06 set 2009

AAA Argentina cercasi


Venti minuti. E' quanto è durata la partita della Seleccion, quanto la grinta, la voglia di dimostrare qualcosa davanti alla propria gente e l'entusiasmo hanno permesso di tenere testa al cinismo del Brasile di Carlos Dunga. Da quel momento in poi il verdetto del campo di casa è stato tremendo quanto inequivocabile: i verdeoro sono un altro pianeta rispetto ad un'Argentina sempre più allo sbando, sempre più in caduta libera. Ordine, sacrificio, pazienza, tattica e soprattutto qualità hanno evidenziato la netta superiorità brasiliana rispetto ai padroni di casa, che anche nel loro momento migliore sono apparsi estremamente confusionari, disordinati e precipitosi. Neanche un semplicissimo 442 in linea ha permesso alla squadra di Maradona di trovare la consapevolezza e la tranquillità necessaria per imporre il proprio gioco e soprattutto i propri ritmi. Venti minuti, quanto è durata la sfuriata, quanto è bastato al Brasile per ammortizzare lo slancio argentino, l'attacco alla rinfusa lanciato da Maradona.

A poco è servita la pretattica del DT argentino, se non a caricare di inutili quanto dannose pressioni i giocatori. Un arma a doppio taglio, che ha permesso di imporsi fin da subito, ma che ha demolito gambe, morale e quanto poco altro restava al momento dell'incornata di Luisao. Eppure fino ad allora era l'Argentina che voleva Maradona, una squadra in grado di attaccare gli avversari da tutte le parte, in tutti le direzioni ed in tutti i modi. Poco importa se questo sia durato per poco tempo e se soprattutto sia avvenuto in modo poco ortodosso e conforme alla tattica.

Dall'altra parte Dunga ha predicato calma e tranquillità, consapevole della superiorità della propria squadra, sia dal punto di vista dell'organizzazione che della fisicità. Troppo straripante l'undici brasiliano rispetto ai rivali di sempre, spazzati via in sette minuti con una dimostrazione di forza e concretezza raramente messa in mostra da parte della Seleçao. Una squadra atipica, meno tecnica e spettacolare, ma molto più europea, che fa del cinismo, della fisicità e della personalità le sue armi migliori. Armi che hanno prima ferito la Seleccion e poi l'hanno tramortita, due volte. Un duro colpo da assorbire il primo, ad opera di Luis Fabiano, una mazzata terrificante e letale il secondo, sempre ad opera della punta del Siviglia, proprio quando una prodezza di Datolo aveva riacceso le speranze argentine.

Ma dov'è finita l'Albiceleste? Una squadra che avrebbe dovuto regalare magie grazie ai fantastici interpreti a disposizione di Maradona, selezionatore acclamato a furor di popolo per dare all'Argentina un gioco e una spettacolarità che da tempo si faticano a vedere dalle parti di Buenos Aires. Eppure la situazione non sembra cambiata e a farne da padrona rimane la confusione. Confusione nelle scelte, nei moduli, nel gioco. Una squadra lunga, incapace di dare ritmo e tempi alla manovra, disordinata o addirittura assente nei movimenti, difensivamente disastrosa, offensivamente fumosa e soprattutto senza una vera identità di gioco.

Dietro manca un vero leader, qualcuno in grado di guidare i compagni e dare sicurezza al reparto (Samuel?), così come il centrocampo in linea disegnato dal DT è sembrato leggero e poco efficace in entrambe le fasi. Inutile sottolineare come Cambiasso e Lucho Gonzalez potrebbero rappresentare delle soluzioni più che logiche, in grado di garantire copertura, corsa, geometrie e pericolosità negli inserimenti.

Ma il problema più sorprendente è rappresentato dal reparto offensivo, un agglomerato di talenti e campioni invidiato da qualsiasi nazione e allenatore al mondo. Composto da giocatori del calibro di Messi, Aguero, Tevez, Milito, Lisandro Lopez e che si può permettere di lasciare a casa i vari Higuain, Zarate, etc.
A sorprendere è la decisione e la convinzione di Maradona nel proporre due mezzepunte come Tevez e Messi, che inevitabilmente tendono ad allargarsi o rientrare per giocare più palloni, lasciando scoperta una porzione di campo troppo ampia. Per non parlare degli evidenti limiti fisici della coppia, che impongono soluzioni sempre palla a terra, piacevoli da vedere, ma non sempre efficaci, soprattutto in partite e frangenti in cui la Seleccion si trova in difficoltà. In questo momento sembra irrinunciabile la presenza di Diego Milito, il manuale del centravanti, perfetto in ogni movimento, intelligente in ogni giocata. In grado di alternare sciabola e fioretto, ma soprattutto di valorizzare qualsiasi giocatore schierato al suo fianco, grazie a sponde, tagli e scambi ravvicinati. Così come potrebbe rappresentare una soluzione il Pipita Higuain, attaccante in grado di abbinare le qualità di una seconda punta alla freddezza sotto porta tipica del centravanti.

Altra nota dolente è l'abisso che intercorre fra centrocampo e attacco, fra fase difensiva ed offensiva. L'assenza di un enganche ne è ovviamente la causa e pensare che Riquelme anche ieri era seduto in poltrona a vedere la partita, fa un certo effetto. Sì, proprio lui, el Mudo, l'unico che in questo momento potrebbe dare quella qualità di palleggio, quei rifornimenti alle punte e soprattutto quell'identità di gioco che evidentemente mancano all'Argentina. Inspiegabile la sua esclusione, così come l'assenza di un suo sostituto quale potrebbe essere il giovane Blanco del Lanus, uno dei rari numeri dieci puri ancora in circolazione in grado di far giocare i compagni e far girare la squadra.

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