il più possibile, con tre centrocampisti davanti e uno o due uomini più avanzati, dove per più avanzati si intende al massimo sulla propria trequarti, che sarebbero nominalmente gli attaccanti. Spazi centrali intasatissimi, area piena di corpi che praticamente fanno il ruolo dei dissuasori mobili. Detto in breve, le barricate. Una caratteristica singolarmente beffarda per un'edizione senza l'Italia.

Ordine, compattezza, disciplina, copertura degli spazi: questa cosa la stanno mettendo in campo praticamente tutti (con eccezioni notevoli tipo l'Arabia Saudita e la Tunisia). E questo fatto sta mandando in crisi un po' tutte le favorite.

Una simile organizzazione difensiva infatti porta il chiarissimo dilemma su come trovare spiragli in questa muraglia. Spesso chi ha il possesso finisce per far girare palla in modo sterile e lento, magari tra difensori e mediani circumnavigando il blocco avversario, per poi allargarla verso gli esterni per cercare l'uno contro uno. Che però tende a produrre solo cross pronti ad essere preda dei cento difensori annidiati in ogni metro quadrato dell'area. Uno spartito abbastanza ripetitivo e noioso, che può essere interrotto solo da giocate individuali o collettive di alta qualità o da eventi più occasionali quali ripartenze o giocate fortunate (vedi Diego Costa contro l'Iran). Da qui possiamo dedurre un paio di cose.

Innanzitutto questo non è un segno di impoverimento, anzi. Il calcio è cresciuto nel livello medio ragionando su scala mondiale, e questo ha portato a sviluppare almeno una fase in modo organizzato. Chiaramente la difesa ha il vantaggio di poter essere messa insieme anche se entro i tuoi confini non nascono Iniesta e Cristiano Ronaldo. Le grandi però non si sono fatte trovare esattamente pronte a questa cosa, tradendo una certa pigrizia nell'idea offensiva grazie alla superiorità che da sempre garantiscono i singoli talenti.

Lavorare con le selezioni nazionali è sempre difficile per modi e tempi, ma ugualmente la mancanza di soluzioni, schemi, idee è abbastanza disarmante. Non basta abbassare un mediano per cercare più circolazione o schierare qualche giocatore più offensivo sugli esterni sperando peschi il jolly di giornata. O meglio, può bastare, ma sono soluzioni estemporanee che non portano a vantaggi reali nel medio periodo, perché non è detto si possano replicare. Vedremo una crescita futura in questo senso? Ci sentiamo in Qatar per gli aggiornamenti.

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